Cima Rest da Passo Scarpapè

Domenica 18 agosto, sono da poco passate le sei del mattino quando cavalco la mia AliMat per una nuova escursione sulle strade ghiaiose dell’alto lago. Subito lo spettacolo della luna che appare come una lampadina in alto nel cielo mi mette di ottimo umore.

Mi dirigo con una certa rapidità verso Gargnano, la temperatura, a quest’ora, è ottima  anche nel torrido Ferragosto. Inizio a salire verso Navazzo, il sole è ancora nascosto dietro il monte Baldo anche se la sua luce rischiara ampiamente tutto il paesaggio. La luna sta calando, ma prima di scomparire definitivamente mi concede un ultimo regalo all’uscita di uno dei tanti tornanti della salita: io, lei ed il monte Castello.

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Arrivo a Navazzo dopo poco più di 1’30” di pedalata. Oggi, per me, la salita è ancora lunga, svolto a destra e prendo per Costa di Gargnano, mi aspettano ancora dieci chilometri tra salita e qualche breve discesa. Appena lascio il versante che si affaccia sul lago per entrare nelle valli l’aria si rinfresca, 14°C la minima. Sono le otto e mezza quando, alla fontana prima di Costa, mi fermo per riempire le borracce e mangiare un poco. Sto per entrare nel vivo del giro odierno, mi attende la salita a Bocca Paolone (947m) e Passo della Colomba (1.109). La prima parte della salita è tutta asfaltata (2,5km) ed è anche relativamente facile (8% – 12%), dall’ultimo chilometro inizia lo sterrato, la pendenza resta sopra il 10% con dossi a 15%.

Io fatico, stamattina la gamba non gira come dovrebbe e sui dossi molto sconnessi faccio molta fatica, sul più impegnativo sento che anche la bicicletta perde aderenza e per sicurezza scendo e lo oltrepasso a piedi. Sono alla Colomba, ora la strada si muove pressoché piana fino al passo d’Ere (1.131m) immersa nel fresco ed odoroso bosco. Mi passano due biker, ci salutiamo, vanno leggermente più veloce di me, ma fino a quando il fondo è compatto non guadagnano molto. A Passo d’Ere il bivio, a destra si prosegue per Passo Segable e Cima Piemp, che avevo percorso a ritroso solo un mese fa (Andata Gardesana, ritorno creste!), a sinistra prosegue per Passo Scarpapè, la parte nuova del mio itinerario che mi porterà a Cima Rest. Da subito lo scenario si fa incantevole e suggestivo con rocce e pareti scoscese. Presagio di un’altra ottima scelta di percorso. Poco pù avanti la vista si apre su un ampia e vertiginosa parete sovrastante la strada. Uno spettacolo quasi dolomitico, oserei dire, e la strada si perde all’interno di una galleria militare, di pregevole fattura.

Sono letteralmente estasiato, all’uscita della galleria mi devo fermare per scattare anche alcune fotografie di questo luogo (a lungo sono stato indeciso se usare questa come didascalica del giro).

Riparto, raggiungo lo Scarpapè, vedo i due bikers che stanno già affrontando i tornanti del Passo di Puria per raggiungere Cima Rest o il Tombea. Mi fermo al bivio, dovrei salire anch’io, ma non mi sento pimpante e decido di non rischiare, prendo a sinistra la mulattiera che scende a Cadria e poi risalirò a Cima Rest dalla strada. So, per informazioni prese, che questa via è un po’ abbandonata, quindi non escludo di dover farne pezzi a piedi, ma resta il fatto che sarà tutta in discesa. All’inizio il fondo è discreto, dal momento che la mia bici non è una mtb scendo con cautela. Si  intuisce subito che questa strada non viene più utilizzata da mezzi a quattro ruote già da molto tempo in quanto, dove ha potuto, la vegetazione si è mangiata parte della sede stradale.

Il percorso, dal punto di vista paesaggistico, è fantastico: un susseguirsi di entrate ed uscite dal bosco con ampie vedute sulla valle del Droanello. Purtroppo spesso sono costretto a concentrarmi solo sulla guida. Ad un tratto un grosso albero, caduto sicuramente durante la tempesta Vaia di quest’autunno, blocca ancora la strada. Ciò avvalora la tesi che oltre ad escursionisti e ciclisti di qui non passa ormai più nessuno da tempo. Lo scavalco e proseguo. Giungo ad un fitto bosco di alti pini silvestri che creano un’ansa su cui la mulattiera si appoggia con ripida discesa. Fermata fotografica obbligatoria, ma, soprattutto, il soffice letto di aghi che copre tutto il sentiero mi indica che per le mie Gravelking slick da 1’50 questa discesa a 20% non è il massimo e quindi la percorro a piedi per non scivolare direttamente a Cadria “culo a terra”.

Cinquanta metri e sono di nuovo in sella, manca oramai poco ai primi alpeggi, la mulattiera è tornata ad essere una carrareccia, segno che è ancora utilizzata da veicoli a quattro ruote. Attraverso il primo alpeggio e vedo in lontananza il borgo di Cadria.

Per un chilometro e mezzo entro ed esco dalle radure fino a quando mi ritrovo davanti ad una sbarra, così mi spiego come mai il sentiero a monte degli alpeggi è lasciato al suo destino. La oltrepasso ed una parete strapiombante fa da cornice ad uno splendido fontanile, quale luogo migliore per una sosta “merenda di metà mattina”!

Riparto, attraverso Cadria, è strano arrivare da sotto, ritorno su asfalto e risalgo verso Cima Rest, circa tre chilometri e mezzo e sono arrivato, ma oggi è il giorno in cui, per la prima volta, voglio raggiungere il celebre osservatorio astronomico. Quindi proseguo sulla cementata, un’altro chilometro (pendenza media 5% max 19%) con il solito muretto di un centinaio di metri prossimo a 20% di pendenza. Giunto all’osservatorio mi scateno in una sessione fotografica. La giornata sufficientemente limpida, il panorma sul crinale dei monti Tombea e Caplone e gli splendidi e numerosi cespugli di cardi fioriti mi ripagano ampiamente delle fatiche odierne.

È quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e con tutta calma consumo il mio pranzo contemplando i monti della Valvestino. Oggi non ho fretta, ho la giornata per me. Dopo una ventina di minuti circa riparto ed inizio la fase di rientro. Scendo prima verso Magasa  e poi verso il lago di Valvestino. All’altezza del vecchio mulino ad acqua di Turano, ora trasformato in museo degli antichi mestieri (link a VisitValvestino), scendo dalla strada per costeggiare il canale e fermarmi davanti alla costruzione per qualche fotografia.

Nuovamente in sella, costeggio il lago di Valvestino, me lo godo tutto, l’aria oramai è calda, ma non afosa. Oltrepasso la diga ed arrivo alle porte di Navazzo da nord, devio a destra ed entro in zona industriale, scenderò dal famoso “sentiero delle Camerate” una carrareccia ghiaiosa, cementata solo laddove la pendenza si attesta attorno a 20%. In questo modo arrivo dritto nella valle del torrente Toscolano, che in questi luoghi scava un vero e proprio canyon. Scendo con cautela, sia perché è la prima volta che la percorro, sia per le ripide e scivolose pendenze.

Anche qui il paesaggio è di sicuro spessore, il monte Pizzoccolo mi sovrasta imperioso e la forra del torrente Toscolano e di una incredibile bellezza. Arrivo alla fine della discesa e mi immetto nella valle delle cartiere. Mi fermo sul vecchio ponte che portava al palazzo Archesane ed alla valle di Campiglio per uno shoot fotografico. Sotto di me, vacanzieri in costume si rinfrescano nelle gelide acque del torrente che qui forma una grande ansa con piccole spiaggette ghiaiose. In questa forra la temperatura all’ombra è ancora di 25°C nonostante sia già l’una passata.

