Sella Ronda all’alba

Ci sono giri che vanno al di là della prestazione sportiva o del livello di difficoltà, ma vanno raccontati per le emozioni che ci lasciano. Il Sella Ronda prima che sorga il sole è senz’altro uno di questi. Diciotto volte lo ho percorso in bicicletta, tutte in senso orario, in altrettante edizioni della MdD. Ora è giunto il momento di affrontarlo in senso antiorario, ma, cosa più importante, partendo prima che sorga il sole. Domenica 12 luglio ore 4.45 del mattino, forse sarebbe il caso di dire della notte, aggancio il pedale e inizio a scendere lungo strada Col Alt per raggiungere l’incrocio per Colfosco e passo Gardena. L’aria è frizzante. No, no è proprio gelida! Il tempo di acclimatarsi ed il Gps segna 4°C. Dopo le forti piogge di ieri era previsto un brusco abbassamento della temperatura con aria proveniente da Nord. Io sono abbastanza coperto, intimo manica corta termico, manicotti, maglia estiva bioceramic e sopra il nuovo capo mezza manica anti-vento e anti-pioggia traspirante in Event graficato per Cicloturisti!, la cui realizzazione è stata specificatamente commissionata per gli “early morning” di mezza stagione ed i giri in quota. Ormai collaudato nelle salite della Maddalena alle 5.30 e nei giri all’alba di questa primavera è diventato un capo imprescindibile nel mio guardaroba. All’uscita del paese mi fermo per una suggestiva fotografia notturna al gruppo del Sella  con il monumento ligneo di una grande bicicletta in primo piano.

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Il termometro è sceso a 2°C ed io ne approfitto per indossare anche i guanti lunghi felpati invernali. Nonostante abbia davanti circa dieci chilometri di salita capisco che le mani si raffredderebbero comunque troppo con l’umidità della notte. Riparto, cerco di tenere l’andatura più blanda possibile con un’alta frequenza di pedalata per produrre calore ed al contempo non sudare troppo.PassoGardena(Corvara) Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno  nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.

Nell’ultimo chilometro prima di scollinare inizio a scorgere oltre il passo le vette del Sassolungo infuocate come non le avevo mai viste.

Sono le 5.40 ed io conquisto il primo dei quattro passi di giornata. Il termometro è rimasto sempre tra i 2°C e lo 0°C. Decido di non fermarmi subito, ma di scendere poco più avanti al primo tornante. Da qui la vista su Sassolungo, pian de Gralba e Sella è strepitosa! Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto! Fotografie di rito, barretta e vestizione.

Sì, perché nella mia capiente borsa sottosella avevano saggiamente preso posto un intimo manica lunga invernale Craft e lo “spolverino” oltre ai guanti invernali già in uso. Sfilo entrambe le maglie manica corta, indosso l’intimo sopra ai manicotti (tanto è nero anche quello, mica si nota hi, hi!). Rimetto le maglie e sopra chiudo con l’anti-vento. La maglia termica mi aiuterà a tenere il calore, l’anti-vento che è  poco traspirante dovrebbe contribuire a creare una sacca calda all’interno della quale restare in “zona comfort”. Riparto, dopo un paio di chilometri in discesa il lungo attraversamento in falsopiano del pian de Gralba contribuisce a mantenere la circolazione attiva anche nelle gambe, unica parte del mio corpo completamente esposta alla temperatura invernale. Pedalata agile, pochi watt, poco sudore e massima circolazione. Oltrepassato il celebre spiazzo del grande ristoro della Maratona, quello, per intenderci, dove ci sono anche le telecamere fisse Rai, ricomincia la discesa, ancora un paio di chilometri circa e sono nuovamente in salita verso passo Sella. Slaccio completamente l’anti-vento e lo lascio svolazzare dietro di me, così evito di creare inutile condensa di sudore sugli altri capi.PassoSella(Selva) Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.

Sono così rapito dallo scenario che mi si para d’innanzi che non mi accorgo di essere arrivato quasi in vetta. Sono già sul crinale a poche centinaia di metri dal passo, quando devo obbligatoriamente sostare per uno shooting fotografico completo. A sud sua maestà il ghiacciaio della Marmolada che, con il suo bianco candore, abbaglia riflettendo i primi raggi di sole; di fronte il massiccio del Sella illuminato solo da luce riflessa nell’alba ancora ombrosa; a nord l’orizzonte bianco e frastagliato delle cime di confine con l’Austria e dietro di me imponente e rosato il Sassolungo in tutto il suo splendore, così vicino che pare quasi poter essere toccato.

Devo ripartire, il tempo oggi è tiranno, ho promesso il rientro prima delle nove per poter affrontare tutta la giornata con le nostre famiglie. Al primo tornante in discesa, uno spettacolare balcone sulla Marmolada mi costringe ad una nuova rapida ed artistica fermata fotografica.

Riparto, temo questa discesa, durante la gara qui in fondo si raggiunge il punto più freddo ed il ricordo delle mani ghiacciate al bivio di fondo valle è persistente nella mia memoria come lo è la faticosa ripartenza in salita al 12% di pendenza. Questa volta sto girando al contrario, la discesa è veloce a causa della strada ripida, la velocità sale, la temperatura scende, mi ritrovo a -2°C! Per la verità, per qualche sparuto secondo, il mio Xplova segna anche -3°C. I mignoli cominciano a protestare, ma tutto sommato arrivo al pianoro dove è solitamente posto il ristoro in buone condizioni. Il corpo è ben caldo, protetto dai molti strati di abbigliamento tecnico, solo le ginocchia sono un poco arrossate dal freddo. Riprendo a salire verso il Pordoi. Sempre pedalata agile (34×34), oltre 75rpm.PassoPordoi(Canazei) La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.

Noto con piacere, dopo soli diciannove passaggi, che in un angolo fa capolino la vetta bianca ed aguzza della Marmolada, impossibile non immortalarla con il mio ditino che la indica.

Riparto, l’aria è ancora frizzante, ma il sole ormai alto davanti a me scalda parecchio con il suo irraggiamento, infatti tolgo lo spolverino e lo ripongo  nel borsone sottosella. La discesa è lunga e sinuosa, la affronto con calma godendomi il panorama. Entrò a Rèba, così si chiama in ladino Arabba, tengo la sinistra ed immanentemente ritorno a salire verso il Campolongo. Da questo versante è veramente una salita semplice, poco meno di 4km e, se si eccettua una breve rampa oltre il 10% all’uscita del paese, la pendenza media si attesta a 7%.PassoCampolongo(Arabba) Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.

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Circa venti minuti e sono già in discesa, guardo l’orologio sono passate da pochissimo le otto del mattino. Altro che arrivo entro le nove, qui ci scappa anche una lauta colazione con famiglia! Scendo rapido lungo gli ampi tornati che conducono a Corvara, osservo il Sassongher, maestoso ed ora completamente illuminato dal sole. Da questa altezza lo trovo ancor più suggestivo che dal fondo valle di Corvara, ma non cedo alla tentazione dello “shooting fotografico” la colazione in famiglia è sicuramente meglio! Sono le 8.15 quando infilo la bicicletta nel deposito dell’hotel, una rapida doccia e pronto per la colazione e per l’escursione agli alpeggi del Col Alto con tutta la tribù. Già perché, per le persone normali, la giornata inizia adesso!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Sella Ronda

Videogallery: Sella Ronda (video integrale con commento originale)

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Tre Cime di Lavaredo

Quest’anno la MdD è stata annullata, ma non la nostra splendida mini-vacanza in val Badia che è semplicemente stata posticipata di una settimana. Così venerdì 10 luglio alle 5.32 del mattino parto da Corvara in direzione Tre Cime per un giro ad anello che mi consentirà di vedere nuovi paesaggi dolomitici. Scendo verso il bivio Colfosco/LaVilla, l’aria è fresca (8°C), ma non gelida. Mi fermo per una rapida didascalia al Sassongher appena illuminato dai primi bagliori mattutini.

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Riparto, cinque chilometri in discesa mi conducono velocemente al bivio di La Villa per San Cassiano e per il passo Valparola. Diciassette volte lo ho fatto in discesa in altrettante edizioni della Maratona, solo una volta non lo feci poiché a causa della febbre dovetti accontentarmi del Sella ronda. Farlo in salita è, quindi, una mezza novità. Si presenta subito cattivello con un primo chilometro al 9%, dopo le prime curve sono costretto ad una rapida fermata, il sole ha iniziato ad illuminare la cima del Sella e del Sassongher. Tra le valli ancora buie ed ombrose ed il cielo cobalto risaltano due cime infuocate ed io le immortalo con il mio telefono.

