Malga Tombea e Malga Alpo

Monte Tombea gravelextreme

Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.

Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.

Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.

Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.

Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.

Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.

Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.

Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.

Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.

È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.

Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.

Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.

Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.

Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.

Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!

Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.

Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.

Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.

Dettagli tecnici su: STRAVAKOMOOT

Videogallery: Video 7’04”

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Sella Ronda all’alba

Ci sono giri che vanno al di là della prestazione sportiva o del livello di difficoltà, ma vanno raccontati per le emozioni che ci lasciano. Il Sella Ronda prima che sorga il sole è senz’altro uno di questi. Diciotto volte lo ho percorso in bicicletta, tutte in senso orario, in altrettante edizioni della MdD. Ora è giunto il momento di affrontarlo in senso antiorario, ma, cosa più importante, partendo prima che sorga il sole. Domenica 12 luglio ore 4.45 del mattino, forse sarebbe il caso di dire della notte, aggancio il pedale e inizio a scendere lungo strada Col Alt per raggiungere l’incrocio per Colfosco e passo Gardena. L’aria è frizzante. No, no è proprio gelida! Il tempo di acclimatarsi ed il Gps segna 4°C. Dopo le forti piogge di ieri era previsto un brusco abbassamento della temperatura con aria proveniente da Nord. Io sono abbastanza coperto, intimo manica corta termico, manicotti, maglia estiva bioceramic e sopra il nuovo capo mezza manica anti-vento e anti-pioggia traspirante in Event graficato per Cicloturisti!, la cui realizzazione è stata specificatamente commissionata per gli “early morning” di mezza stagione ed i giri in quota. Ormai collaudato nelle salite della Maddalena alle 5.30 e nei giri all’alba di questa primavera è diventato un capo imprescindibile nel mio guardaroba. All’uscita del paese mi fermo per una suggestiva fotografia notturna al gruppo del Sella  con il monumento ligneo di una grande bicicletta in primo piano.

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Il termometro è sceso a 2°C ed io ne approfitto per indossare anche i guanti lunghi felpati invernali. Nonostante abbia davanti circa dieci chilometri di salita capisco che le mani si raffredderebbero comunque troppo con l’umidità della notte. Riparto, cerco di tenere l’andatura più blanda possibile con un’alta frequenza di pedalata per produrre calore ed al contempo non sudare troppo.PassoGardena(Corvara) Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno  nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.

Nell’ultimo chilometro prima di scollinare inizio a scorgere oltre il passo le vette del Sassolungo infuocate come non le avevo mai viste.

Sono le 5.40 ed io conquisto il primo dei quattro passi di giornata. Il termometro è rimasto sempre tra i 2°C e lo 0°C. Decido di non fermarmi subito, ma di scendere poco più avanti al primo tornante. Da qui la vista su Sassolungo, pian de Gralba e Sella è strepitosa! Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto! Fotografie di rito, barretta e vestizione.

Sì, perché nella mia capiente borsa sottosella avevano saggiamente preso posto un intimo manica lunga invernale Craft e lo “spolverino” oltre ai guanti invernali già in uso. Sfilo entrambe le maglie manica corta, indosso l’intimo sopra ai manicotti (tanto è nero anche quello, mica si nota hi, hi!). Rimetto le maglie e sopra chiudo con l’anti-vento. La maglia termica mi aiuterà a tenere il calore, l’anti-vento che è  poco traspirante dovrebbe contribuire a creare una sacca calda all’interno della quale restare in “zona comfort”. Riparto, dopo un paio di chilometri in discesa il lungo attraversamento in falsopiano del pian de Gralba contribuisce a mantenere la circolazione attiva anche nelle gambe, unica parte del mio corpo completamente esposta alla temperatura invernale. Pedalata agile, pochi watt, poco sudore e massima circolazione. Oltrepassato il celebre spiazzo del grande ristoro della Maratona, quello, per intenderci, dove ci sono anche le telecamere fisse Rai, ricomincia la discesa, ancora un paio di chilometri circa e sono nuovamente in salita verso passo Sella. Slaccio completamente l’anti-vento e lo lascio svolazzare dietro di me, così evito di creare inutile condensa di sudore sugli altri capi.PassoSella(Selva) Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.

Sono così rapito dallo scenario che mi si para d’innanzi che non mi accorgo di essere arrivato quasi in vetta. Sono già sul crinale a poche centinaia di metri dal passo, quando devo obbligatoriamente sostare per uno shooting fotografico completo. A sud sua maestà il ghiacciaio della Marmolada che, con il suo bianco candore, abbaglia riflettendo i primi raggi di sole; di fronte il massiccio del Sella illuminato solo da luce riflessa nell’alba ancora ombrosa; a nord l’orizzonte bianco e frastagliato delle cime di confine con l’Austria e dietro di me imponente e rosato il Sassolungo in tutto il suo splendore, così vicino che pare quasi poter essere toccato.

Devo ripartire, il tempo oggi è tiranno, ho promesso il rientro prima delle nove per poter affrontare tutta la giornata con le nostre famiglie. Al primo tornante in discesa, uno spettacolare balcone sulla Marmolada mi costringe ad una nuova rapida ed artistica fermata fotografica.

Riparto, temo questa discesa, durante la gara qui in fondo si raggiunge il punto più freddo ed il ricordo delle mani ghiacciate al bivio di fondo valle è persistente nella mia memoria come lo è la faticosa ripartenza in salita al 12% di pendenza. Questa volta sto girando al contrario, la discesa è veloce a causa della strada ripida, la velocità sale, la temperatura scende, mi ritrovo a -2°C! Per la verità, per qualche sparuto secondo, il mio Xplova segna anche -3°C. I mignoli cominciano a protestare, ma tutto sommato arrivo al pianoro dove è solitamente posto il ristoro in buone condizioni. Il corpo è ben caldo, protetto dai molti strati di abbigliamento tecnico, solo le ginocchia sono un poco arrossate dal freddo. Riprendo a salire verso il Pordoi. Sempre pedalata agile (34×34), oltre 75rpm.PassoPordoi(Canazei) La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.

Noto con piacere, dopo soli diciannove passaggi, che in un angolo fa capolino la vetta bianca ed aguzza della Marmolada, impossibile non immortalarla con il mio ditino che la indica.

Riparto, l’aria è ancora frizzante, ma il sole ormai alto davanti a me scalda parecchio con il suo irraggiamento, infatti tolgo lo spolverino e lo ripongo  nel borsone sottosella. La discesa è lunga e sinuosa, la affronto con calma godendomi il panorama. Entrò a Rèba, così si chiama in ladino Arabba, tengo la sinistra ed immanentemente ritorno a salire verso il Campolongo. Da questo versante è veramente una salita semplice, poco meno di 4km e, se si eccettua una breve rampa oltre il 10% all’uscita del paese, la pendenza media si attesta a 7%.PassoCampolongo(Arabba) Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.

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Circa venti minuti e sono già in discesa, guardo l’orologio sono passate da pochissimo le otto del mattino. Altro che arrivo entro le nove, qui ci scappa anche una lauta colazione con famiglia! Scendo rapido lungo gli ampi tornati che conducono a Corvara, osservo il Sassongher, maestoso ed ora completamente illuminato dal sole. Da questa altezza lo trovo ancor più suggestivo che dal fondo valle di Corvara, ma non cedo alla tentazione dello “shooting fotografico” la colazione in famiglia è sicuramente meglio! Sono le 8.15 quando infilo la bicicletta nel deposito dell’hotel, una rapida doccia e pronto per la colazione e per l’escursione agli alpeggi del Col Alto con tutta la tribù. Già perché, per le persone normali, la giornata inizia adesso!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Sella Ronda

Videogallery: Sella Ronda (video integrale con commento originale)

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Tre Cime di Lavaredo

Quest’anno la MdD è stata annullata, ma non la nostra splendida mini-vacanza in val Badia che è semplicemente stata posticipata di una settimana. Così venerdì 10 luglio alle 5.32 del mattino parto da Corvara in direzione Tre Cime per un giro ad anello che mi consentirà di vedere nuovi paesaggi dolomitici. Scendo verso il bivio Colfosco/LaVilla, l’aria è fresca (8°C), ma non gelida. Mi fermo per una rapida didascalia al Sassongher appena illuminato dai primi bagliori mattutini.

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Riparto, cinque chilometri in discesa mi conducono velocemente al bivio di La Villa per San Cassiano e per il passo Valparola. Diciassette volte lo ho fatto in discesa in altrettante edizioni della Maratona, solo una volta non lo feci poiché a causa della febbre dovetti accontentarmi del Sella ronda. Farlo in salita è, quindi, una mezza novità. Si presenta subito cattivello con un primo chilometro al 9%, dopo le prime curve sono costretto ad una rapida fermata, il sole ha iniziato ad illuminare la cima del Sella e del Sassongher. Tra le valli ancora buie ed ombrose ed il cielo cobalto risaltano due cime infuocate ed io le immortalo con il mio telefono.

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Riparto, fino al borgo ancora due chilometri facili attorno al 6% di media. Uscito da San Cassiano un primo chilometro con media 8% e punta al 10% porta al lungo falsopiano di Armentarola.Passo Valparola_LaVilla Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a

pensare a giri di ripiego. Dopo il dodicesimo chilometro la strada inizia ad alleggerire la pendenza, mi trovo in quel luogo magico che i ladini chiamano “intra i sass” è l’ultimo chilometro, oggi avvolto completamente dalla nebbia ed io fatico a vedere il forte militare della prima querra mondiale che si trova a soli cinquanta metri dal ciglio della strada. Scollino e… Sorpresa! Ad est il cielo è terso, la breve discesa a passo Falzarego è lì che mi aspetta illuminata e riscaldata dal sole. Mi fermo per alcune fotografie ed un video che cristallizzino questo momento.

Riparto la discesa al Falzarego ed a Cortina d’Ampezzo è quasi completamente al sole, la pendenza non è mai eccessiva. Fino a Pocol la conosco bene perché fatta in salita durante le Maratone. Gli ultimi chilometri sono uno splendido balcone sulla piana Ampezzana. Il cielo è intensamente blu, l’aria fresca e limpida. Si preannuncia una giornata fantastica. Entro in Cortina prima delle 8.00 del mattino, sono stati avviati molti lavori in favore delle prossime olimpiadi e le strade sono già intasate a quest’ora, una rapida fermata sotto al campanile parrocchiale, una visita fugace alla via pedonale delle boutique (ancora chiuse) e prendo la rotta per il passo Tre Croci.

Come esco dall’abitato torna la pace, il secondo passo di giornata non è lunghissimo, 8km con pendenza media 7%, di contro è estremamente irregolare, mi sembra di essere entrato in un roller coaster con la bicicletta. Passo Tre Croci CortinaContinue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.

La salita è tutta in un meraviglioso bosco di larici ed anche questo contribuisce a farmela percorrere quasi senza accorgermi del tempo che passa. Alle 8.45 sono in vetta, inizia una breve discesa (circa 4km) che mi condurrà al bivio con la statale che da Auronzo sale al lago di Misurina. A metà di questa discesa sono costretto ad una fermata su un viadotto con una vista memorabile sul gruppo del Cristallo.

Riparto mi innesto sulla statale e risalgo fino al lago di Misurina, sono 3km circa facili, l’ultimo un leggero falsopiano in rettilineo. Arrivato al lago sono d’obbligo alcune fermate per fotografare il luogo. Inizia anche la ricerca della fontana. Viste le temperature in queste prime ore non ho bevuto moltissimo, ma vorrei avere entrambe le borracce piene prima di salire ai 2.300m del Rifugio Auronzo. Ne trovo una alla fine del lago, riempio, bevo, mangio, fotografo e riparto.

Il bivio per le Tre cime è subito dopo. Il primo chilometro si insinua dolcemente tra le montagne, poi un cavatappi con pendenza 14% di duecento metri mi fa capire che aria tirerà sui tre chilometri finali. Subito dopo il bellissimo lago di Antorno, una gemma incastonata tra pineta e montagna che mi fa compagnia sulla destra per qualche centinaio di metri. Lascio le fotografie per il ritorno che sarà obbligato fino al bivio che scende a Dobbiaco. Oltrepasso la barriera del pedaggio: 20€ moto, 30€ auto, 45€ camper eppure c’è la coda per salire a parcheggiare al rifugio e non godersi camminando anche questi tre chilometri. A dire il vero, vista l’ora ancora mattutina (9.30) molti salgono in auto perché poi faranno il giro intero attorno alle Tre Cime (quasi 10km). Dopo alcune centinaia di metri ancora gradevoli tra i pascoli inizia la salita vera.Tre Cime_3KM Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.

Di contro il panorama è di quelli spettacolari da lasciare senza fiato, ovunque mi giri vedo solo immense rocce dolomitiche, alcune più vicine, alcune più lontane. Salgo con il rapporto più agile 34×34, per me la giornata ciclistica è ancora lunga. L’ordinata fila di autovetture che mi sorpassa ad intervalli regolari scanditi dai due bigliettai delle casse mi infastidisce un poco, ma in modo sopportabile. Dopo poco più di mezz’ora sono al rifugio, i parcheggi sono quasi esauriti, lungo gli ultimi cinquecento metri le auto sono già parcheggiate sulla banchina. Troppa gente per i miei gusti! Ma si sa sono un animo solitario. Scatto alcune fotografie dal rifugio proprio da dove inizia la camminata e decido di proseguire per il parcheggio superiore che mi sembra decisamente meno affollato.

Così è, mi affaccio da entrambi i lati del piazzale e così posso godere sia del panorama verso il Cristallo, sia di quello verso la valle di Auronzo, mangio e riparto.

Lungo la discesa è d’obbligo una fermata per immortalare la strada sinuosa e le vette dietro ad essa.

Un’altra fermata per il fiabesco laghetto di Antorno e via rieccomi sulla statale in discesa verso la val Pusteria.

Sono quasi le 11.00 ed il buco allo stomaco inizia a diventare una voragine. Subito dopo il caratteristico lago di Leandro un Bar Ristorante dal nome “Tre Cime” cattura la mia attenzione, si trova in posizione strategica dove le montagne si aprono formando un lungo solco che permette di vedere proprio le Tre Cime. Inevitabile che decida di fermarmi per mangiare un maxi toast e bere due bicchieri di Coca con questa splendida vista.

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Mi sento decisamente meglio, non dico sazio, ma con lo stomaco felice. Riparto, oltrepasso il lago di Dobbiaco, arrivo alla statale della val Pusteria, controllo il GPS per capire dove sia il punto più vicino per innestarmi alla splendida ciclabile che unisce San Candido a Brunico. La imbocco, meravigliosa, un susseguirsi di campi e pinete di fondo valle a poca distanza dalla statale. Una deviazione per lavori mi costringe ad abbandonarla per entrare nel centro abitato di Monguelfo, tutto sommato un bene perché il borgo si rivela molto carino. Ritorno sulla ciclabile all’altezza del lago artificiale di Anterselva la strada si fa sterrata, ma di quelle belle ben battute, proprio come le strade bianche.

Dopo il lago la ciclabile si innesta nel tessuto campestre (perché è impossibile definirlo urbano) del comune di Valdaora attraversando la frazione di Sopra. Arrivato in quella di Mezzo il cartello indicante passo Furcia 10km mi guida verso l’ultima grande fatica di giornata. I primi due chilometri e mezzo se ne vanno via veloci attraverso il paese con pendenze molto dolci, questo implica che nei successivi 7,5km dovrò affrontare quasi 700m di dislivello.Passo Furcia Valdaora La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.

Gli ultimi due chilometri sono nella fresca pineta, anche se oggi la giornata non è mai stata particolarmente calda ed afosa, anzi se si escludono i venti chilometri in val Pusteria l’aria è sempre stata frizzante. Io salgo sempre con passo regolare e guardingo, d’altra parte ho già più di 3.000m di dislivello nelle gambe. In vetta al passo Furcia dominano gli impianti di risalita del celebre comprensorio di Plan de Corones, a parte loro non vi è molto altro, inizio subito la discesa, al primo punto panoramico decido di fermarmi per un paio di istantanee. Da qui si vede bene la val Badia, il Sassongher ed il Sella.

Si vedono bene anche i nuvoloni neri carichi di pioggia che stanno arrivando, per cui parto. Scendo di buona lena verso San Vigilio in Marebbe, ma senza prendere rischi. Lo oltrepasso, sembra molto carino,

proseguo fino ad innestarmi con la statale che da Brunico sale in Alta Badia. Sono praticamente alle porte di Piccolino, un paese il cui nome la dice lunga sulle sue dimensioni. Mancano poco più di venti chilometri a Corvara, un lungo falsopiano in leggera salita. I primi 14km vanno via veloci, vento da dietro, senza grande sforzo resto tra i 19km/h e i 27km/h. Poi poco prima della galleria inizia a piovere con insistenza, mi fermo prima dell’uscita per indossare l’antipioggia (più che altro per il telefono che è nella tasca posteriore senza protezione impermeabile). Dopo la galleria quattro tornanti a 8% di pendenza sanciscono la fine del falsopiano e l’inizio della leggera salita dell’Alta Badia, sono quasi a Puntac poco prima di Pedraces (luogo di ritiro dei pettorali della MdD). Arrivato in paese mi fermo, tolgo l’antipioggia, temporale montano breve ed intenso, mangio, riparto. Da qui parte uno splendido marciapiede ciclabile, largo forse tre metri,  che mi conduce sino alle porte di La Villa separato del traffico dei camion e delle betoniere che mi avevano accompagnato più in basso. Entrato in paese opto per una strada interna che sale dritta come un fuso (14%) e si collega alla sommità del celebre Mur dl Giat della Maratona.

Sarà questo il mio gatto di giornata, attraverso il borgo, inizio la discesa per Funtanacia e per rientrare in statale. Mancano tre chilometri al mio hotel ed io finalmente sfondo il muro dei 4K di dislivello. Arrivo nel piazzale dell’albergo, felice come non mai, prestazione ciclistica di rilievo con 153km e 4.070m di dislivello, ma chi se ne frega! Quello che conta oggi è la quantità e la qualità di roccia dolomitica che ho visto! Nell’ordine Sella, Sassongher, Croda si Santa Croce, Lagazuoi, Sass da Stria, Marmolada e Averau (in lontananza), le Tofane, il Cristallo, le Tre Cime e mettiamoci anche il bel panettone verde del Plan de Corones!

Grazie Dolomiti!

TreCime

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ ⛰️⛰️⛰️ Tre Cime 4K (Passo Valparola, Passo Tre Croci, Tre Cime di Lavaredo, Passo Furcia)

Videogallery: Video integrale (8’21”)

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Monte Puria e le strade militari

Sabato 6 giugno 2020, tra un temporale e l’altro, colgo l’occasione per portare la mia LinaBatista alla scoperta di nuove ghiaie militari. Alle 6.09 si parte in direzione alto lago. La giornata è fresca (15°C) scendo a Salò e percorro il lungolago.

Fa strano vedere tutti questi cartelli giallo-blu che indicano i sensi unici di marcia a causa dell’emergenza Covid. Proseguo e attraverso Gardone R., Maderno e a Gargnano mi fermo per un paio di istantanee sul lungolago.

Imbocco la vecchia gardesana e proseguo fino all’incrocio per Tignale. Svolto a sinistra ed inizio a salire, il cielo è terso ad occidente mentre ad oriente, e soprattutto sopra il monte Baldo, è piuttosto offuscato con le solite nuvolette sulla cima. Mah, speriamo che la giornata tenga! – penso io. Il giro in programma è piuttosto lungo ed impegnativo. Procedo, giungo al balcone di Tignale chiamato “Panorama del Fil”, mi fermo per un video.

Sono le 8.00 quando riparto, attraverso le frazioni di Gardola e Olzano, bellissima con la sua ripida ed angusta strada acciotolata, e mi dirigo verso Cima Piemp.

La salita per il Piemp (vedi Cima Piemp, uno splendido balcone sull’alto Garda.) è sempre incantevole e impegnativa, quest’anno grazie alle copiose piogge degli ultimi giorni il bosco in cui si snodano i suoi sinuosi tornanti cementati è particolarmente lussureggiante.CimaPiempdaGardola

Poco più di 6km con numerosi tratti su cemento e la pendenza che si inasprisce sempre più man mano che ci si avvicina alla vetta. Di contro paesaggi stupendi impreziositi in questi giorni di inizio giugno dai gialli maggiociondoli in fiore.

La temperatura scende fino a 11°C, l’umidità del mattino esalta ulteriormente i profumi del sottobosco, io salgo con relativa tranquillità, dalla mia oggi ho la tripla con il piccolo 24 anteriore. In vetta al Piemp mi concedo una sosta fotografica e ne approfitto per mangiare, sono da poco passate le 9.00.

Riparto, inizia il divertimento, da qui in poi la strada sarà sterrata, o meglio ghiaiosa, per un bel po’. Ripercorro l’itinerario del giro Andata Gardesana, ritorno creste! fino al Passo d’Ere. Mi ricordo che lo scorso anno giunto all’inizio della salita per il Passo Segable dovetti scendere a piedi a causa del fondo sdrucciolevole e della mancanza di un rapporto adeguato della mia AliMat (34×34 e gomme 40mm slick).StrappoSegable

Oggi LinaBatista dotata di un più agile 24×29 e dei Continental TerraTrail da 40mm leggermente tassellati aggredisce con vigore la ghiaia, non slitta e con agilità (ho tirato a manetta!) supera questo chilometro. Sono soddisfatto, sento che con questo assetto, anche in salita posso andare quasi ovunque. Da Passo Segable in breve si scende a Ere, dove, al bivio, svolto secco a destra per entrare nella magnifica strada che conduce al Passo di Scarpapè, già percorsa l’anno scorso in Cima Rest da Passo Scarpapè.

Il passaggio della vecchia galleria militare è sempre incredibilmente affascinante.

Ora proseguo verso il passo, subito dopo, un ulteriore bivio separa la strada che scende a Cadria (la presi lo scorso anno) e quella che sale al Passo della Puria obiettivo di giornata.

Davanti a me si presenta un nuovo tratto, circa un chilometro, di salita impegnativa e con fondo molto mosso, ma anche stavolta LinaBatista fa il suo dovere.

Giungo al passo (1.380m), ma la cima del Monte Puria e soprattutto la sua anticima sono distanti meno di un chilometro, per cui devio dalla strada militare su un sentiero, oltrepasso la sbarra e mi dirigo verso il monte.

Arrivato ai piedi dell’anticima appoggio la bici ad un giovane pino e salgo a piedi verso il cocuzzolo, circa una trentina di metri sopra di me. Mentre salgo un capriolo si avvicina alla LinaBatista osservandola incuriosito, decido quindi di iniziare il video panoramico anche se mancano alcuni metri alla vetta.

Sono piuttosto emozionato, è la prima volta che mi spingo così oltre con la mia ghiaiosa, soprattutto non ero mai stato letteralmente su una vetta isolata! vedere la striscia di ghiaia della strada 30/40m in verticale sotto di me, il vuoto tra la mia anticima e le vette attorno, il Monte Tremalzo così vicino, mi regalano brividi ed adrenalina. Un misto di pace, vuoto, senso di inadeguatezza, stupore mi pervade. Il soffio del vento è l’unico rumore che si sente.

Decido di scendere, con grande cautela, arrivo alla bicicletta, la vedo lì, appoggiata al giovane pino, quasi stesse riposando per la fatica. La fotografo e decido che questa sarà l’immagine simbolo del mio primo giro culminato su una vetta.

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Riparto, visti i temibili nuvoloni neri che ricoprivano le cime del Tremalzo, decido che la scelta più saggia sia quella di rientrare al passo d’Ere per la medesima rotta, per poi scendere verso Bocca Paolone, questa è senza dubbio la via più veloce e mi consentirà di evitare i temporali che sono previsti nel primo dopopranzo. Gongolo perché questo vuole anche dire che ripasserò nella splendida galleria militare a ritroso. Abbasso il reggisella telescopico di qualche centimetro. Sì, perché tra le novità di quest’anno LinaBatista si è dotata di un canotto sella regolabile per darmi più sicurezza e confidenza nelle discese sopra il 20% dove mi sentivo sempre catapultare in avanti. Così è tutta un’altra storia! Scendo il primo chilometro della Puria con molta più confidenza. No, non velocità! Semplicemente mi sento più sicuro. Arrivo alla galleria e devo fermarmi a scattare un paio di fotografie all’orrido.

Riparto, al passo d’Ere proseguo verso Bocca Paolone, un primo tratto di leggera discesa su strada ben battuta, poi dopo il passo della Colomba, un altro chilometro di ripida discesa su sconnesso conduce all’inizio dell’asfalto.

Asfalto che, per quel che mi riguarda, dura pochissimo in quanto poco prima di Bocca Paolone incontro il bivio per il Passo della Fobbia che conduce direttamente a Piovere di Tignale, senza fare tutto il giro dalla Costa di Gargnano come feci lo scorso anno. Anche questa è, per me, una strada nuova. Da subito si capisce che il paesaggio e il manto stradale sono decisamente cambiati. Sono sotto quota 1.000m la ghiaia delle strade militari scavate nella roccia lascia il posto alla terra battuta scavata nel fitto bosco, di tanto in tanto qualche piccola radura seganala la presenza di una malga. Io scendo piano, sia per prudenza, sia per non sollevare troppo fango da dietro.

Quando la pendenza si fa troppo impegnativa la strada viene cementata per agevolare la risalita dei mezzi, io ne sono felice perché l’aderenza migliora decisamente.

In circa cinque chilometri perdo quasi 600m di dislivello e mi ritrovo, oltrepassato Piovere, al bivio della provinciale Tignalga da cui ero risalito stamattina. Discesa impegnativa, soprattutto per le mani, ma la bellezza del fitto sottobosco, i continui guadi sui torrenti carichi di acqua dei temporali scorsi, mi fanno dimenticare quel poco di sofferenza articolare che mi hanno procurato. Al solito dalla provinciale mi stacco per non entrare sulla ss45 ed attraverso la “hidden road” mi ricongiungo alla vecchia gardesana.

Oltrepasso la frana, che quest’anno è decisamente peggiorata, e ne approfitto per fermarmi sul tornante a contemplare il lago mentre mangio un’ultima barretta.

Riparto, a Gargnano rientro in statale. Oggi, a differenza della settimana scorsa, in cui il ponte aveva portato numerosi turisti con le immancabili code sul lago, la strada è praticamente vuota. L’orario certo aiuta sono quasi le 12.30. Decido di rimanere sulla gardesana per accelerare i tempi di rientro, ma niente, all’inizio di Gardone Riviera, dopo circa 10km sono già ampiamente “stufo” e decido di concedermi almeno il passaggio per Gardone sopra, ripercorrendo le antiche strade di Gabriele d’Annunzio. Un paio di fotografie ad una bellissima piscina e ad una villa incredibile poco prima di Morgnaga giustificano ulteriormente la piccola deviazione.

 Rientro in statale all’altezza del centro di Barbarano, ma solo per un chilometro, allo svincolo tengo la destra ed entro nella mia amata città natale. Le Zette, la Valtenesi, al solito, mi riportano a casa, ma stavolta ho un piacevole imprevisto poco prima della rotonda di Polpenazze a due soli chilometri dall’arrivo: una Citroën 2CV Charleston (me lo ha spiegato il mio amico Carlo, per me era un Dyane) mi sorpassa.

Un’ultima ciliegina su una torta riuscita perfettamente, grazie anche agli “upgrade” della mia LinaBatista. (⇔101,2km  /  ⇑ 2.360m  /  τ: 5h59’30”)

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Monte Puria (Cima Piemp, Passo Segable, Passo Puria, Passo della Colomba, Passo Fobbia)

MontePuria

Videogallery: Video integrale 8’45” (prendetevi il tempo e guardatelo merita davvero♥)

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Cima Rest da Passo Scarpapè

Domenica 18 agosto, sono da poco passate le sei del mattino quando cavalco la mia AliMat per una nuova escursione sulle strade ghiaiose dell’alto lago. Subito lo spettacolo della luna che appare come una lampadina in alto nel cielo mi mette di ottimo umore.

Mi dirigo con una certa rapidità verso Gargnano, la temperatura, a quest’ora, è ottima  anche nel torrido Ferragosto. Inizio a salire verso Navazzo, il sole è ancora nascosto dietro il monte Baldo anche se la sua luce rischiara ampiamente tutto il paesaggio. La luna sta calando, ma prima di scomparire definitivamente mi concede un ultimo regalo all’uscita di uno dei tanti tornanti della salita: io, lei ed il monte Castello.

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Arrivo a Navazzo dopo poco più di 1’30” di pedalata. Oggi, per me, la salita è ancora lunga, svolto a destra e prendo per Costa di Gargnano, mi aspettano ancora dieci chilometri tra salita e qualche breve discesa. Appena lascio il versante che si affaccia sul lago per entrare nelle valli l’aria si rinfresca, 14°C la minima. Sono le otto e mezza quando, alla fontana prima di Costa, mi fermo per riempire le borracce e mangiare un poco. Sto per entrare nel vivo del giro odierno, mi attende la salita a Bocca Paolone (947m) e Passo della Colomba (1.109). La prima parte della salita è tutta asfaltata (2,5km) ed è anche relativamente facile (8% – 12%), dall’ultimo chilometro inizia lo sterrato, la pendenza resta sopra il 10% con dossi a 15%.

Io fatico, stamattina la gamba non gira come dovrebbe e sui dossi molto sconnessi faccio molta fatica, sul più impegnativo sento che anche la bicicletta perde aderenza e per sicurezza scendo e lo oltrepasso a piedi. Sono alla Colomba, ora la strada si muove pressoché piana fino al passo d’Ere (1.131m) immersa nel fresco ed odoroso bosco. Mi passano due biker, ci salutiamo, vanno leggermente più veloce di me, ma fino a quando il fondo è compatto non guadagnano molto. A Passo d’Ere il bivio, a destra si prosegue per Passo Segable e Cima Piemp, che avevo percorso a ritroso solo un mese fa (Andata Gardesana, ritorno creste!), a sinistra prosegue per Passo Scarpapè, la parte nuova del mio itinerario che mi porterà a Cima Rest. Da subito lo scenario si fa incantevole e suggestivo con rocce e pareti scoscese. Presagio di un’altra ottima scelta di percorso. Poco pù avanti la vista si apre su un ampia e vertiginosa parete sovrastante la strada. Uno spettacolo quasi dolomitico, oserei dire, e la strada si perde all’interno di una galleria militare, di pregevole fattura.

