Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31)

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Domenica 2 luglio sono le 6.05 quando entro nella mia griglia, la terza di quattro, il piazzale è già ricolmo di ciclisti, la partenza è fissata per le 6.30, ma ogni anno che passa, pur arrivando prima, sono sempre più in fondo. Quest’anno il meteo non è stato clemente, copiose piogge hanno raffrescato la montagna durante tutta le settimana; mentre scendo a La Villa leggo 6°C. In mezzo ai tremila atleti del piazzale il mio gps sale fino a 8°C; siamo quasi tutti vestiti come fosse inverno pieno, mai mi era capitato di vedere così tanti gambali e giubbini.mdd31006 Alle 6.30 puntuale lo scoppio del cannone portato in cielo dall’elicottero. Il patron della Maratona Michil Costa, come tutti gli anni, anticipa il gruppo sul suo velocipede. Noi dobbiamo aspettare ancora un poco prima di iniziare a pedalare. Finalmente alle 6.44 passo sotto all’arco della partenza, premo il tasto start del mio ciclo computer ed inizio la mia sedicesima Mdd. Ancora infreddolito dalla mezz’ora passata fermo ad aspettare seguo il lungo serpentone che si sposta verso Corvara per attaccare il primo Campolongo. Lo speaker annuncia che i primi stanno già per scollinare baciati da un timido sole che sta cercando di farsi spazio tra le plumbee nubi. I meteorologi danno tempo in miglioramento durante il mattino con ampie schiarite e temperature rigide. Proseguo fiducioso, in effetti anch’io, verso la fine del Campolongo, benificio di qualche raggio solare. Scollino, mangio un fruttino, inizio la discesa, arrivo ad Arabba ed è nuovamente salita. Passo Pordoi mi aspetta, salita sempre regolare con pendenze mai proibitive, dopo qualche chilometro vedo una maglia Cicloturisti davanti a me. È Carlo, partito in seconda griglia, lo raggiungo e rompo il religioso silenzio dei maratoneti; a quest’ora dell’alba, con 8°C, in salita c’è ben poca gente che ha voglia di chiacchere. Parliamo un poco, mi conferma che farà il corto, ha freddo, strano penso io, Carlo non è un freddoloso solitamente! Lo saluto e proseguo con il mio passo. Mentre salgo il cielo ritorna ad incupirsi, gli sprazzi di azzurro scompaiono nuovamente. Al passo inizia a gocciolare, poco poco, ma piove; scendo con circospezione, sia per non scivolare, sia per il freddo. Fine discesa e subito si scala il passo Sella. Il primo chilometro, quello dove si trova il ristoro è forse il più freddo di tutta la Mdd, cerco di prendere quota il prima possibile per poter uscire dall’ombra delle vette, in effetti alcuni sprazzi di sole danno la sensazione di qualche grado in più. Purtroppo niente da fare in cima al passo Sella la situazione non cambia;

nuvole a 360°, Marmolada grigia e vento gelido da nord; inizio la corta discesa, qua e là nuovamente gocciola e l’asfalto è umido. Alle 9.15 inizio la salita del passo Gardena, la più facile, in breve giungo a pian de Gralba, luogo del ristoro più fornito della Mdd, non mi fermo, ma passo oltre, zigzagando tra le bici. Percorro il falsopiano in discesa a velocità sostenuta, l’aria è sempre gelida. Scalo anche gli ultimi due chilometri ed alle 9.45 sono sulla sommità, guardo a sinistra verso il Valparola, nuvole; guardo a destra verso Campolongo e Giau, nuvole.