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Riparto, fino al borgo ancora due chilometri facili attorno al 6% di media. Uscito da San Cassiano un primo chilometro con media 8% e punta al 10% porta al lungo falsopiano di Armentarola.Passo Valparola_LaVilla Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a

pensare a giri di ripiego. Dopo il dodicesimo chilometro la strada inizia ad alleggerire la pendenza, mi trovo in quel luogo magico che i ladini chiamano “intra i sass” è l’ultimo chilometro, oggi avvolto completamente dalla nebbia ed io fatico a vedere il forte militare della prima querra mondiale che si trova a soli cinquanta metri dal ciglio della strada. Scollino e… Sorpresa! Ad est il cielo è terso, la breve discesa a passo Falzarego è lì che mi aspetta illuminata e riscaldata dal sole. Mi fermo per alcune fotografie ed un video che cristallizzino questo momento.

Riparto la discesa al Falzarego ed a Cortina d’Ampezzo è quasi completamente al sole, la pendenza non è mai eccessiva. Fino a Pocol la conosco bene perché fatta in salita durante le Maratone. Gli ultimi chilometri sono uno splendido balcone sulla piana Ampezzana. Il cielo è intensamente blu, l’aria fresca e limpida. Si preannuncia una giornata fantastica. Entro in Cortina prima delle 8.00 del mattino, sono stati avviati molti lavori in favore delle prossime olimpiadi e le strade sono già intasate a quest’ora, una rapida fermata sotto al campanile parrocchiale, una visita fugace alla via pedonale delle boutique (ancora chiuse) e prendo la rotta per il passo Tre Croci.

Come esco dall’abitato torna la pace, il secondo passo di giornata non è lunghissimo, 8km con pendenza media 7%, di contro è estremamente irregolare, mi sembra di essere entrato in un roller coaster con la bicicletta. Passo Tre Croci CortinaContinue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.

La salita è tutta in un meraviglioso bosco di larici ed anche questo contribuisce a farmela percorrere quasi senza accorgermi del tempo che passa. Alle 8.45 sono in vetta, inizia una breve discesa (circa 4km) che mi condurrà al bivio con la statale che da Auronzo sale al lago di Misurina. A metà di questa discesa sono costretto ad una fermata su un viadotto con una vista memorabile sul gruppo del Cristallo.

Riparto mi innesto sulla statale e risalgo fino al lago di Misurina, sono 3km circa facili, l’ultimo un leggero falsopiano in rettilineo. Arrivato al lago sono d’obbligo alcune fermate per fotografare il luogo. Inizia anche la ricerca della fontana. Viste le temperature in queste prime ore non ho bevuto moltissimo, ma vorrei avere entrambe le borracce piene prima di salire ai 2.300m del Rifugio Auronzo. Ne trovo una alla fine del lago, riempio, bevo, mangio, fotografo e riparto.

Il bivio per le Tre cime è subito dopo. Il primo chilometro si insinua dolcemente tra le montagne, poi un cavatappi con pendenza 14% di duecento metri mi fa capire che aria tirerà sui tre chilometri finali. Subito dopo il bellissimo lago di Antorno, una gemma incastonata tra pineta e montagna che mi fa compagnia sulla destra per qualche centinaio di metri. Lascio le fotografie per il ritorno che sarà obbligato fino al bivio che scende a Dobbiaco. Oltrepasso la barriera del pedaggio: 20€ moto, 30€ auto, 45€ camper eppure c’è la coda per salire a parcheggiare al rifugio e non godersi camminando anche questi tre chilometri. A dire il vero, vista l’ora ancora mattutina (9.30) molti salgono in auto perché poi faranno il giro intero attorno alle Tre Cime (quasi 10km). Dopo alcune centinaia di metri ancora gradevoli tra i pascoli inizia la salita vera.Tre Cime_3KM Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.

Di contro il panorama è di quelli spettacolari da lasciare senza fiato, ovunque mi giri vedo solo immense rocce dolomitiche, alcune più vicine, alcune più lontane. Salgo con il rapporto più agile 34×34, per me la giornata ciclistica è ancora lunga. L’ordinata fila di autovetture che mi sorpassa ad intervalli regolari scanditi dai due bigliettai delle casse mi infastidisce un poco, ma in modo sopportabile. Dopo poco più di mezz’ora sono al rifugio, i parcheggi sono quasi esauriti, lungo gli ultimi cinquecento metri le auto sono già parcheggiate sulla banchina. Troppa gente per i miei gusti! Ma si sa sono un animo solitario. Scatto alcune fotografie dal rifugio proprio da dove inizia la camminata e decido di proseguire per il parcheggio superiore che mi sembra decisamente meno affollato.

Così è, mi affaccio da entrambi i lati del piazzale e così posso godere sia del panorama verso il Cristallo, sia di quello verso la valle di Auronzo, mangio e riparto.

Lungo la discesa è d’obbligo una fermata per immortalare la strada sinuosa e le vette dietro ad essa.

Un’altra fermata per il fiabesco laghetto di Antorno e via rieccomi sulla statale in discesa verso la val Pusteria.

Sono quasi le 11.00 ed il buco allo stomaco inizia a diventare una voragine. Subito dopo il caratteristico lago di Leandro un Bar Ristorante dal nome “Tre Cime” cattura la mia attenzione, si trova in posizione strategica dove le montagne si aprono formando un lungo solco che permette di vedere proprio le Tre Cime. Inevitabile che decida di fermarmi per mangiare un maxi toast e bere due bicchieri di Coca con questa splendida vista.

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Mi sento decisamente meglio, non dico sazio, ma con lo stomaco felice. Riparto, oltrepasso il lago di Dobbiaco, arrivo alla statale della val Pusteria, controllo il GPS per capire dove sia il punto più vicino per innestarmi alla splendida ciclabile che unisce San Candido a Brunico. La imbocco, meravigliosa, un susseguirsi di campi e pinete di fondo valle a poca distanza dalla statale. Una deviazione per lavori mi costringe ad abbandonarla per entrare nel centro abitato di Monguelfo, tutto sommato un bene perché il borgo si rivela molto carino. Ritorno sulla ciclabile all’altezza del lago artificiale di Anterselva la strada si fa sterrata, ma di quelle belle ben battute, proprio come le strade bianche.

Dopo il lago la ciclabile si innesta nel tessuto campestre (perché è impossibile definirlo urbano) del comune di Valdaora attraversando la frazione di Sopra. Arrivato in quella di Mezzo il cartello indicante passo Furcia 10km mi guida verso l’ultima grande fatica di giornata. I primi due chilometri e mezzo se ne vanno via veloci attraverso il paese con pendenze molto dolci, questo implica che nei successivi 7,5km dovrò affrontare quasi 700m di dislivello.Passo Furcia Valdaora La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.

Gli ultimi due chilometri sono nella fresca pineta, anche se oggi la giornata non è mai stata particolarmente calda ed afosa, anzi se si escludono i venti chilometri in val Pusteria l’aria è sempre stata frizzante. Io salgo sempre con passo regolare e guardingo, d’altra parte ho già più di 3.000m di dislivello nelle gambe. In vetta al passo Furcia dominano gli impianti di risalita del celebre comprensorio di Plan de Corones, a parte loro non vi è molto altro, inizio subito la discesa, al primo punto panoramico decido di fermarmi per un paio di istantanee. Da qui si vede bene la val Badia, il Sassongher ed il Sella.

Si vedono bene anche i nuvoloni neri carichi di pioggia che stanno arrivando, per cui parto. Scendo di buona lena verso San Vigilio in Marebbe, ma senza prendere rischi. Lo oltrepasso, sembra molto carino,

proseguo fino ad innestarmi con la statale che da Brunico sale in Alta Badia. Sono praticamente alle porte di Piccolino, un paese il cui nome la dice lunga sulle sue dimensioni. Mancano poco più di venti chilometri a Corvara, un lungo falsopiano in leggera salita. I primi 14km vanno via veloci, vento da dietro, senza grande sforzo resto tra i 19km/h e i 27km/h. Poi poco prima della galleria inizia a piovere con insistenza, mi fermo prima dell’uscita per indossare l’antipioggia (più che altro per il telefono che è nella tasca posteriore senza protezione impermeabile). Dopo la galleria quattro tornanti a 8% di pendenza sanciscono la fine del falsopiano e l’inizio della leggera salita dell’Alta Badia, sono quasi a Puntac poco prima di Pedraces (luogo di ritiro dei pettorali della MdD). Arrivato in paese mi fermo, tolgo l’antipioggia, temporale montano breve ed intenso, mangio, riparto. Da qui parte uno splendido marciapiede ciclabile, largo forse tre metri,  che mi conduce sino alle porte di La Villa separato del traffico dei camion e delle betoniere che mi avevano accompagnato più in basso. Entrato in paese opto per una strada interna che sale dritta come un fuso (14%) e si collega alla sommità del celebre Mur dl Giat della Maratona.

