JEROBOAM 2021 (150KM MAGNUM)

Sabato 18 settembre ore 6:30 del mattino arrivo ad Erbusco in auto e mi dirigo verso i giardini dove è dislocata la partenza della Jerobaom 2021. Recupero il pacco gara e mi godo la brioches con caffè della colazione con tutta calma. La partenza sarà alle 7:30, ho tutto il tempo per preparare la bici. Verso le 7:00 il parco inizia ad affollarsi di bici ghiaiose, ovviamente la 3T Exploro, marchio sponsor dell’evento, la fa da padrone.

Mi si avvicina un ragazzo, Matteo, mi dice: “Tu sei il Mog?” Ovvio che sì, mi ha conosciuto leggendo il blog, dice che spesso nelle ricerche di itinerari in zona su google compaiono i miei articoli. Matteo è di Lodi ed insieme a tre suoi amici oggi percorrerà il lungo, i 300km che perlustreranno in lungo ed in largo la provincia di Brescia. Gli confesso che io non andrò oltre i 150km, devo chiudere l’evento in giornata e comunque non mi sento pronto per una due giorni così impegnativa anche perché, per la giornata di domenica, danno parecchia acqua. Finalmente poco prima delle 7.30 Niccolò Varanini e Mauro Raineri iniziano il briefing per spiegare i punti critici dei due percorsi che con sadico cinismo hanno preparato. Nel frattempo un non più giovane signore passa tra i partecipanti con un vassoio stracolmo di Asiago e speck da cui attingere avidamente più volte durante le spiegazioni del giro. Il morale di tutti è alto nonostante il cielo plumbeo non prometta nulla di buono neanche per stamattina, ma le previsioni non avevano detto che avrebbe piovuto solo nel pomeriggio? Si parte! Meno di un chilometro e siamo immersi in una splendida vigna, meno di un chilometro ed inizia a piovigginare. Il terreno è già umido dalla notte e con numerosi tratti fangosi a causa della forte pioggia di giovedì. Inizia uno slalom tra vigneti, boschi, single track che conducono il lungo serpentone della combriccola all’interno della Franciacorta, io mi defilo subito e resto nelle ultime posizioni. La pioggia aumenta, mi costringe ad indossare lo “spolverino” (per riparare il telefono) anche se lo tengo aperto per traspirare. Attraversiamo Adro, Nigoline, Colombaro la pioggia sempre più intensa ed il terreno sempre più pesante. Io che, in queste condizioni, sono impedito alla guida procedo lentamente ed un paio di volte percorro a piedi due brevi tratti particolarmente tecnici e scivolosi.

Giungo alle Torbiere di Iseo, le attraverso e mi fermo per una ripresa ed alcune foto. Oggi il panorama non è un granché, cielo grigio e goccioline di pioggia che formano numerosi anelli sugli specchi d’acqua della palude. Un po’ un peccato, ma anche così ha il suo fascino.

Proseguo nello slalom franciacortino dirigendomi verso l’erta di Fantecolo, scendendo poi a Camignone ed attraversando Rodengo. Finalmente sono alle porte di Gussago, sì finalmente perché sin da subito si vedeva che verso est e la città il cielo era chiaro e privo di pioggia. Sono passate ben più di due ore ed ho percorso solo 34km, manco fossi stato in salita, ma non mi scoraggio per mia fortuna conosco perfettamente il giro ed inoltre ora troveremo solo strade asciutte. Entriamo nella fase “cementata”, sì perché la particolarità del percorso da 150km saranno le “cementate pedalabili”. Si sale verso la Stella di Gussago attraverso la salita che porta a San Rocco e alle Cantorie. Una corta e cementata salita di circa un chilometro con rampe abbondantemente sopra il 20% di pendenza.

Qui un’auto sponsorizzata 3T è ferma in mezzo alla strada ed i due ragazzi stanno consultando il telefono. Gli dico scherzosamente: ” Sì, sì siete sulla traccia; è la strada giusta.” Vedendo che la strada si stringeva e diventava sterrata si stavano ponendo dei dubbi. Li rassicuro e proseguo. Nel frattempo stanno arrivando due atleti spagnoli su delle 3T Exploro. Si fermano vicino all’auto e confabulano, evidentemente stanno testando sul campo dei prodotti nuovi. Beh quale terreno migliore di una percorso Jeroboam per provare le novità! Scollino alla Forcella e scendo verso Concesio, ora mi attende un gradevole tratto di Greenway la ciclabile delle Valli Resilienti (val Trompia e val Sabbia). Strade di casa, dopo l’avventura nella jungla franciacortina qui mi sento molto più a mio agio. Costeggiare il fiume Mella è sempre piacevole. Al Crocevia di Sarezzo esco dalla ciclabile e dirigo le mie ruote verso Lumezzane. So già questi saranno i 3km più brutti di tutto il percorso, non so perché non si sia optato per la meno trafficata valle di Sarezzo per giungere a Gazzolo di Lumezzane, ma tant’è e si sale. Osservo il magnifico panorama offerto dalle trafilerie di acciaio e dopo due chilometri in località Termine svolto a sinistra per inerpicarmi verso Gazzolo. Lumezzane è così, una grande strada principale che sale ad ampi tornati con pendenza dolce ed un’infinità di strade e stradine che la attraversano in verticale come fossero delle funicolari. In 2km guadagno quasi 200m e sono all’inizio della strada vicinale, al di fuori del centro industrializzato.

Inizia ora la vera salita alla Corna di Sonclino, sono 8,6km al 9,1% di pendenza che già così dicono tutto, ma il fatto che la strada alterni tratti asfaltati a tratti cementati fa capire subito che le pendenze in doppia cifra la faranno da padrone. Subito mi accoglie un bel rettilineo al 17%! Me lo ricordo bene, questa primavera a Pasqua sono salito in perlustrazione, anzi ho proprio ricalcato la traccia della Jeroboam fino a Binzago (Corna di Sonclino). La realtà è che l’autunno prima della pandemia vidi su Strava una traccia di Michele e Niccolò con il titolo “Test Jeroboam 150” o similare. La salvai per poterla percorrere in anticipo. A metà salita il CP1 (check point) con un piccolo ristoro, nulla di ché, ma giusto quello che serviva, panini con la marmellata, salatini e soprattutto coca-cola per tutti. Siamo una decina, qualcuno arriva e qualcuno parte, conversiamo con i ragazzi di 3T che presidiano il CP1. Alcuni partecipanti chiedono informazioni sulla salita, ma loro non sono del luogo e non la conoscono. Il sottoscritto sì e fa da Cicerone per tutti. Ripartiamo in ordine sparso, il caso vuole che abbia lo stesso passo di Fabio, iniziamo a chiacchierare e così scopro che è amico di Niccolò, che ha fatto il “Rally nelle Vally” questa primavera con lui e che avrebbe dovuto fare la 300km se non fosse stato per una cresima malandrina di domani, che a suo dire lo ha salvato perché la gamba non è delle migliori. Fabio, stranamente non è mai salito al Sonclino, glielo descrivo un po’ intanto che saliamo e lo invito a rifarlo in una giornata migliore dato che oggi dai 1.000m di quota in su siamo perennemente nelle nuvole e non si vede nulla di quei magnifici paesaggi che vidi io questa primavera. Infatti anche le mie soste fotografiche sono poche e per il puro gusto didascalico.