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Ovunque nuvole stazionano attorno ai 3.000mt, lasciando libere le vette delle Dolomiti, ma di fatto impedendo al sole di illuminarle e donare loro la caratteristica colorazione rosea. Arrivo a Corvara all’appuntamento con la famiglia attorno alle 10.00. La decisione ormai è presa, anche quest’anno farò solo il medio, senza la vista delle splendide Dolomiti e con il gelo che mi raffredda ad ogni discesa non sono abbastanza motivato, soprattutto, non mi sto divertendo. Marina, intirizzita, mi chiede: “Ma come fate a non avere freddo?”. Rispondo: “Certo non fa caldo, ma sono vestito ‘giusto’, comunque faccio il medio!”. In effetti la mia maglia manica lunga ‘Mossa’ sta funzionando egregiamente (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) riparto senza aver lasciato nulla di quello che avevo addosso alla partenza, d’altro canto la temperatura non è mai salita sopra i 10°C fino ad ora! Il secondo Campolongo è sempre un momento di verifica della condizione della gamba, provo a spingere un poco e risponde bene, ne vien fuori il mio secondo miglior tempo di sempre. Scendo nuovamente ad Arabba, mi infilo nel lungo falsopiano che conduce al bivio di Cernadoi, sono dieci chilometri, ogni tanto guardo in alto cerco degli spiragli di luce verso il Giau, ma niente. Ricomincia la salita, è ricomparso il sole sui verdi prati dei piani di Falzarego e magicamente il termometro sale fino a 15°C, ma è un sole effimero, a metà salita ripiombo nel grigiore della fitta nuvolaglia, il termometro scende subito a 12°C. Prima di entrare nelle gallerie del Falzarego mi fermo e scatto due fotografie, ora anche il ghiacciaio della Marmolada è nascosto dalle nuvole.

Arrivo al passo, di fronte a me il gruppo del Lagazuoi sembra minaccioso con questo cielo tetro. Mi attende l’ultimo impegnativo chilometro del Valparola, pendenza attorno al 12%; mi alzo sui pedali e spingo, anche quest’anno niente crampi all’adduttore destro (il mio tallone d’Achille).

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Inizio la discesa, la temperatura torna sotto i 10°C, non rischio e scendo tranquillo, attraverso San Cassiano, arrivo nuovamente a La Villa e mi accingo a scalare il corto ma insidioso Mür dl giat. Vorrei spingere a tutta, ma un pò di traffico e qualche ciclista a piedi mi impediscono di fare il mio personale; poco male. Provo a spingere il rapporto duro nei cinque chilometri che mi separano da Corvara, ma mi accorgo subito che il crampo è in agguato, mi alzo sui pedali e procedo così. Arrivo all’ultima curva, il tempo è più o meno quello dell’anno scorso, senza infamia e senza lode, con lo sguardo cerco i miei cari. Anche quest’anno mi vedono prima loro, taglio il traguardo, la miss gentilmente mi mette la medaglia di finisher al collo. Mi sposto nella piazza, stanno arrivando tutti: Laura, mia sorella con Marco ed il piccolo Riccardo, la Manu e Francesco e poi loro… Arriva il bacio più bello, quello di chi ti ama incondizionatamente e nonostante tutto.

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E la medaglia più bella quella che cerchi di meritarti tutti i giorni dell’anno dalle sette del mattino quando li svegli, fino alle nove di sera quando gli canti la ninna nanna per addormentarli.

Quella medaglia che negli ultimi giorni ti hanno nascosto in tutti i modi mentre cercavano di realizzarla, quella medaglia che rappresenta l’amore incondizionato tra padre e figli. Perché quest’anno il tema della Maratona dles Dolomites era l’AMUR! Grazie Mdd anche quest’anno nonostante il clima gelido hai saputo riscaldarmi il cuore con grandi emozioni, ma soprattutto…

Grazie Marina, Alice, Matteo.

 

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites (percorso medio)

Video: Maratona dles Dolomites (versione integrale) 4’52”

Photogallery:

 

Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!

Siamo arrivati alla trentesima edizione della Maratona dles Dolomites (MdD) ed io sono iscritto; concludendola, per me, sarà la quindicesima: tre lustri di MdD.

Da quando è nata Alice questo evento è divenuto una scusa per una piccola vacanza in montagna per la famiglia “allargata”. E’ giovedì mattina, tutto è pronto per la partenza, io e Marina un po’ meno, abbiamo un raffreddore pazzesco. Si va in stazione, si recuperano zia Manuela e zio Francesco che arrivano da Milano e si parte per la val Badia. Siamo un poco abitudinari, prima tappa pranzo ad Ortisei al meravigliosoWP_20160630_13_57_26_Rich ristorante Tubladel, consigliatomi dall’amico Carlo (quello del giro Gavia, Mortirolo): cucina eccellente e raffinata, ed anche oggi non si smentisce! Ripartiamo, cumulonembi neri e minacciosi si distendono sopra al passo Gardena: le previsioni per questo fine settimana non sono delle migliori, continui temporali tipici dell’alta montagna. Mentre attraversiamo Selva inizia a grandinare, per fortuna dopo il passo Gardena il tempo migliora un poco. Arriviamo in hotel, al Marmolada, sono alcuni anni che veniamo in questo albergo gestito splendidamente dai titolari e la loro accoglienza è sempre impeccabile. Io sono distrutto ho qualche linea di febbre ed un po’ d’influenza, ma il riposo e buone dosi di propoli sono il rimedio giusto. L’indomani mattina ci alziamo ed il sole fa capolino tra nubi ad alta quota: le previsioni dicono che fino alle due il bel tempo dovrebbe reggere. Decidiamo di prendere la cabinovia e di salire al rifugio Boé (2.200m). Arrivati il panorama è di quelli mozzafiato, io ed Alice ci scateniamo con le fotografie.

