Piani di Caregno e Vaghezza ghiaiosi

Sono le 6:08 di sabato 19 settembre quando, agganciati i pedali, parto per un nuovo giro ghiaioso. Dopo le scorribande estive sulle strade militari dell’alto Garda, oggi ritorno all’usuale partenza da Brescia. Subito è GravelMella, è ormai soprannominata così da molti, la ciclabile che risale la val Trompia fiancheggiando il corso dell’omonimo fiume.

È ancora buio, praticamente notte, il traffico quasi nullo ed attraversare la città in questo momento ha sempre il suo fascino. Dirigo verso nord, per 22km l’unico rumore o suono che sento è il gorgogliare più o meno roboante del fiume. Oltrepassato Inzino di Gardone Vt. esco dalla ciclabile per affrontare la prima salita di giornata, quella che porta ai piani di Caregno, luogo di partenza per numerose escursioni al monte Guglielmo (el Gölem). La salita è piuttosto impegnativa ed è anche sede di una celebre cronoscalata per categoria Elite-Under23. Tralascio la descrizione dettagliata  rimandando al mio vecchio articolo Piani di Caregno.

Comunque oggi pedalo la LinaBatista con tripla e rapporti agilissimi, non ho ansie da prestazione e salgo con relativa tranquillità godendomi il paesaggio. Infatti poco prima di lasciare la ciclabile il giorno ha preso il sopravvento sul buio della notte. Il cielo non è limpidissimo, ma rispetto alla mia vecchia esperienza su questa salita già il poter vedere a chilometri è una bella soddisfazione. Prima della 8:30 sono nel primo grande spiazzo di parcheggio dei piani, da qui un altro chilometro abbondante di sali scendi su cementata porta all’inizio delle forestali sterrate. Io inizio il mio personale shooting fotografico.

Riparto, inizia lo sterrato, prima in leggero falsopiano poi in discesa sempre più scoscesa e rovinata. In meno di un chilometro mi ritrovo al forcellino di Pezzoro. Mi sembra di essere ad un crocevia essenziale della viabilità dei boschi, da un lato si scende a Cimmo, sopra Tavernole, dall’altro a Pezzoro di Pezzaze. Una bella fontana in pietra, un cartello ligneo e delle sculture fanno da corredo a questo luogo. Non posso che decidere di sostare qui per il primo spuntino e per riempire le borracce.

Riparto, sono appena passate le nove di mattina, ma sono costretto subito ad un’altra fermata. Due bellissimi cavalli mi osservano scendere mentre i miei freni stridono in modo assordante. Li fotografo insieme a me e riprendo la ripida discesa verso il paese. Tratti cementati a 20% di pendenza si alternano a tratti sterrati comunque sempre sopra a 10%.

Sono all’ingresso di Pezzoro, lo oltrepasso, ora la discesa è asfaltata, le curve si fanno sinuose ed è un piacere “pennellarle”. Un’altra cascina che giace solitaria in una radura colpisce la mia attenzione ed una piccolissima deviazione mi conduce ad una nuova istantanea.

Raggiungo l’intersezione con la strada che arriva da Pezzaze, quante volte sono salito e sceso da quella via per raggiungere il Colle di San Zeno! Proseguo, entro nella frazione di Lavone e svolto a sinistra prima del ponte, in questo modo attraversando il borgo mi risparmierò qualche centinaio di metri della ex-statale a tutto vantaggio del paesaggio. Entro sulla strada principale, ma non la seguo per molto, alla frazione successiva di Aiale (circa 1km) svolto a destra e seguo le indicazioni per Irma, uno dei comuni più piccoli e meno popolosi della provincia di Brescia. Qui inizia la salita ai piani di Vaghezza. In realtà, da questo versante, la salita è divisa in tre tronconi, il primo arriva al paese di Irma, il secondo, dopo una discesa di un chilometro, porta a Dosso di Marmentino ed il terzo porta ai piani di Vaghezza.

La salita parte subito cattivella con un primo assaggio sopra a 11% di pendenza, per poi assestarsi su 7/9%. Dopo 2,7km, appena oltrepassato l’incrocio per Magno di Bovegno, si incontra la splendida chiesetta di San Lorenzo (1.500 d.C. circa), sul cartello nel parcheggio vengono citati gli affreschi di Floriano Ferramola contenuti all’interno (1.521 d.C.). Oggi è aperta! Ebbene sì, nonostante le ripetute volte che sono salito da qui l’ho sempre trovata chiusa, o perché troppo presto o perché ora di pranzo. Imprescindibile ed, oserei dire, obbligatoria una fermata all’interno con ampio reportage sugli affreschi. In particolare il Compianto sul Cristo morto presenta numerose analogie con l’opera del Romanino (1.510 d.C.) conservata all’Accademia di Venezia.

Appena uscito un impeto di vanità mi porta a mettere in scena un autoscatto con la mia figura e quella di LinaBatista ai lati del portale di ingresso.cvg15

Riprendo il telefono in mano e d’istinto penso ad inviare le fotografie degli affreschi a mia madre: “Finalmente sono riuscito a vederli anch’io!” Una tristezza infinita mi pervade l’anima. Questa è la prima volta, da quel 9 marzo, che non posso condividere più la nostra passione per l’arte. Risalgo in bicicletta e riparto. Una parte di me vorrebbe incedere lentamente prolungando il ricordo di ciò che mi ha insegnato, l’altra parte vorrebbe scattare sui pedali e fuggire da questo profondo stato di scoramento. Così, arrovellandomi nei miei pensieri giungo ad Irma, inizio la ripida discesa e sono costretto a concentrarmi sulla strada. Dopo un chilometro l’asfalto riprende a salire sotto le ruote della mia bicicletta e questa volta, dopo un primo breve facile tratto, la pendenza è in doppia cifra per un paio di chilometri

, con una punta di 15%. Prima di arrivare a Dosso la strada spiana leggermente per un centinaio di metri. Arrivo al bivio, svolto a sinistra seguendo l’indicazione per Vaghezza, la pendenza torna in doppia cifra per il primo tratto poi prosegue attorno a 8% fino all’altopiano, in tutto poco meno di tre chilometri. Adesso è il momento per la seconda parte inedita del percorso. In un primo avvicinamento alla Vaghezza anni fa arrivai fino alla fine delle case di villeggiatura, ma fui costretto a fermarmi perché la strada divenne una forestale ed io ero in bdc. Guardando le mappe scoprii che la medesima conduceva a Odeno di Pertica Alta scendendo attraverso il bosco. Oggi con LinaBatista posso affrontarla! Inizio a salire. Il primo tratto, misto cemento, è duro vicino a 20% sono solo poche centinaia di metri, in seguito la strada si fa più dolce ed il panorama si apre verso nord. Pedalo ancora per poco più di un chilometro e sono a Passo delle Piazze (1.205m). D’obbligo la fermata fotografica ed anche ristoratrice, sono quasi le 11.00, non è prestissimo, meglio affrettarsi. 