Arriviamo sul crinale, Fabio è con altri tre amici, si vestono per la discesa e partono, io scatto un paio di foto e riparto anch’io. Dopo la ripidissima discesa, dapprima vicino ai roccoli poi in mezzo al bosco, arrivo alla provinciale che porta al passo del Cavallo. Fabio e gli altri sono avanti qualche centinaio di metri. Lungo gli alti cavalcavia raggiungo Fabio, inizia la discesa con tre lunghe gallerie rettilinee. Il traffico quassù, fortunatamente, è quasi sempre scarso perché le poche auto che passano, sebbene sorpassino con molta distanza, sfrecciano regolarmente oltre i 100km/h. All’uscita dell’ultima galleria in un grande piazzale ghiaioso si svolta a destra per entrare in località Casale e riprendere lo sterrato. Alcuni iscritti sono fermi all’incrocio ad aspettare i compagni. Dico: “Finita la pacchia (intendendo la discesa).” Mi rispondono: “No dai ce n’è ancora un po’.” Mi giro: “Me lo dirai in cima al passo del Viglio!” Infatti questa bella carrabile sterrata, che fa parte anche del percorso della Conca d’Oro bike, dopo il primo tratto in piano inizia a risalire invece che scendere dritta a Binzago.

I primi seicento metri non presentano pendenze impossibili, al massimo 13%, ma gli ultimi 250m sono una scala anche oltre il 30%, per di più il vetusto strato di cemento è ormai scomparso ed affiorano qua e là le vecchie grate di ferro ormai arrugginite che vengono poste al di sotto delle cementate. Io conoscendo già il percorso scendo subito di bicicletta e proseguo a piedi, loro invece provano a farla in sella, ma nel giro di pochi metri sono costretti a desistere tutti. Dalla vetta del passo del Viglio la strada si fa di nuovo più larga e con un fondo migliore. Anche qui tra le piante ci sarebbero degli scorci di vista sui monti piuttosto carini, ma il grigiore del cielo appiattisce colori e profondità di campo.

A Binzago ci ricompattiamo tutti per una sosta idrica alla fontana. Ripartiamo, racconto a Fabio della bellezza dell’antico santuario di S.Lino, chiesetta del secolo XI e contenente affreschi del XV, che si trova a pochi metri dalla strada che stiamo percorrendo. Una volta raggiunto l’incrocio con le celebri Coste di S.Eusebio lascio scorrere la mia Esa alla massima velocità raggiungibile con i copertoni tassellati da 27’5. Vuole essere un po’ uno sfogo dopo quasi sei ore passate a velocità ridotte. Perdo il gruppo, ma so che verrò recuperato sulla prossima cementata che mi sta aspettando: Monte Ere. Prima di entrare in centro ad Odolo svolto a destra nella frazione di Cagnatico e poco dopo ancora a destra in una angusta stradina sgangherata. In realtà dopo soli cinquanta metri la strada diventa una bellissima cementata, ben tenuta e pulita. Questa via sale all’altopiano del monte Ere ed è circondata completamente dai roccoli di caccia.

Sono solo 3,5km, ma anche stavolta racchiudono al loro interno numerosi tratti con pendenza prossima al 20%. La gamba è stanca, ma gira bene. Diciamo che riesco a tenere una velocità minima dignitosa senza morire sui pedali. Il sole ha ormai fatto la sua comparsa. Sorpasso un danese in leggera difficoltà dovuta al suo peso. Alla fine della parte ripida, quando ormai sono entrato nell’altopiano, una coppia di “gente del posto” mi chiede cosa stiamo facendo, mi fermo e spiego di cosa si tratta, che è un evento e non una gara, insomma vince chi riesce ad arrivare vivo ad Erbusco. Riparto nella ripidissima ed esposta discesa verso Vallio mi concedo qualche fotografia pittoresca.

Arrivo a Vallio, scendo verso Gavardo, subito dopo la parrocchiale la traccia devia a destra per una bellissima ciclabile, sull’altro lato del torrente, che poi diventa un single-track divertente. Rientro sull’asfalto, mi fermo a riempire le borracce a Gavardo e riparto. La traccia sta per entrare nelle cave di marmo, questa è la novità di cui Niccolò pare essersi follemente innamorato, non so se più per la maestosità delle cave o dei mezzi movimento terra. In ogni caso mi trova pienamente d’accordo! Anch’io adoro le cave. Il primo tratto che conduce a Pospesio sembra essere una intro perfetta. Salitella dolce e breve, primi accenni di cave e di roccia scavata verticalmente, qualche ruspa e poi nuovamente immersi nel bosco su una stradina asfaltata che anche gli stradisti usano per collegare Gavardo alla salita di Serle senza frequentare la statale.

Oltrepassato Pospesio continuo a salire verso Marguzzo. Questa è una salita nota agli stradisti per essere ottimo terreno di allenamento non troppo lunga e non troppo impegantiva, a me dopo tutte queste cementate sembra di pedalare quasi in falsopiano, a renderla ancor più amena il paesaggio che alterna filari di cipressi a pendii di nuda roccia.

Verso la fine della salita svolto a sinistra al bivio per Sarzena ed entro nell’abitato di Marguzzo, da cui si gode un bel panorama sull’altopiano di Serle e sulla pianura.

Al termine del paese abbandono l’asfalto e proseguo dritto verso la chiesetta di San Martino, ora ho davanti un bellissimo traverso ghiaioso che mi condurrà direttamente in centro a Serle, attraverso l’ampia strada dei cavatori di marmo. Immancabile la mia fermata a fotografare quello che per me è uno dei tornanti più belli che abbia mai percorso.

Riparto, una coppia di tornantini ripidi su sterrato molto smosso, direi quasi una pietraia, mi costringono ad un breve tratto a piedi. Ancora poche centinaia di metri e sono a Serle, mi fermo per una sosta, svuoto le scarpe dalla sabbia che iniziava a darmi troppo fastidio, mangio una barretta, bevo e riparto. Attraversato l’abitato la traccia mi conduce nella via del marmo per Nuvolera, la prima parte di questa strada percorsa solo da camion da cava e 4×4 di cacciatori si snoda in costa a 500m di altitudine con splendida vista sull’anfiteatro di cave di Nuvolera, un vero gruviera bianco.

Arrivato al bivio prendo, tramite una curva a gomito, la strada di sinistra che diviene subito asfaltata e scende al centro delle cave con un lungo rettilineo costantemente in doppia cifra. Passo sopra la pesa dei camion e dopo qualche curva mi ritrovo in fondo alla valle del marmo. Ora tocca risalire, ma invece che dirigere direttamente a Molvina la traccia ci spinge più in alto fino al Crosal. Prima, però, si passa davanti alla cava della “Ruspa zombiee”, d’obbligo la fermata e le fotografie.

Riparto, la sterrata che sale al Crosal è piuttosto breve, ma intensa. Fortunatamente la splendida giornata di sole di ieri ha asciugato completamente la sabbia e ci ha evitato di farla tutta a piedi come fossero sabbie mobili. Fin da subito si sente il rumore inconfondibile delle ruspe che stanno lavorando nell’ampia cava di destra.

Circa a metà salita si intravede un punto da cui salendo su un blocco di pietra si può guardare la cava. Mi fermo per osservare, sapendo già che dovrò fare il resto della salita a piedi, non se ne parla di riuscire a ripartire al 17% sulla sabbia. Lo spettacolo è meraviglioso, il rombo che proviene dal fondo della cava inquietante e merita foto e video.