Sono sceso fino a 250m s.l.m. ed ora devo risalire un po’ per arrivare al borgo di Gaino, da dove riprende la strada asfaltata. Un pizzico di tristezza mi pervade nel lasciare lo sterrato, la parte migliore del giro è alle mie spalle. Davanti ho ancora la splendida discesa con vista lago dalla balconata di questa frazione e poi la gardesana. Sono le  due del pomeriggio quando attraverso Salò, la mia città, brulicante di turisti e bagnanti. Oltrepasso le Rive, inizio a salire le Zette, guardo il lago, il golfo e mi scatto un “selfie on-action”.

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Un degno suggello per questo fantastico nuovo itinerario percorso in virtù delle ruote cicciotte (⇔:115km — τ:6h46min — ⇑: 2.536m — T:14°C/35°C).

Grazie AliMat!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Bocca Paolone, Passo Scarpapè, Cadria, Cima Rest, Lago Valvestino, Camerate

Videogallery: Video YouTube con commenti (5’33”)

Video YouTube versione integrale (7’23”)

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Pedalando sulla neve!

Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.

Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.

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Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.

Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.

Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.

Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.

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Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.

Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.

La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.

Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.

Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.

Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.

Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.

I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.

Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.

Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.

Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.

So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!

Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.

Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.

Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.

Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.

Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!

Valvestino innevata

Dettagli su Strava: Cicloturisti!@ Valvestino innevata ❄️❄️❄️🏔️

Videogallery: Video integrale 7’42” (guardatelo, i paesaggi meritano davvero)

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Ex-Base NATO (Dosso dei Galli)

Era il 7 ottobre del 2017 quando, esaltati dalla scalata al radiofaro del monte Lesima, decidemmo di salire ai radar della ex-base NATO in vetta al Dosso dei Galli. Purtroppo causa una partita di softair l’accesso all’ultimo tratto era interdetto per motivi di sicurezza. Da allora ho questo tarlo nella mia testa: devo salire ai ripetitori! Sono le 05:16 di mattina del 27 ottobre, a distanza di due anni riparto verso l’alta val Trompia. Oggi c’è il cambio dell’ora, ed è per questo, che sfruttando l’ora in aggiunta di sonno, riesco a partire così presto. Le luci della notte mi accompagnano lungo la risalita della valle, anche il solito vento contrario di termica, purtroppo, si prende cura di me. Salgo lentamente, la temperatura, appena esco di città, scende a 7°C, l’umidità è sopra il 90%, la  pioggia dei giorni scorsi ha inzuppato la valle ed il fiume Mella scorre vivace nel suo alveo. Dopo 25km oltrepasso il paese di Tavernole e la valle si stringe ulteriormente. Queste sono zone dove, nei mesi freddi, il sole si vede per poche ore o per nulla affatto. Io lo percepisco dall’umidità che penetra lo strato antivento del mio “smanicato”. Dovendo fare 60km di salita e sapendo che al ritorno le temperature saranno molto più miti (sopra i 20°C) sono coperto il giusto, ma non troppo. Devo, quindi, mantenere sempre un discreto passo per tenere il battito almeno sopra le 115 pulsazioni per riscaldarmi. Poco prima di Bovegno la valle si apre per un paio di chilometri. Manca un quarto alle sette, la luce dell’alba inizia a rischiarare il cielo facendo intravedere una splendida giornata. nato35Io mi fermo un attimo e fotografo, i campi davanti a me sono zuppi come se avesse appena smesso di piovere, in realtà è semplice rugiada. Dopo Bovegno la strada si stringe ancora diventando quasi una forra, qui il sole, in inverno, non si vede mai, all’altezza della vecchia miniera Tassara, ora trasformata in miniera avventura, raggiungo la temperatura minima di 4°C! Subito dopo il torrente che si getta da destra nel Mella  forma una cascata di una cinquantina di metri ed è ricolmo d’acqua. Mai l’avevo visto così ed il suo fragore rompe il silenzio di queste prime ore del mattino. Vorrei fermarmi, ma fa troppo freddo per una sosta fotografica dai tempi di esposizione lunghi e con il piccolo “octopussy” come cavalletto per rendere l’idea del flusso d’acqua.

Arrivato a Collio, inizio a rivedere la luce del sole che riscalda le vette dei monti Dasdana e Colombine. Oltrepasso il paese e mi dirigo nella frazione successiva di San Colombano, ultimo centro abitato della valle. Uscendo dal paese la prima e graditissima sorpresa: in poche centinaia di metri passo da 5°C a 11°C ed il tasso di umidità si dimezza!

Praticamente mi sembra di essere uscito dal fondo di una ghiacciaia. Adesso il limite dell’ombra si è ulteriormente abbassato, dopo cinque chilometri dall’inizio della salita dura si trova una piccola prateria con qualche cascina e lì sorge un fontanile a cui siamo usi sostare per rabboccare le borracce. Oggi per me sarà la prima vera sosta, il sole lo sta per baciare ed io tolgo i guanti pesanti per mettere quelli leggeri senza membrana antivento.

Mangio una barretta e mi riscaldo un poco le mani prima di ripartire. Altri cinque chilometri mi separano dal bivio per passo Maniva, il paesaggio è meraviglioso, i colori autunnali sono messi in risalto dalla luce del sole ancora basso sull’orizzonte, il cielo è turchese e completamente sgombro da qualsivoglia nembo. Io gongolo ed ho l’acquolina in bocca all’idea di salire fin su ai quasi 2.200m dei radar.

Tuttavia le mie gambe mi riportano alla realtà, ho già innestato il pignone più agile (34×32), ma i muscoli fanno fatica a carburare. Ormai lo so, il freddo e soprattutto l’umidità non vanno per nulla d’accordo con il mio fisico. Decido di assecondare il mio corpo e salgo come si suol dire “di conserva”. Passato il bivio del passo Maniva (1.626m) la strada si fa ancor più spettacolare, la vegetazione scompare completamente, queste sono le creste più alte (1.700m – 2.220m) nell’arco di parecchie decine di chilometri e sono abitualmente spazzate da forti venti.

Oltrepasso il rifugio Bonardi e dopo due tornanti mi ritrovo per la prima volta sul crinale a più di 1.700m, stranamente c’è solo una leggera brezza e neanche tanto fredda, la temperatura, complice il forte irraggiamento solare è salita a 14°C, la vista ora è spettacolare verso nord, le cime alpine sono già innevate, anche se una leggerissima foschia le ovatta un poco. “E mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, ed il suon di lei…” Infinito! Questa è la sensazione da quassù alle otto e mezza del mattino, con nessuno intorno, solo, qua e là, qualche sparo lontano di cacciatori. Nonostante la fatica, la pendenza in questi chilometri finali spesso è in doppia cifra, è sempre di una straordinaria bellezza questa scalata. 

Oltrepasso il pozzone, giungo al tornante da cui si dipana il sentiero per le magiche “sette crocette”, da qui si inizia a distinguere il lago di Garda sull’orizzonte di levante, oggi ancora un poco offuscato “dal controluce” del sole ancora basso.