Riparto, i primi due curvoni in discesa sono particolarmente complicati per la mia ghiaiosa: ripidi, molto mossi, con scoli per l’acqua piovana in legno molto ampi. Sono costretto a procedere quasi a passo d’uomo. Arrivo ad un bivio, la strada a monte denominata “sentiero dei cavalli” resta pressoché pianeggiante, mentre quella a valle più stretta è in discesa. Mentre io controllo bene sul gps quale delle due avevo selezionato per il mio tragitto arriva al piccolo trotto una compagnia a cavallo. Codesto è un animale che mi affascina ed inquieta allo stesso tempo. Quando lo vedo in azione i suoi possenti muscoli posteriori mi suscitano sempre profondo rispetto. La mia traccia è quella più bassa, la prendo, dopo alcune centinaia di metri su terreno piuttosto facile un cartello di divieto di transito a tutti i mezzi mi fa immaginare che le cose diventeranno più complicate a breve. Ormai ho imparato che quando si vedono questi cartelli sulle forestali vuol dire che nessuno più si cura di esse ed il fondo si deteriora ulteriormente ad ogni alluvione o bufera.

Così è! La strada, o quello che ne rimane, inizia a scendere più ripida e contestualmente il fondo diventa sempre più mosso, anche le radici ci mettono del loro affiorando qua e là lungo il percorso. Insomma circa 800m piuttosto impegnativi in cui perdo ben 100m di dislivello. Finalmente mi congiungo ad una cementata su un tornante, scoprirò poi, osservando meglio le mappe, che se avessi seguito il sentiero dei cavalli sarei finito direttamente su quella forestale semplicemente un po’ più a monte. Buono a sapersi per la prossima volta. Ora la strada è decisamente migliore, il cemento si alterna allo sterrato. Uscendo da un tornante una bella cascina  ed i suoi prati catturao la mia attenzione ed anche se la giornata è bigia le dedico una fotografia.

Finalmente giungo nella frazione di Odeno, la attraverso e mi soffermo un’attimo per fotografare il borgo di Livemmo e la vallata di fronte a me.

Sono le 11:15, la parte interessante del giro è oramai alle spalle, ma grazie al progetto Greenway delle Valliresilienti nuovi pezzi di ciclabile si sono aggiunti anche in val Sabbia. Scendo lesto da Belprato e giungo alla Nozza di Vestone dove mi attende un meraviglioso, anche se corto, tratto di ciclabile a sbalzo sul fiume Chiese attraverso il quale si giunge a Ponte Re senza dover più passare dalla vecchia statale “del Caffaro”. Giusto il tempo di entrare nella provinciale che, alla soglia dell’abitato di Barghe, piego a destra per attraversare il ponte sul Chiese ed entrare nel centro del paese. Incrocio la provinciale per Preseglie e proseguo diritto su via del fango. Il nome la dice lunga! Sono ormai alcuni mesi che piove poco e quindi non rischio l’infangata totale, anzi la calura estiva la ha resa quasi totalmente asciutta.

Tramite questo passaggio mi trovo direttamente sulla strada interna di Sabbio Chiese, lo attraverso e dirigo per l’ormai nota “stradina del bosco”. Risalgo fino ad Odolo sono le dodici e un quarto. Questo tratto più veloce mi ha consentito di recuperare un po’ di tempo, avevo dato l’una come probabile orario di rientro. Adesso il Groppo e le Coste, spingo sui pedali, scollino, in discesa nonostante le gomme un poco tassellate riesco a tenere la media sopra i 40 km/h e con un poco di fatica arrivo a casa in orario. Sono poco più di 100km per 2.150m di dislivello immersi nelle nostre valli (Trompia e Sabbia).  Caregno e Vaghezza due salite a senso unico per la bdc, ma che con la ghiaiosa si possono unire in un meraviglioso giro ad anello che, sfruttando le nuove ciclabili, diventa veramente una perla delle ValliResilienti.

Caregno & Vaghezza

 

Dettagli tecnici su: STRAVA oppure KOMOOT

Videogallery: Piani di Caregno e Vaghezza (11’24”)

Photogallery:

Brixia Intra Fines (tutto dentro i confini comunali)

Sono le 6.05 di domenica 15 novembre di questo infausto 2020 quando parto per un giro che più volte avevo pensato di creare, ma che alternative decisamente migliori mi avevano fatto posticipare. Ora, ringraziando Mr.Covid, è giunto il momento di definire i dettagli della traccia e metterla in pratica. Come sempre per scaldare la gamba inizio a salire verso il monte Maddalena. Le previsioni del tempo non sono eccellenti, comunque io ci provo ad essere in vetta all’alba. Al sesto chilometro un ultimo sguardo al centro da “Landscape” il punto panoramico.

Landscape (6km)

Mentre il buio lascia spazio ai primi bagliori luminosi del giorno, io mi avvicino alla fine della salita e mi rendo conto che la forte foschia impedisce al sole di farsi vedere. Qualche ripresa video in movimento, ma niente soste. Entro nel piazzale delle Cavrelle e percorro il periplo della chiesetta di Santa Maria Maddalena sullo sterrato smosso. Un bagliore bianco si intravede al di là della foschia, è il sole appena sorto.

La temperatura è scesa a 2°C ed io inizio la discesa verso Muratello di Nave. Il confine del Parco delle colline di Brescia scende lungo la costa del monte Denno per unirsi al crinale del colle San Giuseppe. Per qualche centinaio di metri, nel bosco, la strada sconfina nel comune di Nave per poi riportarsi sul confine. All’ottavo tornate in discesa parte la sterrata che conduce dapprima a cascina Calamandri e successivamente, attraverso il sentiero John Piccinelli, alla cascina Le Paneghette.

Questo per la mia ghiaiosa è il tratto più complicato. Lo ho già percorso settimana scorsa in esplorazione, la traccia è in leggera discesa con continue gobbe cosparse di sassi e radici sporgenti. In alcuni punti per precauzione sgancio il pedale e mi aiuto con il piede sinistro, a monte, spingendomi tra le insidie. Arrivato alle Paneghette il bosco lascia spazio alla radura coltivata.