Salgo a piedi le ultime centinaia di metri, mi raggiunge un gruppetto in cui riconosco una biker che mi aveva sorpassato questa mattina alle Torbiere. Subito dopo la vetta del Crosal, vetta per noi perché la strada sale ancora fino ad una cava, svoltiamo a sinistra e siamo al CP2. Purtroppo, essendo tra gli ultimi, troviamo solo i rimasugli (un paio di banane, qualche salatino e le goleador), ma cosa ancor più grave niente acqua. I due ragazzi ci dicono di averla già richiesta da un po’, ma il rifornimento non è ancora arrivato. Per me non è un problema conosco tutte le fontane della zona ed avevo saggiamente riempito le mie borracce a Gavardo, ma per chi viene da fuori ed era convinto di trovare acqua è stata una delusione. Ripartiamo alla spicciolata, scendiamo ripidamente su Botticino Mattina. Strade di campagna si alternano ad asfalto poco trafficato fino alle porte di Brescia. Entro dalla frazione S.Eufemia e il mio cervello, d’istinto, mi fa spingere forte sui pedali. Sono a pochi chilometri da casa e per me questa è una delle vie del rientro. Non guardo la velocità perché ho il monitor del mio Xplova fisso sulla traccia di navigazione, ma so per certo che la velocità resta sempre attorno ai 30km/h fino a piazzale Arnaldo, dove mi fermo per l’ultimo rabbocco di acqua. Passando per Brescia i tracciatori ci fanno, giustamente, scalare la facile e panoramica salita del castello. Alla rotonda in vetta ho anche la fortuna di avere il tifo. La mia Sorellina è li che mi aspetta. Sarei dovuto arrivare un paio d’ore prima, ma fortunatamente, grazie al GPS tracking della Endu gentilmente incluso nel pacco gara, ha potuto seguirmi passo passo ed essere aggiornata sul mio arrivo in città. Un saluto rapido e via verso gli ultimi 30km. Stima prevista per l’arrivo ad Erbusco poco prima delle 19.00. Attraverso la città sfruttando le ciclabili ed alla Fantasina seguo le indicazioni per la ciclabile Brescia-Paratico. La sfrutto per attraversare i comuni di Cellatica, Gussago e Castegnato percorrendo vie senza traffico e percorsi di campagna. Ora sono nuovamente in Franciacorta e nuovamente inizia lo slalom, stavolta non più nei boschi, ma tra i campi che costeggiano la ferrovia. Mi trovo a sorpassare e farmi sorpassare ancora dal mio amico danese in completo rosso con righe bianche. Ad un tratto la traccia scavalca la ferrovia Brescia-Iseo-Edolo. Mi fermo vedo al di là l’amico danese che risale in bici e mi fa cenno di scavalcare. Riguardo la traccia. Non ci posso credere devo proprio attraversare la ferrovia in mezzo ai campi. La vista è ampia da entrambi i lati, i treni che salgono in val Camonica sono veramente pochi e viaggiano a velocità ridicole, comunque è la prima volta in cinquant’anni che attraverso i binari senza passaggio a livello.

Risalgo in sella, vedo arrivare di gran carriera altri quattro ciclisti. Caccio un urlo: ” Dovete scavalcare i binari!” Mi guardano: “Ah ok, ma dove?” “Proprio qua!” rispondo io sorridendo. Siamo vicino a Calino, tengo il danese a vista in modo da faticare meno a seguire la traccia che continuamente ci sposta a destra, sinistra, dentro i campi o sulle stradine. Dietro di noi ricompaiono i quattro partecipanti arzilli, si vede che hanno la gamba e che sono alle mie spalle solo perché si sono goduti qualche pausa di troppo. Mi sorpassano in un tratto un po’ più tecnico salvo poi sbagliar strada all’incrocio successivo e ritrovarsi dietro di me. Proseguiamo in questa guisa tre o quattro volte. A questo punto il più spavaldo di loro mi dice: “Ho capito la tua tattica, tu vai tranquillo, tanto sai che noi sbagliamo strada e ci ritroviamo dietro di te.” Poi rivolto ad un suo compagno: “Ok adesso gli stiamo dietro, almeno non sbagliamo più ed arriviamo al traguardo.” Così iniziamo a conversare mi chiedono di che marca sia il mio Gps visto che il loro Garmin fa i capricci. Il sole è oramai basso sull’orizzonte, noi scendiamo a sud dell’autostrada per costeggiare da vicino il Montorfano per un chilometro, poi tramite un secondo sottopasso rientriamo in rotta per Erbusco.

Avviso i miei compari, che scopro essere bellunesi, che manca meno di un chilometro. Arriviamo, ci scambiamo i complimenti per l’avventura conclusa e sbrighiamo le pratiche burocratiche. Restituisco il chip, carico la bici in auto, tolgo casco e sottocasco, indosso la T-shirt Jeroboam del pacco gara e torno al parco per il buono pasto. Raramente mi fermo a mangiare dopo gli eventi, ma stasera sono quasi le 19.00 ed ho una fame incredibile. Rinuncio alla birra per una bottiglia di acqua fresca, dato che dovrò guidare di lì a poco e non posso rischiare la patente visto il lavoro che svolgo. Opto per la pasta al ragù, mi siedo ed attendo. In pochi minuti mi viene servita un ottima pasta super condita. La divoro, ringrazio e mi dirigo verso l’uscita. Intravedo Nicola il ragazzo di Belluno con cui ho condiviso gli ultimi chilometri, mi fermo a salutarlo e vado. Il giorno dopo Nicola, Fabio e Matteo si faranno vivi tramite i social, tre nuovi amici, tre nuove scuse per girare posti nuovi in gravel. Cosa resterà di questa mia prima esperienza “gravel adventure”? Tanta bella gente, lo spirito di gruppo, la voglia di conoscere luoghi nuovi. Una giornata dall’alba al tramonto in sella alla mia Esa, una bellissima storia da raccontare e tanta soddisfazione. Per la cronaca erano 150km e circa 3.000m di dislivello pedalati in quasi 10h.

Dettagli tecnici su KOMOOT : https://www.komoot.it/tour/492464420

oppure su STRAVA : https://www.strava.com/activities/5981979706/

Video dell’evento su YOUTUBE: https://www.youtube.com/watch?v=tW1rwZbfZrE

Colli Storici (colline moreniche del Garda #fakeTuscany)

Nonostante la mia risaputa avversione per i percorsi pianeggianti c’è un itinerario che da alcuni anni mi intriga, ma che per svariate coincidenze non sono mai riuscito a realizzare. Colline morenicheÈ il giro delle strade bianche dei Colli Storici. Si tratta di un grande anfiteatro morenico, ovvero un ambiente formato da cerchie collinari con interposte piccole aree pianeggianti, originatesi dai detriti rocciosi trasportati dal grande ghiacciaio del Garda due milioni di anni fa (per info: https://collinemoreniche.it/ ). Siamo ai primi di marzo, quest’anno la tanta neve scesa ha ricoperto abbondantemente le Alpi anche a quote basse ed i versanti a nord sono ancora poco accessibili al ciclismo. Inoltre fervono i preparativi per le “Strade bianche” dei Pro e Komoot ha lanciato un #stradekomoot per invitare tutti gli utenti a creare percorsi ghiaiosi nelle loro zone da percorrere in quel fine settimana. Io, con la velocità di un bradipo-missile, mi sveglio in ritardo, ma so di avere vicino a casa il territorio giusto per creare una traccia degna di essere soprannominata #fakeTuscany. Un po’ prendo ispirazione da un giro di Niccolò (https://www.strava.com/activities/4900937300), per il resto studio attentamente la mappa komoot e individuo quelle che sembrano le strade migliori per la mia AliMat cercando di non sconfinare troppo in single-track estremi. C’è un però, infatti le restrizioni covid, che fortunatamente ci lasciano uscire dal comune per rientrarvi, non ci lasciano uscire di regione. Quindi niente Borghetto sul Mincio, la mia traccia si dovrà accontentare di lambire il fiume Mincio dal versante mantovano osservando l’ameno paesetto da lontano. Sabato 13 marzo, ore 6.10 del mattino parto per la mia Toscana. Il tempo di uscire dall’urbe ed il termometro è già a 0°C, ma poco importa tra Rezzato e Castenedolo la prima soddisfazione di giornata, il sorgere del sole dalla campagna reso ancor più rosso dalla foschia mattutina.

