Pian delle Fugazze, Vicenza e Verona

Sabato 15 agosto 2020, alle 5.43 parto da Polpenazze per un giro che dovrebbe essere il più lungo della mia carriera cicloturistica. Per la prima volta sono costretto a dichiarare i miei intenti in famiglia in quanto l’arrivo sarà sicuramente dopo l’ora di cena. La promessa è di mandare, di tanto in tanto, fotografie dei luoghi che attraverso. Prima fermata d’obbligo, appena partito, per immortalare l’alba che verrà, poi via verso la mia città natale dove scattare un’altra suggestiva panoramica del golfo di Salò.

Oggi poche soste fotografiche lungo la gardesana, giusto la classica cartolina dal porticciolo di Villa di Gargnano e l’immancabile panoramica su Limone dalla statale.

Alle 7.30 pedalo sulla ciclopista a sbalzo, il Peler soffia forte oggi, kite e wind-surf sono già in mezzo al lago ad effettuare le loro evoluzioni. La fermata a metà ciclabile è obbligatoria.

Riparto alla fine della passerella mi fermo per una fugace barretta e per un paio di scatti che sanciscono il cambio di regione.

Riparto, alle 8.00 precise sono nella piazza dell’imbarcadero di Riva. Quasi 27km/h di media, assolutamente in tabella di marcia. Riempio le borracce e mi dirigo verso Torbole, all’altezza della galleria sotto il monte Brione entro in ciclabile e scatto una fotografia verso il lago, da quella che per me è una posizione inusuale, l’estremità nord.

Attraverso il centro di Torbole e salgo verso Nago sfruttando la via ciclabile promiscua, circa un chilometro e mezzo con pendenza vicina al 10%, dopo i primi trecento metri “a chiocciola” un lungo rettilineo porta al borgo sovrastante. A metà mi giro, scatto una fotografia e saluto il mio lago.

Attraverso l’abitato seguendo i cartelli della ciclabile Torbole-Rovereto e inizio la discesa attraverso i vigneti e la depressione del lago di Loppio. Ciclabile bellissima e ben fatta che alterna tratti promiscui a traffico zero nelle vigne a tratti ben separati lungo il bosco del lago.

Sono alle porte di Mori, rientro sulla statale e la seguo fino a Rovereto, data l’ora e soprattutto il giorno di Ferragosto, la strada è pressoché deserta, attraverso la zona industriale e commerciale di Rovereto ed alle porte del centro svolto a destra sulla sp89 “sinistra Leno” in direzione monte Zugna, Albaredo.Rovereto-Anghebeni (SP89) I primi 6km sono impegnativi, pendenza costantemente attorno a 10%, dopo circa 2km nella frazione di Porte mi concedo una pausa “rubinetto” all’ombra del bosco e mangio il primo dei dieci panini al latte che ho preparato. Riparto, giungo al Albaredo dove si divide la strada per il monte Zugna dalla provinciale “sinistra Leno”.

Da qui anche quel poco traffico veicolare che saliva al monte non mi disturberà più. In piazza trovo una magnifica fontana dove riempire nuovamente le borracce, inzuppare di acqua fresca lo “scaldacollo” (in realtà è quello estivo in microfibra), il cappellino sotto-casco e affondare entrambe le braccia fino alle ascelle nella vasca. Sono da poco passate le 10.00, ma la salita era completamente scavata nella roccia ed esposta al sole ed il caldo si è fatto sentire. Oggi sarò esposto ai raggi solari fino a sera e l’ultima cosa che voglio è soffrire di un colpo di calore. Riparto, adesso che ho raggiunto i 750m di quota la strada si fa più semplice, l’attraversamento dei paesi di Foppiano, Zanolli e Matassone è caratterizzato da continui saliscendi che fanno guadagnare leggermente quota fino ad un massimo di 850m in 6km, una splendida visuale sul Pian delle Fugazze prima ed un altissimo viadotto mi costringono a fotografie e video.

Da qui scendo leggermente per altri 3km fino a raggiungere la frazione di Aste. Raggiunto il borgo scendo a fondo valle per spostarmi sul versante destro, quello della SS del Pasubio. Risalgo per un chilometro (pendenza 8%) e mi innesto sulla statale ad Anghebeni. Queste citate sono tutte frazioni di un vastissimo comune che copre quasi l’intera valle, il comune di Vallarsa.Pian delle Fugazze da Arlach Per raggiungere il passo mi servono ancora quasi 12km. Dall’altitudine attuale di 590m devo risalire fino ai 1.163m del Pian delle Fugazze. La pendenza media sarebbe dolce meno del 5%, ma la realtà, come è giusto che sia in montagna, è ben diversa. La strada alterna tratti facili in falsopiano e in leggera discesa a rampe con pendenza tra 8% e 14%. Dopo l’ottavo chilometro addirittura un chilometro e mezzo di discesa che fa perdere ben 50m di quota. Io, in realtà, sono concentrato sul paesaggio e sul mantenere una pedalata sempre agile. Così dopo quattro chilometri da Anghebeni mi fermo ad ammirare lo splendido laghetto artificiale di Seccheri e la sovrastante Cima Carega.

All’inizio della discesa dell’ottavo chilometro il panorama cambia, le vette dei monti del Pasubio iniziano a fare capolino tra le aperture del bosco. Quando giungo sotto al Soglio dell’Incudine la fermata è obbligata.

Riprende la salita ed è proprio qui che si fa arcigna, mancano solo due chilometri al passo ed il primo è costantemente in doppia cifra con punta del 14%. Dovrei essere accigliato ed invece sorrido dentro, mi sembrava troppo facile questa salita (mi son forse già dimenticato dei primi 6km al 10% ?!?). L’ultimo chilometro spiana leggermente, la ex-casa cantoniera preannuncia lo scollinamento che arriva di lì a poco.