Le fotografie le lascio per dopo. Il ritorno, per motivi di tempo, dovrà essere ancora da questa strada. La fatica si fa sentire, più che fatica però direi proprio incapacità di accelerare. Nonostante il sole mi stia già scaldando da più di un’ora il mio ritmo di pedalata non accenna a migliorare. Poco male, l’obiettivo sono i radar, non in quanto tempo ci arrivo. Ancora un paio di chilometri e sono sul tornante del Dasdanino, ora i ripetitori sono lì di fronte, enormi, immensi, ma meno inquietanti di altre volte, la splendida giornata e la mancanza di vento li addolcisce un po’. Poche centinaia di metri ed arrivo in quello che considero il punto più spettacolare di tutto il giro, la stretta sella che dopo il goletto di Ravenola (2.071m) scende e risale verso il Dosso dei Galli. In questo punto il crinale si assottiglia a non più di dieci metri di larghezza per un centinaio di lunghezza, con pendii scoscesi da entrambi i fianchi. Alla mia sinistra i laghetti di Ravenola, alla mia destra il laghetto di Dasdana entrambi duecento metri di quota più in basso.

Mi vengono in mente le selle delle equazioni differenziali di secondo grado, per variazioni infinitesime dalla posizione di equilibrio una pallina potrebbe scivolare a destra e raggiungere il lago d’Idro oppure a sinistra e tramite il fiume Oglio nuotare nel lago d’Iseo. Questo è lo spartiacque tra val Camonica e val Sabbia. Ed io sono tutto suonato ad avere certi pensieri di fronte a tanta meraviglia. Ma non è forse vero che la matematica ricerca dimostrazioni semplici ed eleganti ai problemi e che le giuste proporzioni rendono piacevoli ed armonici i dipinti e le sculture del nostro rinascimento? Ma questa è un’altra storia… Ora sono sotto ai radar, ritorno in ombra per circa duecento metri e subito l’aria si fa più frizzante.

Una sosta fotografica e riparto, il passo è conquistato, il cancello ormai abbandonato è aperto e io posso, finalmente, salire alla vecchia base Nato! Sono solo ottocento metri con pendenza media di 10%, ma con rettilinei a 15%!

“Stairway to heaven” suonavano i Led Zeppelin nel 1971 e questo salire con solo l’intensità dell’azzurro cielo sopra di me non può che farmi risuonare questa melodia nella mia mente.

Arrivo, entro nel piazzale appoggio la bicicletta ad uno dei due giganteschi paraboloidi ed inizio il mio giro fotografico. Oggi il meteo è stato più che clemente, tira pochissimo vento, la temperatura all’ombra è di 10°C, ma al sole se ne percepiscono già quasi 20°C, io inizio a scattare istantanee, vorrei restare per ore in questo luogo solitario da cui sembra di dominare gran parte della terra, ma il tempo è tiranno.

Mi sposto sul versante che guarda ad est verso la val Sabbia, mangio un paio di barrette, scatto ancora fotografie, contemplo il passo Maniva, laggiù, seicento metri più in basso, sembra lontanissimo, eppure un’ora fa ero lì. Indosso lo spolverino, cambio i guanti e rimetto quelli con l’antivento, mi aspetta una lunga discesa, più di venti chilometri solo per arrivare a Collio.

Sono quasi le dieci del mattino quando riparto, ma devo fermarmi a scattare le fotografie in quei posti che all’andata mi ero segnato.

In questo modo la discesa fino a passo Maniva si rallenta ulteriormente, arrivo al fontanile di questa mattina all’alba, rifornimento idrico, tolgo la mantellina. Sarà l’ultima sosta prima di casa, sono in ritardo sui tempi che avevo previsto. Mando un messaggio a casa: “10.38 sono ancora sopra San Colombano, arrivo dopo le 12.00.”

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Riparto la fortuna vuole che passato Collio, non ci sia vento contrario, io continuo a scendere, senza spingere, stando tra i 45/55kmh, oltrepasso la cascata della miniera e mi dispiaccio di non potermi fermare. Niente vento, solo un po’ freddo dato che nel tratto in ombra sono tornato a 6°C, ma so già che da Bovegno in poi ci sarà un bel tepore. Così è, fortunatamente ancora niente vento ed io scendo a 50km/h. Passo Tavernole, Brozzo, Marcheno, niente vento meglio così! Dopo Marcheno nel lungo rettilineo che conduce ad Inzino arriva la termica, mi ha graziato fin troppo oggi, nonostante la discesa ora fatico a restare sopra i 40km/h, ma oramai gambe e corpo sono caldi e tutto quello che non ho dato prima lo dò adesso. Il traffico è relativamente scarso, per cui, contrariamente alle mie abitudini, decido di restare sulla ex-statale e spingere fino a casa come in una crono. Ore 11.50 sono davanti al portone, quasi 50km a 40km/h.  E quando mi ricapita?!?

Missione compiuta, Base NATO conquistata!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Ex-Base NATO (Dosso dei Galli)

Videogallery: video integrale

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La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

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Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa. 

Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo.Eremo San Michele Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?

L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.

Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.

Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.

Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico. 

Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male. 

Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse. 

E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!

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Dettagli tecnici Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ StradaDellaForra, PassoNota, StradaDegliEroi, Vesio, Eremo S.Michele, Tignalga

Videogalery: La Forra, Passo Nota, gli Eroi, Eremo (12’30” integrale) Guardatelo merita!

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Andata Gardesana, ritorno creste!

Sabato 20 luglio, finalmente, l’altro ieri sono arrivate anche le ruote “cicciotte” per la AliMat, perché, come detto (AliMat), il progetto prevede che questo telaio possa essere usato anche su strade bianche utilizzando dei cerchi da 27,5”. Ieri lo ho collaudato ed oggi posso inaugurare questi nuovi cerchi DT in alluminio montati dalle sapienti mani di Davide Coato con copertoni da 40mm di larghezza solo leggermente zigrinati e con il nuovissimo pacco pignoni Chorus 12v con il 34 finale. Questo mi consente di utilizzare il rapporto 1:1 come più leggero che unito alla minor circonferenza della ruota (2.055mm contro i 2.135mm delle ruote stradali) mi porta ad avere virtualmente un 34×35,5. Con questa agilità non dovrei aver problemi, fatica a parte, sulle cementate fino al 20%. Alle 5.44 parto in direzione alto lago per un giro che ho in mente da più di un anno. Immancabile passaggio dal lungolago di Salò con sosta fotografica alla suggestiva alba ed alle mie nuove Lake purple custom.

Proseguo veloce verso Maderno (sosta fotografica),

Gargnano e mi infilo nella vecchia ciclabile, nella lunga galleria aperta i graffiti aumentano ed io li immortalo mentre pedalo.

Mi ricongiungo alla SS45bis e scendo lungo la prima galleria che porta al Prà della Fam, raggiungo i 60km/h, con il 50×11 sono abbondantemente sopra le 110rpm, ma, ciò che conta, la bicicletta è estremamente scorrevole e tiene la velocità anche interrompendo la pedalta. Ottime ruote ed i copertoni slick, nonostante la dimensione generosa, gonfiati a 3,5bar scivolano veloci sull’asfalto. Prima prova superata, vedrò poi come si comporteranno sullo sdrucciolo. Uscito dalla galleria svolto a sinistra per Tignale, non sono ancora le 7.30 ed io abbandono la statale, non la utilizzerò più per tutto il giro! Salgo verso Cima Piemp, la giornata è afosa e umida, il cielo è biancastro, mi fermo comunque al Belvedere di Tignale per un paio di fotografie didascaliche.

Risalgo sulla specialissima e attraverso il borgo, inizio la parte più impegnativa della salita (Cima Piemp). Piacevolmente stupito constato che numerosi tratti sono stati riasfaltati di recente. Sotto le mie ruote si alternano segmenti di asfalto vecchio granuloso, di asfalto nuovo e scorrevole e di cemento “pettinato” quelli più arcigni.