Le nuvole stratificate in cielo non promettono certo una giornata spettacolare, ma le previsioni dicono che nell’arco della mattinata il meteo dovrebbe migliorare. Proseguo in direzione sud-ovest, raggiungo e oltrepasso Calcinato, non sono strade nuove, ma le percorro veramente di rado, forse l’ultima volta era la BresciaGravel del 2018. Nella frazione di Bossotti (1*) la prima sezione di sterrato, poco meno di un chilometro di campo che accorcia la strada asfaltata.  In totale saranno 15 settori di sterrato per un totale di 32,5km. In base alla personale sensazione di difficoltà ed alla lunghezza li ho codificati da 1 a 5 asterischi. Come riportato dalla tabella dei segmenti Strava qui sotto

Termino il primo segmento attraversando la provinciale e proseguo verso la frazione di Esenta. Giunto nel borgo tengo la sinistra verso il monte Malocco, qui inizia il secondo tratto (3*), quasi 2km in uno splendido boschetto. La strada è ampia, una vera strada bianca a due corsie in leggera salita che immette nelle colline moreniche. Ho già percorso trenta chilometri, ma a voler essere puristi la traccia più corretta dovrebbe partire da questa zona (c/c “Il Leone” ampio parcheggio). Oltrepasso la provinciale che collega Desenzano a Castiglione e mi infilo in una via secondaria in direzione cascina Navicella. Ammetto che senza traccia sul gps sarei in difficoltà a tenere il percorso prestabilito. Inizia il terzo settore (5*) sarà il più lungo in assoluto, quasi 6km di strada bianca, attraverso colline sinuose di campi appena arati, frutteti appena fioriti e vigneti pronti a gemmare. Il tutto si svolge zigzagando attorno al monte Peloso.

Una meraviglia! Da qui inizia il vero festival del #fakeTuscany: splendidi viali bianchi contornati da cipressi, ampie curve in contropendenza, distese di terra arata che alla luce del sole albeggiante si colorano di rosso come la creta. Esco dallo sterrato per svoltare a destra sulla strada asfaltata che conduce al Santuario della Madonna della Scoperta, meta assai frequentata dai ciclisti di zona. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico con un pizzico di civetteria vanitosa.more09 Mangio anche qualcosa, riparto, potrei andare rapido a Solferino sulla strada asfaltata, in questa zona il traffico è comunque ridotto di suo, in più siamo in allerta covid, ma preferisco inserire il quarto segmento (5*) di 3km. Il terreno stavolta è perlopiù quello da campo, quindi molto più mosso e fortunatamente asciutto. Rientro sull’asfalto a Staffolo, località di Solferino, qui proseguo per l’Ossario. Fermata d’obbligo, è ancora chiuso. Ritorno sui miei passi e salgo fino alla torre di avvistamento.

Il nome Colli Storici viene proprio dal fatto che queste zone furono teatro della cruente battaglia di San Martino e Solferino durante la II guerra d’indipendenza che vide opposti gli eserciti Piemontese e Francese a quello Asburgico. La battaglia lasciò così tanti morti e feriti sul campo che lo svizzero evangelico Henry Dunant giunse da Brescia il giorno seguente. Egli si unì, a Castiglione delle Stiviere, ai soccorsi prodigati dalla popolazione locale a tutti i sopravvissuti senza distinzione riguardo alla divisa indossata. Da questa carneficina ebbe l’idea per la fondazione della Croce Rossa. Finisco il giro attorno alla torre e scendo verso il paese. Tracciando avevo visto una strada bianca che attraversava la campagna in direzione Cavriana costeggiando un piccolo laghetto, la prendo. Mi fermo proprio di fronte allo specchio d’acqua, meraviglioso! Mi immagino Jean-Baptiste Camille Corot che apre il suo cavalletto ed inizia a dipingere uno dei suoi celebri paesaggi che lo resero famoso come antesignano della pittura “en plein air” degli impressionisti.

Riparto, la strada è una vera traccia di campagna, molto sconnessa in leggera salita, fortunatamente poco meno di un chilometro (Laghetto 3*), rientro sulla provinciale e seguo a destra per Cavriana, l’asfalto dura poco, un’altra deviazione su strada di campagna mi attende e mi conduce alla frazione di Scamadore (3*), anche questa piuttosto sconnessa, ad un certo punto più simile ad un single-track che separa due campi adiacenti. Nonostante non piova da mesi, riesco a trovare addirittura una decina di metri di fango. Rientro sull’asfalto percorro il centro storico di Cavriana da ovest verso est e dirigo verso il Santuario della Madonna della Pieve posto in posizione rialzata con splendida vista verso la pianura padana. Con grandissima sorpresa mi trovo davanti ad una splendida costruzione, interamente in cotto, in perfetto stile romanico dell’XI secolo e per giunta ottimamente conservata (peccato sia chiusa). Le fa da corollario un viale di cipressi che la rende perfetta per il #fakeTuscany e mi porta alla memoria la più celebre delle Abbazie romaniche quella di S.Antimo.

Fantastico! Ora c’è proprio tutto, campi, cipressi, argilla, abbazie romaniche, filari di cipressi, alla faccia delle restrizioni da “zona rossa” oggi sono ufficialmente in vacanza in val d’Elsa! Riparto, lo confesso, dentro di me sto gongolando dalla soddisfazione, la traccia che ho creato è incredibilmente bella, sia ciclisticamente, sia culturalmente e questo mi esalta ancor di più. La discesa dalla Madonna della Pieve è su sterrata, poche centinaia di metri e sono sulla provinciale. Qui un imprevisto, dalle mappe ci doveva essere una strada bianca che attraversa un campo in direzione nord per scavalcare il monte Scuro dal lato est. Purtroppo si rivela essere un “single-track” nel campo che sparisce nel bosco. Ricontrollo le mappe e trovo un’alternativa più agevole che lo scavalca dal lato ovest, sfruttando dapprima le strade asfaltate alla periferia della cittadina. Dal crinale, quasi a 200m slm, si dovrebbe vedere il lago, ma la giornata fosca e dal cielo particolarmente sbiancato non rende proprio giustizia del panorama.