Sarà questo il mio gatto di giornata, attraverso il borgo, inizio la discesa per Funtanacia e per rientrare in statale. Mancano tre chilometri al mio hotel ed io finalmente sfondo il muro dei 4K di dislivello. Arrivo nel piazzale dell’albergo, felice come non mai, prestazione ciclistica di rilievo con 153km e 4.070m di dislivello, ma chi se ne frega! Quello che conta oggi è la quantità e la qualità di roccia dolomitica che ho visto! Nell’ordine Sella, Sassongher, Croda si Santa Croce, Lagazuoi, Sass da Stria, Marmolada e Averau (in lontananza), le Tofane, il Cristallo, le Tre Cime e mettiamoci anche il bel panettone verde del Plan de Corones!

Grazie Dolomiti!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ ⛰️⛰️⛰️ Tre Cime 4K (Passo Valparola, Passo Tre Croci, Tre Cime di Lavaredo, Passo Furcia)

Videogallery: Video integrale (8’21”)

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Maratona dles Dolomites 2018

Anche quest’anno siamo giunti al fine settimana della Maratona dles Dolomites, come da tradizione (Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31), Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!) il giovedì si parte per una mini vacanza con famiglia allargata a Manuela e Francesco. Dopo due anni di tempo piuttosto incerto e freddo, soprattutto per quel che riguarda il giorno della gara, questa volta sembra esserci qualche speranza per un meteo migliore. Così è, venerdì e sabato sono meravigliose giornate di sole in cui ci dedichiamo ai consueti divertimenti montani: escursioni, camminate, parco avventura per i bimbi.

È domenica mattina, la sveglia non fa in tempo a suonare, alle 4.45 sono già sveglio, merito dei miei abituali “early morning” e della vecchiaia che mi fa dormire non più di sei ore consecutive. Faccio colazione in camera con una tisana ai frutti di bosco, biscotti secchi e qualche plumcake. Incredibilmente alle 5.30 esco dall’hotel Marmolada e mi avvio verso la partenza di La Villa. Entro nel piazzale della terza griglia alle 5.50, mai ero arrivato così presto. A qualcosa serve, sono solo 300 circa le persone che ho davanti alla fine il parcheggio ne conterrà quasi 3.000.

Non fa neanche tanto freddo ci sono 12°C, per precauzione ho indossato comunque le ginocchiere e tengo l’anti-pioggia intanto che aspetto lo start delle 6.30. Mangio ancora qualche biscotto secco per passare il tempo. Per la prima volta il cannone spara con due minuti di ritardo, tolgo la mantellina, la piego e la ripongo nella tasca centrale dello smanicato antivento. Alle 6.46, così recita il real-time, passo sotto l’arco di partenza, risalgo, silenzioso come gli altri fino a Corvara, la via centrale è già affollata da parenti e amici dei corridori che incitano tutti indistintamente, sarà così lungo tutti i tornanti che conducono al passo di Campolongo. Il sole è già alto inizia a scaldare i monti ed i corridori, il cielo è limpidissimo, la giornata si preannuncia spettacolare. Incrocio le dita dopo due anni di freddo e nuvoloni bassi ho proprio voglia delle mie Dolomiti!

Essere così avanti in griglia ha sortito un vantaggio, niente piede a terra sulla prima salita, scollino, chiudo lo smanicato, mangio una barretta e via in discesa, tranquillo, c’è ancora molto traffico. Pochi minuti e sono ad Arabba da dove inizia il Pordoi, salgo con ritmo regolare seguendo un poco l’andatura di questo serpentone a due ruote infinitamente lungo. Dopo alcuni chilometri di salita iniziano ad arrivare da dietro i forti amatori che non avendo uno storico alla MDD sono partiti in ultima griglia. Cercano di passare, ma senza arrecare troppo disturbo, io intanto mi guardo in giro e noto come il gruppo del Sella sotto le prime luci della mattina sia ancor più incantevole.

Mi distraggo, questa limpidezza è imbarazzante, comincio a pensare alle sedici edizioni che ho già concluso e non riesco a ricordare una giornata così. Passano cinquanta minuti ed io sono in vetta al Pordoi, non me ne sono quasi accorto talmente ero assorto nell’osservare ogni singolo dettaglio di ciò che mi circonda.

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Passo Pordoi 2.239m

Ormai è deciso, oggi va così, ci si guarda intorno cercando di fissare nella memoria questo splendore. Inizio la discesa, in ombra ed ancora fresca (circa 12°C), il nuovo gilet anti-vento e anti-pioggia traspirante della GSG fa egregiamente il suo dovere! Dopo cinque chilometri si riparte, giù il 34 sulla guarnitura e su il 28 sulla cassetta posteriore, preferisco essere agile nelle ripartenze a freddo. Qui è sempre il punto più gelido di tutta la MDD, oggi ci sono ben 8°C e non si sta poi così male. Passo il ristoro senza fermarmi, passo i malgari che tutti gli anni ci incitano con i loro campanacci assordanti. Proseguo alla ricerca del sole che qualche chilometro più avanti tornerà a baciare le nostre fronti. Ad un chilometro dalla vetta una piccola sorpresa, una grossa frana si è portata via metà della carreggiata e l’imbuto ha già creato una coda di un centinaio di metri, sganciamo il pedale e proseguiamo a piedi per alcuni minuti, qualcuno bici a spalle fa un po’ di ciclocross salendo al tornante successivo passando per un sentiero.

Sono in vetta, passo Sella 2.242m, cima Coppi della MDD, chiudo la zip e riparto per la discesa più pericolosa. All’inizio la strada è ampia e si gode di una vista straordinaria che spazia dal Sasso lungo fino al gruppo del Sella passando per il gruppo del Cir e per le Odle.

Dopo un paio di chilometri un addetto dell’organizzazione, fischietto in bocca, sventola forte una bandiera arancio per segnalare una insidiosa curva a destra con raggio a chiudere, come tutti gli anni si sbraccia e si sgola, come tutti gli anni trecento metri più avanti alla seconda curva a chiudere a sinistra un atleta è dolorante riverso a terra contro il guard-rail, solo cinquanta metri più avanti un’altra ambulanza è già pronta per partire con un secondo ciclista con tutta la testa fasciata da garze. Errare è umano, perseverare diabolico! Proseguo, finisco la discesa ed inizio la più facile di tutte le scalate, il passo Gardena preso da pian de Gralba è corto e intramezzato da un lungo falsopiano che corre a fianco del ghiaione del Sella. Dopo un chilometro il più famoso ristoro della MDD, ricolmo di ogni ben di Dio. Io non mi fermo ho il mio personale ristoro che mi aspetta a Corvara, molto meno fornito, ma carico di amore incondizionato. Finito il falsopiano riprende la salita regolare e con continui tornanti che spostano continuamente la vista tra il Sella, il Cir ed il passo.

In vetta chiudo nuovamente la zip del gilet e mi getto in discesa, per me la più bella, pedalabile, tornanti ampi, lunghi rettilinei, vista magnifica su tutta la val Badia fino all’abitato di Colfosco. Arrivo in fondo alla discesa, mi sposto sulla sinistra alzando il braccio, a cento metri dalla caserma dei Carabinieri sgancio il pedale sinistro ed allargo la gamba, segno inequivocabile che sto per fermarmi, non vorrei mai qualcuno da dietro mi venisse addosso. Cinquanta metri esco dalla carreggiata, tiro i freni, punto Alice e Matteo che impassibili mi aspettano, mi fermo a pochi centimetri da loro mentre Marina mi apostrofa con un “Piano! Sei Matto!”. Un bacio ai piccoli, loro sono impazienti, Alice ha la busta dei ciucciotti, Matteo la borraccia piena. Prima tolgo ginocchiere, manicotti e lascio l’anti-pioggia che avevo usato prima della partenza, poi prendo le barrette, le borracce nuove. Un secondo bacio a Matteo ed Alice, uno anche a Moglie, un saluto a Francesco e Manuela. Alla domanda di Marina sull’orario di arrivo rispondo: “Sicuramente più di sette ore e mezza, questa giornata me la voglio godere tutta!”. Annuisce, oggi è la scelta giusta ormai sono un ciclo-fotografo a tutti effetti! Riparto il secondo Campolongo viene sempre piuttosto bene, la gamba si è riscaldata in queste prime tre ore e non è ancora stanca, la temperatura è ideale intorno ai 20°C, in poco tempo sono nuovamente al passo.