Sono letteralmente estasiato, all’uscita della galleria mi devo fermare per scattare anche alcune fotografie di questo luogo (a lungo sono stato indeciso se usare questa come didascalica del giro).

Riparto, raggiungo lo Scarpapè, vedo i due bikers che stanno già affrontando i tornanti del Passo di Puria per raggiungere Cima Rest o il Tombea. Mi fermo al bivio, dovrei salire anch’io, ma non mi sento pimpante e decido di non rischiare, prendo a sinistra la mulattiera che scende a Cadria e poi risalirò a Cima Rest dalla strada. So, per informazioni prese, che questa via è un po’ abbandonata, quindi non escludo di dover farne pezzi a piedi, ma resta il fatto che sarà tutta in discesa. All’inizio il fondo è discreto, dal momento che la mia bici non è una mtb scendo con cautela. Si  intuisce subito che questa strada non viene più utilizzata da mezzi a quattro ruote già da molto tempo in quanto, dove ha potuto, la vegetazione si è mangiata parte della sede stradale.

Il percorso, dal punto di vista paesaggistico, è fantastico: un susseguirsi di entrate ed uscite dal bosco con ampie vedute sulla valle del Droanello. Purtroppo spesso sono costretto a concentrarmi solo sulla guida. Ad un tratto un grosso albero, caduto sicuramente durante la tempesta Vaia di quest’autunno, blocca ancora la strada. Ciò avvalora la tesi che oltre ad escursionisti e ciclisti di qui non passa ormai più nessuno da tempo. Lo scavalco e proseguo. Giungo ad un fitto bosco di alti pini silvestri che creano un’ansa su cui la mulattiera si appoggia con ripida discesa. Fermata fotografica obbligatoria, ma, soprattutto, il soffice letto di aghi che copre tutto il sentiero mi indica che per le mie Gravelking slick da 1’50 questa discesa a 20% non è il massimo e quindi la percorro a piedi per non scivolare direttamente a Cadria “culo a terra”.

Cinquanta metri e sono di nuovo in sella, manca oramai poco ai primi alpeggi, la mulattiera è tornata ad essere una carrareccia, segno che è ancora utilizzata da veicoli a quattro ruote. Attraverso il primo alpeggio e vedo in lontananza il borgo di Cadria.

Per un chilometro e mezzo entro ed esco dalle radure fino a quando mi ritrovo davanti ad una sbarra, così mi spiego come mai il sentiero a monte degli alpeggi è lasciato al suo destino. La oltrepasso ed una parete strapiombante fa da cornice ad uno splendido fontanile, quale luogo migliore per una sosta “merenda di metà mattina”!

Riparto, attraverso Cadria, è strano arrivare da sotto, ritorno su asfalto e risalgo verso Cima Rest, circa tre chilometri e mezzo e sono arrivato, ma oggi è il giorno in cui, per la prima volta, voglio raggiungere il celebre osservatorio astronomico. Quindi proseguo sulla cementata, un’altro chilometro (pendenza media 5% max 19%) con il solito muretto di un centinaio di metri prossimo a 20% di pendenza. Giunto all’osservatorio mi scateno in una sessione fotografica. La giornata sufficientemente limpida, il panorma sul crinale dei monti Tombea e Caplone e gli splendidi e numerosi cespugli di cardi fioriti mi ripagano ampiamente delle fatiche odierne.

È quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e con tutta calma consumo il mio pranzo contemplando i monti della Valvestino. Oggi non ho fretta, ho la giornata per me. Dopo una ventina di minuti circa riparto ed inizio la fase di rientro. Scendo prima verso Magasa  e poi verso il lago di Valvestino. All’altezza del vecchio mulino ad acqua di Turano, ora trasformato in museo degli antichi mestieri (link a VisitValvestino), scendo dalla strada per costeggiare il canale e fermarmi davanti alla costruzione per qualche fotografia.

Nuovamente in sella, costeggio il lago di Valvestino, me lo godo tutto, l’aria oramai è calda, ma non afosa. Oltrepasso la diga ed arrivo alle porte di Navazzo da nord, devio a destra ed entro in zona industriale, scenderò dal famoso “sentiero delle Camerate” una carrareccia ghiaiosa, cementata solo laddove la pendenza si attesta attorno a 20%. In questo modo arrivo dritto nella valle del torrente Toscolano, che in questi luoghi scava un vero e proprio canyon. Scendo con cautela, sia perché è la prima volta che la percorro, sia per le ripide e scivolose pendenze.

Anche qui il paesaggio è di sicuro spessore, il monte Pizzoccolo mi sovrasta imperioso e la forra del torrente Toscolano e di una incredibile bellezza. Arrivo alla fine della discesa e mi immetto nella valle delle cartiere. Mi fermo sul vecchio ponte che portava al palazzo Archesane ed alla valle di Campiglio per uno shoot fotografico. Sotto di me, vacanzieri in costume si rinfrescano nelle gelide acque del torrente che qui forma una grande ansa con piccole spiaggette ghiaiose. In questa forra la temperatura all’ombra è ancora di 25°C nonostante sia già l’una passata.

Sono sceso fino a 250m s.l.m. ed ora devo risalire un po’ per arrivare al borgo di Gaino, da dove riprende la strada asfaltata. Un pizzico di tristezza mi pervade nel lasciare lo sterrato, la parte migliore del giro è alle mie spalle. Davanti ho ancora la splendida discesa con vista lago dalla balconata di questa frazione e poi la gardesana. Sono le  due del pomeriggio quando attraverso Salò, la mia città, brulicante di turisti e bagnanti. Oltrepasso le Rive, inizio a salire le Zette, guardo il lago, il golfo e mi scatto un “selfie on-action”.

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Un degno suggello per questo fantastico nuovo itinerario percorso in virtù delle ruote cicciotte (⇔:115km — τ:6h46min — ⇑: 2.536m — T:14°C/35°C).

Grazie AliMat!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Bocca Paolone, Passo Scarpapè, Cadria, Cima Rest, Lago Valvestino, Camerate

Videogallery: Video YouTube con commenti (5’33”)

Video YouTube versione integrale (7’23”)

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Pedalando sulla neve!

Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.

Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.

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Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.

Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.

Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.

Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.

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Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.

Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.

La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.

Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.

Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.

Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.

Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.

I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.

Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.

Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.

Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.

So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!

Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.

Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.

Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.

Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.

Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!

Valvestino innevata

Dettagli su Strava: Cicloturisti!@ Valvestino innevata ❄️❄️❄️🏔️

Videogallery: Video integrale 7’42” (guardatelo, i paesaggi meritano davvero)

Photogallery:

La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

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Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa. 

Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo.Eremo San Michele Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?

L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.

Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.

Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.

Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico. 

Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male. 

Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse. 

E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!

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Dettagli tecnici Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ StradaDellaForra, PassoNota, StradaDegliEroi, Vesio, Eremo S.Michele, Tignalga

Videogalery: La Forra, Passo Nota, gli Eroi, Eremo (12’30” integrale) Guardatelo merita!

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Andata Gardesana, ritorno creste!

Sabato 20 luglio, finalmente, l’altro ieri sono arrivate anche le ruote “cicciotte” per la AliMat, perché, come detto (AliMat), il progetto prevede che questo telaio possa essere usato anche su strade bianche utilizzando dei cerchi da 27,5”. Ieri lo ho collaudato ed oggi posso inaugurare questi nuovi cerchi DT in alluminio montati dalle sapienti mani di Davide Coato con copertoni da 40mm di larghezza solo leggermente zigrinati e con il nuovissimo pacco pignoni Chorus 12v con il 34 finale. Questo mi consente di utilizzare il rapporto 1:1 come più leggero che unito alla minor circonferenza della ruota (2.055mm contro i 2.135mm delle ruote stradali) mi porta ad avere virtualmente un 34×35,5. Con questa agilità non dovrei aver problemi, fatica a parte, sulle cementate fino al 20%. Alle 5.44 parto in direzione alto lago per un giro che ho in mente da più di un anno. Immancabile passaggio dal lungolago di Salò con sosta fotografica alla suggestiva alba ed alle mie nuove Lake purple custom.

Proseguo veloce verso Maderno (sosta fotografica),

Gargnano e mi infilo nella vecchia ciclabile, nella lunga galleria aperta i graffiti aumentano ed io li immortalo mentre pedalo.

Mi ricongiungo alla SS45bis e scendo lungo la prima galleria che porta al Prà della Fam, raggiungo i 60km/h, con il 50×11 sono abbondantemente sopra le 110rpm, ma, ciò che conta, la bicicletta è estremamente scorrevole e tiene la velocità anche interrompendo la pedalta. Ottime ruote ed i copertoni slick, nonostante la dimensione generosa, gonfiati a 3,5bar scivolano veloci sull’asfalto. Prima prova superata, vedrò poi come si comporteranno sullo sdrucciolo. Uscito dalla galleria svolto a sinistra per Tignale, non sono ancora le 7.30 ed io abbandono la statale, non la utilizzerò più per tutto il giro! Salgo verso Cima Piemp, la giornata è afosa e umida, il cielo è biancastro, mi fermo comunque al Belvedere di Tignale per un paio di fotografie didascaliche.

Risalgo sulla specialissima e attraverso il borgo, inizio la parte più impegnativa della salita (Cima Piemp). Piacevolmente stupito constato che numerosi tratti sono stati riasfaltati di recente. Sotto le mie ruote si alternano segmenti di asfalto vecchio granuloso, di asfalto nuovo e scorrevole e di cemento “pettinato” quelli più arcigni.

Io salgo con calma, senza sforzare troppo, quello che mi attenderà dopo è una novità e voglio avere la gamba il più fresca possibile. Prima delle 9.00 sono a Cima Piemp, la vista è completamente offuscata dall’afa, si fatica a vedere persino Tignale più sotto di cinquecento metri. Mi fermo, mangio un paio di barrette, bevo e scatto qualche istantanea.

Sono pronto per lo sterrato, decisamente eccitato per il nuovo percorso ed anche un poco timoroso per la mia scarsa capacità di guida sullo sdrucciolo. La strada è quella che collega Cima Piemp alla Costa di Gargnano attraversando passo d’Ere (1.130m) e bocca Paolone, strada una volta percorribile anche in automobile, ma ormai interdetta al traffico veicolare tranne che per i frontisti. In principio la carreggiata è molto ben battuta e pianeggiante, facile da percorrere.

Dopo un paio di chilometri la piazzola di atterraggio per l’eliambulanza ricavata su una curva a gomito mi costringe ad una sosta fotografica.

Riparto sulla destra la montagna presenta dei fori di gallerie risalenti alla prima guerra mondiale, dopo averne oltrepassati alcuni decido di fermarmi e di entrare per una ripresa utilizzando come torcia il fanale della bicicletta.

Sono gasato, il giro mi sta regalando ancor di più rispetto alle mie aspettative, che erano già alte. Poter percorrere strade nuove con la mia bici da strada riadattata a ghiaiosa è fantastico!

Riparto e dopo il terzo chilometro di sterrato la strada si inerpica di fronte a me, il terreno diventa molto sconnesso con la presenza di numerosi grossi sassi su cui la mia ruota anteriore tende ad impuntarsi. Prima di scendere alla velocità limite di equilibrio sgancio il pedale e decido di proseguire a piede per un piccolo tratto. Succede ancora due volte, sempre per brevi tratti prima di oltrepassare cima delle Carbonere (1.180m altitudine max) ed iniziare la discesa a passo d’Ere.

In un chilometro circa scendo poco più di 100m con un paio di stretti e sdrucciolevoli tornanti (pendenza sopra il 12%) che mettono a dura prova le mie scarse capacità e la geometria prettamente “corsaiola” della mia bicicletta. Dall’incrocio di passo d’Ere si diparte anche la strada per passo Scarpapè che porta ai piani di Rest, ne percorro una ventina di metri per capire com’è.

Ritornato sui miei passi riprendo la strada per Costa, ora per un paio di chilometri la discesa è meno ripida all’interno del bosco e con fondo migliore ed io riesco a gustarmela meglio. Torno nuovamente su sterrato mosso e con pendenza sopra a 10% nell ultimo tratto che mi conduce nuovamente verso l’asfalto.

Un altro chilometro circa e sono a bocca Paolone dove è posto un altro bivio con una strada sterrata che conduce alle malghe di Droane. Io, invece, proseguo su asfalto. Giunto a Costa mi fermo a riempire le borracce, ormai vuote, alla fontana del borgo. Mangio e riparto, mi attende un po’ di comodo asfalto, anche se di traffico per arrivare a Navazzo so già che non ne troverò. Il cielo si è tinto un poco di azzurro e le fotografie vengono un pochino meglio.

A Navazzo lascio la provinciale che sale in Valvestino per svoltare a sinistra nella zona industriale, scavallo cima Mezzane e scendo lungo la cementata che porta dritta a Gaino. Sapevo dell’esistenza di questa strada e sapevo anche delle sue pendenze assurde, per questo non l’avevo mai percorsa con la bicicletta da corsa nonostante fosse tutta cementata ed asfaltata. Oggi con gomme da 40mm gonfie a 2.5atm e freni a disco ho sicuramente un mezzo molto più idoneo ad affrontare questo chilometro in discesa con pendenza costantemente attorno al 20% e soprattutto con ripetuti passaggi sui terribili scoli d’acqua trasversali. Anche questa prova è superata egregiamente da AliMat. Oltrepasso Gaino e scendo in quel di Toscolano, ma quando sono a meno di venti metri dalla Gardesana svolto a destra sul vecchio ponte di pietra, scavalco il torrente e risalgo verso Maclino. Poco più di due chilometri di salita con pendenze tranquille e sono nell’abitato, seguo a sinistra per via per Bezzuglio.

Subito la strada diventa sterrata con le due strisce di terra tipiche delle vie di campagna, scendo fino a guadare il torrente valle di Bornico ed inizio a risalire verso Bezzuglio, come mi era stato detto mi trovo di fronte un’altra cementata terribile; solo un centinaio di metri, ma stavolta la pendenza è del 25%, la gomma tiene, il 34 posteriore mi aiuta ed io salgo. Dopo i primi cento metri mi accorgo che davanti a me la strada sta per divenire nuovamente sterrata, mi affretto a sganciare il pedale e salgo a spinta. Non ci sono alternative per affrontare quella pendenza su sterrato con i miei rapporti. Anche il primo tratto di discesa è particolarmente ripido e pieno di sterpaglie e mi costringe ad un altro tratto a piedi, la strada torna nuovamente cementata ed io rimonto in sella ed entro nel borgo di Bezzuglio.

Lo adoro, piccolissimo, tutte case di mattoni a vista ed ognuna con una bellissima bouganville fiorita che sale fin sopra i tetti. All’uscita dal paese scelgo la strada più facile per arrivare a San Michele, cioè quella che passa per Tresnico.

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È quasi mezzogiorno quando arrivo in cima. Mi fermo alla fontanella e faccio la mia pausa pranzo. Dopo un’quarto d’ora riparto alla volta di Serniga, sfortunatamente i lavori sul ponte del torrente Barbarano (perennemente asciutto tranne che durante le forti piogge) non sono ancora ultimati come avrebbero dovuto e la strada è completamente bloccata. Neanche in bicicletta si riesce a scavalcare. Di tornare indietro fino a Gardone sopra non se parla proprio, per cui risalgo una sterrata che partendo dal ponte costeggia la riva destra fino a trovare un sentiero che scende nel letto del fiume. Bici a spalle e ritorno verso il ponte tra i grossi massi del secco alveo. So che sulla sponda sinistra, ora alla mia destra, c’è un azienda agricola, presumo che anche da lì ci sarà un sentiero che scende fino al torrente. Infatti dopo un centinaio di metri scorgo le sagome colorate di una decina di arnie, risalgo nel prato e tramite la strada sterrata ritorno sulla comunale per Serniga. Oltrepasso il Conventino, oggi la vista sul lago non è un granché, giungo al bivio per la discesa, ma la vocina nella mia testa mi esorta ad un fuori programma e così in poco meno di dieci minuti mi ritrovo di fronte alla chiesetta di San Bartolomeo che domina il golfo della mia Salò. Qualche foto di rito, una barretta e scendo verso la mia città natale.

Giunto in centro decido di completare il ritorno sfruttando la ciclabile di Campoverde-Villa che mi conduce all’innesto con la ciclabile della Valtenesi.

Per la verità il tratto che da Villa sale ai laghi di Sovenigo è promiscuo con i veicoli a motore, anche se ad ogni mio passaggio non ne ho mai incontrati più di due; inoltre la pendenza iniziale intorno a 15% e i successivi tratti sopra a 10% la fanno sconsigliare a tutti coloro che non hanno un minimo di allenamento. Raggiunti i laghetti decido di proseguire sulla ciclabile, da qui verso Polpenazze in alcuni tratti è molto sporca e piena di sabbia tracimata sull’asfalto durante gli ultimi temporali, ma oggi ho le gomme “cicciotte” e vado tranquillo. A Mura di Puegnago, distrattamente manco una svolta a destra e rientro sulla provinciale, ma decido di riprendere la ciclabile prima di Polpenazze, proseguo in direzione di Castelletto, l’obiettivo è di scendere direttamente all’incrocio con il residence dei miei suoceri attraverso via Rero e Via Capra.

Sono entrambe sterrate, ma soprattutto vengono ormai utilizzate solo dai trattori dei contadini, per cui in alcune parti sono praticamente inesistenti. Riesco a farle in sella semplicemente perché sono in discesa, ma rischio più volte di perdere l’equilibrio a causa di grossi massi dispersi sulle due scie di terra. Arrivo. Missione compiuta, dall’incrocio per Tignale in poi non sono più rientrato sulla statale o su strade trafficate. Ottantatre chilometri stupendi attraversando i luoghi della Grande Guerra, percorrendo cementate dalle pendenze impossibili, guadando torrenti in secca, e camminando, laddove era necessario, grazie alle mie nuove Lake con battistrada in gomma da mtb, ma con suola interna in carbonio che mi ha garantito la rigidità di una scarpa da corsa quando c’era da spingere. AliMat, cosa dire di lei? Prova superata a pieni voti ed ora pronti per un nuovo itinerario ghiaioso sulle sterrate della Grande Guerra dell’alto lago!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Cima Piemp, Passo d’Ere, Costa, Maclino, Bezzuglio, S.Michele, S.Bartolomeo, Laghi Sovenigo

Videogallery: Andata in Gardesana, ritorno da Cima Piemp sulle creste (video integrale 6min circa)

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È nata AliMat!

Once upon a time… Nel settembre del 2018 si tenne il festival della bicicletta di Rimini. Il Mog vi partecipò per presenziare allo stand dell’azienda di abbigliamento che rappresentava (GSG Cyclingwear). Girando e curiosando per gli stand si imbattè in Michele, un suo vecchio amico, nonché telaista di fama internazionale. Già perché le FM-bike hanno oltrepassato l’oceano trovando distribuzione negli Stati Uniti con il suo cognome FAVALORO. Subito i due iniziarono un’intensa conversazione su mercato, strategie, scenari futuri per telai e biciclette. Poi, d’improvviso, Michele se ne uscì con un: “Ma perché non ti fai un nuovo telaio in acciaio, visto i percorsi che tracci!” Il Mog replicò: “Ho già il titanio!” – poi aggiunse – “Se mi fai un telaio da strada per disco con i passaggi ruota anche per un 650B X 38 che sia proporzionato ne parliamo. È un’idea che avevo già in mente da un po’; una bici e due coppie di ruote per andare ovunque”. Colpito e affondato! A Michele si illuminarono gli occhi: “Certo che posso farlo!” Passarono i mesi, fretta non ce n’era, i due si vedevano in officina e disquisivano. Quando, alla fine di novembre, il Mog entrò in officina con la sua Lynskey, una forcella Enve disc nuova acquistata da un altro amico Michele (il Bedo di Spaccabici) e un copertone 650B X 40. Il Mog esordì: “Prendi queste misure, io qui ci sto come in poltrona e poi mi allarghi il carro posteriore, ma non oltrepassare i 420mm di lunghezza che deve rimanere principalmente una bici da strada.” Come fosse facile! La risposta di Michele? Vi ricordate Frankenstein junior con Gene Wilder: “SI PUÒ FAAAAARE!” Passarono le festività natalizie e finalmente a febbraio si completò la serie di nove tubi.

Michele dovette, però, partire per gli Stati Uniti per esporre al NAHBS di Sacramento. Fretta non ce n’era. Si arrivò a Pasqua ed i tubi furono tagliati, messi in maschera, saldati e sabbiati. Il telaio c’era, ora bisognava verniciato.

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Ma quale tinta di viola volle cercare il Mog? Nel frattempo il sopracitato aveva sguinzagliato un altro artigiano D.O.P. per le sue due coppie di ruote. Era un altro amico e cliente il celeberrimo e stimatissimo (chiedere Yuri Ragnoli e tutto il Team Scott) Davide Coato di CYP wheels. Mozzi posteriori Powertap con misuratore di potenza, anteriori Bitex, cerchi carbon da 30mm tubeless per la strada e alluminio basso profilo tubeless per la ghiaia, raggi Sapim Cx. Ora era il momento di sollecitare anche lui per la consegna. A metà maggio il telaio ritornò nell’officina di Michele pronto e verniciato. Subito il Mog accorse per vederlo: bello, elegante e fine.

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Iniziò l’assemblaggio con un meraviglioso Campagnolo Record 12v, ma non idraulico. Nella sua follia, il Mog volle le impugnature tradizionali, più confortevoli a detta sua, mah! Fu così che vennero montate delle pinze Juin Tech semi idrauliche, su consiglio di Fabio (NovoBike), cioè con tiraggio a cavo e pompaggio a liquido.

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Sembrava tutto pronto, ma mancavano le ruote per le regolazioni dei cavi. Qualche giorno più tardi, dopo forti pressioni, arrivò il messaggio WhatsApp di Davide, perlomeno le ruote da corsa erano pronte. Il Mog si precipitò in quel di Besozzo (Va) per ultimare il suo mezzo. I due, aiutati dalle sapienti ed esperte mani del papà di Davide, sudarono le proverbiali sette camicie per avere ragione dei Gp5000TL che, incautamente, il Mog aveva scelto di usare. Tornato in quel di Brescia il Mog terminò le regolazioni e si apprestò a nastrare il manubrio, ma, imprevisto finale, il nastro non c’era più in garage. Eppure il Mog era sicuro di averlo! Che fare? Ormai l’ora era tarda, ma di amici sparsi per la Lombardia il Mog ne aveva tanti ed il più vicino era Fabio, (Cicli Gandolfi) in città, a meno di due chilometri. Detto fatto, nastro preso e montato! Ora, dopo nove mesi di gestazione, AliMat era nata!img_20190529_1902112079253080716139699.jpg

Sono le 5,53 di giovedì 30 maggio, quando per la prima volta aggancio la mia scarpa ghiaiosa al nuovo pedale Ritchey da strada, quello che mi consentirà di usare scarpe da MTB per camminare in tutta tranquillità nelle mie escursioni ciclofotografiche. L’emozione c’è non lo nascondo, tanti dubbi, anche. Questi freni ibridi funzioneranno o non avrò abbastanza corsa dalle mie leve Campagnolo? L’assetto sarà quello giusto? Se in discesa non ho fin da subito quel feeling di sicurezza che ebbi con la Lynskey? Il nuovo manubrio ergonomico Cinelli saprà soppiantare la mia curva More 3T che mi accompagna da più di dieci anni (ne ho prese tre senza mai voler cambiare modello)? Mentre penso e mi arrovello sono già sui tornati della panoramica. Obiettivo arrivare a Landscape, il km 6 della Maddalena da cui scatto spesso le foto. In salita AliMat va bene, il cambio preciso e perfino silenzioso per essere un Campagnolo, ma in fondo a me un po’ piaceva quel suo essere ruvido. Arrivo, mi fermo, foto didascalica e giù in discesa, frenerò?img_20190530_0625513322456011111248091.jpg Sì frena, è strano, morbida, progressiva, senza bloccare eppure intensa, ma sono le prime frenate, le pastiglie ancora nuove, forse bisogna rodarle un po’. Oltrepasso i 60km/h, che per me è quasi una follia, e freno deciso. Sono in piazzale Arnaldo, ora AliMat, dopo la Madda, deve conoscere il Castello, altro luogo che frequenterà tantissimo in allenamento e non. Mi alzo sui pedali e spingo, passo i 500watt, si attiva la registrazione automatica del mio Xplova X5evo.

Entro in Castello e salgo al ponte levatoio della fortezza, luogo dove ho deciso di fare lo shooting fotografico alla mia nuova bicicletta.

Rientro a casa, per l’ordinaria amministrazione pre-scuola. Sto già pensando all’indomani, AliMat deve conoscere anche via Monte della valle, ma, soprattutto, il Colle San Giuseppe, quella salita che mi ha fatto innamorare del ciclismo. Venerdì 5,54 del mattino, riparto in direzione di Costalunga dove è sito il temibile strappo di Monte della Valle, 700m con pendenze spesso sopra il 14%. Oggi sono più rilassato e me la godo di più, salgo, ridiscendo, mi dirigo verso il colle. Pronti via, un po’ sui pedali, un po’ seduto, per provare le varie posizioni sul manubrio. In salita è tutto a posto, passato l’esame a pieni voti. Giunto in vetta non posso che fare un altro shooting fotografico davanti alla cancellata chiusa del castello Malvezzi ed al bellissimo roccolo lì vicino.

Inizia la discesa, il primo rettilineo è lungo, con buona pendenza, ma soprattutto senza incroci o passi carrai, mi lancio, AliMat scende veloce e ferma, sembra piantata nel terreno. Io supero, per la prima volta da anni, i 70km/h (70,3😂).

Vicino al tornante inizio a frenare, non rischio, ma la frenata mi piace sicura e progressiva (io non sono un discesista, quindi questo commento vale meno di zero). Sono quasi in ritardo, per cui “dritto per dritto” attraverso Mompiano e torno a casa, felice e soddisfatto.

Grazie Alice e Matteo per avermi dato la scusa, con i vostri nomi e date di nascita, per creare un terzo telaio personalizzato! Grazie a Michele e Davide per la realizzazione, ma anche a tutti i miei amici/clienti che hanno partecipato, supportato o sopportato questo mio progetto. Restate connessi perché non è ancora finita, qualcosa di strano deve ancora uscire dalla pentola!

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Piani di Vaghezza ed il disastrato bosco di Bongi

È sabato 17 novembre, mi alzo con propositi piuttosto bellicosi. Ad eccezione di un giro da 80km, è dalla BresciaGravel di metà settembre che, per svariati motivi, non riesco a realizzare un bel lungo. Le previsioni danno, per oggi, una bella giornata soleggiata e fresca; proprio quella che serve a me. Appena alzato guardo fuori dalla finestra della cucina in direzione val Trompia, vedo nuvoloni scuri muoversi nel cielo prima dell’alba. Mi sposto in soggiorno guardo verso il monte Maddalena e lì il cielo è molto più libero, nuvoloni bianchi stanno diradandosi per lasciar spazio al sorgere del sole. La temperatura esterna è di 5°C, opto per salire verso le Coste, da lassù capirò quale ispirazione scegliere. Sono le 7.32 quando inizio a pedalare, il mio gps conferma la temperatura del termometro sul davanzale. Faccio girare veloce le gambe per produrre calore e far andare i muscoli in temperatura il prima possibile. Mentre risalgo la valle del torrente Garza controllo le nuvole in ogni direzione per capire quale sia l’itinerario migliore. Dopo un’ora esatta sono al valico e decido di scendere ad Odolo per poi proseguire in costa nella Conca d’oro attraversando Agnosine e Bione. In fondo alla discesa mi aspetta il temibile Groppo. Questa volta non per la pendenza, ma per la temperatura! In questo angolo di strada, perennemente all’ombra nei mesi invernali, si gela. La velocità della discesa unita al freddo intenso creano sempre qualche problemino a mani e piedi. Fortunatamente, subito dopo, inizio a risalire e ritorno velocemente in vista del sole che mi intiempidisce un poco. Le salite fino ad ora sono sempre state dolci e mi hanno consentito di scaldarmi senza sudare troppo. Il sudore in inverno è il mio nemico principale! Quando sei bagnato anche la più breve discesa diventa una ghiacciaia. Oltrepassato Bione devo salire al valico della Madonna della Neve per poter arrivare nella valle di Casto. La salita è breve, poco meno di un chilometro, ma la pendenza è costantemente sopra il 10% con due “strappetti” al 15%.Muro della MadonnaNeveIo la affronto con calma per sudare il meno possibile.

Arrivato in vetta inizio la ripida discesa del versante nord, completamente in ombra, subito il vento freddo si fa sentire. La temperatura scende a 3°C, fortunatamente al primo tornante c’è un punto panoramico ed oggi merita una sosta fotografica che divide in due la discesa.

Il cielo  diviene sempre più terso, ora dopo ora, e questo mi conforta. Il giro ora è chiaro nella mia mente. Da Casto risalgo a Mura, altra salita dolce di 6,6km con pendenza media 4%. L’idea è di percorrere la strada che da Mura porta al lago artificiale di Bongi attraverso un bellissimo bosco. Due settimane fa la terribile tempesta che si è abbattuta sul nord Italia ha lasciato i suoi segni anche qui. Alcuni grossi alberi sono caduti sulla provinciale che è stata chiusa al traffico. Spero che a distanza di quindici giorni perlomeno il passaggio in bici non sia precluso. Prima di uscire dal borgo, inizio a vedere i cartelli gialli che preannunciano la chiusura della strada in direzione Pertica Alta. Io proseguo, confido che, in un modo o nell’altro, sulla due ruote si riesca a passare.

