Colli Storici (colline moreniche del Garda #fakeTuscany)

Nonostante la mia risaputa avversione per i percorsi pianeggianti c’è un itinerario che da alcuni anni mi intriga, ma che per svariate coincidenze non sono mai riuscito a realizzare. Colline morenicheÈ il giro delle strade bianche dei Colli Storici. Si tratta di un grande anfiteatro morenico, ovvero un ambiente formato da cerchie collinari con interposte piccole aree pianeggianti, originatesi dai detriti rocciosi trasportati dal grande ghiacciaio del Garda due milioni di anni fa (per info: https://collinemoreniche.it/ ). Siamo ai primi di marzo, quest’anno la tanta neve scesa ha ricoperto abbondantemente le Alpi anche a quote basse ed i versanti a nord sono ancora poco accessibili al ciclismo. Inoltre fervono i preparativi per le “Strade bianche” dei Pro e Komoot ha lanciato un #stradekomoot per invitare tutti gli utenti a creare percorsi ghiaiosi nelle loro zone da percorrere in quel fine settimana. Io, con la velocità di un bradipo-missile, mi sveglio in ritardo, ma so di avere vicino a casa il territorio giusto per creare una traccia degna di essere soprannominata #fakeTuscany. Un po’ prendo ispirazione da un giro di Niccolò (https://www.strava.com/activities/4900937300), per il resto studio attentamente la mappa komoot e individuo quelle che sembrano le strade migliori per la mia AliMat cercando di non sconfinare troppo in single-track estremi. C’è un però, infatti le restrizioni covid, che fortunatamente ci lasciano uscire dal comune per rientrarvi, non ci lasciano uscire di regione. Quindi niente Borghetto sul Mincio, la mia traccia si dovrà accontentare di lambire il fiume Mincio dal versante mantovano osservando l’ameno paesetto da lontano. Sabato 13 marzo, ore 6.10 del mattino parto per la mia Toscana. Il tempo di uscire dall’urbe ed il termometro è già a 0°C, ma poco importa tra Rezzato e Castenedolo la prima soddisfazione di giornata, il sorgere del sole dalla campagna reso ancor più rosso dalla foschia mattutina.

Le nuvole stratificate in cielo non promettono certo una giornata spettacolare, ma le previsioni dicono che nell’arco della mattinata il meteo dovrebbe migliorare. Proseguo in direzione sud-ovest, raggiungo e oltrepasso Calcinato, non sono strade nuove, ma le percorro veramente di rado, forse l’ultima volta era la BresciaGravel del 2018. Nella frazione di Bossotti (1*) la prima sezione di sterrato, poco meno di un chilometro di campo che accorcia la strada asfaltata.  In totale saranno 15 settori di sterrato per un totale di 32,5km. In base alla personale sensazione di difficoltà ed alla lunghezza li ho codificati da 1 a 5 asterischi. Come riportato dalla tabella dei segmenti Strava qui sotto

Termino il primo segmento attraversando la provinciale e proseguo verso la frazione di Esenta. Giunto nel borgo tengo la sinistra verso il monte Malocco, qui inizia il secondo tratto (3*), quasi 2km in uno splendido boschetto. La strada è ampia, una vera strada bianca a due corsie in leggera salita che immette nelle colline moreniche. Ho già percorso trenta chilometri, ma a voler essere puristi la traccia più corretta dovrebbe partire da questa zona (c/c “Il Leone” ampio parcheggio). Oltrepasso la provinciale che collega Desenzano a Castiglione e mi infilo in una via secondaria in direzione cascina Navicella. Ammetto che senza traccia sul gps sarei in difficoltà a tenere il percorso prestabilito. Inizia il terzo settore (5*) sarà il più lungo in assoluto, quasi 6km di strada bianca, attraverso colline sinuose di campi appena arati, frutteti appena fioriti e vigneti pronti a gemmare. Il tutto si svolge zigzagando attorno al monte Peloso.

Una meraviglia! Da qui inizia il vero festival del #fakeTuscany: splendidi viali bianchi contornati da cipressi, ampie curve in contropendenza, distese di terra arata che alla luce del sole albeggiante si colorano di rosso come la creta. Esco dallo sterrato per svoltare a destra sulla strada asfaltata che conduce al Santuario della Madonna della Scoperta, meta assai frequentata dai ciclisti di zona. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico con un pizzico di civetteria vanitosa.more09 Mangio anche qualcosa, riparto, potrei andare rapido a Solferino sulla strada asfaltata, in questa zona il traffico è comunque ridotto di suo, in più siamo in allerta covid, ma preferisco inserire il quarto segmento (5*) di 3km. Il terreno stavolta è perlopiù quello da campo, quindi molto più mosso e fortunatamente asciutto. Rientro sull’asfalto a Staffolo, località di Solferino, qui proseguo per l’Ossario. Fermata d’obbligo, è ancora chiuso. Ritorno sui miei passi e salgo fino alla torre di avvistamento.

Il nome Colli Storici viene proprio dal fatto che queste zone furono teatro della cruente battaglia di San Martino e Solferino durante la II guerra d’indipendenza che vide opposti gli eserciti Piemontese e Francese a quello Asburgico. La battaglia lasciò così tanti morti e feriti sul campo che lo svizzero evangelico Henry Dunant giunse da Brescia il giorno seguente. Egli si unì, a Castiglione delle Stiviere, ai soccorsi prodigati dalla popolazione locale a tutti i sopravvissuti senza distinzione riguardo alla divisa indossata. Da questa carneficina ebbe l’idea per la fondazione della Croce Rossa. Finisco il giro attorno alla torre e scendo verso il paese. Tracciando avevo visto una strada bianca che attraversava la campagna in direzione Cavriana costeggiando un piccolo laghetto, la prendo. Mi fermo proprio di fronte allo specchio d’acqua, meraviglioso! Mi immagino Jean-Baptiste Camille Corot che apre il suo cavalletto ed inizia a dipingere uno dei suoi celebri paesaggi che lo resero famoso come antesignano della pittura “en plein air” degli impressionisti.

Riparto, la strada è una vera traccia di campagna, molto sconnessa in leggera salita, fortunatamente poco meno di un chilometro (Laghetto 3*), rientro sulla provinciale e seguo a destra per Cavriana, l’asfalto dura poco, un’altra deviazione su strada di campagna mi attende e mi conduce alla frazione di Scamadore (3*), anche questa piuttosto sconnessa, ad un certo punto più simile ad un single-track che separa due campi adiacenti. Nonostante non piova da mesi, riesco a trovare addirittura una decina di metri di fango. Rientro sull’asfalto percorro il centro storico di Cavriana da ovest verso est e dirigo verso il Santuario della Madonna della Pieve posto in posizione rialzata con splendida vista verso la pianura padana. Con grandissima sorpresa mi trovo davanti ad una splendida costruzione, interamente in cotto, in perfetto stile romanico dell’XI secolo e per giunta ottimamente conservata (peccato sia chiusa). Le fa da corollario un viale di cipressi che la rende perfetta per il #fakeTuscany e mi porta alla memoria la più celebre delle Abbazie romaniche quella di S.Antimo.