Ancora discesa verso Arabba, questa volta senza traffico e la velocità aumenta. da qui un lungo traverso mi conduce verso il fondo valle attraversando l’abitato di Pieve di Livinallongo e salendo alla frazione di Cernadoi bivio tra percorso lungo e medio.

Svolto a destra, oggi non ci sono mai stati dubbi sul fatto di fare il lungo, sarebbe un delitto imperdonabile rinunciare ai meravigliosi panorami del Giau! Se il vantaggio della vecchiaia è l’aver bisogno di dormire meno ore la notte, lo svantaggio è che la signora prostata inizia a fare i capricci. Quindi, anche a me, tocca di fermarmi lungo la discesa nella pineta dietro una fascina per espletare il mio bisognino. Riparto, finisce la discesa e prima del Giau il colle di Santa Lucia. Due chilometri circa di scalata che normalmente sarebbero considerati come una vera e propria salita, ma qua alla MDD, con tutti questi passi, vengono assimilati ad un cavalcavia. Poco prima dello scollinamento è posizionato il ristoro, dove mi fermo per riempire le borracce ormai quasi vuote e mangiare un poco di frutta disitratata. Riparto, ormai ci siamo, dopo tre anni è di nuovo passo Giau, a questo punto della gara dopo quasi cinque ore di bicicletta, questa scalata di 10km al 10% di pendenza media non è per nulla banale, qualsiasi sia la velocità alla quale la si vuole affrontare. Inizio con un ritmo costante, quando la pendenza sale sopra 11% mi alzo sui pedali e sfrutto la forza di gravità del mio corpo per “danzare” sulla mia specialissima; non appena la pendenza cala mi risiedo e proseguo con watt regolari. Salgo, faccio fatica, arrivo alla galleria, mi alzo sui pedali, sembra di non andare avanti, guardo il gps, sono sopra il 10%. Ritorno alla luce il panorama sta cambiando, più guadagno quota, più la vista si apre verso le vette delle Dolomiti circostanti. Qua e là si ode qualche fischio di marmotta, il vento soffia teso, talvolta alle mie spalle e mi aiuta nella scalata, talaltra in fronte a me e mi rallenta. Il sole è alto nel cielo, mezzogiorno è appena passato, il caldo inizia a farsi sentire, ma per me è una piacevolissima sensazione. Negli ultimi chilometri sale la preoccupazione che il mio tallone d’Achille, l’adduttore destro possa rovinarmi la festa. Inizio a sentirlo fremere quando aumento la potenza da seduto. Rallento ancora un poco la pedalata, oggi fretta non ne ho. Non mi è difficile distogliere l’attenzione dalla mia gamba, mi basta guardare in alto ed osservare le montagne che mi circondano. Fatico a credere a quello che vedono i miei occhi, i contorni ben definiti delle creste, i pini che sembrano dipinti con un sottilissimo pennino a china, il cielo profondamente blu, i contorni ben definiti dei cumulonembi che volano velocemente sopra la mia testa. Questa realtà, oggi sembra una fotografia già passata sotto l’algoritmo di Photoshop, perché sì, è sempre vero il detto: “La realtà supera la fantasia”. Io guardo, osservo, memorizzo, oggi ho deciso di non fermarmi a fare troppe fotografie, voglio vivere il momento, metabolizzarlo dentro di me e crearne una memoria duratura nel mio animo.

Arrivo all’ultimo chilometro, gli ultimi tornanti, seppur faticosi, sono una goduria per gli occhi. Ultimo rettilineo mi alzo sui pedali, il pericolo crampo per ora è scampato, arrivo al ristoro, nuovamente riempio le borracce ormai quasi vuote, mangio due pezzi di crostata e mezza banana. Guardo l’orologio un’ora ed un quarto per scalare il Giau, sei minuti più del mio solito tempo, ma quanta soddisfazione nell’avere ammirato con più calma tutto quanto.

La discesa del Giau è molto lunga e forse per un eccesso di prudenza rimetto il gilet anti-vento. Parto la vista spazia nuovamente a 180° dall’Averau, passando per le Tofane, il Cristallo fino alla vicina Ponta Lastoi del Formin e all’Ambrizzola. I primi chilometri li passo frenando per poter ammirare meglio questo inebriante spettacolo.

Quando arrivo in prossimità della pineta, lascio andare la bicicletta ed anch’io, che sono timoroso, raggiungo i 70km/h. Oltrepasso la pineta ed al bivio di Pocol svolto a sinistra, inizia il Falzarego dieci chilometri e mezzo di salita a cui va aggiunto il chilometro finale che conduce al Valparola. Nuovamente riparto agile quasi venti minuti di discesa hanno intorpidito un poco la muscolatura ed il mio adduttore dopo tutte queste ore è sempre in agguato. Risalgo il Falzarego ad una velocità ridicola non so se più per paura del crampo o più perché continuo a stare con il naso all’insù. Oggi proprio non riesco a concentrarmi sul percorso, sono troppo distratto da ciò che vedo e che nelle ultime due edizioni mi è stato negato.

Arrivo al bivio del passo Falzarego e mi fermo per regalarmi un selfie con il Lagazuoi.

Riparto, mi aspetta l’impegnativo rettilineo del Valparola, mi alzo sui pedali e danzo fino al passo, osservo i monti e guardo il grande masso a sinistra della strada avvicinarsi sempre più. Quella grande roccia è il punto di riferimento, da lì la strada sarà tutta in discesa fino a quell’ultimo scherzetto del Mür dl Giat.

Inizio la discesa, niente gilet anti-vento, ma alzo lo scaldacollo comunque, forse come gesto scaramantico per proteggere le orecchie dal vento e dai tappi barometrici.

Scendo tranquillo, quasi volessi rallentare questo avvicinarmi al traguardo, so che tra poco sarà tutto finito e nonostante questa sia una gara oggi per me non lo è più. Oggi è la più bella MDD tra le diciassette che ho fatto. Arrivo a San Cassiano prima e a La Villa poi. Con un colpo deciso torno sul 34 anteriore, con un altro salgo fino al 32 con il posteriore e sono pronto per il Gatto. Mi alzo sui pedali e salgo regolare a metà il gatto inizia ad arrabbiarsi sul serio e si sale al 19%, ma io non mollo, il crampo, quello mai arrivato, ormai è nel dimenticatoio, sono in cima.

Ora quattro chilometri mi separano da Corvara, inizio a spingere forte, non c’è più nulla da contemplare e d’istinto sfogo quelle poche energie rimaste in maniera furibonda sui pedali, ultimo chilometro, ultima curva, mi alzo come volessi fare una volata con me stesso, cento metri al traguardo, guardo a destra vedo i cappellini Cicloturisti! Alice è arrampicata sulla transenna ed anche Matteo, Marina con il telefono e le braccia protese verso l’asfalto, dietro Manuela e Francesco. Alzo il braccio ed urlo a squarciagola “Ciaooo!”. Mi rispondono con voce squillante i bambini e Marina. Cosa chiedere di più a questa Maratona? Taglio il traguardo. La miss mi infila la medaglia al collo e dopo più di otto ore di gara trovo Michil Costa (il patron) in mezzo alla strada che si complimenta con ognuno di noi, cicloamatori da quattro soldi, per aver concluso la nostra gara. Perché solo chi sta sul campo di battaglia fino alla fine sa come organizzare un grande evento come questo.

Non resta che restituire il chip e ricongiungermi ai miei cari, i primi ad arrivare anche quest’anno sono i due piccolini, oramai non molto piccolini, Alice e Matteo che mi abbracciano come se avessi vinto e guardano la medaglia come fosse quella del primo arrivato.

Anche quest’anno le emozioni più grandi arrivano per ultime, quando ti accorgi di quanto tu sia fortunato ad avere una famiglia che ti ama così, nonostante tutti i tuoi difetti e tutti i tuoi capricci; quando vedi nel loro sorriso la felicità nel condividere la tua gioia per questa passione sportiva.

Grazie Dolomiti!