Nonostante il tempo uggioso è sempre un passaggio suggestivo, sul primo tornante in discesa lascio la carrabile e seguo nuovamente il cartello del sentiero Piccinelli che mi porta, stavolta con facilità, al roccolo del San Giuseppe. Rientro sull’asfalto e scendo verso Mompiano, aria di casa e di infanzia. Nel percorrere le vie della mia città mi sovvengono ricordi passati come quello della fonte di Mompiano, luogo di una delle prime gite scolastiche. Attraverso il mitico “ponticello” sul torrente Garza che mi conduce al villaggio Prealpino. Quel ponticello che da piccoli rappresentava il confine oltre il quale non si poteva andare, perché si usciva dal quartiere e si doveva attraversare la temibile statale del Caffaro. Il Prealpino assieme alla frazione Stocchetta rappresentano il confine nord del comune di Brescia. Attraverso via Triumplina, costeggio il capolinea della metropolitana e dirigo verso il ponte sul Mella. Non lo varco, sarebbe sconfinamento nel comune di Collebeato. Prendo invece la stupenda ciclabile del Mella scendendo lungo l’argine verso il quartiere di San Bartolomeo. Nonostante l’ora, sono da poco passate le otto, iniziano a vedersi parecchi camminatori lungo il sentiero, effetto della zona rossa impostaci dal governo. All’incrocio con il ponte di via Risorgimento svolto a destra, è ora di esplorare la zona nord-ovest della città. Risalgo leggermente verso nord per completare il giro della frazione di Urago Mella lambendo il quartiere della Pendolina, estremità nord-est della città. Ricordi d’infanzia: per anni, questo nome è stato semplicemente una scritta sulla mappa degli autobus di linea, che, per noi bresciani, resteranno sempre “le filo (filobus)”. La linea E – Pendolina/Caionvico, conduceva dall’estremità nord-ovest all’estremità est passando per il centro. Insieme alla “nostra” linea C – Mompiano/Noce era la linea portante del sistema urbano, quella con le frequenze di passaggio più alte (5min). Noi, studenti degli anni ottanta, ce le ricordiamo bene, all’epoca erano i nostri mezzi di trasporto per girare la città. Il gps mi costringe ad abbandonare i miei dolci ricordi, devo controllare la traccia, salgo per via Campiani, una cementata, no forse meglio dire piastrellata, insomma una strada in cui si è usato di tutto per creare un fondo meno scivoloso. Sotto le mie ruote trovo cemento, piastrelle in cotto, tracce di bitume, alveari in plastica come quelli che si usano nei giardini dove si parcheggiano le automobili.

Poco meno di un chilometro che mi conduce a Poggio Maria da dove partono i sentieri per il Pì Castel. La pendenza è impegnativa con una media di 12% e punta vicino al 20%.

Sfortunatamente anche dai 250m del poggio la vista è fosca. Scendo e dirigo verso ovest, un altro piccolo strappo ho inserito in questo giro urbano, è quello della val bresciana, luogo noto per le sue trattorie che servono piatti della tradizione, insomma “polenta e osei”. Quasi un chilometro fino alla fine dell’asfalto, ma stavolta meno impegnativo con media vicino a 8%. La strada proseguirebbe ancora larga e sterrata fino ai roccoli e alle trincee, ma il giro è ancora lungo, foto di rito e ritorno sui miei passi. Tramite via Torricella mi porto sul piccolo scollinamento noto a tutti i ciclisti come “la Fantasina” in realtà questa località è un poco più avanti già nel comune di Cellatica. Ora scendo verso sud, mantenendomi vicino al confine attraversando lo splendido bosco di S.Anna. Per me è la prima volta, la strada si fa quasi subito sterrata, anche se di quelle ben battute percorribile anche in bdc. Mi sorprendo della bellezza di questo posto, adatto alle corse dei runner, ma anche a piccole e facili escursioni per bambini. Ci voleva un lockdown per farmelo scoprire! Esco dal bosco al Santellone, sono entrato nel quartiere della Badia, assieme alla Mandolossa, estremità ovest della città. Ora devo seguire fedelmente la traccia, questa zona della città è quella che conosco meno, soprattutto nelle sue viuzze interne. Scendo verso il villaggio Violino, tramite sottopassi giungo a sud della ferrovia, per portarmi a ridosso del confine con il comune di Roncadelle. Ikea e Elnos sono lì, a pochi passi, al di là del confine, anche loro tristemente chiusi. Per attraversare il fiume Mella che, in questa zona, segna il confine con Roncadelle sono costretto a tornare a nord fino al ponte di via Milano (altri non ce ne sono).

Riprendo la ciclabile del Mella in direzione sud, anche questa parte non l’ho mai percorsa. All’inizio è larga e si snoda all’interno di un parco ben tenuto, poi si stringe sull’argine del fiume. Arrivato al doppio ponte ferroviario sono costretto ad una fermata fotografica rapito dal contrasto tra la modernità del nuovo ponte dell’alta velocità dipinto di graffiti e la solidità di quello maestoso e robusto della vecchia linea, il tutto impreziosito dal roboante fragore del fiume che ivi compie un salto artificiale.

Aggancio il pedale, attraverso via Orzinuovi, e dirigo verso la Noce. Un passaggio obbligato questo sotto la tangenziale e l’autostrada che non ha nulla di interessante. Riprendo finalmente l’argine del Mella, che qui è confine con il comune di Castelmella, ora la traccia è un vero single track nel bosco lungo il fiume, alla mia sinistra la Zona Industriale di Brescia e la Noce, quella frazione che da piccolo decisi di visitare dalla “filo” facendo capolinea/capolinea senza mai scendere. Anche in questo bosco sono ben visibili i segni della tempesta di quest’estate.

