Ex-Base NATO (Dosso dei Galli)

Era il 7 ottobre del 2017 quando, esaltati dalla scalata al radiofaro del monte Lesima, decidemmo di salire ai radar della ex-base NATO in vetta al Dosso dei Galli. Purtroppo causa una partita di softair l’accesso all’ultimo tratto era interdetto per motivi di sicurezza. Da allora ho questo tarlo nella mia testa: devo salire ai ripetitori! Sono le 05:16 di mattina del 27 ottobre, a distanza di due anni riparto verso l’alta val Trompia. Oggi c’è il cambio dell’ora, ed è per questo, che sfruttando l’ora in aggiunta di sonno, riesco a partire così presto. Le luci della notte mi accompagnano lungo la risalita della valle, anche il solito vento contrario di termica, purtroppo, si prende cura di me. Salgo lentamente, la temperatura, appena esco di città, scende a 7°C, l’umidità è sopra il 90%, la  pioggia dei giorni scorsi ha inzuppato la valle ed il fiume Mella scorre vivace nel suo alveo. Dopo 25km oltrepasso il paese di Tavernole e la valle si stringe ulteriormente. Queste sono zone dove, nei mesi freddi, il sole si vede per poche ore o per nulla affatto. Io lo percepisco dall’umidità che penetra lo strato antivento del mio “smanicato”. Dovendo fare 60km di salita e sapendo che al ritorno le temperature saranno molto più miti (sopra i 20°C) sono coperto il giusto, ma non troppo. Devo, quindi, mantenere sempre un discreto passo per tenere il battito almeno sopra le 115 pulsazioni per riscaldarmi. Poco prima di Bovegno la valle si apre per un paio di chilometri. Manca un quarto alle sette, la luce dell’alba inizia a rischiarare il cielo facendo intravedere una splendida giornata. nato35Io mi fermo un attimo e fotografo, i campi davanti a me sono zuppi come se avesse appena smesso di piovere, in realtà è semplice rugiada. Dopo Bovegno la strada si stringe ancora diventando quasi una forra, qui il sole, in inverno, non si vede mai, all’altezza della vecchia miniera Tassara, ora trasformata in miniera avventura, raggiungo la temperatura minima di 4°C! Subito dopo il torrente che si getta da destra nel Mella  forma una cascata di una cinquantina di metri ed è ricolmo d’acqua. Mai l’avevo visto così ed il suo fragore rompe il silenzio di queste prime ore del mattino. Vorrei fermarmi, ma fa troppo freddo per una sosta fotografica dai tempi di esposizione lunghi e con il piccolo “octopussy” come cavalletto per rendere l’idea del flusso d’acqua.

Arrivato a Collio, inizio a rivedere la luce del sole che riscalda le vette dei monti Dasdana e Colombine. Oltrepasso il paese e mi dirigo nella frazione successiva di San Colombano, ultimo centro abitato della valle. Uscendo dal paese la prima e graditissima sorpresa: in poche centinaia di metri passo da 5°C a 11°C ed il tasso di umidità si dimezza!

Praticamente mi sembra di essere uscito dal fondo di una ghiacciaia. Adesso il limite dell’ombra si è ulteriormente abbassato, dopo cinque chilometri dall’inizio della salita dura si trova una piccola prateria con qualche cascina e lì sorge un fontanile a cui siamo usi sostare per rabboccare le borracce. Oggi per me sarà la prima vera sosta, il sole lo sta per baciare ed io tolgo i guanti pesanti per mettere quelli leggeri senza membrana antivento.

Mangio una barretta e mi riscaldo un poco le mani prima di ripartire. Altri cinque chilometri mi separano dal bivio per passo Maniva, il paesaggio è meraviglioso, i colori autunnali sono messi in risalto dalla luce del sole ancora basso sull’orizzonte, il cielo è turchese e completamente sgombro da qualsivoglia nembo. Io gongolo ed ho l’acquolina in bocca all’idea di salire fin su ai quasi 2.200m dei radar.

Tuttavia le mie gambe mi riportano alla realtà, ho già innestato il pignone più agile (34×32), ma i muscoli fanno fatica a carburare. Ormai lo so, il freddo e soprattutto l’umidità non vanno per nulla d’accordo con il mio fisico. Decido di assecondare il mio corpo e salgo come si suol dire “di conserva”. Passato il bivio del passo Maniva (1.626m) la strada si fa ancor più spettacolare, la vegetazione scompare completamente, queste sono le creste più alte (1.700m – 2.220m) nell’arco di parecchie decine di chilometri e sono abitualmente spazzate da forti venti.

Oltrepasso il rifugio Bonardi e dopo due tornanti mi ritrovo per la prima volta sul crinale a più di 1.700m, stranamente c’è solo una leggera brezza e neanche tanto fredda, la temperatura, complice il forte irraggiamento solare è salita a 14°C, la vista ora è spettacolare verso nord, le cime alpine sono già innevate, anche se una leggerissima foschia le ovatta un poco. “E mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, ed il suon di lei…” Infinito! Questa è la sensazione da quassù alle otto e mezza del mattino, con nessuno intorno, solo, qua e là, qualche sparo lontano di cacciatori. Nonostante la fatica, la pendenza in questi chilometri finali spesso è in doppia cifra, è sempre di una straordinaria bellezza questa scalata. 

Oltrepasso il pozzone, giungo al tornante da cui si dipana il sentiero per le magiche “sette crocette”, da qui si inizia a distinguere il lago di Garda sull’orizzonte di levante, oggi ancora un poco offuscato “dal controluce” del sole ancora basso.

Le fotografie le lascio per dopo. Il ritorno, per motivi di tempo, dovrà essere ancora da questa strada. La fatica si fa sentire, più che fatica però direi proprio incapacità di accelerare. Nonostante il sole mi stia già scaldando da più di un’ora il mio ritmo di pedalata non accenna a migliorare. Poco male, l’obiettivo sono i radar, non in quanto tempo ci arrivo. Ancora un paio di chilometri e sono sul tornante del Dasdanino, ora i ripetitori sono lì di fronte, enormi, immensi, ma meno inquietanti di altre volte, la splendida giornata e la mancanza di vento li addolcisce un po’. Poche centinaia di metri ed arrivo in quello che considero il punto più spettacolare di tutto il giro, la stretta sella che dopo il goletto di Ravenola (2.071m) scende e risale verso il Dosso dei Galli. In questo punto il crinale si assottiglia a non più di dieci metri di larghezza per un centinaio di lunghezza, con pendii scoscesi da entrambi i fianchi. Alla mia sinistra i laghetti di Ravenola, alla mia destra il laghetto di Dasdana entrambi duecento metri di quota più in basso.

Mi vengono in mente le selle delle equazioni differenziali di secondo grado, per variazioni infinitesime dalla posizione di equilibrio una pallina potrebbe scivolare a destra e raggiungere il lago d’Idro oppure a sinistra e tramite il fiume Oglio nuotare nel lago d’Iseo. Questo è lo spartiacque tra val Camonica e val Sabbia. Ed io sono tutto suonato ad avere certi pensieri di fronte a tanta meraviglia. Ma non è forse vero che la matematica ricerca dimostrazioni semplici ed eleganti ai problemi e che le giuste proporzioni rendono piacevoli ed armonici i dipinti e le sculture del nostro rinascimento? Ma questa è un’altra storia… Ora sono sotto ai radar, ritorno in ombra per circa duecento metri e subito l’aria si fa più frizzante.

Una sosta fotografica e riparto, il passo è conquistato, il cancello ormai abbandonato è aperto e io posso, finalmente, salire alla vecchia base Nato! Sono solo ottocento metri con pendenza media di 10%, ma con rettilinei a 15%!

“Stairway to heaven” suonavano i Led Zeppelin nel 1971 e questo salire con solo l’intensità dell’azzurro cielo sopra di me non può che farmi risuonare questa melodia nella mia mente.

Arrivo, entro nel piazzale appoggio la bicicletta ad uno dei due giganteschi paraboloidi ed inizio il mio giro fotografico. Oggi il meteo è stato più che clemente, tira pochissimo vento, la temperatura all’ombra è di 10°C, ma al sole se ne percepiscono già quasi 20°C, io inizio a scattare istantanee, vorrei restare per ore in questo luogo solitario da cui sembra di dominare gran parte della terra, ma il tempo è tiranno.

Mi sposto sul versante che guarda ad est verso la val Sabbia, mangio un paio di barrette, scatto ancora fotografie, contemplo il passo Maniva, laggiù, seicento metri più in basso, sembra lontanissimo, eppure un’ora fa ero lì. Indosso lo spolverino, cambio i guanti e rimetto quelli con l’antivento, mi aspetta una lunga discesa, più di venti chilometri solo per arrivare a Collio.

Sono quasi le dieci del mattino quando riparto, ma devo fermarmi a scattare le fotografie in quei posti che all’andata mi ero segnato.

In questo modo la discesa fino a passo Maniva si rallenta ulteriormente, arrivo al fontanile di questa mattina all’alba, rifornimento idrico, tolgo la mantellina. Sarà l’ultima sosta prima di casa, sono in ritardo sui tempi che avevo previsto. Mando un messaggio a casa: “10.38 sono ancora sopra San Colombano, arrivo dopo le 12.00.”