Prima di giungere al valico, all’inizio del bosco, vedo alcuni grossi tronchi adagiati in modo composto sul fianco della strada. Oggi è sabato ed i lavori di pulizia della pineta sono sospesi, fortunatamente la strada è già stata ripulita. Dentro di me penso che, tutto sommato, il danno al bosco è molto contenuto, forse dieci o venti alberi in tutto. Passato il valico inizia la discesa verso Bongi, anche questa sul versante nord, freddo e umido. Lo scenario cambia subito ed ahimè in peggio. Ad ogni venatura della montagna cumuli di tronchi e rami si accatastano sui ponticelli della strada, decine di alberi sono piegati con le radici parzialmente esposte all’aria.

A metà discesa il sole di fronte a me fa capolino tra i rami spogli creando giochi di colore fantastici sul tappeto di foglie che ricopre il manto bituminoso stradale. Non posso che fermarmi per il primo shooting fotografico. La temperatura è scesa nuovamente a 2°C, ma questi paesaggi meravigliosi e la pace del luogo mi scaldano il cuore.

Riparto, alcune centinaia di metri e sono in vista del lago. Sotto di me, attraverso i rami spogli degli alberi, illuminato dal sole, sta il lago di Bongi con tutte le gradazioni del blu e con la montagna prospiciente riflessa splendidamente dalle sue acque ferme. Alzo lo sguardo verso la montagna e vedo l’eccidio di alberi provocato dalla tempesta. Non dieci, non cento, ma forse migliaia di alberi abbattuti dalla furia di Eolo.

Un panorama struggente quanto affascinante che ci ricorda, ancora una volta, che chi comanda è lei, Madre Natura, e noi siamo solamente suoi ospiti. Inevitabile una sequenza di fotografie ad immortalare questa strage di alberi.

Un gruppo di tre ciclisti sta scendendo da un sentiero verso il lago per poi risalire e venire verso di me. Utilizzano delle splendide “gravel” con borse da viaggio: chissà quale interessante percorso stanno facendo. Ci salutiamo con simpatia. Prima di partire un cartello cattura la mia attenzione e porta nuovamente il sorriso sulle mie labbra. In primavera dal lago centinaia di piccoli rospi partono per invadere tutto il territorio del bosco. Purtroppo, quando noi passiamo in bici la mattina, ne vediamo tanti spappolati a terra.

Il  comune ha così deciso di sensibilizzare tutti i conducenti di veicoli con quest’inusuale cartello. Giungo al termine della discesa e ritorno al sole imboccando la salita verso la frazione di Lavino. Tra lunghe soste fotografiche e discesa mi sono completamente raffreddato, la temperatura ha raggiunto il minimo di giornata a 1°C. Ora ripartire è un poco più complicato, il sole però mi aiuta. Dal lago fino ai 954m del passo del Termine ci sono quasi 6km di salita, intramezzati da due brevi discese di 250m e 500m rispettivamente.PassoTermineDaBongi Nei primi due chilometri la pendenza si attesta tra 8% e 10%, poco dopo il primo chilometro il muro di sostegno di una vecchia cascina è stato di recente dipinto con le figure di un gruppo di ciclisti, impossibile non fermarsi a fotografarlo.

Riparto, dopo le due corte discese, la strada ritorna a salire con pendenza 8%. Arrivo all’innesto con la provinciale per il passo Termine e giro a sinistra, un ultimo rettilineo di un chilometro mi separa dalla vetta, la pendenza torna in doppia cifra (11%). Scollino, senza indugio inizio a scendere, anche qui il bosco che mi sovrasta ha subito danni. Arrivo nella frazione Dosso di Marmentino devio a destra verso Vaghezza. Sì la meta finale di oggi sono loro, i piani di Vaghezza ad oltre 1.200m di altitudine. Li ho riscoperti solo questa primavera. Vi ero salito un’unica volta ormai quindici anni fa. Ricordo poco di quel giro, se non che era una giornata grigia e umida. Una volta giunto nel piazzale alla base dei piani, mi ero guardato intorno e non avendo notato nulla di interessante, causa anche il tempo bigio, me ne ero tornato indietro. Errori di gioventù, non ero ancora soprannominato Mog (master of Gps).

Al contrario, a maggio di quest’anno, in una splendida e fresca mattina una volta giunto nel piazzale ho fiutato che avrei dovuto salire ancora lungo le carrozzabili delle cascine per arrivare ai panorami fiabeschi. Da allora quella di oggi è la quinta scalata a Vaghezza, ma oggi con un clima quasi invernale, il fascino è sicuramente differente. Inizio la salita, da Dosso non è per nulla lunga, i piani distano poco meno di 4km.VaghezzaDaDossoL’erta di snoda tutta all’interno di un bellissimo bosco di pini, larici ed abeti. Il sole a Marmentino mi ha riscaldato e la temperatura è risalita fino ad 8°C. Ora nel passare nuovamente al lato nord della montagna, sotto la chioma protettiva dei pini, la temperatura crolla nuovamente a 2°C.

Per i primi 2,5km la pendenza si attesta a 9% con punta di 11% proprio all’inizio. Successivamente, poco prima del cartello di ingresso ai piani, scende sotto 4%. Per poco più di un chilometro continuo così, con il sole che fa capolino dietro ai pini e la strada che si snoda in falsopiano. Giungo al grande piazzale del parcheggio, da qui tenendo la destra mi infilo nella carrareccia che porta verso il vecchio traliccio dismesso dello skilift. Poco meno di 700m mi separano dal punto panoramico, ma sono i più duri.

A dispetto della pendenza media di 9%, questa stradina per lo più cementata nasconde al suo interno due temibili rampe sopra il 15% di pendenza ed un corto tratto in sterrato.VaghezzaCementata Sono ormai le 11.30 quando scendo di bicicletta “at the top”. Il sole è alto nel cielo ancora terso. L’aria frizzante (6°C), la vista a tutto tondo sui monti limitrofi, la pace e la tranquillità di un luogo poco frequentato, mi ripagano  ampiamente della fatica e del freddo accumulato. Mi dirigo verso il punto più alto nel prato per poter scattare delle fotografie panoramiche.

Ritorno alla mia Lynskey per mangiare qualcosa, poi decido di immortalare anche lei in questo luogo incantevole. Cambio i guanti ed aggiungo un anti-vento per la discesa.

Da qui a Tavernole ci sono più di 10km da percorrere e temo di avere freddo. Come esco dai piani ed inizio la veloce discesa del lato nord la temperatura ritorna a 2°C, nonostante sia mezzogiorno. Fortunatamente le cose cambiano nettamente una volta giunto a Dosso, dove mi fermo ad una fontana per bere e riempire la borraccia. Ci sono più di 10°C ed io tolgo l’anti-vento confidando nel sole. Faccio bene, nonostante la discesa tecnica e veloce non sento freddo, arrivo a Tavernole sul Mella e proseguo in direzione Brescia. Da qui la strada è sempre quella, percorrendo il più possibile le strade laterali per evitare la statale della val Trompia. Poco prima delle 13:30 sono a casa con 100km in saccoccia, ma soprattutto quasi 2.000m di dislivello, percorsi per le prime quattro ore e mezza ad una temperatura media inferiore a 5°C. Per me, che fino a due anni fa non sopportavo il freddo, un grande risultato. Piani di Vaghezza siete entrati di diritto tra le mie salite preferite!

Bongi,Vaghezza

PianiDiVaghezza

Dettagli tecnici su Strava:  Cicloturisti!@ Coste, Bione, LagoBongi, P.so Termine, Vaghezza

Cicloturistiforever!@PianiDiVaghezza

Videogallery:  Piani di Vaghezza (2’19”)

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Piani di Caregno

Domenica 25 novembre 2018, ore 7.37 del mattino; perché io mi ostini a partire così presto anche con temperature rigide non lo so, o forse sì. Sta di fatto che dopo i primi chilometri il termometro del mio gps si è acclimatato attorno ai 4°C e può solo peggiorare. L’itinerario prevede la risalita della val Trompia fino al confine con il comune di Marcheno. Oggi pedalo sulla LinaBatista, la mia “bici ghiaiosa”, già perché gravel in inglese significa ghiaia. Vogliamo mettere quanto sia più incisivo e veritiero parlare di “bici ghiaiosa” piuttosto che di “gravel bike”?!? Fortunatamente a quest’ora del mattino di un gelido giorno festivo il traffico automobilistico è pressoché inesistente ed io posso tranquillamente transitare sulla ex statale ss345 delle Tre valli. Con ritmo volutamente blando arrivo all’ingresso di Gardone. Alla rotonda, come sempre, tengo la destra sulla strada che costeggia il fiume Mella. Questo tratto di un paio di chilometri è sempre fresco ed umido, subito la temperatura scende a 2°C e l’umidità penetra nelle mie ossa. Fortunatamente la salita sta per iniziare. Attraverso il nuovo ponte sul corso d’acqua e mi ricongiungo alla ex statale, pochi metri e svolto a sinistra seguendo il cartello per i piani di Caregno. È passata quasi un’ora dalla mia partenza e finalmente inizio la scalata. Adoro la salita anche in inverno! Cerco di prepararmi per le discese con la borsa sottosella piena di intimo e antivento asciutti per poter scalare le montagne di casa anche nella stagione fredda. Caregno in realtà è una salita, relativamente nuova per me. Questa è la seconda volta che la affronto; dopo averla provata con Francesco a maggio del 2017. Anche allora la temperatura era freddina tra i 6°C ed i 10°C a causa di una pessima giornata di cielo coperto dopo un sabato piovoso. Oggi le previsioni danno ampie schiarite durante la mattinata ed io confido che in quota il cielo sia piuttosto limpido. CaregnoLa scalata è abbastanza lunga, sette chilometri, e per nulla banale, anzi direi di tutto rispetto con una pendenza media di 9,2% e punte di 15%. I primi 2,5km si snodano con frequenti tornanti lungo l’abitato di Magno, il paesaggio non è ancora un granché, la pendenza si assesta attorno a 8% con qualche breve strappo a 10%. Giunto in centro a Magno la prima rampa a 12%. Strappo breve, ma presagio che uscito dal paese non sarà più uno scherzo. Infatti dopo alcune centinaia di metri al 7% la strada si stringe assumendo la tipica conformazione delle vie di montagna. I tornati si fanno stretti, la pendenza è costantemente sopra il 10%. Ogni volta che l’occhio cade sul mio Xplova vede numeri tra il 10 ed il 15. Ora l’asfalto sotto le mie gomme “cicciotte” (700×38) sembra molle e appiccicoso, la velocità è ridicola. Tutto gioca contro di me, l’attrito dei copertoni larghi, i miei tre chilogrammi di troppo già messi su da quest’estate, e il pesante borsone sottosella per il cambio prima della discesa. Non sto certo salendo per fare il tempo, ma la sensazione è proprio quella di essere un “bradipo-missile”. Fortunatamente anche il paesaggio è cambiato, le case hanno lasciato il posto ai boschi e dai tornati posso vedere a sud la conca di Gardone ed a nord le Alpi.

Oltrepassati i 700m di altitudine su un tornante si gode di un ottima vista in entrambe le direzioni. Cosa curiosa anche più di un anno fa scattai una foto in direzione nord-est, verso il comune di Lodrino. Riguardando, la foto con più attenzione ed ingrandendola ho notato che il monte già innevato che si vede, non è altri che il Baldo! Mai avrei pensato di vederlo mentre salivo ai piani di Caregno.20181125111834_IMG_0367 Proseguo nella scalata e giungo all’ingresso dell’altopiano, oltrepasso il parcheggio e la trattoria “La fabbrica”. Da qui la strada diventa cementata, finalmente inizio a giustificare l’uso della ghiaiosa. Nel frattempo il cielo si è aperto ed il sole intiepidisce l’atmosfera. L’idea è di arrivare fino a dove inizierà lo sterrato fangoso. Ho studiato la traccia, esiste un bellissimo percorso che si congiunge a Pezzoro, ma dopo tutta la pioggia di ieri sicuramente oggi sarà un pantano.Caregno_cementata Il paesaggio ora è meraviglioso, sono a 1.000m di altitudine, da qui partono le escursioni al monte simbolo della val Trompia, il  Guglielmo, el Gölem in dialetto. Ovviamente mi fermo per un primo breve shooting fotografico, so che tornerò ancora da quella strada, per cui potrò scattare altre istantanee, forse con una luce migliore.

Il sole fa ancora un poco i capricci dietro ad alcune velature. Riparto, passo un’impegnativa rampa al 15% di duecento metri circa, svolto a destra e “sta il cacciator fischiando sull’uscio a rimirar”. Lo saluto, risponde con tono un poco burbero, ma si sa i montagnini sono così. Incrocio alcuni gruppi di escursionisti, ci salutiamo tutti. La montagna è anche questo, compartecipazione delle avventure ed escursioni altrui. La strada prosegue diventando a tratti ghiaiosa, salvo poi tornare cementata quando la pendenza supera il 10%. Ora il panorama che ho di fronte è decisamente cambiato, la visuale libera è quella verso nord. La neve è scesa in abbondanza ieri ed i giorni scorsi sopra ai 1.600m per la felicità degli operatori sciistici del Maniva che apriranno i loro impianti durante il ponte dell’Immacolata.

Io, intanto, mi godo questo panorama, dove all’azzurro ed al bianco di cielo e creste montuose fanno da contraltare i caldi colori pastello dei boschi autunnali. Mi fermo e fotografo, la strada cementata è ormai finita, ho superato quota 1.100m, da qui lo sterrato correrà in falsopiano fino al rifugio degli Alpini, ma io sento già la terra molliccia sotto al fogliame e l’orologio segna le 9.45, devo pensare al rientro.

A malincuore giro la bicicletta, ripasso davanti al cacciatore, come prima lo saluto, come prima lui abbozza una risposta. Mi fermo per altre fotografie nella conca creata sotto la vetta del monte Bifo e riparto.

Giunto al parcheggio all’inizio dei piani, mi fermo, una fotografia all’allevamento di cervi, una barretta, un sorso d’acqua, un intimo asciutto a fare da intercapedine sotto la giacca invernale, il gilet antivento ed un paio di guantoni invernali asciutti.

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Scendo senza mai acquisire troppa velocità per non raffreddarmi eccessivamente. Se all’andata il traffico veicolare era ridotto a qualche 4×4 di cacciatori che salivano ai piani, ora al ritorno, sono numerose le autovetture che salgono con a bordo coppie o famiglie. Arrivato a valle, mi fermo e cambio i guanti, la temperatura ora è di 7°C ed il pallido sole riscalda un pochino. Una ventina di chilometri mi separano da casa, come sempre, li percorro utilizzando strade secondarie e a tratti la pista ciclabile del Mella. Arrivo a Brescia. Manca poco alle 11.30. Piani di Caregno, salita intensa, che sa donare panorami spettacolari, da me colpevolmente poco conosciuta, ora diventerai meta fissa delle mie prossime scorribande ghiaiose.

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Piani di Caregno

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Monte Baldo e giro del Garda

Sono le 5.54 di sabato 8 settembre quando parto da Polpenazze per una nuova inedita salita, il rifugio Graziani sul monte Baldo salendo da Mori. Questa volta la traccia è già impostata sul mio gps; si tratta solo di seguirla e di confermare la bontà del tracciato scelto. Giusto il tempo di partire e l’irresistibile fascino della luna prima dell’alba mi costringe ad una repentina fermata.

Uno spicchio di luna è illuminato dal sole, ma il cielo limpido fa sì che il riflesso luminoso che la terra produce su di lei ne definisca tutta la circonferenza con un nitido anello. Spettacolo di rara bellezza che la fotocamera di un cellulare non riesce a cogliere appieno. Dentro di me penso che questo sia il segno premonitore di un giro solitario indimenticabile. Scendo le Zette verso Salò e mi affaccio al mio lungolago appena rischiarato dai bagliori solari alle spalle del Baldo. Lo osservo e penso: “Tra qualche ora sarò lì a percorrere il tuo crinale!”

Riparto e proseguo spedito verso Riva del Garda, cerco di tenere un ritmo regolare senza mai affaticarmi in modo da giungervi il prima possibile, ma abbastanza riposato. Dopo la consueta deviazione di Gargnano per evitare la prima stretta galleria mi reimmetto sulla statale, qui incontro un tirolese di Brunico che scopro sta andando ad affrontare la temibile Punta Veleno; già mi è simpatico! Discorriamo di itinerari e luoghi da visitare in bicicletta e, dopo aver attraversato la fantastica ciclabile di Limone, ci ritroviamo all’ingresso di Riva d/G. Lo saluto, per me è giunto il momento della prima sosta, sono appena passate le otto del mattino e faccio la mia prima colazione a base di barrette e fruttini.

Riparto, arrivo a Torbole, proseguo in direzione sud qualche centinaio di metri giusto per scattare un paio di istantanee didascaliche al monte Brione e al tunnel che porta l’acqua dell’Adige nel lago di Garda.

Ritornato sui miei passi seguo le indicazioni della ciclabile Torbole/Nago – Rovereto. Mi intrufolo nei vicoli acciottolati di Torbole e salgo con pendenza massima di 15% verso Nago.Su un curvone leggo la scritta “punto panoramico” che invita a salire alcune decine di gradini per giungere sulla sommità di uno sperone roccioso. Non esito, bici in spalla, salgo i gradini, arrivato in cima mi si offre uno splendido panorama di tutto l’alto lago, mi fermo contemplo e fotografo.

Ripenso al segno premonitore. Ritorno sulla rotta e salgo un lungo rettilineo al 12% con vista notevole sulla piana di Arco, alla fine del quale la strada si immette sulla statale per Rovereto, ma io inseguo i segnali della ciclabile e svolto a destra in centro a Nago. All’uscita del borgo la segnaletica mi porta in mezzo ai vigneti, si sale ancora un poco prima della dolce discesa verso Rovereto. Praticamente la ciclabile e costituita dalle strette stradine asfaltate dei vigneti collegate tra loro da veri e propri tratti di ciclabile costruita ad hoc.

Scopro che molti ciclisti in bici da corsa la percorrono per raggiungere il lago, in effetti data la difficoltà altimetrica del tracciato (da 65m si sale a 260m) non è esattamente idonea alle passeggiate con bambini piccoli. Anche questa deviazione si è rivelata una scelta vincente: zero traffico e paesaggio stupendo. Giungo alla periferia di Mori e svolto bruscamente a sinistra come indica il mio gps. Avevo trovato una strada alternativa per affrontare i primi chilometri che conducono a Brentonico in modo da evitare la provinciale sp3 che sale da Mori. Da qui il computer dice che mancano 20,5km ai 1.617m del rifugio Graziani. Il primo chilometro e mezzo sale lungo la montagna con pendenza tra 7% e 10%, arrivo nella frazione di Sano e capisco che dovrò faticare parecchio, il pendio del monte di fronte a me è completamente terrazzato a vigne, la strada che esce dal paese sale dritta come un fuso in mezzo ad esse.

Sono quasi 800m con pendenza media da Punta Veleno, il ciclo-computer segna più di 20% di inclinazione più di una volta e non scende mai sotto 15%.

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Su una curva più larga, intravedo lo spazio per fermarmi e poter ripartire, voglio immortalare questa strada e questo splendido paesaggio.

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Fortunatamente, da qui in poi, le pendenze della strada alternativa non saranno più così cattive, comunque quasi sempre attorno a 10%. Mi ricollego alla strada secondaria e poi alla sp3 proprio in procinto di entrare nel centro di Brentonico. Un piccolo saliscendi in paese mi consente di rifiatare un poco ed un incoraggiante cartello all’uscita del borgo con la scritta “pendenza 16%” mi fa subito ricordare che la salita al Graziani è nota per non essere una cosa semplice, bisogna conquistarsela! La strada è molto larga, in inverno è utilizzata per portare le autovetture degli sciatori a San Valentino dove ci sono i primi impianti, d’estate è preda delle automobili degli escursionisti che salgono al monte Altissimo e di un orda indescrivibile di motociclisti, soprattutto tedeschi. Forse sono più infastidito dal rombo dei motori che affaticato dalla salita che, comunque, continua a regalarmi splendidi panorami su Rovereto e sulla Vallagarina. Su un ampio tornante mi fermo all’ombra di alcune piante per fotografare il Baldo dal basso ed osservare la strada che devo ancora percorrere.

Ho percorso circa 8km di salita ed ho passato quota 800m da poco, la salita è ancora lunga. Riparto oltrepasso la piccola frazione di S.Giacomo, che scopro essere meta per lo sci di fondo, affronto una piccola discesa che mi fa perdere quasi cinquanta metri di quota, e riprendo a salire, d’ora in poi non ci saranno più tratti in contro pendenza per rifiatare.

Arrivo a S.Valentino e dopo l’innesto con la provinciale sp208 che sale da Avio la strada diventa stretta e si addentra in uno splendido faggeto. Ci siamo! Inizia la salita vera quella dai profumi e dalle viste di montagna. Alla fine del bosco la lingua di asfalto si fa largo scavando il suo percorso nella roccia, la similitudine con il tratto di gardesana che sale a Tignale mi viene spontanea. Mi fermo ancora per immortalare questo luogo di rara bellezza.

Riparto ormai ho oltrepassato i 1.200m e la vista si apre sugli alpeggi, sul monte Altissimo (2.078m), sulla cima Valdritta (2.218m) e su punta Telegrafo (2.200m), entrambe già attorniate dalle nuvole.

Una serie di tornanti mi portano al rifugio, la pendenza negli ultimi chilometri è sempre rimasta tra 7% e 10% a conferma che questa salita di venti chilometri è veramente tosta.

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Mi fermo davanti al rifugio giusto il tempo di qualche istantanea e di bere un “ciucciotto”.

Voglio arrivare il prima possibile alla bocca di Navene per poi scollinare il valico sotto a cima Valdritta. Conosco bene il Baldo (catena montuosa di origine vulcanica) la sua forma e, soprattutto, l’essere l’unico isolato rilievo sopra i 2.200m nella zona lo rendono un parafulmine eccezionale. Anche nelle giornate più terse durante la mattina l’umidità si accumula sopra le sue vette per creare temibili nuvoloni neri che dopo mezzogiorno possono dare luogo a temporali in quota. Arrivo a bocca di Navene, fotografo e mi gusto il panorama su Limone, sull’altopiano di Tremosine, sul monte Tremalzo e purtroppo distinguo perfettamente la macchia rosso bruna dell’incendio di due settimane fa in val di Bondo.

L’aria è frizzante sono sceso a quota 1.420m e devo risalire oltre i milleseicento metri in poco meno di quattro chilometri, preferisco ripartire subito e restare caldo, ma sarebbe stato fantastico soffermarsi a mangiare un panino proprio lì, al rifugio di bocca Navene, contemplando il lago. La strada sale dolcemente dapprima immersa nel bosco e poi sugli alpeggi assolati. Mandrie di mucche al pascolo, impreziosiscono il paesaggio, già di per sé incantevole, e allietano con il suono dei loro campanacci le mie orecchie. Io attraverso, mi fermo, osservo, fotografo, respiro e annuso il profumo di monte.

Il crinale e gli alpeggi del Baldo sono un vero spettacolo della natura è la tersa giornata settembrina li sta valorizzando appieno. Manca un chilometro al valico e la strada ricomincia ad incattivirsi sotto le mie ruote, la pendenza torna sopra il 10% con punta del 15% per poco più di cinquecento metri.

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È l’ultimo vero sforzo, poi sarà un infinita discesa fino a Peschiera d/G. Scollino, mi fermo su uno spiazzo ghiaioso, fotografo, mangio, indosso l’anti-vento senza maniche.

Sono all’ombra dei nuvoloni e la temperatura è scesa a 13°C. Il primo tratto di discesa è stretto, scavato sul fianco roccioso della montagna con pendenza compresa tra 13% e 15%. In queste condizioni di lugubre luce la strada intimorisce non poco. Passati i primi due chilometri di curve e contro curve il pendio roccioso lascia il posto a lunghi rettilinei immersi negli alpeggi, supero agevolmente i 65km/h, ma si sa il mio inconscio ha il limitatore di velocità inserito ed inizio a frenare. Le braccia e le mani iniziano a sentire il fresco nonostante sia tornato al sole. Il corpo invece è ben protetto dal gilet Breeze di GSG che ogni giorno che passa scopro essere sempre più versatile. Prima di Ferrara, al bivio, lascio la sp8 per tenere la destra e scendere verso Spiazzi da una strada più ombreggiata e per nulla trafficata.

Ce l’aveva fatta conoscere quasi vent’anni fa Francesco nell’ultima mia visita al monte Baldo salendo da Pazzon. Giunto a Spiazzi, famoso per essere il punto di partenza per le escursioni al santuario della Madonna della Corona, mi tolgo l’anti-vento, riparto, resto sulla destra su un’altra via laterale che mi fa evitare ancora un paio di chilometri di provinciale. Alle porte di Braga devo cedere e rassegnarmi a percorrere un tratto di strada principale. Il sole inizia a scaldare, a Pazzon tengo la sinistra ed invece di avvicinarmi al lago attraversando Caprino Veronese, punto diritto verso Rivoli Veronese dove la mia traccia mi consentirà di percorrere un tratto della celebre ciclabile Verona-Resia.

È quasi mezzogiorno e mezzo e questo fa si che il traffico sia minimo anche sulle provinciali. Dopo alcuni chilometri entro in ciclabile, nuovamente immerso nel bosco e nel nulla, come sempre le ciclabili vicino agli argini dei fiumi aumentano il dislivello del percorso con continui saliscendi, e questa non fa eccezione. A metà della salita più significativa su una curva è posto un cartello: “Punto panoramico”. Appoggio la bicicletta alla panchina e a piedi salgo lo sperone roccioso, di fronte a me la Vallagarina e l’Adige, fotografo e riparto.

Una piccola deviazione di un centinaio di metri mi porta sotto ad una delle pale dell’impianto eolico della bassa valle. Resto ipnotizzato dall’apparente lento incedere delle tre pale per un paio di minuti, poi dopo alcune istantanee riparto.

Percorro ancora alcuni chilometri di questa bellissima ciclabile ed all’altezza di Pastrengo la lascio per riportarmi sulle vie tradizionali. Sono costretto per alcuni chilometri, fino a Sandrà, su una strada che potrebbe essere trafficata, ma che l’orario del pranzo e la calura estiva, ci sono già più di 30°C, rendono scarsamente affollata. Seguendo la traccia svolto a destra su una strada secondaria immersa nuovamente nei vigneti, ma questa volta sono in pianura e non rischio brutte sorprese. Arrivo a Castelnuovo, passo a fianco del Gardaland Resort e sbuco a Cavalcaselle sulla ex-statale Verona Brescia. Attraverso Peschiera e non posso che fermarmi e fotografarmi sul ponte della fortezza.

Il centro brulica di turisti, l’estate sul lago non è ancora finita! Dopo tante ore passate nella pace e nella tranquillità vedere un poco di vita e di vivacità non guasta! Giusto qualche minuto ed all’uscita di Peschiera, lascio nuovamente il traffico per dirigermi verso Monzambano, obiettivo arrivare a Desenzano per le vie senza traffico delle prime colline moreniche. Passo davanti al santuario del Frassino, ma è troppo presto, riapre alle tre del pomeriggio ed io mi accontento di fotografare l’esterno.

Seguo la traccia, durante questo traverso percorro due brevissimi tratti di strada bianca, le colline moreniche sono piene di strade di questo tipo, lasciate senza asfalto, ma ben tenute e utilizzate soltanto da gente del luogo. Arrivo alla torre di San Martino della Battaglia celebre monumento che ricorda le guerre di indipendenza dall’Impero austriaco e dalla cui sommità, nelle giornate più limpide, si possono vedere distintamente, sia gli Appennini, sia i ghiacciai alpini. Mi fermo, cerco l’angolazione migliore con l’esposizione al sole della torre e mi scatto un vanitoso “selfie” di soddisfazione.

In fondo mancano pochi chilometri a casa ed è già tempo di resoconto. Lungo gli ultimi chilometri che da Desenzano mi conducono a Polpenazze attraverso la poco frequentata strada di Maguzzano, inizio a ripercorrere questa splendida giornata nella mia mente.

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Il segno premonitore ha avuto conferma, l’itinerario si è rivelato perfetto, senza traffico, con panorami sempre spettacolari, il meteo favorevole con cielo limpido, aria frizzante in montagna (13°C) e caldo afoso (34°C) sul basso lago. Alla fine, 190km e 3.123m di dislivello per uno spettacolo che è durato 8h 44′. Tutto gratuito, gentilmente offerto da madre Natura! Unico requisito richiesto un poco di allenamento e tanta determinazione. In assoluto uno dei miei giri meglio riusciti.

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ Riding around Lake Garda, Climbing up to Mount Baldo

Videogallery: Ciclabile Torbole Rovereto (1’06”) Ciclabile Verona-Resia (0’52”)

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Passo Vivione e Croce di Salven

Oggi venerdì 24 agosto con Carlo partiamo in automobile verso la media valle Camonica, la meta di giornata è il passo del Vivione, una delle salite più belle dell’intera zona. Purtroppo per motivi logistici e di tempo sono trascorsi già cinque anni dall’ultima scalata. Il giro è collaudato, ma quest’anno voglio percorrere la ciclabile “TonalePò” per risalire la valle, in modo da evitare completamente il traffico stradale. Alle 8.13 siamo a Malegno dove ci sta già aspettando Marco U. (aka Furi) che ha preferito parcheggiare a Pisogne e scaldare un po’ la gamba. Scendiamo a Cividate Camune alla ricerca di un bar adiacente ad uno degli ingressi alla pista ciclabile. Due caffè, un cappuccio, una brioches e siamo pronti per partire. Ho impostato la traccia del percorso sul mio Xplova X5 in caso i cartelli fossero poco visibili. Il percorso ci accoglie subito con una meravigliosa e stretta galleria e con un suggestivo ponte sull’Oglio che ci sposta sulla sponda occidentale del fiume.