Sono quasi al confine, esco dalla ciclabile svoltando a sinistra e punto la ruota anteriore verso le Fornaci, estremità sud della città. Sono da poco passate le nove del mattino, le strade sono pressoché deserte, la giornata uggiosa non favorisce certo gli spostamenti, solo qualche passante con il suo cagnolino. Pochi anche i ciclisti, quasi fossero in letargo. Al sottopasso della tangenziale ovest, incrocio un ciclista è Mauro dello Spring Bike, mi fermo, una chiacchiera, lui relegato nel comune di Flero con nessuna salita da poter scalare mi invidia non poco, mentre qui, sul confine, gira lungo l’argine del Mella. Ci salutiamo, ci saranno tempi migliori, come l’ultima volta che lo incrociai scendendo da Lodrino poco più di un mese fa. Proseguo nel mio viaggio all’interno della città, oltrepasso il vecchio centro di Fornaci e dirigo verso Verziano, ironicamente nel video lo descrivo come luogo famoso per il depuratore dell’a2a. Nella realtà in questa zona campestre avvolta spesso dalla nebbia invernale o dalla canicola estiva è difficile trovare elementi di interesse che non siano i grandi e numerosi tralicci dell’alta tensione.  Alle porte di San Zeno sono costretto a risalire verso nord, oltrepassando la frazione di Folzano, e i sottopassi delle autostrade. Qui per uno strano gioco di confini con il comune di San Zeno non c’è altra soluzione per spostarsi verso est senza attraversarlo se non quella di risalire fino alla Volta, oltrepassare il casello di Brescia centro e ridiscendere verso le cave. Questi chilometri sono in assoluto i più brutti, immersi negli stradoni principali. Fortunatamente l’effetto lockdown garantisce un traffico pressoché inesistente. Dopo il casello costeggio la “celebre” fabbrica Alfa Acciai, ripasso sotto le grandi arterie di comunicazione e costeggio il confine comunale circumnavigando il “parco delle cave”. Speravo di avere qualche sguardo in più su di esse, ma sfortunatamente dalla strada si vede un gran poco, il tempo è tiranno e sono costretto a proseguire seguendo la traccia. Sorrido, ho tracciato nei minimi particolari e sono certo che il percorso, fatta quell’eccezione nel bosco, scorre tutto all’interno o esattamente sul confine comunale; ciò nonostante, in questa zona i cartelli dei comuni di Borgosatollo (Gerole) e Castenedolo (Bettole) paiono indicarmi che ho sconfinato. In realtà la strada è esattamente sul confine e quindi il lato destro è dei comuni confinanti mentre il sinistro è di Brescia.

Risalgo verso nord-est, attraverso la frazione di Buffalora con la sua chiesa dalla cupola a volte, mi infilo nella nuova ciclabile che passa al di sotto della tangenziale sud e costeggia la cava dismessa Gaburri-Odolini, un’altra piccola sosta fotografica con annessa barretta.

Riparto, sono ora davanti all’altro capolinea della metro (S.Eufemia), mi dirigo verso Caionvico, la frazione all’estremo est della città. Nuovamente i cartelli stradali mi fanno simpatia. Cinquecento metri prima della mia svolta a sinistra per restare nel comune compare il cartello di Botticino. In effetti i numeri civici a destra appartengono a quest’ultimo, mentre quelli di sinistra spettano alla frazione di Caionvico (Brescia). Entro nel borgo storico, la strada si fa acciottolata, nella piccola piazzetta curvo repentinamente a destra e salgo per via Caionvico, oltrepasso la chiesa e proseguo, di lì a poco la strada diventa sterrata, comunque una carrabile. In tutto poco più di un chilometro, la parte iniziale con forte pendenza (vicino al 20%), la seconda metà in mezza costa fino all’ultima cascina che segna il confine con Botticino.

Bellissimo il paesaggio immerso nei vigneti con la “Madda” che domina da occidente e, finalmente, colori autunnali resi più vivi da un pallido sole che accenna a riscaldarmi. Sosta fotografica e rientro per le vie del borgo. Ora punto rapido verso il centro, attraversando Sant’Eufemia, via della Bornata, viale Venezia, ma quando sono in procinto di entrare nell’urbe svolto nuovamente a destra in via Benacense. Non sarebbe un tour urbano completo senza qualche acciottolato di quelli che fanno male! Ed eccomi a scalare via Canalotto, più che un ciottolato o un lastricato, un assembramento di grandi sassi poco smussati che ricordano un’antica via romana. E’ corta, meno di quattrocento metri, con una pendenza progressiva che culmina oltre il 20% nelle ultime decine di metri.

La scarsa aderenza dovuta ai continui saltelli rende il tutto ancor più faticoso. Sono in via Amba d’Oro, qualche centinaio di metri in falsopiano e svolto a destra per il ciottolato di via Valsorda, uno dei nostri preferiti nel cosiddetto “Jedi city tour”. Questa via è un’alternativa al primo chilometro della “Madda”, infatti si congiunge con la salita classica proprio sul primo tornante.

Qui si trova un celebre e particolare monumento bresciano “La Tomba del Cane”, doveva essere il monumento sepolcrale di Angelo Bonomini, ma le nuove disposizioni comunali che vincolarono le sepolture al solo interno dei cimiteri ne impedirono l’uso personale. La tradizione vuole che vi sia sepolto semplicemente un cane da cui il nome della tomba. Inizio la discesa, sono a poche centinaia di metri da casa, ma non sarebbe Brixia Fidelis senza aver scalato anche il colle Cidneo sede del castello da cui gli Asburgici si difesero durante le “X giornate di Brescia”.

Salgo da Piazzale Arnaldo, luogo amatissimo dai giovani bresciani per la “movida notturna”. La salita è lunga poco più di un chilometro, la parte finale, la più suggestiva, con pavimentazione in sanpietrini e stretti tornanti. Uno sguardo al maestoso portale di San Marco e inizio la discesa verso via San Faustino (patrono della città). Casa è vicina, percorro Fossa Bagni naso all’insù, osservando le mura da sotto. Il perimetro è completo sono 82km di giro con 1.174m di dislivello, ma conta poco, ho scoperto luoghi nuovi della mia città, ho ricordato percorsi e luoghi della mia infanzia, ma soprattutto, una volta ancora, ho avuto la conferma che la “Leonessa d’Italia” è una città che non teme confronti. Una città racchiusa tra monti, colline, cave e campagna. Una città dalla lunga storia  e cultura, ricca di capolavori artistici.

Grazie Mr.Covid a qualcosa mi sei servito!

Traccia completa su: STRAVA oppure KOMOOT

BrixiaIntraFines

Videogallery: Brixia Intra Fines (13’56” video integrale)

Photogallery:

Pian delle Fugazze, Vicenza e Verona

Sabato 15 agosto 2020, alle 5.43 parto da Polpenazze per un giro che dovrebbe essere il più lungo della mia carriera cicloturistica. Per la prima volta sono costretto a dichiarare i miei intenti in famiglia in quanto l’arrivo sarà sicuramente dopo l’ora di cena. La promessa è di mandare, di tanto in tanto, fotografie dei luoghi che attraverso. Prima fermata d’obbligo, appena partito, per immortalare l’alba che verrà, poi via verso la mia città natale dove scattare un’altra suggestiva panoramica del golfo di Salò.

Oggi poche soste fotografiche lungo la gardesana, giusto la classica cartolina dal porticciolo di Villa di Gargnano e l’immancabile panoramica su Limone dalla statale.

Alle 7.30 pedalo sulla ciclopista a sbalzo, il Peler soffia forte oggi, kite e wind-surf sono già in mezzo al lago ad effettuare le loro evoluzioni. La fermata a metà ciclabile è obbligatoria.