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Riparto la fortuna vuole che passato Collio, non ci sia vento contrario, io continuo a scendere, senza spingere, stando tra i 45/55kmh, oltrepasso la cascata della miniera e mi dispiaccio di non potermi fermare. Niente vento, solo un po’ freddo dato che nel tratto in ombra sono tornato a 6°C, ma so già che da Bovegno in poi ci sarà un bel tepore. Così è, fortunatamente ancora niente vento ed io scendo a 50km/h. Passo Tavernole, Brozzo, Marcheno, niente vento meglio così! Dopo Marcheno nel lungo rettilineo che conduce ad Inzino arriva la termica, mi ha graziato fin troppo oggi, nonostante la discesa ora fatico a restare sopra i 40km/h, ma oramai gambe e corpo sono caldi e tutto quello che non ho dato prima lo dò adesso. Il traffico è relativamente scarso, per cui, contrariamente alle mie abitudini, decido di restare sulla ex-statale e spingere fino a casa come in una crono. Ore 11.50 sono davanti al portone, quasi 50km a 40km/h.  E quando mi ricapita?!?

Missione compiuta, Base NATO conquistata!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Ex-Base NATO (Dosso dei Galli)

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La Forra, Passo Nota, “Strada degli Eroi”, Eremo di S.Michele

Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.

Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.

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Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela.  Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”.  Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo). 

Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare. 

Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.

Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.

Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”.  Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.

Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.

Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.

Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.

Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.

La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo. 

La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!” 

Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce. 

Continuo così  per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza. 

Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso. 

Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo! 

Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.

Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi!Discesa degli eroi Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa. 

Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo.Eremo San Michele Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?

L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.

Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.

Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.

Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico. 

Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male. 

Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse. 

E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!

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Dettagli tecnici Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ StradaDellaForra, PassoNota, StradaDegliEroi, Vesio, Eremo S.Michele, Tignalga

Videogalery: La Forra, Passo Nota, gli Eroi, Eremo (12’30” integrale) Guardatelo merita!

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Andata Gardesana, ritorno creste!

Sabato 20 luglio, finalmente, l’altro ieri sono arrivate anche le ruote “cicciotte” per la AliMat, perché, come detto (AliMat), il progetto prevede che questo telaio possa essere usato anche su strade bianche utilizzando dei cerchi da 27,5”. Ieri lo ho collaudato ed oggi posso inaugurare questi nuovi cerchi DT in alluminio montati dalle sapienti mani di Davide Coato con copertoni da 40mm di larghezza solo leggermente zigrinati e con il nuovissimo pacco pignoni Chorus 12v con il 34 finale. Questo mi consente di utilizzare il rapporto 1:1 come più leggero che unito alla minor circonferenza della ruota (2.055mm contro i 2.135mm delle ruote stradali) mi porta ad avere virtualmente un 34×35,5. Con questa agilità non dovrei aver problemi, fatica a parte, sulle cementate fino al 20%. Alle 5.44 parto in direzione alto lago per un giro che ho in mente da più di un anno. Immancabile passaggio dal lungolago di Salò con sosta fotografica alla suggestiva alba ed alle mie nuove Lake purple custom.

Proseguo veloce verso Maderno (sosta fotografica),

Gargnano e mi infilo nella vecchia ciclabile, nella lunga galleria aperta i graffiti aumentano ed io li immortalo mentre pedalo.

Mi ricongiungo alla SS45bis e scendo lungo la prima galleria che porta al Prà della Fam, raggiungo i 60km/h, con il 50×11 sono abbondantemente sopra le 110rpm, ma, ciò che conta, la bicicletta è estremamente scorrevole e tiene la velocità anche interrompendo la pedalta. Ottime ruote ed i copertoni slick, nonostante la dimensione generosa, gonfiati a 3,5bar scivolano veloci sull’asfalto. Prima prova superata, vedrò poi come si comporteranno sullo sdrucciolo. Uscito dalla galleria svolto a sinistra per Tignale, non sono ancora le 7.30 ed io abbandono la statale, non la utilizzerò più per tutto il giro! Salgo verso Cima Piemp, la giornata è afosa e umida, il cielo è biancastro, mi fermo comunque al Belvedere di Tignale per un paio di fotografie didascaliche.

Risalgo sulla specialissima e attraverso il borgo, inizio la parte più impegnativa della salita (Cima Piemp). Piacevolmente stupito constato che numerosi tratti sono stati riasfaltati di recente. Sotto le mie ruote si alternano segmenti di asfalto vecchio granuloso, di asfalto nuovo e scorrevole e di cemento “pettinato” quelli più arcigni.

Io salgo con calma, senza sforzare troppo, quello che mi attenderà dopo è una novità e voglio avere la gamba il più fresca possibile. Prima delle 9.00 sono a Cima Piemp, la vista è completamente offuscata dall’afa, si fatica a vedere persino Tignale più sotto di cinquecento metri. Mi fermo, mangio un paio di barrette, bevo e scatto qualche istantanea.

Sono pronto per lo sterrato, decisamente eccitato per il nuovo percorso ed anche un poco timoroso per la mia scarsa capacità di guida sullo sdrucciolo. La strada è quella che collega Cima Piemp alla Costa di Gargnano attraversando passo d’Ere (1.130m) e bocca Paolone, strada una volta percorribile anche in automobile, ma ormai interdetta al traffico veicolare tranne che per i frontisti. In principio la carreggiata è molto ben battuta e pianeggiante, facile da percorrere.

Dopo un paio di chilometri la piazzola di atterraggio per l’eliambulanza ricavata su una curva a gomito mi costringe ad una sosta fotografica.

Riparto sulla destra la montagna presenta dei fori di gallerie risalenti alla prima guerra mondiale, dopo averne oltrepassati alcuni decido di fermarmi e di entrare per una ripresa utilizzando come torcia il fanale della bicicletta.

Sono gasato, il giro mi sta regalando ancor di più rispetto alle mie aspettative, che erano già alte. Poter percorrere strade nuove con la mia bici da strada riadattata a ghiaiosa è fantastico!

Riparto e dopo il terzo chilometro di sterrato la strada si inerpica di fronte a me, il terreno diventa molto sconnesso con la presenza di numerosi grossi sassi su cui la mia ruota anteriore tende ad impuntarsi. Prima di scendere alla velocità limite di equilibrio sgancio il pedale e decido di proseguire a piede per un piccolo tratto. Succede ancora due volte, sempre per brevi tratti prima di oltrepassare cima delle Carbonere (1.180m altitudine max) ed iniziare la discesa a passo d’Ere.

In un chilometro circa scendo poco più di 100m con un paio di stretti e sdrucciolevoli tornanti (pendenza sopra il 12%) che mettono a dura prova le mie scarse capacità e la geometria prettamente “corsaiola” della mia bicicletta. Dall’incrocio di passo d’Ere si diparte anche la strada per passo Scarpapè che porta ai piani di Rest, ne percorro una ventina di metri per capire com’è.

Ritornato sui miei passi riprendo la strada per Costa, ora per un paio di chilometri la discesa è meno ripida all’interno del bosco e con fondo migliore ed io riesco a gustarmela meglio. Torno nuovamente su sterrato mosso e con pendenza sopra a 10% nell ultimo tratto che mi conduce nuovamente verso l’asfalto.

Un altro chilometro circa e sono a bocca Paolone dove è posto un altro bivio con una strada sterrata che conduce alle malghe di Droane. Io, invece, proseguo su asfalto. Giunto a Costa mi fermo a riempire le borracce, ormai vuote, alla fontana del borgo. Mangio e riparto, mi attende un po’ di comodo asfalto, anche se di traffico per arrivare a Navazzo so già che non ne troverò. Il cielo si è tinto un poco di azzurro e le fotografie vengono un pochino meglio.

A Navazzo lascio la provinciale che sale in Valvestino per svoltare a sinistra nella zona industriale, scavallo cima Mezzane e scendo lungo la cementata che porta dritta a Gaino. Sapevo dell’esistenza di questa strada e sapevo anche delle sue pendenze assurde, per questo non l’avevo mai percorsa con la bicicletta da corsa nonostante fosse tutta cementata ed asfaltata. Oggi con gomme da 40mm gonfie a 2.5atm e freni a disco ho sicuramente un mezzo molto più idoneo ad affrontare questo chilometro in discesa con pendenza costantemente attorno al 20% e soprattutto con ripetuti passaggi sui terribili scoli d’acqua trasversali. Anche questa prova è superata egregiamente da AliMat. Oltrepasso Gaino e scendo in quel di Toscolano, ma quando sono a meno di venti metri dalla Gardesana svolto a destra sul vecchio ponte di pietra, scavalco il torrente e risalgo verso Maclino. Poco più di due chilometri di salita con pendenze tranquille e sono nell’abitato, seguo a sinistra per via per Bezzuglio.