Proseguiamo, la giornata è di quelle autunnali, cielo plumbeo quasi ovunque e foglie sull’asfalto. La ciclabile si sposta a zig-zag tra campi e boschi con continui saliscendi. Fin da subito ci lascia intuire che non sarà una semplice strada di avvicinamento al passo, ma ci scalderà per bene i quadricipiti (video). Io, Carlo e il Furi chiacchieriamo e disquisiamo sul meteo, dovrebbe piovere nel primo pomeriggio e noi stiamo cercando di calcolare se riusciremo a rimanere asciutti. Prima di Capo di Ponte ancora un paio di sorprese ci aspettano, il guado su grandi pietroni di un piccolo torrente ed una splendida vista sulla Concarena, unico monte quasi sgombro da nembi e sovrastato dal cielo azzurro.

Nell’abitato di Capo di Ponte attraversiamo l’Oglio e ci riportiamo sul versante orientale, qui inizia una breve salita, ma con pendenza a tratti prossima a 18%. Al termine, mentre siamo immersi nel sottobosco, l’asfalto lascia il posto allo sterrato per un breve tratto. Un incanto! Nonostante la fatica di queste prime corte rampe di garage ci stiamo divertendo!

Arriviamo a Sellero, qui la strada ritorna sulla sponda occidentale e attraversa il centro storico del borgo con rampe decisamente impegnative, ad alleviare il tutto lo splendido fontanone di acqua fresca e gli scorci sul torrente Re, teatro del magnifico presepe con statue e abitazioni a grandezza naturale durante il Santo Natale.

Oggi noi ci accontentiamo di fotografare il corso d’acqua e le capanne, ma è facile immaginare quale spettacolo sia in inverno. Dopo aver rabboccato le borracce ripartiamo, la salita non è ancora finita e gli ultimi strappi già al di fuori della frazione di Novelle ci portano ad una caratteristica “Cima Coppi” posta a 500m s.l.m. Si tratta del punto più alto della parte di fondo valle della ciclabile. Noi non perdiamo certo l’occasione per un selfie irriverente e simpatico.

Si scende ora verso Forno Allione, qui lasciamo la ciclopista ed iniziamo la salita clou di giornata, il Passo del Vivione. Salendo dalla val Camonica è un’erta decisamente impegnativa, sia per la lunghezza 20km, sia per il dislivello totale poco più di 1.300m con pendenza media di 6,7%. Questo, però, non deve trarre in inganno, dopo alcune rampe sopra il 10% nella prima parte, sono gli ultimi 6km quelli più impegnativi. Quì la strada, attraversata tutta la valle seguendo il corso del torrente, inizia ad inerpicarsi sul costone della montagna con pendenze sempre sopra 8% e spesso in doppia cifra.PassoVivione Fino all’abitato di Paisco stiamo insieme chiacchierando, in seguito Carlo a qualche difficoltà in più e si stacca, lo aspettiamo al termine della splendida pineta di fondo valle alla fine di un rettilineo che termina con pendenza prossima a 15%.

Siamo pronti per lo shooting fotografico! Al termine di questo giro, in effetti, Carlo avrà un bel album di istantanee che lo ritraggono nei punti più panoramici e difficili delle salite. Ma quanto siamo bischeri! Proseguiamo, nuovamente compatti per qualche tratto, al passaggio della cascata una nuova fermata obbligatoria per fotografie. Difficilmente a fine agosto la si trova ancora così rigogliosa d’acqua, ma si sa quest’anno è stato particolarmente piovoso.

Si riparte, a due chilometri dal passo si sale sull’altopiano, di fronte a noi un piccolo stagno in cui si specchiano le nuvole ed il cielo blu. Alle sue spalle cumulonembi coprono le vette innevate del ghiacciaio dell’Adamello, peccato! Comunque, anche così, la vista è uno spettacolo!

Io ed il Furi percorriamo il lungo rettilineo che porta al rifugio del passo commentando che questi due chilometri ingannano sempre. Si vede il passo e sembra vicino, ma in realtà la pendenza non scende mai sotto 8% e duemila metri di strada sono lunghi! Arriviamo, le nubi si fanno più scure e minacciose, mangiamo una barretta, scattiamo qualche foto, arriva Carlo, lo immortaliamo con altre foto.

Decidiamo, con un poco di rammarico, di ripartire. Ci fermeremo per il panino in fondo alla discesa, quando saremo un poco più sicuri di non prendere acqua. La discesa verso Schilpario, è meravigliosa ed allo stesso tempo pericolosa, la strada nei primi chilometri è molto stretta, ci passano una bici ed un’auto, non di più. Le curve spesso sono cieche e bisogna usare molta prudenza.

Arrivati nel bosco la carreggiata si allarga un poco e ci dà più sicurezza, la velocità aumenta. Io mi attardo, al solito devo scattare alcune fotografie.

Ci ricompattiamo ad una fontana nel centro di Schilpario, un borgo molto frequentato in inverno da sciatori alpini, ma, soprattutto, dai fondisti. Anche d’estate l’escursioni in alta montagna e in arrampicata portano comunque turisti. Il Furi riparte, Carlo lo segue, io sto ancora riempiendo la seconda borraccia quando alzo la testa ed ho dei dubbi su dove siano. Chiamo Carlo, per sicurezza, e riparto. A Dezzo di Scalve inizia la seconda salita, ma prima di affrontarla ci fermiamo a mangiare un panino e bere un caffè; Carlo aveva proprio fame e non avrebbe mai iniziato la seconda salita senza aver mangiato qualcosa di un poco più sostanzioso di una barretta.

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Ripartiamo, attraversiamo il ponte ed iniziamo nuovamente a salire, la Croce di Salven è il punto più alto (1.108m) della strada che riporta in provincia di Brescia nel comune di Borno. Non è un’erta difficile, sono 8,8km con pendenza media di 3,8%, anche qui un lungo tratto in falsopiano maschera molto le reali pendenze che nei primi ed ultimi chilometri sono comunque da salita vera attorno a 7%.CroceSalven Circa a metà una coppia di amatori affiancano me ed il Furi, Carlo si era staccato di poco e saliva “del suo passo”. Ci avevano visti alla partenza della ciclabile a Cividate, hanno parcheggiato l’auto a Lovere, sul lago d’Iseo, ed hanno risalito per intero la valle. Mentre discorriamo amabilmente arriviamo in vetta. Io giro la bici e scendo un tratto incontro a Carlo, mi fermo in un punto che reputo panoramico per fotografare la valle di Scalve ed il passo. Scorgo da lontano la nostra splendida maglia da “Cicloturisti!”, decido di aspettare lì, e di ultimare lo shooting a Carlo.

Poco dopo lo “scollinamento” ci ricmpattiamo con il Furi, iniziamo la discesa attraverso Borno e Ossimo. La strada è molto larga, si scende in velocità, di fronte a noi lo spettacolo della valle e dell’Adamello. Io inevitabilmente mi fermo e fotografo, giunti a Malegno Carlo e Marco mi aspettano.

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Un saluto al Furi che prosegue in bici verso Pisogne cercando di scoprire se anche la parte a sud della ciclabile è bella ed interessante come quella che abbiamo percorso in mattinata. Io e Carlo siamo arrivati, carichiamo la bici in automobile, ora in valle il sole è tornato a splendere. Sono poco più di 90km con 2.300m di dislivello: corto ed intenso, ma soprattutto oggi abbiamo scoperto una bellissima ciclabile la “TonalePò”!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ Ciclabile Camuna ↗️↘️, Passo Vivione, Croce Salven

Videogallery: Ciclabile Camuna (2’30”)  –  Passo del Vivione (2’18”)  –  Croce di Salven (32″)

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Cicloturisti! Una gita di mezza estate (Forra di Tremosine, Tignalga, Eremo di Montecastello)

Oggi 18 agosto è una giornata speciale. Ho lanciato l’idea di percorrere alcune delle più famose e suggestive strade del Garda bresciano. In quattro hanno risposto al mio invito. Carlo e Max che non hanno mai percorso molte di queste strade; Dario e Francesco che ne hanno una conoscenza più approfondita e recente. Nessuno di loro, però, è ancora passato dalla “hidden road”. Per una volta non sarò il fotografo di paesaggi, ma il Caronte di una gita che ha, già nel percorso, i presupposti per essere indimenticabile. Ore 6.30 parto alla volta di Salò dove mi incontrerò con il resto del gruppo, non senza aver prima immortalato l’ennesima alba.

Il ritrovo è alle ore sette del mattino al parcheggio di Barbarano. Arrivo puntuale, davanti a me vedo la sagoma di Dario che sta sganciando il pedale. Carlo, Max e Francesco sono arrivati in automobile per motivi logistici e di tempo, anche loro sono praticamente pronti. Tengo un piccolo “briefing” prima di partire, il mio amico Dario non conosce ancora lo spirito pazzo che alberga i Cicloturisti! Si parte, rigorosamente in fila indiana, nonostante l’ora mattutina siamo pur sempre su una statale, la 45bis gardesana occidentale. Poco meno di mezz’ora e siamo a Maderno, suggerisco di tenere la destra per percorrere l’intero lungolago ciclabile. A metà pista si trova il punto del promontorio da cui si ha una visione a 270° della quasi totalità del lago: a nord la scoscesa parete sopra Campione e Malcesine, a sud l’intero basso lago da Torri fino a Gardone Riviera passando per la penisola di Sirmione e la Rocca di Manerba.

Ripartiamo, terminato il lungolago, restiamo su vie interne che ci conducono direttamente alla chiesa di Toscolano alla fine del paese. Riprendiamo la gardesana, altri venti minuti e siamo a Villa di Gargnano, a mio avviso uno dei più graziosi porticcioli del lago, deviamo dalla statale per attraversarlo, usciti ci troviamo a Gargnano dove effettuiamo la prima vera sosta. C’è chi mangia qualcosa, chi fotografa, chi rassicura i familiari con sms, chi chiacchiera amabilmente, poi arriva il momento selfie e dopo alcuni tentativi a Dario viene la malsana idea di dirci “Fatene una voi quattro soli”.

Ecco riuscire l’istantanea più vanitosa che potessimo fare, manco fossimo “I fantastici 4”.

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Si riparte, ci infiliamo nella vecchia gardesana, che passa davanti a villa Feltrinelli, ex residenza del Duce. Qualcuno avanza dei dubbi, pensava che l’avessimo già incontrata prima, parte l’embolo dell’ignoranza a tutti. “Ma no, il Mog ti prende in giro ha fatto mettere il cartello lì sull’inferriata, ma è tutta una finta.” Francesco, quando si tratta di sfottò, è sicuramente il migliore tra noi. Nonostante tutto arriviamo alla sbarra che delimita la parte franosa, la attraversiamo e tramite una breve e panoramica salita saltiamo la prima lunga e pericolosa galleria di Gargnano. Ci fermiamo ancora per qualche scatto ed usufruire degli splendidi servizi igienici che madre natura ci ha donato.

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Si riparte, nuovamente sulla 45bis, due gallerie la prima suggestiva con rocce a vista, la seconda lunga ed in discesa ci portano al Prà de la Fam. Ivi giunti ci accoglie sua maestà il Peler in tutta la sua forza. Il lago già brulica di kite e windsurf, in questo che è considerato per antonomasia il paradiso della vela. Noi proseguiamo ad andatura cicloturistica, oltrepassiamo la lunghissima galleria di Campione e ci ritroviamo, finalmente, al bivio per la prima meta di giornata, la strada della Forra. Svoltiamo a sinistra e già la vista verso il basso lago è di quelle da brivido. Tengo a freno gli entusiasmi di Max, imponendogli come prima sosta fotografica il primo tornate. So che quello è in assoluto il punto migliore per scattare istantanee prima di entrare nell’orrido. Ci fermiamo, estraiamo tutti quanti il nostro cellulare e scattiamo, come fossimo cow-boy appena usciti da un saloon.

Si riparte, evitiamo la brutta (senza illuminazione!) galleria utilizzando, per l’ennesima volta, la vecchia strada che passa sul fianco della montagna. Negli ultimi anni ripetute frane ne hanno ridotto la carreggiata a meno di un metro in alcuni punti. Rientrati sulla via maestra, Dario e Francesco, che conoscono la strada, si avvantaggiano in salita. Io resto con Carlo e Max ad espletare le mie mansioni di Cicerone. Ad un tornate a destra abbandoniamo temporaneamente il lago per infilarci nella Forra. Meravigliosa come sempre (video 2’49”). Prima di entrare nell’abitato di Pieve ci ricompattiamo, suggerisco di tenere il rapporto agile e di seguirmi in fila indiana, entreremo nei vicoli e nei sottoportici più nascosti del borgo per giungere così direttamente nella piazzetta del belvedere, detta anche terrazza del brivido.

Nuova sosta fotografica, i canadair ci passano ripetutamente a pochi metri per scendere sul lago a rifornirsi d’acqua. Purtroppo due giorni or sono un fulmine ha acceso un focolaio nel bosco della valle di Bondo, il forte e caldo vento ha fatto divampare le fiamme che in poco tempo hanno devastato interi ettari di pineta, la situazione ora è in miglioramento, ma apprendiamo che forse il passaggio per passo Nota è chiuso.

Ripartiamo in direzione Vesio, perlomeno vedremo la valle di Bondo, migliaia di anni fa sede di un piccolo laghetto. Da Pieve a Vesio la strada è sempre in salita anche se non impegnativa, 4km e si è al bivio per Limone. Noi proseguiamo sulla nuova strada che conduce verso Bondo senza attraversare il centro del paese. Una rampa di cinquecento metri con pendenze tra 13% e 17%. Carlo non la digerisce e mi fa notare che l’attempato signore che era dietro di noi è salito dal paese su un clivo sicuramente più dolce. Io incasso. La strada è chiusa, ma se desiderassimo andare a passo Nota ci lascerebbero passare in quanto l’incendio è sull’altro lato del monte.

Dopo una rapida consultazione, decidiamo all’unanimità che sarebbe di cattivo gusto nei confronti di chi sta lavorando. Passo Nota next time! Ritorniamo a Pieve, un carabiniere ci ha confermato che da lì, passando per Pregasio e Sermerio si può riprendere la Tignalga e rientrare sul percorso originale. Sono 5,5km di salita che ci portano dai 420m della Pieve ai 640m dello scollinamento dopo l’abitato di Sermerio. Tutti con incantevoli panorami sul lago, sul monte Baldo, e sui borghi di Tremosine. Sembriamo un gregge di pecore sparpagliate in salita, qualcuno qualche decina di metri avanti ad altri, qualcuno a volte, persino, da solo, ma sempre a poca distanza gli uni dagli altri. Siamo così, Cicloturisti, ognuno fa quel che preferisce. Lungo questo pendio Carlo mi chiede di descrivergli meglio la salita che lo attenderà dopo, quella che risale verso Tignale, e che io, precedentemente, avevo definito “un po’ come Vallio”. Francesco non si lascia scappare l’occasione ed inizia il tormentone: “Carlo, poi, puoi mandarmi anche aff… ma perché vuoi farti del male da solo, sai già che ti dirà che è dura; vivi nella tua ignoranza”, ne nasce la solita chiacchiera da bar che durerà tutti e cinque i chilometri. Aggirato Sermerio ci troviamo di fronte la piana interna di Tremosine e la valle di San Michele. Una sosta ristoratrice al meraviglioso e fresco fontatone non ce la toglie nessuno. Intanto ammiriamo i panorami.

Ripartiti, scendiamo fino al ponticello sul torrente San Michele, ora inizia la salita, 2,5km la prima parte, la più dura con pendenza sempre sopra il 10% e con punta del 14%. Nuovamente Dario si avvantaggia (d’altronde in salita sembra un camoscio!) stavolta è Max che gli fa compagnia. Io e Francesco disquisiamo amabilmente delle nostre vacanze, lui in Olanda ed io a Monaco e Innsbruck; Carlo resta qualche metro indietro ascoltando e chiosando qua e là i nostri discorsi. Terminata la prima salita, una corta discesa, un breve strappo di cinquecento metri abbastanza intenso ed alcuni chilometri in falsopiano ci introducono al comune di Tignale. Siamo alcune decine di metri sopra a Prabione e nuovamente la vista del lago ci stupisce, il forte vento ha reso il cielo ancor più limpido e la visibilità è ampia. Arriviamo all’incrocio per l’Eremo di Montecastello, luogo con una bella vista sul lago. Dario e Max, ci stanno aspettando; in precedenza avevo lanciato l’amo: “Niente passo Nota, potremmo salire all’eremo e godere della fantastica vista da lì”.

Parlottiamo, com’è, come non è, sono 350m cementati con pendenza vicino al 20%, ne vale la pena… Carlo nuovamente chiosa: “Beh, io vi aspetto qua, il posto è bello, intanto mangio qualcosa”, Francesco reagisce: “Quanto tempo ci vuole ad arrivare in cima?” Io rispondo: “Cinque o sei minuti in bici, di più a piedi”, infine Francesco decide: “Allora si sale!” Partiamo alla spicciolata, dopo i primi 150m asfaltati con pendenza normale, parte il tratto cementato. All’inizio ancora 100m attorno al 16%, poi dopo il tornante un ‘drittone’ di 200m tutto tra il 19% e il 28%, mi alzo sui pedali, la bicicletta danza a destra e sinistra con cadenza lenta, io sbuffo come una locomotiva a vapore quasi per scandire il mio passo, dietro di me il ‘camoscio’ Dario non si fida a superarmi solo perché non l’ha mai percorsa, ma potrebbe passarmi avanti in qualsiasi momento, poco dietro Francesco, più indietro non sento e non riuscendomi a girare non so. Finisco il rettilineo quattro metri di tornate quasi piatto consentono un respiro profondo prima degli ultimi 100m sempre attorno al 18% (video). Arrivo! Subito dietro Dario, poi Francesco. Saliamo gli scalini ed entriamo nel giardino-sagrato basso della chiesa, posizioniamo le bici in fila sul parapetto in pietra e saliamo sul sagrato più alto, quello da cui si domina il lago. Inizia la gara di fotografia!

Arriva anche Max, gli ultimi metri ha scelto di farli a piedi per sicurezza, aveva paura di non sganciare il pedale in tempo in caso di fermata. Troppa prudenza! Entro in chiesa scatto un paio di fotografie, esco e scendo la scalinata, sta arrivando anche Carlo, alla fine è salito anche lui consumando le “tacchette” delle scarpe. Mi impone l’addebito del costo delle nuove che dovrà comprare. Spero che l’incommensurabile vista lo possa ripagare dello sforzo e dell’usura e che non dia seguito alla sua richiesta pecuniaria.

Max, nel frattempo, discorre amabilmente con una famiglia di turisti del nostro lago. Francesco, che ha il rientro forzato entro l’una, inizia un nuovo tormentone: “Max! ti presento io un’insegnante madrelingua, peraltro gn***a se hai bisogno di rinfrescare il tuo inglese, ora andiamo!” Finalmente IronMax scende e con lui la famigliola alla quale ci sentiamo in diritto di chiedere di scattare qualche fotografia a noi cinque davanti alle nostre biciclette.

Reminiscenze di gioventù, quando in televisione davano “La banda dei cinque”. Dopo questa lunga pausa, circa venti minuti, ripartiamo. La maggior parte del giro, ormai, è alle spalle, ora dobbiamo attraversare Tignale per scendere nuovamente a bordo lago e rientrare a Salò. Appena fuori dal borgo, lungo un ampio tornante a destra è posizionato il Belvedere, una terrazza quasi a picco sul lago posta all’altitudine di 500m circa. Breve sosta per consentire fotografie e selfie.

Le sorprese per i miei compagni di viaggio non sono ancora finite, manca all’appello la “hidden road”. Dopo aver raccomandato a tutti quanti di non sopravanzarmi in discesa, ripartiamo. Infatti a cinquecento metri dall’incrocio con la statale devio su una stradina laterale destra che risale per poco meno di un chilometro riportandoci su curvoni panoramici, questa è la vecchia strada che collegava Gargnano a Tignale e si innesta direttamente alla sbarra posta a fianco della prima galleria. Purtroppo, causa frana, questa strada è interrotta, la si può affrontare solo in bicicletta in quanto è stata liberata solo un sottile striscia di asfalto dove poter far scorrere le esili ruote di un velocipede; così facendo ci ritroviamo direttamente a Gargnano senza aver affrontato alcuna galleria e senza essere stati toccati dal traffico automobilistico. Il caldo di mezzogiorno ora si fa sentire ci sono più di 30°C ed il fresco delle pinete dell’alto Garda è già un ricordo. Ripassiamo di fronte a villa Feltrinelli ed il tormentone di Francesco riparte come una cambiale in scadenza. Entriamo in statale, ma, dopo soli tre chilometri la abbandoniamo alla rotonda di Bogliaco seguendo a destra per Roina. Ci intrufoliamo nella stradina interna che costeggia il campo da golf. In questo modo evitiamo altri cinque chilometri di gardesana, beneficiamo dell’ombra del piccolo bosco che costeggia il golf ed ammiriamo i graziosi borghi di Cecina e Pulciano. Unico inconveniente, aumentiamo il dislivello complessivo di altri 150m, cosa forse poco gradita a Carlo, il più stanco di tutti, che arranca un poco sull’ennesima corta rampa al 15% che conduce a Pulciano. Dopo l’ennesima discesa panoramica, rientriamo in statale questa volta definitivamente fino a Barbarano di Salò, in fondo sono solo sei chilometri. Siamo al parcheggio per Francesco e Carlo l’avventura odierna finisce qui, sono da poco passate le 13.00 quasi come da tabella di marcia.

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Io, Dario e Max proseguiamo insieme fino a Polpenazze, lì anche io sarò arrivato e loro rientreranno verso la città. Il caldo inizia ad essere insopportabile ed una volta attraversata la mia città natale, prima di affrontare le Zette, riempiamo le borracce alla fonte Tavina. Lungo le poco trafficate strade della Valtenesi con Dario tiriamo le somme del giro, alla fine i 2.000m di dislivello li ho passati ed anche i 100km, per l’esattezza 114km, il meteo è stato dalla nostra e ci ha consentito di beneficiare di visuali ampie e profonde sull’intero lago, raramente in piena estate si distingue così bene la penisola di Sirmione da Tignale e Gargnano. Grazie a tutti!

Starring:

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FRANCESCO: l’amico di sempre, mio testimone nuziale, colui che dall’età di sei anni mi sopporta, vale il viceversa, compagno di mille avventure prima nel basket poi in sella; carattere a volte scorbutico, ma sempre sincero: IRRIVERENTE

 

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DARIO: conosciuto per lavoro ormai quasi vent’anni fa, titolare insieme al fratello di un negozio bici/moto a Rezzato (se state per salire a San Gallo e avete problemi alla bici passate da lui ve li risolverà!) chiacchierando durante il lavoro scopriamo di avere molti interessi in comune, sempre gentile e rispettoso: GARBATO

 

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MASSIMO: (IRONMAX ormai StoneIronMax dopo che ha concluso lo StoneBrixiaMan) conosciuto solo un anno fa, da subito si è creata la giusta alchimia, persona affabile e generosa, fisicamente il più tosto di tutti: GRANITICO

 

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CARLO: conosciuto, quasi per caso, durante il Giro dei cinque colli bresciani più di una decina di anni fa. Al solito io chiacchieravo mentre salivo e nonostante questo ha deciso di essermi amico: DIPLOMATICO

 

 

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MARCO: (aka IL MOG) che poi sarei io. Beh se avete letto il blog già sapete molto di me altrimenti: cosa aspettate a leggere gli altri articoli?!?

 

 

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ La Forra di Tremosine, la Tignalga, Eremo di Montecastello

2018-08-20

Videogallery: Video della forra (2’49”)

Video di Montecastello (3’08”)

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Lago d’Endine e le sue piccole valli

Da un paio di anni desidero scoprire le salite delle valli bergamasche. Oggi sabato 21 aprile è il giorno giusto per percorrerne alcune. Alle 6.15 del mattino, con l’amico Giorgio, parto da Adro in direzione del Sebino. Oggi è il suo compleanno e, “ciclisticamente” parlando, uno dei modi migliori per festeggiarlo è quello di accompagnarmi alla scoperta di alcune delle sue strade preferite. Passano un paio di chilometri e già il naso guarda all’insù verso il Belvedere di Capriolo; poco meno di un chilometro con 8% di pendenza media. Giorgio dice che serve per scaldare la gamba?!? Dal momento che sono previsti più di 2.700m di dislivello non vedo tutta questa necessità, comunque accetto di buon grado (#lapianuranonesiste). Giungiamo al lago, attraversiamo il ponte sull’Oglio e ci troviamo in provincia di Bergamo. Il cielo è limpido presagio di una bella giornata. Il vento soffia forte da nord, come sempre a quest’ora sul lago. Noi lo costeggiamo fino a Tavernola Bergamasca, qui svoltiamo a sinistra ed iniziamo a salire verso Vigolo per poi prendere la strada verde che ci condurrà fino ai colli di San Fermo.

La salita è lunga e dai paesaggi meravigliosi (vedi Colli di San Fermo (da Vigolo, Bratta)), noi la affrontiamo ad un buon ritmo, almeno per me. Giorgio,invece, deve spesso tenere a freno la sua gamba per non scapparmi avanti. Dopo Vigolo entriamo nella valle e risaliamo gli alpeggi che portano a Bratta. Impossibile non fermarsi ed immortalare anche oggi questi scenari incredibili.

Sono passate quasi due ore dalla partenza e mancano ancora circa 6 km alla vetta, ci troviamo di fronte le rampe più dure quelle con pendenze attorno al 15%, ma chiacchierando amabilmente la fatica si sente meno. In breve siamo sopra ai 1.000m di altitudine e il primo tratto di sterrato è davanti a noi, da qui la vista all’orizzonte spazia anche verso nord e verso il ghiacciaio dell’Adamello, oggi leggermente offuscato, nonostante il cielo abbastanza limpido. Gli ultimi 2,5 km sono i più facili, lunghi falsopiani si alternano a brevi rampe.

Il punto più alto, salendo da Bratta, è il colle di Caf (1.246m), da lì si domina il paesaggio della val Cavallina e delle Alpi bergamasche. Ci fermiamo, un rapido scatto fotografico ed una barretta energetica. Riapartiamo una breve discesa ci conduce al valico di San Fermo dove non possiamo evitare il selfie con il campanile della chiesa per commemorare il compleanno di Giorgio (San Fermo è la sua salita di allenamento preferita).

Il sole scalda, la temperatura è di 17°C e decido di scendere senza indossare la mantellina. Pazzesco! Solo un mese fa, qui come al Cavallino della Fobbia, c’era la neve e noi ci pedalammo sopra (vedi Passo Cavallino della Fobbia mon amour). A Grone, finita la discesa, optiamo per la sponda destra del lago d’Endine, molto meno trafficata della statale ss42 dell’altro versante. Possiamo godere, in tranquillità, delle incantevoli viste sul lago. Giunti a San Felice obbligo Giorgio ad una fermata, ho individuato un piccolo pontile da cui immortalare lo specchio d’acqua.

Proseguiamo girando attorno al lago, appena giunti ad Endine svoltiamo a destra in via Panoramica, questo ci consentirà di evitare la statale anche nel tratto a sinistra del lago e di congiungerci con la salita che porta alla forcella di Bianzano essendo già a mezza costa. La via è Panoramica di nome e di fatto, subito una rampa ci fa guadagnare quota, in questo modo lungo tutta la salita abbiamo una splendida vista sul lago e sulla val Cavallina. Oltrepassiamo Ranzanico e poco dopo esserci ricongiunti con la strada principale che sale dai Bianzano, ci fermiamo nuovamente per uno scatto e perché no anche per una barretta; anche oggi i kom su Strava li lasciamo agli altri 🙂

Ripartiamo, mancano ancora tre chilometri alla Forcella, la salita in tutto misura poco più di 6 km con pendenza media di 5%, sempre piuttosto pedalabile con alcuni

ValleRossaDaViaPanoramica

piccoli strappi ed alcuni tratti in leggera discesa. Arrivati alla Forcella iniziamo la discesa in valle Rossa, un centinaio di metri e sul tornate a sinistra troviamo la fontana meta obbligatoria per tutti i ciclisti, ovviamente ci fermiamo e rabbocchiamo le borracce. Ripartiamo la discesa è veloce e rettilinea in pochi minuti entriamo nell’abitato di Cene. Teniamo sempre la destra e siamo già sulla terza scalata di giornata. Il Santuario di Monte Altino si trova a 850m sul livello del mare. Sono poco meno di 5 km con pendenza di 9%, molto costanti, praticamente sempre in doppia cifra e con una rampa finale attorno al 15%.

MonteAltinoDaCene

La salita è stupenda, dapprima sale a tornati immersi nel bosco, poi prosegue con un lungo traverso fino al santuario. Talvolta si aprono radure e pascoli dai quali, guardando verso nord, si possono osservare le Alpi bergamasche ancora innevate. Io sono piuttosto stanco, e sono costretto a calare il ritmo. Giorgio invece ha sempre il solito passo, così mi stacca, avanza, e mi scatta qualche fotografia. Io ringrazio e pubblico.

Arriviamo al santuario ed io chiedo di poter salire fino al piazzale per scattare qualche foto. Così mi siedo sui gradini della scalinata e mi godo il paesaggio.

Ripartiamo, da qui per giungere al colle Gallo (763m) in realtà è quasi tutta discesa, attraversiamo ancora meravigliosi alpeggi e boschi per circa tre chilometri.