Fantastico! Ora c’è proprio tutto, campi, cipressi, argilla, abbazie romaniche, filari di cipressi, alla faccia delle restrizioni da “zona rossa” oggi sono ufficialmente in vacanza in val d’Elsa! Riparto, lo confesso, dentro di me sto gongolando dalla soddisfazione, la traccia che ho creato è incredibilmente bella, sia ciclisticamente, sia culturalmente e questo mi esalta ancor di più. La discesa dalla Madonna della Pieve è su sterrata, poche centinaia di metri e sono sulla provinciale. Qui un imprevisto, dalle mappe ci doveva essere una strada bianca che attraversa un campo in direzione nord per scavalcare il monte Scuro dal lato est. Purtroppo si rivela essere un “single-track” nel campo che sparisce nel bosco. Ricontrollo le mappe e trovo un’alternativa più agevole che lo scavalca dal lato ovest, sfruttando dapprima le strade asfaltate alla periferia della cittadina. Dal crinale, quasi a 200m slm, si dovrebbe vedere il lago, ma la giornata fosca e dal cielo particolarmente sbiancato non rende proprio giustizia del panorama.

Mi infilo nel bosco percorrendo uno sterrato credo molto usato dai biker. Infatti, di lì a poco, una comitiva di oltre venti ciclisti (molti elettrificati) mi incrocia. Quasi 2km (Monte Bosco Scuro 5*) di sterrato nel bosco e nei campi, segmento piuttosto tecnico, ma con incredibili passaggi. Rientro sull’asfalto, anche se resto su strade secondarie di campagna. Poco più di un chilometro, attraverso la Strada Cavallara (SP15) e riprendo una strada agricola che si fa subito sterrata. Quello che nomino segmento “Monte Tondo” (5*) è uno dei più lunghi, oltre 4km, una lunga ed aggrovigliata “S” che si insinua nei campi e nei frutteti più nascosti, impossibile vedere queste campagne dalle provinciali asfaltate esterne.

Un luogo magico, a tratti molto impegnativo, in alcuni punti la strada bianca entra nel bosco e prosegue tramite sentieri. In un punto sono costretto a scendere e scavalcare un piccolo dosso di una decina di metri a piedi a causa del fondo troppo ripido e sconnesso. Finito il bosco, si riapre la vista sui campi, inizio ad intravedere la piana paludosa del laghetto di Castellaro. Mi collego finalmente alla strada bianca che ne segue il profilo. Cerco di andare il più vicino possibile allo specchio d’acqua tramite una deviazione segnalata, ma il terreno si fa dapprima fangoso ed in seguito paludoso. Desisto, ma decido di fermarmi qui per mangiare qualcosa e rilassarmi.

Riparto, Castellaro Lagusello è lì che mi aspetta, stranamente non sono mai riuscito a visitarlo neanche in automobile. Oggi è il giorno! La strada  ritorna asfaltata, entro in paese dallo splendido portone fortificato. La tristezza pervade il mio animo, vedere uno dei “borghi più belli d’Italia”, senza nessun tipo di turismo, con tutte le locande chiuse a causa della pandemia è un colpo al cuore. Solo alcuni abitanti locali si intrattengono davanti alla tabaccheria. Io proseguo nel mio giro all’interno delle mura, l’unico lato positivo è la tranquillità del luogo.

Esco e mi dirigo verso il confine con la provincia di Verona, purtroppo, non volendo infrangere le restrizioni il passaggio a Borghetto di Valeggio sul Mincio mi è precluso. Nel creare la traccia ho cercato di raggiungere il punto più orientale in modo da poter percorrere almeno un tratto della ciclabile a fianco del “Canale Virgilio” (3*) prima di entrare nell’abitato di Monzambano ed invertire la rotta verso casa. L’idea si rivela buona ed il passaggio a fianco del canale è suggestivo.

Lascio la strada bianca, risalgo sull’asfalto ed entro in paese da sud. Riconosco la strada, la percorsi il giorno di Ferragosto dello scorso anno di rientro dal Pian delle Fugazze, erano quasi le nove di sera, il sole ormai tramontato lasciava spazio al crepuscolo. Nonostante questo il ricordo è fresco nella mia mente: “Si svolta a sinistra e poi si tiene la destra, un chilometro più avanti la chiesetta di San Pietro.” Infatti, ivi giunto, mi fermo per una sosta ristoratrice, ma, soprattutto, per togliere l’intimo invernale che mi aveva salvato dalle temperature vicino allo 0°C delle prime ore. Da qui la strada è parzialmente nota anche se la traccia contiene ancora delle varianti che spero impreziosiscano il giro. Attraverso il centro di Pozzolengo poco prima di mezzogiorno, un rapido saluto al G-Bike di Alessio, e dirigo verso la torre di San Martino. Dopo essere passato per l’ossario e la torre difensiva di Solferino è d’obbligo la fermata al monumento commemorativo e celebrativo dedicato a Vittorio Emmanuele futuro Re d’Italia.

Come sempre fotografia in pieno controluce e sfondo sbiancato, riparto mi attendono i dolci clivi dei vigneti di Lugana che mi portano nuovamente nei pressi del centro commerciale “Leone” attraversando Montonale e Centenaro. Qui finisce il percorso dei Colli Storici. Volendo si potrebbe arrivare in auto a Lonato e seguire questi 68km ad anello, giro moderatamente facile, adatto a tutti e ricco di bellezze artistiche e paesaggistiche. Io, invece, ho ancora un po’ di chilometri per tornare a Brescia, ma soprattutto ancora alcune chicche da vedere. Oltrepasso la superstrada per Mantova tramite un cavalcavia e l’autostrada A4 tramite un sottopasso, sono al confine tra i comuni di Desenzano e Lonato, lascio la strada asfaltata che conduce diritta al lago per svoltare a sinistra in via San Cipriano.

È il dodicesimo segmento sterrato che ho codificato “S.Cipriano” (4*), una breve salita immersa tra campi e boschetti fioriti meravigliosi, non ero mai passato di qui, ennesima riconferma che saper tracciare anche in luoghi familiari consente sempre nuove scoperte. Mi ritrovo in vetta ad una collinetta cosparsa da splendide villette di vacanza con vista lago, scendo, attraverso la vecchia Padana superiore e dirigo verso la Valtenesi, già perché anche qui di sterrate ne abbiamo. Arrivo alla ferrovia Milano-Venezia, la fermata è d’obbligo. Sento il rumore dei fili e dei binari, sta per sopraggiungere un treno. Aspetto, come Renato Pozzetto nel film “Il ragazzo di campagna”, perché in fondo: “Il treno è sempre il treno!”

Riparto, tramite un nuovo breve segmento sterrato “Monte Recciago” (3*) mi ritrovo nei pressi dell’Abbazia di Maguzzano, salgo sul sagrato e foto di rito, visto l’orario non provo neanche a vedere se è aperta. Ora mi attende un pezzo della splendida ciclabile che collega Desenzano/Lonato a Salò attraversando tutto il crinale della Valtenesi. Sarà perché questi luoghi li conosco bene, sarà per l’ora tarda, ma dimentico di fotografare, oltrepasso i Barcuzzi e proseguo per Padenghe salvo poi deviare a sinistra poco prima di incrociare la provinciale per salire ai Calvino. Oltrepassata l’azienda agricola dico “Ciao!” al mio lago e scendo su splendida sterrata “Cappuccini” (4*) verso il castello di Drugolo, ora la vista sui campi e sui pascoli mi rapisce e mi ricordo di fotografare.