Mi infilo nel bosco percorrendo uno sterrato credo molto usato dai biker. Infatti, di lì a poco, una comitiva di oltre venti ciclisti (molti elettrificati) mi incrocia. Quasi 2km (Monte Bosco Scuro 5*) di sterrato nel bosco e nei campi, segmento piuttosto tecnico, ma con incredibili passaggi. Rientro sull’asfalto, anche se resto su strade secondarie di campagna. Poco più di un chilometro, attraverso la Strada Cavallara (SP15) e riprendo una strada agricola che si fa subito sterrata. Quello che nomino segmento “Monte Tondo” (5*) è uno dei più lunghi, oltre 4km, una lunga ed aggrovigliata “S” che si insinua nei campi e nei frutteti più nascosti, impossibile vedere queste campagne dalle provinciali asfaltate esterne.

Un luogo magico, a tratti molto impegnativo, in alcuni punti la strada bianca entra nel bosco e prosegue tramite sentieri. In un punto sono costretto a scendere e scavalcare un piccolo dosso di una decina di metri a piedi a causa del fondo troppo ripido e sconnesso. Finito il bosco, si riapre la vista sui campi, inizio ad intravedere la piana paludosa del laghetto di Castellaro. Mi collego finalmente alla strada bianca che ne segue il profilo. Cerco di andare il più vicino possibile allo specchio d’acqua tramite una deviazione segnalata, ma il terreno si fa dapprima fangoso ed in seguito paludoso. Desisto, ma decido di fermarmi qui per mangiare qualcosa e rilassarmi.

Riparto, Castellaro Lagusello è lì che mi aspetta, stranamente non sono mai riuscito a visitarlo neanche in automobile. Oggi è il giorno! La strada  ritorna asfaltata, entro in paese dallo splendido portone fortificato. La tristezza pervade il mio animo, vedere uno dei “borghi più belli d’Italia”, senza nessun tipo di turismo, con tutte le locande chiuse a causa della pandemia è un colpo al cuore. Solo alcuni abitanti locali si intrattengono davanti alla tabaccheria. Io proseguo nel mio giro all’interno delle mura, l’unico lato positivo è la tranquillità del luogo.

Esco e mi dirigo verso il confine con la provincia di Verona, purtroppo, non volendo infrangere le restrizioni il passaggio a Borghetto di Valeggio sul Mincio mi è precluso. Nel creare la traccia ho cercato di raggiungere il punto più orientale in modo da poter percorrere almeno un tratto della ciclabile a fianco del “Canale Virgilio” (3*) prima di entrare nell’abitato di Monzambano ed invertire la rotta verso casa. L’idea si rivela buona ed il passaggio a fianco del canale è suggestivo.

Lascio la strada bianca, risalgo sull’asfalto ed entro in paese da sud. Riconosco la strada, la percorsi il giorno di Ferragosto dello scorso anno di rientro dal Pian delle Fugazze, erano quasi le nove di sera, il sole ormai tramontato lasciava spazio al crepuscolo. Nonostante questo il ricordo è fresco nella mia mente: “Si svolta a sinistra e poi si tiene la destra, un chilometro più avanti la chiesetta di San Pietro.” Infatti, ivi giunto, mi fermo per una sosta ristoratrice, ma, soprattutto, per togliere l’intimo invernale che mi aveva salvato dalle temperature vicino allo 0°C delle prime ore. Da qui la strada è parzialmente nota anche se la traccia contiene ancora delle varianti che spero impreziosiscano il giro. Attraverso il centro di Pozzolengo poco prima di mezzogiorno, un rapido saluto al G-Bike di Alessio, e dirigo verso la torre di San Martino. Dopo essere passato per l’ossario e la torre difensiva di Solferino è d’obbligo la fermata al monumento commemorativo e celebrativo dedicato a Vittorio Emmanuele futuro Re d’Italia.

Come sempre fotografia in pieno controluce e sfondo sbiancato, riparto mi attendono i dolci clivi dei vigneti di Lugana che mi portano nuovamente nei pressi del centro commerciale “Leone” attraversando Montonale e Centenaro. Qui finisce il percorso dei Colli Storici. Volendo si potrebbe arrivare in auto a Lonato e seguire questi 68km ad anello, giro moderatamente facile, adatto a tutti e ricco di bellezze artistiche e paesaggistiche. Io, invece, ho ancora un po’ di chilometri per tornare a Brescia, ma soprattutto ancora alcune chicche da vedere. Oltrepasso la superstrada per Mantova tramite un cavalcavia e l’autostrada A4 tramite un sottopasso, sono al confine tra i comuni di Desenzano e Lonato, lascio la strada asfaltata che conduce diritta al lago per svoltare a sinistra in via San Cipriano.

È il dodicesimo segmento sterrato che ho codificato “S.Cipriano” (4*), una breve salita immersa tra campi e boschetti fioriti meravigliosi, non ero mai passato di qui, ennesima riconferma che saper tracciare anche in luoghi familiari consente sempre nuove scoperte. Mi ritrovo in vetta ad una collinetta cosparsa da splendide villette di vacanza con vista lago, scendo, attraverso la vecchia Padana superiore e dirigo verso la Valtenesi, già perché anche qui di sterrate ne abbiamo. Arrivo alla ferrovia Milano-Venezia, la fermata è d’obbligo. Sento il rumore dei fili e dei binari, sta per sopraggiungere un treno. Aspetto, come Renato Pozzetto nel film “Il ragazzo di campagna”, perché in fondo: “Il treno è sempre il treno!”

Riparto, tramite un nuovo breve segmento sterrato “Monte Recciago” (3*) mi ritrovo nei pressi dell’Abbazia di Maguzzano, salgo sul sagrato e foto di rito, visto l’orario non provo neanche a vedere se è aperta. Ora mi attende un pezzo della splendida ciclabile che collega Desenzano/Lonato a Salò attraversando tutto il crinale della Valtenesi. Sarà perché questi luoghi li conosco bene, sarà per l’ora tarda, ma dimentico di fotografare, oltrepasso i Barcuzzi e proseguo per Padenghe salvo poi deviare a sinistra poco prima di incrociare la provinciale per salire ai Calvino. Oltrepassata l’azienda agricola dico “Ciao!” al mio lago e scendo su splendida sterrata “Cappuccini” (4*) verso il castello di Drugolo, ora la vista sui campi e sui pascoli mi rapisce e mi ricordo di fotografare.

Sullo sfondo il castello, davanti un pascolo di bovini che fossero stati di razza Chianina mi avrebbero riportato sicuramente in Toscana, ma anche così le somiglianze ci sono. Mangio qualcosa prima di ripartire, bevo e rimonto in sella. Passo alla sinistra del complesso di Drugolo, ne seguo il perimetro per un tratto e trovatomi nella posizione ideale scatto la fotografia didascalica che mancava.

Terminato questo lungo tratto ghiaioso (2,7km) attraverso la provinciale per Padenghe e dirigo verso il prestigioso Golf club Arzaga (2*). Qui mi attende l’ultimo tratto sterrato, un chilometro circa, che dal piazzale d’ingresso mi porta, attraversando un boschetto, all’innesto con la provinciale che da Soiano ritorna verso la città. Svolto a sinistra verso Carzago ove mi fermo per riempire le borracce ormai vuote. Attraversando strade secondarie ben note oltrepasso Bedizzole e dirigo verso località Pontenove. Qui l’antico ottocentesco ponte permette di attraversare il fiume Chiese su una splendida pavimentazione di ciottoli degno sigillo finale del giro (vedi video). Sono praticamente le 14.00 ed io per accelerare i tempi percorro gli ultimi 13km sulla strada maestra sfruttando il fatto che tra “zona rossa” e “orario di pranzo” il traffico è pressoché nullo. Alla fine sono quasi 145km e oltre 1.100m di dislivello (solamente collinari!) con ben 32km di strade bianche. Un giro, no meglio dire un itinerario storico-culturale oltre che paesaggistico che mi ha saputo regalare emozioni e soddisfazioni grandissime. Oggi più che mai mi sento Mog (Master of Gps) per aver creato una traccia così intensa.