Io salgo con calma, senza sforzare troppo, quello che mi attenderà dopo è una novità e voglio avere la gamba il più fresca possibile. Prima delle 9.00 sono a Cima Piemp, la vista è completamente offuscata dall’afa, si fatica a vedere persino Tignale più sotto di cinquecento metri. Mi fermo, mangio un paio di barrette, bevo e scatto qualche istantanea.

Sono pronto per lo sterrato, decisamente eccitato per il nuovo percorso ed anche un poco timoroso per la mia scarsa capacità di guida sullo sdrucciolo. La strada è quella che collega Cima Piemp alla Costa di Gargnano attraversando passo d’Ere (1.130m) e bocca Paolone, strada una volta percorribile anche in automobile, ma ormai interdetta al traffico veicolare tranne che per i frontisti. In principio la carreggiata è molto ben battuta e pianeggiante, facile da percorrere.

Dopo un paio di chilometri la piazzola di atterraggio per l’eliambulanza ricavata su una curva a gomito mi costringe ad una sosta fotografica.

Riparto sulla destra la montagna presenta dei fori di gallerie risalenti alla prima guerra mondiale, dopo averne oltrepassati alcuni decido di fermarmi e di entrare per una ripresa utilizzando come torcia il fanale della bicicletta.

Sono gasato, il giro mi sta regalando ancor di più rispetto alle mie aspettative, che erano già alte. Poter percorrere strade nuove con la mia bici da strada riadattata a ghiaiosa è fantastico!

Riparto e dopo il terzo chilometro di sterrato la strada si inerpica di fronte a me, il terreno diventa molto sconnesso con la presenza di numerosi grossi sassi su cui la mia ruota anteriore tende ad impuntarsi. Prima di scendere alla velocità limite di equilibrio sgancio il pedale e decido di proseguire a piede per un piccolo tratto. Succede ancora due volte, sempre per brevi tratti prima di oltrepassare cima delle Carbonere (1.180m altitudine max) ed iniziare la discesa a passo d’Ere.

In un chilometro circa scendo poco più di 100m con un paio di stretti e sdrucciolevoli tornanti (pendenza sopra il 12%) che mettono a dura prova le mie scarse capacità e la geometria prettamente “corsaiola” della mia bicicletta. Dall’incrocio di passo d’Ere si diparte anche la strada per passo Scarpapè che porta ai piani di Rest, ne percorro una ventina di metri per capire com’è.

Ritornato sui miei passi riprendo la strada per Costa, ora per un paio di chilometri la discesa è meno ripida all’interno del bosco e con fondo migliore ed io riesco a gustarmela meglio. Torno nuovamente su sterrato mosso e con pendenza sopra a 10% nell ultimo tratto che mi conduce nuovamente verso l’asfalto.

Un altro chilometro circa e sono a bocca Paolone dove è posto un altro bivio con una strada sterrata che conduce alle malghe di Droane. Io, invece, proseguo su asfalto. Giunto a Costa mi fermo a riempire le borracce, ormai vuote, alla fontana del borgo. Mangio e riparto, mi attende un po’ di comodo asfalto, anche se di traffico per arrivare a Navazzo so già che non ne troverò. Il cielo si è tinto un poco di azzurro e le fotografie vengono un pochino meglio.

A Navazzo lascio la provinciale che sale in Valvestino per svoltare a sinistra nella zona industriale, scavallo cima Mezzane e scendo lungo la cementata che porta dritta a Gaino. Sapevo dell’esistenza di questa strada e sapevo anche delle sue pendenze assurde, per questo non l’avevo mai percorsa con la bicicletta da corsa nonostante fosse tutta cementata ed asfaltata. Oggi con gomme da 40mm gonfie a 2.5atm e freni a disco ho sicuramente un mezzo molto più idoneo ad affrontare questo chilometro in discesa con pendenza costantemente attorno al 20% e soprattutto con ripetuti passaggi sui terribili scoli d’acqua trasversali. Anche questa prova è superata egregiamente da AliMat. Oltrepasso Gaino e scendo in quel di Toscolano, ma quando sono a meno di venti metri dalla Gardesana svolto a destra sul vecchio ponte di pietra, scavalco il torrente e risalgo verso Maclino. Poco più di due chilometri di salita con pendenze tranquille e sono nell’abitato, seguo a sinistra per via per Bezzuglio.

Subito la strada diventa sterrata con le due strisce di terra tipiche delle vie di campagna, scendo fino a guadare il torrente valle di Bornico ed inizio a risalire verso Bezzuglio, come mi era stato detto mi trovo di fronte un’altra cementata terribile; solo un centinaio di metri, ma stavolta la pendenza è del 25%, la gomma tiene, il 34 posteriore mi aiuta ed io salgo. Dopo i primi cento metri mi accorgo che davanti a me la strada sta per divenire nuovamente sterrata, mi affretto a sganciare il pedale e salgo a spinta. Non ci sono alternative per affrontare quella pendenza su sterrato con i miei rapporti. Anche il primo tratto di discesa è particolarmente ripido e pieno di sterpaglie e mi costringe ad un altro tratto a piedi, la strada torna nuovamente cementata ed io rimonto in sella ed entro nel borgo di Bezzuglio.

Lo adoro, piccolissimo, tutte case di mattoni a vista ed ognuna con una bellissima bouganville fiorita che sale fin sopra i tetti. All’uscita dal paese scelgo la strada più facile per arrivare a San Michele, cioè quella che passa per Tresnico.

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È quasi mezzogiorno quando arrivo in cima. Mi fermo alla fontanella e faccio la mia pausa pranzo. Dopo un’quarto d’ora riparto alla volta di Serniga, sfortunatamente i lavori sul ponte del torrente Barbarano (perennemente asciutto tranne che durante le forti piogge) non sono ancora ultimati come avrebbero dovuto e la strada è completamente bloccata. Neanche in bicicletta si riesce a scavalcare. Di tornare indietro fino a Gardone sopra non se parla proprio, per cui risalgo una sterrata che partendo dal ponte costeggia la riva destra fino a trovare un sentiero che scende nel letto del fiume. Bici a spalle e ritorno verso il ponte tra i grossi massi del secco alveo. So che sulla sponda sinistra, ora alla mia destra, c’è un azienda agricola, presumo che anche da lì ci sarà un sentiero che scende fino al torrente. Infatti dopo un centinaio di metri scorgo le sagome colorate di una decina di arnie, risalgo nel prato e tramite la strada sterrata ritorno sulla comunale per Serniga. Oltrepasso il Conventino, oggi la vista sul lago non è un granché, giungo al bivio per la discesa, ma la vocina nella mia testa mi esorta ad un fuori programma e così in poco meno di dieci minuti mi ritrovo di fronte alla chiesetta di San Bartolomeo che domina il golfo della mia Salò. Qualche foto di rito, una barretta e scendo verso la mia città natale.

Giunto in centro decido di completare il ritorno sfruttando la ciclabile di Campoverde-Villa che mi conduce all’innesto con la ciclabile della Valtenesi.

Per la verità il tratto che da Villa sale ai laghi di Sovenigo è promiscuo con i veicoli a motore, anche se ad ogni mio passaggio non ne ho mai incontrati più di due; inoltre la pendenza iniziale intorno a 15% e i successivi tratti sopra a 10% la fanno sconsigliare a tutti coloro che non hanno un minimo di allenamento. Raggiunti i laghetti decido di proseguire sulla ciclabile, da qui verso Polpenazze in alcuni tratti è molto sporca e piena di sabbia tracimata sull’asfalto durante gli ultimi temporali, ma oggi ho le gomme “cicciotte” e vado tranquillo. A Mura di Puegnago, distrattamente manco una svolta a destra e rientro sulla provinciale, ma decido di riprendere la ciclabile prima di Polpenazze, proseguo in direzione di Castelletto, l’obiettivo è di scendere direttamente all’incrocio con il residence dei miei suoceri attraverso via Rero e Via Capra.

