Malga Tombea e Malga Alpo

Monte Tombea gravelextreme

Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.

Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.

Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.

Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.

Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.

Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.

Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.

Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.

Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.

È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.

Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.

Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.

Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.

Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.

Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!

Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.

Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.

Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.

Dettagli tecnici su: STRAVAKOMOOT

Videogallery: Video 7’04”

Photogallery:

Piani di Caregno e Vaghezza ghiaiosi

Sono le 6:08 di sabato 19 settembre quando, agganciati i pedali, parto per un nuovo giro ghiaioso. Dopo le scorribande estive sulle strade militari dell’alto Garda, oggi ritorno all’usuale partenza da Brescia. Subito è GravelMella, è ormai soprannominata così da molti, la ciclabile che risale la val Trompia fiancheggiando il corso dell’omonimo fiume.

È ancora buio, praticamente notte, il traffico quasi nullo ed attraversare la città in questo momento ha sempre il suo fascino. Dirigo verso nord, per 22km l’unico rumore o suono che sento è il gorgogliare più o meno roboante del fiume. Oltrepassato Inzino di Gardone Vt. esco dalla ciclabile per affrontare la prima salita di giornata, quella che porta ai piani di Caregno, luogo di partenza per numerose escursioni al monte Guglielmo (el Gölem). La salita è piuttosto impegnativa ed è anche sede di una celebre cronoscalata per categoria Elite-Under23. Tralascio la descrizione dettagliata  rimandando al mio vecchio articolo Piani di Caregno.

Comunque oggi pedalo la LinaBatista con tripla e rapporti agilissimi, non ho ansie da prestazione e salgo con relativa tranquillità godendomi il paesaggio. Infatti poco prima di lasciare la ciclabile il giorno ha preso il sopravvento sul buio della notte. Il cielo non è limpidissimo, ma rispetto alla mia vecchia esperienza su questa salita già il poter vedere a chilometri è una bella soddisfazione. Prima della 8:30 sono nel primo grande spiazzo di parcheggio dei piani, da qui un altro chilometro abbondante di sali scendi su cementata porta all’inizio delle forestali sterrate. Io inizio il mio personale shooting fotografico.

Riparto, inizia lo sterrato, prima in leggero falsopiano poi in discesa sempre più scoscesa e rovinata. In meno di un chilometro mi ritrovo al forcellino di Pezzoro. Mi sembra di essere ad un crocevia essenziale della viabilità dei boschi, da un lato si scende a Cimmo, sopra Tavernole, dall’altro a Pezzoro di Pezzaze. Una bella fontana in pietra, un cartello ligneo e delle sculture fanno da corredo a questo luogo. Non posso che decidere di sostare qui per il primo spuntino e per riempire le borracce.

Riparto, sono appena passate le nove di mattina, ma sono costretto subito ad un’altra fermata. Due bellissimi cavalli mi osservano scendere mentre i miei freni stridono in modo assordante. Li fotografo insieme a me e riprendo la ripida discesa verso il paese. Tratti cementati a 20% di pendenza si alternano a tratti sterrati comunque sempre sopra a 10%.

Sono all’ingresso di Pezzoro, lo oltrepasso, ora la discesa è asfaltata, le curve si fanno sinuose ed è un piacere “pennellarle”. Un’altra cascina che giace solitaria in una radura colpisce la mia attenzione ed una piccolissima deviazione mi conduce ad una nuova istantanea.

Raggiungo l’intersezione con la strada che arriva da Pezzaze, quante volte sono salito e sceso da quella via per raggiungere il Colle di San Zeno! Proseguo, entro nella frazione di Lavone e svolto a sinistra prima del ponte, in questo modo attraversando il borgo mi risparmierò qualche centinaio di metri della ex-statale a tutto vantaggio del paesaggio. Entro sulla strada principale, ma non la seguo per molto, alla frazione successiva di Aiale (circa 1km) svolto a destra e seguo le indicazioni per Irma, uno dei comuni più piccoli e meno popolosi della provincia di Brescia. Qui inizia la salita ai piani di Vaghezza. In realtà, da questo versante, la salita è divisa in tre tronconi, il primo arriva al paese di Irma, il secondo, dopo una discesa di un chilometro, porta a Dosso di Marmentino ed il terzo porta ai piani di Vaghezza.

La salita parte subito cattivella con un primo assaggio sopra a 11% di pendenza, per poi assestarsi su 7/9%. Dopo 2,7km, appena oltrepassato l’incrocio per Magno di Bovegno, si incontra la splendida chiesetta di San Lorenzo (1.500 d.C. circa), sul cartello nel parcheggio vengono citati gli affreschi di Floriano Ferramola contenuti all’interno (1.521 d.C.). Oggi è aperta! Ebbene sì, nonostante le ripetute volte che sono salito da qui l’ho sempre trovata chiusa, o perché troppo presto o perché ora di pranzo. Imprescindibile ed, oserei dire, obbligatoria una fermata all’interno con ampio reportage sugli affreschi. In particolare il Compianto sul Cristo morto presenta numerose analogie con l’opera del Romanino (1.510 d.C.) conservata all’Accademia di Venezia.

Appena uscito un impeto di vanità mi porta a mettere in scena un autoscatto con la mia figura e quella di LinaBatista ai lati del portale di ingresso.cvg15

Riprendo il telefono in mano e d’istinto penso ad inviare le fotografie degli affreschi a mia madre: “Finalmente sono riuscito a vederli anch’io!” Una tristezza infinita mi pervade l’anima. Questa è la prima volta, da quel 9 marzo, che non posso condividere più la nostra passione per l’arte. Risalgo in bicicletta e riparto. Una parte di me vorrebbe incedere lentamente prolungando il ricordo di ciò che mi ha insegnato, l’altra parte vorrebbe scattare sui pedali e fuggire da questo profondo stato di scoramento. Così, arrovellandomi nei miei pensieri giungo ad Irma, inizio la ripida discesa e sono costretto a concentrarmi sulla strada. Dopo un chilometro l’asfalto riprende a salire sotto le ruote della mia bicicletta e questa volta, dopo un primo breve facile tratto, la pendenza è in doppia cifra per un paio di chilometri

, con una punta di 15%. Prima di arrivare a Dosso la strada spiana leggermente per un centinaio di metri. Arrivo al bivio, svolto a sinistra seguendo l’indicazione per Vaghezza, la pendenza torna in doppia cifra per il primo tratto poi prosegue attorno a 8% fino all’altopiano, in tutto poco meno di tre chilometri. Adesso è il momento per la seconda parte inedita del percorso. In un primo avvicinamento alla Vaghezza anni fa arrivai fino alla fine delle case di villeggiatura, ma fui costretto a fermarmi perché la strada divenne una forestale ed io ero in bdc. Guardando le mappe scoprii che la medesima conduceva a Odeno di Pertica Alta scendendo attraverso il bosco. Oggi con LinaBatista posso affrontarla! Inizio a salire. Il primo tratto, misto cemento, è duro vicino a 20% sono solo poche centinaia di metri, in seguito la strada si fa più dolce ed il panorama si apre verso nord. Pedalo ancora per poco più di un chilometro e sono a Passo delle Piazze (1.205m). D’obbligo la fermata fotografica ed anche ristoratrice, sono quasi le 11.00, non è prestissimo, meglio affrettarsi. 