Manca poco a mezzogiorno ed io decido di pranzare alle Fugazze, tre panini dolci con bresaola vanno giù uno via l’altro. Ce ne era bisogno, lo stomaco iniziava a sentire il vuoto. Un poco di stretching a collo e schiena, un’altra foto inviata a casa e dopo circa un’quarto d’ora sono pronto a ripartire. “Andiamo a vedere ‘sto Pasubio!” La discesa è bella, a tornanti, decisamente più ripido il versante vicentino. Si apre subito davanti a me la conca meravigliosa del Pasubio.

Sarà per i numerosi cartelli marroni (ossario, cimitero di guerra, trincea, casermetta), per i resti di qualche bunker, per le numerose bandiere italiane alle finestre, per gli alti pennoni con il tricolore svolazzante, ma a me viene la pelle d’oca, mi sembra di sentire ancora le urla dei soldati della Grande Guerra e la montagna nella mia mente trasuda sangue, il sangue dei nostri bisnonni che qui combatterono per la nostra patria. Arrivo a Valli del Pasubio e cerco di ripigliarmi da questa rievocazione storica, svolto a destra e prendo la sp “strada per Recoaro”.

Potrei scendere dritto a Vicenza, ma #lapianuranonesiste e quindi risalgo a passo Xon, salita breve circa 6km facili, i primi 3km quasi piatti ben riparati dal bosco, poi i restanti 3km con pendenza 6% molto regolare. Circa al quinto chilometro arrivo nella frazione di Staro, all’inizio del paese un bel fontanone mi attende, riempio entrambe le borracce ed in una aggiungo una busta di sali, inzuppo lo scaldacollo, il cappellino e sciacquo gambe e braccia. C’è una targa vicino alla fontana, raffigurante il crinale dei monti che si vedono dal borgo con tutti i nomi delle cime. Riparto alla ricerca del posto migliore per scattare una foto di quel crinale, arrivo quasi alla fine del paese senza averlo trovato, ma un cartello indicante “Staro Alta” mi obbliga a deviare dalla traccia per qualche centinaio di metri. Finalmente trovo il luogo per la didascalia ed anche un bellissimo murales che rappresenta una truppa alpina!

Ritorno sulla via programmata, oramai sono a passo Xon, da qui altra vista spettacolare sulla Cima Campogrosso.

Scendo a Recoaro, discesa tortuosa con tornati ravvicinati, anche questa mi sembra più ostica, come pendenza, da questo versante. Recoaro si presenta deserta, come è giusto che sia per una cittadina il giorno di Ferragosto, dalla piazza principale scatto un paio di didascalie alla chiesa e riparto.

Ora è tutto un falsopiano in leggera discesa fino a Vicenza, la provinciale è larga, il traffico nullo ed io quando riesco, senza forzare, supero i 50km/h. Sono a Valdagno e la mia traccia, realizzata con Komoot mi manda sulla ciclabile, bellissima anche questa.

Non che avessi problemi a stare sulla provinciale dal momento che era deserta, ma questo mi consente di rimanere sull’argine del torrente Agno e godere di lunghi tratti ombrosi. In uno di questi ne approfitto per una pausa “rubinetto” e per aggiungere alla borraccia mezza piena, mezzo barattolino dell’intruglio che mi ero preparato. Niente di che: tre cucchiai da minestra di caffè solubile, di orzo e di zucchero. Riparto, all’altezza di Brogliano sono costretto, mio malincuore, ad abbandonare la ciclabile per svoltare a destra verso Castelgomberto. Una leggera salita in paese e scendo ad ovest, riparato dal sole, verso Sovizzo e Creazzo. Sono immerso nella campagna vicentina. Non me ne accorgo quasi e svoltando a sinistra mi ritrovo in via Ponte Storto proprio vicino all’enorme rotonda che porta a Vicenza e che ho percorso più volte per lavoro in automobile. Essendo Ferragosto, mi circonda il deserto totale e posso circolare liberamente su questo stradone che normalmente è affollato da autovetture e camion in coda. In poco meno di tre chilometri sono a Vicenza, il navigatore mi guida verso viale Dante Allighieri da dove inizia la salita classica al Monte Berico. In realtà riconosco le strade, le ho fatte l’autunno scorso quando con Marina siamo venuti un fine settimana a festeggiare il nostro anniversario e la domenica siamo saliti in auto al santuario.Monte Berico I chilometri sono già 172km e temo un poco la salita. In realtà la ricordavo più complicata di quello che è. Un chilometro giusto, ma solo gli ultimi 600m con pendenza 8-12%.

Innesto il rapporto più agile e salgo piano piano, il sole dritto in viso cuoce, sono da poco passate le 15.00, l’aria è calda e umida. Arrivo nel piazzale e vedo subito una fontanella, ennesimo rifornimento idrico. Mi dirigo al parapetto per scattare un paio di fotografie a Vicenza dall’alto e ai monti dai quali sono arrivato.

Un panino, un attimo di relax e riparto. Ripasso dalla fontanella e rabbocco la borraccia che era già vuota per metà. Percorro il crinale dei monti Berici, passo da Arcugnano e salgo fino a Perarolo, un dolce saliscendi il cui tratto più duro misura circa 1,5km ad una pendenza di 5-6%.Perarolo Prima di arrivare nella frazione di Perarolo mi concedo una deviazione a sinistra per scattare una fotografia panoramica sulla conca formata dai Berici in cui è racchiuso il lago di Fimon. Inizia la discesa dai circa 260m di altitudine e questa è stata veramente l’ultima salita di giornata.