Siamo al Colle Gallo, anche qui un Santuario ricorda un’apparizione della Beata Vergine del 1690, ma questa è famosa per essere protettrice dei ciclisti, quindi siamo obbligati a fermarci e scattarci una fotografia a memoria di questo splendido giro.

Iniziamo la discesa che ci riporta in val Cavallina attraverso il borgo di Gaverina Terme, bella, ampia, con numerose curve e tornanti che invitano a lasciar correre la bicicletta per divertirsi. Dopo otto chilometri siamo nuovamente sulla temibile ss42 in direzione sud. Fortunatamente dopo solo tre chilometri Giorgio devia a destra verso Case Benti, prendiamo una parallela alla statale che ci permette di fare rifornimento idrico e di evitare un paio di chilometri di traffico, già perché la temperatura è salita fino a 30°C e io sto bevendo come un cammello! Si torna sulla via principale, ma per pochissimo, passato il paese di Entratico deviamo a sinistra in direzione Zandobbio.

SanGiovanniFormicheDaZandobbio

Dopo circa quattro chilometri, ed aver attraversato la frazione di Selva, inizia l’ultima erta di giornata, San Giovanni delle Formiche. L’ho già scalata un paio di anni fa e ricordo che a fronte di una modesta lunghezza (meno di 3 km con pendenza media di 8%) racchiude in sé un insidioso chilometro costantemente tra 11% e 15%. Affronto la temibile rampa con cautela e le gambe girano meglio di quanto avessi immaginato, nel frattempo Giorgio è andato avanti al suo ritmo. Scolliniamo, oggi non c’è il tempo per arrivare all’ex monastero di San Giovanni (ora ristorante) dal quale si ha un ampio panorama sul lago d’Iseo. Ci accontentiamo di fotografare Foresto Sparso attraverso il bosco.

In fondo alla discesa attraversiamo l’abitato di Villongo prima e di Credaro poi. Ora ci infiliamo in una bellissima e stretta stradina che porta al ponte sull’Oglio di Castelli Caleppio. Attraversiamo il fiume e siamo di nuovo nel bresciano.

Capriolo, Adro, arriviamo al parcheggio dove ho lasciato l’auto. Sono 118 km per quasi 2.800m di dislivello, la velocità media non arriva a 20km/h, ma considerato che è il primo vero giro lungo della stagione posso solo essere soddisfatto. Contento di aver scalato due nuove bellissime salite (Forcella e Monte Altino) in una splendida e, finalmente, calda giornata di sole. Felice di aver accompagnato Giorgio nel giorno del suo compleanno.

Tanti di questi giorni in bicicletta Giorgio!

BrattaValleRossaColleGallo

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!Bratta,ColliSamFermo,ValleRossa,MonteAltino,ColleGallo,SanGiovanniFormiche

Videogallery: LagodEndineValleRossaColleGallo (3’30”)

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Passo Cavallino della Fobbia mon amour

Sabato 14 aprile alle 6.38, prima che sorga il sole, parto direzione Coste e passo Cavallino della Fobbia da Vobarno. Luci accese quasi fossi un albero di Natale. Le previsioni sembrano essere buone, ma questo 2018 ci ha già riservato parecchie sorprese dalla neve in pianura di Marzo alle ultime copiose piogge. La temperatura è ancora di quelle invernali, 6°C in partenza. Passo Cavallino ed il mio pensiero inizia il suo “stream of consciousness” ancor prima che io inizi a pedalare. Era il 25 aprile del 1997 quando lo scalai per la prima volta e fu subito sofferenza ed amore. All’epoca si calcolava ancora il chilometraggio con il compasso sulla cartina del TCI ed il dislivello per differenza tra la sommità dei passi e le quote dei paesi di fondo valle. Per capire le pendenze ci si affidava al simbolo “>” una freccia meno di 6%, “>>” fino a 11%, “>>>” più di 12% di pendenza, ma quelle della Fobbia non erano indicate, stradina secondaria e poco rilevante. Così, al mio terzo anno ciclistico, dopo aver scalato Lodrino mi trovo davanti la salita dal versante di Vestone; magnifica, ma capii subito che sarebbe stata dura e indimenticabile. Dopo Treviso Bresciano, all’altezza del Santuario della Madonna delle Pertiche, vidi Lei, tutti gli Angeli, gli Arcangeli e i Santi del Paradiso! La mia più colossale crisi di fame, mi fermai, mangiai tutte le merendine che avevo e stetti seduto a riposare sotto il portico della chiesa sperando che gli zuccheri entrassero in circolo per più di venti minuti. Da allora il versante di Vestone ha il mio perenne rispetto. Fu, però, amore immediato, tanto affascinante, varia, spettacolare era quell’erta. Sono già a Nave, tempus fugit, il rimembrar emozioni passate fa scorrere l’orologio a doppia velocità. Codesto è il motivo principale per cui la Fobbia è in assoluto tra le mie salite preferite. Inoltre rappresenta, ogni anno, la prima vera scalata alpina oltre i 1.000m di quota e con lunghezza di gran lunga sopra i dieci chilometri da entrambi i versanti. Scollino le Coste di Sant’Eusebio con tranquillità e mi dirigo verso Vallio, attraverso alcuni tratti della ciclabile ed alle 8.15 in centro a Vobarno svolto a destra in direzione Valdegagna. Inizia finalmente il

Cavallino della Fobbia (13,7km al 6,1%), il fondo valle si distende in direzione nord-est lasciandomi all’ombra per i primi quattro chilometri, la temperatura scende fino a 3°C.

PassoCavallinoFobbia(daVobarno)

Finalmente dopo l’abitato di Degagna il sole inizia a fare capolino da dietro le montagne. Il cielo si rasserena sempre più, guardando verso nord è completamente terso, presagio di una splendida giornata. Dopo sei chilometri si inizia a fare sul serio, due tornanti secchi e ravvicinati, un cavatappi, con pendenza sopra il 12% mi ricordano che l’erta è di quelle toste. Cinquecento metri per rifiatare e si inizia a salire con decisione, da qui la pendenza sarà costantemente in doppia cifra per quasi sette chilometri. Contemporaneamente lo spettacolo della Valdegagna cresce ad ogni metro di altitudine guadagnato. Ormai l’ultimo borgo è vicino, all’ottavo chilometro oltrepasso Eno, da qui fino alla vetta la strada si snoda sul versante occidentale e soleggiato della valle.

Ho superato i 600m di quota la vegetazione iniza a cambiare, i pascoli si alternano ai primi boschi di pini cembri, il sole mi sta scaldando, la temperatura è salita fino a 10°C, ma, confesso, mi sembrano molti di più, l’aria è asciutta, il clima ideale. Dopo il bivio per la scorciatoia per Treviso B. mi devo fermare per scattare alcune foto, il panorama è stupendo e me lo voglio godere appieno.

Continuo a salire e c’è spazio anche per un poco di narcisismo con un paio di autoscatti “on action”, a volte mi piace far finta di essere “uno di quelli forti”.

Sono felice, quasi non sento la fatica, sono così immerso nello splendore di questa giornata finalmente baciata da un caldo sole dopo un interminabile inverno che mi ha dato tanto “ciclisticamente” parlando. Arrivo al passo Cavallino (1.090m), ma non mi fermo, proseguo lungo il “traverso”, un chilometro circa che volgendo a nord collega il valico alla cima Fobbia (1.120m). Solo tre settimane fa l’asfalto era coperto di neve e con l’amico Giorgio ci siamo improvvisati piccoli Omar Di Felice che danzavano sulla neve.

Già perché quest’anno, nel primo sabato (24 marzo) dopo l’equinozio scalammo il passo dal versante di Vestone in una giornata che di primaverile aveva solo il calendario. Temperatura costantemente sotto i 6°C e minima a 0°C lungo tutto il tratto innevato e per il primo tratto di discesa verso Vobarno. Fu un’emozione ed un giro fantastico anche se gelido e ne serbo un vivido ricordo. Passare nuovamente qui, dopo sole tre settimane, in una clamorosa giornata di sole e cielo limpido mi sta regalando grande gioia e divertimento.

Raggiungo la vetta, mi fermo per il consueto e meritato ristoro e scatto alcune didascalie di questo incredibile paesaggio in cui le cime dei monti, ancora abbondantemente innevate, fanno da contrasto ai boschi sottostanti che germogliano verdi e rigogliosi.

È ora di ripartire, ci sono 14°C sono quasi le 11.00 ed il sole irradia calore, decido di scendere senza indossare l’antivento per asciugare più rapidamente la maglia. Scendo piano, mi godo il paesaggio degli alpeggi e delle vallate, mi asciugo e non sento freddo.

Passato Treviso Bresciano opto per la discesa verso Idro, leggermente più lunga di quella per Vestone, ma decisamente più veloce e soprattutto più panoramica. Sapevo che uno dei miei posti preferiti per guardare l’orizzonte oggi non mi avrebbe tradito e ivi giunto mi siedo e mi fermo a meditare un’attimo.

A malavoglia riparto, discesa con sede stradale ampia, ma tortuosa, che invita a pieghe esagerate anche chi, come me, “discesita” non è! Arrivo ad Idro, scatto un paio di istantanee, a pelo d’acqua, a questo meraviglioso specchio azzurro circondato dalle prime vette alpine e chiuso all’orizzonte dal gruppo dolomitico del Brenta.

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Riparto, sono le 11.20 circa, mi mancano una quarantina di chilometri per giungere a casa attraversando la val Sabbia e risalendo nuovamente le Coste. La spettacolare giornata mi ha distratto e nell’osservare luoghi e paesaggi ho perso la cognizione del tempo, rimanendo colpevolmente in ritardo sulla mia tabella di marcia. Ci provo, spingo sui pedali e nonostante le salite arrivo per le 13.00, sinceramente non ci speravo. Sono 105km per quasi 2.000m di dislivello a 22,6km/h di media. Per essere una delle prime uscite lunghe neanche male, ma quello che più importa è che anche oggi il Cavallino della Fobbia si è confermata come una delle erte più belle e difficili da scalare. Una salita che, da vent’anni, mi dona ricordi importanti e che quest’anno per la prima volta si è vestita a festa prima di immacolato bianco candore nevoso e subito dopo di lucente, caldo e rigoglioso verde primaverile.

Passo Cavallino della Fobbia mon amour!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!Coste,P.soCavallinoFobbia(Vobarno),Coste🏞️🌺🌷🌱🌲🌳🏵️🌼💐🌻Cicloturistiforever!@Lodrino,PassoCavallinoFobbia,Coste❄️❄️❄️

2018-05-09

Videogallery: Video innevato (3’33”)Video primaverile (3’17”)

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Monte Tesio pasquale

È il primo aprile, domenica di Pasqua, anche quest’anno mi voglio regalare un piccolo giro. Ore 6.19 parto alla volta del colle Sant’Eusebio, la temperatura è ancora rigida. In città il gps segna 8°C che rapidamente scendono a 3°C non appena inizio la salita all’uscita del paese di Nave. Il cielo è ancora buio, dopo Caino inizia ad albeggiare, verso oriente si intravedono ancora nuvoloni bassi che copriranno il sorgere del sole, al contrario ad occidente il cielo sembra terso. La prima sorpresa è al penultimo tornante oltrepassato il quale la strada volge di nuovo verso est e sopra le montagne si intravede la luna quasi piena che volge al desio. Meravigliosa! Subito la mente corre a René Magritte, il mio surrealista onirico preferito, ai suoi paesaggi notturni con la luna che spicca nel cielo blu come volesse uscire dalla tela.

Non posso che fermare la bicicletta e cercare di catturare quest’immagine con il mio telefono, già così il giro di oggi è riuscito! Una vista, un paesaggio, una foto che da sola vale la partenza prima dell’alba. Rimonto in sella, la temperatura è scesa a 1°C, quasi non la sento: sarà colpa della sindrome di Stendhal! Scollino ed in vetta alle Coste il panorama verso oriente è di quelli rari a vedersi!

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L’aria gelida e cristallina dona alla vallata di Vallio una colorazione inusuale. Il monte Baldo, sulla sinistra, svetta con il suo abbagliante bianco candore da dietro  le vicine colline. La neve è caduta copiosa sopra i 1.200 metri per tutta la giornata di ieri e stamattina se ne godono i piacevoli effetti visivi. Riparto lesto e scendo verso Vallio, i primi tre chilometri sono ripidi e gelidi, poi, fortunatamente, le dolci pendenze che conducono fino a Gavardo mi consentono di pedalare e generare nuovo calore per riscaldarmi. Gavardo, fine discesa, inizio salita e zero pianura, proprio come piace a me. Inizia il Tesio, la salita che dal paese conduce verso Serle prende il nome dall’omonimo monte e frazione abitata. Un’erta che incute rispetto e timore a molti ciclisti a causa della sua pendenza in doppia cifra e talvolta sopra il 20%. Oggi la affronto con tutta la calma possibile, con queste temperature fare dei fuori soglia per me significherebbe bronchite assicurata!MonteTesio

Il Monte Tesio non arriva a cinque chilometri di lunghezza con una media prossima al 10%, ma questo non deve ingannare. Appena si svolta a destra ci si trova davanti una strada che per quasi due chilometri non scende mai sotto il 14% sfiorando più volte il 20%. Lunghi rettilinei caratterizzano questa parte, il cielo è azzurro ed anche verso est le nuvole si stanno diradando, segno che a breve il sole riscalderà il monte donandogli colorazioni meravigliose.

Dopo i primi due chilometri la strada spiana un poco, giusto il tempo di un sorso d’acqua e parte la prima scala, circa duecento metri  al 17% seguiti da altri trecento più facili intorno a 8%. Una piccola discesa consente un’altra bevuta e mi porta alla seconda temibile scala. Lì, davanti a me, un “drittone” di cinquecento metri, la prima metà più semplice intorno a 14% poi una finta pausa di qualche decina di metri a 10% ed infine una sorta di crescendo che culmina in una gobba in cui si vede comparire il numero 24 nel riquadro della pendenza del gps. Oltrepassata indenne la schiena d’asino la strada si assesta su pendenze più ragionevoli tra 7% e 10%. Inoltre si inizia a percepire il cambio di paesaggio, sono entrato ormai nell’altopiano delle Cariadeghe (il Lido) anche se dal versante opposto rispetto a quello che percorro solitamente. Il sole si è alzato ed alla mia destra, al di là dei rami ancora spogli del bosco, vedo distintamente il lago di Garda, riconosco la sagoma tozza della rocca di Manerba, peccato il forte controluce non consenta di fare una fotografia di questo spettacolo. Non mi ero mai accorto che si potesse vedere il lago durante la salita, forse perché l’ho sempre percorsa con le piante già ricolme di foglie, forse perché troppo concentrato nell’ascesa. Entrato nel bosco la strada spiana completamente e per un centinaio di metri è di nuovo discesa.

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Al termine un paio di tornanti riprendono a salire, dopo il terzo il bivio: a destra monte Tesio, a sinistra Serle. Svolto a destra e proseguo ancora per poco meno di un chilometro fino alla fine della strada asfaltata. La salita è dolce, i paesaggi incredibili, la luce del sole filtra tra i rami ancora spogli del bosco illuminando le doline delle Cariadeghe.

Giro la bicicletta, mi fermo e scatto numerose fotografie alle doline, ai verdissimi muschi, ai tronchi ancora spogli degli alberi, qualche minuto di sosta per godere appieno della Natura incontaminata. Riparto, mi ricollego alla strada che porta a Serle, ancora poco più di un chilometro di salita con una media attorno a 8% e sono sulla cima Coppi di giornata (poco più di 700m s.l.m.). Oltrepasso l’abitato di Serle, ma in una giornata così non posso che fermarmi al solito punto panoramico per immortalare il paesaggio.

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Sono le 8.45 e come al solito devo sbrigarmi se voglio arrivare a casa in orario.Da qui è praticamente solo discesa lungo la quale ripenso alle meravigliose immagini di quest’alba appena trascorsa. Monte Tesio, nonostante le ripide rampe hai rivelato il tuo reale aspetto di affascinante bosco incontaminato!

Dettagli tecnici su Strava: HappyEaster!Coste,Tesio

MonteTesio

Videogallery: MonteTesio (2’58”)

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Valle Duppo invernale!

Sabato 17 febbraio, l’inverno bussa ancora forte, sono le 7.25 quando parto da casa con un’idea fresca fresca, compiere il giro della valle Duppo sottozero (vedi (I’m going) Alone to Alone). Il tempo di acclimatarsi ed il gps segna 0°C ancor prima di uscire da Brescia. Risalgo la valle del torrente Garza verso il colle di Sant’Eusebio, le mitiche Coste. A Caino (metà salita) la temperatura è scesa a -3°C. Sui versanti nord delle montagne inizia a comparire la neve. Giusto domenica scorsa una nevicata a bassa quota aveva imbiancato tutti 2018-02-17_082105_i monti circostanti la città. Al penultimo tornante la neve lambisce ancora la strada. In vetta la temperatura è risalita fino a 0°C. Scollino e senza indugio mi getto in discesa per sfruttare il calore che ho generato durante la salita. Giungo ad Odolo, sono nuovamente a -3°C, svolto a sinistra e risalgo verso Agnosine e Bione, con calma, cerco di non alzare troppo i watt, voglio mantenermi caldo, ma sudare il meno possibile. Attraversato l’incrocio con la provinciale del passo del 2018-02-17_085210_Cavallo ricomincia a  fare capolino la neve ai margini dell’asfalto. Proseguo attraverso il centro abitato di Bione e mi dirigo verso lo strappo finale della Madonna della neve, poco meno di un chilometro con punte del 17%. Lo affronto con cautela, le strade sono ghiacciate e nonostante io abbia scelto di affrontare questo giro con la gravel (700×38) il rischio di scivolare anche in salita è sempre presente.

Scollino ed inizio la discesa, ripida e gelata, (video 28″) verso nord il cielo sembra volersi aprire e tra le nuvole si vedono larghe strisce di azzurro, dietro di me a sud verso il sole ancora nulla da fare un sottile velo grigiastro gli impedisce di riscaldarmi. Sono a Casto e svolto a sinistra seguendo il cartello per Alone ed il parco delle Fucine. Le Fucine sono una zona molto nota agli alpinisti in quanto decine di linee ferrate consentono di impratichirsi con la scalata in montagna. Esiste anche un bellissimo parco avventura, ma oggi a -2°C nessuno ha voglia di lanciarsi sulla zip line. Io proseguo sulla bellissima strada che porta ad Alone, al primo tornante la abbandono per seguire sulla destra il cartello Valle Duppo. “In to the wild” la strada diventa subito cementata e molto rovinata.

A metà salita mi fermo per gustarmi una barretta energetica, il panorama e scattare qualche istantanea di questo luogo incontaminato che, con la luce invernale ed una spruzzata di neve tutt’intorno, acquista un tono fiabesco ed onirico.dupinv03Riparto mi attende la parte più dura della salita, circa trecento metri costantemente sopra il 15%. “Stream of consciousness” mi alzo sui pedali e mi sovviene la musica della “corsa di resistenza” (video 44″) reminiscenza militaresca, la urlo mentre il cuore sale. Avrò passato troppo tempo sottozero e il cervello mi si è gelato??? Oltrepassato il muro svolto a destra verso Lodrino, la salita vera è finita ora un bel toboga mi porterà alla Cocca di Lodrino in poco più di un chilometro. A metà decido di fermarmi nuovamente, vorrei prolungare ancora un poco la mia permanenza in questo luogo dimenticato da tutti; sapori e profumi di natura incontaminata.

Riparto, la neve fa la sua comparsa perfino sull’asfalto in questo tratto poco esposto al sole e sopra i 700m. (video 28″). Arrivo a Lodrino, ritorno alla civiltà, prima di iniziare la discesa il tempo per un selfie con i monti innevati della val Trompia a fare da sfondo.

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La temperatura è risalita di qualche grado, perlomeno ora siamo sopra allo zero. Inizio la discesa guardandomi in giro e godendomi le montagne ancora cosparse di neve. A metà discesa, proprio nell’abitato di Invico, incrocio un ciclista che sta salendo, è il mitico Giorgio (quello che quest’autunno attraversava gli appennini a 4°C in completo estivo perché poi a Portofino avremmo avuto caldo! vedi Dagli Appennini a Portofino (and back)). Ci fermiamo scambiamo due parole, l’incontro di un amico è sempre la cosa più piacevole, ripartiamo subito per non raffreddarci troppo. Anche stavolta mi batterà con quasi il doppio dei miei chilometri e tre salite contro le mie due ah! ah! Arrivato a Brozzo, prima di immettermi sulla ex statale di fondo valle per il rientro, mi cambio i guanti ormai congelati dalla discesa ed indosso quelli che custodivo al caldo sotto il giubbino. In meno di due minuti anche i mignoli riprendono la giusta sensibilità. Oggi sto usando la gravel ed allora sfruttiamola fino in fondo. A Gardone Valtrompia, passato il semaforo per Polaveno, invece di restare nel traffico mi butto a destra sulla ciclabile. Percorro la strada bianca che costeggia l’argine sinistro del fiume Mella e raggiungo la città, senza attraversare strade trafficate o sentire il rumore di camion alle spalle. Non me ne accorgo quasi e sono a Collebeato, esco dalla ciclabile ed affronto gli ultimi chilometri su stradine alternative che mi conducono a casa. I chilometri non sono molti 74 per 1.212m di dislivello in 3h22′, ma la temperatura media del giro è di 0°C  e questo mi basta per renderla una “frozen ride”.

Valle Duppo il vestito invernale di dona forse più di quello estivo!

Detttagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Coste,Bione, ValleDuppo,Lodrino

Valle Duppo invernale

Videogallery: Discesa dalla Madonna della neve di Bione – Valle Duppo, fine tratto duro – Valle Duppo fine salita

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Allenarsi in salita d’inverno? Si può! Alle Cariadeghe e ci si diverte!

Fino ad alcuni anni fa l’inverno, per me, rappresentava una sorta di letargo. Io che adoro le montagne e la salita trascorrevo questa parte dell’anno in attesa che la temperatura risalisse per poter ricominciare a scalare. Come tanti, seguendo il dictat dell’allenamento classico, scorrazzavo, un poco contro voglia, per le lande umide della Franciacorta o per le colline sinuose della Valtenesi. Come si diceva: ‘Facevo la gamba’. Nel 2012 tramite una delle aziende che rappresentavo acquistai un misuratore di potenza integrato nel mozzo della ruota posteriore. Le cose cambiarono velocemente nel giro di un anno. La nuova tecnologia applicata all’allenamento, i nuovi materiali per l’abbigliamento sempre più traspiranti e veloci nell’evacuare il sudore resero l’allenamento invernale completamente diverso. Finalmente si potevano scalare salite più o meno brevi anche con il freddo senza rischiare di congelarsi ad ogni discesa. Inoltre l’utilizzo dei watt come parametro dell’allenamento rese possibile effettuare una moltitudine di esercizi, proprio in salita. In fondo, dal momento che il mio obiettivo è portare la mia bicicletta a scoprire e violare sempre nuove montagne, quello che mi serve è, soprattutto, allenarmi in salita. Non ho ambizioni di migliorare i miei record personali in termini di tempo impiegato, ma di percorrere maggior dislivello e coprire distanze più lunghe. Per questo diventa fondamentale mantenere la mia capacità aerobica e resistenza alla distanza ad un discreto livello durante i mesi freddi in modo da essere pronto ad allungare il chilometraggio ed alzare il dislivello ai primi tepori primaverili. Nasce così l’esigenza di trovare tra le nostre salite quelle più adatte ai climi freddi. Il ‘Lido’ di Cariadeghe così chiamiamo questo meraviglioso altopiano sopra l’abitato di Serle è la meta ideale per l’allenamento in salita nelle stagioni più fresche.

Il versante che sale dalla città è esposto al sole fino dall’alba e la sua roccia marmorea si riscalda rapidamente dando piacevoli sensazioni di tepore fin dalle prime pedalate. Oggi 17 dicembre, per la settantacinquesima volta in cinque anni parto all’alba in direzione della mia palestra invernale preferita. Sono le 7.37 quando aggancio il pedale, nel giro di qualche minuto il termometro del mio gps si attesta a 1°C. Sta per sorgere il sole, io percorro viale Venezia in direzione est, qualche nube striata arrossa il cielo sull’orizzonte quasi fosse un tramonto. Uscito dalla città e dal suo auto-riscaldamento, la temperatura inizia a scendere, poco prima di lasciare il comune di Brescia, in aperta campagna mi fermo a fotografare un’incredibile alba. Ci sono -3°C, il terreno è brinato e il monte Maddalena rosso come il fuoco!

Riparto immanentemente, troppo freddo! A Botticino inizia la salita per Serle e le Cariadeghe, la temperatura è scesa a -4°C sarà il punto più basso. In queste limpide e gelide giornate l’inversione termica fa la sua parte e dopo soli quattro chilometri sono a San Gallo a 1°C, qui finisce la prima parte della salita. Pendenza media vicino al 7% piuttosto regolare (max 12%), giusto il tempo di una SST di 20″, ora mi aspetta un chilometro circa di pianura e discesa attraverso l’abitato. Uscito dal paese inizia la seconda parte di salita, poco più di tre chilometri anch’essi con pendenza regolare vicino a 8% e punta del 9,5%, un’altra SST da 15″. Arrivo nella frazione Castello da cui parte (sulla sx) una cementata che sale irruenta verso Valpiana (1,5km al 14%medio). Salita ottima per i fuori soglia, ma a questa temperatura, sono tornato sottozero, troppo rischiosa con la bici da corsa, meglio optare per un’altro chilometro in falsopiano che mi porta alla Cocca di Serle da dove inizia l’ultimo tratto di salita verso Casinetto. Sono altri 3,6km con una pendenza media di 4,9%.

Media ingannevole, in quanto dopo un breve tratto al 8% la strada prosegue in mezzo alle prime doline per un chilometro in falsopiano. Ora ho di fronte il chilometro  e mezzo più impegnativo costantemente  sopra il 10%, con un tratto in ombra che spesso è ghiacciato. Lo supero ed entro finalmente nella parte più alta dell’altopiano, quella da cui si ha la vista migliore sugli alpeggi, mi fermo e fotografo un mucchietto di neve, residuo della nevicata di due settimane fa.

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Arrivo alla fine della strada asfaltata, da qui in poi è terreno dei bikers! Io giro la bici  pronto per il ritorno e scatto altre fotografie di questo luogo incantato così vicino alla città (25km) e al tempo stesso così isolato e lontano dalla frenesia urbana.

All’uscita da Casinetto mi fermo ad una pozza ghiacciata nella dolina, l’avevo fotografata un mese fa quando ero salito l’ultima volta ed era ancora increspata dal vento.

Subito dopo la pozza scendendo sulla destra c’è un bellissimo boschetto di larici, inusuale a questa altitudine (850mt.), l’altopiano è territorio dominato dalle betulle e dai carpini. Oggi i loro rami sono spogli la nevicata di quindici giorni or sono ha lasciato cadere tutti gli aghi, ma il mese scorso erano nel pieno del loro splendore!

Riparto, percorro il primo tratto di discesa e dopo pochi minuti sono nel paese di Serle pronto ad affrontare una dolce salita di cinquecento metri che mi riscalda. A metà mi fermo ed immortalo la pianura sottostante, ancora leggermente brinata, e l’estremità meridionale del lago di Garda; ora ci sono 5°C, ma fermi al sole sembrano il doppio.

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Riparto, attraverso il falsopiano di Zuzurle, sorrido sempre quando leggo questo nome sul grande cartello. Nuovamente sono a Castello, qualche centinaio di metri in salita ed ecco la prima vera discesa. Ormai il sole irradia calore ed arrivo a San Gallo senza patire freddo. Un’altra breve salita di qualche centinaio di metri riattiva il mio metabolismo e riporta i battiti cardiaci sopra le 100 pulsazioni (sono scese fino a 75 lungo la discesa). L’ultima discesa, la più lunga, è anche la più fredda, infatti arrivo a Botticino e la temperatura è scesa nuovamente a 2°C. Ora mi restano una decina di chilometri di pianura, che percorro ad un buon ritmo per riscaldarmi e per giungere in orario dalla mia famiglia. In totale son quasi 50km e 2h28min di allenamento, con un dislivello di poco superiore ai  1.000mt, ma quello che più conta è che anche oggi i miei occhi hanno goduto di panorami mozzafiato.

Allenarsi in salita divertendosi, anche d’inverno!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@LidoFullimmersionCicloturisti!@SuaMaestàLido

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Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo

Oggi sabato 9 dicembre è giunto il momento di collaudare la rinnovata ‘LinaBatista’. Abondo01vrei bisogno di un intero articolo solo per Lei, per capire cos’è e perché è nata più di dieci anni fa, ma oggi si parlerà d’altro. Sono le 8.20 del mattino, il sole è da poco sorto ed io parcheggio l’autovettura a Campione di Tremosine, piccolo delta sabbioso sul lago di Garda formato dai detriti del torrente San Michele e meta ambita dai surfisti di tutto il nord Italia. La luna è ancora alta nel cielo, in opposizione al sole che sta facendo capolino dalle pendici del monte Baldo. Scarico la bici e la immortalo con uno scatto sotto questa suggestiva luminosità.bondo02

 

Parto, direzione Tremosine, esco dal piccolo borgo, entro in galleria e mi ritrovo sulla gardesana, un paio di chilometri e svolto a sinistra. Inizia il divertimento, salgo verso la forra di Tremosine, una delle strade più belle al mondo che già ho percorso e descritto più volte nei miei giri estivi (Tignalga in solitaria,  La strada della Forra, passo Nota e la Grande Guerra). Quest’oggi voglio percorrerla in una gelida giornata invernale, sul lago ci sono 6°C, ma so già che appena abbandonato lo specchio d’acqua le cose cambieranno. Arrivo alla prima lunga galleria, questa volta opto per la vecchia strada esterna dismessa ormai da decenni. In alcuni punti l’asfalto non si riesce quasi a vedere data la miriade di piccoli detriti che continuamente franano dalla sovrastante roccia tagliata a vivo. Comunque, con cautela, sarebbe percorribile anche con la bici da corsa (video). Il panorama è di quelli da lasciare senza fiato, a sinistra la roccia tagliente sale in verticale sopra di me, a destra lo strapiombo sul lago, in mezzo io su una lingua d’asfalto larga  meno di un paio di metri. Rientro sulla via principale, oltrepasso le ultime gallerie e prima di abbandonare il lago lo immortalo in un paio di fotogrammi.