Alice adora fotografare i fiori ed allora anche io mi metto in competizione con lei.

Decidiamo di affrontare un breve sentiero che ci porterà al lago Boé, il segnale indica quindici minuti di camminata. Sì per le persone normali, ma a noi piacciono le cose difficili: Francesco è cieco sin da quando era ragazzo ed anche la sorella di Marina è diventata ormai tale, Matteo è ancora piccolino e non si sa quando deciderà che sarà stanco. Salire sul ghiaione del sentiero, incunearsi tra le rocce per scendere al lago risulta quindi un’impresa non da poco, ma ci arriviamo perché: volere è potere! Mi piace che i miei figli crescano osservando e giocando con Francesco e Manuela, due menti sopraffine, che sanno far capire quanto i nostri limiti possano essere anche solo aggirati se non superati. Il loro desiderio di voler vedere il lago è incredibilmente bello ed educativo. Sì, perché hanno ‘visto’ il profumo dei fiori, lo scricchiolare della ghiaia sotto i piedi trasformarsi in un morbido tappeto erboso per  poi divenire uno spigoloso passaggio di rocce ed infine lasciar spazio alla sabbia ghiaiosa del lago, hanno udito l’eco della conca naturale, in cui il lago si forma, e ne hanno delimitato il perimetro. Tutto questo lo comunicano ad Alice e Matteo con estrema semplicità ed affetto. Manuela e Francesco si siedono sulle rocce, mentre io porto i bimbi a toccare un lastrone di neve che, all’ombra del sole, resiste a questa timida estate.

Matteo torna con la mamma a ‘campo base’ mentre io e la ‘scalatrice’ Alice completiamo il periplo del lago scalando la montagna ed infilandoci in anfratti reconditi.

“Papà, papà! Guarda quell’animaletto, che bello, guarda che blu! Gli fai la foto tu, che io l’ho lasciata alla mamma.”

Come non fare una foto ad un bellissimo coleottero blu cobalto ed anche alle nuvole, che si specchiano nella acque cristalline del lago come fossero dipinte dalla sapiente mano di Claude Monet. E’ giunto il momento di tornare verso il rifugio, anche perché Matteo sta ancora aspettando di poter giocare al parchetto delle altalene che aveva visto appena sceso dalla cabinovia. Scendiamo da un altro sentiero, effettivamente, questo è un poco più agevole del precedente. Arrivati, i bimbi vanno a giocare e noi cerchiamo di gustarci l’ultimo sole prima del temporale. Mentre mangiamo inizia a piovere come previsto. Scendiamo all’hotel: i grandi in sauna per un salutare bagno di vapore (io non prima di essere andato a ritirare il pacco gara!), i piccoli in sala giochi a divertirsi. Dopo cena ennesimo acquazzone e di conseguenza niente passeggiata.

E’ sabato, anche per oggi è prevista mattinata soleggiata e pomeriggio bagnato. Decidiamo, come peraltro ogni anno, di andare a piedi a Colfosco attraverso il bosco: una passeggiata pressoché piatta ed agevole. Arrivati a Colfosco i bimbi chiedono insistentemente di poter entrare al parco avventura e fare il percorso più facile, quale motivo potremmo avere per non accontentarli? Così eccoli con casco ben allacciato in testa iniziare il giro, ne faranno almeno venti prima di stancarsi!