Subito la strada diventa sterrata con le due strisce di terra tipiche delle vie di campagna, scendo fino a guadare il torrente valle di Bornico ed inizio a risalire verso Bezzuglio, come mi era stato detto mi trovo di fronte un’altra cementata terribile; solo un centinaio di metri, ma stavolta la pendenza è del 25%, la gomma tiene, il 34 posteriore mi aiuta ed io salgo. Dopo i primi cento metri mi accorgo che davanti a me la strada sta per divenire nuovamente sterrata, mi affretto a sganciare il pedale e salgo a spinta. Non ci sono alternative per affrontare quella pendenza su sterrato con i miei rapporti. Anche il primo tratto di discesa è particolarmente ripido e pieno di sterpaglie e mi costringe ad un altro tratto a piedi, la strada torna nuovamente cementata ed io rimonto in sella ed entro nel borgo di Bezzuglio.

Lo adoro, piccolissimo, tutte case di mattoni a vista ed ognuna con una bellissima bouganville fiorita che sale fin sopra i tetti. All’uscita dal paese scelgo la strada più facile per arrivare a San Michele, cioè quella che passa per Tresnico.

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È quasi mezzogiorno quando arrivo in cima. Mi fermo alla fontanella e faccio la mia pausa pranzo. Dopo un’quarto d’ora riparto alla volta di Serniga, sfortunatamente i lavori sul ponte del torrente Barbarano (perennemente asciutto tranne che durante le forti piogge) non sono ancora ultimati come avrebbero dovuto e la strada è completamente bloccata. Neanche in bicicletta si riesce a scavalcare. Di tornare indietro fino a Gardone sopra non se parla proprio, per cui risalgo una sterrata che partendo dal ponte costeggia la riva destra fino a trovare un sentiero che scende nel letto del fiume. Bici a spalle e ritorno verso il ponte tra i grossi massi del secco alveo. So che sulla sponda sinistra, ora alla mia destra, c’è un azienda agricola, presumo che anche da lì ci sarà un sentiero che scende fino al torrente. Infatti dopo un centinaio di metri scorgo le sagome colorate di una decina di arnie, risalgo nel prato e tramite la strada sterrata ritorno sulla comunale per Serniga. Oltrepasso il Conventino, oggi la vista sul lago non è un granché, giungo al bivio per la discesa, ma la vocina nella mia testa mi esorta ad un fuori programma e così in poco meno di dieci minuti mi ritrovo di fronte alla chiesetta di San Bartolomeo che domina il golfo della mia Salò. Qualche foto di rito, una barretta e scendo verso la mia città natale.

Giunto in centro decido di completare il ritorno sfruttando la ciclabile di Campoverde-Villa che mi conduce all’innesto con la ciclabile della Valtenesi.

Per la verità il tratto che da Villa sale ai laghi di Sovenigo è promiscuo con i veicoli a motore, anche se ad ogni mio passaggio non ne ho mai incontrati più di due; inoltre la pendenza iniziale intorno a 15% e i successivi tratti sopra a 10% la fanno sconsigliare a tutti coloro che non hanno un minimo di allenamento. Raggiunti i laghetti decido di proseguire sulla ciclabile, da qui verso Polpenazze in alcuni tratti è molto sporca e piena di sabbia tracimata sull’asfalto durante gli ultimi temporali, ma oggi ho le gomme “cicciotte” e vado tranquillo. A Mura di Puegnago, distrattamente manco una svolta a destra e rientro sulla provinciale, ma decido di riprendere la ciclabile prima di Polpenazze, proseguo in direzione di Castelletto, l’obiettivo è di scendere direttamente all’incrocio con il residence dei miei suoceri attraverso via Rero e Via Capra.

Sono entrambe sterrate, ma soprattutto vengono ormai utilizzate solo dai trattori dei contadini, per cui in alcune parti sono praticamente inesistenti. Riesco a farle in sella semplicemente perché sono in discesa, ma rischio più volte di perdere l’equilibrio a causa di grossi massi dispersi sulle due scie di terra. Arrivo. Missione compiuta, dall’incrocio per Tignale in poi non sono più rientrato sulla statale o su strade trafficate. Ottantatre chilometri stupendi attraversando i luoghi della Grande Guerra, percorrendo cementate dalle pendenze impossibili, guadando torrenti in secca, e camminando, laddove era necessario, grazie alle mie nuove Lake con battistrada in gomma da mtb, ma con suola interna in carbonio che mi ha garantito la rigidità di una scarpa da corsa quando c’era da spingere. AliMat, cosa dire di lei? Prova superata a pieni voti ed ora pronti per un nuovo itinerario ghiaioso sulle sterrate della Grande Guerra dell’alto lago!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ Cima Piemp, Passo d’Ere, Costa, Maclino, Bezzuglio, S.Michele, S.Bartolomeo, Laghi Sovenigo

Videogallery: Andata in Gardesana, ritorno da Cima Piemp sulle creste (video integrale 6min circa)

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MOGLIE è tornata!

Moglie è tornata! Sì, dopo alcuni anni di inattività il primo telaio realizzatomi da Michele (FM-bikes) è stato ri-assemblato. Correva l’anno 2005, mentre nascevano i primi social network in rete, Michele fasciava i fogli di carbonio che avrebbero dato alla luce la mia prima bicicletta non in metallo. Dopo più di dieci anni di acciaio, Columbus SLX prima e Zona poi, saltando il tanto temuto alluminio, era il momento di avvicinarsi alla nobile fibra impregnata di resina. Il colore era già scritto, come sempre una gradazione di viola. Un favore chiesi all’amico Michele, prima di iniziare i lavori, sul tubo obliquo non doveva esserci il suo marchio bensì la scritta “Moglie”. Lì per lì non fu molto d’accordo, poi Michi capì, ma un comprensibile dubbio lo attanagliava. “Perché Moglie e non Marina?”. Mi sentii in dovere di spiegargli questa stramberia. Tutto ebbe inizio il 10 settembre 1994 quando io e Marina decidemmo di metterci insieme. Fin da subito ella iniziò a chiamarmi “Moroso!” un po’ per gioco, un po’ per affetto. C’è chi usa cucciolo, amore, tesoro, stella, Marina per qualche strano motivo scelse “Moroso”. Piacque molto anche a me ed io stesso lo utilizzai nei suoi confronti. Suscitavamo ilarità nei nostri amici quando ci chiamavamo in siffatta maniera, ma a noi così piaceva. Dopotutto se Marina aveva deciso di stare con me proprio normale non poteva essere neanche lei! Arrivò il momento tanto atteso. Il 6 ottobre 2001 ci sposammo, a Mompiano nella chiesa di Sant’Antonino, la mia parrocchia. Continuavamo a chiamarci “Moroso” e “Morosa” suscitando ancor più ilarità in chi ci ascoltava. Qualche settimana dopo decidemmo di affrontare di petto la situazione. Eravamo cresciuti! Ora eravamo “Marito” e “Moglie”! Non fu difficile abituarsi ad i nuovi appellativi. Persino sui nostri cellulari, se si cerca in rubrica, i rispettivi numeri telefonici si trovano sotto la voce moglie e marito. “Michele ecco perché dovrai scrivere MOGLIE sulla mia bicicletta” – conclusi io – “e dovrai anche scrivere 06/10/01 sul tubo orizzontale vicino alla sella, che è la data di nozze!” Passarono gli anni e MOGLIE mi accompagnava nelle mie scorribande, per me averle dedicato la bicicletta era un poco come averla al mio fianco. Nel 2009 iniziai a lavorare per il distributore italiano delle biciclette Felt, per ragioni commerciali acquistai un telaio Z1 (top di gamma) e smontai i componenti da MOGLIE per montare la Felt. Decisi che sarebbe rimasta lì, in garage, con le sue ruote DT-Swiss RR1450 dai raggi laminati oro 24 carati, un’edizione limitata di soli 300 pezzi che potei acquistare facilmente lavorando per l’allora distributore italiano di DT-Swiss. Dentro di me cullavo il desiderio di poterla rimettere in strada. Ora siamo nel 2019, sono passati altri dieci anni. È stata costruita LINABATISTA con i pochi soldi ereditati dai miei nonni ed a loro è stata dedicata. Sono nati Alice e Matteo, da poche settimane è nata anche ALIMAT la nuova bicicletta tuttofare in acciaio con le loro date di nascita impresse sul tubo orizzontale. Ora è giunto il momento di smontare la Lynskey in titanio per donare lo splendido Campagnolo SuperRecord 11v a MOGLIE. Trovando un po’ di tempo in pausa pranzo o la sera dopo cena, scendo in garage per assemblare il telaio. Finalmente è pronto, ma siamo vicini al week-end e per il giro lungo del sabato è già pronta Alimat.

MOGLIE dovrà attendere ancora qualche giorno per essere collaudata su strada. Ogni volta che monto nuovi pezzi sulle mie biciclette ho sempre il terrore che qualcosa vada storto, che non funzioni a dovere. Eppure, il meccanico ciclista, è stato il mio lavoro per un paio d’anni, ma niente, quando si tratta delle mie specialissime mi sale sempre l’ansia. Lunedì 17 giugno, ore 5.55 del mattino, scendo in garage, attacco le luci (senza ormai non esco neanche di giorno!) e sono pronto per partire. Aziono il cambio, rapporto agile per salire la rampa e sono in strada. Posizione perfetta, mi sembra di non aver cambiato bici da sabato. MOGLIE è leggera rispetto ad Alimat, inoltre ho solo una camera d’aria e due leva-gomme nella borsina sotto-sella ed un solo portaborraccia.