A metà discesa l’Incompiuta, quello che doveva essere il nuovo Duomo di Brendola i cui lavori vennero bloccati durante la Seconda Guerra Mondiale senza più ripartire, attira la mia attenzione. Sosta rapida e via seguendo la traccia che ricalca in parte l’itinerario cicloturistico “I1” Vicenza-Soave-Verona. La traccia che ho programmato salta a destra e sinistra dell’autostrada, attraversando i celebri vigneti di Soave. Dopo San Bonifacio piego decisamente verso sud-ovest fino a raggiungere quasi l’argine sinistro dell’Adige, strade di campagna traffico quasi nullo ad eccezione di tre chilometri vicino al casello dell’autostrada. Qui percorro una bretella in cui la sede stradale a destra della riga bianca che delimita la carreggiata degli autoveicoli è più larga di una normale ciclabile! Arrivo sull’argine di un naviglio e svolto a destra puntando dritto verso Verona. Con mia sorpresa mi aspettano un paio di chilometri di strada bianca, ben battuta, con poca ghiaia, la attraverso ad un buon ritmo.

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Argine dell’Adige

Ritorno sull’asfalto e inizio a cercare una fontanella, l’acqua è nuovamente ai minimi. Qualche chilometro e nell’attraversare il minuscolo borgo di Mambrotta trovo una fontanella nel parco giochi. Fermata un po’ più lunga, riempio, mangio, getto le cartacce nel bidone della spazzatura, bevo e riempio ancora. Sono già a 225km, manca ormai poco a Verona, passo sopra l’autostrada, sotto alla ferrovia ed un cartello mi dice che sono arrivato in città. Sì, ma a San Michele Extra, che vuol dire ancora più di cinque chilometri per piazza Brà. Percorro il lungo viale Unità d’Italia sulla carreggiata. In realtà, sul lato opposto al mio, un marciapiede enorme, almeno otto metri di larghezza, è usato per metà come pista ciclabile ben segnata, anche il mio navigatore mi avrebbe fatto percorrere quella via, ma il traffico ridottissimo mi ha convinto a restare sulla strada.

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Ponte sull’Adige, Verona

Finalmente il ponte sull’Adige, il centro è ormai vicino, giro attorno alle mura scaligere ed entro in piazza Brà. Sono quasi le 19.00. Eccola AliMat fotografata in primo piano davanti all’Arena!

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Arena di Verona

Proseguo, castello e ponte Scaligero. Salgo sull’argine per le fotografie di rito. Tutto ciò mi porta a rallentare il passo di marcia, ma si sa gli attraversamenti delle grandi città sono così.

Prendo la ciclabile del sole che parte proprio da Verona in direzione dell’Alto Adige, il sole è proprio in fronte, ma ormai scalda poco, inizia a sentirsi l’umidità della sera soprattutto perché costeggio il naviglio.

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Ciclabile del Sole (VR-Resia)

A Bussolengo abbandono la ciclabile per dirigere verso le colline moreniche. Prima di uscire dal paese una rapida sosta per svuotare il barattolino di intruglio nella borraccia. La strada risale dolcemente sui clivi ed a Palazzolo mi ritrovo con il sole basso sull’orizzonte che illumina una sottile striscia di acqua, è il basso lago di Garda che dalla modesta altitudine di 250m si riesce appena ad intravedere.

pasu35Lo fotografo, trovo anche una fontana e riempio entrambe le borracce, riparto in direzione colline moreniche. L’aria oramai e fresca e umida ci sono 23°C. Attraverso la statale per Peschiera, ma non la prendo, il giro deve essere completamente su strade poco trafficate. Passo nuovamente sopra l’autostrada, mi fermo ancora per una fotografia prima che il sole scompaia definitivamente dietro l’orizzonte.

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Tramonto a Oliosi

Svolto per Oliosi, in realtà io vado a Monzambano, ma da qualche chilometro a questa parte nelle indicazioni vedo solo questo nome oltre a Valeggio. La strada è sempre in leggera discesa ed io accelero un poco, voglio passare il ponte sul Mincio prima che sia definitivamente buio in quanto al di là del fiume conosco bene il percorso. Sono da poco passate le otto e mezza di sera quando passo sul Mincio, niente fotografia, ormai è troppo buio. Finalmente posso prendere la strada per Pozzolengo, nuovamente su una gobba lo scenario al crepuscolo mi esorta ad un tentativo di fotografia anche se solo con il telefono. Modalità “Pro” in semi-automatico, ISO 100 (altrimenti nella correzione sgrana troppo), tempo di esposizione 1/2sec e speriamo bene.

Riparto, ormai e buio pesto, ma non sono per nulla preoccupato, i miei due fari anteriori fanno il loro lavoro alla perfezione. Il più forte e con raggio di apertura maggiore illumina dritto, quasi fosse un abbagliante, ad oltre 50m; l’altro punta leggermente in basso e illumina a giorno i 15m più vicini a me. Dietro due fari con superLed e luce di frenata ad accelerometro. Arrivo a Pozzolengo, decido di aggirarlo percorrendo la bretella esterna, credo così di poter fare più veloce. Di tanto in tanto incrocio un’autovettura o qualcuna mi supera, in entrambi i casi rallentano, evidentemente non capiscono che razza di mezzo di trasporto ci sia per la strada.

Meglio così, vuol dire che mi vedono già da lontano. Ancora qualche chilometro nel buio ed i passaggi sopra autostrada e tangenziale sanciscono l’arrivo nell’abitato periferico di Desenzano. Passo sotto il viadotto della ferrovia, mi fa strano percorrere queste strade di sera in bicicletta io che sono abituato a percorrerle in automobile. Alla rotonda prendo a sinistra per l’ospedale, di nuovo fuori dal traffico, nelle colline della bassa Valtenesi in direzione Maguzzano. E’ proprio lì che scattano i 300km sul GPS, caccio un urlo di godimento, ora devo solo cercare di non far succedere pasticci negli ultimi chilometri. La strada scende al lido di Lonato e per un paio di chilometri seguo la statale per Salò, poi svolto a sinistra salgo a Padenghe, ne attraverso il centro, il viale alberato del cimitero e giungo a Soiano, sono quasi le 22.00.

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Arrivo a Polpenazze!