Riparto, i primi due curvoni in discesa sono particolarmente complicati per la mia ghiaiosa: ripidi, molto mossi, con scoli per l’acqua piovana in legno molto ampi. Sono costretto a procedere quasi a passo d’uomo. Arrivo ad un bivio, la strada a monte denominata “sentiero dei cavalli” resta pressoché pianeggiante, mentre quella a valle più stretta è in discesa. Mentre io controllo bene sul gps quale delle due avevo selezionato per il mio tragitto arriva al piccolo trotto una compagnia a cavallo. Codesto è un animale che mi affascina ed inquieta allo stesso tempo. Quando lo vedo in azione i suoi possenti muscoli posteriori mi suscitano sempre profondo rispetto. La mia traccia è quella più bassa, la prendo, dopo alcune centinaia di metri su terreno piuttosto facile un cartello di divieto di transito a tutti i mezzi mi fa immaginare che le cose diventeranno più complicate a breve. Ormai ho imparato che quando si vedono questi cartelli sulle forestali vuol dire che nessuno più si cura di esse ed il fondo si deteriora ulteriormente ad ogni alluvione o bufera.

Così è! La strada, o quello che ne rimane, inizia a scendere più ripida e contestualmente il fondo diventa sempre più mosso, anche le radici ci mettono del loro affiorando qua e là lungo il percorso. Insomma circa 800m piuttosto impegnativi in cui perdo ben 100m di dislivello. Finalmente mi congiungo ad una cementata su un tornante, scoprirò poi, osservando meglio le mappe, che se avessi seguito il sentiero dei cavalli sarei finito direttamente su quella forestale semplicemente un po’ più a monte. Buono a sapersi per la prossima volta. Ora la strada è decisamente migliore, il cemento si alterna allo sterrato. Uscendo da un tornante una bella cascina  ed i suoi prati catturao la mia attenzione ed anche se la giornata è bigia le dedico una fotografia.

Finalmente giungo nella frazione di Odeno, la attraverso e mi soffermo un’attimo per fotografare il borgo di Livemmo e la vallata di fronte a me.

Sono le 11:15, la parte interessante del giro è oramai alle spalle, ma grazie al progetto Greenway delle Valliresilienti nuovi pezzi di ciclabile si sono aggiunti anche in val Sabbia. Scendo lesto da Belprato e giungo alla Nozza di Vestone dove mi attende un meraviglioso, anche se corto, tratto di ciclabile a sbalzo sul fiume Chiese attraverso il quale si giunge a Ponte Re senza dover più passare dalla vecchia statale “del Caffaro”. Giusto il tempo di entrare nella provinciale che, alla soglia dell’abitato di Barghe, piego a destra per attraversare il ponte sul Chiese ed entrare nel centro del paese. Incrocio la provinciale per Preseglie e proseguo diritto su via del fango. Il nome la dice lunga! Sono ormai alcuni mesi che piove poco e quindi non rischio l’infangata totale, anzi la calura estiva la ha resa quasi totalmente asciutta.

Tramite questo passaggio mi trovo direttamente sulla strada interna di Sabbio Chiese, lo attraverso e dirigo per l’ormai nota “stradina del bosco”. Risalgo fino ad Odolo sono le dodici e un quarto. Questo tratto più veloce mi ha consentito di recuperare un po’ di tempo, avevo dato l’una come probabile orario di rientro. Adesso il Groppo e le Coste, spingo sui pedali, scollino, in discesa nonostante le gomme un poco tassellate riesco a tenere la media sopra i 40 km/h e con un poco di fatica arrivo a casa in orario. Sono poco più di 100km per 2.150m di dislivello immersi nelle nostre valli (Trompia e Sabbia).  Caregno e Vaghezza due salite a senso unico per la bdc, ma che con la ghiaiosa si possono unire in un meraviglioso giro ad anello che, sfruttando le nuove ciclabili, diventa veramente una perla delle ValliResilienti.

Caregno & Vaghezza

 

Dettagli tecnici su: STRAVA oppure KOMOOT

Videogallery: Piani di Caregno e Vaghezza (11’24”)

Photogallery:

Brixia Intra Fines (tutto dentro i confini comunali)

Sono le 6.05 di domenica 15 novembre di questo infausto 2020 quando parto per un giro che più volte avevo pensato di creare, ma che alternative decisamente migliori mi avevano fatto posticipare. Ora, ringraziando Mr.Covid, è giunto il momento di definire i dettagli della traccia e metterla in pratica. Come sempre per scaldare la gamba inizio a salire verso il monte Maddalena. Le previsioni del tempo non sono eccellenti, comunque io ci provo ad essere in vetta all’alba. Al sesto chilometro un ultimo sguardo al centro da “Landscape” il punto panoramico.

Landscape (6km)

Mentre il buio lascia spazio ai primi bagliori luminosi del giorno, io mi avvicino alla fine della salita e mi rendo conto che la forte foschia impedisce al sole di farsi vedere. Qualche ripresa video in movimento, ma niente soste. Entro nel piazzale delle Cavrelle e percorro il periplo della chiesetta di Santa Maria Maddalena sullo sterrato smosso. Un bagliore bianco si intravede al di là della foschia, è il sole appena sorto.

La temperatura è scesa a 2°C ed io inizio la discesa verso Muratello di Nave. Il confine del Parco delle colline di Brescia scende lungo la costa del monte Denno per unirsi al crinale del colle San Giuseppe. Per qualche centinaio di metri, nel bosco, la strada sconfina nel comune di Nave per poi riportarsi sul confine. All’ottavo tornate in discesa parte la sterrata che conduce dapprima a cascina Calamandri e successivamente, attraverso il sentiero John Piccinelli, alla cascina Le Paneghette.

Questo per la mia ghiaiosa è il tratto più complicato. Lo ho già percorso settimana scorsa in esplorazione, la traccia è in leggera discesa con continue gobbe cosparse di sassi e radici sporgenti. In alcuni punti per precauzione sgancio il pedale e mi aiuto con il piede sinistro, a monte, spingendomi tra le insidie. Arrivato alle Paneghette il bosco lascia spazio alla radura coltivata.