Sullo sfondo il castello, davanti un pascolo di bovini che fossero stati di razza Chianina mi avrebbero riportato sicuramente in Toscana, ma anche così le somiglianze ci sono. Mangio qualcosa prima di ripartire, bevo e rimonto in sella. Passo alla sinistra del complesso di Drugolo, ne seguo il perimetro per un tratto e trovatomi nella posizione ideale scatto la fotografia didascalica che mancava.

Terminato questo lungo tratto ghiaioso (2,7km) attraverso la provinciale per Padenghe e dirigo verso il prestigioso Golf club Arzaga (2*). Qui mi attende l’ultimo tratto sterrato, un chilometro circa, che dal piazzale d’ingresso mi porta, attraversando un boschetto, all’innesto con la provinciale che da Soiano ritorna verso la città. Svolto a sinistra verso Carzago ove mi fermo per riempire le borracce ormai vuote. Attraversando strade secondarie ben note oltrepasso Bedizzole e dirigo verso località Pontenove. Qui l’antico ottocentesco ponte permette di attraversare il fiume Chiese su una splendida pavimentazione di ciottoli degno sigillo finale del giro (vedi video). Sono praticamente le 14.00 ed io per accelerare i tempi percorro gli ultimi 13km sulla strada maestra sfruttando il fatto che tra “zona rossa” e “orario di pranzo” il traffico è pressoché nullo. Alla fine sono quasi 145km e oltre 1.100m di dislivello (solamente collinari!) con ben 32km di strade bianche. Un giro, no meglio dire un itinerario storico-culturale oltre che paesaggistico che mi ha saputo regalare emozioni e soddisfazioni grandissime. Oggi più che mai mi sento Mog (Master of Gps) per aver creato una traccia così intensa.

Dettagli tecnici su STRAVA: https://www.strava.com/activities/4939279204

Dettagli tecnici su KOMOOT: https://www.komoot.it/tour/329733885

Corna di Sonclino

Sono le 5.40 di domenica 4 aprile, giorno di Pasqua, quando parto nel buio della notte in direzione val Trompia. È così presto che mi azzardo a risalire lungo la ex statale fino a Sarezzo. Qui, dopo aver oltrepassato il Crocevia, alla rotonda successiva svolto per il centro e la valle omonima. Questa strada, meno nota, mi consentirà di arrivare a Gazzolo di Lumezzane senza passare dal terrificante e infinito rettilineo che attraversa le frazioni basse di Termine e Valle. Quella è la strada principale che porta a Lume, una lunghissima fila di capannoni lunghi e bigi che testimoniano l’infinita operosità del popolo valgobbino, ma che sinceramente sono piuttosto deturpanti del paesaggio circostante. La valle di Sarezzo invece sala dritta in mezzo ai quartieri residenziali con pendenza a volte più sostenuta, ma sempre pedalabile. Il confine tra i due comuni è segnato da una corta e leggera discesa su una stretta strada a senso unico alternato (interdetta ai veicoli oltre i 3.5t). Ecco palesato il perché non venga percorsa normalmente dal traffico automobilistico, se non locale. La traccia che ho elaborato alcuni mesi or sono mi conduce tra le vie di Gazzolo fino ad una piccola piazzetta dove la chiesa di Sant’Antonio da Padova la fa da padrona. Rimango relativamente stupito da questo angolo di antichità che, sotto le prime luci dell’aurora e dei lampioni comunali, denota una certa bellezza e contrasta fortemente con tutta l’urbanizzazione che gli sta attorno. Inevitabile la sosta fotografica, riparto, le vie di Lumezzane sono caratterizzate da improvvise rampe di collegamento tra le strade principali che rasentano o superano per brevi tratti il 20% di pendenza. Odo un rumore di fucina, sono le 6.40 del mattino, in una fabbrichetta la luce è accesa, anche i macchinari sono accesi. Qui si lavora anche il giorno di Pasqua e di buon ora! Zigzagando arrivo all’imbocco della cementata per il Sonclino. Come d’incanto il paesaggio cambia radicalmente, davanti a me solo il bosco, dietro il cemento. Bastano pochi metri per capire che oltre al panorama è cambiata radicalmente anche la pendenza, un bel rettilineo sinuoso con pendenza oltre il 17% mi accoglie. L’aurora sta facendo spazio all’alba, anche se da qui, tra le montagne, non si potrà godere del sorgere del sole. La luce inizia ad illuminare il paesaggio e riconosco sotto di me la valle di Sarezzo e la bassa val Trompia. Dopo questo primo assaggio di 500m impegnativi la situazione pendenza migliora relativamente, ma sempre restando sopra il 10%. Io mi guardo intorno, per me è una visuale nuova sulla val Trompia. La salita si inerpica a stretti tornanti sul versante sud-ovest della montagna. Dopo circa 3km si oltrepassa l’eremo di San Bernardo, da qui la strada diventa una consortile privata, la sbarra è alzata, la caccia è ormai chiusa, ma meglio non avventurarsi in queste zone all’alba durante la stagione venatoria. Proseguo ancora un paio di chilometri ed i tornanti si fanno più tosti, la pendenza torna abbondantemente sopra il 15%, la vegetazione cambia, al bosco si sostituiscono arbusti fioriti di erica, sono ormai attorno a 1.000m di altitudine, la temperatura continua a scendere ed ormai è vicina allo 0°C. Ora la vista dai tornati si è spostata verso nord-ovest. Intravedo una chiesa sulla montagna di fronte a me, è il celebre Santuario di Sant’Emiliano che sorge poco sotto la vetta dell’omonimo monte, anch’esso meta ciclistica di biker, vi si arriva tramite una terribile ascesa che prima o poi ho in mente di fare. Sono ormai in vista del crinale, Lumezzane appare piccolo laggiù in basso. Il Bivio per la Corna di Sonclino ed il Dosso dei quattro comuni segna la fine della salita (8,6km al 9,1%) e l’inizio del falsopiano. Uno splendido balcone a 1.300m che guarda verso mezzogiorno, fortunatamente il meteo sta migliorando ed almeno verso sud il cielo è sgombro da nuvole. Non pensavo ci fossero così tante baite di vacanza in questo luogo, ma devo dire che sono splendidamente incastonate nella montagna in una posizione invidiabile. Qualcuno sta costruendo sopra delle macerie e la mia passione per le ruspe mi obbliga ad uno shooting fotografico. Riparto, ma solo per trovare il punto migliore per la didascalia panoramica. Uno spettacolo! Di fronte a me il monte Conche e il monte Palosso entrambi a 1.100m circa, tra di loro si vede perfettamente la parte sud della città e l’altissimo camino del termovalorizzatore, più lontano compaiono vagamente le sagome degli appennini. Sotto di me l’intera città di Lumezzane si sviluppa allungata all’interno della val Gobbia. Vista da quassù non sembra neanche quell’assembramento di cemento e ferro qual è.  Sono quasi alla fine del crinale, vedo un bellissimo prato con una staccionata nuova vi appoggio la bici e mangio una barretta, osservo meglio, da sotto, spuntano le cime di un semicerchio di alberi, pare proprio essere un casotto interrato, anzi a me da proprio l’idea di una “ Casotto spa” magari li sotto c’è anche una sauna. Inizio la discesa, ripidissima, cementata, tortuosa, ma con veduta spettacolare sui monti scoscesi. Prima di ricongiungermi con la provinciale del passo del Cavallo una grande cancellata gialla chiude completamente la strada e segna la fine della consortile. Un passaggio a gradini incorporato alla sinistra del cancello consente il transito ai pedoni. Bici in spalla e passo. L’aria resta frizzante, costantemente tra  2°C e 4°C durante tutta la discesa, nonostante il sole sia ormai alto. Sono sulla provinciale, meno di un chilometro al passo del Cavallo. Ritorno alla civiltà, guardo l’ora: quasi le 9.00, fortunatamente il traffico è ancora modesto. Inizio la discesa verso Agnosine, oltrepasso le gallerie, non mi sono mai piaciute queste gallerie, lunghe dritte con poco traffico, si rischia sempre il “fenomeno” che crede di essere in pista e sfreccia a 150km/h. All’uscita dalla seconda, in località Casale, svolto a destra su una sterrata. Questa deviazione mi consentirà di arrivare a Binzago nuovamente in mezzo alla natura. La strada per me è nuova all’inizio lo sterrato è bello e pianeggiante. Dopo circa 800m oltrepasso il torrente Vaso Bondaglio e le cose si complicano com’era giusto che fosse. Dai cartelli gialli e neri scopro che questa sterrata fa parte del percorso permanente della Conca d’Oro bike. Lo sterrato si fa più smosso e la pendenza inizia a crescere, sono già oltre il 10% ancora qualche centinaio di metri e davanti mi ritrovo letteralmente un muro di circa 100m. Scendo lo percorro a piedi, la pendenza oltrepassa anche il 30% in alcuni punti. Sono in cima, il cartello recita Passo del Viglio 742m, da questo incrocio parte anche un ampio sentiero che scende in val Bertone per congiungersi direttamente al paese di Caino. Io, invece, tengo la carrareccia principale che sale ancora per qualche centinaio di metri, la strada ora è ben battuta, segno che viene sfruttata anche per il traffico veicolare dei contadini e dei cacciatori. Mi fermo per una fotografia, riparto ora la via diventa cementata, la pendenza in discesa si fa più pronunciata. Un paio di chilometri e sono a Binzago, remota frazione del comune di Agnosine, mi fermo per la solita fotografia dal sottoportico. Sono sempre stato incuriosito dal fatto che non esista una strada asfaltata che congiunga il borgo al suo comune, ma solamente una cementata che si tramuta in sterrata per un tratto del bosco, mentre l’unica strada asfaltata scende fino ad immettersi sulla salita delle Coste nel comune di Odolo. Riparto, subito dopo Binzago una minuscola frazione raccoglie un piccolo gioiello, è il santuario di San Lino, pregevole chiesetta romanica del XI secolo. Sosta fotografica, sono quasi le dieci del mattino, la parte interessante del giro è pressoché terminata, non mi resta che affrontare le Coste di S.Eusebio, ultima dolce asperità di giornata e tuffarmi in discesa verso casa. Poco dopo le 10.30 sono ddi rientro per spacchettare le uova pasquali con Alice e Matteo. Pochi chilometri, solo 66km con 1.500m di dislivello, ma grande entusiasmo per il nuovo itinerario affrontato e felice per la splendida mattinata che mi ha consentito di osservare panorami mozzafiato.