Dettagli tecnici su STRAVA: https://www.strava.com/activities/4939279204

Dettagli tecnici su KOMOOT: https://www.komoot.it/tour/329733885

Corna di Sonclino

Sono le 5.40 di domenica 4 aprile, giorno di Pasqua, quando parto nel buio della notte in direzione val Trompia. È così presto che mi azzardo a risalire lungo la ex statale fino a Sarezzo. Qui, dopo aver oltrepassato il Crocevia, alla rotonda successiva svolto per il centro e la valle omonima. Questa strada, meno nota, mi consentirà di arrivare a Gazzolo di Lumezzane senza passare dal terrificante e infinito rettilineo che attraversa le frazioni basse di Termine e Valle. Quella è la strada principale che porta a Lume, una lunghissima fila di capannoni lunghi e bigi che testimoniano l’infinita operosità del popolo valgobbino, ma che sinceramente sono piuttosto deturpanti del paesaggio circostante. La valle di Sarezzo invece sala dritta in mezzo ai quartieri residenziali con pendenza a volte più sostenuta, ma sempre pedalabile. Il confine tra i due comuni è segnato da una corta e leggera discesa su una stretta strada a senso unico alternato (interdetta ai veicoli oltre i 3.5t). Ecco palesato il perché non venga percorsa normalmente dal traffico automobilistico, se non locale. La traccia che ho elaborato alcuni mesi or sono mi conduce tra le vie di Gazzolo fino ad una piccola piazzetta dove la chiesa di Sant’Antonio da Padova la fa da padrona. Rimango relativamente stupito da questo angolo di antichità che, sotto le prime luci dell’aurora e dei lampioni comunali, denota una certa bellezza e contrasta fortemente con tutta l’urbanizzazione che gli sta attorno. Inevitabile la sosta fotografica, riparto, le vie di Lumezzane sono caratterizzate da improvvise rampe di collegamento tra le strade principali che rasentano o superano per brevi tratti il 20% di pendenza. Odo un rumore di fucina, sono le 6.40 del mattino, in una fabbrichetta la luce è accesa, anche i macchinari sono accesi. Qui si lavora anche il giorno di Pasqua e di buon ora! Zigzagando arrivo all’imbocco della cementata per il Sonclino. Come d’incanto il paesaggio cambia radicalmente, davanti a me solo il bosco, dietro il cemento. Bastano pochi metri per capire che oltre al panorama è cambiata radicalmente anche la pendenza, un bel rettilineo sinuoso con pendenza oltre il 17% mi accoglie. L’aurora sta facendo spazio all’alba, anche se da qui, tra le montagne, non si potrà godere del sorgere del sole. La luce inizia ad illuminare il paesaggio e riconosco sotto di me la valle di Sarezzo e la bassa val Trompia. Dopo questo primo assaggio di 500m impegnativi la situazione pendenza migliora relativamente, ma sempre restando sopra il 10%. Io mi guardo intorno, per me è una visuale nuova sulla val Trompia. La salita si inerpica a stretti tornanti sul versante sud-ovest della montagna. Dopo circa 3km si oltrepassa l’eremo di San Bernardo, da qui la strada diventa una consortile privata, la sbarra è alzata, la caccia è ormai chiusa, ma meglio non avventurarsi in queste zone all’alba durante la stagione venatoria. Proseguo ancora un paio di chilometri ed i tornanti si fanno più tosti, la pendenza torna abbondantemente sopra il 15%, la vegetazione cambia, al bosco si sostituiscono arbusti fioriti di erica, sono ormai attorno a 1.000m di altitudine, la temperatura continua a scendere ed ormai è vicina allo 0°C. Ora la vista dai tornati si è spostata verso nord-ovest. Intravedo una chiesa sulla montagna di fronte a me, è il celebre Santuario di Sant’Emiliano che sorge poco sotto la vetta dell’omonimo monte, anch’esso meta ciclistica di biker, vi si arriva tramite una terribile ascesa che prima o poi ho in mente di fare. Sono ormai in vista del crinale, Lumezzane appare piccolo laggiù in basso. Il Bivio per la Corna di Sonclino ed il Dosso dei quattro comuni segna la fine della salita (8,6km al 9,1%) e l’inizio del falsopiano. Uno splendido balcone a 1.300m che guarda verso mezzogiorno, fortunatamente il meteo sta migliorando ed almeno verso sud il cielo è sgombro da nuvole. Non pensavo ci fossero così tante baite di vacanza in questo luogo, ma devo dire che sono splendidamente incastonate nella montagna in una posizione invidiabile. Qualcuno sta costruendo sopra delle macerie e la mia passione per le ruspe mi obbliga ad uno shooting fotografico. Riparto, ma solo per trovare il punto migliore per la didascalia panoramica. Uno spettacolo! Di fronte a me il monte Conche e il monte Palosso entrambi a 1.100m circa, tra di loro si vede perfettamente la parte sud della città e l’altissimo camino del termovalorizzatore, più lontano compaiono vagamente le sagome degli appennini. Sotto di me l’intera città di Lumezzane si sviluppa allungata all’interno della val Gobbia. Vista da quassù non sembra neanche quell’assembramento di cemento e ferro qual è.  Sono quasi alla fine del crinale, vedo un bellissimo prato con una staccionata nuova vi appoggio la bici e mangio una barretta, osservo meglio, da sotto, spuntano le cime di un semicerchio di alberi, pare proprio essere un casotto interrato, anzi a me da proprio l’idea di una “ Casotto spa” magari li sotto c’è anche una sauna. Inizio la discesa, ripidissima, cementata, tortuosa, ma con veduta spettacolare sui monti scoscesi. Prima di ricongiungermi con la provinciale del passo del Cavallo una grande cancellata gialla chiude completamente la strada e segna la fine della consortile. Un passaggio a gradini incorporato alla sinistra del cancello consente il transito ai pedoni. Bici in spalla e passo. L’aria resta frizzante, costantemente tra  2°C e 4°C durante tutta la discesa, nonostante il sole sia ormai alto. Sono sulla provinciale, meno di un chilometro al passo del Cavallo. Ritorno alla civiltà, guardo l’ora: quasi le 9.00, fortunatamente il traffico è ancora modesto. Inizio la discesa verso Agnosine, oltrepasso le gallerie, non mi sono mai piaciute queste gallerie, lunghe dritte con poco traffico, si rischia sempre il “fenomeno” che crede di essere in pista e sfreccia a 150km/h. All’uscita dalla seconda, in località Casale, svolto a destra su una sterrata. Questa deviazione mi consentirà di arrivare a Binzago nuovamente in mezzo alla natura. La strada per me è nuova all’inizio lo sterrato è bello e pianeggiante. Dopo circa 800m oltrepasso il torrente Vaso Bondaglio e le cose si complicano com’era giusto che fosse. Dai cartelli gialli e neri scopro che questa sterrata fa parte del percorso permanente della Conca d’Oro bike. Lo sterrato si fa più smosso e la pendenza inizia a crescere, sono già oltre il 10% ancora qualche centinaio di metri e davanti mi ritrovo letteralmente un muro di circa 100m. Scendo lo percorro a piedi, la pendenza oltrepassa anche il 30% in alcuni punti. Sono in cima, il cartello recita Passo del Viglio 742m, da questo incrocio parte anche un ampio sentiero che scende in val Bertone per congiungersi direttamente al paese di Caino. Io, invece, tengo la carrareccia principale che sale ancora per qualche centinaio di metri, la strada ora è ben battuta, segno che viene sfruttata anche per il traffico veicolare dei contadini e dei cacciatori. Mi fermo per una fotografia, riparto ora la via diventa cementata, la pendenza in discesa si fa più pronunciata. Un paio di chilometri e sono a Binzago, remota frazione del comune di Agnosine, mi fermo per la solita fotografia dal sottoportico. Sono sempre stato incuriosito dal fatto che non esista una strada asfaltata che congiunga il borgo al suo comune, ma solamente una cementata che si tramuta in sterrata per un tratto del bosco, mentre l’unica strada asfaltata scende fino ad immettersi sulla salita delle Coste nel comune di Odolo. Riparto, subito dopo Binzago una minuscola frazione raccoglie un piccolo gioiello, è il santuario di San Lino, pregevole chiesetta romanica del XI secolo. Sosta fotografica, sono quasi le dieci del mattino, la parte interessante del giro è pressoché terminata, non mi resta che affrontare le Coste di S.Eusebio, ultima dolce asperità di giornata e tuffarmi in discesa verso casa. Poco dopo le 10.30 sono ddi rientro per spacchettare le uova pasquali con Alice e Matteo. Pochi chilometri, solo 66km con 1.500m di dislivello, ma grande entusiasmo per il nuovo itinerario affrontato e felice per la splendida mattinata che mi ha consentito di osservare panorami mozzafiato.