Nonostante il tempo uggioso è sempre un passaggio suggestivo, sul primo tornante in discesa lascio la carrabile e seguo nuovamente il cartello del sentiero Piccinelli che mi porta, stavolta con facilità, al roccolo del San Giuseppe. Rientro sull’asfalto e scendo verso Mompiano, aria di casa e di infanzia. Nel percorrere le vie della mia città mi sovvengono ricordi passati come quello della fonte di Mompiano, luogo di una delle prime gite scolastiche. Attraverso il mitico “ponticello” sul torrente Garza che mi conduce al villaggio Prealpino. Quel ponticello che da piccoli rappresentava il confine oltre il quale non si poteva andare, perché si usciva dal quartiere e si doveva attraversare la temibile statale del Caffaro. Il Prealpino assieme alla frazione Stocchetta rappresentano il confine nord del comune di Brescia. Attraverso via Triumplina, costeggio il capolinea della metropolitana e dirigo verso il ponte sul Mella. Non lo varco, sarebbe sconfinamento nel comune di Collebeato. Prendo invece la stupenda ciclabile del Mella scendendo lungo l’argine verso il quartiere di San Bartolomeo. Nonostante l’ora, sono da poco passate le otto, iniziano a vedersi parecchi camminatori lungo il sentiero, effetto della zona rossa impostaci dal governo. All’incrocio con il ponte di via Risorgimento svolto a destra, è ora di esplorare la zona nord-ovest della città. Risalgo leggermente verso nord per completare il giro della frazione di Urago Mella lambendo il quartiere della Pendolina, estremità nord-est della città. Ricordi d’infanzia: per anni, questo nome è stato semplicemente una scritta sulla mappa degli autobus di linea, che, per noi bresciani, resteranno sempre “le filo (filobus)”. La linea E – Pendolina/Caionvico, conduceva dall’estremità nord-ovest all’estremità est passando per il centro. Insieme alla “nostra” linea C – Mompiano/Noce era la linea portante del sistema urbano, quella con le frequenze di passaggio più alte (5min). Noi, studenti degli anni ottanta, ce le ricordiamo bene, all’epoca erano i nostri mezzi di trasporto per girare la città. Il gps mi costringe ad abbandonare i miei dolci ricordi, devo controllare la traccia, salgo per via Campiani, una cementata, no forse meglio dire piastrellata, insomma una strada in cui si è usato di tutto per creare un fondo meno scivoloso. Sotto le mie ruote trovo cemento, piastrelle in cotto, tracce di bitume, alveari in plastica come quelli che si usano nei giardini dove si parcheggiano le automobili.

Poco meno di un chilometro che mi conduce a Poggio Maria da dove partono i sentieri per il Pì Castel. La pendenza è impegnativa con una media di 12% e punta vicino al 20%.

Sfortunatamente anche dai 250m del poggio la vista è fosca. Scendo e dirigo verso ovest, un altro piccolo strappo ho inserito in questo giro urbano, è quello della val bresciana, luogo noto per le sue trattorie che servono piatti della tradizione, insomma “polenta e osei”. Quasi un chilometro fino alla fine dell’asfalto, ma stavolta meno impegnativo con media vicino a 8%. La strada proseguirebbe ancora larga e sterrata fino ai roccoli e alle trincee, ma il giro è ancora lungo, foto di rito e ritorno sui miei passi. Tramite via Torricella mi porto sul piccolo scollinamento noto a tutti i ciclisti come “la Fantasina” in realtà questa località è un poco più avanti già nel comune di Cellatica. Ora scendo verso sud, mantenendomi vicino al confine attraversando lo splendido bosco di S.Anna. Per me è la prima volta, la strada si fa quasi subito sterrata, anche se di quelle ben battute percorribile anche in bdc. Mi sorprendo della bellezza di questo posto, adatto alle corse dei runner, ma anche a piccole e facili escursioni per bambini. Ci voleva un lockdown per farmelo scoprire! Esco dal bosco al Santellone, sono entrato nel quartiere della Badia, assieme alla Mandolossa, estremità ovest della città. Ora devo seguire fedelmente la traccia, questa zona della città è quella che conosco meno, soprattutto nelle sue viuzze interne. Scendo verso il villaggio Violino, tramite sottopassi giungo a sud della ferrovia, per portarmi a ridosso del confine con il comune di Roncadelle. Ikea e Elnos sono lì, a pochi passi, al di là del confine, anche loro tristemente chiusi. Per attraversare il fiume Mella che, in questa zona, segna il confine con Roncadelle sono costretto a tornare a nord fino al ponte di via Milano (altri non ce ne sono).

Riprendo la ciclabile del Mella in direzione sud, anche questa parte non l’ho mai percorsa. All’inizio è larga e si snoda all’interno di un parco ben tenuto, poi si stringe sull’argine del fiume. Arrivato al doppio ponte ferroviario sono costretto ad una fermata fotografica rapito dal contrasto tra la modernità del nuovo ponte dell’alta velocità dipinto di graffiti e la solidità di quello maestoso e robusto della vecchia linea, il tutto impreziosito dal roboante fragore del fiume che ivi compie un salto artificiale.

Aggancio il pedale, attraverso via Orzinuovi, e dirigo verso la Noce. Un passaggio obbligato questo sotto la tangenziale e l’autostrada che non ha nulla di interessante. Riprendo finalmente l’argine del Mella, che qui è confine con il comune di Castelmella, ora la traccia è un vero single track nel bosco lungo il fiume, alla mia sinistra la Zona Industriale di Brescia e la Noce, quella frazione che da piccolo decisi di visitare dalla “filo” facendo capolinea/capolinea senza mai scendere. Anche in questo bosco sono ben visibili i segni della tempesta di quest’estate.

Sono quasi al confine, esco dalla ciclabile svoltando a sinistra e punto la ruota anteriore verso le Fornaci, estremità sud della città. Sono da poco passate le nove del mattino, le strade sono pressoché deserte, la giornata uggiosa non favorisce certo gli spostamenti, solo qualche passante con il suo cagnolino. Pochi anche i ciclisti, quasi fossero in letargo. Al sottopasso della tangenziale ovest, incrocio un ciclista è Mauro dello Spring Bike, mi fermo, una chiacchiera, lui relegato nel comune di Flero con nessuna salita da poter scalare mi invidia non poco, mentre qui, sul confine, gira lungo l’argine del Mella. Ci salutiamo, ci saranno tempi migliori, come l’ultima volta che lo incrociai scendendo da Lodrino poco più di un mese fa. Proseguo nel mio viaggio all’interno della città, oltrepasso il vecchio centro di Fornaci e dirigo verso Verziano, ironicamente nel video lo descrivo come luogo famoso per il depuratore dell’a2a. Nella realtà in questa zona campestre avvolta spesso dalla nebbia invernale o dalla canicola estiva è difficile trovare elementi di interesse che non siano i grandi e numerosi tralicci dell’alta tensione.  Alle porte di San Zeno sono costretto a risalire verso nord, oltrepassando la frazione di Folzano, e i sottopassi delle autostrade. Qui per uno strano gioco di confini con il comune di San Zeno non c’è altra soluzione per spostarsi verso est senza attraversarlo se non quella di risalire fino alla Volta, oltrepassare il casello di Brescia centro e ridiscendere verso le cave. Questi chilometri sono in assoluto i più brutti, immersi negli stradoni principali. Fortunatamente l’effetto lockdown garantisce un traffico pressoché inesistente. Dopo il casello costeggio la “celebre” fabbrica Alfa Acciai, ripasso sotto le grandi arterie di comunicazione e costeggio il confine comunale circumnavigando il “parco delle cave”. Speravo di avere qualche sguardo in più su di esse, ma sfortunatamente dalla strada si vede un gran poco, il tempo è tiranno e sono costretto a proseguire seguendo la traccia. Sorrido, ho tracciato nei minimi particolari e sono certo che il percorso, fatta quell’eccezione nel bosco, scorre tutto all’interno o esattamente sul confine comunale; ciò nonostante, in questa zona i cartelli dei comuni di Borgosatollo (Gerole) e Castenedolo (Bettole) paiono indicarmi che ho sconfinato. In realtà la strada è esattamente sul confine e quindi il lato destro è dei comuni confinanti mentre il sinistro è di Brescia.