Riparto alla fine della passerella mi fermo per una fugace barretta e per un paio di scatti che sanciscono il cambio di regione.

Riparto, alle 8.00 precise sono nella piazza dell’imbarcadero di Riva. Quasi 27km/h di media, assolutamente in tabella di marcia. Riempio le borracce e mi dirigo verso Torbole, all’altezza della galleria sotto il monte Brione entro in ciclabile e scatto una fotografia verso il lago, da quella che per me è una posizione inusuale, l’estremità nord.

Attraverso il centro di Torbole e salgo verso Nago sfruttando la via ciclabile promiscua, circa un chilometro e mezzo con pendenza vicina al 10%, dopo i primi trecento metri “a chiocciola” un lungo rettilineo porta al borgo sovrastante. A metà mi giro, scatto una fotografia e saluto il mio lago.

Attraverso l’abitato seguendo i cartelli della ciclabile Torbole-Rovereto e inizio la discesa attraverso i vigneti e la depressione del lago di Loppio. Ciclabile bellissima e ben fatta che alterna tratti promiscui a traffico zero nelle vigne a tratti ben separati lungo il bosco del lago.

Sono alle porte di Mori, rientro sulla statale e la seguo fino a Rovereto, data l’ora e soprattutto il giorno di Ferragosto, la strada è pressoché deserta, attraverso la zona industriale e commerciale di Rovereto ed alle porte del centro svolto a destra sulla sp89 “sinistra Leno” in direzione monte Zugna, Albaredo.Rovereto-Anghebeni (SP89) I primi 6km sono impegnativi, pendenza costantemente attorno a 10%, dopo circa 2km nella frazione di Porte mi concedo una pausa “rubinetto” all’ombra del bosco e mangio il primo dei dieci panini al latte che ho preparato. Riparto, giungo al Albaredo dove si divide la strada per il monte Zugna dalla provinciale “sinistra Leno”.

Da qui anche quel poco traffico veicolare che saliva al monte non mi disturberà più. In piazza trovo una magnifica fontana dove riempire nuovamente le borracce, inzuppare di acqua fresca lo “scaldacollo” (in realtà è quello estivo in microfibra), il cappellino sotto-casco e affondare entrambe le braccia fino alle ascelle nella vasca. Sono da poco passate le 10.00, ma la salita era completamente scavata nella roccia ed esposta al sole ed il caldo si è fatto sentire. Oggi sarò esposto ai raggi solari fino a sera e l’ultima cosa che voglio è soffrire di un colpo di calore. Riparto, adesso che ho raggiunto i 750m di quota la strada si fa più semplice, l’attraversamento dei paesi di Foppiano, Zanolli e Matassone è caratterizzato da continui saliscendi che fanno guadagnare leggermente quota fino ad un massimo di 850m in 6km, una splendida visuale sul Pian delle Fugazze prima ed un altissimo viadotto mi costringono a fotografie e video.

Da qui scendo leggermente per altri 3km fino a raggiungere la frazione di Aste. Raggiunto il borgo scendo a fondo valle per spostarmi sul versante destro, quello della SS del Pasubio. Risalgo per un chilometro (pendenza 8%) e mi innesto sulla statale ad Anghebeni. Queste citate sono tutte frazioni di un vastissimo comune che copre quasi l’intera valle, il comune di Vallarsa.Pian delle Fugazze da Arlach Per raggiungere il passo mi servono ancora quasi 12km. Dall’altitudine attuale di 590m devo risalire fino ai 1.163m del Pian delle Fugazze. La pendenza media sarebbe dolce meno del 5%, ma la realtà, come è giusto che sia in montagna, è ben diversa. La strada alterna tratti facili in falsopiano e in leggera discesa a rampe con pendenza tra 8% e 14%. Dopo l’ottavo chilometro addirittura un chilometro e mezzo di discesa che fa perdere ben 50m di quota. Io, in realtà, sono concentrato sul paesaggio e sul mantenere una pedalata sempre agile. Così dopo quattro chilometri da Anghebeni mi fermo ad ammirare lo splendido laghetto artificiale di Seccheri e la sovrastante Cima Carega.

All’inizio della discesa dell’ottavo chilometro il panorama cambia, le vette dei monti del Pasubio iniziano a fare capolino tra le aperture del bosco. Quando giungo sotto al Soglio dell’Incudine la fermata è obbligata.

Riprende la salita ed è proprio qui che si fa arcigna, mancano solo due chilometri al passo ed il primo è costantemente in doppia cifra con punta del 14%. Dovrei essere accigliato ed invece sorrido dentro, mi sembrava troppo facile questa salita (mi son forse già dimenticato dei primi 6km al 10% ?!?). L’ultimo chilometro spiana leggermente, la ex-casa cantoniera preannuncia lo scollinamento che arriva di lì a poco.

Manca poco a mezzogiorno ed io decido di pranzare alle Fugazze, tre panini dolci con bresaola vanno giù uno via l’altro. Ce ne era bisogno, lo stomaco iniziava a sentire il vuoto. Un poco di stretching a collo e schiena, un’altra foto inviata a casa e dopo circa un’quarto d’ora sono pronto a ripartire. “Andiamo a vedere ‘sto Pasubio!” La discesa è bella, a tornanti, decisamente più ripido il versante vicentino. Si apre subito davanti a me la conca meravigliosa del Pasubio.

Sarà per i numerosi cartelli marroni (ossario, cimitero di guerra, trincea, casermetta), per i resti di qualche bunker, per le numerose bandiere italiane alle finestre, per gli alti pennoni con il tricolore svolazzante, ma a me viene la pelle d’oca, mi sembra di sentire ancora le urla dei soldati della Grande Guerra e la montagna nella mia mente trasuda sangue, il sangue dei nostri bisnonni che qui combatterono per la nostra patria. Arrivo a Valli del Pasubio e cerco di ripigliarmi da questa rievocazione storica, svolto a destra e prendo la sp “strada per Recoaro”.

Potrei scendere dritto a Vicenza, ma #lapianuranonesiste e quindi risalgo a passo Xon, salita breve circa 6km facili, i primi 3km quasi piatti ben riparati dal bosco, poi i restanti 3km con pendenza 6% molto regolare. Circa al quinto chilometro arrivo nella frazione di Staro, all’inizio del paese un bel fontanone mi attende, riempio entrambe le borracce ed in una aggiungo una busta di sali, inzuppo lo scaldacollo, il cappellino e sciacquo gambe e braccia. C’è una targa vicino alla fontana, raffigurante il crinale dei monti che si vedono dal borgo con tutti i nomi delle cime. Riparto alla ricerca del posto migliore per scattare una foto di quel crinale, arrivo quasi alla fine del paese senza averlo trovato, ma un cartello indicante “Staro Alta” mi obbliga a deviare dalla traccia per qualche centinaio di metri. Finalmente trovo il luogo per la didascalia ed anche un bellissimo murales che rappresenta una truppa alpina!