Entro nella forra! La temperatura inizia a calare e l’umidità a crescere. L’angusto anfratto fa da cassa di risonanza al reboante torrente Brasa. Io passo, mi immergo in questo fragore, la mente si libera ed io tacito ascolto, contemplo, ammiro. Esco, il rumore assordante ora si affievolisce fino a scomparire nel silenzio di questa salita poco frequentata in questa stagione. Osservo il gps, la temperatura è scesa a -1°C, non me ne sono nemmeno accorto. Passano una decina di minuti e sono a Pieve di Tremosine, attraversando le anguste vie del centro con i suoi sottoportici arrivo alla terrazza del brivido. Già di suo la vista qui è incantevole, oggi un cupo nembo sovrastante il basso lago la rende eccelsa! Io ringrazio e fotografo (video).

Riparto verso Vesio, la frazione principale del comune di Tremosine, luogo da cui parte  la val di Bondo e la strada per il passo Nota. Non credo di essere in grado di arrivare fino ai 1.200mt. del valico, ma voglio capire dove posso andare con le ruote grasse (700×38) di una gravel. Per me è la prima esperienza su un terreno simile e neanche io so di preciso dove il mio scarso equilibrio riuscirà a portarmi. Oltrepasso l’abitato e finalmente si apre di fronte a me la piana di Bondo. Un tempo era un lago, talvolta anche ai giorni nostri, quando le precipitazioni sono copiose e persistenti, si forma un acquitrino dovuto alla presenza di terra argillosa poco permeabile nel primo sottosuolo. Oggi la meraviglia! La candida e lucente neve presente nei campi illumina la piana che, ancora nell’ombra del mattino, fa da contraltare alla calda e assolata cordigliera delle creste del Tremalzo.

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Entro nella valle, ad ogni pedalata aumentano le lastre di neve ghiacciata sull’asfalto, comunque le due strisce parallele create dagli pneumatici dei veicoli restano pressoché pulite, la temperatura è scesa nuovamente sotto allo zero e proseguendo verso il passo Nota non potrà che calare ulteriormente. Dopo un paio di chilometri arrivo al parco giochi ed alle postazioni dei pic-nic. Mi ricordo, dal giro di quest’estate, che erano posti proprio in fondo alla valle prima dell’inizio della salita. La temperatura è scesa a -4°C, inizio quasi ad abituarmi, le tracce di asfalto pulito sono quasi scomparse; fortunatamente il sole è arrivato anche qui ed inizia a riscaldare. Dopo il parco un ponticello sul torrente di Bondo sposta la carrareccia sul versante sinistro della valle. Mi fermo proprio in mezzo, sgonfio i copertoni, scendo di poco sotto le due atmosfere in modo da avere la maggior trazione possibile, non sono un biker, ma certe cose si sanno. Prima di ripartire mi godo il paesaggio, il silenzio, la calma ovattata della montagna e scatto fotografie.

Riparto, non sono preoccupato, quando non me la sentirò di proseguire girerò la bici, già quello che ho visto e percorso fin qui mi ripaga del freddo patito. La strada è quasi completamente bianca, anzi per alcuni tratti pedalo su di un candido manto di neve, le pendenze non sono ancora impegnative e mi sorprende la tenuta e la trazione delle mie gomme, salgo senza problemi, solo raramente dove la neve è divenuta ghiaccio scivolo leggermente (video). Passo la fontana, oggi asciutta, dove quest’estate feci rifornimento, la pendenza si fa più severa vicino al 10%, al contempo le lastre di neve ghiacciata aumentano. Io temo per la discesa, non sono mai sceso da una strada innevata. È passato circa un chilometro dal ponticello ed io inizio a perdere aderenza più spesso , decido che come prima esperienza può bastare. Sono certo che, con questa stessa bici, persone con più pratica di me sarebbero arrivate fino a passo Nota, ma va bene così. Inizio la discesa, a passo d’uomo oserei dire, piacevolmente vedo che non perdo il controllo della bici (video), ritorno al sole e decido di fermarmi per la sosta tecnica: barretta, giacca asciutta, fotografie, tante fotografie, lungo questo bellissimo ponticello pedonale. Sono estasiato, sereno, rilassato, quasi il tempo si fosse fermato e vorrei cristallizzare questo momento come la neve che ho di fronte.

Sfortunatamente devo rientrare, mi rivesto, riparto, riguardo il parco giochi; Alice e Matteo quest’estate veniamo a fare un pic-nic così potete fare le ‘arrampicazioni’ come le chiamate voi. Passato Vesio mi dirigo verso Voiandes e poi Sermerio per ultimare il quadrilatero delle frazioni di Tremosine, ma all’incrocio per quest’ultimo, mi balena un’idea. Sono qui con la gravel, perché non assaggiare un tratto della sterrata che porta all’alpeggio di San Michele, un’altra via che conduce tramite mulattiera fino al passo Tremalzo salendo alla sua sinistra? Svolto a sinistra seguendo il cartello, dopo cinquanta metri l’asfalto lascia il posto allo sterrato. Questa valle è molto più esposta al sole rispetto a quella di Bondo e la neve, sebbene la quota altimetrica sia identica, è già scomparsa quasi completamente. Mi inoltro per due chilometri e mezzo, giusto per rendermi conto di come sia e per gustarmi questo bosco di pini cembri (video). Non ho punti di riferimento, scoprirò a casa che se avessi percorso ancora un chilometro sarei arrivato all’eremo di San Michele. Meglio così, materiale per un nuovo giro! Ritorno, gustandomi ancora il panorama, prima di rientrare sull’asfalto decido di immortalare anche il monte Tignalga e la valle di San Michele.

Giunto nuovamente sulla provinciale, lo sguardo è rapito dal Baldo che mi osserva in lontananza. Mi fermo lo fotografo e riparto alla volta di Sermerio

Inizio la discesa, ma non appena prendo velocità sull’asfalto liscio scopro, a mie spese, che con la gomma anteriore così sgonfia lo sterzo tende a chiudere troppo le curve. Mi fermo, saggiamente sulla ‘LinaBatista’ ho montato una mini pompa con manometro di precisione, gonfio i miei tubeless, salgo da 2 bar fino a 3,5 bar sull’anteriore e fino a 4 bar sulla posteriore, forse un po’ alte per una gravel, ma ormai ho solo asfalto da percorrere. Riparto prendo velocità ed è tutta un’altra storia. Oltrepasso Sermerio e Pregasio sotto di me il lago è leggermente offuscato dal vapore che il caldo sole solleva dalle sue acque.

Nuovamente attraverso la Pieve e inizio la discesa verso la forra, questa volta ci sono turisti che la percorrono a piedi, io me la godo un’altra volta. Giunto di nuovo al cospetto del lago decido di fotografarlo tra una galleria e l’altra.

Ripercorro la strada esterna per evitare la galleria non illuminata. Mi immetto sulla statale in direzione Salò come recita il cartello. In galleria svolto a destra e prendo il tunnel in uscita per Campione. Da piccolo, quando percorsi l’alta gardesana per la prima volta con i miei genitori ed i miei nonni Lina e Batista,  rimasi affascinato e sbigottito dal fatto che in una galleria ci potesse essere lo svincolo per un paese altrimenti irraggiungibile via terra; nel mio immaginario le gallerie dovevano essere come dei tubi con un entrata ed un uscita soltanto. Sono a Campione, il sole scalda, come sempre sul mio lago, i 9°C sembrano molti di più. Io mi avventuro sul pontile dell’imbarcadero per scattare le ultime fotografie di giornata.

Riparto, percorro il lungolago sul passaggio pedonale, d’inverno a Campione non c’è praticamente nessuno, svolto a sinistra, arrivo davanti al duomo, svolto a destra, imbocco uno stretto vicolo che riporta alla piazzetta dove avevo parcheggiato; oltrepasso un ponticello pedonale sul torrente San Michele, sì quel torrente che, partendo dalle pendici del Tremalzo e passando per la valle omonima da me poc’anzi percorsa, sfocia nel lago di Garda creando il delta su cui è adagiato Campione. Sono arrivato, pochi, pochissimi chilometri, solo quarantacinque, velocità ridotta, 1.000mt di dislivello e soprattutto incantevoli, splendidi e fiabeschi paesaggi. LinaBatista, buona la prima!

ValleDiBondo

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@LaForraDiTremosine,ValBondo,ValSanMichele (…e che neve sia❄️!)

Videogallery: Strada della Forra di Tremosine (4’13”)Vecchia strada esternaPieve di Tremosine-Terrazza del brividoPasso Nota nella neveDiscesa in val di BondoGravel San Michele

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Magasa, la magia della neve, il Natale alla porta

Oggi, domenica 3 dicembre, le previsioni annunciano una giornata dal cielo limpido e soleggiato. In settimana una perturbazione ha portato la prima spolverata di neve a bassa quota. Decido, quindi, di recarmi in auto a Bogliaco per partire in bicicletta verso la Valvestino. Questa volta, a differenza dello scorso inverno (vedi Valvestino tra i ghiacci!), voglio arrivare a Magasa borgo a quasi 1.000mt. di altitudine sotto al famoso alpeggio di cima Rest. Sono le 8.26 quando cavalco il mio fido destriero in titanio e parto, dopo un paio di chilometri svolto a sinistra ed inizio a salire costeggiando il lago. Quante volte avrò scalato il Navazzo da quando vado in bicicletta? Non si contano, salita dolce e dai paesaggi meravigliosi sul lago. Oggi devo percorrere i sette chilometri che mi separano dal paese lentamente cercando di sudare il meno possibile. La temperatura durante la salita si attesta tra i 2°C ed i 4°C, il sole irraggia calore e la sensazione è quella di essere a 10°C, ma so per certo che una volta oltrepassato il borgo appropinquandomi alla Valvestino la temperatura precipiterà ampiamente sotto lo zero. Per questo devo cercare di restare il più asciutto possibile per evitare che il sudore mi si congeli addosso. Mentre salgo ammiro il panorama, oggi la giornata è di quelle speciali, cielo terso, aria cristallina, sole caldo, il lago intensamente blu zaffiro, tutto lascia presagire uno spettacolare paesaggio anche una volta entrato nella valle. Giungo a Navazzo, mi fermo e tolgo i guanti leggeri, usati durante l’ascesa, per indossare quelli asciutti e pesanti pronti per contrastare il gelo della Valvestino. Bevo un sorso d’acqua, mentre contemplo il monte Pizzoccolo, oggi già vestito a Natale. Esso pare un pandoro con una leggera spolverata di zucchero a velo sulla sommità.

Riparto, ancora un paio di chilometri ed il sole si nasconderà proprio dietro il Pizzoccolo. La strada inizia a sbiancare, segno di piccoli cristalli di ghiaccio sull’asfalto. Procedo con circospezione, i mezzi antineve sono già passati con sabbia e sale durante la settimana, ma non in maniera esaustiva. Arrivo alla diga, la temperatura è già scesa sotto lo zero, i cristalli liquidi del mio gps iniziano a perdere contrasto, a fatica riesco a leggere -4°C. Non ci sono ancora le colonne di ghiaccio dello scorso anno, troppo pochi i giorni sotto lo zero per averle già formate; tuttavia sufficienti per aver ibernato gli esili ramoscelli di arbusti a bordo strada. Miracolosamente ne trovo alcuni baciati da un raggio di sole filtrato tra le montagne, mi fermo e li fotografo.

Proseguo, giungo al primo ponte, alla destra la valle che conduce verso Costa, ancora tutta in ombra ricoperta da una sottile coltre di neve bianca. Paesaggio silente e spettrale. Arrivo al secondo ponte, quello dell’antico confine con l’impero austroungarico. Semre a destra si apre la valle del Droanello anch’essa completamente in ombra e cosparsa di neve. Vorrei fotografarla, ma ormai il freddo è entrato sotto i miei guanti e le dita iniziano a ghiacciare. Per fortuna il bivio di Molino di Bollone è vicino, lì so di poter trovare nuovamente il sole per alcune centinaia di metri per riscaldarmi. Non riesco più a leggere la temperatura sul mio gps perché è ormai quasi completamente nero, segno evidente che la stessa si è abbassata ulteriormente. Arrivo al sole e rallento per godere di qualche istante in più di caldo. Tengo la destra, direzione Turano e Magasa. La strada ricomincia a salire, anche se ancora dolcemente. Ritorno nella gelida ombra, sto arrivando al punto più freddo di tutta la valle, dopo una curva sinistrorsa scorgo la mia ‘palude’ o ‘stagno’ preferito, tutt’intorno neve e ghiaccio. Non posso non fermarmi a fotografare quest’immensa bellezza.

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A casa scoprirò che la temperatura era scesa a -8°C. Riparto, oltrepasso il bivio per Turano e procedo spedito verso Magasa. I mignoli iniziano a bruciare dal freddo, ma so che tra breve risalendo la montagna sarò di nuovo al sole.Magasa All’incrocio il cartello recitava 5km al paese. Questa salita è costantemente tra il 7% e il 10% di pendenza, piuttosto impegnativa, ma senza strappi violenti. Dopo i primi due chilometri sono nuovamente su un versante soleggiato ed alla mia destra posso ammirare gran parte della Valvestino ancora parzialmente in ombra, mi fermo e scatto alcune istantanee per immortalare il paesaggio.

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Riparto ormai Magasa è vicina, il sole mi riscalda, la temperatura riprende a salire, all’ultimo tornante scorgo alcune stalattiti di ghiaccio, ma non mi fermo dovrò scendere ancora dalla stessa strada, avrò modo al ritorno di fotografarle quando saranno illuminate dal sole. Poco prima del borgo non posso esimermi dal fermarmi e immortalarlo con il mio telefono.

Entro in paese e ne percorro alcuni vicoli alla ricerca di angoli suggestivi da fotografare. Incrocio solo un paio di persone, nonostante siano già le 10.45 di mattina. Mi fermo in un piccolo slargo dove provvedo ad indossare un intimo asciutto, a mangiare un fruttino, bere dell’acqua ed indossare i nuovi guanti a tre dita unite per la discesa.

Mi accingo a lasciare il paese, ma proprio all’uscita del borgo mi viene l’ispirazione per un’ultima fotografia panoramica e per una deviazione verso il parco giochi appena fuori l’abitato non lontano dal cimitero.

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La deviazione si rivela interessante e mi consente di fotografare Magasa da una prospettiva diversa e molto suggestiva.

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Riparto, sono già passate le 11.00, questa volta si scende per tornare indietro. Come promessomi mi fermo a fotografare prima le stalattiti di ghiaccio e poi i boschi ed i monti innevati attorno a Magasa.

In discesa mi raffreddo un poco e cerco di non prendere troppa velocità, ad ogni sosta fotografica in realtà mi scaldo un pochino grazie all’irraggiamento solare. Oltrepasso il bivio per Turano e mi dirigo verso il mio stagno, unico punto che credo di trovare ancora in ombra. Così è, ma la mia sorpresa è tanta nell’osservare il meraviglioso effetto scenico che l’acqua immobile della palude crea con le vette che ivi si specchiano.

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Anche stavolta il mio ‘stagno’ ha saputo sorprendermi, quasi fosse quello di Giverny che Monet amava dipingere in orari e stagioni diverse. Mi giro dall’altro lato ed osservo uno spettacolare gioco bicolore di grigio e bianco lungo tutta la parete rocciosa.

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Qui, nonostante l’orologio segni 11.30, ci sono ancora -5°C! Monto in sella e mi dirigo rapido verso il lago di Valvestino oramai quasi completamente al sole. Lo percorro godendomi ogni istante ed ogni scorcio, fermandomi qua e là a scattare fotografie.

Oltrepasso la diga, arrivo in prossimità di Navazzo ed inizio a scorgere la sagoma innevata della vetta del monte Baldo. La temperatura è tornata sopra lo zero, io passo il paese e inizio la discesa verso il Benaco, ma sono costretto nuovamente ad un paio di soste, il vento di Peler oggi sferza il lago con estrema violenza e rende i panorami limpidi e con profondità d’immagine.

Oggi opto per la discesa attraverso Zuino, stretta, tortuosa e ripida, ma che mi consentirà di giungere direttamente alla rotonda dove ho parcheggiato l’autovettura. Scendendo ammiro il lago e prendo una nuova decisione. Giunto alla rotonda proseguo verso il porto di Bogliaco. Prima di tornare voglio gustarmi il ‘mio’ lago anche dalle sue tumultuose rive. Così mi fermo all’imbarcadero ed immortalo anche questo incredibile scenario, ora la temperatura è salita a 7°C, ma sembra ce ne siano almeno 15°C.

Sono le 12.45 quando carico la bicicletta in auto. Non avrei potuto sperare in una giornata dal meteo migliore: sole, neve e ghiaccio.

Anticipo di un Natale che sta per sopraggiungere.

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@Magasa (in Valvestino è Natale!)

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Dagli Appennini a Portofino (and back)

Sono trascorsi quattordici giorni da quando, scesi dal monte Lesima, ci trovammo di fronte il bivio della statale ss45. A sinistra la freccia per Piacenza, a destra per Genova. Fu così che proferii le fatidiche parole: “Beh, Genova non è poi così lontana. Caffè a Portofino?”. Suscitai ilarità nei miei compagni di avventura, ma un malefico tarlo si insinuò nella mia testa. Nei giorni seguenti studiai il percorso nei minimi dettagli (ormai ho una reputazione da difendere) e quando fui pronto condivisi l’itinerario con Rick. Centosessanta chilometri ed un dislivello di duemilaottocento metri recitava il mio navigatore Xplova X5. La reazione fu: “Ma vuoi farlo adesso? Ormai è autunno inoltrato.” Risposi: “Sì, sfruttiamo l’ultima bolla di alta pressione che ci sta regalando inquinamento e giornate miti”.

È sabato 14 ottobre, alle 5.45 partiamo, direzione ancora una volta val Trebbia, località Ottone, dove si unirà a noi il grande Giorgio (quello de I sette borghi di Valvestino) partito da Chiari. Passato Bobbio ci insinuiamo in quella parte di val Trebbia che due settimane addietro evitammo per affrontare un’ultima salita panoramica. Il Trebbia qui forma un canyon spettacolare che, con la fioca luce dell’alba, appare ancor più spettrale nelle sue rocce bigie e cineree. All’improvviso, dopo un tornante, ecco di fronte a noi lui, il monte Lesima, colui dal quale è scaturita questa avventura. Io accosto la Mog-mobile. Rick, dopo un primo istante di perplessità, capisce il perché. Scendo, telefono alla mano ed il mio nuovissimo Nokia 8 scatta la prima immagine di giornata. È giusto che sia questa, il Lesima, da qui inizia ufficialmente questo nuovo itinerario che promette già di essere indimenticabile.

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Ad Ottone arriviamo con un’attimo di ritardo, Giorgio è già pronto. Entriamo nel bar per un caffè e per un giro in ‘ufficio’. Mentre prepariamo le biciclette amletici dubbi assalgono il povero Rick. Io sono vestito con giacca Mossa (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) e gambali felpati. Giorgio, quello degli ‘early morning’ alle 4.50 infrasettimanali, con maglia manica corta, manicotti e gilet antivento. Invernale o estivo? Avere freddo ora o soffocare a Portofino? Alla fine la scelta cade su giacca e guanti lunghi. Si parte, il termometro segna 1°C, resterà così per i primi venti chilometri in val Trebbia. Io e Rick abbiamo mignoli e anulari congelati, Giorgio continua a ripetere che in seguito avremo molto caldo. Sì, ma in seguito! Fortunatamente a Montebruno inizia la salita che porta a Barbagelata. BarbagelataPrima erta di giornata, 7,5km, di cui i primi 5km costantemente attorno a 8/10%, poi uno strappo di 500m tra 10/12% ed infine gli ultimi 2km con dolci pendenze per giungere in mezzo all’abitato di Barbagelata. La salita si sviluppa quasi interamente in un fiabesco bosco di castagni dagli accesi colori autunnali. Sin da subito mi stacco dai miei compagni decisamente più veloci di me; mi godo il paesaggio, ammiro la natura, cogito su come trasformare queste emozioni in parole e percepisco l’aria scaldarsi dolcemente mentre io scalo la montagna (in vetta oltre i mille metri s.l.m. ci saranno già 13°C). Oltrepasso il piccolo abitato di Costa Finale, pare disabitato, ma non lo è;pfin02 incrocio un’anziano passante ci salutiamo con complicità, quella di chi sa apprezzare le prime ore del mattino. Sono nel tratto più pedalabile, mi guardo attorno, cerco di capire se dietro di me si vede il Lesima per un’ultima occhiata prima di scavalcare il crinale e gettarmi nella lunga discesa verso la riviera ligure. Non lo vedo; scopro, invece, che sono giunto a Barbagelata. Ad accogliermi, un grosso cane bianco, che a discapito della taglia suscita tenerezza. Mi annusa, intanto che appoggio la bici al muretto per scattare un’inusuale fotografia a due pupazzi di legno posti a fianco della piccola chiesetta.pfin04 Riparto, i miei amici mi stanno aspettando poco più avanti, sul crinale, riscaldati dal primo sole mattutino, i gradi ora sono 17°C! Giorgio è il nostro Cicerone di giornata, già, perché scopriamo che sua mamma è di origine ligure e proprio di queste zone. Egli queste strade le conosce come io conosco le stradine della gardesana bresciana. Mangiamo qualcosa e iniziamo la discesa; il passo, quello vero, è qualche chilometro più a valle (passo della Scoglina) e separa la val d’Aveto dalla val Fontanabuona. Quasi venti chilometri di discesa, dapprima esposta al sole, in seguito, oltrepassato Favale di Malvaro, nuovamente all’ombra delle vette appenniniche circostanti; lo percepiamo dalla temperatura ridiscesa a 12°C. Sarà l’ultimo fresco di giornata. Giungiamo a Cicagna e ci innestiamo sulla più trafficata provinciale che porta a Chiavari, ma la abbandoniamo dopo soli tre chilometri. Siamo Cicloturisti! Quindi per giungere a Rapallo abbiamo scelto la strada più ostica e assieme panoramica, quella che sale al passo della Crocetta (599m). PassoCrocettaSalita non lunghissima, circa 6km con pendenza media vicina a 9% e punte di 15% dopo 4,5km. Una salita a cui portare rispetto. Come in precedenza, resto solo fin dal primo chilometro, i miei amici hanno decisamente un’altra gamba, soprattutto Giorgio, che mi svelerà in seguito Rick, pareva non far mai fatica. Preferisco salire al mio ritmo, senza assilli, il giro odierno sarà veramente lungo. Nel frattempo mi gongolo nuovamente all’ombra dei castagni che pare oggi non ci vogliano proprio abbandonare. Giunto sulla sommità, trovo uno spettacolo increscioso; è Rick a torso nudo, madido di sudore, che sta per indossare la giacca al rovescio. Sostiene che, così facendo, si asciugherà più velocemente l’interno. Avrei le foto a testimonianza dell’insolito gesto, ma per pudore non le pubblico. Iniziamo la discesa verso Rapallo attraversando il borgo di San Maurizio. Reti verdi e arancio ricoprono, come morbidi tappeti, gli uliveti collinari, in attesa che i ‘battitori’ dei contadini le inondino di succose olive. A metà discesa sono costretto a fermarmi, anche se c’è un poco di foschia, devo immortalare il golfo del Tigullio dall’alto. Avevo lasciato in silenzioso il telefono e Marina mi aveva chiamato.

La richiamo, sospettando che non avesse trovato la cartella con le foto dei compiti di Alice nel computer. Così era, ma, per fortuna, poi l’aveva trovata. Mi chiede com’è il tempo. “C’è il sole, fa caldo, stiamo scendendo a Rapallo.” rispondo io. “Beati voi!” sospira lei con un pizzico di invidia. Riparto, nel frattempo, il premuroso Rick stava risalendo non vedendomi più arrivare. Gli spiego l’accaduto mentre scendiamo a valle. Rapallo, sono le 11.40, il traffico in città è abbastanza intenso, la nostra guida Giorgio, ci conduce attraverso il centro ed il lungomare dirigendoci poi a Santa Margherita Ligure. Ormai siamo in vista dell’obiettivo. Portofino stiamo arrivando! Attraversiamo prima il piccolo golfo di Paraggi, una vera perla, io lo preferisco, più raccolto, intimo quasi timido rispetto alla più blasonata Portofino. L’acqua è cristallina, tutte le sfumature del blu degradano dal mare aperto verso riva. Si passa dal blu zaffiro, al blu cobalto, attraverso il verde smeraldo, per arrivare all’acquamarina a pochi metri dalla riva. Già guardandola dall’alto vien voglia di immergersi, i gradi ora sono 23°C, qualcuno il bagno lo sta facendo veramente, beato lui!

Noi ci rimettiamo in sella, ma non per molto, girato l’angolo la vista di Portofino, del suo piccolo golfo, i riflessi del mare e di un pino marittimo che sale in diagonale verso il cielo ci bloccano immanentemente. Quel pino sembra sia cresciuto così per farsi scattare le fotografie dai turisti. Io, ovviamente, mi fermo e rubo un’istantanea dell’affascinante luogo.

Finalmente arriviamo all’inizio dell’area pedonale, sono gli ultimi cento metri che ci separano dalla riva del porto. Io e Giorgio scendiamo dalla ‘specialissima’ e camminiamo tra i negozi, Rick si ricompone prima di raggiungerci. Giungiamo nella piazza, prontamente due vigili ci apostrofano gentilmente: “Le biciclette non sono ammesse neanche condotte a mano!”. Ci scusiamo, avevamo visto il divieto, ma non letto la postilla ‘anche condotte a mano’ essendo usi ai nostri lungolaghi dove a mano si può. Oramai siamo lì, scattiamo le fotografie e mesti torniamo indietro.

Rick, vedendo la scena da lontano, era già tornato all’ingresso del tratto pedonale. Niente caffè a Portofino! Città poco ‘bike-friendly’. Torniamo a Santa, così la chiama Giorgio, ci fermiamo in un bar sulla grande rotonda del lungomare. Caffè e focaccia all’aperto, il termometro segna 25°C.

Un rapido giro ai servizi per indossare l’intimo asciutto e la maglia manica corta che mi ero portato nella preziosa borsa sottosella da 2l e sono pronto per ripartire. Rick ha ancora fame, ci suggerisce di aspettarlo in piazza facendo fotografie mentre cerca un panificio aperto per acquistare dell’altra focaccia ligure. Si chiama ottimizzazione dei tempi! Noi, ubbidienti, eseguiamo; la piazza è molto bella ed il sole dietro ai campanili della chiesa di Santa Margherita le dona una lucentezza ed un calore estivo.

Ritorna Rick, ci abbuffiamo, ripartiamo, prossima meta Chiavari, da dove abbandoneremo il mar ligure per inoltrarci nuovamente nei boschi appenninici. Per farlo dobbiamo superare la dolce salita di Monte Cucco che parte nei pressi delle scogliere di Zoagli, sono solo 3,4km con un pendenza media costantemente tra 4% e 5%. MonteCuccoNon sarebbe impegnativa, se non fosse che la digestione delle focacce liguri necessita di tempo ed energia dedicata allo stomaco. Scolliniamo, davanti a noi una discesa pressoché diritta che porta a Chiavari, ci fermiamo un’istante ad ammirare la riviera; malgrado la foschia si distinguono chiaramente anche Lavagna e più ad est Sestri Levante con il caratteristico promontorio detto “l’isola”.

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Giungiamo in picchiata in città, seguiamo Giorgio mentre si districa nelle vie centrali come fossero quelle di casa sua. Abbandoniamo il mare, ci dirigiamo a nord, nella valle Sturla. Fino a Borzonasca la strada è pressoché piatta, in 17km guadagnamo soltanto 150m. Io inizio ad accusare il colpo. No, non è una crisi di fame, ho mangiato zuccheri ad ogni ora, neanche di sete tre borracce da 750ml in meno di sei ore. In realtà questa notte ho dormito poco e male a causa di Matteo, ma si sa essere padri ha qualche contro indicazione. Ho sonno, il mio cuore ha sonno, vuole riposarsi, a nulla valgono i miei tentativi di sollecitarlo. Non il presupposto migliore per affrontare la salita del passo della Forcella. Fortunatamente l’ascesa è di quelle facili, 16km con pendenze molto regolari attorno a 4-6%. Subito fuori dall’abitato di Borzonasca ci attende un lungo rettilineo con la roccia grigiastra esposta a sud, qui il caldo si fa sentire, leggerò poi sul gps che sarà la temperatura più alta di giornata 27°C. Io arranco, nonostante la pendenza ridicola non raggiungo i 15 km/h. Gli altri due, a maggior ragione stavolta, si sono già involati verso il passo. PassoForcellaIl paesaggio è meraviglioso, dopo il primo tratto tra i campi collinari, si entra nuovamente nel castagneto, sembra di stare in una galleria tutta gialla. Cerco di vincere il sonno guardandomi intorno; convincendomi che questa lentezza nel procedere mi da più tempo per fissare nella mente il ricordo di questi luoghi, ma sbadiglio ad ogni minuto. Provo a bere caffè liquido (zuccheri a rilascio graduale con aggiunta di caffeina), la situazione non migliora, a metà salita ingurgito un’energia rapida, l’effetto è scarso. Guardo i battiti, sono tra 110 e 120! È vero che sono bradicardico, ma, sotto lo sforzo di una salita, queste pulsazioni sono veramente poche. La salita sembra non finire mai e dentro di me si crea un po’ di rabbia al pensiero di poter rovinare questa splendida giornata. Penso sicuramente Rick dovrà guidare al ritorno, ma ora bisogna arrivare in vetta.  Mi trascino, tra uno sbadiglio e l’altro, fino alla Forcella da cui la vista è splendida. Super-selfie di rito per l’intrepido trio.