Risalgo verso nord-est, attraverso la frazione di Buffalora con la sua chiesa dalla cupola a volte, mi infilo nella nuova ciclabile che passa al di sotto della tangenziale sud e costeggia la cava dismessa Gaburri-Odolini, un’altra piccola sosta fotografica con annessa barretta.

Riparto, sono ora davanti all’altro capolinea della metro (S.Eufemia), mi dirigo verso Caionvico, la frazione all’estremo est della città. Nuovamente i cartelli stradali mi fanno simpatia. Cinquecento metri prima della mia svolta a sinistra per restare nel comune compare il cartello di Botticino. In effetti i numeri civici a destra appartengono a quest’ultimo, mentre quelli di sinistra spettano alla frazione di Caionvico (Brescia). Entro nel borgo storico, la strada si fa acciottolata, nella piccola piazzetta curvo repentinamente a destra e salgo per via Caionvico, oltrepasso la chiesa e proseguo, di lì a poco la strada diventa sterrata, comunque una carrabile. In tutto poco più di un chilometro, la parte iniziale con forte pendenza (vicino al 20%), la seconda metà in mezza costa fino all’ultima cascina che segna il confine con Botticino.

Bellissimo il paesaggio immerso nei vigneti con la “Madda” che domina da occidente e, finalmente, colori autunnali resi più vivi da un pallido sole che accenna a riscaldarmi. Sosta fotografica e rientro per le vie del borgo. Ora punto rapido verso il centro, attraversando Sant’Eufemia, via della Bornata, viale Venezia, ma quando sono in procinto di entrare nell’urbe svolto nuovamente a destra in via Benacense. Non sarebbe un tour urbano completo senza qualche acciottolato di quelli che fanno male! Ed eccomi a scalare via Canalotto, più che un ciottolato o un lastricato, un assembramento di grandi sassi poco smussati che ricordano un’antica via romana. E’ corta, meno di quattrocento metri, con una pendenza progressiva che culmina oltre il 20% nelle ultime decine di metri.

La scarsa aderenza dovuta ai continui saltelli rende il tutto ancor più faticoso. Sono in via Amba d’Oro, qualche centinaio di metri in falsopiano e svolto a destra per il ciottolato di via Valsorda, uno dei nostri preferiti nel cosiddetto “Jedi city tour”. Questa via è un’alternativa al primo chilometro della “Madda”, infatti si congiunge con la salita classica proprio sul primo tornante.

Qui si trova un celebre e particolare monumento bresciano “La Tomba del Cane”, doveva essere il monumento sepolcrale di Angelo Bonomini, ma le nuove disposizioni comunali che vincolarono le sepolture al solo interno dei cimiteri ne impedirono l’uso personale. La tradizione vuole che vi sia sepolto semplicemente un cane da cui il nome della tomba. Inizio la discesa, sono a poche centinaia di metri da casa, ma non sarebbe Brixia Fidelis senza aver scalato anche il colle Cidneo sede del castello da cui gli Asburgici si difesero durante le “X giornate di Brescia”.

Salgo da Piazzale Arnaldo, luogo amatissimo dai giovani bresciani per la “movida notturna”. La salita è lunga poco più di un chilometro, la parte finale, la più suggestiva, con pavimentazione in sanpietrini e stretti tornanti. Uno sguardo al maestoso portale di San Marco e inizio la discesa verso via San Faustino (patrono della città). Casa è vicina, percorro Fossa Bagni naso all’insù, osservando le mura da sotto. Il perimetro è completo sono 82km di giro con 1.174m di dislivello, ma conta poco, ho scoperto luoghi nuovi della mia città, ho ricordato percorsi e luoghi della mia infanzia, ma soprattutto, una volta ancora, ho avuto la conferma che la “Leonessa d’Italia” è una città che non teme confronti. Una città racchiusa tra monti, colline, cave e campagna. Una città dalla lunga storia  e cultura, ricca di capolavori artistici.

Grazie Mr.Covid a qualcosa mi sei servito!

Traccia completa su: STRAVA oppure KOMOOT

BrixiaIntraFines

Videogallery: Brixia Intra Fines (13’56” video integrale)

Photogallery:

Passo Tremalzo gravel-extreme

Sono le 4:52 quando mi sveglio, ancor prima che il telefono suoni. Mi alzo, guardo fuori dalla finestra, scendo in giardino e scatto una fotografia dell’alba che verrà. Si prospetta una mattina dal cielo terso e dalla profondità di campo giusta per fare fotografie.

Oggi la mia mente ha progettato il giro che è il degno coronamento di tutti i piccoli passi fatti in questi due anni di allenamenti e test sulle strade ghiaiose del nostro lago di Garda e dell’altopiano di Cariadeghe. Alle 5:42 parto, mi aspetta una lunga cavalcata pianeggiante verso Riva del Garda in tutto più di 50km. A quest’ora il traffico è ridottissimo e la Gardesana si trasforma in uno splendido lungo rettilineo adatto ai video e alle fotografie: l’alba dall’alto di Puegnago, il golfo di Salò, il porticciolo di Toscolano, la ciclabile sulla vecchia strada a Gargnano, per finire con il clou, la ciclopista a sbalzo di Limone sul Garda.

Poco prima delle 8:00 sono a Riva, mi fermo come mia abitudine a mangiare una barretta all’imbarcadero, riempio le borracce di acqua e riparto. Attacco la salita del Ponale, sicuramente l’unica strada del lago che può lottare per bellezza e arditezza con la Forra di Tremosine. Sono 2,5km sterrati, ben battuti, intagliati nella roccia viva a strapiombo sul lago. Con attenzione, si può fare tranquillamente con una bdc moderna con sezione dei copertoni da 25mm o meglio da 28mm, oggi con LinaBatista ed i Terratrail tassellati da 40mm diventa una passeggiata, ma la dimensione delle mie gomme fin troppo generosa qui, sarà altresì sufficiente in vetta al Tremalzo?