La direzione è quella del giretto di pausa pranzo (il Mog workout), Costalunga, i due strappi di via Valbottesa e via Monte della Valle per poi arrivare al Colle San Giuseppe. La partenza della mia salita preferita è proprio davanti alla chiesa dove mi sono sposato, così, mentre salgo, penso già a come scattare le fotografie per immortalare la rinata MOGLIE. Il telaio viola con le scritte e i raggi dorati sarà un tutt’uno con la cancellata del ristorante Castello Malvezzi riverniciato da poco con inserti anch’essi aurei.

E poi, gli scatti dinnanzi la chiesa di Sant’Antonino, nel viale alberato del sagrato. Il ricordo di quel giorno, dovrà essere l’ennesimo suggello del nostro matrimonio. Io che conduco la mia MOGLIE davanti al portone d’ingresso della chiesa. Io, che sono essenzialmente un fotografo istintivo, per una volta, sto studiando e pregustando tutta la scena.

La salita al “SanGiu” si trasforma in catarsi, ripenso alla felicità delle nozze, ma, soprattutto, alle difficoltà del matrimonio, alla mancanza d’intimità generata dalla creazione dei figli, bene inestimabile di ogni coppia, ma spesso foriero di ulteriori preoccupazioni. Al rischio di una crisi irreparabile. Alla forza, all’intelligenza che ci hanno consentito di parlare a cuore aperto e di ritrovarci con le stesse tristezze e con gli stessi desideri sopiti. Perché come dico sempre all’amico Carlo, se il mio istinto ciclistico mi porta a fare un giro e determinate fotografie è perché dentro di me la storia è già stata scritta. Anche questa volta il mio incedere, nuovamente, a fianco di mia MOGLIE verso la chiesa è una chiara allegoria della mia vita.

Grazie “Moglie” quella che ho sposato il 6 ottobre 2001 e da cui abbiamo ricevuto in dono Alice e Matteo. In saecula saeculorum!

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Coppa Asteria 2019

Sabato 1 giugno 2019, è giornata di Coppa Asteria, dall’articolo II del regolamento: “Coppa Asteria è una coincidenza ciclistica per salitomani, sadici di salite e gente messa mediamente male dalla vita.” organizzata da “La Popolare Ciclistica” in quel di Bergamo. Una manifestazione facente parte del “Trittico” assieme al “Martesana van Vlaanderen” e alla “Muretti Madness”. Oggi è anche il D-Day il giorno in cui finalmente le mie ruote incontreranno quelle del “Randonneur sciopà” Matteo. Incuriosito dallo stile ironico del suo blog in cui racconta il suo peregrinare in bicicletta, ho iniziato a seguirlo sui social ed in breve siamo diventati amici virtuali. Ora, dopo due anni, riusciamo a partecipare ad un evento insieme. Matteo indosserà il completo Mapei da ciclo-nonno (con il quale porterà a termine il Trittico), io la nostra meravigliosa maglia Cicloturisti! Impossibile non vederci. Infatti, appena entro nel parco Edonè, sede dell’evento, vedo Matteo già in coda per la consegna della liberatoria. Corro a salutarlo, ho una sorpresa per lui. Dopo la stretta di mano estraggo dalla tasca posteriore il cap dei Cicloturisti! dicendo: “Questo è per te, so che hai dei dubbi sulla tua partecipazione (qualificazione già fatta) alla Paris-Brest-Paris, ma se andrai, indossalo!” Matteo è sinceramente sorpreso, chissà forse questo berrettino sarà di sprono per quest’ulteriore avventura.

 

Mi metto in coda anch’io, scorgo anche la sagoma di Claudio, uno dei tre bergamaschi con cui avevo condiviso buona parte del BresciaGravel. Sbrigate le procedure burocratiche, firmato il tabellone come quelli veri e attaccato il Garibaldi sulla canna della bicicletta, sono pronto per partire.

 

Con Claudio c’è anche Diego, lì per lì ci guardiamo sapendo entrambi di esserci già conosciuti. Certo! Alla Gravel sul Serio dell’amico Simone dove abbiamo bevuto una birra a fine gita. Io, Claudio e Diego decidiamo di partire, ma non prima di aver bevuto un caffè. Incrocio Matteo con i suoi amici, vuole sapere che fine farà la Lynskey, a lui svelo il segreto. Claudio e Diego mi portano il caffè (a proposito grazie! Nella concitazione della partenza credo di non avervelo detto) e partiamo. Sono quasi le nove del mattino, al primo semaforo rosso ci voltiamo e vediamo che sta sopraggiungendo un folto gruppo capeggiato da alcuni membri della nefasta “Popolare”. Ripartiamo, saremo almeno in sessanta, (dati ufficiali danno per 300 i partenti).

Sant'Alessandro - Coppa Asteria

Iniziamo la salita verso Bergamo Alta, saliamo dai ciottoli di via Sant’Alessandro ed entriamo da porta San Giacomo.

 

Erano anni che non salivo in città alta, in bicicletta è sicuramente più suggestivo. Io e Diego perdiamo di vista Claudio, scendiamo a ovest della città e tramite stradine e ciclabili ci dirigiamo verso la val Brembana, nella quale si svolgerà la quasi totalità del tracciato. A Villa d’Alme attraversiamo il fiume Brembo e ci spostiamo sulla riva di sinistra. Io e Diego intanto chiacchieriamo di biciclette e altro, siamo ancora in tanti, un lungo treno di biciclette. Ad Ubiale il primo vero strappo di questa coppa Asteria, solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetterà. Un chilometro e mezzo di salita con un paio di strappi con pendenza in doppia cifra.

Ubiale - Coppa Asteria

Scendiamo nuovamente sulla provinciale, oltrepassiamo Zogno. Guardo il Gps sono quasi due ore di pedalata, interrogo Diego: “Fame no?” Sì, anche per lui è giunto il momento di sgranocchiare qualcosa, alla prima panchina in ombra sulla ciclabile ci fermiamo.

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Mentre ci rifocilliamo, vedo il completo Mapei avvicinarsi, è Matteo con i suoi, mi saluta e prosegue. Ripartiamo, attraversiamo San Pellegrino Terme. Vedere lo splendore ed i fasti dei primi anni del ‘900 nelle bellissime costruzioni liberty fa sempre piacere, ma mette anche un po’ di nostalgia per i fasti ormai passati.

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Ci siamo! La coppa Asteria entra nel vivo, inizia la prima vera salita che condurrà in località Alino. Sono 3km alla media di 11%, Diego mi abbandona subito consigliandomi di mantenere il mio passo, ci rivedremo in vetta.

Alino - Coppa Asteria

La strada parte subito cattiva, pendenza attorno a 15%, dopo alcune centinaia di metri su un tornante stretto che sembra più un cavatappi, il mio Xplova segna 18%, si prosegue così, dopo un chilometro di salita due tornanti sopra di me intravedo la maglia del ciclononno Mapei. Ecccolo! Sto per raggiungere Matteo. Gli arrivo alle spalle di soppiatto ed urlo nel mio Gps/videocamera suscitando l’ilarità di tutto il gruppo.

 

Proseguo la salita con loro, assieme a Matteo c’è un altro Matteo (Garofalo) e Davide. In vetta, al ristoro idrico, ritrovo Claudio. Una menzione la meritano anche quegli sciagurati della “Popolare” che riempiono pistole d’acqua fanciullesche con vino bianco o rosso per poterci meglio circuire. Comunque, chi voleva, poteva usufruire anche di una fresca fontanella del sindaco. La sosta è lunga, si scherza e si ride, arriva anche Diego, una bella ”revolverata” rossa anche per lui e si riparte.

 

Che giornata! Il cielo è terso, la valle verde e lussureggiante, la compagnia incredibile!

 

Finita la discesa siamo a San Giovanni Bianco, neanche il tempo di rifiatare e siamo nuovamente con la ruota impennata. Seconda erta di giornata, il Portiera, un versante poco conosciuto che porta a Dossena passando accanto alla vecchia miniera di ferro, luogo adibito a ristoro dall’organizzazione della Popolare.

Portiera - Coppa Asteria

Sono 5,15km con pendenza media 11%, a differenza della prima mancano i lunghi tratti al 18%, in compenso non si scende mai sotto 8% di pendenza. All’inizio dell’erta davanti a me Claudio, che aveva preso qualche centinaio di metri di vantaggio nell’attraversamento del centro abitato. Anche per lui stesso servizio che per Matteo, attivo la mia videocamera ed urlo al mio ciclocomputer.

 

Saliamo, io e Matteo Ga. Facciamo meglio conoscenza, nel frattempo i chilometri passano ed entriamo nel bosco. Le video-riprese ed i luoghi incantevoli mi distraggono. Scatto istantanee in bianco e nero, ma non per far concorrenza a Claudio fotografo vero, bensì perché, da pirla, ho sfiorato lo schermo mettendo l’impostazione “monochrome”.