Dettagli tecnici su Strava https://www.strava.com/activities/5065841422/ oppure su Komoot https://www.komoot.it/tour/341961952

Video integrale (5’57”) su YouTube: https://youtu.be/wLsG1hKZjZY

Malga Tombea e Malga Alpo

Monte Tombea gravelextreme

Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.

Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.

Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.

Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.

Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.

Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.

Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.

Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.

Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.

È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.

Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.

Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.

Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.

Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.

Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!

Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.

Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.

Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.

Dettagli tecnici su: STRAVAKOMOOT

Videogallery: Video 7’04”

Photogallery:

Piani di Caregno e Vaghezza ghiaiosi

Sono le 6:08 di sabato 19 settembre quando, agganciati i pedali, parto per un nuovo giro ghiaioso. Dopo le scorribande estive sulle strade militari dell’alto Garda, oggi ritorno all’usuale partenza da Brescia. Subito è GravelMella, è ormai soprannominata così da molti, la ciclabile che risale la val Trompia fiancheggiando il corso dell’omonimo fiume.

È ancora buio, praticamente notte, il traffico quasi nullo ed attraversare la città in questo momento ha sempre il suo fascino. Dirigo verso nord, per 22km l’unico rumore o suono che sento è il gorgogliare più o meno roboante del fiume. Oltrepassato Inzino di Gardone Vt. esco dalla ciclabile per affrontare la prima salita di giornata, quella che porta ai piani di Caregno, luogo di partenza per numerose escursioni al monte Guglielmo (el Gölem). La salita è piuttosto impegnativa ed è anche sede di una celebre cronoscalata per categoria Elite-Under23. Tralascio la descrizione dettagliata  rimandando al mio vecchio articolo Piani di Caregno.

Comunque oggi pedalo la LinaBatista con tripla e rapporti agilissimi, non ho ansie da prestazione e salgo con relativa tranquillità godendomi il paesaggio. Infatti poco prima di lasciare la ciclabile il giorno ha preso il sopravvento sul buio della notte. Il cielo non è limpidissimo, ma rispetto alla mia vecchia esperienza su questa salita già il poter vedere a chilometri è una bella soddisfazione. Prima della 8:30 sono nel primo grande spiazzo di parcheggio dei piani, da qui un altro chilometro abbondante di sali scendi su cementata porta all’inizio delle forestali sterrate. Io inizio il mio personale shooting fotografico.

Riparto, inizia lo sterrato, prima in leggero falsopiano poi in discesa sempre più scoscesa e rovinata. In meno di un chilometro mi ritrovo al forcellino di Pezzoro. Mi sembra di essere ad un crocevia essenziale della viabilità dei boschi, da un lato si scende a Cimmo, sopra Tavernole, dall’altro a Pezzoro di Pezzaze. Una bella fontana in pietra, un cartello ligneo e delle sculture fanno da corredo a questo luogo. Non posso che decidere di sostare qui per il primo spuntino e per riempire le borracce.

Riparto, sono appena passate le nove di mattina, ma sono costretto subito ad un’altra fermata. Due bellissimi cavalli mi osservano scendere mentre i miei freni stridono in modo assordante. Li fotografo insieme a me e riprendo la ripida discesa verso il paese. Tratti cementati a 20% di pendenza si alternano a tratti sterrati comunque sempre sopra a 10%.

Sono all’ingresso di Pezzoro, lo oltrepasso, ora la discesa è asfaltata, le curve si fanno sinuose ed è un piacere “pennellarle”. Un’altra cascina che giace solitaria in una radura colpisce la mia attenzione ed una piccolissima deviazione mi conduce ad una nuova istantanea.

Raggiungo l’intersezione con la strada che arriva da Pezzaze, quante volte sono salito e sceso da quella via per raggiungere il Colle di San Zeno! Proseguo, entro nella frazione di Lavone e svolto a sinistra prima del ponte, in questo modo attraversando il borgo mi risparmierò qualche centinaio di metri della ex-statale a tutto vantaggio del paesaggio. Entro sulla strada principale, ma non la seguo per molto, alla frazione successiva di Aiale (circa 1km) svolto a destra e seguo le indicazioni per Irma, uno dei comuni più piccoli e meno popolosi della provincia di Brescia. Qui inizia la salita ai piani di Vaghezza. In realtà, da questo versante, la salita è divisa in tre tronconi, il primo arriva al paese di Irma, il secondo, dopo una discesa di un chilometro, porta a Dosso di Marmentino ed il terzo porta ai piani di Vaghezza.

La salita parte subito cattivella con un primo assaggio sopra a 11% di pendenza, per poi assestarsi su 7/9%. Dopo 2,7km, appena oltrepassato l’incrocio per Magno di Bovegno, si incontra la splendida chiesetta di San Lorenzo (1.500 d.C. circa), sul cartello nel parcheggio vengono citati gli affreschi di Floriano Ferramola contenuti all’interno (1.521 d.C.). Oggi è aperta! Ebbene sì, nonostante le ripetute volte che sono salito da qui l’ho sempre trovata chiusa, o perché troppo presto o perché ora di pranzo. Imprescindibile ed, oserei dire, obbligatoria una fermata all’interno con ampio reportage sugli affreschi. In particolare il Compianto sul Cristo morto presenta numerose analogie con l’opera del Romanino (1.510 d.C.) conservata all’Accademia di Venezia.