Sono entrambe sterrate, ma soprattutto vengono ormai utilizzate solo dai trattori dei contadini, per cui in alcune parti sono praticamente inesistenti. Riesco a farle in sella semplicemente perché sono in discesa, ma rischio più volte di perdere l’equilibrio a causa di grossi massi dispersi sulle due scie di terra. Arrivo. Missione compiuta, dall’incrocio per Tignale in poi non sono più rientrato sulla statale o su strade trafficate. Ottantatre chilometri stupendi attraversando i luoghi della Grande Guerra, percorrendo cementate dalle pendenze impossibili, guadando torrenti in secca, e camminando, laddove era necessario, grazie alle mie nuove Lake con battistrada in gomma da mtb, ma con suola interna in carbonio che mi ha garantito la rigidità di una scarpa da corsa quando c’era da spingere. AliMat, cosa dire di lei? Prova superata a pieni voti ed ora pronti per un nuovo itinerario ghiaioso sulle sterrate della Grande Guerra dell’alto lago!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Cima Piemp, Passo d’Ere, Costa, Maclino, Bezzuglio, S.Michele, S.Bartolomeo, Laghi Sovenigo

Videogallery: Andata in Gardesana, ritorno da Cima Piemp sulle creste (video integrale 6min circa)

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MOGLIE è tornata!

Moglie è tornata! Sì, dopo alcuni anni di inattività il primo telaio realizzatomi da Michele (FM-bikes) è stato ri-assemblato. Correva l’anno 2005, mentre nascevano i primi social network in rete, Michele fasciava i fogli di carbonio che avrebbero dato alla luce la mia prima bicicletta non in metallo. Dopo più di dieci anni di acciaio, Columbus SLX prima e Zona poi, saltando il tanto temuto alluminio, era il momento di avvicinarsi alla nobile fibra impregnata di resina. Il colore era già scritto, come sempre una gradazione di viola. Un favore chiesi all’amico Michele, prima di iniziare i lavori, sul tubo obliquo non doveva esserci il suo marchio bensì la scritta “Moglie”. Lì per lì non fu molto d’accordo, poi Michi capì, ma un comprensibile dubbio lo attanagliava. “Perché Moglie e non Marina?”. Mi sentii in dovere di spiegargli questa stramberia. Tutto ebbe inizio il 10 settembre 1994 quando io e Marina decidemmo di metterci insieme. Fin da subito ella iniziò a chiamarmi “Moroso!” un po’ per gioco, un po’ per affetto. C’è chi usa cucciolo, amore, tesoro, stella, Marina per qualche strano motivo scelse “Moroso”. Piacque molto anche a me ed io stesso lo utilizzai nei suoi confronti. Suscitavamo ilarità nei nostri amici quando ci chiamavamo in siffatta maniera, ma a noi così piaceva. Dopotutto se Marina aveva deciso di stare con me proprio normale non poteva essere neanche lei! Arrivò il momento tanto atteso. Il 6 ottobre 2001 ci sposammo, a Mompiano nella chiesa di Sant’Antonino, la mia parrocchia. Continuavamo a chiamarci “Moroso” e “Morosa” suscitando ancor più ilarità in chi ci ascoltava. Qualche settimana dopo decidemmo di affrontare di petto la situazione. Eravamo cresciuti! Ora eravamo “Marito” e “Moglie”! Non fu difficile abituarsi ad i nuovi appellativi. Persino sui nostri cellulari, se si cerca in rubrica, i rispettivi numeri telefonici si trovano sotto la voce moglie e marito. “Michele ecco perché dovrai scrivere MOGLIE sulla mia bicicletta” – conclusi io – “e dovrai anche scrivere 06/10/01 sul tubo orizzontale vicino alla sella, che è la data di nozze!” Passarono gli anni e MOGLIE mi accompagnava nelle mie scorribande, per me averle dedicato la bicicletta era un poco come averla al mio fianco. Nel 2009 iniziai a lavorare per il distributore italiano delle biciclette Felt, per ragioni commerciali acquistai un telaio Z1 (top di gamma) e smontai i componenti da MOGLIE per montare la Felt. Decisi che sarebbe rimasta lì, in garage, con le sue ruote DT-Swiss RR1450 dai raggi laminati oro 24 carati, un’edizione limitata di soli 300 pezzi che potei acquistare facilmente lavorando per l’allora distributore italiano di DT-Swiss. Dentro di me cullavo il desiderio di poterla rimettere in strada. Ora siamo nel 2019, sono passati altri dieci anni. È stata costruita LINABATISTA con i pochi soldi ereditati dai miei nonni ed a loro è stata dedicata. Sono nati Alice e Matteo, da poche settimane è nata anche ALIMAT la nuova bicicletta tuttofare in acciaio con le loro date di nascita impresse sul tubo orizzontale. Ora è giunto il momento di smontare la Lynskey in titanio per donare lo splendido Campagnolo SuperRecord 11v a MOGLIE. Trovando un po’ di tempo in pausa pranzo o la sera dopo cena, scendo in garage per assemblare il telaio. Finalmente è pronto, ma siamo vicini al week-end e per il giro lungo del sabato è già pronta Alimat.

MOGLIE dovrà attendere ancora qualche giorno per essere collaudata su strada. Ogni volta che monto nuovi pezzi sulle mie biciclette ho sempre il terrore che qualcosa vada storto, che non funzioni a dovere. Eppure, il meccanico ciclista, è stato il mio lavoro per un paio d’anni, ma niente, quando si tratta delle mie specialissime mi sale sempre l’ansia. Lunedì 17 giugno, ore 5.55 del mattino, scendo in garage, attacco le luci (senza ormai non esco neanche di giorno!) e sono pronto per partire. Aziono il cambio, rapporto agile per salire la rampa e sono in strada. Posizione perfetta, mi sembra di non aver cambiato bici da sabato. MOGLIE è leggera rispetto ad Alimat, inoltre ho solo una camera d’aria e due leva-gomme nella borsina sotto-sella ed un solo portaborraccia.

La direzione è quella del giretto di pausa pranzo (il Mog workout), Costalunga, i due strappi di via Valbottesa e via Monte della Valle per poi arrivare al Colle San Giuseppe. La partenza della mia salita preferita è proprio davanti alla chiesa dove mi sono sposato, così, mentre salgo, penso già a come scattare le fotografie per immortalare la rinata MOGLIE. Il telaio viola con le scritte e i raggi dorati sarà un tutt’uno con la cancellata del ristorante Castello Malvezzi riverniciato da poco con inserti anch’essi aurei.

E poi, gli scatti dinnanzi la chiesa di Sant’Antonino, nel viale alberato del sagrato. Il ricordo di quel giorno, dovrà essere l’ennesimo suggello del nostro matrimonio. Io che conduco la mia MOGLIE davanti al portone d’ingresso della chiesa. Io, che sono essenzialmente un fotografo istintivo, per una volta, sto studiando e pregustando tutta la scena.