Dettagli tecnici su Strava https://www.strava.com/activities/5065841422/ oppure su Komoot https://www.komoot.it/tour/341961952

Video integrale (5’57”) su YouTube: https://youtu.be/wLsG1hKZjZY

Malga Tombea e Malga Alpo

Monte Tombea gravelextreme

Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.

Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.

Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.

Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.

Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.

Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.

Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.

Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.

Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.

È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.

Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.

Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.

Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.

Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.

Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!

Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.

Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.

Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.

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Videogallery: Video 7’04”

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Piani di Caregno e Vaghezza ghiaiosi

Sono le 6:08 di sabato 19 settembre quando, agganciati i pedali, parto per un nuovo giro ghiaioso. Dopo le scorribande estive sulle strade militari dell’alto Garda, oggi ritorno all’usuale partenza da Brescia. Subito è GravelMella, è ormai soprannominata così da molti, la ciclabile che risale la val Trompia fiancheggiando il corso dell’omonimo fiume.

È ancora buio, praticamente notte, il traffico quasi nullo ed attraversare la città in questo momento ha sempre il suo fascino. Dirigo verso nord, per 22km l’unico rumore o suono che sento è il gorgogliare più o meno roboante del fiume. Oltrepassato Inzino di Gardone Vt. esco dalla ciclabile per affrontare la prima salita di giornata, quella che porta ai piani di Caregno, luogo di partenza per numerose escursioni al monte Guglielmo (el Gölem). La salita è piuttosto impegnativa ed è anche sede di una celebre cronoscalata per categoria Elite-Under23. Tralascio la descrizione dettagliata  rimandando al mio vecchio articolo Piani di Caregno.

Comunque oggi pedalo la LinaBatista con tripla e rapporti agilissimi, non ho ansie da prestazione e salgo con relativa tranquillità godendomi il paesaggio. Infatti poco prima di lasciare la ciclabile il giorno ha preso il sopravvento sul buio della notte. Il cielo non è limpidissimo, ma rispetto alla mia vecchia esperienza su questa salita già il poter vedere a chilometri è una bella soddisfazione. Prima della 8:30 sono nel primo grande spiazzo di parcheggio dei piani, da qui un altro chilometro abbondante di sali scendi su cementata porta all’inizio delle forestali sterrate. Io inizio il mio personale shooting fotografico.

Riparto, inizia lo sterrato, prima in leggero falsopiano poi in discesa sempre più scoscesa e rovinata. In meno di un chilometro mi ritrovo al forcellino di Pezzoro. Mi sembra di essere ad un crocevia essenziale della viabilità dei boschi, da un lato si scende a Cimmo, sopra Tavernole, dall’altro a Pezzoro di Pezzaze. Una bella fontana in pietra, un cartello ligneo e delle sculture fanno da corredo a questo luogo. Non posso che decidere di sostare qui per il primo spuntino e per riempire le borracce.

Riparto, sono appena passate le nove di mattina, ma sono costretto subito ad un’altra fermata. Due bellissimi cavalli mi osservano scendere mentre i miei freni stridono in modo assordante. Li fotografo insieme a me e riprendo la ripida discesa verso il paese. Tratti cementati a 20% di pendenza si alternano a tratti sterrati comunque sempre sopra a 10%.

Sono all’ingresso di Pezzoro, lo oltrepasso, ora la discesa è asfaltata, le curve si fanno sinuose ed è un piacere “pennellarle”. Un’altra cascina che giace solitaria in una radura colpisce la mia attenzione ed una piccolissima deviazione mi conduce ad una nuova istantanea.

Raggiungo l’intersezione con la strada che arriva da Pezzaze, quante volte sono salito e sceso da quella via per raggiungere il Colle di San Zeno! Proseguo, entro nella frazione di Lavone e svolto a sinistra prima del ponte, in questo modo attraversando il borgo mi risparmierò qualche centinaio di metri della ex-statale a tutto vantaggio del paesaggio. Entro sulla strada principale, ma non la seguo per molto, alla frazione successiva di Aiale (circa 1km) svolto a destra e seguo le indicazioni per Irma, uno dei comuni più piccoli e meno popolosi della provincia di Brescia. Qui inizia la salita ai piani di Vaghezza. In realtà, da questo versante, la salita è divisa in tre tronconi, il primo arriva al paese di Irma, il secondo, dopo una discesa di un chilometro, porta a Dosso di Marmentino ed il terzo porta ai piani di Vaghezza.