Appena uscito un impeto di vanità mi porta a mettere in scena un autoscatto con la mia figura e quella di LinaBatista ai lati del portale di ingresso.cvg15

Riprendo il telefono in mano e d’istinto penso ad inviare le fotografie degli affreschi a mia madre: “Finalmente sono riuscito a vederli anch’io!” Una tristezza infinita mi pervade l’anima. Questa è la prima volta, da quel 9 marzo, che non posso condividere più la nostra passione per l’arte. Risalgo in bicicletta e riparto. Una parte di me vorrebbe incedere lentamente prolungando il ricordo di ciò che mi ha insegnato, l’altra parte vorrebbe scattare sui pedali e fuggire da questo profondo stato di scoramento. Così, arrovellandomi nei miei pensieri giungo ad Irma, inizio la ripida discesa e sono costretto a concentrarmi sulla strada. Dopo un chilometro l’asfalto riprende a salire sotto le ruote della mia bicicletta e questa volta, dopo un primo breve facile tratto, la pendenza è in doppia cifra per un paio di chilometri

, con una punta di 15%. Prima di arrivare a Dosso la strada spiana leggermente per un centinaio di metri. Arrivo al bivio, svolto a sinistra seguendo l’indicazione per Vaghezza, la pendenza torna in doppia cifra per il primo tratto poi prosegue attorno a 8% fino all’altopiano, in tutto poco meno di tre chilometri. Adesso è il momento per la seconda parte inedita del percorso. In un primo avvicinamento alla Vaghezza anni fa arrivai fino alla fine delle case di villeggiatura, ma fui costretto a fermarmi perché la strada divenne una forestale ed io ero in bdc. Guardando le mappe scoprii che la medesima conduceva a Odeno di Pertica Alta scendendo attraverso il bosco. Oggi con LinaBatista posso affrontarla! Inizio a salire. Il primo tratto, misto cemento, è duro vicino a 20% sono solo poche centinaia di metri, in seguito la strada si fa più dolce ed il panorama si apre verso nord. Pedalo ancora per poco più di un chilometro e sono a Passo delle Piazze (1.205m). D’obbligo la fermata fotografica ed anche ristoratrice, sono quasi le 11.00, non è prestissimo, meglio affrettarsi. 

Riparto, i primi due curvoni in discesa sono particolarmente complicati per la mia ghiaiosa: ripidi, molto mossi, con scoli per l’acqua piovana in legno molto ampi. Sono costretto a procedere quasi a passo d’uomo. Arrivo ad un bivio, la strada a monte denominata “sentiero dei cavalli” resta pressoché pianeggiante, mentre quella a valle più stretta è in discesa. Mentre io controllo bene sul gps quale delle due avevo selezionato per il mio tragitto arriva al piccolo trotto una compagnia a cavallo. Codesto è un animale che mi affascina ed inquieta allo stesso tempo. Quando lo vedo in azione i suoi possenti muscoli posteriori mi suscitano sempre profondo rispetto. La mia traccia è quella più bassa, la prendo, dopo alcune centinaia di metri su terreno piuttosto facile un cartello di divieto di transito a tutti i mezzi mi fa immaginare che le cose diventeranno più complicate a breve. Ormai ho imparato che quando si vedono questi cartelli sulle forestali vuol dire che nessuno più si cura di esse ed il fondo si deteriora ulteriormente ad ogni alluvione o bufera.

Così è! La strada, o quello che ne rimane, inizia a scendere più ripida e contestualmente il fondo diventa sempre più mosso, anche le radici ci mettono del loro affiorando qua e là lungo il percorso. Insomma circa 800m piuttosto impegnativi in cui perdo ben 100m di dislivello. Finalmente mi congiungo ad una cementata su un tornante, scoprirò poi, osservando meglio le mappe, che se avessi seguito il sentiero dei cavalli sarei finito direttamente su quella forestale semplicemente un po’ più a monte. Buono a sapersi per la prossima volta. Ora la strada è decisamente migliore, il cemento si alterna allo sterrato. Uscendo da un tornante una bella cascina  ed i suoi prati catturao la mia attenzione ed anche se la giornata è bigia le dedico una fotografia.

Finalmente giungo nella frazione di Odeno, la attraverso e mi soffermo un’attimo per fotografare il borgo di Livemmo e la vallata di fronte a me.

Sono le 11:15, la parte interessante del giro è oramai alle spalle, ma grazie al progetto Greenway delle Valliresilienti nuovi pezzi di ciclabile si sono aggiunti anche in val Sabbia. Scendo lesto da Belprato e giungo alla Nozza di Vestone dove mi attende un meraviglioso, anche se corto, tratto di ciclabile a sbalzo sul fiume Chiese attraverso il quale si giunge a Ponte Re senza dover più passare dalla vecchia statale “del Caffaro”. Giusto il tempo di entrare nella provinciale che, alla soglia dell’abitato di Barghe, piego a destra per attraversare il ponte sul Chiese ed entrare nel centro del paese. Incrocio la provinciale per Preseglie e proseguo diritto su via del fango. Il nome la dice lunga! Sono ormai alcuni mesi che piove poco e quindi non rischio l’infangata totale, anzi la calura estiva la ha resa quasi totalmente asciutta.

Tramite questo passaggio mi trovo direttamente sulla strada interna di Sabbio Chiese, lo attraverso e dirigo per l’ormai nota “stradina del bosco”. Risalgo fino ad Odolo sono le dodici e un quarto. Questo tratto più veloce mi ha consentito di recuperare un po’ di tempo, avevo dato l’una come probabile orario di rientro. Adesso il Groppo e le Coste, spingo sui pedali, scollino, in discesa nonostante le gomme un poco tassellate riesco a tenere la media sopra i 40 km/h e con un poco di fatica arrivo a casa in orario. Sono poco più di 100km per 2.150m di dislivello immersi nelle nostre valli (Trompia e Sabbia).  Caregno e Vaghezza due salite a senso unico per la bdc, ma che con la ghiaiosa si possono unire in un meraviglioso giro ad anello che, sfruttando le nuove ciclabili, diventa veramente una perla delle ValliResilienti.

Caregno & Vaghezza

 

Dettagli tecnici su: STRAVA oppure KOMOOT

Videogallery: Piani di Caregno e Vaghezza (11’24”)

Photogallery:

Brixia Intra Fines (tutto dentro i confini comunali)

Sono le 6.05 di domenica 15 novembre di questo infausto 2020 quando parto per un giro che più volte avevo pensato di creare, ma che alternative decisamente migliori mi avevano fatto posticipare. Ora, ringraziando Mr.Covid, è giunto il momento di definire i dettagli della traccia e metterla in pratica. Come sempre per scaldare la gamba inizio a salire verso il monte Maddalena. Le previsioni del tempo non sono eccellenti, comunque io ci provo ad essere in vetta all’alba. Al sesto chilometro un ultimo sguardo al centro da “Landscape” il punto panoramico.

Landscape (6km)

Mentre il buio lascia spazio ai primi bagliori luminosi del giorno, io mi avvicino alla fine della salita e mi rendo conto che la forte foschia impedisce al sole di farsi vedere. Qualche ripresa video in movimento, ma niente soste. Entro nel piazzale delle Cavrelle e percorro il periplo della chiesetta di Santa Maria Maddalena sullo sterrato smosso. Un bagliore bianco si intravede al di là della foschia, è il sole appena sorto.

La temperatura è scesa a 2°C ed io inizio la discesa verso Muratello di Nave. Il confine del Parco delle colline di Brescia scende lungo la costa del monte Denno per unirsi al crinale del colle San Giuseppe. Per qualche centinaio di metri, nel bosco, la strada sconfina nel comune di Nave per poi riportarsi sul confine. All’ottavo tornate in discesa parte la sterrata che conduce dapprima a cascina Calamandri e successivamente, attraverso il sentiero John Piccinelli, alla cascina Le Paneghette.