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites 2018 Percorso lungo

Videogallery: Maratona dles Dolomites 2018 (10’02”)

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Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31)

(English version #mdd31 – click here)

Domenica 2 luglio sono le 6.05 quando entro nella mia griglia, la terza di quattro, il piazzale è già ricolmo di ciclisti, la partenza è fissata per le 6.30, ma ogni anno che passa, pur arrivando prima, sono sempre più in fondo. Quest’anno il meteo non è stato clemente, copiose piogge hanno raffrescato la montagna durante tutta le settimana; mentre scendo a La Villa leggo 6°C. In mezzo ai tremila atleti del piazzale il mio gps sale fino a 8°C; siamo quasi tutti vestiti come fosse inverno pieno, mai mi era capitato di vedere così tanti gambali e giubbini.mdd31006 Alle 6.30 puntuale lo scoppio del cannone portato in cielo dall’elicottero. Il patron della Maratona Michil Costa, come tutti gli anni, anticipa il gruppo sul suo velocipede. Noi dobbiamo aspettare ancora un poco prima di iniziare a pedalare. Finalmente alle 6.44 passo sotto all’arco della partenza, premo il tasto start del mio ciclo computer ed inizio la mia sedicesima Mdd. Ancora infreddolito dalla mezz’ora passata fermo ad aspettare seguo il lungo serpentone che si sposta verso Corvara per attaccare il primo Campolongo. Lo speaker annuncia che i primi stanno già per scollinare baciati da un timido sole che sta cercando di farsi spazio tra le plumbee nubi. I meteorologi danno tempo in miglioramento durante il mattino con ampie schiarite e temperature rigide. Proseguo fiducioso, in effetti anch’io, verso la fine del Campolongo, benificio di qualche raggio solare. Scollino, mangio un fruttino, inizio la discesa, arrivo ad Arabba ed è nuovamente salita. Passo Pordoi mi aspetta, salita sempre regolare con pendenze mai proibitive, dopo qualche chilometro vedo una maglia Cicloturisti davanti a me. È Carlo, partito in seconda griglia, lo raggiungo e rompo il religioso silenzio dei maratoneti; a quest’ora dell’alba, con 8°C, in salita c’è ben poca gente che ha voglia di chiacchere. Parliamo un poco, mi conferma che farà il corto, ha freddo, strano penso io, Carlo non è un freddoloso solitamente! Lo saluto e proseguo con il mio passo. Mentre salgo il cielo ritorna ad incupirsi, gli sprazzi di azzurro scompaiono nuovamente. Al passo inizia a gocciolare, poco poco, ma piove; scendo con circospezione, sia per non scivolare, sia per il freddo. Fine discesa e subito si scala il passo Sella. Il primo chilometro, quello dove si trova il ristoro è forse il più freddo di tutta la Mdd, cerco di prendere quota il prima possibile per poter uscire dall’ombra delle vette, in effetti alcuni sprazzi di sole danno la sensazione di qualche grado in più. Purtroppo niente da fare in cima al passo Sella la situazione non cambia;

nuvole a 360°, Marmolada grigia e vento gelido da nord; inizio la corta discesa, qua e là nuovamente gocciola e l’asfalto è umido. Alle 9.15 inizio la salita del passo Gardena, la più facile, in breve giungo a pian de Gralba, luogo del ristoro più fornito della Mdd, non mi fermo, ma passo oltre, zigzagando tra le bici. Percorro il falsopiano in discesa a velocità sostenuta, l’aria è sempre gelida. Scalo anche gli ultimi due chilometri ed alle 9.45 sono sulla sommità, guardo a sinistra verso il Valparola, nuvole; guardo a destra verso Campolongo e Giau, nuvole.

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Ovunque nuvole stazionano attorno ai 3.000mt, lasciando libere le vette delle Dolomiti, ma di fatto impedendo al sole di illuminarle e donare loro la caratteristica colorazione rosea. Arrivo a Corvara all’appuntamento con la famiglia attorno alle 10.00. La decisione ormai è presa, anche quest’anno farò solo il medio, senza la vista delle splendide Dolomiti e con il gelo che mi raffredda ad ogni discesa non sono abbastanza motivato, soprattutto, non mi sto divertendo. Marina, intirizzita, mi chiede: “Ma come fate a non avere freddo?”. Rispondo: “Certo non fa caldo, ma sono vestito ‘giusto’, comunque faccio il medio!”. In effetti la mia maglia manica lunga ‘Mossa’ sta funzionando egregiamente (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) riparto senza aver lasciato nulla di quello che avevo addosso alla partenza, d’altro canto la temperatura non è mai salita sopra i 10°C fino ad ora! Il secondo Campolongo è sempre un momento di verifica della condizione della gamba, provo a spingere un poco e risponde bene, ne vien fuori il mio secondo miglior tempo di sempre. Scendo nuovamente ad Arabba, mi infilo nel lungo falsopiano che conduce al bivio di Cernadoi, sono dieci chilometri, ogni tanto guardo in alto cerco degli spiragli di luce verso il Giau, ma niente. Ricomincia la salita, è ricomparso il sole sui verdi prati dei piani di Falzarego e magicamente il termometro sale fino a 15°C, ma è un sole effimero, a metà salita ripiombo nel grigiore della fitta nuvolaglia, il termometro scende subito a 12°C. Prima di entrare nelle gallerie del Falzarego mi fermo e scatto due fotografie, ora anche il ghiacciaio della Marmolada è nascosto dalle nuvole.

Arrivo al passo, di fronte a me il gruppo del Lagazuoi sembra minaccioso con questo cielo tetro. Mi attende l’ultimo impegnativo chilometro del Valparola, pendenza attorno al 12%; mi alzo sui pedali e spingo, anche quest’anno niente crampi all’adduttore destro (il mio tallone d’Achille).

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Inizio la discesa, la temperatura torna sotto i 10°C, non rischio e scendo tranquillo, attraverso San Cassiano, arrivo nuovamente a La Villa e mi accingo a scalare il corto ma insidioso Mür dl giat. Vorrei spingere a tutta, ma un pò di traffico e qualche ciclista a piedi mi impediscono di fare il mio personale; poco male. Provo a spingere il rapporto duro nei cinque chilometri che mi separano da Corvara, ma mi accorgo subito che il crampo è in agguato, mi alzo sui pedali e procedo così. Arrivo all’ultima curva, il tempo è più o meno quello dell’anno scorso, senza infamia e senza lode, con lo sguardo cerco i miei cari. Anche quest’anno mi vedono prima loro, taglio il traguardo, la miss gentilmente mi mette la medaglia di finisher al collo. Mi sposto nella piazza, stanno arrivando tutti: Laura, mia sorella con Marco ed il piccolo Riccardo, la Manu e Francesco e poi loro… Arriva il bacio più bello, quello di chi ti ama incondizionatamente e nonostante tutto.

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E la medaglia più bella quella che cerchi di meritarti tutti i giorni dell’anno dalle sette del mattino quando li svegli, fino alle nove di sera quando gli canti la ninna nanna per addormentarli.

Quella medaglia che negli ultimi giorni ti hanno nascosto in tutti i modi mentre cercavano di realizzarla, quella medaglia che rappresenta l’amore incondizionato tra padre e figli. Perché quest’anno il tema della Maratona dles Dolomites era l’AMUR! Grazie Mdd anche quest’anno nonostante il clima gelido hai saputo riscaldarmi il cuore con grandi emozioni, ma soprattutto…

Grazie Marina, Alice, Matteo.

 

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites (percorso medio)

Video: Maratona dles Dolomites (versione integrale) 4’52”

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Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!

Siamo arrivati alla trentesima edizione della Maratona dles Dolomites (MdD) ed io sono iscritto; concludendola, per me, sarà la quindicesima: tre lustri di MdD.

Da quando è nata Alice questo evento è divenuto una scusa per una piccola vacanza in montagna per la famiglia “allargata”. E’ giovedì mattina, tutto è pronto per la partenza, io e Marina un po’ meno, abbiamo un raffreddore pazzesco. Si va in stazione, si recuperano zia Manuela e zio Francesco che arrivano da Milano e si parte per la val Badia. Siamo un poco abitudinari, prima tappa pranzo ad Ortisei al meravigliosoWP_20160630_13_57_26_Rich ristorante Tubladel, consigliatomi dall’amico Carlo (quello del giro Gavia, Mortirolo): cucina eccellente e raffinata, ed anche oggi non si smentisce! Ripartiamo, cumulonembi neri e minacciosi si distendono sopra al passo Gardena: le previsioni per questo fine settimana non sono delle migliori, continui temporali tipici dell’alta montagna. Mentre attraversiamo Selva inizia a grandinare, per fortuna dopo il passo Gardena il tempo migliora un poco. Arriviamo in hotel, al Marmolada, sono alcuni anni che veniamo in questo albergo gestito splendidamente dai titolari e la loro accoglienza è sempre impeccabile. Io sono distrutto ho qualche linea di febbre ed un po’ d’influenza, ma il riposo e buone dosi di propoli sono il rimedio giusto. L’indomani mattina ci alziamo ed il sole fa capolino tra nubi ad alta quota: le previsioni dicono che fino alle due il bel tempo dovrebbe reggere. Decidiamo di prendere la cabinovia e di salire al rifugio Boé (2.200m). Arrivati il panorama è di quelli mozzafiato, io ed Alice ci scateniamo con le fotografie.