 

Prima della vetta mi ritrovo solo, Matteo Ga. è a qualche centinaio di metri. Inizia lo sterrato, è bello, poche centinaia di metri e mi ritrovo in un enorme spiazzo da cui si ha una splendida vista. Il ristoro è avanti trecento metri, fuori traccia, di fronte alla miniera abbandonata. Il suono sgarbato di un megafono della “Popolare” annuncia l’arrivo al convivio.

 

Un gigantesco paiolo gira la polenta taragna e di fronte numerose griglie cuociono salamelle a volontà. Ci sono 32°C, è circa l’una del pomeriggio ed il sole di giugno finalmente scotta come è giusto che sia. Le condizioni climatiche ideali per questo tipo di integrazione! Comunque poco più avanti ci sono anche albicocche, arance a spicchi e dolci a volontà. Per il bere oltre l’immancabile vino, scopro che “La Popolare” ha un debole per il Cynar che viene offerto a tutti come ottimo digestivo ed integratore. Scatto qualche fotografia ed aspetto l’arrivo dei miei compagni di viaggio.

 

Sosta lunga, arrivano tutti per ultimo Diego che pare già stravolto, da uomo della bassa bresciana ha qualche difficoltà ad allenarsi in salita durante la settimana. Carpisco un suggerimento ad un ragazzo della Popolare e quando decidiamo di partire, bici a spalla, percorriamo un sentiero di una cinquantina di metri che ci porta direttamente sulla traccia senza tornare indietro.

 

Attraversiamo Dossena e iniziamo la discesa, bellissima anche questa, il percorso è proprio di quelli del Mog, su e giù per montagne stupende. Arrivati a San Giovanni Bianco, attraversiamo il vecchio ponte di pietra, qui scatta il temutissimo “momento selfie”.

 

Si riparte, c’è poco da scherzare, quegli infami della Popolare hanno preparato per noi una terza terribile salita, il o la Pianca, ancora 5,55km di erta oltre il 9% di media.

Pianca - Coppa Asteria

Siamo io, i due Matteo e Davide, si ride ancora sulle prime rampe. Matteo mi fa vedere la sua arma segreta.

 

Avvicina il viso al suo Garmin e dice: “Garmin aggiungi 200w di potenza”, accelera, ci stacca di una decina di metri e urla nuovamente: “Garmin stop potenza aggiunta.”, rallenta e ci aspetta. Prosegue così per un chilometro parlando al suo Garmin per prendermi in giro. In realtà, non aveva capito che io devo avvicinarmi ad Xplova quando faccio le riprese perché altrimenti X5evo registra solo il rumore dell’asfalto avendo il microfono posizionato sul retro protetto dalle piogge. In località Capatelli un lungo rettilineo sopra il 15% mi fa ricordare Malga Ciapela, certo lo scenario è diverso, ma la fatica simile. Mi alzo sui pedali e proseguo, anche nelle precedenti salite mi sono alzato di frequente sui pedali e per lunghi tratti per non affaticare troppo la spina dorsale. Ora tutto ciò lo pago. Ad un chilometro dalla cima, l’ennesima pedalata fuori sella, attiva la contrazione di entrambi i quadricipiti, sicuramente anche il primo caldo ha fatto la sua parte. Sta di fatto che sono decisamente a rischio crampi, mi risiedo, mi concentro su una pedalata regolare, arrivo a Brembella, dove il drone della “Popolare” mi attende per le riprese.

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Una freschissima fontana raccoglie attorno a se una ventina di ciclisti “Asteriani”. Mi fermo anch’io bevo, riempio le borracce, scatto qualche fotografia alla valle.

 

Arriva Matteo Gr. mi dice che aspetta gli altri e che, se ho più gamba, faccio meglio a proseguire, ci rivedremo all’arrivo. Gli confesso che ho avuto un inizio di crampi e che preferisco muovermi subito per sciogliere le gambe in discesa. Con calma ritorno a San Giovanni, ora non mi resta che ripercorrere tutta la valle in discesa seguendo la bellissima ciclovia della val Brembana realizzata sul percorso della vecchia ferrovia. Ci sono ancora due piccole asperità da superare. La prima nei dintorni di Zogno porta nella frazione di Stabello. Poco prima di iniziare la salita, mi passa un ragazzo di origini meridionali, ma che, per lavoro, ha vissuto sette anni a Bergamo, conosce un poco la zona e mi descrive il percorso che ci ricondurrà in città. Mi confida anche che non ne può più di salite e che andrà dritto al pasta party senza affrontare per la seconda volta l’erta di città alta. Procediamo insieme, a Clanezzo scendiamo dalla provinciale per attraversare il fiume Brembo sul “Put che bala” (ponte che balla). Ovviamente scatta il “momento selfie”.

 

Mentre risaliamo i gradini dalla parte opposta dell’argine ci raggiunge anche un gruppetto di bikers. Insieme proseguiamo verso Bergamo, entriamo nel Parco dei Colli di Bergamo e tramite delle bellissime ciclabili iniziamo a risalire verso Città alta, attraverso quella che sul mio Garibaldi è segnata come salita di Ramera.

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Sfortunatamente X5evo ha raggiunto il fine corsa della batteria ed io, da pirla, stamattina ho dimenticato il powerbank per i giri lunghi a casa. Non mi perdo d’animo e seguo le orme di chi mi supera, arrivo in città alta. Inizio a scendere, ma mi ero auto-convinto che prima di tornare all’Edonè avrei dovuto attraversare un’altra porta e che doveva essere in cima, così svolto a destra credo in via Sottoripa e risalgo a San Vigilio, ritrovandomi al punto di prima. Estraggo il telefono per impostare su maps un itinerario per l’arrivo. Proprio in quel momento sento urlare da dietro: “Garmin abbiamo ripreso Marco!” ed ancora “Garmin abbiamo superato Marco!” Mi fiondo all’inseguimento e spiego ai tre che sono rimasto senza traccia. Scendiamo insieme verso Bergamo bassa e ci dirigiamo all’arrivo felici e goliardici più che mai. Ultima foto di rito con il mio nuovo amico, non più virtuale.

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Purtroppo, per me, è tardissimo devo tristemente rinunciare al pasta party e rientrare subito a Brescia dove mi attende la mia famiglia e quella di mia sorella venuta da Venezia. Claudio e Diego? Li stanno ancora cercando in mezzo al Parco delle Colline, ma non li troveranno mai, hanno tagliato l’ultima salita, sembra che almeno uno dei due non ne potesse più.

Grazie Claudio, Davide, Diego, Matteo Ga, ma soprattutto Matteo nuovo amico non più virtuale! Purtroppo, grazie anche a “La Popolare” impeccabile in tutto!

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Dettagli tecnici su Strava: Coppa Asteria 2019

Videogallery: Coppa Asteria 2019 (3’12”)

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È nata AliMat!

Once upon a time… Nel settembre del 2018 si tenne il festival della bicicletta di Rimini. Il Mog vi partecipò per presenziare allo stand dell’azienda di abbigliamento che rappresentava (GSG Cyclingwear). Girando e curiosando per gli stand si imbattè in Michele, un suo vecchio amico, nonché telaista di fama internazionale. Già perché le FM-bike hanno oltrepassato l’oceano trovando distribuzione negli Stati Uniti con il suo cognome FAVALORO. Subito i due iniziarono un’intensa conversazione su mercato, strategie, scenari futuri per telai e biciclette. Poi, d’improvviso, Michele se ne uscì con un: “Ma perché non ti fai un nuovo telaio in acciaio, visto i percorsi che tracci!” Il Mog replicò: “Ho già il titanio!” – poi aggiunse – “Se mi fai un telaio da strada per disco con i passaggi ruota anche per un 650B X 38 che sia proporzionato ne parliamo. È un’idea che avevo già in mente da un po’; una bici e due coppie di ruote per andare ovunque”. Colpito e affondato! A Michele si illuminarono gli occhi: “Certo che posso farlo!” Passarono i mesi, fretta non ce n’era, i due si vedevano in officina e disquisivano. Quando, alla fine di novembre, il Mog entrò in officina con la sua Lynskey, una forcella Enve disc nuova acquistata da un altro amico Michele (il Bedo di Spaccabici) e un copertone 650B X 40. Il Mog esordì: “Prendi queste misure, io qui ci sto come in poltrona e poi mi allarghi il carro posteriore, ma non oltrepassare i 420mm di lunghezza che deve rimanere principalmente una bici da strada.” Come fosse facile! La risposta di Michele? Vi ricordate Frankenstein junior con Gene Wilder: “SI PUÒ FAAAAARE!” Passarono le festività natalizie e finalmente a febbraio si completò la serie di nove tubi.

Michele dovette, però, partire per gli Stati Uniti per esporre al NAHBS di Sacramento. Fretta non ce n’era. Si arrivò a Pasqua ed i tubi furono tagliati, messi in maschera, saldati e sabbiati. Il telaio c’era, ora bisognava verniciato.