Ritorno sulla via programmata, oramai sono a passo Xon, da qui altra vista spettacolare sulla Cima Campogrosso.

Scendo a Recoaro, discesa tortuosa con tornati ravvicinati, anche questa mi sembra più ostica, come pendenza, da questo versante. Recoaro si presenta deserta, come è giusto che sia per una cittadina il giorno di Ferragosto, dalla piazza principale scatto un paio di didascalie alla chiesa e riparto.

Ora è tutto un falsopiano in leggera discesa fino a Vicenza, la provinciale è larga, il traffico nullo ed io quando riesco, senza forzare, supero i 50km/h. Sono a Valdagno e la mia traccia, realizzata con Komoot mi manda sulla ciclabile, bellissima anche questa.

Non che avessi problemi a stare sulla provinciale dal momento che era deserta, ma questo mi consente di rimanere sull’argine del torrente Agno e godere di lunghi tratti ombrosi. In uno di questi ne approfitto per una pausa “rubinetto” e per aggiungere alla borraccia mezza piena, mezzo barattolino dell’intruglio che mi ero preparato. Niente di che: tre cucchiai da minestra di caffè solubile, di orzo e di zucchero. Riparto, all’altezza di Brogliano sono costretto, mio malincuore, ad abbandonare la ciclabile per svoltare a destra verso Castelgomberto. Una leggera salita in paese e scendo ad ovest, riparato dal sole, verso Sovizzo e Creazzo. Sono immerso nella campagna vicentina. Non me ne accorgo quasi e svoltando a sinistra mi ritrovo in via Ponte Storto proprio vicino all’enorme rotonda che porta a Vicenza e che ho percorso più volte per lavoro in automobile. Essendo Ferragosto, mi circonda il deserto totale e posso circolare liberamente su questo stradone che normalmente è affollato da autovetture e camion in coda. In poco meno di tre chilometri sono a Vicenza, il navigatore mi guida verso viale Dante Allighieri da dove inizia la salita classica al Monte Berico. In realtà riconosco le strade, le ho fatte l’autunno scorso quando con Marina siamo venuti un fine settimana a festeggiare il nostro anniversario e la domenica siamo saliti in auto al santuario.Monte Berico I chilometri sono già 172km e temo un poco la salita. In realtà la ricordavo più complicata di quello che è. Un chilometro giusto, ma solo gli ultimi 600m con pendenza 8-12%.

Innesto il rapporto più agile e salgo piano piano, il sole dritto in viso cuoce, sono da poco passate le 15.00, l’aria è calda e umida. Arrivo nel piazzale e vedo subito una fontanella, ennesimo rifornimento idrico. Mi dirigo al parapetto per scattare un paio di fotografie a Vicenza dall’alto e ai monti dai quali sono arrivato.

Un panino, un attimo di relax e riparto. Ripasso dalla fontanella e rabbocco la borraccia che era già vuota per metà. Percorro il crinale dei monti Berici, passo da Arcugnano e salgo fino a Perarolo, un dolce saliscendi il cui tratto più duro misura circa 1,5km ad una pendenza di 5-6%.Perarolo Prima di arrivare nella frazione di Perarolo mi concedo una deviazione a sinistra per scattare una fotografia panoramica sulla conca formata dai Berici in cui è racchiuso il lago di Fimon. Inizia la discesa dai circa 260m di altitudine e questa è stata veramente l’ultima salita di giornata.

A metà discesa l’Incompiuta, quello che doveva essere il nuovo Duomo di Brendola i cui lavori vennero bloccati durante la Seconda Guerra Mondiale senza più ripartire, attira la mia attenzione. Sosta rapida e via seguendo la traccia che ricalca in parte l’itinerario cicloturistico “I1” Vicenza-Soave-Verona. La traccia che ho programmato salta a destra e sinistra dell’autostrada, attraversando i celebri vigneti di Soave. Dopo San Bonifacio piego decisamente verso sud-ovest fino a raggiungere quasi l’argine sinistro dell’Adige, strade di campagna traffico quasi nullo ad eccezione di tre chilometri vicino al casello dell’autostrada. Qui percorro una bretella in cui la sede stradale a destra della riga bianca che delimita la carreggiata degli autoveicoli è più larga di una normale ciclabile! Arrivo sull’argine di un naviglio e svolto a destra puntando dritto verso Verona. Con mia sorpresa mi aspettano un paio di chilometri di strada bianca, ben battuta, con poca ghiaia, la attraverso ad un buon ritmo.

pasu82
Argine dell’Adige

Ritorno sull’asfalto e inizio a cercare una fontanella, l’acqua è nuovamente ai minimi. Qualche chilometro e nell’attraversare il minuscolo borgo di Mambrotta trovo una fontanella nel parco giochi. Fermata un po’ più lunga, riempio, mangio, getto le cartacce nel bidone della spazzatura, bevo e riempio ancora. Sono già a 225km, manca ormai poco a Verona, passo sopra l’autostrada, sotto alla ferrovia ed un cartello mi dice che sono arrivato in città. Sì, ma a San Michele Extra, che vuol dire ancora più di cinque chilometri per piazza Brà. Percorro il lungo viale Unità d’Italia sulla carreggiata. In realtà, sul lato opposto al mio, un marciapiede enorme, almeno otto metri di larghezza, è usato per metà come pista ciclabile ben segnata, anche il mio navigatore mi avrebbe fatto percorrere quella via, ma il traffico ridottissimo mi ha convinto a restare sulla strada.

pasu31
Ponte sull’Adige, Verona

Finalmente il ponte sull’Adige, il centro è ormai vicino, giro attorno alle mura scaligere ed entro in piazza Brà. Sono quasi le 19.00. Eccola AliMat fotografata in primo piano davanti all’Arena!

pasu39
Arena di Verona

Proseguo, castello e ponte Scaligero. Salgo sull’argine per le fotografie di rito. Tutto ciò mi porta a rallentare il passo di marcia, ma si sa gli attraversamenti delle grandi città sono così.