Mi fermo un paio di volte per scattare fotografie, la giornata è incredibile, una delle migliori che io abbia avuto quanto a profondità di campo.

Finito lo sterrato ancora un paio di chilometri asfaltati con tornanti e vista sull’orrido mi conducono davanti all’ingresso della galleria della strada statale. Mi immetto sulla via principale in salita verso il lago di Ledro, ma, fortunatamente, la abbandono cinquecento metri dopo per svoltare a sinistra e riprendere il sentiero del Ponale che sale al lago di Ledro e che è stato trasformato in ciclabile da qualche anno. Sicuramente più ostico questo secondo tratto per una bdc, in quanto i primi chilometri totalmente sterrati presentano piccole rampe sopra il 10% con fondo molto mosso, difficilmente superabili con copertoni sottili senza scivolare (vedi Antica via Ponale e passo Tremalzo (Giro dei 4 laghi) ).

A Prè di Ledro la Ponale entra in paese, si torna sull’asfalto, da qui fino a Molina i tratti sterrati sono pochissimi, ma più volte ci si arrampica su tornanti cementati al 20%. Faticosa in certi punti, ma di una bellezza straordinaria. Inoltre con le abbondanti piogge di questo mese tutti i torrenti e i ruscelli sono carichi di acqua dando ancor più bellezza allo scenario boschivo, verde e rigoglioso come non lo vedevo da anni. A Molina nuova fermata d’obbligo di fronte al lago, sono circa le 9:00 e la mia colazione prevede già un bel panino con prosciutto crudo oltre agli integratori di rito.

Mi aspetta la sponda sud del lago, quella in parte interdetta alle autovetture su splendida ciclabile sterrata in mezzo al bosco. I riflessi verde smeraldo del lago si mescolano con il verde chiaro del fogliame del bosco. A Pieve di Ledro prosegue la ciclabile su una bellissima traccia, verniciata di recente, immersa nei campi: curve sinuose si alternano a piccoli ponticelli sui ruscelli. Un paradiso per famiglie! Per fortuna a quest’ora non sono ancora in movimento. Arrivo al lago d’Ampola, chiamarlo lago forse è eccessivo, comunque uno splendido specchio d’acqua ricolmo di ninfee e canne. Sono al 76km, sono le 9:50 ed inizia la parte tosta del giro, il passo Tremalzo: 12,3km per quasi mille metri di dislivello. Una salita di quelle definite HC (hors categorie) piuttosto regolare, parte subito con pendenza in doppia cifra e per i primi tre chilometri sono più i tratti a 10/12% che quelli a 7/9%.Passo Tremalzo La bellezza del luogo, il fresco del bosco (14°/16°C), l’asfalto liscio la rendono molto meno faticosa. Prima del quinto chilometro sono già a 1.000m di quota, circondato, ancora una volta, da splendidi maggiociondoli in fiore. In questa amenità l’ultima cosa a cui penso è la fatica della scalata, ci penseranno poi i dati del gps a decretare che per più di 10km (su 12,3km totali) la pendenza è rimasta sopra 8%. Iniziano i primi alpeggi e fortunatamente anche il primo breve falsopiano in corrispondenza della chiesetta di Santa Croce, solo un centinaio di metri e si risale a 10%. Poco prima dell’ottavo chilometro un’altra contropendenza, questa volta più lunga, quasi cinquecento metri. Il panorama si fa sempre più ampio man mano che salgo, si iniziano a scorgere il Cornone di Blumone e la vetta dell’Adamello anche se oscurata dalle nuvole.

Prima del passo (e me lo ricordo bene dallo scorso viaggio!) la strada per qualche decina di metri si snoda sullo stretto crinale dei monti. Mi fermo per una ripresa incantevole e spaventosa assieme! Il lato sud verso il Garda scosceso, uno strapiombo di quasi 400m sugli alpeggi sottostanti; Il lato nord, dolce, verde, erboso e fiorito (con un neologismo lo definirei “pratoso”) con le cime delle Alpi in lontananza a fare da sfondo.

Arrivo al passo Tremalzo (1.702m) il tempo di alcune didascalie, di sgonfiare gli pneumatici a 2,0 bar e riparto in discesa.

L’idea è di fermarmi per mangiare i panini in mezzo ai prati sottostanti. La discesa si presenta subito “tecnica” o meglio difficoltosa per una bici ghiaiosa. A parte alcuni brevi tratti lastricati, il fondo è molto mosso e con sassi piuttosto grossi per i miei copertoni da 40mm. Sono costretto a scendere sempre a freni tirati per non superare i 10-15km/h e non rischiare di compromettere i cerchi in uno dei tanti larghi e profondi scoli dell’acqua piovana o su uno dei sassi più grossi ed appuntiti.

Arrivo al passo della Cocca, decido di fermarmi lì, luogo incantevole, consumo il mio pranzo e riparto. Poco dopo sono costretto ad una nuova fermata, l’alpeggio con le creste sovrastanti quasi a semicerchio crea un gigantesco teatro naturale. Obbligatorio un video a 360°.

Confessate che avete proseguito anche voi con: “le caprette ti fanno ciao!”. Ancora un chilometro ed eccomi di fronte alla magnificenza della cascata del Pra di Lavino, detta del Pisù, con le ripetute piogge di questi giorni è carica di acqua come in pochi altri momenti dell’anno. Il fragore, il profumo umido, le goccioline nebulizzate nell’aria ancor fresca di primavera ne fanno un luogo magico, d’obbligo una lunga sosta.

Tutte queste pause, in realtà, oltre che rallentarmi, mi confortano in quanto consentono ai miei cerchi di non surriscaldarsi eccessivamente durante le lunghe frenate. Riparto, una contropendenza di un chilometro mi porta a Bocca Lorina (1.431m) bivio per la strada che sale al Monte Caplone entrando nel territorio della Valvestino. Io, invece, scendo verso la valle del San Michele. Sono 7km di terribile discesa con pendenza media di 11%, ma spesso tra 15% e 18%, fortunatamente ora il fondo è molto più compatto ed i tornanti spesso sono cementati. Il panorama è impressionante: sono nel mezzo, guardo  in su e vedo le creste aguzze sopra di me, guardo in giù e vedo un bosco a strapiombo nella valle del torrente San Michele.

Una meraviglia! Oggi l’aria così limpida e pura dona una profondità di campo da restare senza fiato. Ovviamente mi fermo più di una volta per fotografare. Finalmente giungo in fondo alla ripida discesa, arrivo alla piccola diga sul torrente. Accosto la bicicletta e ne approfitto per scendere sul ghiaioso letto del corso d’acqua.