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Ma quale tinta di viola volle cercare il Mog? Nel frattempo il sopracitato aveva sguinzagliato un altro artigiano D.O.P. per le sue due coppie di ruote. Era un altro amico e cliente il celeberrimo e stimatissimo (chiedere Yuri Ragnoli e tutto il Team Scott) Davide Coato di CYP wheels. Mozzi posteriori Powertap con misuratore di potenza, anteriori Bitex, cerchi carbon da 30mm tubeless per la strada e alluminio basso profilo tubeless per la ghiaia, raggi Sapim Cx. Ora era il momento di sollecitare anche lui per la consegna. A metà maggio il telaio ritornò nell’officina di Michele pronto e verniciato. Subito il Mog accorse per vederlo: bello, elegante e fine.

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Iniziò l’assemblaggio con un meraviglioso Campagnolo Record 12v, ma non idraulico. Nella sua follia, il Mog volle le impugnature tradizionali, più confortevoli a detta sua, mah! Fu così che vennero montate delle pinze Juin Tech semi idrauliche, su consiglio di Fabio (NovoBike), cioè con tiraggio a cavo e pompaggio a liquido.

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Sembrava tutto pronto, ma mancavano le ruote per le regolazioni dei cavi. Qualche giorno più tardi, dopo forti pressioni, arrivò il messaggio WhatsApp di Davide, perlomeno le ruote da corsa erano pronte. Il Mog si precipitò in quel di Besozzo (Va) per ultimare il suo mezzo. I due, aiutati dalle sapienti ed esperte mani del papà di Davide, sudarono le proverbiali sette camicie per avere ragione dei Gp5000TL che, incautamente, il Mog aveva scelto di usare. Tornato in quel di Brescia il Mog terminò le regolazioni e si apprestò a nastrare il manubrio, ma, imprevisto finale, il nastro non c’era più in garage. Eppure il Mog era sicuro di averlo! Che fare? Ormai l’ora era tarda, ma di amici sparsi per la Lombardia il Mog ne aveva tanti ed il più vicino era Fabio, (Cicli Gandolfi) in città, a meno di due chilometri. Detto fatto, nastro preso e montato! Ora, dopo nove mesi di gestazione, AliMat era nata!img_20190529_1902112079253080716139699.jpg

Sono le 5,53 di giovedì 30 maggio, quando per la prima volta aggancio la mia scarpa ghiaiosa al nuovo pedale Ritchey da strada, quello che mi consentirà di usare scarpe da MTB per camminare in tutta tranquillità nelle mie escursioni ciclofotografiche. L’emozione c’è non lo nascondo, tanti dubbi, anche. Questi freni ibridi funzioneranno o non avrò abbastanza corsa dalle mie leve Campagnolo? L’assetto sarà quello giusto? Se in discesa non ho fin da subito quel feeling di sicurezza che ebbi con la Lynskey? Il nuovo manubrio ergonomico Cinelli saprà soppiantare la mia curva More 3T che mi accompagna da più di dieci anni (ne ho prese tre senza mai voler cambiare modello)? Mentre penso e mi arrovello sono già sui tornati della panoramica. Obiettivo arrivare a Landscape, il km 6 della Maddalena da cui scatto spesso le foto. In salita AliMat va bene, il cambio preciso e perfino silenzioso per essere un Campagnolo, ma in fondo a me un po’ piaceva quel suo essere ruvido. Arrivo, mi fermo, foto didascalica e giù in discesa, frenerò?img_20190530_0625513322456011111248091.jpg Sì frena, è strano, morbida, progressiva, senza bloccare eppure intensa, ma sono le prime frenate, le pastiglie ancora nuove, forse bisogna rodarle un po’. Oltrepasso i 60km/h, che per me è quasi una follia, e freno deciso. Sono in piazzale Arnaldo, ora AliMat, dopo la Madda, deve conoscere il Castello, altro luogo che frequenterà tantissimo in allenamento e non. Mi alzo sui pedali e spingo, passo i 500watt, si attiva la registrazione automatica del mio Xplova X5evo.

Entro in Castello e salgo al ponte levatoio della fortezza, luogo dove ho deciso di fare lo shooting fotografico alla mia nuova bicicletta.

Rientro a casa, per l’ordinaria amministrazione pre-scuola. Sto già pensando all’indomani, AliMat deve conoscere anche via Monte della valle, ma, soprattutto, il Colle San Giuseppe, quella salita che mi ha fatto innamorare del ciclismo. Venerdì 5,54 del mattino, riparto in direzione di Costalunga dove è sito il temibile strappo di Monte della Valle, 700m con pendenze spesso sopra il 14%. Oggi sono più rilassato e me la godo di più, salgo, ridiscendo, mi dirigo verso il colle. Pronti via, un po’ sui pedali, un po’ seduto, per provare le varie posizioni sul manubrio. In salita è tutto a posto, passato l’esame a pieni voti. Giunto in vetta non posso che fare un altro shooting fotografico davanti alla cancellata chiusa del castello Malvezzi ed al bellissimo roccolo lì vicino.

Inizia la discesa, il primo rettilineo è lungo, con buona pendenza, ma soprattutto senza incroci o passi carrai, mi lancio, AliMat scende veloce e ferma, sembra piantata nel terreno. Io supero, per la prima volta da anni, i 70km/h (70,3😂).

Vicino al tornante inizio a frenare, non rischio, ma la frenata mi piace sicura e progressiva (io non sono un discesista, quindi questo commento vale meno di zero). Sono quasi in ritardo, per cui “dritto per dritto” attraverso Mompiano e torno a casa, felice e soddisfatto.

Grazie Alice e Matteo per avermi dato la scusa, con i vostri nomi e date di nascita, per creare un terzo telaio personalizzato! Grazie a Michele e Davide per la realizzazione, ma anche a tutti i miei amici/clienti che hanno partecipato, supportato o sopportato questo mio progetto. Restate connessi perché non è ancora finita, qualcosa di strano deve ancora uscire dalla pentola!

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Passo Maniva tra neve e primule (versante Bagolino)

20 aprile 2019, quest’anno l’inverno è stato clemente con temperature poco rigide, ma soprattutto con scarsità di neve. Questo mi ha concesso di anticipare le tappe ed affrontare le salite prealpine già da fine febbraio. Ora, alla prima occasione utile, sono  pronto per un grande giro. Boom! Oggi è quel giorno! È sempre emozionante dopo la pausa invernale progettare la traccia del primo 3K (3.000m di dislivello). Sono le 5.43 quando la catena della bicicletta si tende sotto la spinta dei miei quadricipiti ed inizia a muovere la mia Lynskey. Il cielo è ancora buio, la direzione sempre quella, verso nord, verso le Alpi. Risalgo le Coste con la strada illuminata solo dal mio nuovo potente faro Trelock. A metà salita il cielo inizia a schiarire lasciando intravedere solo poche nuvole, segno che la giornata sarà limpida. Sul secondo tornante dopo l’abitato di Caino una sfolgorante e luminosa luna piena non si rassegna a calare ad ovest oltre l’orizzonte.

 

Ancora pochi chilometri e sarò in vetta. Il sole è sorto da pochissimo e non posso non immortalarmi con lui. Inizio la discesa, indosso anche la mantellina lunga sopra al gilet antivento, la temperatura è di 5°C, ma so già che scenderà ancora. Prima della piccola risalita di Preseglie mi ritrovo a 1°C, cerco di riscaldarmi un poco in salita. I nuovi guanti leggeri invernali GSG stanno facendo egregiamente il loro dovere. Decido di non togliere la mantellina e proseguo. Scollino, scendo a Barghe, risalgo la valle, Nozza, Vestone, Lavenone e, finalmente, Idro ed il suo lago. La temperatura non cambia, sempre al di sotto di 5°C. Mentre costeggio la sponda di ponente dell’Eridio, il sole si alza oltre il monte Stino, ora irraggia calore favorito dal cielo terso. Mi balena l’idea di fermarmi ad un bar per una colazione. L’unica altra volta che mi successe fu all’inizio del grande giro Dall’Eridio al Sebino e ritorno a tutt’oggi il mio dislivello maggiore durante una pedalata. Dal momento che ho imparato a capire le mie sensazioni, le assecondo e all’uscita del borgo di Anfo mi fermo al bar-trattoria “La Lanterna” posto al bivio della salita per il passo Baremone. “Un latte caldo, una brioche e un caffè lungo, per favore.” mi tolgo la mantellina, i guanti invernali, lì ripongo ordinati nella mia grande borsa sottosella e, con grande calma, mi gusto la mia seconda colazione. Esco dal bar, l’aria è ancora frizzante, il sole è già alto, riparto, mi sento decisamente meglio. Oggi non salirò dal Baremone, una delle mie ascese preferite, ma da Bagolino verso passo Maniva (1.626m). Giunto nei pressi della Rocca d’Anfo, complesso militare fortificato eretto nel secolo XV dalla Repubblica di Venezia, rifletto sul fatto di non averla mai fotografata, nonostante i ripetuti passaggi. ‘This is the day!’ mi fermo e le dedico uno shooting fotografico. Voglio mettere alla prova il mio nuovo Nokia 9 con cinque fotocamere Zeiss che scattano in simultanea su focali diverse. La forte luce del sole, le zone in ombra sotto le montagne, chiaroscuri complessi, vediamo come li saprà rendere.