Ultimo sforzo per risalire in paese e scendere al confine con Polpenazze ed i giochi sono fatti! I numeri dicono 308km, 3.080m dislivello, 13h57’40”, 11 borracce più le sorsate dirette (circa 9 litri) 10 panini al latte imbottiti, 6 barrette energetiche,  4 gel energetici, 1 busta di sali, 1 barattolino di intruglio. Quello che non dicono sono le emozioni di un viaggio da prima dell’alba a notte inoltrata. Un viaggio costituito da paesaggi meravigliosi: la gardesana occidentale scavata nella roccia, la ciclopista a sbalzo di Limone, le ciclabili trentine, i monti del Pasubio. Un viaggio nella storia dell’unità d’Italia dal Pasubio trasudante sangue della Grande Guerra alle colline moreniche terreno delle feroci battaglie della I e II guerra d’Indipendenza contro gli Asburgo. Un viaggio nell’arte della palladiana Vicenza e della scaligera Verona. Soprattutto un viaggio verso una pentola di acqua bollente con più di un etto di pasta che “Moglie” sta preparando per me! E questa è stata la soddisfazione più grande!

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Dati tecnici su Strava: https://www.strava.com/activities/3918487278

su Komoot: https://www.komoot.it/tour/239893181

Videogallery: https://youtu.be/H4e3xsB_Reg (5min)

Photogallery:

Sella Ronda all’alba

Ci sono giri che vanno al di là della prestazione sportiva o del livello di difficoltà, ma vanno raccontati per le emozioni che ci lasciano. Il Sella Ronda prima che sorga il sole è senz’altro uno di questi. Diciotto volte lo ho percorso in bicicletta, tutte in senso orario, in altrettante edizioni della MdD. Ora è giunto il momento di affrontarlo in senso antiorario, ma, cosa più importante, partendo prima che sorga il sole. Domenica 12 luglio ore 4.45 del mattino, forse sarebbe il caso di dire della notte, aggancio il pedale e inizio a scendere lungo strada Col Alt per raggiungere l’incrocio per Colfosco e passo Gardena. L’aria è frizzante. No, no è proprio gelida! Il tempo di acclimatarsi ed il Gps segna 4°C. Dopo le forti piogge di ieri era previsto un brusco abbassamento della temperatura con aria proveniente da Nord. Io sono abbastanza coperto, intimo manica corta termico, manicotti, maglia estiva bioceramic e sopra il nuovo capo mezza manica anti-vento e anti-pioggia traspirante in Event graficato per Cicloturisti!, la cui realizzazione è stata specificatamente commissionata per gli “early morning” di mezza stagione ed i giri in quota. Ormai collaudato nelle salite della Maddalena alle 5.30 e nei giri all’alba di questa primavera è diventato un capo imprescindibile nel mio guardaroba. All’uscita del paese mi fermo per una suggestiva fotografia notturna al gruppo del Sella  con il monumento ligneo di una grande bicicletta in primo piano.

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Il termometro è sceso a 2°C ed io ne approfitto per indossare anche i guanti lunghi felpati invernali. Nonostante abbia davanti circa dieci chilometri di salita capisco che le mani si raffredderebbero comunque troppo con l’umidità della notte. Riparto, cerco di tenere l’andatura più blanda possibile con un’alta frequenza di pedalata per produrre calore ed al contempo non sudare troppo.PassoGardena(Corvara) Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno  nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.

Nell’ultimo chilometro prima di scollinare inizio a scorgere oltre il passo le vette del Sassolungo infuocate come non le avevo mai viste.

Sono le 5.40 ed io conquisto il primo dei quattro passi di giornata. Il termometro è rimasto sempre tra i 2°C e lo 0°C. Decido di non fermarmi subito, ma di scendere poco più avanti al primo tornante. Da qui la vista su Sassolungo, pian de Gralba e Sella è strepitosa! Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto! Fotografie di rito, barretta e vestizione.

Sì, perché nella mia capiente borsa sottosella avevano saggiamente preso posto un intimo manica lunga invernale Craft e lo “spolverino” oltre ai guanti invernali già in uso. Sfilo entrambe le maglie manica corta, indosso l’intimo sopra ai manicotti (tanto è nero anche quello, mica si nota hi, hi!). Rimetto le maglie e sopra chiudo con l’anti-vento. La maglia termica mi aiuterà a tenere il calore, l’anti-vento che è  poco traspirante dovrebbe contribuire a creare una sacca calda all’interno della quale restare in “zona comfort”. Riparto, dopo un paio di chilometri in discesa il lungo attraversamento in falsopiano del pian de Gralba contribuisce a mantenere la circolazione attiva anche nelle gambe, unica parte del mio corpo completamente esposta alla temperatura invernale. Pedalata agile, pochi watt, poco sudore e massima circolazione. Oltrepassato il celebre spiazzo del grande ristoro della Maratona, quello, per intenderci, dove ci sono anche le telecamere fisse Rai, ricomincia la discesa, ancora un paio di chilometri circa e sono nuovamente in salita verso passo Sella. Slaccio completamente l’anti-vento e lo lascio svolazzare dietro di me, così evito di creare inutile condensa di sudore sugli altri capi.PassoSella(Selva) Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.

Sono così rapito dallo scenario che mi si para d’innanzi che non mi accorgo di essere arrivato quasi in vetta. Sono già sul crinale a poche centinaia di metri dal passo, quando devo obbligatoriamente sostare per uno shooting fotografico completo. A sud sua maestà il ghiacciaio della Marmolada che, con il suo bianco candore, abbaglia riflettendo i primi raggi di sole; di fronte il massiccio del Sella illuminato solo da luce riflessa nell’alba ancora ombrosa; a nord l’orizzonte bianco e frastagliato delle cime di confine con l’Austria e dietro di me imponente e rosato il Sassolungo in tutto il suo splendore, così vicino che pare quasi poter essere toccato.

Devo ripartire, il tempo oggi è tiranno, ho promesso il rientro prima delle nove per poter affrontare tutta la giornata con le nostre famiglie. Al primo tornante in discesa, uno spettacolare balcone sulla Marmolada mi costringe ad una nuova rapida ed artistica fermata fotografica.