Prendo la ciclabile del sole che parte proprio da Verona in direzione dell’Alto Adige, il sole è proprio in fronte, ma ormai scalda poco, inizia a sentirsi l’umidità della sera soprattutto perché costeggio il naviglio.

pasu83
Ciclabile del Sole (VR-Resia)

A Bussolengo abbandono la ciclabile per dirigere verso le colline moreniche. Prima di uscire dal paese una rapida sosta per svuotare il barattolino di intruglio nella borraccia. La strada risale dolcemente sui clivi ed a Palazzolo mi ritrovo con il sole basso sull’orizzonte che illumina una sottile striscia di acqua, è il basso lago di Garda che dalla modesta altitudine di 250m si riesce appena ad intravedere.

pasu35Lo fotografo, trovo anche una fontana e riempio entrambe le borracce, riparto in direzione colline moreniche. L’aria oramai e fresca e umida ci sono 23°C. Attraverso la statale per Peschiera, ma non la prendo, il giro deve essere completamente su strade poco trafficate. Passo nuovamente sopra l’autostrada, mi fermo ancora per una fotografia prima che il sole scompaia definitivamente dietro l’orizzonte.

pasu44
Tramonto a Oliosi

Svolto per Oliosi, in realtà io vado a Monzambano, ma da qualche chilometro a questa parte nelle indicazioni vedo solo questo nome oltre a Valeggio. La strada è sempre in leggera discesa ed io accelero un poco, voglio passare il ponte sul Mincio prima che sia definitivamente buio in quanto al di là del fiume conosco bene il percorso. Sono da poco passate le otto e mezza di sera quando passo sul Mincio, niente fotografia, ormai è troppo buio. Finalmente posso prendere la strada per Pozzolengo, nuovamente su una gobba lo scenario al crepuscolo mi esorta ad un tentativo di fotografia anche se solo con il telefono. Modalità “Pro” in semi-automatico, ISO 100 (altrimenti nella correzione sgrana troppo), tempo di esposizione 1/2sec e speriamo bene.

Riparto, ormai e buio pesto, ma non sono per nulla preoccupato, i miei due fari anteriori fanno il loro lavoro alla perfezione. Il più forte e con raggio di apertura maggiore illumina dritto, quasi fosse un abbagliante, ad oltre 50m; l’altro punta leggermente in basso e illumina a giorno i 15m più vicini a me. Dietro due fari con superLed e luce di frenata ad accelerometro. Arrivo a Pozzolengo, decido di aggirarlo percorrendo la bretella esterna, credo così di poter fare più veloce. Di tanto in tanto incrocio un’autovettura o qualcuna mi supera, in entrambi i casi rallentano, evidentemente non capiscono che razza di mezzo di trasporto ci sia per la strada.

Meglio così, vuol dire che mi vedono già da lontano. Ancora qualche chilometro nel buio ed i passaggi sopra autostrada e tangenziale sanciscono l’arrivo nell’abitato periferico di Desenzano. Passo sotto il viadotto della ferrovia, mi fa strano percorrere queste strade di sera in bicicletta io che sono abituato a percorrerle in automobile. Alla rotonda prendo a sinistra per l’ospedale, di nuovo fuori dal traffico, nelle colline della bassa Valtenesi in direzione Maguzzano. E’ proprio lì che scattano i 300km sul GPS, caccio un urlo di godimento, ora devo solo cercare di non far succedere pasticci negli ultimi chilometri. La strada scende al lido di Lonato e per un paio di chilometri seguo la statale per Salò, poi svolto a sinistra salgo a Padenghe, ne attraverso il centro, il viale alberato del cimitero e giungo a Soiano, sono quasi le 22.00.

pasu86
Arrivo a Polpenazze!

Ultimo sforzo per risalire in paese e scendere al confine con Polpenazze ed i giochi sono fatti! I numeri dicono 308km, 3.080m dislivello, 13h57’40”, 11 borracce più le sorsate dirette (circa 9 litri) 10 panini al latte imbottiti, 6 barrette energetiche,  4 gel energetici, 1 busta di sali, 1 barattolino di intruglio. Quello che non dicono sono le emozioni di un viaggio da prima dell’alba a notte inoltrata. Un viaggio costituito da paesaggi meravigliosi: la gardesana occidentale scavata nella roccia, la ciclopista a sbalzo di Limone, le ciclabili trentine, i monti del Pasubio. Un viaggio nella storia dell’unità d’Italia dal Pasubio trasudante sangue della Grande Guerra alle colline moreniche terreno delle feroci battaglie della I e II guerra d’Indipendenza contro gli Asburgo. Un viaggio nell’arte della palladiana Vicenza e della scaligera Verona. Soprattutto un viaggio verso una pentola di acqua bollente con più di un etto di pasta che “Moglie” sta preparando per me! E questa è stata la soddisfazione più grande!

Pasubio 300

Dati tecnici su Strava: https://www.strava.com/activities/3918487278

su Komoot: https://www.komoot.it/tour/239893181

Videogallery: https://youtu.be/H4e3xsB_Reg (5min)

Photogallery:

Pedalando sulla neve!

Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.

Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.

vainn01

Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.

Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.

Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.

Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.

vainn26

Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.

Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.

La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.

Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.

Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.

Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.

Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.

I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.

Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.

Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.

Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.

So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!

Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.

Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.

Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.

Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.

Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!

Valvestino innevata

Dettagli su Strava: Cicloturisti!@ Valvestino innevata ❄️❄️❄️🏔️

Videogallery: Video integrale 7’42” (guardatelo, i paesaggi meritano davvero)

Photogallery:

La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

6gal06

Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa. 

Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo.Eremo San Michele Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?

L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.

Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.

Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.

Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico. 

Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male. 

Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse. 

E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!

Forra_Nota_Eremo

Dettagli tecnici Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ StradaDellaForra, PassoNota, StradaDegliEroi, Vesio, Eremo S.Michele, Tignalga

Videogalery: La Forra, Passo Nota, gli Eroi, Eremo (12’30” integrale) Guardatelo merita!

Photogallery:

Andata Gardesana, ritorno creste!

Sabato 20 luglio, finalmente, l’altro ieri sono arrivate anche le ruote “cicciotte” per la AliMat, perché, come detto (AliMat), il progetto prevede che questo telaio possa essere usato anche su strade bianche utilizzando dei cerchi da 27,5”. Ieri lo ho collaudato ed oggi posso inaugurare questi nuovi cerchi DT in alluminio montati dalle sapienti mani di Davide Coato con copertoni da 40mm di larghezza solo leggermente zigrinati e con il nuovissimo pacco pignoni Chorus 12v con il 34 finale. Questo mi consente di utilizzare il rapporto 1:1 come più leggero che unito alla minor circonferenza della ruota (2.055mm contro i 2.135mm delle ruote stradali) mi porta ad avere virtualmente un 34×35,5. Con questa agilità non dovrei aver problemi, fatica a parte, sulle cementate fino al 20%. Alle 5.44 parto in direzione alto lago per un giro che ho in mente da più di un anno. Immancabile passaggio dal lungolago di Salò con sosta fotografica alla suggestiva alba ed alle mie nuove Lake purple custom.