 

Riparto, sono già felice così, ed il bello deve ancora iniziare. Arrivo a Sant’Antonio, bivio per Bagolino, alla rotonda tengo la sinistra ed affronto la prima parte di salita, quella che scollina all’inizio della valle del Caffaro. Pochi chilometri con pendenze dolci. I panorami verso le valli Giudicarie a nord e sull’Eridio a sud mi costringono ad altre fermate fotografiche.

 

Una volta scollinato si apre di fronte a me lo scenario della valle con la strada per il passo Crocedomini che fa da sfondo, purtroppo la vista spazia anche sulle pinete devastate dalla tempesta di ottobre/novembre. Gli alberi abbattuti a centinaia dalla furia del vento sembrano bastoncini pronti per giocare a Shangai. Riparto con un poco di malinconia.

 

Dopo il ponte sul torrente Caffaro la strada riprende a salire, un lungo rettilineo di quasi 4 km porta all’innesto con l’erta per il Maniva. Questa volta la pendenza è tutt’altro che facile. Tratti più agili al 5/6% si alternano a strappi in doppia cifra. Poco prima del bivio, una bellissima zona parco, dove siamo usi sostare, mi consente il reintegro idrico; già perché nonostante il freddo io sudo tanto e devo stare attento e continuare a bere per non incorrere in bruschi cali. Riparto ed inizio la vera grande scalata di giornata. Il Maniva da Bagolino non è uno scherzo, tant’è che assieme al Baremone, nel nostro gruppo, lo consideriamo la prima vera salita dell’estate.PassoManivaBagolino Quest’anno lo sto affrontando con un mese di anticipo! Si presenta così 10,7km 900m dislivello con pendenza media superiore a 8% ed un chilometro finale sempre sopra 10% con punta di 16%. Una salita lunga ed impegnativa in cui i tratti dove rifiatare bisogna inventarseli perché non ci sono, eccezion fatta per due brevissimi finti falsipiani (si passa dal 10% al 4%). A suo favore, oltre il fascino della salita alpina da grimpeur su una stretta strada di montagna, l’incredibile e vario paesaggio che la circonda. Oggi, sotto questo aspetto, è “la giornata perfetta”: la primavera è già arrivata ed i pascoli che si alternano alla pineta sono traboccanti di fiori (premere HD in basso a destra per vedere il video in alta definizione)

 

La brusca corrente fredda di lunedì ha portato più neve che tutto l’inverno e le montagne sopra i 1.500m sono completamente bianche. Il cielo è blu cobalto, l’aria frizzante rende l’orizzonte trasparente e lo sguardo salendo spazia anche a chilometri di distanza lungo la dorsale dei ghiacciai alpini. Io salgo, né troppo piano, né troppo forte, voglio godermelo questo spettacolare paesaggio a cavallo tra primavera ed inverno.

 

Più volte sfoderò il mio telefono per fotografare “in movimento”, anche il mio Gps Xplova X5 e costretto agli straordinari con il mio pollice che freneticamente lo accende e spegne per dei microfilmati.

 

 

Così facendo arrivo agli ultimi 3km quasi senza accorgermi (non è vero, ma fa “bello” scrivere così). Qui iniziano le piste da sci, la neve inizia a comparire a grandi macchie nei prati ed anche a bordo asfalto nei luoghi in ombra. Sono questi i chilometri più impegnativi, sulla montagna ormai scoperta dal bosco il vento soffia forte e infastidisce la scalata che, dal canto suo, ora non scende più sotto a 10% di pendenza. A mitigare il tutto l’incredibile scenario ormai aperto a 180°.

 

Ci siamo, l’ultimo lungo drittone, pare quasi che il geometra che ha progettato la strada vedendo il passo così vicino (ma la montagna inganna) abbia dimenticato che un paio di tornanti in più avrebbero reso l’ascesa più agevole. Di fronte a me, subito a sinistra del valico, si erge maestoso il Dosso Alto, oggi sarà lui il protagonista del mio shooting fotografico.

 

Io innesto il rapporto più leggero e mi alzo sui pedali, il sole scalda, ma la temperatura quassù è ancora fresca 10/12°C.

 

Sono al passo, scendo dalla bicicletta, giro un poco attorno, a nord la valle del Caffaro e le vette alpine, a sud la val Trompia con il monte Guglielmo nuovamente imbiancato dalla neve. Scatto numerose fotografie in tutte le direzioni, mangio qualcosa, chiudo lo smanicato e rimetto i guanti lunghi per la discesa.

 

Guardo l’ora sono le 10.45, oggi ho chiesto più tempo alla famiglia per il mio giro e non ho l’assillo del tempo. Inizio a scendere, alcuni tratti sono stati riasfaltati di recente, tutto sommato la discesa è in discrete condizioni.

 

Arrivo a San Colombano prima frazione abitata ai piedi del Maniva. Proseguo, la strada è ancora in discesa, ma con una giornata così tersa, il vento termico che risale la valle non può che essere ai suoi massimi. A Bovegno, come ormai mi capita spesso da quando ho riscoperto la Vaghezza, svolto a sinistra e inizio la seconda lunga salita di giornata. Questa stradina comunale porta prima alla frazione di Zigole e poi di Magno entrambi piccoli centri rurali dove il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. La salita è incostante, ma mi accoglie subito con pendenza in doppia cifra lungo l’abitato. In 4 km circa si arriva al comune di Irma, dove in una piccola piazzetta con un fontanone circolare decido di effettuare la mia sosta pranzo. Sono solo le 11.45, ma per me che pedalo da prima delle 6.00 è il momento giusto. Tolgo i gambali e li ripongo assieme ai guanti lunghi nella mia borsa. Ripongo il casco ed il berretto sulla panchina e mi do una sciacquata anche al viso. Mi siedo e mangio due barrette ed un ciucciotto al caffè. Mi ricompongo e riparto. Dopo una brevissima e ripida discesa oltrepasso il torrente Tesolo, che qui forma delle graziose cascatelle e riprendo a salire.VaghezzaDaZigole Ora non si scherza più, per arrivare in vetta ai piani di Vaghezza mancano 6,3 km, la pendenza è spesso in doppia cifra, soprattutto i primi due chilometri che mi aspettano presentano un lungo rettilineo costantemente attorno al 14%. Io salgo corroborato dal pranzo, ma stanco per le ore già passate in sella. Dopo un paio di chilometri sono al bivio di Dosso di Marmentino, potrei semplicemente tenere la strada principale e scendere subito a Tavernole, ma mi perderei lo spettacolo a 360° del punto panoramico sopra lo skilift abbandonato. Quindi proseguo, non curante della fatica, guardandomi attorno mentre guadagno quota ed attraverso un’altra magnifica pineta profumata.

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Arrivo all’ingresso dei piani, la pendenza si fa dolce, un chilometro abbondante di falso piano e sono pronto per l’ultima erta cementata di giornata che mi porta ai 1.200m della cima. Sono poco più di 500m con una punta massima di 14%. Sono nuovamente in mezzo al cielo, ma stavolta la vista può spaziare veramente a 360°, dal monte Guglielmo fino all’opposto monte Baldo che fa capolino sopra i tetti di una cascina. Che meraviglia! I piani di Vaghezza mi hanno conquistato un anno fa ed oggi riescono ancora una volta a stupirmi.

 

Dopo aver mangiato qualcosa riparto, ora sarà tutta discesa fino a casa. Prima lungo i bellissimi tornanti che mi conducono fino a Tavernole, poi lungo la noiosa e trafficata bassa val Trompia. Al solito dopo Ponte Zanano svolto a destra in direzione della frazione di Noboli e scendo la valle lungo strade laterali che attraversano le frazioni di Cailina e San Vigilio. Qui mi tuffo sulla ciclabile del Mella che mi conduce fin quasi sull’uscio di casa senza dovermi preoccupare del traffico veicolare. Quando giungo a destinazione sono da poco passate le 14.00, ho percorso 145km e 3.177m di dislivello portando a casa il primo 3K dell’anno in un giorno che può soltanto essere definito come la “Giornata Perfetta!”

Grazie meteo pazzerello che ci hai donato neve sui fiori primaverili!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Coste, Passo Maniva, Piani di Vaghezza

Videogallery: Video Integrale 4’22”

Photogallery:

 

Gravel sul Serio 2019

Vi racconto una storiella. C’era una volta, non tanto tempo fa, una ciclopedalata ghiaiosa, la BresciaGravel 2018, il Mog vi partecipò. Fu lì che durante un’approvvigionamento idrico nei pressi di Castelletto di Polpenazze, si imbattè in un trio di moschettieri a pedali: il Claudio, lo Stefano ed il Simone (pedalento). Subito nacque stima ed amicizia reciproca. Durante le ore successive il Mog rimase piacevolmente sorpreso dall’entusiasmo di Simone nei confronti del ciclismo, da quest’ultimo praticato da meno di un’anno. Terminò l’evento, ma i ragazzi continuarono a conoscersi tramite i social. Un giorno il Simone fondò un gruppo su Messenger per organizzare una “reunion” durante una pedalata sul Serio, per testare un percorso che aveva in mente. Si fissò la data: domenica 28 ottobre. Sfortunatamente Giove pluvio non fu d’accordo e decise di annaffiare abbondantemente gli argini già dal sabato. Si posticipò il giro al 1 novembre. Nel frattempo nella ciclofficina del Sergio Negri si ritrovarono il Mog ed il Simone. Quest’ultimo, entusiasta, spiegò che il progetto Gravel sul Serio era partito ed i moschettieri avrebbero testato il percorso. I nostri non fecero tempo ad arrivare al 1 novembre che Giove pluvio con l’aiuto di Eolo ruppe gli argini e spazzò via centinaia di alberi dal parco del Serio. Tutto da rifare, niente più tracce, sentieri scomparsi, detriti ovunque. Ma Zagor, il supereroe che alberga in Simone, non si perse d’animo e perseverò nella sua opera. Domenica, 31 marzo 2019, Gravel sul Serio c’è!!!