Riparto, temo questa discesa, durante la gara qui in fondo si raggiunge il punto più freddo ed il ricordo delle mani ghiacciate al bivio di fondo valle è persistente nella mia memoria come lo è la faticosa ripartenza in salita al 12% di pendenza. Questa volta sto girando al contrario, la discesa è veloce a causa della strada ripida, la velocità sale, la temperatura scende, mi ritrovo a -2°C! Per la verità, per qualche sparuto secondo, il mio Xplova segna anche -3°C. I mignoli cominciano a protestare, ma tutto sommato arrivo al pianoro dove è solitamente posto il ristoro in buone condizioni. Il corpo è ben caldo, protetto dai molti strati di abbigliamento tecnico, solo le ginocchia sono un poco arrossate dal freddo. Riprendo a salire verso il Pordoi. Sempre pedalata agile (34×34), oltre 75rpm.PassoPordoi(Canazei) La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.

Noto con piacere, dopo soli diciannove passaggi, che in un angolo fa capolino la vetta bianca ed aguzza della Marmolada, impossibile non immortalarla con il mio ditino che la indica.

Riparto, l’aria è ancora frizzante, ma il sole ormai alto davanti a me scalda parecchio con il suo irraggiamento, infatti tolgo lo spolverino e lo ripongo  nel borsone sottosella. La discesa è lunga e sinuosa, la affronto con calma godendomi il panorama. Entrò a Rèba, così si chiama in ladino Arabba, tengo la sinistra ed immanentemente ritorno a salire verso il Campolongo. Da questo versante è veramente una salita semplice, poco meno di 4km e, se si eccettua una breve rampa oltre il 10% all’uscita del paese, la pendenza media si attesta a 7%.PassoCampolongo(Arabba) Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.

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Circa venti minuti e sono già in discesa, guardo l’orologio sono passate da pochissimo le otto del mattino. Altro che arrivo entro le nove, qui ci scappa anche una lauta colazione con famiglia! Scendo rapido lungo gli ampi tornati che conducono a Corvara, osservo il Sassongher, maestoso ed ora completamente illuminato dal sole. Da questa altezza lo trovo ancor più suggestivo che dal fondo valle di Corvara, ma non cedo alla tentazione dello “shooting fotografico” la colazione in famiglia è sicuramente meglio! Sono le 8.15 quando infilo la bicicletta nel deposito dell’hotel, una rapida doccia e pronto per la colazione e per l’escursione agli alpeggi del Col Alto con tutta la tribù. Già perché, per le persone normali, la giornata inizia adesso!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Sella Ronda

Videogallery: Sella Ronda (video integrale con commento originale)

Photogallery:

Tre Cime di Lavaredo

Quest’anno la MdD è stata annullata, ma non la nostra splendida mini-vacanza in val Badia che è semplicemente stata posticipata di una settimana. Così venerdì 10 luglio alle 5.32 del mattino parto da Corvara in direzione Tre Cime per un giro ad anello che mi consentirà di vedere nuovi paesaggi dolomitici. Scendo verso il bivio Colfosco/LaVilla, l’aria è fresca (8°C), ma non gelida. Mi fermo per una rapida didascalia al Sassongher appena illuminato dai primi bagliori mattutini.

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Riparto, cinque chilometri in discesa mi conducono velocemente al bivio di La Villa per San Cassiano e per il passo Valparola. Diciassette volte lo ho fatto in discesa in altrettante edizioni della Maratona, solo una volta non lo feci poiché a causa della febbre dovetti accontentarmi del Sella ronda. Farlo in salita è, quindi, una mezza novità. Si presenta subito cattivello con un primo chilometro al 9%, dopo le prime curve sono costretto ad una rapida fermata, il sole ha iniziato ad illuminare la cima del Sella e del Sassongher. Tra le valli ancora buie ed ombrose ed il cielo cobalto risaltano due cime infuocate ed io le immortalo con il mio telefono.

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Riparto, fino al borgo ancora due chilometri facili attorno al 6% di media. Uscito da San Cassiano un primo chilometro con media 8% e punta al 10% porta al lungo falsopiano di Armentarola.Passo Valparola_LaVilla Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a

pensare a giri di ripiego. Dopo il dodicesimo chilometro la strada inizia ad alleggerire la pendenza, mi trovo in quel luogo magico che i ladini chiamano “intra i sass” è l’ultimo chilometro, oggi avvolto completamente dalla nebbia ed io fatico a vedere il forte militare della prima querra mondiale che si trova a soli cinquanta metri dal ciglio della strada. Scollino e… Sorpresa! Ad est il cielo è terso, la breve discesa a passo Falzarego è lì che mi aspetta illuminata e riscaldata dal sole. Mi fermo per alcune fotografie ed un video che cristallizzino questo momento.

Riparto la discesa al Falzarego ed a Cortina d’Ampezzo è quasi completamente al sole, la pendenza non è mai eccessiva. Fino a Pocol la conosco bene perché fatta in salita durante le Maratone. Gli ultimi chilometri sono uno splendido balcone sulla piana Ampezzana. Il cielo è intensamente blu, l’aria fresca e limpida. Si preannuncia una giornata fantastica. Entro in Cortina prima delle 8.00 del mattino, sono stati avviati molti lavori in favore delle prossime olimpiadi e le strade sono già intasate a quest’ora, una rapida fermata sotto al campanile parrocchiale, una visita fugace alla via pedonale delle boutique (ancora chiuse) e prendo la rotta per il passo Tre Croci.

Come esco dall’abitato torna la pace, il secondo passo di giornata non è lunghissimo, 8km con pendenza media 7%, di contro è estremamente irregolare, mi sembra di essere entrato in un roller coaster con la bicicletta. Passo Tre Croci CortinaContinue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.