Proseguo veloce verso Maderno (sosta fotografica),

Gargnano e mi infilo nella vecchia ciclabile, nella lunga galleria aperta i graffiti aumentano ed io li immortalo mentre pedalo.

Mi ricongiungo alla SS45bis e scendo lungo la prima galleria che porta al Prà della Fam, raggiungo i 60km/h, con il 50×11 sono abbondantemente sopra le 110rpm, ma, ciò che conta, la bicicletta è estremamente scorrevole e tiene la velocità anche interrompendo la pedalta. Ottime ruote ed i copertoni slick, nonostante la dimensione generosa, gonfiati a 3,5bar scivolano veloci sull’asfalto. Prima prova superata, vedrò poi come si comporteranno sullo sdrucciolo. Uscito dalla galleria svolto a sinistra per Tignale, non sono ancora le 7.30 ed io abbandono la statale, non la utilizzerò più per tutto il giro! Salgo verso Cima Piemp, la giornata è afosa e umida, il cielo è biancastro, mi fermo comunque al Belvedere di Tignale per un paio di fotografie didascaliche.

Risalgo sulla specialissima e attraverso il borgo, inizio la parte più impegnativa della salita (Cima Piemp). Piacevolmente stupito constato che numerosi tratti sono stati riasfaltati di recente. Sotto le mie ruote si alternano segmenti di asfalto vecchio granuloso, di asfalto nuovo e scorrevole e di cemento “pettinato” quelli più arcigni.

Io salgo con calma, senza sforzare troppo, quello che mi attenderà dopo è una novità e voglio avere la gamba il più fresca possibile. Prima delle 9.00 sono a Cima Piemp, la vista è completamente offuscata dall’afa, si fatica a vedere persino Tignale più sotto di cinquecento metri. Mi fermo, mangio un paio di barrette, bevo e scatto qualche istantanea.

Sono pronto per lo sterrato, decisamente eccitato per il nuovo percorso ed anche un poco timoroso per la mia scarsa capacità di guida sullo sdrucciolo. La strada è quella che collega Cima Piemp alla Costa di Gargnano attraversando passo d’Ere (1.130m) e bocca Paolone, strada una volta percorribile anche in automobile, ma ormai interdetta al traffico veicolare tranne che per i frontisti. In principio la carreggiata è molto ben battuta e pianeggiante, facile da percorrere.

Dopo un paio di chilometri la piazzola di atterraggio per l’eliambulanza ricavata su una curva a gomito mi costringe ad una sosta fotografica.

Riparto sulla destra la montagna presenta dei fori di gallerie risalenti alla prima guerra mondiale, dopo averne oltrepassati alcuni decido di fermarmi e di entrare per una ripresa utilizzando come torcia il fanale della bicicletta.

Sono gasato, il giro mi sta regalando ancor di più rispetto alle mie aspettative, che erano già alte. Poter percorrere strade nuove con la mia bici da strada riadattata a ghiaiosa è fantastico!

Riparto e dopo il terzo chilometro di sterrato la strada si inerpica di fronte a me, il terreno diventa molto sconnesso con la presenza di numerosi grossi sassi su cui la mia ruota anteriore tende ad impuntarsi. Prima di scendere alla velocità limite di equilibrio sgancio il pedale e decido di proseguire a piede per un piccolo tratto. Succede ancora due volte, sempre per brevi tratti prima di oltrepassare cima delle Carbonere (1.180m altitudine max) ed iniziare la discesa a passo d’Ere.

In un chilometro circa scendo poco più di 100m con un paio di stretti e sdrucciolevoli tornanti (pendenza sopra il 12%) che mettono a dura prova le mie scarse capacità e la geometria prettamente “corsaiola” della mia bicicletta. Dall’incrocio di passo d’Ere si diparte anche la strada per passo Scarpapè che porta ai piani di Rest, ne percorro una ventina di metri per capire com’è.

Ritornato sui miei passi riprendo la strada per Costa, ora per un paio di chilometri la discesa è meno ripida all’interno del bosco e con fondo migliore ed io riesco a gustarmela meglio. Torno nuovamente su sterrato mosso e con pendenza sopra a 10% nell ultimo tratto che mi conduce nuovamente verso l’asfalto.

Un altro chilometro circa e sono a bocca Paolone dove è posto un altro bivio con una strada sterrata che conduce alle malghe di Droane. Io, invece, proseguo su asfalto. Giunto a Costa mi fermo a riempire le borracce, ormai vuote, alla fontana del borgo. Mangio e riparto, mi attende un po’ di comodo asfalto, anche se di traffico per arrivare a Navazzo so già che non ne troverò. Il cielo si è tinto un poco di azzurro e le fotografie vengono un pochino meglio.

A Navazzo lascio la provinciale che sale in Valvestino per svoltare a sinistra nella zona industriale, scavallo cima Mezzane e scendo lungo la cementata che porta dritta a Gaino. Sapevo dell’esistenza di questa strada e sapevo anche delle sue pendenze assurde, per questo non l’avevo mai percorsa con la bicicletta da corsa nonostante fosse tutta cementata ed asfaltata. Oggi con gomme da 40mm gonfie a 2.5atm e freni a disco ho sicuramente un mezzo molto più idoneo ad affrontare questo chilometro in discesa con pendenza costantemente attorno al 20% e soprattutto con ripetuti passaggi sui terribili scoli d’acqua trasversali. Anche questa prova è superata egregiamente da AliMat. Oltrepasso Gaino e scendo in quel di Toscolano, ma quando sono a meno di venti metri dalla Gardesana svolto a destra sul vecchio ponte di pietra, scavalco il torrente e risalgo verso Maclino. Poco più di due chilometri di salita con pendenze tranquille e sono nell’abitato, seguo a sinistra per via per Bezzuglio.

Subito la strada diventa sterrata con le due strisce di terra tipiche delle vie di campagna, scendo fino a guadare il torrente valle di Bornico ed inizio a risalire verso Bezzuglio, come mi era stato detto mi trovo di fronte un’altra cementata terribile; solo un centinaio di metri, ma stavolta la pendenza è del 25%, la gomma tiene, il 34 posteriore mi aiuta ed io salgo. Dopo i primi cento metri mi accorgo che davanti a me la strada sta per divenire nuovamente sterrata, mi affretto a sganciare il pedale e salgo a spinta. Non ci sono alternative per affrontare quella pendenza su sterrato con i miei rapporti. Anche il primo tratto di discesa è particolarmente ripido e pieno di sterpaglie e mi