Mangio, bevo, riempio le borracce alla vicina fontana, rigonfio gli pneumatici fino a quasi 3bar e riparto, poco più di tre chilometri e ritorno sull’asfalto all’incrocio con la provinciale Tignalga, svolto a destra e mi accingo a rientrare nella civiltà. La strada è nota, tre chilometri di discesa, tre di risalita con pendenza impegnativa ed eccomi nel comune di Tignale, oltrepasso alcune delle sue frazioni, inizio la discesa, fermata d’obbligo al “Panorama del Fil”, purtroppo quasi immancabile con strade nuove il messaggio di ritardo a casa, fotografo e riparto.

Come settimana scorsa mi aspetta la “Hidden Road” e la vecchia gardesana che mi conducono a Gargnano. Troppo traffico in paese e dopo soli due chilometri mi infilo a destra nelle stradine del golf di Bogliaco, a Cecìna (non Cécina, quella è in Toscana) mi fermo per riempire nuovamente le borracce, il sole picchia forte anche se l’aria non è ancora calda come in piena estate ed io sto già bevendo come un cammello. Scatto una fotografia ad una splendida bouganville che si arrampica sul muro di pietre di una casa e via si riparte!

Attraverso Toscolano, Maderno e Fasano in statale e a Gardone rientro a destra per la frazione di Sopra; il rumore delle motociclette mi stava dando troppa noia dopo tutte quelle ore passate nella pace e tranquillità dei monti. Ridiscendo da Morgnaga a Barbarano, ma rientro subito a destra per il centro di Salò, solite Zette in risalita e Valtenesi. Anche oggi la lieta sorpresa della Citroën 2CV Charleston, questa volta la incrocio prima di Puegnago.

Sorrido, è il degno suggello ad una giornata veramente indimenticabile per i luoghi visitati e per le condizioni meteo che hanno saputo donar loro ancor più splendore. Grazie LinaBatista con i tuoi ultimi miglioramenti tecnici mi stai portando “là dove non ero mai stato!”

Per la cronaca: ⇔ 152,6km,  ⇑ 3.082m,  τ: 8h42’56”

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ La Ponale, Passo Tremalzo Extreme

TremalzoGravelExtreme

Videogallery: Video integrale (10’40”) (se potete trovate il tempo per guardarlo, merita tutto, non per le mie riprese, ma per i luoghi incredibili)

Photogallery:

Monte Puria e le strade militari

Sabato 6 giugno 2020, tra un temporale e l’altro, colgo l’occasione per portare la mia LinaBatista alla scoperta di nuove ghiaie militari. Alle 6.09 si parte in direzione alto lago. La giornata è fresca (15°C) scendo a Salò e percorro il lungolago.

Fa strano vedere tutti questi cartelli giallo-blu che indicano i sensi unici di marcia a causa dell’emergenza Covid. Proseguo e attraverso Gardone R., Maderno e a Gargnano mi fermo per un paio di istantanee sul lungolago.

Imbocco la vecchia gardesana e proseguo fino all’incrocio per Tignale. Svolto a sinistra ed inizio a salire, il cielo è terso ad occidente mentre ad oriente, e soprattutto sopra il monte Baldo, è piuttosto offuscato con le solite nuvolette sulla cima. Mah, speriamo che la giornata tenga! – penso io. Il giro in programma è piuttosto lungo ed impegnativo. Procedo, giungo al balcone di Tignale chiamato “Panorama del Fil”, mi fermo per un video.

Sono le 8.00 quando riparto, attraverso le frazioni di Gardola e Olzano, bellissima con la sua ripida ed angusta strada acciotolata, e mi dirigo verso Cima Piemp.

La salita per il Piemp (vedi Cima Piemp, uno splendido balcone sull’alto Garda.) è sempre incantevole e impegnativa, quest’anno grazie alle copiose piogge degli ultimi giorni il bosco in cui si snodano i suoi sinuosi tornanti cementati è particolarmente lussureggiante.CimaPiempdaGardola

Poco più di 6km con numerosi tratti su cemento e la pendenza che si inasprisce sempre più man mano che ci si avvicina alla vetta. Di contro paesaggi stupendi impreziositi in questi giorni di inizio giugno dai gialli maggiociondoli in fiore.

La temperatura scende fino a 11°C, l’umidità del mattino esalta ulteriormente i profumi del sottobosco, io salgo con relativa tranquillità, dalla mia oggi ho la tripla con il piccolo 24 anteriore. In vetta al Piemp mi concedo una sosta fotografica e ne approfitto per mangiare, sono da poco passate le 9.00.

Riparto, inizia il divertimento, da qui in poi la strada sarà sterrata, o meglio ghiaiosa, per un bel po’. Ripercorro l’itinerario del giro Andata Gardesana, ritorno creste! fino al Passo d’Ere. Mi ricordo che lo scorso anno giunto all’inizio della salita per il Passo Segable dovetti scendere a piedi a causa del fondo sdrucciolevole e della mancanza di un rapporto adeguato della mia AliMat (34×34 e gomme 40mm slick).StrappoSegable

Oggi LinaBatista dotata di un più agile 24×29 e dei Continental TerraTrail da 40mm leggermente tassellati aggredisce con vigore la ghiaia, non slitta e con agilità (ho tirato a manetta!) supera questo chilometro. Sono soddisfatto, sento che con questo assetto, anche in salita posso andare quasi ovunque. Da Passo Segable in breve si scende a Ere, dove, al bivio, svolto secco a destra per entrare nella magnifica strada che conduce al Passo di Scarpapè, già percorsa l’anno scorso in Cima Rest da Passo Scarpapè.

Il passaggio della vecchia galleria militare è sempre incredibilmente affascinante.

Ora proseguo verso il passo, subito dopo, un ulteriore bivio separa la strada che scende a Cadria (la presi lo scorso anno) e quella che sale al Passo della Puria obiettivo di giornata.

Davanti a me si presenta un nuovo tratto, circa un chilometro, di salita impegnativa e con fondo molto mosso, ma anche stavolta LinaBatista fa il suo dovere.

Giungo al passo (1.380m), ma la cima del Monte Puria e soprattutto la sua anticima sono distanti meno di un chilometro, per cui devio dalla strada militare su un sentiero, oltrepasso la sbarra e mi dirigo verso il monte.

Arrivato ai piedi dell’anticima appoggio la bici ad un giovane pino e salgo a piedi verso il cocuzzolo, circa una trentina di metri sopra di me. Mentre salgo un capriolo si avvicina alla LinaBatista osservandola incuriosito, decido quindi di iniziare il video panoramico anche se mancano alcuni metri alla vetta.

Sono piuttosto emozionato, è la prima volta che mi spingo così oltre con la mia ghiaiosa, soprattutto non ero mai stato letteralmente su una vetta isolata! vedere la striscia di ghiaia della strada 30/40m in verticale sotto di me, il vuoto tra la mia anticima e le vette attorno, il Monte Tremalzo così vicino, mi regalano brividi ed adrenalina. Un misto di pace, vuoto, senso di inadeguatezza, stupore mi pervade. Il soffio del vento è l’unico rumore che si sente.