Sono le 7.40 quando parcheggio l’auto nel piazzale di Romano d/L, scarico la mia Linabatista e mi dirigo verso la Rocca, luogo di registrazione per gli iscritti. Espletate le formalità ho tempo per concedermi un primo shooting fotografico. La partenza è alla francese tra le 7.30 e le 9.00, ma io e l’amico Sergio partiremo con Simone alle 8.30 con il gruppo ufficiale.

Finalmente arriva Sergio, è la prima volta che pedala con me, non sa ancora cosa lo attende! Sergio è di Bariano, cinque chilometri da qui, conosce e saluta molte persone nell’attesa della partenza. Finalmente dall’interno della Rocca escono sul ponte il sindaco, Simone ed il presidente di Pianura da Scoprire. Mentre le autorità parlano, Simone incrocia il mio sguardo e mi saluta calorosamente, sa che per me affrontare 115km di pianura senza nemmeno una salitella è come la kriptonite per Superman.

Simone ci raggiunge in piazza, è un poco emozionato, ma sprizza gioia da tutti i pori. Partiamo insieme e subito do un assaggio della mia pazzia in bicicletta.

Usciamo da Romano utilizzando il più possibile le ciclabili, scopro anche l’esistenza di tunnel per evitare le rotonde più grandi. A volte le ciclabili utili e intelligenti ci sono, ma siamo noi ciclisti i primi ad essere miopi. Dopo una decina di chilometri siamo finalmente sull’argine, è il momento del primo stop fotografico, con l’occasione fotografo anche Simone che era rimasto dietro di noi qualche decina di metri.

Ripartiamo, si chiacchiera, si scherza, si entra nel primo boschetto, nel primo single track, il sole sta già scaldando, se ne vanno in saccoccia gli spolverini. Giungiamo a Malpaga, transitiamo davanti al castello ed io obbligo Sergio al primo dei miei temuti e famosi “momento selfie”, Simone non si ferma e prosegue lentamente. Purtroppo, non lo ritroveremo più fino all’arrivo, dove scopriremo che è sempre rimasto avanti di non più di cinque minuti.

Ripartiamo, pochi chilometri ed il castello di Cavernago ci costringe ad una nuova fermata fotografica.

Ora rientriamo sull’argine e ci dirigiamo verso l’Oasi verde di Seriate, estremità nord della nostra ciclopedalata. Attraversiamo il Serio su un ponte ciclopedonale e ci spostiamo sulla riva occidentale, ovviamente “momento selfie”.

Ora iniziamo la lunga discesa verso Crema, tra i comuni di Cologno e Morengo mi fermo per un’altro shooting fotografico, Sergio prosegue in compagnia di due ragazzi con cui stavamo conversando.

Riparto, accelero, ma non vedo più le loro sagome all’orizzonte, poco dopo oltrepasso un folto gruppo fermo a riparare una foratura, guardo, ma non vedo la sagoma di Sergio. Continuo ancora per alcuni chilometri e nei pressi di Bariano, trovo un accesso ai ghiaioni sotto l’argine. Giro la bici e scendo sulla secca riva. Questa è la fotografia che volevo per rappresentare questo giro.

Riparto, ancora qualche chilometro e presso Mozzanica trovo Sergio fermo ad aspettarmi insieme ad altri due ciclisti, stanno finendo un panino. Gentilmente Sergio mi offre un tramezzino al prosciutto, lo mangio un po’ di fretta in quanto dicono essere lì, fermi, ad aspettarmi già da un po’. Non posso dargli torto, quando inizio a fotografare perdo la cognizione del tempo. Ripartiamo, ancora boschetti tecnici e tortuosi. Sino ad ora il percorso è stato vario alternando lunghi dritti sabbiosi, single track e rari tratti asfaltati. Dopo Mozzanica abbandoniamo l’argine per immetterci sulla ciclabile che porta a Crema. Scopriremo poi, da Simone, che le autorità gli hanno consigliato di utilizzare il più possibile le nuove ciclabili anche a discapito di tratti interessanti sull’argine. In fondo hanno ragione, alcuni tratti sono ben fatti ed una volta uniti tra loro porteranno fino a Crema, in tutta sicurezza, famiglie con bambini. Giungiamo così in città, il solito passaggio a livello ferroviario ci blocca e fa ricompattare un bel gruppetto di ciclisti. Quando le sbarre si alzano siamo una trentina a ripartire ed invadere in fila più o meno indiana il centro della città. Ovviamente “momento selfie”

Con questa ennesima fermata abbiamo perso tutti gli altri ciclisti ad eccezione del tipo che si fa il selfie mentre scatto la fotografia al campanile. Ripartiamo in tre, usciamo dalla città, oltrepassiamo il Serio su un nuovissimo ponte con tappeto di moquette e iniziamo la risalita sulla sponda orientale. Poco dopo ci affacciamo ad un canale, chiedo a Sergio quale sia il suo nome. È il canale Vacchelli! Il celeberrimo canale Vacchelli, lo percorriamo per alcune centinaia di metri e ciò mi basta per capire che andare da Spino d’Adda fino a Cremona costeggiandolo è di una noia mortale, come dice il Fabio Galli.

Si sale verso nord, ora i tratti asfaltati, quelli con il bitume granuloso solcato da anni dai trattori padani, si fanno più numerosi ed aumentano un poco la velocità media. Ad abbassarla ci pensano i sentieri sabbiosi o ghiaiosi che costeggiano gli argini ed è proprio lungo uno di questi che di fronte a me vedo l’inquadratura perfetta, quella che fermerebbe un pittore impressionista e gli farebbe aprire il cavalletto per dipingere “en plein air”.gvs033

Questa volta Sergio si è fermato con me, forse rapito anche lui dallo scenario, forse perché la stanchezza inizia a prendere possesso delle sue fibre muscolari; per lui questo è il primo giro sopra i cento chilometri del 2019. Ripartiamo, quando sugli sterrati provo ad accelerare vedo che fatica, quindi adeguo il passo e sospendo la mia parlantina. Sono già più di quattro ore che sente la mia voce ronzare come una zanzara nelle sue orecchie. Prima di lasciare l’ultimo tratto sabbioso, ci ricongiungiamo con una gruppetto di bikers, con loro arriviamo alle porte di Romano, ma l’ingresso nella piazza antistante la Rocca è in solitaria

Giunti in piazza la prima persona che vediamo, vicina ai gazebo per la firma, è lui, Simone Radavelli! Subito parte lo sfottò: “Ma non ci hai neanche aspettato!” Il tempo di firmare tutti quanti e l’organizzatore Simone mi concede un’intervista a caldo.

Alla fine sono circa 115km in 5h13′, dislivello: non pervenuto, ma chi se ne frega! Un’altra splendida giornata passata in compagnia di amici ciclisti, su un percorso che, nonostante il piattume, non è mai stato banale bensì divertente e variegato.

Grazie Simone!

Dati statistici su Strava: Cicloturisti!@ Gravel Sul Serio

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Videogallery: video integrale (4’24”)

Photogallery:

 

Dalle cave di marmo al lago di Garda

Sabato 9 febbraio 2019, ore 7:43 parto per il primo giro “lungo” dell’anno. Le previsioni meteo danno una giornata di sole leggermente velato e con temperature al di sopra dello zero sin dalle prime ore del mattino. Si dice che la notte porti consiglio. La voglia di pedalate sporche che mi ha accompagnato lungo quest’inverno si scontra con il desiderio di una giornata al lago con clima mite. Così nasce un inedito giro “fusion” che le contempla entrambe. Esco dalla città e mi dirigo verso Botticino Mattina, la temperatura si abbassa e nei pressi di Caionvico come spesso accade raggiungo la minima (-1°C). L’obiettivo è salire a Molvina per poi percorrere di traverso tutte le cave di marmo fino a Gavardo. La prima salita mi porta nella frazione Gazzolo di Botticino, non è lunga, semplicemente un muro di un chilometro costantemente sopra il 10% ed un finale con massima sopra il 20%.

Oggi pedalo la ghiaiosa Linabatista ed il 24×32 mi viene in aiuto per mantenere, perlomeno, la pedalata agile. La fatica quella si sente sempre.