Si riparte, è già mezzogiorno, e naso all’insù il cielo non promette nulla di buono, ci infiliamo nel solito ristorante (Black hill) e mangiamo pacificamente mentre fuori si scatena un’altro temporale. Tempo di finire di banchettare che spiove, ritorniamo a Corvara; io mi fermo con i bimbi al parco giochi dove per più di due ore sarà: altalena, carrucola sul filo e, finalmente, palla per Matteo. Gli altri in sauna. Dopo cena io ed i bambini a letto, mentre gli altri restano a guardare l’Italia del calcio al bar dell’albergo. Il mio raffreddore è migliorato grazie anche ai bagni di vapore aromatici, direi che sto piuttosto bene e sono fiducioso per la corsa dell’indomani, peraltro dicono che dovrebbe essere asciutta. La sveglia è puntata per le cinque, a me non piace proprio stare in griglia fermo al fresco del mattino. Non suonerà, alle 4.55 mi sveglio da solo, faccio colazione mi vesto ed esco dall’albergo sono le 5.44 non mi era mai capitato di partire così presto! Ma non è servito a nulla! Con poca sorpresa scopro che il piazzale della terza griglia è già praticamente pieno, poco male io sono cicloturista e sono qui per godermela questa MdD. Quello che mi preoccupa di più infatti è il meteo: le nuvole sono bassissime e delle incantevoli montagne che ci circondano purtroppo si vede molto poco.

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Michil Costa, patron della MdD, alla partenza

Nonostante tutto passo sotto allo striscione di partenza alle 6.45: pensavo peggio. Finalmente si parte il lungo serpentone di biciclette si sta muovendo verso il Campolongo, anzi i primi stanno quasi per scollinare, noi invece iniziamo lentamente, come fossimo in processione, un paio di volte il piede tocca terra per non perdere l’equilibrio, d101 Campo‘altro canto siamo quasi nove mila non si può pretendere di avere strada libera. Mentre saliamo verso il Campolongo ci immergiamo nelle nuvole, scolliniamo e iniziamo la discesa verso Arabba ancora tutti uniti, allineati e coperti come si diceva da militari, non c’è molto da cercare di superare gli altri. Inizio la salita del Pordoi quest’anno  cronometrata anch’essa. Siamo ancora in tanti e fatico a tenere il mio passo, vorrei andare leggermente più forte di chi mi sta intorno, ma non ho voglia di chiedere spazio, ci sono già quelli dell’ultima griglia che vanno veramente più forte di me, che vogliono passare, che sicuramente faranno un tempo di gran lunga migliore del mio, per cui, me ne sto tranquillo.

A metà salita del Pordoi, solitamente vengo rapito dalla vista del gruppo del Sella: oggi no! dov’è il Sella? chi mi ha rubato il mio Sella? Il Sella c’è, ma è circondato dalle nuvole solo sopra al valico del Pordoi si intravede uno spiraglio di azzurro. Scollino il cronometro non è dei migliori, ma non fa nulla; inizio la discesa, non fa neanche troppo freddo, ma l’umidità altissima non da speranza che il mio copioso sudore si possa dissolvere, resterò fradicio come uno straccio per tutta la gara. Inizia la salita del passo Sella è corta,ma impegnativa, le pendenze qui sforano il 10% in molti punti, dopo i primi due chilometri sembra che il sole possa sconfiggere finalmente le nuvole, ma sarà solo un illusione. Scollino mangio una barretta chiudo l’antivento e via.

Inizio la discesa più pericolosa della gara, sì perché dopo un paio di chilometri e prima del grande ghiaione dove possono atterrare anche gli elicotteri ci sono un paio di curve a chiudere molto insidiose. Gli organizzatori le segnalano benissimo, ci sono uomini che sventolano la bandiera rossa  nei punti critici, eppure anche quest’anno sull’ultima curva a sinistra mi trovo di fronte lo spettacolo che nessun ciclista vorrebbe mai vedere: barella ancora sull’asfalto ciclista completamente imbragato e coperto, casco ancora allacciato al capo e occhi chiusi, tutto il personale paramedico era tranquillo e questo mi ha rincuorato, ma per i chilometri successivi rifletti molto sul senso e sulla precarietà della vita.