La salita parte subito cattivella con un primo assaggio sopra a 11% di pendenza, per poi assestarsi su 7/9%. Dopo 2,7km, appena oltrepassato l’incrocio per Magno di Bovegno, si incontra la splendida chiesetta di San Lorenzo (1.500 d.C. circa), sul cartello nel parcheggio vengono citati gli affreschi di Floriano Ferramola contenuti all’interno (1.521 d.C.). Oggi è aperta! Ebbene sì, nonostante le ripetute volte che sono salito da qui l’ho sempre trovata chiusa, o perché troppo presto o perché ora di pranzo. Imprescindibile ed, oserei dire, obbligatoria una fermata all’interno con ampio reportage sugli affreschi. In particolare il Compianto sul Cristo morto presenta numerose analogie con l’opera del Romanino (1.510 d.C.) conservata all’Accademia di Venezia.

Appena uscito un impeto di vanità mi porta a mettere in scena un autoscatto con la mia figura e quella di LinaBatista ai lati del portale di ingresso.cvg15

Riprendo il telefono in mano e d’istinto penso ad inviare le fotografie degli affreschi a mia madre: “Finalmente sono riuscito a vederli anch’io!” Una tristezza infinita mi pervade l’anima. Questa è la prima volta, da quel 9 marzo, che non posso condividere più la nostra passione per l’arte. Risalgo in bicicletta e riparto. Una parte di me vorrebbe incedere lentamente prolungando il ricordo di ciò che mi ha insegnato, l’altra parte vorrebbe scattare sui pedali e fuggire da questo profondo stato di scoramento. Così, arrovellandomi nei miei pensieri giungo ad Irma, inizio la ripida discesa e sono costretto a concentrarmi sulla strada. Dopo un chilometro l’asfalto riprende a salire sotto le ruote della mia bicicletta e questa volta, dopo un primo breve facile tratto, la pendenza è in doppia cifra per un paio di chilometri

, con una punta di 15%. Prima di arrivare a Dosso la strada spiana leggermente per un centinaio di metri. Arrivo al bivio, svolto a sinistra seguendo l’indicazione per Vaghezza, la pendenza torna in doppia cifra per il primo tratto poi prosegue attorno a 8% fino all’altopiano, in tutto poco meno di tre chilometri. Adesso è il momento per la seconda parte inedita del percorso. In un primo avvicinamento alla Vaghezza anni fa arrivai fino alla fine delle case di villeggiatura, ma fui costretto a fermarmi perché la strada divenne una forestale ed io ero in bdc. Guardando le mappe scoprii che la medesima conduceva a Odeno di Pertica Alta scendendo attraverso il bosco. Oggi con LinaBatista posso affrontarla! Inizio a salire. Il primo tratto, misto cemento, è duro vicino a 20% sono solo poche centinaia di metri, in seguito la strada si fa più dolce ed il panorama si apre verso nord. Pedalo ancora per poco più di un chilometro e sono a Passo delle Piazze (1.205m). D’obbligo la fermata fotografica ed anche ristoratrice, sono quasi le 11.00, non è prestissimo, meglio affrettarsi. 

Riparto, i primi due curvoni in discesa sono particolarmente complicati per la mia ghiaiosa: ripidi, molto mossi, con scoli per l’acqua piovana in legno molto ampi. Sono costretto a procedere quasi a passo d’uomo. Arrivo ad un bivio, la strada a monte denominata “sentiero dei cavalli” resta pressoché pianeggiante, mentre quella a valle più stretta è in discesa. Mentre io controllo bene sul gps quale delle due avevo selezionato per il mio tragitto arriva al piccolo trotto una compagnia a cavallo. Codesto è un animale che mi affascina ed inquieta allo stesso tempo. Quando lo vedo in azione i suoi possenti muscoli posteriori mi suscitano sempre profondo rispetto. La mia traccia è quella più bassa, la prendo, dopo alcune centinaia di metri su terreno piuttosto facile un cartello di divieto di transito a tutti i mezzi mi fa immaginare che le cose diventeranno più complicate a breve. Ormai ho imparato che quando si vedono questi cartelli sulle forestali vuol dire che nessuno più si cura di esse ed il fondo si deteriora ulteriormente ad ogni alluvione o bufera.

Così è! La strada, o quello che ne rimane, inizia a scendere più ripida e contestualmente il fondo diventa sempre più mosso, anche le radici ci mettono del loro affiorando qua e là lungo il percorso. Insomma circa 800m piuttosto impegnativi in cui perdo ben 100m di dislivello. Finalmente mi congiungo ad una cementata su un tornante, scoprirò poi, osservando meglio le mappe, che se avessi seguito il sentiero dei cavalli sarei finito direttamente su quella forestale semplicemente un po’ più a monte. Buono a sapersi per la prossima volta. Ora la strada è decisamente migliore, il cemento si alterna allo sterrato. Uscendo da un tornante una bella cascina  ed i suoi prati catturao la mia attenzione ed anche se la giornata è bigia le dedico una fotografia.

Finalmente giungo nella frazione di Odeno, la attraverso e mi soffermo un’attimo per fotografare il borgo di Livemmo e la vallata di fronte a me.

Sono le 11:15, la parte interessante del giro è oramai alle spalle, ma grazie al progetto Greenway delle Valliresilienti nuovi pezzi di ciclabile si sono aggiunti anche in val Sabbia. Scendo lesto da Belprato e giungo alla Nozza di Vestone dove mi attende un meraviglioso, anche se corto, tratto di ciclabile a sbalzo sul fiume Chiese attraverso il quale si giunge a Ponte Re senza dover più passare dalla vecchia statale “del Caffaro”. Giusto il tempo di entrare nella provinciale che, alla soglia dell’abitato di Barghe, piego a destra per attraversare il ponte sul Chiese ed entrare nel centro del paese. Incrocio la provinciale per Preseglie e proseguo diritto su via del fango. Il nome la dice lunga! Sono ormai alcuni mesi che piove poco e quindi non rischio l’infangata totale, anzi la calura estiva la ha resa quasi totalmente asciutta.

Tramite questo passaggio mi trovo direttamente sulla strada interna di Sabbio Chiese, lo attraverso e dirigo per l’ormai nota “stradina del bosco”. Risalgo fino ad Odolo sono le dodici e un quarto. Questo tratto più veloce mi ha consentito di recuperare un po’ di tempo, avevo dato l’una come probabile orario di rientro. Adesso il Groppo e le Coste, spingo sui pedali, scollino, in discesa nonostante le gomme un poco tassellate riesco a tenere la media sopra i 40 km/h e con un poco di fatica arrivo a casa in orario. Sono poco più di 100km per 2.150m di dislivello immersi nelle nostre valli (Trompia e Sabbia).  Caregno e Vaghezza due salite a senso unico per la bdc, ma che con la ghiaiosa si possono unire in un meraviglioso giro ad anello che, sfruttando le nuove ciclabili, diventa veramente una perla delle ValliResilienti.