Alice adora fotografare i fiori ed allora anche io mi metto in competizione con lei.

Decidiamo di affrontare un breve sentiero che ci porterà al lago Boé, il segnale indica quindici minuti di camminata. Sì per le persone normali, ma a noi piacciono le cose difficili: Francesco è cieco sin da quando era ragazzo ed anche la sorella di Marina è diventata ormai tale, Matteo è ancora piccolino e non si sa quando deciderà che sarà stanco. Salire sul ghiaione del sentiero, incunearsi tra le rocce per scendere al lago risulta quindi un’impresa non da poco, ma ci arriviamo perché: volere è potere! Mi piace che i miei figli crescano osservando e giocando con Francesco e Manuela, due menti sopraffine, che sanno far capire quanto i nostri limiti possano essere anche solo aggirati se non superati. Il loro desiderio di voler vedere il lago è incredibilmente bello ed educativo. Sì, perché hanno ‘visto’ il profumo dei fiori, lo scricchiolare della ghiaia sotto i piedi trasformarsi in un morbido tappeto erboso per  poi divenire uno spigoloso passaggio di rocce ed infine lasciar spazio alla sabbia ghiaiosa del lago, hanno udito l’eco della conca naturale, in cui il lago si forma, e ne hanno delimitato il perimetro. Tutto questo lo comunicano ad Alice e Matteo con estrema semplicità ed affetto. Manuela e Francesco si siedono sulle rocce, mentre io porto i bimbi a toccare un lastrone di neve che, all’ombra del sole, resiste a questa timida estate.

Matteo torna con la mamma a ‘campo base’ mentre io e la ‘scalatrice’ Alice completiamo il periplo del lago scalando la montagna ed infilandoci in anfratti reconditi.

“Papà, papà! Guarda quell’animaletto, che bello, guarda che blu! Gli fai la foto tu, che io l’ho lasciata alla mamma.”

Come non fare una foto ad un bellissimo coleottero blu cobalto ed anche alle nuvole, che si specchiano nella acque cristalline del lago come fossero dipinte dalla sapiente mano di Claude Monet. E’ giunto il momento di tornare verso il rifugio, anche perché Matteo sta ancora aspettando di poter giocare al parchetto delle altalene che aveva visto appena sceso dalla cabinovia. Scendiamo da un altro sentiero, effettivamente, questo è un poco più agevole del precedente. Arrivati, i bimbi vanno a giocare e noi cerchiamo di gustarci l’ultimo sole prima del temporale. Mentre mangiamo inizia a piovere come previsto. Scendiamo all’hotel: i grandi in sauna per un salutare bagno di vapore (io non prima di essere andato a ritirare il pacco gara!), i piccoli in sala giochi a divertirsi. Dopo cena ennesimo acquazzone e di conseguenza niente passeggiata.

E’ sabato, anche per oggi è prevista mattinata soleggiata e pomeriggio bagnato. Decidiamo, come peraltro ogni anno, di andare a piedi a Colfosco attraverso il bosco: una passeggiata pressoché piatta ed agevole. Arrivati a Colfosco i bimbi chiedono insistentemente di poter entrare al parco avventura e fare il percorso più facile, quale motivo potremmo avere per non accontentarli? Così eccoli con casco ben allacciato in testa iniziare il giro, ne faranno almeno venti prima di stancarsi!

Si riparte, è già mezzogiorno, e naso all’insù il cielo non promette nulla di buono, ci infiliamo nel solito ristorante (Black hill) e mangiamo pacificamente mentre fuori si scatena un’altro temporale. Tempo di finire di banchettare che spiove, ritorniamo a Corvara; io mi fermo con i bimbi al parco giochi dove per più di due ore sarà: altalena, carrucola sul filo e, finalmente, palla per Matteo. Gli altri in sauna. Dopo cena io ed i bambini a letto, mentre gli altri restano a guardare l’Italia del calcio al bar dell’albergo. Il mio raffreddore è migliorato grazie anche ai bagni di vapore aromatici, direi che sto piuttosto bene e sono fiducioso per la corsa dell’indomani, peraltro dicono che dovrebbe essere asciutta. La sveglia è puntata per le cinque, a me non piace proprio stare in griglia fermo al fresco del mattino. Non suonerà, alle 4.55 mi sveglio da solo, faccio colazione mi vesto ed esco dall’albergo sono le 5.44 non mi era mai capitato di partire così presto! Ma non è servito a nulla! Con poca sorpresa scopro che il piazzale della terza griglia è già praticamente pieno, poco male io sono cicloturista e sono qui per godermela questa MdD. Quello che mi preoccupa di più infatti è il meteo: le nuvole sono bassissime e delle incantevoli montagne che ci circondano purtroppo si vede molto poco.

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Michil Costa, patron della MdD, alla partenza

Nonostante tutto passo sotto allo striscione di partenza alle 6.45: pensavo peggio. Finalmente si parte il lungo serpentone di biciclette si sta muovendo verso il Campolongo, anzi i primi stanno quasi per scollinare, noi invece iniziamo lentamente, come fossimo in processione, un paio di volte il piede tocca terra per non perdere l’equilibrio, d101 Campo‘altro canto siamo quasi nove mila non si può pretendere di avere strada libera. Mentre saliamo verso il Campolongo ci immergiamo nelle nuvole, scolliniamo e iniziamo la discesa verso Arabba ancora tutti uniti, allineati e coperti come si diceva da militari, non c’è molto da cercare di superare gli altri. Inizio la salita del Pordoi quest’anno  cronometrata anch’essa. Siamo ancora in tanti e fatico a tenere il mio passo, vorrei andare leggermente più forte di chi mi sta intorno, ma non ho voglia di chiedere spazio, ci sono già quelli dell’ultima griglia che vanno veramente più forte di me, che vogliono passare, che sicuramente faranno un tempo di gran lunga migliore del mio, per cui, me ne sto tranquillo.

A metà salita del Pordoi, solitamente vengo rapito dalla vista del gruppo del Sella: oggi no! dov’è il Sella? chi mi ha rubato il mio Sella? Il Sella c’è, ma è circondato dalle nuvole solo sopra al valico del Pordoi si intravede uno spiraglio di azzurro. Scollino il cronometro non è dei migliori, ma non fa nulla; inizio la discesa, non fa neanche troppo freddo, ma l’umidità altissima non da speranza che il mio copioso sudore si possa dissolvere, resterò fradicio come uno straccio per tutta la gara. Inizia la salita del passo Sella è corta,ma impegnativa, le pendenze qui sforano il 10% in molti punti, dopo i primi due chilometri sembra che il sole possa sconfiggere finalmente le nuvole, ma sarà solo un illusione. Scollino mangio una barretta chiudo l’antivento e via.

Inizio la discesa più pericolosa della gara, sì perché dopo un paio di chilometri e prima del grande ghiaione dove possono atterrare anche gli elicotteri ci sono un paio di curve a chiudere molto insidiose. Gli organizzatori le segnalano benissimo, ci sono uomini che sventolano la bandiera rossa  nei punti critici, eppure anche quest’anno sull’ultima curva a sinistra mi trovo di fronte lo spettacolo che nessun ciclista vorrebbe mai vedere: barella ancora sull’asfalto ciclista completamente imbragato e coperto, casco ancora allacciato al capo e occhi chiusi, tutto il personale paramedico era tranquillo e questo mi ha rincuorato, ma per i chilometri successivi rifletti molto sul senso e sulla precarietà della vita.