La salita al “SanGiu” si trasforma in catarsi, ripenso alla felicità delle nozze, ma, soprattutto, alle difficoltà del matrimonio, alla mancanza d’intimità generata dalla creazione dei figli, bene inestimabile di ogni coppia, ma spesso foriero di ulteriori preoccupazioni. Al rischio di una crisi irreparabile. Alla forza, all’intelligenza che ci hanno consentito di parlare a cuore aperto e di ritrovarci con le stesse tristezze e con gli stessi desideri sopiti. Perché come dico sempre all’amico Carlo, se il mio istinto ciclistico mi porta a fare un giro e determinate fotografie è perché dentro di me la storia è già stata scritta. Anche questa volta il mio incedere, nuovamente, a fianco di mia MOGLIE verso la chiesa è una chiara allegoria della mia vita.

Grazie “Moglie” quella che ho sposato il 6 ottobre 2001 e da cui abbiamo ricevuto in dono Alice e Matteo. In saecula saeculorum!

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Coppa Asteria 2019

Sabato 1 giugno 2019, è giornata di Coppa Asteria, dall’articolo II del regolamento: “Coppa Asteria è una coincidenza ciclistica per salitomani, sadici di salite e gente messa mediamente male dalla vita.” organizzata da “La Popolare Ciclistica” in quel di Bergamo. Una manifestazione facente parte del “Trittico” assieme al “Martesana van Vlaanderen” e alla “Muretti Madness”. Oggi è anche il D-Day il giorno in cui finalmente le mie ruote incontreranno quelle del “Randonneur sciopà” Matteo. Incuriosito dallo stile ironico del suo blog in cui racconta il suo peregrinare in bicicletta, ho iniziato a seguirlo sui social ed in breve siamo diventati amici virtuali. Ora, dopo due anni, riusciamo a partecipare ad un evento insieme. Matteo indosserà il completo Mapei da ciclo-nonno (con il quale porterà a termine il Trittico), io la nostra meravigliosa maglia Cicloturisti! Impossibile non vederci. Infatti, appena entro nel parco Edonè, sede dell’evento, vedo Matteo già in coda per la consegna della liberatoria. Corro a salutarlo, ho una sorpresa per lui. Dopo la stretta di mano estraggo dalla tasca posteriore il cap dei Cicloturisti! dicendo: “Questo è per te, so che hai dei dubbi sulla tua partecipazione (qualificazione già fatta) alla Paris-Brest-Paris, ma se andrai, indossalo!” Matteo è sinceramente sorpreso, chissà forse questo berrettino sarà di sprono per quest’ulteriore avventura.

 

Mi metto in coda anch’io, scorgo anche la sagoma di Claudio, uno dei tre bergamaschi con cui avevo condiviso buona parte del BresciaGravel. Sbrigate le procedure burocratiche, firmato il tabellone come quelli veri e attaccato il Garibaldi sulla canna della bicicletta, sono pronto per partire.

 

Con Claudio c’è anche Diego, lì per lì ci guardiamo sapendo entrambi di esserci già conosciuti. Certo! Alla Gravel sul Serio dell’amico Simone dove abbiamo bevuto una birra a fine gita. Io, Claudio e Diego decidiamo di partire, ma non prima di aver bevuto un caffè. Incrocio Matteo con i suoi amici, vuole sapere che fine farà la Lynskey, a lui svelo il segreto. Claudio e Diego mi portano il caffè (a proposito grazie! Nella concitazione della partenza credo di non avervelo detto) e partiamo. Sono quasi le nove del mattino, al primo semaforo rosso ci voltiamo e vediamo che sta sopraggiungendo un folto gruppo capeggiato da alcuni membri della nefasta “Popolare”. Ripartiamo, saremo almeno in sessanta, (dati ufficiali danno per 300 i partenti).

Sant'Alessandro - Coppa Asteria

Iniziamo la salita verso Bergamo Alta, saliamo dai ciottoli di via Sant’Alessandro ed entriamo da porta San Giacomo.

 

Erano anni che non salivo in città alta, in bicicletta è sicuramente più suggestivo. Io e Diego perdiamo di vista Claudio, scendiamo a ovest della città e tramite stradine e ciclabili ci dirigiamo verso la val Brembana, nella quale si svolgerà la quasi totalità del tracciato. A Villa d’Alme attraversiamo il fiume Brembo e ci spostiamo sulla riva di sinistra. Io e Diego intanto chiacchieriamo di biciclette e altro, siamo ancora in tanti, un lungo treno di biciclette. Ad Ubiale il primo vero strappo di questa coppa Asteria, solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetterà. Un chilometro e mezzo di salita con un paio di strappi con pendenza in doppia cifra.

Ubiale - Coppa Asteria

Scendiamo nuovamente sulla provinciale, oltrepassiamo Zogno. Guardo il Gps sono quasi due ore di pedalata, interrogo Diego: “Fame no?” Sì, anche per lui è giunto il momento di sgranocchiare qualcosa, alla prima panchina in ombra sulla ciclabile ci fermiamo.

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Mentre ci rifocilliamo, vedo il completo Mapei avvicinarsi, è Matteo con i suoi, mi saluta e prosegue. Ripartiamo, attraversiamo San Pellegrino Terme. Vedere lo splendore ed i fasti dei primi anni del ‘900 nelle bellissime costruzioni liberty fa sempre piacere, ma mette anche un po’ di nostalgia per i fasti ormai passati.

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Ci siamo! La coppa Asteria entra nel vivo, inizia la prima vera salita che condurrà in località Alino. Sono 3km alla media di 11%, Diego mi abbandona subito consigliandomi di mantenere il mio passo, ci rivedremo in vetta.

Alino - Coppa Asteria

La strada parte subito cattiva, pendenza attorno a 15%, dopo alcune centinaia di metri su un tornante stretto che sembra più un cavatappi, il mio Xplova segna 18%, si prosegue così, dopo un chilometro di salita due tornanti sopra di me intravedo la maglia del ciclononno Mapei. Ecccolo! Sto per raggiungere Matteo. Gli arrivo alle spalle di soppiatto ed urlo nel mio Gps/videocamera suscitando l’ilarità di tutto il gruppo.

 

Proseguo la salita con loro, assieme a Matteo c’è un altro Matteo (Garofalo) e Davide. In vetta, al ristoro idrico, ritrovo Claudio. Una menzione la meritano anche quegli sciagurati della “Popolare” che riempiono pistole d’acqua fanciullesche con vino bianco o rosso per poterci meglio circuire. Comunque, chi voleva, poteva usufruire anche di una fresca fontanella del sindaco. La sosta è lunga, si scherza e si ride, arriva anche Diego, una bella ”revolverata” rossa anche per lui e si riparte.

 

Che giornata! Il cielo è terso, la valle verde e lussureggiante, la compagnia incredibile!

 

Finita la discesa siamo a San Giovanni Bianco, neanche il tempo di rifiatare e siamo nuovamente con la ruota impennata. Seconda erta di giornata, il Portiera, un versante poco conosciuto che porta a Dossena passando accanto alla vecchia miniera di ferro, luogo adibito a ristoro dall’organizzazione della Popolare.

Portiera - Coppa Asteria

Sono 5,15km con pendenza media 11%, a differenza della prima mancano i lunghi tratti al 18%, in compenso non si scende mai sotto 8% di pendenza. All’inizio dell’erta davanti a me Claudio, che aveva preso qualche centinaio di metri di vantaggio nell’attraversamento del centro abitato. Anche per lui stesso servizio che per Matteo, attivo la mia videocamera ed urlo al mio ciclocomputer.