Prima di ripartire, faccio presente che ho assoluto bisogno di bere, ho esaurito entrambe le borracce che avevamo rabboccato a Santa. Giorgio ci rassicura in sei chilometri saremo a Cabanne, borgo della val d’Aveto, se non avremo ancora incontrato una fontana ci fermeremo ad un bar. Così avviene, entriamo nel bar, un bicchiere di coca alla spina per me e Rick, la sorseggio lentamente quasi fosse una medicina. Rabbocchiamo le borracce, un ultimo caffè liquido e siamo pronti per l’ultima erta di giornata. Passo del Fregarolo, 6km con pendenza media 6%, ma i primi 1,5km sono pressoché piatti, questo significa che nei restanti 4,5km saremo spesso con pendenza tra 9% e 11%. PassoFregarolaNon esattamente la salita che vorrei scalare per raggiungere l’automobile in queste condizioni. Giunto al primo tornante il clivo si fa aspro, mi alzo sui pedali e spingo. Sto, nuovamente, entrando in un bosco di castagni. L’ora è ormai tarda. Sono le quattro, il sole basso sull’orizzonte dona ancor più colore alle foglie autunnali. La montagna si accende di rosso, arancione, giallo anche il verde delle conifere è più intenso. Un chilometro più avanti Giorgio mi aspetta per fotografarmi ed incitarmi.

Poco più avanti, troviamo Rick che si è fermato a raccogliere un grosso e corto bastone da una fascina e lo tiene di traverso sul manubrio. È più di un chilometro che un grosso cane lo insegue abbaiando. Dice Rick: “Proteggerà anche la sua proprietà, ma, per non sbagliare, io mi attrezzo”, fortunatamente ancora qualche centinaio di metri e ci abbandona, abbiamo lasciato il suo podere. Rick mi rassicura: “Nessun problema, se non stai bene vado io all’auto e torno a prenderti”. Ribatto: “In un modo o nell’altro in cima arrivo in bici!”. “Brao Mog!” chiosa infine lui. Continuiamo a chiacchierare. Passa forse un minuto, penso al mio sonno, è somparso, non che sia in splendida forma, ma non sbadiglio più. Mi alzo sui pedali il cuore sale! Urlo: “Mi è passato il sonno!”. Girogio: “Ce ne siamo accorti!” Rick chiosa: “Il Mog o sta in silenzio totale o chiacchiera a manetta, non so cosa è meglio”. Sono un essere semplice modalità ON/OFF, praticamente un sistema binario! Ce la ridiamo e giungiamo al passo quasi senza fatica. In assoluto la salita più bella affrontata oggi, forse perché il sole che si appresta a tramontare ha reso i colori ancor più vivi.

Ultimo selfie di giornata, un’occhiata al gps ed esclamo: “Passati i 3.000m di dislivello!”. Ci gettiamo in discesa ed in breve tempo siamo a Loco, dove ci innestiamo sulla statale ss45 in direzione Ottone. Mancano poco più di 11km, Giorgio è davanti, si abbassa sul manubrio ed inizia a ‘stantuffare’, 40km/h, poi 45km/h, in poco più di un quarto d’ora siamo ad Ottone. Avevo guardato la mia velocità media a fine discesa 20,2km/h ora segna 21 km/h. Grazie Giorgio! Prima di scendere dalle bici ci complimentiamo tutti e tre. Forse il più felice di tutti oggi sono io; quando passi una crisi, che sia di sonno, fame o sete, quello che viene dopo ha sempre un sapore di grande conquista. Alla fine guido io! Durante il tragitto ripercorriamo ogni istante di questa splendida gita: 160km e 3.085m di dislivello in ottobre inoltrato, roba da giro estivo!

Grazie Giorgio che ci hai fatto da Cicerone, ma soprattutto grazie Moglie ed Agnoli che anche stavolta avete deciso di non divorziare!

AppenninoToPortofino

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@CaffèAPortofino

Videogallery: coming soon…

Photogallery:

Monte Lesima e dintorni

Qualche settimana fa Rick e Macca hanno pedalato sugli appennini piacentini. Al ritorno Rick mi ha parlato del monte Lesima. Tempo zero ed ecco organizzato il giro per la conquista della vetta. Sabato 30 settembre sono le 6.30 del mattino quandPassoPeniceo partiamo in autovettura alla volta di Bobbio. Siamo io, Rick e Max. Alle 8.30 iniziamo a pedalare, non prima di un caffè ristoratore in centro a Bobbio. La strada si presenta subito in salita, prima attraverso dolci prati collinari e vigneti, poi addentrandosi nel bosco. Sono dodici chilometri circa, la pendenza non è mai estrema spesso tra 6% e 9%, tre corti falsopiani spezzano il ritmo della salita (video 36″). In poco più di un’ora siamo al passo, da cui si gode di una splendida visuale sul monte Alpe e la val Tidone. Siamo carichi e pronti per la prima carrellata di selfie.

Ripartiamo in direzione del Lesima, ci aspettano circa venti chilometri. I primi sette ci conducono, con panorami mozzafiato, all’inizio della corta salita (1km al 7%) del passo del Brallo, poi altri quattro chilometri ci fanno scendere fino alla sella di Brallo di Pergola a 950m, dove un quadrivio anima finalmente il paesaggio di qualche presenza umana.SbarraMonteLesima Proseguiamo diritti e rientriamo nel bosco attraverso una strada che si presenta subito con pendenza severa intorno a 10%. Per giungere a cima Colletta (1.490m) ci vogliono quasi cinque chilometri al 8% tutti in un bellissimo bosco di larici, abeti, pini, castagni, dalle mutevoli colorazioni gialle, arancio, rosse e verdi.

Da qui altri cinque chilometri in costa e siamo di fronte alla sbarra (video 2’20”). La strada che porta alla sommità del Lesima è proprietà dell’Enac, in auto solo gli addetti al radar possono salire; diverso il discorso per escursionisti e ciclisti. Scavalchiamo, la strada è già al 20% ed agganciare il pedale è impresa da equilibristi. Rick si mette parallelo alla sbarra e sfruttando i due metri e mezzo di carreggiata parte; Max rinuncia e si avvia al primo tornante distante poco meno di cento metri; io ci provo una, due, tre volte ma sono veramente impedito e salgo a piedi fino al tornante.MonteLesimaDaSbarra

Salgo con circospezione, ho letto sui blog che questi due chilometri sono letali. Il mio Xplova continua ad attivarsi per le riprese video segno che siamo sempre oltre il 15%; non che avessi bisogno di conferma; i quadricipiti me lo urlano, gli occhi vedono solo asfalto anche alzando lo sguardo. Sono spesso vicino al 20%, anche oltre sugli stretti tornanti successivi. Finalmente dopo 1,3km il tanto atteso falsopiano che coincide con l’immissione della strada sul crinale che conduce alla vetta. Quattrocento metri di respiro con uno strappo in centro al 10%. Infine l’ascesa finale, più simile alla pista di salto con gli sci che non ad una strada; centocinquanta metri diritti sul crinale, pendio scosceso a destra, pendio scosceso a sinistra. La guardo, un respiro profondo, mi alzo sui pedali e danzo.IMG-20170930-WA0055 Mi sono risparmiato fino a qui e adesso do tutto per salire come quelli veri (video 27″). Siamo in vetta 1.724m! Dopo qualche meritato respiro ci spostiamo alle spalle del radar per osservare il panorama verso sud. Il dinamico trio inizia ora lo scatto selfie e bothie selvaggio!

 

In vetta insieme a noi altri due ciclisti provenienti da Genova, stringiamo amicizia, Daniele, colui che è arrivato per primo ‘zompettando’ come un camoscio è affascinato dalla mia bicicletta. Scoprirò poi su Strava che è salito con il terzo miglior tempo di sempre :o) Si scende (video 3’03”), lentamente, è il momento di gustarci lo splendido paesaggio che in salita appariva annebbiato dalla fatica. Arrivati alla sbarra mangiamo qualcosa, Rick e Max indossano la mantellina e ci prepariamo per la lunga discesa verso Ottone. Splendida, sinuosa, divertente, incredibilmente ricca di paesaggi mutevoli, ma, al di sopra di tutto, senza nessuna automobile! In ventidue chilometri abbiamo incrociato solamente tre veicoli, da non crederci. Ritornati a fondo valle optiamo per il percorso corto, Max ha rotto un raggio della ruota anteriore, dopotutto la meta di giornata è stata conquistata. A Ponte Organasco ci fermiamo ad una trattoria a mangiare, sono le 12.45 ed abbiamo una discreta fame. Cosa Mangiare? Beh..nelle colline piacentine ci si abbuffa con ‘Pisarei e fasoi’!

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Dopo un’ora circa si riparte. Il triatleta Max con una certa convinzione afferma: “Una ventina di chilometri a fondo valle e siamo a Bobbio”. Non ha fatto i conti col Mog, io fare altri venti chilometri piatti, sia mai! Ribatto: “Caro Max ora si sale subito verso Pratolungo, vorrai mica fare la statale 45 nel traffico?”. Sorride, IronMax non teme nulla. In totale la salita misura 6,8km con pendenze dolci tranne qualche corto strappo vicino al 10%. Noi l’affrontiamo con la calma di chi ha fagioli e crostata nello stomaco.Pratolungo

Soprattutto Rick ha bisogno di più tempo per la digestione. Verrà apostrofato perché ad un bivio abbiamo dovuto aspettarlo; ironicamente gli diciamo che mancheremo il kom su Strava per questo motivo. Alla Pieve, punto più alto dell’erta, una graziosa chiesa ci attende. Noi puntuali fotografiamo e ci dilunghiamo.

Ripartiamo, inizia una leggera discesa, traffico sempre ai minimi termini. Dopo 4,5km il bivio a sinistra per Rossarola, minuscola frazione di Corte Brugnatella, per altri cinque chilometri la strada si mantiene in quota, poi all’altezza del disabitato borgo di Pietranera inizia la discesa. Giungo primo al paese fantasma e ne vengo rapito, il meteo dopo pranzo è peggiorato ed ora il grigiore di nuvoloni bassi e cupi intristisce ancor più questo luogo dominato dall’Oratorio di S.Anna, anch’esso fatiscente.

La picchiata verso Bobbio è spettacolare (video 1’56”), la strada dapprima crepata, rugosa e rovinata si trasforma in un manto di velluto appena asfaltato nell’ultimo chilometro che conduce alla città. Siamo a Bobbio, ma non è finita; meglio, ciclisticamente sì, ma turisticamente restano da percorrere le vie del centro (video 48″)per osservare la cattedrale di Santa Maria Assunta, l’abbazia di San Colombano ed infine una fugace escursione al ponte Gobbo meraviglia architettonica del VII secolo costruito su una preesistente opera.

Non ci resta che caricare le bici sull’auto ricordando la splendida giornata; poco meno di 100km con 2.650m di dislivello, l’arcigno monte Lesima conquistato, le meravigliose e tortuose valli dell’appennino e la fantastica mancanza di traffico ovunque.

Grazie Max e Rick!

MonteLesimaItinere

Dettagli tecnici su Strava: link

Videogallery:  PassoPenice(36″),  DalPeniceAlLesima(2’20”),  LesimaSalita(5’08”),  LesimaDiscesa(3’03”),  DiscesaABobbio(1’56”),  Bobbio(48″)Lesima100mtFinali

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Dosso dei Galli autunnale

Dopo la fantastica escursione di sabato scorso al Monte Lesima, mi è venuta un’insana voglia di salire agli ex-radar NATO del Dosso dei Galli (2.126mt.) in questa stagione autunnale per ammirarne i colori particolari. Sono le 5.45 di sabato 7 ottobre quando, insieme all’amico Rick, partiamo da casa, almeno per un’ora e mezza saremo al buio. Dopo il forte vento di ieri sera la temperatura è calata enormemente; partiti a 11°C già a Concesio siamo a 8°C. Il vento di termica soffia forte contro di noi e il freddo percepito è ancor più intenso. Procediamo convinti verso l’alta valle oltrepassando i paesi in successione: Villa Carcina, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Marcheno (video 44″). Siamo già a 4°C, da qui iniziano i tratti senza illuminazione stradale e la luna piena insieme alle mie potenti luci anteriori ci guida verso Bovegno. Passato il borgo la luce del giorno inizia a rischiarare la valle, ora i gradi sono 2°C! Ci fermiamo un istante, Rick riposiziona i copri-scarpe e ripartiamo. Attraversiamo Collio e ci dirigiamo a San Colombano, da qui inizia la parte dura della salita, sono quasi 9km al 9% di pendenza media per arrivare al bivio appena sotto il passo Maniva  e altri 8,4km con media del 5,4%, ma estremamente incostanti con lunghe rampe tra il 10% ed il 12% per giungere al Dosso dei Galli.

Sono circa le otto, siamo già oltre San Colombano, pendenza attorno a 11% e suona il telefono di Rick. ‘Agnoli’ vuole sapere dove siamo, prima di recarsi al lavoro. Risposta eloquente: ‘Passato San Colombano! Neanche per venire a sciare al Maniva eravamo già qui a quest’ora!?!’. Ribatte la Cri: ‘Tutto bene, fa freddo?”. Rick: ‘Siamo in salita all’undici e ci sono 0°C!’. Proseguiamo lentamente, ma con costanza (video 45″). Non so quanti watt sto usando per mantenere la temperatura corporea nella norma, ma sono molti. In poco meno di un’ora siamo al bivio appena sotto il passo Maniva; abbiamo deciso di non fermarci per le fotografie lungo la salita per non raffreddarci ulteriormente. Le faremo al ritorno. Proseguiamo verso il Dosso dei Galli, finalmente il sole illumina i monti; purtroppo leggere velature ad est lo nascondono spesso impedendo al suo irraggiamento di riscaldarci un poco (video 1’35”). Arrivano le prime rampe al 12% ed anche il forte vento, siamo ormai costantemente vicini al crinale. Facciamo davvero fatica ad andare avanti; infatti alla difficoltà della pendenza si aggiungono energiche raffiche frontali che ci rallentano ulteriormente. La temperatura glaciale ed il vento, che penetra attraverso le nostre giacche, ci stanno raffreddando sempre di più, nonostante lo sforzo intenso che dovrebbe mantenerci caldi . Al tornante sopra il rifugio Bonardi guardo il  Pozzone, in una sola notte sotto zero l’acqua di superficie è già ghiacciata. Sulla seconda rampa oltre 10% di pendenza Rick perde qualche metro. Siamo tra il monte Dasdanino e il Dasdana,  si inizia a vedere il lago di Garda! L’orizzonte è così limpido che si distinguono perfettamente tutte le vette dell’appennino e la pianura padana è un orribile lago di inquinamento marroncino! Non ce la faccio mi devo fermare e scattare almeno due fotografie prima di giungere ai radar.

Rick mi ha superato, proseguiamo verso il Dosso dei Galli, ora alla nostra sinistra verso nord si distingue chiaramente il ghiacciaio del Bernina. Non mi fermo, troppo freddo. Finalmente la meta, il cancello davanti all’ultima corta rampa che porta alla ex base NATO. Purtroppo scopriamo che questo fine settimana la zona è interdetta a causa di una partita di softair, infatti il luogo brulica di uomini in assetto tattico pronti ad impallinarsi con proiettili di gomma. Pazienza, mangiamo un fruttino, mettiamo i guanti e ripartiamo. Io cerco di scendere al Maniva senza mai fermarmi per abbreviare il tempo al gelo (video 39″). Giungo primo, entro ed ordino due cioccolate calde con crostata. Entra anche Rick, iniziamo a spogliarci ed appoggiamo gli indumenti vicino al fuoco. Dopo quasi quattro ore di pedalata siamo madidi del sudore che la temperatura vicino allo zero ci ha ghiacciato addosso.

Con calma sorseggiamo la cioccolata bollente, ci scattiamo alcune fotografie, le inviamo a casa a testimonianza del freddo e ripercorriamo con orgoglio le ultime ore. Il tempo vola, quando ripartiamo, completamente rifocillati e riscaldati, è passata un’ora esatta! Ora prima di scendere chiedo a Rick di spostarci nel piazzale sul versante di Bagolino per scattare alcune istantanee.

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Si scende, la temperatura è risalita fino a 8°C ed io mi fermo più volte per fotografare tutto ciò che prima non avevo potuto e voluto catturare a causa del freddo (video 45″).

Passato San Colombano, inizia una lunga cronometro fino a Ponte Zanano, interrotta soltanto dalla svestizione della mantellina di Rick. Qui svoltiamo a destra in via Patrioti per abbandonare la ex statale e spostarci sulla riva ovest del fiume Mella. Attraversiamo le frazioni di Noboli, Cogozzo, Villa, Cailina senza più ritornare sulla trafficata strada della val Trompia. A San Vigilio ci infiliamo sulla ciclabile del Mella, una strada bianca ben tenuta che ci consente di arrivare in città costeggiando il fiume e senza traffico (video 18″). Alle soglie di Brescia il termometro del GPS supera finalmente i 20°C, gongolo sotto al sole che ormai splende alto nel cielo, ma per scaldarmi ci vorrà il successivo bagno bollente. Prima di lasciarci diamo un’occhiata ai dati del ciclo-computer, 121km e 2.181m di dislivello, temperatura media 6°C, più di tre ore consecutive vicino allo zero. Ricordiamo la partenza notturna, la risalita lungo tutta la valle sempre più stretta e tortuosa, i meravigliosi e gelidi scenari autunnali del Maniva e del Dosso dei Galli ed infine il tepore del rientro.

Che freddo, ma che emozioni!

Felice di averle condivise con Rick, da solo avrei abbandonato!

 

Descrizione dettagliata su Strava:Cicloturisti!@DossoDeiGalliAutunnale

Video: Valtrompia di notte,  Ciclabile del Mella,  Maniva salita,  Maniva discesa,  Dosso dei Galli salita,  Dosso dei Galli discesa

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Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31)

(English version #mdd31 – click here)

Domenica 2 luglio sono le 6.05 quando entro nella mia griglia, la terza di quattro, il piazzale è già ricolmo di ciclisti, la partenza è fissata per le 6.30, ma ogni anno che passa, pur arrivando prima, sono sempre più in fondo. Quest’anno il meteo non è stato clemente, copiose piogge hanno raffrescato la montagna durante tutta le settimana; mentre scendo a La Villa leggo 6°C. In mezzo ai tremila atleti del piazzale il mio gps sale fino a 8°C; siamo quasi tutti vestiti come fosse inverno pieno, mai mi era capitato di vedere così tanti gambali e giubbini.mdd31006 Alle 6.30 puntuale lo scoppio del cannone portato in cielo dall’elicottero. Il patron della Maratona Michil Costa, come tutti gli anni, anticipa il gruppo sul suo velocipede. Noi dobbiamo aspettare ancora un poco prima di iniziare a pedalare. Finalmente alle 6.44 passo sotto all’arco della partenza, premo il tasto start del mio ciclo computer ed inizio la mia sedicesima Mdd. Ancora infreddolito dalla mezz’ora passata fermo ad aspettare seguo il lungo serpentone che si sposta verso Corvara per attaccare il primo Campolongo. Lo speaker annuncia che i primi stanno già per scollinare baciati da un timido sole che sta cercando di farsi spazio tra le plumbee nubi. I meteorologi danno tempo in miglioramento durante il mattino con ampie schiarite e temperature rigide. Proseguo fiducioso, in effetti anch’io, verso la fine del Campolongo, benificio di qualche raggio solare. Scollino, mangio un fruttino, inizio la discesa, arrivo ad Arabba ed è nuovamente salita. Passo Pordoi mi aspetta, salita sempre regolare con pendenze mai proibitive, dopo qualche chilometro vedo una maglia Cicloturisti davanti a me. È Carlo, partito in seconda griglia, lo raggiungo e rompo il religioso silenzio dei maratoneti; a quest’ora dell’alba, con 8°C, in salita c’è ben poca gente che ha voglia di chiacchere. Parliamo un poco, mi conferma che farà il corto, ha freddo, strano penso io, Carlo non è un freddoloso solitamente! Lo saluto e proseguo con il mio passo. Mentre salgo il cielo ritorna ad incupirsi, gli sprazzi di azzurro scompaiono nuovamente. Al passo inizia a gocciolare, poco poco, ma piove; scendo con circospezione, sia per non scivolare, sia per il freddo. Fine discesa e subito si scala il passo Sella. Il primo chilometro, quello dove si trova il ristoro è forse il più freddo di tutta la Mdd, cerco di prendere quota il prima possibile per poter uscire dall’ombra delle vette, in effetti alcuni sprazzi di sole danno la sensazione di qualche grado in più. Purtroppo niente da fare in cima al passo Sella la situazione non cambia;

nuvole a 360°, Marmolada grigia e vento gelido da nord; inizio la corta discesa, qua e là nuovamente gocciola e l’asfalto è umido. Alle 9.15 inizio la salita del passo Gardena, la più facile, in breve giungo a pian de Gralba, luogo del ristoro più fornito della Mdd, non mi fermo, ma passo oltre, zigzagando tra le bici. Percorro il falsopiano in discesa a velocità sostenuta, l’aria è sempre gelida. Scalo anche gli ultimi due chilometri ed alle 9.45 sono sulla sommità, guardo a sinistra verso il Valparola, nuvole; guardo a destra verso Campolongo e Giau, nuvole.

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Ovunque nuvole stazionano attorno ai 3.000mt, lasciando libere le vette delle Dolomiti, ma di fatto impedendo al sole di illuminarle e donare loro la caratteristica colorazione rosea. Arrivo a Corvara all’appuntamento con la famiglia attorno alle 10.00. La decisione ormai è presa, anche quest’anno farò solo il medio, senza la vista delle splendide Dolomiti e con il gelo che mi raffredda ad ogni discesa non sono abbastanza motivato, soprattutto, non mi sto divertendo. Marina, intirizzita, mi chiede: “Ma come fate a non avere freddo?”. Rispondo: “Certo non fa caldo, ma sono vestito ‘giusto’, comunque faccio il medio!”. In effetti la mia maglia manica lunga ‘Mossa’ sta funzionando egregiamente (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) riparto senza aver lasciato nulla di quello che avevo addosso alla partenza, d’altro canto la temperatura non è mai salita sopra i 10°C fino ad ora! Il secondo Campolongo è sempre un momento di verifica della condizione della gamba, provo a spingere un poco e risponde bene, ne vien fuori il mio secondo miglior tempo di sempre. Scendo nuovamente ad Arabba, mi infilo nel lungo falsopiano che conduce al bivio di Cernadoi, sono dieci chilometri, ogni tanto guardo in alto cerco degli spiragli di luce verso il Giau, ma niente. Ricomincia la salita, è ricomparso il sole sui verdi prati dei piani di Falzarego e magicamente il termometro sale fino a 15°C, ma è un sole effimero, a metà salita ripiombo nel grigiore della fitta nuvolaglia, il termometro scende subito a 12°C. Prima di entrare nelle gallerie del Falzarego mi fermo e scatto due fotografie, ora anche il ghiacciaio della Marmolada è nascosto dalle nuvole.

Arrivo al passo, di fronte a me il gruppo del Lagazuoi sembra minaccioso con questo cielo tetro. Mi attende l’ultimo impegnativo chilometro del Valparola, pendenza attorno al 12%; mi alzo sui pedali e spingo, anche quest’anno niente crampi all’adduttore destro (il mio tallone d’Achille).

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Inizio la discesa, la temperatura torna sotto i 10°C, non rischio e scendo tranquillo, attraverso San Cassiano, arrivo nuovamente a La Villa e mi accingo a scalare il corto ma insidioso Mür dl giat. Vorrei spingere a tutta, ma un pò di traffico e qualche ciclista a piedi mi impediscono di fare il mio personale; poco male. Provo a spingere il rapporto duro nei cinque chilometri che mi separano da Corvara, ma mi accorgo subito che il crampo è in agguato, mi alzo sui pedali e procedo così. Arrivo all’ultima curva, il tempo è più o meno quello dell’anno scorso, senza infamia e senza lode, con lo sguardo cerco i miei cari. Anche quest’anno mi vedono prima loro, taglio il traguardo, la miss gentilmente mi mette la medaglia di finisher al collo. Mi sposto nella piazza, stanno arrivando tutti: Laura, mia sorella con Marco ed il piccolo Riccardo, la Manu e Francesco e poi loro… Arriva il bacio più bello, quello di chi ti ama incondizionatamente e nonostante tutto.

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E la medaglia più bella quella che cerchi di meritarti tutti i giorni dell’anno dalle sette del mattino quando li svegli, fino alle nove di sera quando gli canti la ninna nanna per addormentarli.

Quella medaglia che negli ultimi giorni ti hanno nascosto in tutti i modi mentre cercavano di realizzarla, quella medaglia che rappresenta l’amore incondizionato tra padre e figli. Perché quest’anno il tema della Maratona dles Dolomites era l’AMUR! Grazie Mdd anche quest’anno nonostante il clima gelido hai saputo riscaldarmi il cuore con grandi emozioni, ma soprattutto…

Grazie Marina, Alice, Matteo.

 

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites (percorso medio)

Video: Maratona dles Dolomites (versione integrale) 4’52”

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Cima Piemp, uno splendido balcone sull’alto Garda.

Domenica 20 agosto, ultimo giorno della settimana di ferragosto ed ultima possibilità per una gita come piace a me, prima della ripresa dell’attività lavorativa. Sono le sei e dieci minuti quando parto verso Salò, ormai il sole spunta dalla sommità del monte Baldo dopo le sei e mezza e questo mi dà la possibilità di scattare le mie fotografie preferite quando il cielo inizia a rischiarare.

Arrivo a Gargnano e come sempre mi infilo nella ciclabile che mi consente di evitare la prima galleria, dopo un’ora e mezza sono al bivio per Tignale ed inizio la salita. Da qui per quasi quattordici chilometri la strada punterà solo verso l’alto. I primi setteCimaPiempdaGardesana chilometri sono quelli che portano a Tignale con pendenza regolare e mai impossibile. Giungo alla prima frazione, Oldesio, questa notte un forte temporale si è abbattuto sul Garda ed i segni qui sono più visibili. Sull’asfalto un tappeto di fogliame e piccoli ramoscelli suggerisce di procedere con cautela. Mi sorprende la solerzia dell’amministrazione comunale che ha già uomini al lavoro per ripulire la strada. Arrivo a Gardola, attraverso il centro e prendo a destra per Olzano, da qui la strada è per me inedita. Poco più avanti la strada principale prosegue con un tornante destrorso, mentre una secondaria entra nel centro del borgo; ovviamente scelgo la seconda, più ripida, ma decisamente più caratteristica (video 22″), mi ricollego alla principale ed entro nel vivo della salita che mi porterà ai 1.100mt di cima Piemp. Qua e là qualche cartello scritto a mano segnala il percorso per la vetta. La strada è sempre più sporca, sembra davvero di pedalare su un prato erboso segno che il temporale questa notte è stato davvero forte. Dopo un chilometro il primo tratto cementato, e se c’è il cemento la pendenza sale subito in doppia cifra. Ritorna l’asfalto e la strada torna a faCimaPiempdaGardolarsi più dolce; continuerà così in un alternarsi di cemento (a volte molto sconnesso) e asfalto fino a cima Piemp. La pendenza dopo i primi tre chilometri rimarrà costantemente in doppia cifra e spesso intorno al 14-15%. Salita dura, difficile a causa del terreno sconnesso e delle foglie cadute nella notte (video 52″). Io salgo con regolarità e mi godo questa pineta meravigliosa; larici ed abeti la fanno da padrona. Il sole che ormai è alto nel cielo non riesce a penetrare questo fitto bosco per alcuni chilometri. Dopo quattro chilometri, quando l’altimetro ha superato già i 900mt., la pineta offre alcune aperture verso l’orizzonte. Con mia grande sorpresa uno scorcio guarda verso la valle che porta da bocca Paolone verso Costa di Gargnano, il successivo rivela la sagoma delle cime di Baremone e Dosso alto.

Proseguo, ancora due chilometri sempre attorno al 14%, il crinale dei monti inizia ad intravedersi tra gli abeti, arrivo ad un bivio, a sinistra si prosegue su carrozzabile sterrata verso il passo d’Erè e poi scendendo a Costa, a destra una sbarra segna la fine della strada e l’arrivo al rifugio Piemp. Scendo dalla bici ed arrivo alla piccola radura di fronte alla baita. Sorpresa, grande sorpresa, dopo chilometri nella folta vegetazione d’improvviso si apre un balcone incredibile sul lago di Garda. Sapevo che questa salita mi avrebbe regalato una grande emozione, ma non immaginavo così. Cima Piemp da oggi entri di diritto tra le mie salite preferite! Mi fermo scatto fotografie a nastro, mangio barretta e fruttino, sono più di tre ore che pedalo, un po’ di languorino ce l’ho!

Vorrei non ripartire, indugio parecchio gironzolando per il prato, ma oggi è giornata corta, ho promesso il rientro per mezzogiorno. A malincuore inizio la discesa, passo nuovamente da Olzano mi concedo una fotografia panoramica, il temporale ha reso complicata la salita, ma il cielo terso, che ci ha lasciato, consente viste spettacolari.