Inizia la salita del Gardena poco più di due chilometri e sono a pian de Gralba dove è posizionato il ristoro più succulento della MdD, non mi fermo, io ho il mio ristoro personale a C401 Gardeorvara davanti alla stazione dei Carabinieri: è meno ricco di vivande, ma molto più di a408 Gardemore! Passo oltre e mi infilo nel lungo falsopiano del Plan de Frea. Sono tornato in mezzo alle nuvole, su in cima al passo Gardena si intravede il chiaro, ma sia a destra sia a sinistra il cielo è piuttosto grigio e minaccioso, non pi415 Gardeoverà per tutta la gara, ma l’asfalto fin’ora è sempre stato umido ed in alcuni punti anche bagnato. Proseguo nella salita verso il passo bevo e mangio qualcosa prima di scollinare chiudo l’antivento ed inizio la discesa del Gardena, lunga e veloce, il traffico ora è un poco calato e saltuariamente si possono impostare le curve come si deve. Arrivo a Corvara, dove mi attende la famiglia al completo, c’è finalmente il sole in val Badia, ma tutto intorno permangono nuvoloni bassi che oscurano la vista delle magnifiche Dolomiti. Matteo ha in mano la borraccia ed è impaziente di darmela, la prendo e lo ringrazio, tolgo le ginocchiere e lascio l’antipioggia che ho usato in griglia per non prendere freddo a Marina, intasco qualche barretta e con grande sorpresa di tutti dichiaro che farò il medio. “Ma non stai bene?” mi chiedono. “No è tutto a posto, ma non mi sto divertendo, tiro il Campolongo e poi porto a casa il medio”. Do un ultimo bacio e via, questa volta si apre il gas, cerco di spingere forte anche se non a tutta, in fondo poi ci sono ancora dodici chilometri di salita del Falzarego-Valparola da fare. Alla fine viene il mio miglior tempo sulla salita del Campolongo e questo mi basta, sarà un caso, ma lungo tutta la salita c’è sempre stato il sole e le temperature erano un poco più calde. Anche la discesa, stavolta senza traffico, è molto più divertente, mi sto quasi pentendo della mia scelta, poi guardo verso i monti della Marmolda e vedo ancora e solo nuvole, al bivio di Cernadoi guardo oltre il bosco in direzione del Giau e vedo ancora nuvoloni grigi, prendo la strada per il passo Falzarego: avevo visto giusto, oggi purtroppo lo spettacolo delle Dolomiti è negato a noi ciclisti, ogni tanto qua e là qualcosa si lascia intravedere, ma poca cosa rispetto alla fatica che facciamo. Per me che il lungo lo ho già fatto nove vol600 Falzate, senza la vista di queste meraviglie, sarebbe solo una fatica inutile: in fondo sono proprio un Cicloturista nel bene e nel male. Inizio la salita, nei primi chilometri c’è ancora il sole e i verdi pascoli, che circondano la striscia di asfalto, pullulano di meravigliosi fiori di montagna: penso ad Alice quante fotografie avrebbe scattato lungo questa strada! Arrivo ai piani di Falzarego di fronte a me i tornanti scavati nella dolomia guardo insù e nuovamente i nuvoloni grigi coprono le Dolomiti, inizio i tornanti, con gli occhi cerco il Valparola e lo ved702 Valpao coperto da una massa grigio scura sembra proprio pioggia. Proseguo nella scalata del Falzarego ormai sono vicino allo scollinamento e la visuale si apre sulla piana del passo: “Ma dove sono il Lagazuoi, la Croda Negra, l’Averau e le Tofane?” Sempre avvolti dalle nuvole ed ogni tanto fanno capolino come giocassero a nascondino. Resta ancora l’ultimo chilometro del Valparola da percorre ed è quello più antipatico pendenza sempre sopra il 10% e niente tornanti per rifiatare.

Mi alzo sui pedali e spingo con regolarità, scollino, bevo e mangio qualcosa. Mi alzo lo scaldacollo sulla bocca, sento che l’aria è tornata fredda (11°C) e inizio la discesa più lunga della MdD. Siamo in pochi in strada in questo momento e si può scendere in tutta tranquillità, dopo pochi chilometri di discesa si abbandona il Veneto per rientrare in val Badia e magicamente torna anche il sole.


Prima dell’arrivo resta un ultimo scoglio (un sapelòt) il Mür dl Giat (300m di ram802 Giatpa in centro a La Villa), già in cima al Valparola avevo sentito che il mio adduttore destro era arrivato al capolinea, dunque che il crampo era in agguato. Con circospezione riprendo a pedalare agile una volta finita la discesa e mi alzo sui pedali per affrontare il gatto. Va tutto bene, niente crampi, riparto, mancano solo tre chilometri ed anche se il crampo è li che spinge ormai sono all’arrivo. Per la prima volta in quindici anni sono i miei famigliari che mi vedono per primi sul rettilineo di arrivo (merito della maglia Cicloturisti!), nel frattempo è arrivata anche Laura (mia sorella) con Marco e il piccolo Riccardo che soggiornavano a Selva. Taglio il traguardo espleto le formalità di fine corsa e mi godo gli sguardi felici e gli abbracci di tutti quanti.

Un’altra Maratona è finita, non è brillata certo per la bellezza dei panorami, ma è pur sempre la MARATONA DLES DOLOMITES. Per noi la vacanza, fortunatamente, non è ancora conclusa e, soprattutto, mi deve riservare ancora una piccola sorpresa. Dopo l’arrivo, un bel bagno caldo ed il pranzo al bar, siamo andati con i bambini  prima a giocare ai gonfiabili e poi nuovamente al parchetto. Alle cinque siamo riusciti a portarli in camera, anche loro svegli dalle sette del mattino erano stremati, anche se avrebbero voluto continuare a giocare. Convinco Matteo a sdraiarsi nel suo letto per riposarsi con la promessa di stare lì con lui a fare la coccola. Mentre mi sdraio gli sussurro: ” Sei stato bravo ad ascoltarmi.” Matteo mi risponde: ” Tu sei bravissimo, papà! Perché hai fatto la gara.” Poi si addormenta.
La mattina di lunedì è giorno di partenza, si chiudono i bagagli, ci si dirige ad Ortisei dove abbiamo appuntamento con mia sorella per un pranzo tutti insieme prima di seWP_20160704_12_54_32_Richpararci per tornare ognuno alla sua quotidianità. Marco e Laura ci propongono un ristorante dove loro sono stati più volte proprio in centro ad Ortisei: Mauriz keller. Devo ammettere che lo stinco di  maialino al forno era sublime come anche il gelato con lamponi caldi alla fiamma! Resta ancora il tempo per un ultima passeggiata sopra le scale mobili verso il parco giochi ed una foto di gruppo della nuova generazione di piccoli Contarelli/Anselmi!WP_20160704_14_51_13_Rich
Alice, Matteo e Riccardo siete il nostro futuro!

Dettagli sul percorso medio: Maratona dles Dolomites (medio)

 

Maratona dles Dolomites 2001-2015

 

 

000 testa sportograf-39868317Con l’occasione del passaggio del giro d’Italia sulle strade della Maratona delle Dolomiti (MdD) ho ripensato alle mie quattordici edizioni portate a termine, iniziando nell’ormai lontano 2001 e finendo l’anno scorso. Di  tutte serbo un ricordo particolare. Il 2001, la prima partecipazione, l’emozione del debutto, la prima volta in bicicletta senza autoveicoli attorno, le viste ed i paesaggi meravigliosi. Il 2006, il lungo viaggio del sabato da Pisa fino a Corvara partendo dopo mezzogiorno per arrivare prima di cena. Il 2009 la primaMdD2013venerdì volta di Alice che aveva solo due mesi. Il 2013, la grande nevicata del giovedì notte. Il venerdì mattina ci svegliammo e Corvara era completamente imbiancata dalla neve. Fortunatamente le previsioni erano buone per i giorni successivi, ma le temperature restarono invernali per tutto il fine settimana. Partii vestito ‘a cipolla’ con intimo invernale sotto alla maglia mezza manica, manicotti e gambali, anti vento smanicato, anti vento lungo, anti pioggia termonastrato, guantini e sopra guanti estensibili, scaldacollo e copriscarpa leggeri. Nonostante tutto, il freddo in partenza (4°C) si fece sentire e tutte le discese furono quasi più dure, per il fisico, delle salite. Arrivato al cancello di Cernadoi la tentazione di rinunciare al percorso lungo per evitare ulteriore gelo fu forte. Poi pensai: “Ma quando mi ricapita di salire il Giau in mezzo alla neve?” la decisione fu immediata: si fa il lungo! Così feci ed i paesaggi innevati mi ricompensarono di tutto il freddo che mi tirai addosso in quelle discese e salite, già perché a mezzogiorno sul Giau la temperatura dell’aria non arrivava ancora a 10°C.