 

Saliamo, io e Matteo Ga. Facciamo meglio conoscenza, nel frattempo i chilometri passano ed entriamo nel bosco. Le video-riprese ed i luoghi incantevoli mi distraggono. Scatto istantanee in bianco e nero, ma non per far concorrenza a Claudio fotografo vero, bensì perché, da pirla, ho sfiorato lo schermo mettendo l’impostazione “monochrome”.

 

Prima della vetta mi ritrovo solo, Matteo Ga. è a qualche centinaio di metri. Inizia lo sterrato, è bello, poche centinaia di metri e mi ritrovo in un enorme spiazzo da cui si ha una splendida vista. Il ristoro è avanti trecento metri, fuori traccia, di fronte alla miniera abbandonata. Il suono sgarbato di un megafono della “Popolare” annuncia l’arrivo al convivio.

 

Un gigantesco paiolo gira la polenta taragna e di fronte numerose griglie cuociono salamelle a volontà. Ci sono 32°C, è circa l’una del pomeriggio ed il sole di giugno finalmente scotta come è giusto che sia. Le condizioni climatiche ideali per questo tipo di integrazione! Comunque poco più avanti ci sono anche albicocche, arance a spicchi e dolci a volontà. Per il bere oltre l’immancabile vino, scopro che “La Popolare” ha un debole per il Cynar che viene offerto a tutti come ottimo digestivo ed integratore. Scatto qualche fotografia ed aspetto l’arrivo dei miei compagni di viaggio.

 

Sosta lunga, arrivano tutti per ultimo Diego che pare già stravolto, da uomo della bassa bresciana ha qualche difficoltà ad allenarsi in salita durante la settimana. Carpisco un suggerimento ad un ragazzo della Popolare e quando decidiamo di partire, bici a spalla, percorriamo un sentiero di una cinquantina di metri che ci porta direttamente sulla traccia senza tornare indietro.

 

Attraversiamo Dossena e iniziamo la discesa, bellissima anche questa, il percorso è proprio di quelli del Mog, su e giù per montagne stupende. Arrivati a San Giovanni Bianco, attraversiamo il vecchio ponte di pietra, qui scatta il temutissimo “momento selfie”.

 

Si riparte, c’è poco da scherzare, quegli infami della Popolare hanno preparato per noi una terza terribile salita, il o la Pianca, ancora 5,55km di erta oltre il 9% di media.

Pianca - Coppa Asteria

Siamo io, i due Matteo e Davide, si ride ancora sulle prime rampe. Matteo mi fa vedere la sua arma segreta.

 

Avvicina il viso al suo Garmin e dice: “Garmin aggiungi 200w di potenza”, accelera, ci stacca di una decina di metri e urla nuovamente: “Garmin stop potenza aggiunta.”, rallenta e ci aspetta. Prosegue così per un chilometro parlando al suo Garmin per prendermi in giro. In realtà, non aveva capito che io devo avvicinarmi ad Xplova quando faccio le riprese perché altrimenti X5evo registra solo il rumore dell’asfalto avendo il microfono posizionato sul retro protetto dalle piogge. In località Capatelli un lungo rettilineo sopra il 15% mi fa ricordare Malga Ciapela, certo lo scenario è diverso, ma la fatica simile. Mi alzo sui pedali e proseguo, anche nelle precedenti salite mi sono alzato di frequente sui pedali e per lunghi tratti per non affaticare troppo la spina dorsale. Ora tutto ciò lo pago. Ad un chilometro dalla cima, l’ennesima pedalata fuori sella, attiva la contrazione di entrambi i quadricipiti, sicuramente anche il primo caldo ha fatto la sua parte. Sta di fatto che sono decisamente a rischio crampi, mi risiedo, mi concentro su una pedalata regolare, arrivo a Brembella, dove il drone della “Popolare” mi attende per le riprese.

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Una freschissima fontana raccoglie attorno a se una ventina di ciclisti “Asteriani”. Mi fermo anch’io bevo, riempio le borracce, scatto qualche fotografia alla valle.

 

Arriva Matteo Gr. mi dice che aspetta gli altri e che, se ho più gamba, faccio meglio a proseguire, ci rivedremo all’arrivo. Gli confesso che ho avuto un inizio di crampi e che preferisco muovermi subito per sciogliere le gambe in discesa. Con calma ritorno a San Giovanni, ora non mi resta che ripercorrere tutta la valle in discesa seguendo la bellissima ciclovia della val Brembana realizzata sul percorso della vecchia ferrovia. Ci sono ancora due piccole asperità da superare. La prima nei dintorni di Zogno porta nella frazione di Stabello. Poco prima di iniziare la salita, mi passa un ragazzo di origini meridionali, ma che, per lavoro, ha vissuto sette anni a Bergamo, conosce un poco la zona e mi descrive il percorso che ci ricondurrà in città. Mi confida anche che non ne può più di salite e che andrà dritto al pasta party senza affrontare per la seconda volta l’erta di città alta. Procediamo insieme, a Clanezzo scendiamo dalla provinciale per attraversare il fiume Brembo sul “Put che bala” (ponte che balla). Ovviamente scatta il “momento selfie”.

 

Mentre risaliamo i gradini dalla parte opposta dell’argine ci raggiunge anche un gruppetto di bikers. Insieme proseguiamo verso Bergamo, entriamo nel Parco dei Colli di Bergamo e tramite delle bellissime ciclabili iniziamo a risalire verso Città alta, attraverso quella che sul mio Garibaldi è segnata come salita di Ramera.

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Sfortunatamente X5evo ha raggiunto il fine corsa della batteria ed io, da pirla, stamattina ho dimenticato il powerbank per i giri lunghi a casa. Non mi perdo d’animo e seguo le orme di chi mi supera, arrivo in città alta. Inizio a scendere, ma mi ero auto-convinto che prima di tornare all’Edonè avrei dovuto attraversare un’altra porta e che doveva essere in cima, così svolto a destra credo in via Sottoripa e risalgo a San Vigilio, ritrovandomi al punto di prima. Estraggo il telefono per impostare su maps un itinerario per l’arrivo. Proprio in quel momento sento urlare da dietro: “Garmin abbiamo ripreso Marco!” ed ancora “Garmin abbiamo superato Marco!” Mi fiondo all’inseguimento e spiego ai tre che sono rimasto senza traccia. Scendiamo insieme verso Bergamo bassa e ci dirigiamo all’arrivo felici e goliardici più che mai. Ultima foto di rito con il mio nuovo amico, non più virtuale.

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Purtroppo, per me, è tardissimo devo tristemente rinunciare al pasta party e rientrare subito a Brescia dove mi attende la mia famiglia e quella di mia sorella venuta da Venezia. Claudio e Diego? Li stanno ancora cercando in mezzo al Parco delle Colline, ma non li troveranno mai, hanno tagliato l’ultima salita, sembra che almeno uno dei due non ne potesse più.

Grazie Claudio, Davide, Diego, Matteo Ga, ma soprattutto Matteo nuovo amico non più virtuale! Purtroppo, grazie anche a “La Popolare” impeccabile in tutto!

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Dettagli tecnici su Strava: Coppa Asteria 2019

Videogallery: Coppa Asteria 2019 (3’12”)

Photogallery:

 

È nata AliMat!