La salita è tutta in un meraviglioso bosco di larici ed anche questo contribuisce a farmela percorrere quasi senza accorgermi del tempo che passa. Alle 8.45 sono in vetta, inizia una breve discesa (circa 4km) che mi condurrà al bivio con la statale che da Auronzo sale al lago di Misurina. A metà di questa discesa sono costretto ad una fermata su un viadotto con una vista memorabile sul gruppo del Cristallo.

Riparto mi innesto sulla statale e risalgo fino al lago di Misurina, sono 3km circa facili, l’ultimo un leggero falsopiano in rettilineo. Arrivato al lago sono d’obbligo alcune fermate per fotografare il luogo. Inizia anche la ricerca della fontana. Viste le temperature in queste prime ore non ho bevuto moltissimo, ma vorrei avere entrambe le borracce piene prima di salire ai 2.300m del Rifugio Auronzo. Ne trovo una alla fine del lago, riempio, bevo, mangio, fotografo e riparto.

Il bivio per le Tre cime è subito dopo. Il primo chilometro si insinua dolcemente tra le montagne, poi un cavatappi con pendenza 14% di duecento metri mi fa capire che aria tirerà sui tre chilometri finali. Subito dopo il bellissimo lago di Antorno, una gemma incastonata tra pineta e montagna che mi fa compagnia sulla destra per qualche centinaio di metri. Lascio le fotografie per il ritorno che sarà obbligato fino al bivio che scende a Dobbiaco. Oltrepasso la barriera del pedaggio: 20€ moto, 30€ auto, 45€ camper eppure c’è la coda per salire a parcheggiare al rifugio e non godersi camminando anche questi tre chilometri. A dire il vero, vista l’ora ancora mattutina (9.30) molti salgono in auto perché poi faranno il giro intero attorno alle Tre Cime (quasi 10km). Dopo alcune centinaia di metri ancora gradevoli tra i pascoli inizia la salita vera.Tre Cime_3KM Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.

Di contro il panorama è di quelli spettacolari da lasciare senza fiato, ovunque mi giri vedo solo immense rocce dolomitiche, alcune più vicine, alcune più lontane. Salgo con il rapporto più agile 34×34, per me la giornata ciclistica è ancora lunga. L’ordinata fila di autovetture che mi sorpassa ad intervalli regolari scanditi dai due bigliettai delle casse mi infastidisce un poco, ma in modo sopportabile. Dopo poco più di mezz’ora sono al rifugio, i parcheggi sono quasi esauriti, lungo gli ultimi cinquecento metri le auto sono già parcheggiate sulla banchina. Troppa gente per i miei gusti! Ma si sa sono un animo solitario. Scatto alcune fotografie dal rifugio proprio da dove inizia la camminata e decido di proseguire per il parcheggio superiore che mi sembra decisamente meno affollato.

Così è, mi affaccio da entrambi i lati del piazzale e così posso godere sia del panorama verso il Cristallo, sia di quello verso la valle di Auronzo, mangio e riparto.

Lungo la discesa è d’obbligo una fermata per immortalare la strada sinuosa e le vette dietro ad essa.

Un’altra fermata per il fiabesco laghetto di Antorno e via rieccomi sulla statale in discesa verso la val Pusteria.

Sono quasi le 11.00 ed il buco allo stomaco inizia a diventare una voragine. Subito dopo il caratteristico lago di Leandro un Bar Ristorante dal nome “Tre Cime” cattura la mia attenzione, si trova in posizione strategica dove le montagne si aprono formando un lungo solco che permette di vedere proprio le Tre Cime. Inevitabile che decida di fermarmi per mangiare un maxi toast e bere due bicchieri di Coca con questa splendida vista.

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Mi sento decisamente meglio, non dico sazio, ma con lo stomaco felice. Riparto, oltrepasso il lago di Dobbiaco, arrivo alla statale della val Pusteria, controllo il GPS per capire dove sia il punto più vicino per innestarmi alla splendida ciclabile che unisce San Candido a Brunico. La imbocco, meravigliosa, un susseguirsi di campi e pinete di fondo valle a poca distanza dalla statale. Una deviazione per lavori mi costringe ad abbandonarla per entrare nel centro abitato di Monguelfo, tutto sommato un bene perché il borgo si rivela molto carino. Ritorno sulla ciclabile all’altezza del lago artificiale di Anterselva la strada si fa sterrata, ma di quelle belle ben battute, proprio come le strade bianche.

Dopo il lago la ciclabile si innesta nel tessuto campestre (perché è impossibile definirlo urbano) del comune di Valdaora attraversando la frazione di Sopra. Arrivato in quella di Mezzo il cartello indicante passo Furcia 10km mi guida verso l’ultima grande fatica di giornata. I primi due chilometri e mezzo se ne vanno via veloci attraverso il paese con pendenze molto dolci, questo implica che nei successivi 7,5km dovrò affrontare quasi 700m di dislivello.Passo Furcia Valdaora La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.

Gli ultimi due chilometri sono nella fresca pineta, anche se oggi la giornata non è mai stata particolarmente calda ed afosa, anzi se si escludono i venti chilometri in val Pusteria l’aria è sempre stata frizzante. Io salgo sempre con passo regolare e guardingo, d’altra parte ho già più di 3.000m di dislivello nelle gambe. In vetta al passo Furcia dominano gli impianti di risalita del celebre comprensorio di Plan de Corones, a parte loro non vi è molto altro, inizio subito la discesa, al primo punto panoramico decido di fermarmi per un paio di istantanee. Da qui si vede bene la val Badia, il Sassongher ed il Sella.