Inizia la salita del Gardena poco più di due chilometri e sono a pian de Gralba dove è posizionato il ristoro più succulento della MdD, non mi fermo, io ho il mio ristoro personale a C401 Gardeorvara davanti alla stazione dei Carabinieri: è meno ricco di vivande, ma molto più di a408 Gardemore! Passo oltre e mi infilo nel lungo falsopiano del Plan de Frea. Sono tornato in mezzo alle nuvole, su in cima al passo Gardena si intravede il chiaro, ma sia a destra sia a sinistra il cielo è piuttosto grigio e minaccioso, non pi415 Gardeoverà per tutta la gara, ma l’asfalto fin’ora è sempre stato umido ed in alcuni punti anche bagnato. Proseguo nella salita verso il passo bevo e mangio qualcosa prima di scollinare chiudo l’antivento ed inizio la discesa del Gardena, lunga e veloce, il traffico ora è un poco calato e saltuariamente si possono impostare le curve come si deve. Arrivo a Corvara, dove mi attende la famiglia al completo, c’è finalmente il sole in val Badia, ma tutto intorno permangono nuvoloni bassi che oscurano la vista delle magnifiche Dolomiti. Matteo ha in mano la borraccia ed è impaziente di darmela, la prendo e lo ringrazio, tolgo le ginocchiere e lascio l’antipioggia che ho usato in griglia per non prendere freddo a Marina, intasco qualche barretta e con grande sorpresa di tutti dichiaro che farò il medio. “Ma non stai bene?” mi chiedono. “No è tutto a posto, ma non mi sto divertendo, tiro il Campolongo e poi porto a casa il medio”. Do un ultimo bacio e via, questa volta si apre il gas, cerco di spingere forte anche se non a tutta, in fondo poi ci sono ancora dodici chilometri di salita del Falzarego-Valparola da fare. Alla fine viene il mio miglior tempo sulla salita del Campolongo e questo mi basta, sarà un caso, ma lungo tutta la salita c’è sempre stato il sole e le temperature erano un poco più calde. Anche la discesa, stavolta senza traffico, è molto più divertente, mi sto quasi pentendo della mia scelta, poi guardo verso i monti della Marmolda e vedo ancora e solo nuvole, al bivio di Cernadoi guardo oltre il bosco in direzione del Giau e vedo ancora nuvoloni grigi, prendo la strada per il passo Falzarego: avevo visto giusto, oggi purtroppo lo spettacolo delle Dolomiti è negato a noi ciclisti, ogni tanto qua e là qualcosa si lascia intravedere, ma poca cosa rispetto alla fatica che facciamo. Per me che il lungo lo ho già fatto nove vol600 Falzate, senza la vista di queste meraviglie, sarebbe solo una fatica inutile: in fondo sono proprio un Cicloturista nel bene e nel male. Inizio la salita, nei primi chilometri c’è ancora il sole e i verdi pascoli, che circondano la striscia di asfalto, pullulano di meravigliosi fiori di montagna: penso ad Alice quante fotografie avrebbe scattato lungo questa strada! Arrivo ai piani di Falzarego di fronte a me i tornanti scavati nella dolomia guardo insù e nuovamente i nuvoloni grigi coprono le Dolomiti, inizio i tornanti, con gli occhi cerco il Valparola e lo ved702 Valpao coperto da una massa grigio scura sembra proprio pioggia. Proseguo nella scalata del Falzarego ormai sono vicino allo scollinamento e la visuale si apre sulla piana del passo: “Ma dove sono il Lagazuoi, la Croda Negra, l’Averau e le Tofane?” Sempre avvolti dalle nuvole ed ogni tanto fanno capolino come giocassero a nascondino. Resta ancora l’ultimo chilometro del Valparola da percorre ed è quello più antipatico pendenza sempre sopra il 10% e niente tornanti per rifiatare.

Mi alzo sui pedali e spingo con regolarità, scollino, bevo e mangio qualcosa. Mi alzo lo scaldacollo sulla bocca, sento che l’aria è tornata fredda (11°C) e inizio la discesa più lunga della MdD. Siamo in pochi in strada in questo momento e si può scendere in tutta tranquillità, dopo pochi chilometri di discesa si abbandona il Veneto per rientrare in val Badia e magicamente torna anche il sole.


Prima dell’arrivo resta un ultimo scoglio (un sapelòt) il Mür dl Giat (300m di ram802 Giatpa in centro a La Villa), già in cima al Valparola avevo sentito che il mio adduttore destro era arrivato al capolinea, dunque che il crampo era in agguato. Con circospezione riprendo a pedalare agile una volta finita la discesa e mi alzo sui pedali per affrontare il gatto. Va tutto bene, niente crampi, riparto, mancano solo tre chilometri ed anche se il crampo è li che spinge ormai sono all’arrivo. Per la prima volta in quindici anni sono i miei famigliari che mi vedono per primi sul rettilineo di arrivo (merito della maglia Cicloturisti!), nel frattempo è arrivata anche Laura (mia sorella) con Marco e il piccolo Riccardo che soggiornavano a Selva. Taglio il traguardo espleto le formalità di fine corsa e mi godo gli sguardi felici e gli abbracci di tutti quanti.