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Arrivato a Gardola, decido di entrare a destra in una via laterale che conduce alla parrocchiale sperando di trovare un buon punto fotografico, questa volta no, nulla di eccezionale. Proseguo nella discesa, anche oggi decido per il ‘passaggio segreto’ (vedi La strada della Forra, passo Nota e la Grande Guerra) e mi ritrovo a Gargnano senza aver percorso gallerie, sono le 10.30, giungo nella frazione di Bogliaco e svolto a destra verso Cecina per evitare un po’ di traffico. A Toscolano sono nuovamente in statale, ma oggi non c’è il tempo per il classico San Michele da Gardone, via diritti verso Salò, le Zette, la Valtenesi. Sono le 11.35 quando arrivo davanti al cancello di casa, per una volta con discreto anticipo. Alla fine sono ‘solo’ 92km e 1.851m di dislivello, ma sono soddisfatto per aver trovato un’altro balcone con vista lago sopra i mille metri di altitudine.

Grazie Lago anche oggi hai saputo stupirmi nonostante ci conosciamo da quasi cinquant’anni!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@CimaPiemp(1.100mt) balcone sull’alto Garda!!!

Videogallery: Olzano 22″                  Cima Piemp 51″

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Passo del Bernina, Forcola di Livigno

Sono le sette e mezza del 25 agosto quando, raggiunta con leggero anticipo la cittadina di Tirano in Valtellina, ci concediamo una colazione al bar. Siamo io e Carlo, il quale mi parla dell’importanza artistica del santuario della Beata Vergine, che sta proprio davanti a noi mentre sorseggiamo il nostro caffè. All’uscita, prima ancora di inforcare la bicicletta, il mio raptus fotografico ha il sopravvento.

Finalmente si parte, ci aspettano più di trentatré chilometri di salita per giungere in vetta al passo del Bernina (2.330m) da cui speriamo di godere della vista del suo splendido ghiacciaio. In realtà il cielo è ancora coperto da nuvole, attraversiamo il confine ed entriamo nel cantone dei Grigioni, ironizziamo sul nome che corrisponde alle attuali tonalità della val di Poschiavo. Giungiamo al lago ed il cielo inizia ad aprirsi, siamo già saliti oltre i 900m ed i primi 8km di salita sono alle spalle (media 7%). Ora ci attende un lungo falsopiano che costeggia dapprima il lago e successivamente arriva all’abitato di Poschiavo. Abbandoniamo la statale per entrare in centro al paese. Quando andavo a Livigno per lavoro ero costretto a passare all’esterno, ora che sono in bicicletta voglio proprio vedere com’è. La curiosità è ripagata, la via pedonale è molto graziosa.

Usciti dalla cittadina la strada ricomincia a salire, a San Carlo inizia il vero passo del Bernina; PassoBerninaDaTiranola strada si addentra nella pineta con lunghi rettilinei interrotti sporadicamente da ampie semi curve, le pendenze sono regolari tra 7% e 10%, il traffico è piuttosto intenso per essere una strada di montagna. Dopo 24km giungo a Sfazù, da cui si ha una splendida visuale sulla valle, Carlo è un poco in ritardo ed io ne approfitto per scattare qualche istantanea e mangiare un fruttino.

Ripartiamo insieme, siamo sopra i 1.600m, iniziano i tornanti e finalmente il paesaggio diventa meraviglioso. In pochi chilometri siamo nel piccolo pianoro di La Rosa a quota 1.900m. La vista si apre verso le vette innevate, impossibile non fermarsi a fotografarle.

Riparto, ancora un paio di chilometri e sono al bivio per Livigno, proseguo e dai tornanti controllo la posizione di Carlo; è due tornanti sotto di me, ma l’andatura è regolare  segno che sta bene, ‘Sale del suo passo’ parafrasando Davide Cassani. Siamo sopra i 2.100m il vento si fa sentire, larici ed abeti sono scomparsi ed hanno lasciato spazio a macchie di prati verdi tra le rocce granitiche dei monti.

Ormai sono in vetta, 2.330m recita il cartello davanti a me, sulla sinistra il ghiacciaio del Bernina parzialmente coperto dalle nubi. Scendo qualche centinaio di metri per giungere all’ospizio da cui si ha una vista mozzafiato sul lago Bianco, sulle vette ghiacciate e sulla valle Bernina. Mi fermo nel grande piazzale, contemplo questa meraviglia, accompagnato dal rumore del vento che sussurra alle mie orecchie.

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Ritorno in vetta per aspettare l’arrivo di Carlo, un ‘selfie’ sotto il cartello ce lo siamo meritati. Iniziamo la corta discesa verso il bivio per Livigno, meta della nostra gita odierna. Dopo il bivio e la dogana Svizzera ci attendono altri 4km prForcolaDaBerninaima di giungere alla Forcola (video). La salita questa volta è incostante, il primo chilometro abbondante è in falsopiano e leggera salita; il tratto duro inizia dopo aver attraversato il ponte sul torrente Poschiavo, pendenza sopra il 10% per cinquecento metri, poi una breve pausa al 6%, quindi quasi un chilometro costantemente sopra 11%, il paesaggio ora si è fatto brullo e desolato, nessuna traccia di interventi umani a testimonianza dell’inospitalità del luogo, ma proprio questo è il suo fascino.

Giungo in vetta, attraverso il confine e mi affaccio sulla valle di Livigno, il sole e le nuvole ci donano dei panorami con chiaroscuri incredibili.

Arriva anche Carlo, si inizia la discesa verso Livigno, dove sosteremo per il pranzo. Sono passati solo 43km da Tirano, ma è ormai mezzogiorno e lo stomaco inizia a brontolare. Giunti in paese (video) ci fermiamo ad una trattoria con graziosi tavoli all’esterno su una via scarsamente trafficata. Entrambi optiamo per un carpaccio di Bresaola, leggero e nutriente; un caffè e via si riparte. Nell’entrare in paese avevo notato molte abitazioni tipiche, ora prima di andarcene due le devo proprio fotografare, Carlo prosegue.

Dopo le istantanee lo raggiungo, ‘chiaccheriamo’ mentre usciamo da Livigno e ci dirigiamo verso l’inizio della vera salita. Quest’estate abbiamo avuto poche occasioni per pedalare insieme, e per entrambi è un piacere ricordare la grande gita di primavera ai Colli di San Fermo (da Vigolo, Bratta). Inizia la salita,

ForcolaDaLivignosono poco più di 8km dal ghiacciodromo alla vetta; i primi 3,5km sono molto facili con una media di 3,5%, successivamente la strada presenta un lungo tratto, di circa 4km, con pendenze regolari tra 6% e 8%, solo nell’ultimo chilometro, quando si arriva alle gallerie proteggi frana, la pendenza si fa severa superando il 10%. Durante la salita mi fermo a scattare fotografie e giunto in vetta aspetto un attimo Carlo per immortalarlo sui 2.315m della Forcola. Iniziamo la discesa,

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prima i quattro chilometri che ci portano al bivio del Bernina, poi una lunga picchiata di oltre 30km verso Tirano; pochi tornati, tanti rettilinei e velocità che si assestano tra i 55km/h e i 65km/h anche per me che non amo la velocità(video). In venti minuti siamo nuovamente a Poschiavo, inizia il falsopiano che costeggia il lago, qualche chilometro e le pendenze ci fanno nuovamente prendere velocità. Ci dobbiamo fermare poco prima del confine, per lasciar passare il famoso trenino rosso del Bernina (video). Si riparte, sono le 15.15 quando arriviamo al parcheggio. Anche oggi il meteo ci ha aiutato. Temevamo un clima più fresco sulle vette, considerati i temporali degli ultimi giorni; invece la bolla di alta pressione è ritornata anche qui e ci ha regalato temperature comprese tra 15°C e 24°C lungo tutto il tragitto. Solo ora al ritorno ci riporta alla dura realtà dei 30°C del fondo valle, ma poco importa, giornata splendida e la compagnia che mi mancava da un po’. Grazie Carlo.

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@PassoBernina,Forcola,Livigno,ForcolaDiRitorno

Video: – Salita al passo del Bernina (long version 2’03”)

– Discesa Forcola/Bernina a Tirano (long version 1’40”)

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Tignalga, lago di Tenno, passo Duron e lago d’Idro

Oggi, 15 luglio, sono passate due settimane dalla MdD e tutto il mio allenamento per i lunghi con grande dislivello non ha ancora trovato sfogo. Da quando, questa primavera, ho compiuto il Periplo del lago di Garda ho realizzato che Riva d/G, fuori stagione, in automobile, è relativamente vicina, quindi un giro al lago di Tenno è più che fattibile. Ora è piena estate, la gamba c’è, a Riva ci si può arrivare in bici. Sono le 5.24 del mattino quando aggancio il pedale e parto, neanche cinque minuti e sono già fermo; le straneTenno001 nuvole mattutine creano degli incredibili e variopinti giochi sopra la vetta del monte Baldo; più che ad un’alba ho la sensazione di essere di fronte ad un tramonto infuocato. Proseguo scendendo dalla Valtenesi verso le Zette di Salò, arrivo sul lungolago ed il panorama è di quelli che, anche per un salodiano come me, si vedono molto raramente durante l’anno. Adoro la mia città natale!

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Sono partito da mezz’ora, ma ho già capito che oggi sarà una giornata memorabile. Procedo spedito verso Gargnano dove abbandono la statale per scendere in paese ed imboccare la ciclabile che mVesioDaGargnanoi consente di saltare la prima galleria; rientro tenno006sulla ss45bis e al bivio per Tignale salgo a sinistra (si sa che non sopporto la pianura) percorro la Tignalga (video) fino a Pieve di Tremosine (Tignalga in solitaria), dopo la sosta obbligata con vista sul precipizio mi infilo nei viottoli per scattare alcune graziose istantanee prima di scendere vero la celeberrima ‘strada della forra’. Giungo al semaforo che immette nel tratto più angusto e spettacolare della gola, è rosso, mi fermo, scatto una foto, il resto lo racconttenno008erà il video; è verde, si parte, mi godo l’intreccio tortuoso che cerca di snodarsi per uscire da questo meraviglioso luogo. Eccomi nuovamente sulla gardesana pronto per attraversare Limone e giungere a Riva, la deviazione mi ha allungato i tempi di un’ora e mezza, ma come si può passare dinnanzi alla forra senza percorrerla? Finalmente sono a Riva, il computer segna le nove di mattina, un po’ di traffico nell’ultimo tratto l’ho trovato, ma nulla di insopportabile. È ora della prima sosta panino, ma una sorpresa inaspettata mi costringe ad attendere; sta salpando il battello ‘Zanardelli’ uno dei due storici del primi anni del novecento ancora attivi sul lago!

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Ora posso mangiare con calma, in realtà circa ad ogni ora  ho mangiato una barretta o fruttino mentre pedalavo, ma questa è la prima sosta sostanziosa con pane di segale e bresaola (alla faccia dei puristi). Riparto, da qui la strada per me è nuova e lo sarà fino al rientro in val Sabbia, nonostante i miei meticolosi studi sulle mappe stradali mi sarà d’aiuto il navigatore integrato di Xplova X5. Le salite verso il lago di Tenno sono due, io scelgo quella sul versante di sinistra, è indicata come strada secondaria in quanto giunge al lago senza passare dal paese, sicuramente sarà meno trafficata, inoltre credo sia molto panoramica. Non mi sbaglio! Pochissime auto mi sorpassano ed il panorama sulla piana di Riva e Torbole è suggestivo.

La salita non è mai impossibile con pendenze dolci ed una media del 5%. Giunti al lago di Tenno, che si costeggia dall’alto sulla sponda sinistra, la strada continuPassoBallinoDaRivaa a salire senza sosta fino al passo del Ballino (765m s.l.m.) che si trova all’imbocco dell’altopiano di Fiavè. Percorro l’intera salita girandomi a destra e a sinistra osservando questi luoghi per me ‘ciclisticamente’ nuovi. Il cielo si è rasserenato, sia perché mi sono spostato molto più a nord, sia perché il vento in quota ha eliminato le poche nuvole rimaste; ora è tutto intensamente azzurro. Il lago alla mia destra assume tutte le tonalità di colortenno015e dal verde smeraldo dei boschi al blu cobalto del cielo, mi fermo un attimo e lo contemplo. Ora la salita si fa molto dolce, ormai sono entrato nell’altopiano di Fiavè, un lungo rettilineo mi porta al passo del Ballino. Anche il primo tratto di discesa è piuttosto dritto e non troppo ripido; dopo alcuni chilometri mi trovo immerso nei verdi campi coltivati, tutt’intorno le vette delle montagne trentine che alternano boschi e pendii scoscesi anteprima delle vicine dolomiti del Brenta.

Riaggancio il pedale, attraverso Fiavè e mi dirigo verso le frazioni di Cavaione e Marazzone dove mi congiungo con la strada che sale a passo Durone partendo da Ponte Arche. Sono gli ultimi 4,4km che conducono in vetta, la strada ancora unaPassoDuroneDaFiave volta è dolce, pendenza media del 7% senza strappi. Prima di abbandonare l’altopiano mi fermo un attimo per scattare altre fotografie. Giunto all’ultimo chilometro la strada si insinua nel bosco ed i profumo di retenno023sina di pino mi inebria. Scollino, quale luogo migliore per la seconda sosta panino! Mi rilasso all’ombra ed al fresco degli abeti, mangio con calma e respiro profondamente. È il momento di ripartire, la discesa è ripida, tortuosa ed in alcuni tratti piuttosto stretta (video). Vedo faticare numerosi ciclisti nel cercare di scalarla, ne deduco che è realmente una brutta bestia. Entro a Tione di Trento, aBreguzzoDaTionell’incrocio vedo il cartello indicante Brescia a sinistra 80km, mi fa un poco sorridere, sono già passati 110km ed io sono ancora in trentino, mai mi ero allontanato così tanto solo con le mie gambe. Mi attende la salita che porta a Breguzzo, poco più di quattro chilometri di cui l’ultimo quasi pianeggiante, purtroppo si tratta di una statale ed un poco di traffico lo trovo. In paese mi devo fermare a riempire le borracce, il sole picchia ed io sto bevendo molto, adiacente alla fontana un particolare mi colpisce, sono tre tronchi di legno di altezze diverse su cui poggiano altrettanti sassi tondi dipinti come coccinelle portafortuna; li fotografo con la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Ne sarà felice la mia piccola Alice. Da qui un lungo falsopiano in leggera discesa mi conduce a Ponte Caffaro all’imbocco del lago d’Idro, purtroppo non trovo la nuova ciclabile che da Tione porta al lago e complice il poco traffico dell’ora di pranzo mi adeguo a percorrere la statale. Finalmentenno026te a Condino riesco a salire sulla ciclabile salvo poi doverla abbandonare a causa di un tratto sterrato che oggi non ho voglia di affrontare; la riprendo a Storo ed arrivo sino a dove le acque del Chiese si gettano nell’Eridio. Rientro sulla statale, altri 12km di pianura lungo il lago, vista stupenda sullo specchio d’acqua e sui monti circostanti, ma inizio ad avere la nausea di questo piattume; quasi 45km senza nemmeno una ‘salitella’ sono davvero troppi per me! Ecco che ad Idro, nonostante il gps abbia appena passato i 160km e 2.700m di dislivello, non esito un istante nel girare a sinistra verso Treviso Bresciano (il Cavallino Fobbia sporco). Come, già l’anno scorso con Rick, salgo fino agli 800m della Madonna delle Pertiche per poi gettarmi in discesa verso Valdegagna e rientrare in val Sabbia a Vobarno. tenno028Dopo i primi tre chilometri mi devo fermare per l’istantanea d’obbligo dalla panchina con vista lago, anche oggi il forte vento ha mantenuto l’aria limpida e la visuale è profonda verso le montagne trentine. Riparto, attraverso Treviso Bresciano, scollino, e lesto mi dirigo alla fonte d’acqua gelida presso i fienili di Rondaione.

Mi fermo tolgo il casco, rinfresco il capo, lavo il sotto casco e lo indosso fresco e bagnato; è l’ora dell’ultimo panino. Oltre agli otto fruttini/barrette avevo quattro panini di segale con bresaola e due caffè liquidi, mi resta solo un fruttino da prendere nell’ultima ora. Scendo con circospezione verso Vobarno, la discesa è molto sconnessa nel primo tratto e quasi sempre stretta. In fondo alla valle, come sempre, prendo per Pompegnino prima e per Roè poi, per evitare un po’ di traffico. Giungo ai Tormini proseguo verso Cunettone lungo la panoramica alta e risalgo in Valtenesi, quando arrivo a Picedo manca ancora qualche chilometro ai duecento; non era uno degli obiettivi alla partenza, ma visto che ci sono allungo scendendo al golf di Soiano ed il primo ‘200k’ della vita è conquistato con 3.590m di dislivello, sono da poco passate le quattro del pomeriggio in piena tabella di marcia.

Soddisfazione massima, anche oggi giornata perfetta!

Video: La Tignalga  La strada della forra  Lago di Tenno, Passo Durone e lago d’Idro

Dettagli tecnici su Strava (link)

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Colli di San Fermo (da Vigolo, Bratta)

Da quando, un paio d’anni fa, Paolo Savoldelli ha scalato i Colli di San Fermo da Bratta per Bike channel questa salita è balzata agli onori delle cronache ciclistiche. In effetti, da poco, è stata quasi interamente asfaltata rendendola così idonea ai cicloamatori da sempre restii allo sterrato. Io, da più di un anno, l’ho messa nel mirino, ma per strane coincidenze non sono riuscito ancora a farla.

Oggi è il giorno giusto! Partenza, al solito, all’alba. Ore 6.00, Francesco è puntuale sotto casa mia pronto per partire; purtroppo avrà solo un paio d’ore e  mi accompagnerà fino al passo dei tre Termini. Il secondo compagno di viaggio sarà Carlo che mi affiancherà da Iseo in poi.

Questa notte è piovuto, le strada sono ancora bagnate. Dopo Gussago si inizia a salire, prima nel bosco verso Brione, poi, attraversata la frazione di San Giovanni, fino a Polaveno per giungere infine al passo (705m s.l.m.). La salita è suddivisa in due tronconi principali; il primo decisamente più impegnativo di cinque chilometri ci porta a Brione con pendenze spesso in doppia cifra; poi circa quattro chilometri di discesa e falsopiani ci conducono ai tre chilometri finali con pendenza media del 5%.PassoTreTerminiGussago La temperatura è ancora bassa e l’umidità vicina al 100%, non certo le condizioni ideali per iniziare a carburare; quindi decidiamo di tenere un’andatura regolare. In vetta al passo saluto Francesco e mi tuffo in discesa verso Iseo, temo di essere in leggero ritardo, ma l’asfalto ancora umido mi trattiene dal forzare in discesa. Giunto al tornate del ristorante Ginepro, mi si apre la spettacolare vista del lago e delle torbiere. Il forte vento ed il sole che non illumina ancora tutto il lago danno al paesaggio un gioco di colori straordinario ed io non resisto, devo fermarmi a scattare una fotografia!

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Quest’immagine con il cielo terso è il presagio che la giornata sarà spettacolare! Giungo ad Iseo forse con un paio di minuti di ritardo e trovo Carlo pronto ad aspettarmi; il tempo di una barretta e partiamo per attraversare Paratico, Sarnico e immeterci sulla sponda bergamasca del lago. Il vento ci sferza il viso, ma rende i panorami incredibili; così, dopo la galleria, chiedo a Carlo di fermarsi per scattare una foto alle Alpi innevate e al lago increspato dalla forza di Eolo.

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Attraversiamo Tavernola Bergamasca e finalmente iniziamo la lunghissima salita ai Colli di San Fermo, saranno più di diciotto chilometri in totale. I primi 6,6km sono quelli che conducono all’abitato di Vigolo. Una salita frequentatissima dai cicloamatori, anche in inverno, in quanto la sua esposizione al sole fin dalle prime luci dell’alba la rende tiepida anche nelle giornate più rigide. La pendenza non è mai eccessiva, in compenso la vista sul lago e su Montisola è impareggiabile.

Giunti nel borgo di Vigolo ci fermiamo a riempire le borracce alla fontanella del bivio per Parzanica. Da qui la strada sarà inedita per entrambi. ColliSanFermoTavernolaUsciti dall’abitato ci addentriamo nella valle ed il paesaggio cambia repentinamente da lacustre a montano con verdissimi alpeggi tra boschi di abeti e betulle. Anche la pendenza dell’asfalto sotto le nostre ruote muta drasticamente, ora spesso vediamo numeri in doppia cifra. La salita è tutto fuorché costante, dopo i primi 3km intorno al 9% troviamo 2km ‘quasi’ di falsopiano che si insinuano ancor di più nella valle. Attraversato un ponticello sul torrente Valle di Rino le cose cambiano, la strada si impenna davanti a noi, la pendenza si aggira costantemente attorno al 14% per poco meno di un chilometro; sarà solo la prima di una serie di rampe, fortunatamente la strada si addolcisce per un altro chilometro e la vista spettacolare che l’aria limpida ci sa donare ci ripaga ampiamente della fatica.

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Un altro tratto molto impegnativo (13,6%) della lunghezza di poco più di un chilometro ci riporta in vista del lago, dopo un tornante mi fermo per scattare una fotografia a questo panorama mozzafiato e per una volta la foto non sarà solo didascalica, sulla strada sottostante sta passando un ciclista: è Carlo che si era attardato.

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Proseguiamo, siamo ormai sopra quota mille metri e tra poco ci aspetta il primo breve tratto sterrato, sono circa duecento metri completamente pianeggianti. Ora un’altra rampa ci porta all’interno di un bosco di betulle, con lo sguardo cerco uno spiraglio tra la vegetazione perché ho la certezza che la vista da lì dovrà essere incantevole. SFermo11 Infatti ecco che tra due betulle la visuale si apre sull’alto Sebino, sulla val Camonica e sul ghiacciaio dell’Adamello; il forte vento di questa mattina fa la sua parte e dà al panorama una profondità di immagine incredibile! Proseguo qualche centinaio di metri e lo stupore è davvero immenso quando capisco che da quel punto si può vedere a destra un piccolo scorcio del basso lago, a sinistra l’alto lago con Pisogne e la val Camonica separati al centro dalle vette del monte Pendola, di Punta del Bert e del monte Mandolino.

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La strada prosegue con un altro falsopiano che ci sposta sull’opposto versante del crinale, ora la vista è sugli alpeggi dei colli di San Fermo, qualche nuvolone grigio si avvicina ed oscura il sole. Senza la nostra stella sopra i 1.100m si avverte subito l’aria frizzante di montagna. Ancora una piccola rampa sopra al 10% di pendenzaSFermo15 e la salita è finita. Inizia un primo tratto di discesa di circa tre chilometri che ci conduce alla chiesa di San Fermo, ora il panorama si apre verso la val Cavallina. Giunti all’incrocio suggerisco a Carlo di proseguire la discesa, in attesa che ritorni il sole, e di fermarci solo allora per mangiare. Questo versante dei colli di San Fermo è quello più frequentato dai ciclisti e da subito, mentre scendiamo, incontriamo numerosi ciclisti che stanno ultimando la loro salita; sembra un’interminabile processione. Incrociamo anche Sandrino, un nostro compagno di squadra, un vero camoscio, lui sì che va forte in salita, non come noi cicloturisti. Prima di Adrara San Martino mi fermo su un tornante per un paio di istantanee.

Riparto e mi fermo in piazza, il sole è tornato, riempio le borracce e mangio qualcosa, arriva anche Carlo che, pazientemente, attende che io finisca di giocare con le mie fotografie. Giunge anche Sandrino, che terminata la scalata, ha deciso di scendere dallo stesso versante. Ora siamo in tre, vista l’ora tarda, decidiamo di rientrare verso Brescia per la strada più breve e meno trafficata; Villongo, Credaro, ponte sull’Oglio di Castelli Caleppio e attraversamento di tutta la Franciacorta, paesaggio collinare che conclude degnamente con splendide vedute sul lago e sui vigneti il nostro giro. Non c’è tempo per fermarsi a fotografare, ma il nuovo Xplova gps dotato di videocamera integrata mi consente di fare brevi filmati senza fermarmi (video [3’50”]). Giunti a Bornato un campo ricoperto di papaveri ci costringe ad uno stop. Dobbiamo immortalare quella vista che tanto mi ricorda il celebre dipinto ‘Papaveri ad Argenteuil’ di Claude Monet, uno dei miei pittori preferiti.

A Rodengo Saiano salutiamo Sandrino che è arrivato a casa. Dopo il dosso di Santo Stefano saluto Carlo mio odierno compagno di viaggio. Giungo a Brescia con 131km nelle gambe e quasi 2.400m di dislivello; anche oggi estremamente soddisfatto per quello che la bicicletta mi ha saputo regalare; una nuova salita che si inserisce di diritto tra le più suggestive ed impegnative che ho avuto l’onore di scalare.

 

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@P.soTreTermini,ColliSanFermo(daBratta)

Guarda lo spettacolare video dalla ‘on board camera’ su YouTube: video (3min50sec)

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(I’m going) Alone to Alone

A volte, scherzosamente, vengo apostrofato dai miei amici per essere troppo “british”. Beh! direi che questo titolo è decisamente di “british humor”. Sono le sei e trentotto della domenica di Pasqua e prima degli impegni famigliari ho il tempo per un giro in solitaria. La giornata è splendida, il temporale della notte ha liberato il cielo, io decido di affrontare una delle salite meno conosciute della nostra provincia: la cementata che porta da Casto a Lodrino attraversando la valle Duppo. Mi dirigo rapDuppo01ido, ma senza forzare verso le coste di S.Eusebio; poco prima di scollinare, alle spalle del monte Ucia fa capolino la luna che sta per tramontare. Non appena termino la salita mi fermo per immortalare quest’inusuale vista del nostro satellite all’alba. Riparto scendendo a Odolo, prima di entrare nell’abitato svolto a sinistra e ricomincio a salire prima verso Agnosine ed a seguire verso Bione, entrambe corte e doDuppo06lci salite. In prossimità della parrocchiale di quest’ultimo borgo, mi fermo ad osservare il fondovalle. L’umidità lasciata dal temporale si è trasformata in nebbia che attende di evaporare sotto la calda luce del sole. Riparto, dopo una breve discesa, inizia la parte finale della salita alla Madonna della Neve, un erta brBione(MadonnadellaNevedaAgnosine)eve ma intensa; poco meno di un chilometro al 9% con strappi oltre il 15%. In totale la salita dalla rotonda fuori Agnosine misura 4km con pendenza media del 3,7%. Giunto sulla sommità la vista si apre sulle montagne alle spalle di Mura, mi fermo e scatto qualche foto all’incantevole panorama. Oggi il blu cobalto del cielo, l’intenso verde dei prati e dei boschi sono esaltati dalla luce del sole ancora basso sull’orizzonte.

Riparto, mi attende la parte più incantevole del giro odierno; dopo la ripida discesa mi trovo a Casto, oltrepasso la piazza principale, svolto a sinistra seguendo le indicazioni per la frazione di Alone ed il parco delle Fucine. AloneQuest’ultimo è una nota meta di ferrate per rocciatori e di angusti sentieri per escursionisti. Io, in bicicletta, mi accontento della strada asfaltata, ma i panorami sono decisamente suggestivi anche così. Sono 4km di salita molto regolare con una pendenza media del 5,6%. Con un buon allenamento la si può affrontare godendosi pienamente la vista delle montagne senza mai andare fuori soglia. Dopo 1,8km di salita il bivio per valle Duppo sulla destra. Lo prenderò al ritorno, ora salgo diritto verso il paese. La strada asfaltata termina nell’antico borgo in una sorta di slargo da cui partono numerosi viottoli e sottoportici. È giunta l’ora della barretta, mi fermo scatto una foto e mangio. Riparto, sulla prima curva all’uscita del paese mi arresto per contemplare l’ampio panorama; poi via fino al bivio per valle Duppo e stavolta giro a sinistra arrivando dall’opposto lato.

Valle Duppo si presenta subito, un centinaio di metri su cementata molto rovinata e con pendenze vicine al 10%. Finalmente il cemento si fa meno rugoso, nel contempo la strada si inerpica ancor più verso il bosco, con l’arrivo del tratto asfaltato la percentuale cresce ancora e si assesta abbondantemente sopra il 12%.Duppo Inizia il bosco, il paesaggio è fiabesco, lungo questi tre chilometri non si scorge traccia dell’uomo, niente case o rifugi: nulla, solo prati, alberi, arbusti e fiori. Proseguo, la pendenza continua a salire, prima Duppo13dello scollinamento arriverò a leggere anche 20% per un paio di secondi. Il paesaggio, i profumi, il silenzio valgono tutta la fatica che si fa per giungere al falsopiano. Svolto a destra seguendo un piccolo cartello in legno per mtb con indicazione per Lodrino. La salita è ormai alle spalle, inizia adesso un magnifico toboga nel bosco, qua e là si intravedono i monti alle spalle di Lodrino con le loro vette aguzze e gli scoscesi pendii rocciosi.

Prima di immettermi sulla provinciale di Lodrino l’incontro con due simpDuppo17atici asinelli, che pacificamente pascolano a bordo strada, mi fa sorridere. Penso che un regista occulto abbia disegnato questo finale, per rendermi ancor più soddisfatto. Prima di rientrare sull’asfalto liscio della provinciale, un’ultima corta rampa su fondo di pietre. Sono a Lodrino, da qui a casa è solo discesa. Sono le nove e trentacinque e se voglio arrivare per le dieci e mezza non c’è più tempo per guardarsi intorno. In meno di dieci minuti sono a Brozzo in val Trompia, da qui bisogna spingere e così faccio. Venti chilometri di noiosissimo falsopiano in discesa da terminare il prima possibile. Sono le dieci e ventitré e di fronte ho il cancello di casa, missione compiuta. Anche oggi giorno di Pasqua, dedicato ai conviviali piaceri con parenti, sono riuscito ad inventarmi un giro dalle inebrianti sensazioni.

Ulteriori dettagli tecnici su: Cicloturisti!@Coste,Bione,Alone,ValleDuppo

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