Si vedono bene anche i nuvoloni neri carichi di pioggia che stanno arrivando, per cui parto. Scendo di buona lena verso San Vigilio in Marebbe, ma senza prendere rischi. Lo oltrepasso, sembra molto carino,

proseguo fino ad innestarmi con la statale che da Brunico sale in Alta Badia. Sono praticamente alle porte di Piccolino, un paese il cui nome la dice lunga sulle sue dimensioni. Mancano poco più di venti chilometri a Corvara, un lungo falsopiano in leggera salita. I primi 14km vanno via veloci, vento da dietro, senza grande sforzo resto tra i 19km/h e i 27km/h. Poi poco prima della galleria inizia a piovere con insistenza, mi fermo prima dell’uscita per indossare l’antipioggia (più che altro per il telefono che è nella tasca posteriore senza protezione impermeabile). Dopo la galleria quattro tornanti a 8% di pendenza sanciscono la fine del falsopiano e l’inizio della leggera salita dell’Alta Badia, sono quasi a Puntac poco prima di Pedraces (luogo di ritiro dei pettorali della MdD). Arrivato in paese mi fermo, tolgo l’antipioggia, temporale montano breve ed intenso, mangio, riparto. Da qui parte uno splendido marciapiede ciclabile, largo forse tre metri,  che mi conduce sino alle porte di La Villa separato del traffico dei camion e delle betoniere che mi avevano accompagnato più in basso. Entrato in paese opto per una strada interna che sale dritta come un fuso (14%) e si collega alla sommità del celebre Mur dl Giat della Maratona.

Sarà questo il mio gatto di giornata, attraverso il borgo, inizio la discesa per Funtanacia e per rientrare in statale. Mancano tre chilometri al mio hotel ed io finalmente sfondo il muro dei 4K di dislivello. Arrivo nel piazzale dell’albergo, felice come non mai, prestazione ciclistica di rilievo con 153km e 4.070m di dislivello, ma chi se ne frega! Quello che conta oggi è la quantità e la qualità di roccia dolomitica che ho visto! Nell’ordine Sella, Sassongher, Croda si Santa Croce, Lagazuoi, Sass da Stria, Marmolada e Averau (in lontananza), le Tofane, il Cristallo, le Tre Cime e mettiamoci anche il bel panettone verde del Plan de Corones!

Grazie Dolomiti!

TreCime

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ ⛰️⛰️⛰️ Tre Cime 4K (Passo Valparola, Passo Tre Croci, Tre Cime di Lavaredo, Passo Furcia)

Videogallery: Video integrale (8’21”)

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Cima Rest da Passo Scarpapè

Domenica 18 agosto, sono da poco passate le sei del mattino quando cavalco la mia AliMat per una nuova escursione sulle strade ghiaiose dell’alto lago. Subito lo spettacolo della luna che appare come una lampadina in alto nel cielo mi mette di ottimo umore.

Mi dirigo con una certa rapidità verso Gargnano, la temperatura, a quest’ora, è ottima  anche nel torrido Ferragosto. Inizio a salire verso Navazzo, il sole è ancora nascosto dietro il monte Baldo anche se la sua luce rischiara ampiamente tutto il paesaggio. La luna sta calando, ma prima di scomparire definitivamente mi concede un ultimo regalo all’uscita di uno dei tanti tornanti della salita: io, lei ed il monte Castello.

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Arrivo a Navazzo dopo poco più di 1’30” di pedalata. Oggi, per me, la salita è ancora lunga, svolto a destra e prendo per Costa di Gargnano, mi aspettano ancora dieci chilometri tra salita e qualche breve discesa. Appena lascio il versante che si affaccia sul lago per entrare nelle valli l’aria si rinfresca, 14°C la minima. Sono le otto e mezza quando, alla fontana prima di Costa, mi fermo per riempire le borracce e mangiare un poco. Sto per entrare nel vivo del giro odierno, mi attende la salita a Bocca Paolone (947m) e Passo della Colomba (1.109). La prima parte della salita è tutta asfaltata (2,5km) ed è anche relativamente facile (8% – 12%), dall’ultimo chilometro inizia lo sterrato, la pendenza resta sopra il 10% con dossi a 15%.

Io fatico, stamattina la gamba non gira come dovrebbe e sui dossi molto sconnessi faccio molta fatica, sul più impegnativo sento che anche la bicicletta perde aderenza e per sicurezza scendo e lo oltrepasso a piedi. Sono alla Colomba, ora la strada si muove pressoché piana fino al passo d’Ere (1.131m) immersa nel fresco ed odoroso bosco. Mi passano due biker, ci salutiamo, vanno leggermente più veloce di me, ma fino a quando il fondo è compatto non guadagnano molto. A Passo d’Ere il bivio, a destra si prosegue per Passo Segable e Cima Piemp, che avevo percorso a ritroso solo un mese fa (Andata Gardesana, ritorno creste!), a sinistra prosegue per Passo Scarpapè, la parte nuova del mio itinerario che mi porterà a Cima Rest. Da subito lo scenario si fa incantevole e suggestivo con rocce e pareti scoscese. Presagio di un’altra ottima scelta di percorso. Poco pù avanti la vista si apre su un ampia e vertiginosa parete sovrastante la strada. Uno spettacolo quasi dolomitico, oserei dire, e la strada si perde all’interno di una galleria militare, di pregevole fattura.

Sono letteralmente estasiato, all’uscita della galleria mi devo fermare per scattare anche alcune fotografie di questo luogo (a lungo sono stato indeciso se usare questa come didascalica del giro).

Riparto, raggiungo lo Scarpapè, vedo i due bikers che stanno già affrontando i tornanti del Passo di Puria per raggiungere Cima Rest o il Tombea. Mi fermo al bivio, dovrei salire anch’io, ma non mi sento pimpante e decido di non rischiare, prendo a sinistra la mulattiera che scende a Cadria e poi risalirò a Cima Rest dalla strada. So, per informazioni prese, che questa via è un po’ abbandonata, quindi non escludo di dover farne pezzi a piedi, ma resta il fatto che sarà tutta in discesa. All’inizio il fondo è discreto, dal momento che la mia bici non è una mtb scendo con cautela. Si  intuisce subito che questa strada non viene più utilizzata da mezzi a quattro ruote già da molto tempo in quanto, dove ha potuto, la vegetazione si è mangiata parte della sede stradale.