Ma di tutte le edizioni ce ne sono due che mi hanno dato emozioni incredibilmente meravigliose. Sono le edizioni del 2003 e del 2011.

Nel 2003 affrontavo la Maratona per la terza volta e dopo aver concluso il percorso medio le due volte precedenti ambivo a portare a termine per la prima volta il lungo (138km, 4230m), tuttavia l’allenamento non era molto differente da quello dei due anni precedenti. Il primo grande scoglio da superare era quello di arrivare al cancello di Cernadoi prima della chiusura. Per me che partivo in ultima griglia venticinque minuti dopo i primi e che non avevo una gran gamba non era per nulla scontato, anzi l’anno prima ero arrivato al bivio proprio mentre stavano chiudendo e dirottavano tutti i ciclisti sul percorso medio. Questa volta arrivo con una decina di minuti di anticipo e posso passare, via in un modo o nell’altro bisogna arrivare. Scavallo il colle di S.Lucia con andatura guardinga cercando di risparmiare più energie possibili. Inizio l’ascesa al passo Giau: dieci chilometri di salita costantemente con pendenze intorno al 10% mai un attimo di respiro. A metà salita le gambe sono già durissime ed il rischio crampi è costantemente dietro l’angolo. A due chilometri dalla cima, vedo l’ambulanza del ‘fine corsa’ il tornante sotto di me e dietro di lei la fila delle automobili: alle 13.00 il passo Giau si aprirà al traffico. Ad un chilometro il ‘fine corsa’ mi supera e passo gli ultimi mille metri in mezzo allo smog delle auto. Scollino, c’è il ristoro, bevo, mangio, riposo gli occhi un minuto, riparto. Scendo lentamente incolonnato tra le auto, non mi fido a superare quelle scatolette di metallo: i loro abitanti sembrano tori inferociti dal disguido che li ha tenuti fermi per alcune ore alle porte di Selva di Cadore, ed io sono troppo poco lucido  per poter rischiare il sorpasso. Arrivo a Pocol gli autoveicoli girano a destra verso Cortina d’Ampezzo, io salgo a sinistra verso il passo Falzarego, la salita è lunga, ma non ha mai pendenze impossibili anzi ha anche un lungo tratto in falsopiano che lascia rifiatare. Arrivo al passo e mi fermo all’ultimo ristoro, bevo, mangio, riposo gli occhi, davanti a me l’ultimo chilometro che porta al passo  Valparola: un lungo ‘drittone’ che non scende mai sotto al 10%. E’ l’ultima vera fatica di questa Maratona, lentamente e mestamente lo percorro, le energie muscolari sono azzerate, sono solo quelle nervose che mi consentono di proseguire. Scollino e inizio la discesa molto prudentemente: la testa è ormai poco reattiva. Arrivo a La Villa. Fine della discesa, adesso gli ultimi cinque chilometri in leggera salita: sì all’andata erano in leggera salita, ora anche con il 34×26 (perché io già nel 2003 usavo il 50/34!) sembrano una parete verticale. Giungo al traguardo, sono passate poco più di nove ore di corsa, ma non conta. Subito dopo il traguardo la consegna dei chip e poi davanti a me: Marina. Ho MdD2003Campolongogli occhi lucidi, anzi no, sto proprio singhiozzando. Marina mi guarda e chiede un poco preoccupata: “stai bene?” – “Sì, Mari l’ho finita ho finito il lungo!”. Ci abbracciamo, l’emozione è devastante: felicità, spossatezza, amore, disorientamento, infinita gioia questo è quello che mi ha donato il primo lungo.

Pensavo che quella sarebbe stata l’emozione più grande che la Maratona delle Dolomiti avrebbe potuto darmi. Mi sbagliavo. Mi sbagliavo molto perché nel 2011 successe qualcosa che mi ribaltò nei sentimenti più profondi. Da due anni era nata Alice, l’anno precedente per colpa di un’influenza mi dovetti accontentare del percorso corto. Poi un lungo periodo di crisi  apprensive nei confronti della crescita della mia bambina mi avevano tolto tempo all’allenamento. Comunque arrivai a luglio in buone condizioni, non con l’allenamento per il lungo, ma con una buona gamba per cercare il mio personale sul medio. MdD2011Alice Parto con convinzione, ormai sono alcuni anni che ho diritto alla penultima griglia, quindi passo sotto lo striscione della partenza solo dieci minuti dopo i primi. Percorro il primo giro (Sella ronda) ad un passo discreto senza mai eccedere. Come da alcuni anni la mia famiglia mi aspetta sul rettilineo di Corvara davanti ai Carabinieri (è l’unico punto che per ovvi motivi non ha transenne). Arrivo, cambio di borraccie, tolgo manicotti e gambali, un bacio a Marina e… Quello che non hai preventivato succede: Alice mi chiama per darmi un bacio e mi porge un braccialetto (elastico) di quelli con cui gioca. Marina mi spiega che sarà il mio portafortuna! Lo infilo al polso e riparto. Da sotto gli occhialoni non si scorge nulla, ma gli occhi sono giMdD2011Corvaraà lucidi. Passo sotto al traguardo (per chi fa il corto) per me che faccio il medio è solo il primo passaggio e gli occhi sono lucidi, inizio la prima rampa del Campolongo (vedi foto) e gli occhi sono ancora lucidi, scollino in vetta al Campolongo e… gli occhi sono lucidi! Non solo, ho la pelle d’oca! Non ricordo nulla di quei venticinque minuti abbondanti se non che avevo le lacrime agli occhi e la pelle d’oca. Inizio la discesa ed ho ancora gli occhi lucidi cerco di concentrarmi sulla ‘gara’ per sbarazzarmi dalle emozioni, ma non serve a nulla, periodicamente ritorneranno lungo tutto il percorso fino all’arrivo, quando abbraccerò nuovamente Marina ed Alice. Per la cronaca fecì il mio personale sul medio, ma credo che il merito sia più di Alice che mio. Ora so per certo che, presto o tardi, ci sarà un altra Maratona dles Dolomites che saprà stupirmi ancora di più.

Matteo ora tocca a te!!!

Cicloturisti! . . . lo siamo sempre stati!!!

MdD2002001Sabato scorso il giro d’Italia è transitato sulle Dolomiti ricalcando per intero  il percorso della più blasonata granfondo italiana: Maratona dles Dolomites! Mentre commentavo la tappa con Marina il pensiero è andato alle numerose edizioni a cui ho partecipato. Una in particolare mi ha ricordato che Cicloturisti lo siamo sempre stati e fortunatamente continuiamo ad esserlo.

Era il 2002, il mondo delle granfondo iniziava a fare proseliti, l’obiettivo della maggior parte dei cicloamatori dell’epoca era semplicemente riuscire a portare a termine il percorso lungo (138km, 4.230m), non c’era il sorteggio, bastava iscriversi qualche mese prima per avere garantito un posto. Fu così che cinque amici scanzonati decisero di vivere un’avventura, per alcuni di noi era già la seconda, qualcuno ambiva a terminare il lungo, io non ancora. Siamo (da sinistra a destra) io, Giovanni (John), Leonardo (il Leo), Francesco e Marco (dietro). All’epoca Leonardo (cugino di Marco e Francesco) era spesso della partita e quanto a gamba ci bastonava tutti alla grande, ma la grande forza di Leo era l’assurda verve comica. Un’uscita in biciclettMdD2002IlLeoa con il trio Aperti al completo poteva massacrarti nel morale come farti sbellicare dal ridere: dipendeva solo da te. Con loro non esisteva finire una frase di senso compiuto senza essere stati massacrati con sarcastica ironia almeno dieci volte! A confronto tre toscanacci sarebbero sembrati dilettanti. Ed in quella edizione della Maratona non si smentirono certo. Partiti tutti insieme nelle retrovie della gara a metà del passo Gardena, proprio poco prima di questa fotografia, si raggiunse l’apice della goliardia. Il Leo decise che era il momento di raccontare una barzelletta. Ci schierammo in fila occupando tutta la carreggiata in modo che nessuno potesse passare: “Fermi tutti, il Leo deve raccontare la barza!”, “Tanto siamo in fondo, un minuto in più o in meno che differenza fa, ma di qui non si passa!” …e nessuno passò!

Altri tempi!

Se ci provassimo ora  a fare uno scherzo del genere molto probabilmente verremo insultati anche dagli ultimi sul percorso. Le granfondo sono cambiate, NOI NO! Siamo ancora i dementi scanzonati che si prendono per i fondelli come  quindici anni fa.

CICLOTURISTI ed orgogliosi di esserlo!