Un’altra Maratona è finita, non è brillata certo per la bellezza dei panorami, ma è pur sempre la MARATONA DLES DOLOMITES. Per noi la vacanza, fortunatamente, non è ancora conclusa e, soprattutto, mi deve riservare ancora una piccola sorpresa. Dopo l’arrivo, un bel bagno caldo ed il pranzo al bar, siamo andati con i bambini  prima a giocare ai gonfiabili e poi nuovamente al parchetto. Alle cinque siamo riusciti a portarli in camera, anche loro svegli dalle sette del mattino erano stremati, anche se avrebbero voluto continuare a giocare. Convinco Matteo a sdraiarsi nel suo letto per riposarsi con la promessa di stare lì con lui a fare la coccola. Mentre mi sdraio gli sussurro: ” Sei stato bravo ad ascoltarmi.” Matteo mi risponde: ” Tu sei bravissimo, papà! Perché hai fatto la gara.” Poi si addormenta.
La mattina di lunedì è giorno di partenza, si chiudono i bagagli, ci si dirige ad Ortisei dove abbiamo appuntamento con mia sorella per un pranzo tutti insieme prima di seWP_20160704_12_54_32_Richpararci per tornare ognuno alla sua quotidianità. Marco e Laura ci propongono un ristorante dove loro sono stati più volte proprio in centro ad Ortisei: Mauriz keller. Devo ammettere che lo stinco di  maialino al forno era sublime come anche il gelato con lamponi caldi alla fiamma! Resta ancora il tempo per un ultima passeggiata sopra le scale mobili verso il parco giochi ed una foto di gruppo della nuova generazione di piccoli Contarelli/Anselmi!WP_20160704_14_51_13_Rich
Alice, Matteo e Riccardo siete il nostro futuro!

Dettagli sul percorso medio: Maratona dles Dolomites (medio)

 

Cicloturisti! . . . lo siamo sempre stati!!!

MdD2002001Sabato scorso il giro d’Italia è transitato sulle Dolomiti ricalcando per intero  il percorso della più blasonata granfondo italiana: Maratona dles Dolomites! Mentre commentavo la tappa con Marina il pensiero è andato alle numerose edizioni a cui ho partecipato. Una in particolare mi ha ricordato che Cicloturisti lo siamo sempre stati e fortunatamente continuiamo ad esserlo.

Era il 2002, il mondo delle granfondo iniziava a fare proseliti, l’obiettivo della maggior parte dei cicloamatori dell’epoca era semplicemente riuscire a portare a termine il percorso lungo (138km, 4.230m), non c’era il sorteggio, bastava iscriversi qualche mese prima per avere garantito un posto. Fu così che cinque amici scanzonati decisero di vivere un’avventura, per alcuni di noi era già la seconda, qualcuno ambiva a terminare il lungo, io non ancora. Siamo (da sinistra a destra) io, Giovanni (John), Leonardo (il Leo), Francesco e Marco (dietro). All’epoca Leonardo (cugino di Marco e Francesco) era spesso della partita e quanto a gamba ci bastonava tutti alla grande, ma la grande forza di Leo era l’assurda verve comica. Un’uscita in biciclettMdD2002IlLeoa con il trio Aperti al completo poteva massacrarti nel morale come farti sbellicare dal ridere: dipendeva solo da te. Con loro non esisteva finire una frase di senso compiuto senza essere stati massacrati con sarcastica ironia almeno dieci volte! A confronto tre toscanacci sarebbero sembrati dilettanti. Ed in quella edizione della Maratona non si smentirono certo. Partiti tutti insieme nelle retrovie della gara a metà del passo Gardena, proprio poco prima di questa fotografia, si raggiunse l’apice della goliardia. Il Leo decise che era il momento di raccontare una barzelletta. Ci schierammo in fila occupando tutta la carreggiata in modo che nessuno potesse passare: “Fermi tutti, il Leo deve raccontare la barza!”, “Tanto siamo in fondo, un minuto in più o in meno che differenza fa, ma di qui non si passa!” …e nessuno passò!

Altri tempi!

Se ci provassimo ora  a fare uno scherzo del genere molto probabilmente verremo insultati anche dagli ultimi sul percorso. Le granfondo sono cambiate, NOI NO! Siamo ancora i dementi scanzonati che si prendono per i fondelli come  quindici anni fa.

CICLOTURISTI ed orgogliosi di esserlo!