Il percorso, dal punto di vista paesaggistico, è fantastico: un susseguirsi di entrate ed uscite dal bosco con ampie vedute sulla valle del Droanello. Purtroppo spesso sono costretto a concentrarmi solo sulla guida. Ad un tratto un grosso albero, caduto sicuramente durante la tempesta Vaia di quest’autunno, blocca ancora la strada. Ciò avvalora la tesi che oltre ad escursionisti e ciclisti di qui non passa ormai più nessuno da tempo. Lo scavalco e proseguo. Giungo ad un fitto bosco di alti pini silvestri che creano un’ansa su cui la mulattiera si appoggia con ripida discesa. Fermata fotografica obbligatoria, ma, soprattutto, il soffice letto di aghi che copre tutto il sentiero mi indica che per le mie Gravelking slick da 1’50 questa discesa a 20% non è il massimo e quindi la percorro a piedi per non scivolare direttamente a Cadria “culo a terra”.

Cinquanta metri e sono di nuovo in sella, manca oramai poco ai primi alpeggi, la mulattiera è tornata ad essere una carrareccia, segno che è ancora utilizzata da veicoli a quattro ruote. Attraverso il primo alpeggio e vedo in lontananza il borgo di Cadria.

Per un chilometro e mezzo entro ed esco dalle radure fino a quando mi ritrovo davanti ad una sbarra, così mi spiego come mai il sentiero a monte degli alpeggi è lasciato al suo destino. La oltrepasso ed una parete strapiombante fa da cornice ad uno splendido fontanile, quale luogo migliore per una sosta “merenda di metà mattina”!

Riparto, attraverso Cadria, è strano arrivare da sotto, ritorno su asfalto e risalgo verso Cima Rest, circa tre chilometri e mezzo e sono arrivato, ma oggi è il giorno in cui, per la prima volta, voglio raggiungere il celebre osservatorio astronomico. Quindi proseguo sulla cementata, un’altro chilometro (pendenza media 5% max 19%) con il solito muretto di un centinaio di metri prossimo a 20% di pendenza. Giunto all’osservatorio mi scateno in una sessione fotografica. La giornata sufficientemente limpida, il panorma sul crinale dei monti Tombea e Caplone e gli splendidi e numerosi cespugli di cardi fioriti mi ripagano ampiamente delle fatiche odierne.

È quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e con tutta calma consumo il mio pranzo contemplando i monti della Valvestino. Oggi non ho fretta, ho la giornata per me. Dopo una ventina di minuti circa riparto ed inizio la fase di rientro. Scendo prima verso Magasa  e poi verso il lago di Valvestino. All’altezza del vecchio mulino ad acqua di Turano, ora trasformato in museo degli antichi mestieri (link a VisitValvestino), scendo dalla strada per costeggiare il canale e fermarmi davanti alla costruzione per qualche fotografia.

Nuovamente in sella, costeggio il lago di Valvestino, me lo godo tutto, l’aria oramai è calda, ma non afosa. Oltrepasso la diga ed arrivo alle porte di Navazzo da nord, devio a destra ed entro in zona industriale, scenderò dal famoso “sentiero delle Camerate” una carrareccia ghiaiosa, cementata solo laddove la pendenza si attesta attorno a 20%. In questo modo arrivo dritto nella valle del torrente Toscolano, che in questi luoghi scava un vero e proprio canyon. Scendo con cautela, sia perché è la prima volta che la percorro, sia per le ripide e scivolose pendenze.

Anche qui il paesaggio è di sicuro spessore, il monte Pizzoccolo mi sovrasta imperioso e la forra del torrente Toscolano e di una incredibile bellezza. Arrivo alla fine della discesa e mi immetto nella valle delle cartiere. Mi fermo sul vecchio ponte che portava al palazzo Archesane ed alla valle di Campiglio per uno shoot fotografico. Sotto di me, vacanzieri in costume si rinfrescano nelle gelide acque del torrente che qui forma una grande ansa con piccole spiaggette ghiaiose. In questa forra la temperatura all’ombra è ancora di 25°C nonostante sia già l’una passata.

Sono sceso fino a 250m s.l.m. ed ora devo risalire un po’ per arrivare al borgo di Gaino, da dove riprende la strada asfaltata. Un pizzico di tristezza mi pervade nel lasciare lo sterrato, la parte migliore del giro è alle mie spalle. Davanti ho ancora la splendida discesa con vista lago dalla balconata di questa frazione e poi la gardesana. Sono le  due del pomeriggio quando attraverso Salò, la mia città, brulicante di turisti e bagnanti. Oltrepasso le Rive, inizio a salire le Zette, guardo il lago, il golfo e mi scatto un “selfie on-action”.

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Un degno suggello per questo fantastico nuovo itinerario percorso in virtù delle ruote cicciotte (⇔:115km — τ:6h46min — ⇑: 2.536m — T:14°C/35°C).

Grazie AliMat!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Bocca Paolone, Passo Scarpapè, Cadria, Cima Rest, Lago Valvestino, Camerate

Videogallery: Video YouTube con commenti (5’33”)

Video YouTube versione integrale (7’23”)

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Pedalando sulla neve!

Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.

Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.

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Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.

Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.

Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.

Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.

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Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.

Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.

La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.

Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.

Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.

Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.

Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.

I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.

Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.

Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.

Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.

So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!

Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.

Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.

Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.

Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.

Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!

Valvestino innevata

Dettagli su Strava: Cicloturisti!@ Valvestino innevata ❄️❄️❄️🏔️

Videogallery: Video integrale 7’42” (guardatelo, i paesaggi meritano davvero)

Photogallery:

La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

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Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa. 

Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo.Eremo San Michele Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?

L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.

Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.

Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.

Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico. 

Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male. 

Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse. 

E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!

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Dettagli tecnici Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ StradaDellaForra, PassoNota, StradaDegliEroi, Vesio, Eremo S.Michele, Tignalga

Videogalery: La Forra, Passo Nota, gli Eroi, Eremo (12’30” integrale) Guardatelo merita!

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