Decido di scendere, con grande cautela, arrivo alla bicicletta, la vedo lì, appoggiata al giovane pino, quasi stesse riposando per la fatica. La fotografo e decido che questa sarà l’immagine simbolo del mio primo giro culminato su una vetta.

puria26

Riparto, visti i temibili nuvoloni neri che ricoprivano le cime del Tremalzo, decido che la scelta più saggia sia quella di rientrare al passo d’Ere per la medesima rotta, per poi scendere verso Bocca Paolone, questa è senza dubbio la via più veloce e mi consentirà di evitare i temporali che sono previsti nel primo dopopranzo. Gongolo perché questo vuole anche dire che ripasserò nella splendida galleria militare a ritroso. Abbasso il reggisella telescopico di qualche centimetro. Sì, perché tra le novità di quest’anno LinaBatista si è dotata di un canotto sella regolabile per darmi più sicurezza e confidenza nelle discese sopra il 20% dove mi sentivo sempre catapultare in avanti. Così è tutta un’altra storia! Scendo il primo chilometro della Puria con molta più confidenza. No, non velocità! Semplicemente mi sento più sicuro. Arrivo alla galleria e devo fermarmi a scattare un paio di fotografie all’orrido.

Riparto, al passo d’Ere proseguo verso Bocca Paolone, un primo tratto di leggera discesa su strada ben battuta, poi dopo il passo della Colomba, un altro chilometro di ripida discesa su sconnesso conduce all’inizio dell’asfalto.

Asfalto che, per quel che mi riguarda, dura pochissimo in quanto poco prima di Bocca Paolone incontro il bivio per il Passo della Fobbia che conduce direttamente a Piovere di Tignale, senza fare tutto il giro dalla Costa di Gargnano come feci lo scorso anno. Anche questa è, per me, una strada nuova. Da subito si capisce che il paesaggio e il manto stradale sono decisamente cambiati. Sono sotto quota 1.000m la ghiaia delle strade militari scavate nella roccia lascia il posto alla terra battuta scavata nel fitto bosco, di tanto in tanto qualche piccola radura seganala la presenza di una malga. Io scendo piano, sia per prudenza, sia per non sollevare troppo fango da dietro.

Quando la pendenza si fa troppo impegnativa la strada viene cementata per agevolare la risalita dei mezzi, io ne sono felice perché l’aderenza migliora decisamente.

In circa cinque chilometri perdo quasi 600m di dislivello e mi ritrovo, oltrepassato Piovere, al bivio della provinciale Tignalga da cui ero risalito stamattina. Discesa impegnativa, soprattutto per le mani, ma la bellezza del fitto sottobosco, i continui guadi sui torrenti carichi di acqua dei temporali scorsi, mi fanno dimenticare quel poco di sofferenza articolare che mi hanno procurato. Al solito dalla provinciale mi stacco per non entrare sulla ss45 ed attraverso la “hidden road” mi ricongiungo alla vecchia gardesana.

Oltrepasso la frana, che quest’anno è decisamente peggiorata, e ne approfitto per fermarmi sul tornante a contemplare il lago mentre mangio un’ultima barretta.

Riparto, a Gargnano rientro in statale. Oggi, a differenza della settimana scorsa, in cui il ponte aveva portato numerosi turisti con le immancabili code sul lago, la strada è praticamente vuota. L’orario certo aiuta sono quasi le 12.30. Decido di rimanere sulla gardesana per accelerare i tempi di rientro, ma niente, all’inizio di Gardone Riviera, dopo circa 10km sono già ampiamente “stufo” e decido di concedermi almeno il passaggio per Gardone sopra, ripercorrendo le antiche strade di Gabriele d’Annunzio. Un paio di fotografie ad una bellissima piscina e ad una villa incredibile poco prima di Morgnaga giustificano ulteriormente la piccola deviazione.

 Rientro in statale all’altezza del centro di Barbarano, ma solo per un chilometro, allo svincolo tengo la destra ed entro nella mia amata città natale. Le Zette, la Valtenesi, al solito, mi riportano a casa, ma stavolta ho un piacevole imprevisto poco prima della rotonda di Polpenazze a due soli chilometri dall’arrivo: una Citroën 2CV Charleston (me lo ha spiegato il mio amico Carlo, per me era un Dyane) mi sorpassa.

Un’ultima ciliegina su una torta riuscita perfettamente, grazie anche agli “upgrade” della mia LinaBatista. (⇔101,2km  /  ⇑ 2.360m  /  τ: 5h59’30”)

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Monte Puria (Cima Piemp, Passo Segable, Passo Puria, Passo della Colomba, Passo Fobbia)

MontePuria

Videogallery: Video integrale 8’45” (prendetevi il tempo e guardatelo merita davvero♥)

Photogallery:

Cima Rest da Passo Scarpapè

Domenica 18 agosto, sono da poco passate le sei del mattino quando cavalco la mia AliMat per una nuova escursione sulle strade ghiaiose dell’alto lago. Subito lo spettacolo della luna che appare come una lampadina in alto nel cielo mi mette di ottimo umore.

Mi dirigo con una certa rapidità verso Gargnano, la temperatura, a quest’ora, è ottima  anche nel torrido Ferragosto. Inizio a salire verso Navazzo, il sole è ancora nascosto dietro il monte Baldo anche se la sua luce rischiara ampiamente tutto il paesaggio. La luna sta calando, ma prima di scomparire definitivamente mi concede un ultimo regalo all’uscita di uno dei tanti tornanti della salita: io, lei ed il monte Castello.

scarpa03

Arrivo a Navazzo dopo poco più di 1’30” di pedalata. Oggi, per me, la salita è ancora lunga, svolto a destra e prendo per Costa di Gargnano, mi aspettano ancora dieci chilometri tra salita e qualche breve discesa. Appena lascio il versante che si affaccia sul lago per entrare nelle valli l’aria si rinfresca, 14°C la minima. Sono le otto e mezza quando, alla fontana prima di Costa, mi fermo per riempire le borracce e mangiare un poco. Sto per entrare nel vivo del giro odierno, mi attende la salita a Bocca Paolone (947m) e Passo della Colomba (1.109). La prima parte della salita è tutta asfaltata (2,5km) ed è anche relativamente facile (8% – 12%), dall’ultimo chilometro inizia lo sterrato, la pendenza resta sopra il 10% con dossi a 15%.