Once upon a time… Nel settembre del 2018 si tenne il festival della bicicletta di Rimini. Il Mog vi partecipò per presenziare allo stand dell’azienda di abbigliamento che rappresentava (GSG Cyclingwear). Girando e curiosando per gli stand si imbattè in Michele, un suo vecchio amico, nonché telaista di fama internazionale. Già perché le FM-bike hanno oltrepassato l’oceano trovando distribuzione negli Stati Uniti con il suo cognome FAVALORO. Subito i due iniziarono un’intensa conversazione su mercato, strategie, scenari futuri per telai e biciclette. Poi, d’improvviso, Michele se ne uscì con un: “Ma perché non ti fai un nuovo telaio in acciaio, visto i percorsi che tracci!” Il Mog replicò: “Ho già il titanio!” – poi aggiunse – “Se mi fai un telaio da strada per disco con i passaggi ruota anche per un 650B X 38 che sia proporzionato ne parliamo. È un’idea che avevo già in mente da un po’; una bici e due coppie di ruote per andare ovunque”. Colpito e affondato! A Michele si illuminarono gli occhi: “Certo che posso farlo!” Passarono i mesi, fretta non ce n’era, i due si vedevano in officina e disquisivano. Quando, alla fine di novembre, il Mog entrò in officina con la sua Lynskey, una forcella Enve disc nuova acquistata da un altro amico Michele (il Bedo di Spaccabici) e un copertone 650B X 40. Il Mog esordì: “Prendi queste misure, io qui ci sto come in poltrona e poi mi allarghi il carro posteriore, ma non oltrepassare i 420mm di lunghezza che deve rimanere principalmente una bici da strada.” Come fosse facile! La risposta di Michele? Vi ricordate Frankenstein junior con Gene Wilder: “SI PUÒ FAAAAARE!” Passarono le festività natalizie e finalmente a febbraio si completò la serie di nove tubi.

Michele dovette, però, partire per gli Stati Uniti per esporre al NAHBS di Sacramento. Fretta non ce n’era. Si arrivò a Pasqua ed i tubi furono tagliati, messi in maschera, saldati e sabbiati. Il telaio c’era, ora bisognava verniciato.

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Ma quale tinta di viola volle cercare il Mog? Nel frattempo il sopracitato aveva sguinzagliato un altro artigiano D.O.P. per le sue due coppie di ruote. Era un altro amico e cliente il celeberrimo e stimatissimo (chiedere Yuri Ragnoli e tutto il Team Scott) Davide Coato di CYP wheels. Mozzi posteriori Powertap con misuratore di potenza, anteriori Bitex, cerchi carbon da 30mm tubeless per la strada e alluminio basso profilo tubeless per la ghiaia, raggi Sapim Cx. Ora era il momento di sollecitare anche lui per la consegna. A metà maggio il telaio ritornò nell’officina di Michele pronto e verniciato. Subito il Mog accorse per vederlo: bello, elegante e fine.

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Iniziò l’assemblaggio con un meraviglioso Campagnolo Record 12v, ma non idraulico. Nella sua follia, il Mog volle le impugnature tradizionali, più confortevoli a detta sua, mah! Fu così che vennero montate delle pinze Juin Tech semi idrauliche, su consiglio di Fabio (NovoBike), cioè con tiraggio a cavo e pompaggio a liquido.

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Sembrava tutto pronto, ma mancavano le ruote per le regolazioni dei cavi. Qualche giorno più tardi, dopo forti pressioni, arrivò il messaggio WhatsApp di Davide, perlomeno le ruote da corsa erano pronte. Il Mog si precipitò in quel di Besozzo (Va) per ultimare il suo mezzo. I due, aiutati dalle sapienti ed esperte mani del papà di Davide, sudarono le proverbiali sette camicie per avere ragione dei Gp5000TL che, incautamente, il Mog aveva scelto di usare. Tornato in quel di Brescia il Mog terminò le regolazioni e si apprestò a nastrare il manubrio, ma, imprevisto finale, il nastro non c’era più in garage. Eppure il Mog era sicuro di averlo! Che fare? Ormai l’ora era tarda, ma di amici sparsi per la Lombardia il Mog ne aveva tanti ed il più vicino era Fabio, (Cicli Gandolfi) in città, a meno di due chilometri. Detto fatto, nastro preso e montato! Ora, dopo nove mesi di gestazione, AliMat era nata!img_20190529_1902112079253080716139699.jpg

Sono le 5,53 di giovedì 30 maggio, quando per la prima volta aggancio la mia scarpa ghiaiosa al nuovo pedale Ritchey da strada, quello che mi consentirà di usare scarpe da MTB per camminare in tutta tranquillità nelle mie escursioni ciclofotografiche. L’emozione c’è non lo nascondo, tanti dubbi, anche. Questi freni ibridi funzioneranno o non avrò abbastanza corsa dalle mie leve Campagnolo? L’assetto sarà quello giusto? Se in discesa non ho fin da subito quel feeling di sicurezza che ebbi con la Lynskey? Il nuovo manubrio ergonomico Cinelli saprà soppiantare la mia curva More 3T che mi accompagna da più di dieci anni (ne ho prese tre senza mai voler cambiare modello)? Mentre penso e mi arrovello sono già sui tornati della panoramica. Obiettivo arrivare a Landscape, il km 6 della Maddalena da cui scatto spesso le foto. In salita AliMat va bene, il cambio preciso e perfino silenzioso per essere un Campagnolo, ma in fondo a me un po’ piaceva quel suo essere ruvido. Arrivo, mi fermo, foto didascalica e giù in discesa, frenerò?img_20190530_0625513322456011111248091.jpg Sì frena, è strano, morbida, progressiva, senza bloccare eppure intensa, ma sono le prime frenate, le pastiglie ancora nuove, forse bisogna rodarle un po’. Oltrepasso i 60km/h, che per me è quasi una follia, e freno deciso. Sono in piazzale Arnaldo, ora AliMat, dopo la Madda, deve conoscere il Castello, altro luogo che frequenterà tantissimo in allenamento e non. Mi alzo sui pedali e spingo, passo i 500watt, si attiva la registrazione automatica del mio Xplova X5evo.

Entro in Castello e salgo al ponte levatoio della fortezza, luogo dove ho deciso di fare lo shooting fotografico alla mia nuova bicicletta.

Rientro a casa, per l’ordinaria amministrazione pre-scuola. Sto già pensando all’indomani, AliMat deve conoscere anche via Monte della valle, ma, soprattutto, il Colle San Giuseppe, quella salita che mi ha fatto innamorare del ciclismo. Venerdì 5,54 del mattino, riparto in direzione di Costalunga dove è sito il temibile strappo di Monte della Valle, 700m con pendenze spesso sopra il 14%. Oggi sono più rilassato e me la godo di più, salgo, ridiscendo, mi dirigo verso il colle. Pronti via, un po’ sui pedali, un po’ seduto, per provare le varie posizioni sul manubrio. In salita è tutto a posto, passato l’esame a pieni voti. Giunto in vetta non posso che fare un altro shooting fotografico davanti alla cancellata chiusa del castello Malvezzi ed al bellissimo roccolo lì vicino.

Inizia la discesa, il primo rettilineo è lungo, con buona pendenza, ma soprattutto senza incroci o passi carrai, mi lancio, AliMat scende veloce e ferma, sembra piantata nel terreno. Io supero, per la prima volta da anni, i 70km/h (70,3😂).

Vicino al tornante inizio a frenare, non rischio, ma la frenata mi piace sicura e progressiva (io non sono un discesista, quindi questo commento vale meno di zero). Sono quasi in ritardo, per cui “dritto per dritto” attraverso Mompiano e torno a casa, felice e soddisfatto.

Grazie Alice e Matteo per avermi dato la scusa, con i vostri nomi e date di nascita, per creare un terzo telaio personalizzato! Grazie a Michele e Davide per la realizzazione, ma anche a tutti i miei amici/clienti che hanno partecipato, supportato o sopportato questo mio progetto. Restate connessi perché non è ancora finita, qualcosa di strano deve ancora uscire dalla pentola!

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