Caregno & Vaghezza

 

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Videogallery: Piani di Caregno e Vaghezza (11’24”)

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Brixia Intra Fines (tutto dentro i confini comunali)

Sono le 6.05 di domenica 15 novembre di questo infausto 2020 quando parto per un giro che più volte avevo pensato di creare, ma che alternative decisamente migliori mi avevano fatto posticipare. Ora, ringraziando Mr.Covid, è giunto il momento di definire i dettagli della traccia e metterla in pratica. Come sempre per scaldare la gamba inizio a salire verso il monte Maddalena. Le previsioni del tempo non sono eccellenti, comunque io ci provo ad essere in vetta all’alba. Al sesto chilometro un ultimo sguardo al centro da “Landscape” il punto panoramico.

Landscape (6km)

Mentre il buio lascia spazio ai primi bagliori luminosi del giorno, io mi avvicino alla fine della salita e mi rendo conto che la forte foschia impedisce al sole di farsi vedere. Qualche ripresa video in movimento, ma niente soste. Entro nel piazzale delle Cavrelle e percorro il periplo della chiesetta di Santa Maria Maddalena sullo sterrato smosso. Un bagliore bianco si intravede al di là della foschia, è il sole appena sorto.

La temperatura è scesa a 2°C ed io inizio la discesa verso Muratello di Nave. Il confine del Parco delle colline di Brescia scende lungo la costa del monte Denno per unirsi al crinale del colle San Giuseppe. Per qualche centinaio di metri, nel bosco, la strada sconfina nel comune di Nave per poi riportarsi sul confine. All’ottavo tornate in discesa parte la sterrata che conduce dapprima a cascina Calamandri e successivamente, attraverso il sentiero John Piccinelli, alla cascina Le Paneghette.

Questo per la mia ghiaiosa è il tratto più complicato. Lo ho già percorso settimana scorsa in esplorazione, la traccia è in leggera discesa con continue gobbe cosparse di sassi e radici sporgenti. In alcuni punti per precauzione sgancio il pedale e mi aiuto con il piede sinistro, a monte, spingendomi tra le insidie. Arrivato alle Paneghette il bosco lascia spazio alla radura coltivata.

Nonostante il tempo uggioso è sempre un passaggio suggestivo, sul primo tornante in discesa lascio la carrabile e seguo nuovamente il cartello del sentiero Piccinelli che mi porta, stavolta con facilità, al roccolo del San Giuseppe. Rientro sull’asfalto e scendo verso Mompiano, aria di casa e di infanzia. Nel percorrere le vie della mia città mi sovvengono ricordi passati come quello della fonte di Mompiano, luogo di una delle prime gite scolastiche. Attraverso il mitico “ponticello” sul torrente Garza che mi conduce al villaggio Prealpino. Quel ponticello che da piccoli rappresentava il confine oltre il quale non si poteva andare, perché si usciva dal quartiere e si doveva attraversare la temibile statale del Caffaro. Il Prealpino assieme alla frazione Stocchetta rappresentano il confine nord del comune di Brescia. Attraverso via Triumplina, costeggio il capolinea della metropolitana e dirigo verso il ponte sul Mella. Non lo varco, sarebbe sconfinamento nel comune di Collebeato. Prendo invece la stupenda ciclabile del Mella scendendo lungo l’argine verso il quartiere di San Bartolomeo. Nonostante l’ora, sono da poco passate le otto, iniziano a vedersi parecchi camminatori lungo il sentiero, effetto della zona rossa impostaci dal governo. All’incrocio con il ponte di via Risorgimento svolto a destra, è ora di esplorare la zona nord-ovest della città. Risalgo leggermente verso nord per completare il giro della frazione di Urago Mella lambendo il quartiere della Pendolina, estremità nord-est della città. Ricordi d’infanzia: per anni, questo nome è stato semplicemente una scritta sulla mappa degli autobus di linea, che, per noi bresciani, resteranno sempre “le filo (filobus)”. La linea E – Pendolina/Caionvico, conduceva dall’estremità nord-ovest all’estremità est passando per il centro. Insieme alla “nostra” linea C – Mompiano/Noce era la linea portante del sistema urbano, quella con le frequenze di passaggio più alte (5min). Noi, studenti degli anni ottanta, ce le ricordiamo bene, all’epoca erano i nostri mezzi di trasporto per girare la città. Il gps mi costringe ad abbandonare i miei dolci ricordi, devo controllare la traccia, salgo per via Campiani, una cementata, no forse meglio dire piastrellata, insomma una strada in cui si è usato di tutto per creare un fondo meno scivoloso. Sotto le mie ruote trovo cemento, piastrelle in cotto, tracce di bitume, alveari in plastica come quelli che si usano nei giardini dove si parcheggiano le automobili.

Poco meno di un chilometro che mi conduce a Poggio Maria da dove partono i sentieri per il Pì Castel. La pendenza è impegnativa con una media di 12% e punta vicino al 20%.

Sfortunatamente anche dai 250m del poggio la vista è fosca. Scendo e dirigo verso ovest, un altro piccolo strappo ho inserito in questo giro urbano, è quello della val bresciana, luogo noto per le sue trattorie che servono piatti della tradizione, insomma “polenta e osei”. Quasi un chilometro fino alla fine dell’asfalto, ma stavolta meno impegnativo con media vicino a 8%. La strada proseguirebbe ancora larga e sterrata fino ai roccoli e alle trincee, ma il giro è ancora lungo, foto di rito e ritorno sui miei passi. Tramite via Torricella mi porto sul piccolo scollinamento noto a tutti i ciclisti come “la Fantasina” in realtà questa località è un poco più avanti già nel comune di Cellatica. Ora scendo verso sud, mantenendomi vicino al confine attraversando lo splendido bosco di S.Anna. Per me è la prima volta, la strada si fa quasi subito sterrata, anche se di quelle ben battute percorribile anche in bdc. Mi sorprendo della bellezza di questo posto, adatto alle corse dei runner, ma anche a piccole e facili escursioni per bambini. Ci voleva un lockdown per farmelo scoprire! Esco dal bosco al Santellone, sono entrato nel quartiere della Badia, assieme alla Mandolossa, estremità ovest della città. Ora devo seguire fedelmente la traccia, questa zona della città è quella che conosco meno, soprattutto nelle sue viuzze interne. Scendo verso il villaggio Violino, tramite sottopassi giungo a sud della ferrovia, per portarmi a ridosso del confine con il comune di Roncadelle. Ikea e Elnos sono lì, a pochi passi, al di là del confine, anche loro tristemente chiusi. Per attraversare il fiume Mella che, in questa zona, segna il confine con Roncadelle sono costretto a tornare a nord fino al ponte di via Milano (altri non ce ne sono).

Riprendo la ciclabile del Mella in direzione sud, anche questa parte non l’ho mai percorsa. All’inizio è larga e si snoda all’interno di un parco ben tenuto, poi si stringe sull’argine del fiume. Arrivato al doppio ponte ferroviario sono costretto ad una fermata fotografica rapito dal contrasto tra la modernità del nuovo ponte dell’alta velocità dipinto di graffiti e la solidità di quello maestoso e robusto della vecchia linea, il tutto impreziosito dal roboante fragore del fiume che ivi compie un salto artificiale.

Aggancio il pedale, attraverso via Orzinuovi, e dirigo verso la Noce. Un passaggio obbligato questo sotto la tangenziale e l’autostrada che non ha nulla di interessante. Riprendo finalmente l’argine del Mella, che qui è confine con il comune di Castelmella, ora la traccia è un vero single track nel bosco lungo il fiume, alla mia sinistra la Zona Industriale di Brescia e la Noce, quella frazione che da piccolo decisi di visitare dalla “filo” facendo capolinea/capolinea senza mai scendere. Anche in questo bosco sono ben visibili i segni della tempesta di quest’estate.

Sono quasi al confine, esco dalla ciclabile svoltando a sinistra e punto la ruota anteriore verso le Fornaci, estremità sud della città. Sono da poco passate le nove del mattino, le strade sono pressoché deserte, la giornata uggiosa non favorisce certo gli spostamenti, solo qualche passante con il suo cagnolino. Pochi anche i ciclisti, quasi fossero in letargo. Al sottopasso della tangenziale ovest, incrocio un ciclista è Mauro dello Spring Bike, mi fermo, una chiacchiera, lui relegato nel comune di Flero con nessuna salita da poter scalare mi invidia non poco, mentre qui, sul confine, gira lungo l’argine del Mella. Ci salutiamo, ci saranno tempi migliori, come l’ultima volta che lo incrociai scendendo da Lodrino poco più di un mese fa. Proseguo nel mio viaggio all’interno della città, oltrepasso il vecchio centro di Fornaci e dirigo verso Verziano, ironicamente nel video lo descrivo come luogo famoso per il depuratore dell’a2a. Nella realtà in questa zona campestre avvolta spesso dalla nebbia invernale o dalla canicola estiva è difficile trovare elementi di interesse che non siano i grandi e numerosi tralicci dell’alta tensione.  Alle porte di San Zeno sono costretto a risalire verso nord, oltrepassando la frazione di Folzano, e i sottopassi delle autostrade. Qui per uno strano gioco di confini con il comune di San Zeno non c’è altra soluzione per spostarsi verso est senza attraversarlo se non quella di risalire fino alla Volta, oltrepassare il casello di Brescia centro e ridiscendere verso le cave. Questi chilometri sono in assoluto i più brutti, immersi negli stradoni principali. Fortunatamente l’effetto lockdown garantisce un traffico pressoché inesistente. Dopo il casello costeggio la “celebre” fabbrica Alfa Acciai, ripasso sotto le grandi arterie di comunicazione e costeggio il confine comunale circumnavigando il “parco delle cave”. Speravo di avere qualche sguardo in più su di esse, ma sfortunatamente dalla strada si vede un gran poco, il tempo è tiranno e sono costretto a proseguire seguendo la traccia. Sorrido, ho tracciato nei minimi particolari e sono certo che il percorso, fatta quell’eccezione nel bosco, scorre tutto all’interno o esattamente sul confine comunale; ciò nonostante, in questa zona i cartelli dei comuni di Borgosatollo (Gerole) e Castenedolo (Bettole) paiono indicarmi che ho sconfinato. In realtà la strada è esattamente sul confine e quindi il lato destro è dei comuni confinanti mentre il sinistro è di Brescia.

Risalgo verso nord-est, attraverso la frazione di Buffalora con la sua chiesa dalla cupola a volte, mi infilo nella nuova ciclabile che passa al di sotto della tangenziale sud e costeggia la cava dismessa Gaburri-Odolini, un’altra piccola sosta fotografica con annessa barretta.

Riparto, sono ora davanti all’altro capolinea della metro (S.Eufemia), mi dirigo verso Caionvico, la frazione all’estremo est della città. Nuovamente i cartelli stradali mi fanno simpatia. Cinquecento metri prima della mia svolta a sinistra per restare nel comune compare il cartello di Botticino. In effetti i numeri civici a destra appartengono a quest’ultimo, mentre quelli di sinistra spettano alla frazione di Caionvico (Brescia). Entro nel borgo storico, la strada si fa acciottolata, nella piccola piazzetta curvo repentinamente a destra e salgo per via Caionvico, oltrepasso la chiesa e proseguo, di lì a poco la strada diventa sterrata, comunque una carrabile. In tutto poco più di un chilometro, la parte iniziale con forte pendenza (vicino al 20%), la seconda metà in mezza costa fino all’ultima cascina che segna il confine con Botticino.

Bellissimo il paesaggio immerso nei vigneti con la “Madda” che domina da occidente e, finalmente, colori autunnali resi più vivi da un pallido sole che accenna a riscaldarmi. Sosta fotografica e rientro per le vie del borgo. Ora punto rapido verso il centro, attraversando Sant’Eufemia, via della Bornata, viale Venezia, ma quando sono in procinto di entrare nell’urbe svolto nuovamente a destra in via Benacense. Non sarebbe un tour urbano completo senza qualche acciottolato di quelli che fanno male! Ed eccomi a scalare via Canalotto, più che un ciottolato o un lastricato, un assembramento di grandi sassi poco smussati che ricordano un’antica via romana. E’ corta, meno di quattrocento metri, con una pendenza progressiva che culmina oltre il 20% nelle ultime decine di metri.

La scarsa aderenza dovuta ai continui saltelli rende il tutto ancor più faticoso. Sono in via Amba d’Oro, qualche centinaio di metri in falsopiano e svolto a destra per il ciottolato di via Valsorda, uno dei nostri preferiti nel cosiddetto “Jedi city tour”. Questa via è un’alternativa al primo chilometro della “Madda”, infatti si congiunge con la salita classica proprio sul primo tornante.

Qui si trova un celebre e particolare monumento bresciano “La Tomba del Cane”, doveva essere il monumento sepolcrale di Angelo Bonomini, ma le nuove disposizioni comunali che vincolarono le sepolture al solo interno dei cimiteri ne impedirono l’uso personale. La tradizione vuole che vi sia sepolto semplicemente un cane da cui il nome della tomba. Inizio la discesa, sono a poche centinaia di metri da casa, ma non sarebbe Brixia Fidelis senza aver scalato anche il colle Cidneo sede del castello da cui gli Asburgici si difesero durante le “X giornate di Brescia”.

Salgo da Piazzale Arnaldo, luogo amatissimo dai giovani bresciani per la “movida notturna”. La salita è lunga poco più di un chilometro, la parte finale, la più suggestiva, con pavimentazione in sanpietrini e stretti tornanti. Uno sguardo al maestoso portale di San Marco e inizio la discesa verso via San Faustino (patrono della città). Casa è vicina, percorro Fossa Bagni naso all’insù, osservando le mura da sotto. Il perimetro è completo sono 82km di giro con 1.174m di dislivello, ma conta poco, ho scoperto luoghi nuovi della mia città, ho ricordato percorsi e luoghi della mia infanzia, ma soprattutto, una volta ancora, ho avuto la conferma che la “Leonessa d’Italia” è una città che non teme confronti. Una città racchiusa tra monti, colline, cave e campagna. Una città dalla lunga storia  e cultura, ricca di capolavori artistici.

Grazie Mr.Covid a qualcosa mi sei servito!

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BrixiaIntraFines

Videogallery: Brixia Intra Fines (13’56” video integrale)

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Sella Ronda all’alba

Ci sono giri che vanno al di là della prestazione sportiva o del livello di difficoltà, ma vanno raccontati per le emozioni che ci lasciano. Il Sella Ronda prima che sorga il sole è senz’altro uno di questi. Diciotto volte lo ho percorso in bicicletta, tutte in senso orario, in altrettante edizioni della MdD. Ora è giunto il momento di affrontarlo in senso antiorario, ma, cosa più importante, partendo prima che sorga il sole. Domenica 12 luglio ore 4.45 del mattino, forse sarebbe il caso di dire della notte, aggancio il pedale e inizio a scendere lungo strada Col Alt per raggiungere l’incrocio per Colfosco e passo Gardena. L’aria è frizzante. No, no è proprio gelida! Il tempo di acclimatarsi ed il Gps segna 4°C. Dopo le forti piogge di ieri era previsto un brusco abbassamento della temperatura con aria proveniente da Nord. Io sono abbastanza coperto, intimo manica corta termico, manicotti, maglia estiva bioceramic e sopra il nuovo capo mezza manica anti-vento e anti-pioggia traspirante in Event graficato per Cicloturisti!, la cui realizzazione è stata specificatamente commissionata per gli “early morning” di mezza stagione ed i giri in quota. Ormai collaudato nelle salite della Maddalena alle 5.30 e nei giri all’alba di questa primavera è diventato un capo imprescindibile nel mio guardaroba. All’uscita del paese mi fermo per una suggestiva fotografia notturna al gruppo del Sella  con il monumento ligneo di una grande bicicletta in primo piano.

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Il termometro è sceso a 2°C ed io ne approfitto per indossare anche i guanti lunghi felpati invernali. Nonostante abbia davanti circa dieci chilometri di salita capisco che le mani si raffredderebbero comunque troppo con l’umidità della notte. Riparto, cerco di tenere l’andatura più blanda possibile con un’alta frequenza di pedalata per produrre calore ed al contempo non sudare troppo.PassoGardena(Corvara) Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno  nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.

Nell’ultimo chilometro prima di scollinare inizio a scorgere oltre il passo le vette del Sassolungo infuocate come non le avevo mai viste.

Sono le 5.40 ed io conquisto il primo dei quattro passi di giornata. Il termometro è rimasto sempre tra i 2°C e lo 0°C. Decido di non fermarmi subito, ma di scendere poco più avanti al primo tornante. Da qui la vista su Sassolungo, pian de Gralba e Sella è strepitosa! Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto! Fotografie di rito, barretta e vestizione.

Sì, perché nella mia capiente borsa sottosella avevano saggiamente preso posto un intimo manica lunga invernale Craft e lo “spolverino” oltre ai guanti invernali già in uso. Sfilo entrambe le maglie manica corta, indosso l’intimo sopra ai manicotti (tanto è nero anche quello, mica si nota hi, hi!). Rimetto le maglie e sopra chiudo con l’anti-vento. La maglia termica mi aiuterà a tenere il calore, l’anti-vento che è  poco traspirante dovrebbe contribuire a creare una sacca calda all’interno della quale restare in “zona comfort”. Riparto, dopo un paio di chilometri in discesa il lungo attraversamento in falsopiano del pian de Gralba contribuisce a mantenere la circolazione attiva anche nelle gambe, unica parte del mio corpo completamente esposta alla temperatura invernale. Pedalata agile, pochi watt, poco sudore e massima circolazione. Oltrepassato il celebre spiazzo del grande ristoro della Maratona, quello, per intenderci, dove ci sono anche le telecamere fisse Rai, ricomincia la discesa, ancora un paio di chilometri circa e sono nuovamente in salita verso passo Sella. Slaccio completamente l’anti-vento e lo lascio svolazzare dietro di me, così evito di creare inutile condensa di sudore sugli altri capi.PassoSella(Selva) Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.

Sono così rapito dallo scenario che mi si para d’innanzi che non mi accorgo di essere arrivato quasi in vetta. Sono già sul crinale a poche centinaia di metri dal passo, quando devo obbligatoriamente sostare per uno shooting fotografico completo. A sud sua maestà il ghiacciaio della Marmolada che, con il suo bianco candore, abbaglia riflettendo i primi raggi di sole; di fronte il massiccio del Sella illuminato solo da luce riflessa nell’alba ancora ombrosa; a nord l’orizzonte bianco e frastagliato delle cime di confine con l’Austria e dietro di me imponente e rosato il Sassolungo in tutto il suo splendore, così vicino che pare quasi poter essere toccato.

Devo ripartire, il tempo oggi è tiranno, ho promesso il rientro prima delle nove per poter affrontare tutta la giornata con le nostre famiglie. Al primo tornante in discesa, uno spettacolare balcone sulla Marmolada mi costringe ad una nuova rapida ed artistica fermata fotografica.

Riparto, temo questa discesa, durante la gara qui in fondo si raggiunge il punto più freddo ed il ricordo delle mani ghiacciate al bivio di fondo valle è persistente nella mia memoria come lo è la faticosa ripartenza in salita al 12% di pendenza. Questa volta sto girando al contrario, la discesa è veloce a causa della strada ripida, la velocità sale, la temperatura scende, mi ritrovo a -2°C! Per la verità, per qualche sparuto secondo, il mio Xplova segna anche -3°C. I mignoli cominciano a protestare, ma tutto sommato arrivo al pianoro dove è solitamente posto il ristoro in buone condizioni. Il corpo è ben caldo, protetto dai molti strati di abbigliamento tecnico, solo le ginocchia sono un poco arrossate dal freddo. Riprendo a salire verso il Pordoi. Sempre pedalata agile (34×34), oltre 75rpm.PassoPordoi(Canazei) La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.

Noto con piacere, dopo soli diciannove passaggi, che in un angolo fa capolino la vetta bianca ed aguzza della Marmolada, impossibile non immortalarla con il mio ditino che la indica.

Riparto, l’aria è ancora frizzante, ma il sole ormai alto davanti a me scalda parecchio con il suo irraggiamento, infatti tolgo lo spolverino e lo ripongo  nel borsone sottosella. La discesa è lunga e sinuosa, la affronto con calma godendomi il panorama. Entrò a Rèba, così si chiama in ladino Arabba, tengo la sinistra ed immanentemente ritorno a salire verso il Campolongo. Da questo versante è veramente una salita semplice, poco meno di 4km e, se si eccettua una breve rampa oltre il 10% all’uscita del paese, la pendenza media si attesta a 7%.PassoCampolongo(Arabba) Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.

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Circa venti minuti e sono già in discesa, guardo l’orologio sono passate da pochissimo le otto del mattino. Altro che arrivo entro le nove, qui ci scappa anche una lauta colazione con famiglia! Scendo rapido lungo gli ampi tornati che conducono a Corvara, osservo il Sassongher, maestoso ed ora completamente illuminato dal sole. Da questa altezza lo trovo ancor più suggestivo che dal fondo valle di Corvara, ma non cedo alla tentazione dello “shooting fotografico” la colazione in famiglia è sicuramente meglio! Sono le 8.15 quando infilo la bicicletta nel deposito dell’hotel, una rapida doccia e pronto per la colazione e per l’escursione agli alpeggi del Col Alto con tutta la tribù. Già perché, per le persone normali, la giornata inizia adesso!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Sella Ronda

Videogallery: Sella Ronda (video integrale con commento originale)

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