Io fatico, stamattina la gamba non gira come dovrebbe e sui dossi molto sconnessi faccio molta fatica, sul più impegnativo sento che anche la bicicletta perde aderenza e per sicurezza scendo e lo oltrepasso a piedi. Sono alla Colomba, ora la strada si muove pressoché piana fino al passo d’Ere (1.131m) immersa nel fresco ed odoroso bosco. Mi passano due biker, ci salutiamo, vanno leggermente più veloce di me, ma fino a quando il fondo è compatto non guadagnano molto. A Passo d’Ere il bivio, a destra si prosegue per Passo Segable e Cima Piemp, che avevo percorso a ritroso solo un mese fa (Andata Gardesana, ritorno creste!), a sinistra prosegue per Passo Scarpapè, la parte nuova del mio itinerario che mi porterà a Cima Rest. Da subito lo scenario si fa incantevole e suggestivo con rocce e pareti scoscese. Presagio di un’altra ottima scelta di percorso. Poco pù avanti la vista si apre su un ampia e vertiginosa parete sovrastante la strada. Uno spettacolo quasi dolomitico, oserei dire, e la strada si perde all’interno di una galleria militare, di pregevole fattura.

Sono letteralmente estasiato, all’uscita della galleria mi devo fermare per scattare anche alcune fotografie di questo luogo (a lungo sono stato indeciso se usare questa come didascalica del giro).

Riparto, raggiungo lo Scarpapè, vedo i due bikers che stanno già affrontando i tornanti del Passo di Puria per raggiungere Cima Rest o il Tombea. Mi fermo al bivio, dovrei salire anch’io, ma non mi sento pimpante e decido di non rischiare, prendo a sinistra la mulattiera che scende a Cadria e poi risalirò a Cima Rest dalla strada. So, per informazioni prese, che questa via è un po’ abbandonata, quindi non escludo di dover farne pezzi a piedi, ma resta il fatto che sarà tutta in discesa. All’inizio il fondo è discreto, dal momento che la mia bici non è una mtb scendo con cautela. Si  intuisce subito che questa strada non viene più utilizzata da mezzi a quattro ruote già da molto tempo in quanto, dove ha potuto, la vegetazione si è mangiata parte della sede stradale.

Il percorso, dal punto di vista paesaggistico, è fantastico: un susseguirsi di entrate ed uscite dal bosco con ampie vedute sulla valle del Droanello. Purtroppo spesso sono costretto a concentrarmi solo sulla guida. Ad un tratto un grosso albero, caduto sicuramente durante la tempesta Vaia di quest’autunno, blocca ancora la strada. Ciò avvalora la tesi che oltre ad escursionisti e ciclisti di qui non passa ormai più nessuno da tempo. Lo scavalco e proseguo. Giungo ad un fitto bosco di alti pini silvestri che creano un’ansa su cui la mulattiera si appoggia con ripida discesa. Fermata fotografica obbligatoria, ma, soprattutto, il soffice letto di aghi che copre tutto il sentiero mi indica che per le mie Gravelking slick da 1’50 questa discesa a 20% non è il massimo e quindi la percorro a piedi per non scivolare direttamente a Cadria “culo a terra”.

Cinquanta metri e sono di nuovo in sella, manca oramai poco ai primi alpeggi, la mulattiera è tornata ad essere una carrareccia, segno che è ancora utilizzata da veicoli a quattro ruote. Attraverso il primo alpeggio e vedo in lontananza il borgo di Cadria.

Per un chilometro e mezzo entro ed esco dalle radure fino a quando mi ritrovo davanti ad una sbarra, così mi spiego come mai il sentiero a monte degli alpeggi è lasciato al suo destino. La oltrepasso ed una parete strapiombante fa da cornice ad uno splendido fontanile, quale luogo migliore per una sosta “merenda di metà mattina”!

Riparto, attraverso Cadria, è strano arrivare da sotto, ritorno su asfalto e risalgo verso Cima Rest, circa tre chilometri e mezzo e sono arrivato, ma oggi è il giorno in cui, per la prima volta, voglio raggiungere il celebre osservatorio astronomico. Quindi proseguo sulla cementata, un’altro chilometro (pendenza media 5% max 19%) con il solito muretto di un centinaio di metri prossimo a 20% di pendenza. Giunto all’osservatorio mi scateno in una sessione fotografica. La giornata sufficientemente limpida, il panorma sul crinale dei monti Tombea e Caplone e gli splendidi e numerosi cespugli di cardi fioriti mi ripagano ampiamente delle fatiche odierne.

È quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e con tutta calma consumo il mio pranzo contemplando i monti della Valvestino. Oggi non ho fretta, ho la giornata per me. Dopo una ventina di minuti circa riparto ed inizio la fase di rientro. Scendo prima verso Magasa  e poi verso il lago di Valvestino. All’altezza del vecchio mulino ad acqua di Turano, ora trasformato in museo degli antichi mestieri (link a VisitValvestino), scendo dalla strada per costeggiare il canale e fermarmi davanti alla costruzione per qualche fotografia.

Nuovamente in sella, costeggio il lago di Valvestino, me lo godo tutto, l’aria oramai è calda, ma non afosa. Oltrepasso la diga ed arrivo alle porte di Navazzo da nord, devio a destra ed entro in zona industriale, scenderò dal famoso “sentiero delle Camerate” una carrareccia ghiaiosa, cementata solo laddove la pendenza si attesta attorno a 20%. In questo modo arrivo dritto nella valle del torrente Toscolano, che in questi luoghi scava un vero e proprio canyon. Scendo con cautela, sia perché è la prima volta che la percorro, sia per le ripide e scivolose pendenze.

Anche qui il paesaggio è di sicuro spessore, il monte Pizzoccolo mi sovrasta imperioso e la forra del torrente Toscolano e di una incredibile bellezza. Arrivo alla fine della discesa e mi immetto nella valle delle cartiere. Mi fermo sul vecchio ponte che portava al palazzo Archesane ed alla valle di Campiglio per uno shoot fotografico. Sotto di me, vacanzieri in costume si rinfrescano nelle gelide acque del torrente che qui forma una grande ansa con piccole spiaggette ghiaiose. In questa forra la temperatura all’ombra è ancora di 25°C nonostante sia già l’una passata.

Sono sceso fino a 250m s.l.m. ed ora devo risalire un po’ per arrivare al borgo di Gaino, da dove riprende la strada asfaltata. Un pizzico di tristezza mi pervade nel lasciare lo sterrato, la parte migliore del giro è alle mie spalle. Davanti ho ancora la splendida discesa con vista lago dalla balconata di questa frazione e poi la gardesana. Sono le  due del pomeriggio quando attraverso Salò, la mia città, brulicante di turisti e bagnanti. Oltrepasso le Rive, inizio a salire le Zette, guardo il lago, il golfo e mi scatto un “selfie on-action”.

scarpa49

Un degno suggello per questo fantastico nuovo itinerario percorso in virtù delle ruote cicciotte (⇔:115km — τ:6h46min — ⇑: 2.536m — T:14°C/35°C).

Grazie AliMat!

Scarpapè-Rest

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Bocca Paolone, Passo Scarpapè, Cadria, Cima Rest, Lago Valvestino, Camerate

Videogallery: Video YouTube con commenti (5’33”)

Video YouTube versione integrale (7’23”)

Photogallery:

 

La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

6gal06

Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa.