Sono le 5.10 di sabato 14 maggio quando parto verso la Franciacorta, oggi per la prima volta proverò a girare i video anche dal telefono sperando che la risoluzione 4K renda meglio i paesaggi sebbene il meteo non sia dei migliori. In effetti dovrebbero esserci dei piovaschi verso le 7.00. Fino a Sarnico percorro strade secondarie della Franciacorta immerse nei vigneti che hanno comunque un discreto fascino nonostante il cielo plumbeo. Sosta fotografica sul ponte di confine con la provincia bergamasca e riparto costeggiando il lago fino a Tavernola.
Inizia a piovigginare, prima debolmente, poi più intensamente anche se è comunque una “pioggia che non bagna”. Chiamo così quel tipo di goccioline molto fini che non danno troppo fastidio e non riescono a creare torrenti lungo le gambe che inzuppano subito le scarpe. Giungo in paese svolto a sinistra, abbandono il lago ed inizio a salire verso Vigolo, Bratta e i colli di San Fermo. La prima parte di salita si snoda sinuosa in fronte al lago con pendenza abbastanza dolce (vedi Colli di San Fermo (da Vigolo, Bratta)). In paese mi fermo per riempire la borraccia e mangiare qualcosa, sono già le 7.30 e continua a piovere a tratti.
Riparto dirigo verso località Bratta dove la salita si fa più impegnativa, qui ci sono un paio di lunghi rettilinei abbondantemente sopra il 15% con i fastidiosissimi scoli per l’acqua piovana ad interrompere la fluidità di pedalata. Oggi la vista non è un granché, ma i prati ed i boschi sono veramente verdi, proprio come il nome dato a questo itinerario orobico: La strada verde.
Continua a piovere, anzi, giunto in quota nel tratto di collegamento con il colle di Caf (1.246m) la precipitazione si intensifica. Inizia la corta discesa verso i Colli di San Fermo dove mi fermo ad indossare lo spolverino a maniche lunghe ed a mangiare una barretta, verso nord il cielo è ormai azzurro segno che la perturbazione sta passando. La discesa è molto bagnata e richiede tanta prudenza vista la pendenza in doppia cifra.
Prima di arrivare nel borgo, ad un tornante a sinistra, tengo la destra e mi collego alla ciclabile della Val Cavallina. La percorro solo per un paio di chilometri, giusto il tempo di arrivare a Casazza ed infilarmi nei viottoli del paese per salire verso la forcella di Bianzano. Ho individuato tramite Komoot un itinerario alternativo alla classica salita da Gaverina e Trate che mi consentirà di pedalare fuori dal traffico. Così è! Pochissime auto, in compenso ad ogni curva mi ritrovo davanti strappi con pendenza sempre vicina al 20%. Strada meravigliosa, per un buon tratto anche boschiva, ma da prendere con dovuta cautela. Nonostante sia relativamente corta, meno di 4km in totale, gli strappi concentrati nei primi 2,5km la rendono difficile da digerire.
Subito dopo lo scollinamento della Forcella c’è una bellissima fontana presso la quale mi fermo per riempire le borracce e fare una sosta alimentare un po’ più corposa. In effetti sono quasi le 10.30 ed io sto pedalando da più di cinque ore. Riparto, a metà della discesa della valle Rossa svolto a destra e dirigo per Leffe e Casnigo. In questo modo resto a mezzacosta, all’inizio alla mia sinistra vedo stagliarsi dalla montagna il Santuario della Beata Vergine di Altino ricordo di un primo approccio alla bergamasca con l’amico Giorgio (link Lago d’Endine e le sue piccole valli), in seguito attraverso la vivace cittadina di Leffe e tramite una breve salita raggiungo Casnigo.
Picchiata su Colzate dove finalmente entro sulla ciclovia della val Seriana. Più volte per lavoro l’ho osservata mentre transitavo sulla provinciale a fianco e, sono sincero, mi ha sempre intrigato. Da qui fino a Ponte Nossa sono circa 6km immersi nel verde a fianco del fiume Serio. È quasi tutta asfaltata ed i tratti in ghiaia assolutamente pedalabile anche in bdc. La ciclovia si snoda lungo il percorso del vecchio tram che conduceva fino a Clusone. Nel borgo di Ponte Nossa attraverso il corso d’acqua per spostarmi sulla sponda sinistra ed iniziare la salita, ovviamente parlando di ascese rotabili la pendenza è dolcissima e lascia godere appieno del paesaggio boschivo in cui si addentra fino al raggiungimento dell’altopiano di Clusone.
La ciclabile termina all’interno del paese, lo attraverso lungo la principale e dirigo verso Rovetta e Cerete. L’idea è di girare tutt’intorno alla piana. Il centro storico dell’abitato di Rovetta si rivela molto bello e caratteristico, percorro un vecchio sottopasso su ciottoli, esco dal paese e mi sposto sull’altro versante della valle per proseguire verso Songavazzo e Cerete.
Oltrepassato Cerete inizio la discesa per tornare sul lago d’Iseo, la giornata ora è splendida ed il vento di termica risale dal lago con impeto furioso soffiandomi, ovviamente, contro. È da poco passato mezzogiorno e mi fermo per mangiare qualcosa in uno spiazzo a bordo strada con una vista spettacolare su un campo fiorito. Papaveri in primo piano, come non fotografarli! Il pensiero va a Claude Monet ed ai suoi celebri oli su tela.
Rimonto in sella ed in breve tempo attraverso Sovere e piombo sul lago nel centro di Lovere, giornata di mercato in paese il sabato ed il lungolago brulica di passanti con le sportine in mano. Lascio il lago bergamasco, attraverso il ponte sull’Oglio a Costa Volpino e rientro nel bresciano. Strade note, paesaggi sempre suggestivi sulla ciclabile Vello-Toline. Immancabilmente forte vento contrario che a tratti mi costringe a procedere a meno di 20 km/h, anche perché non ho nessuna intenzione di sprecare watt a combatterlo avendo già 140km nelle gambe. Arrivo a Marone e rientro sulla strada aperta, mi fermo per riempire entrambe le borracce, ora inizia a fare caldo e ci sono 30°C, io mi sento perfettamente a mio agio. A dispetto di quello che si pensa vedendomi uscire prima dell’alba anche in pieno inverno con temperature abbondantemente sottozero io adoro il caldo, pedalo meglio con il caldo, anzi, sopra i 30°C rendo molto di più. Mangio nuovamente e riparto, mi sento bene, stanco, ma non “cotto” per cui scelgo di evitare di ripercorrere la Franciacorta per il rientro e ad Iseo opto per salire verso il Passo dei Tre Termini, detto comunemente il Polaveno. Il sole scalda, finalmente quella piacevole sensazione di calura estiva che tanto stavo aspettando, calura che mi porta alla mente i meravigliosi e lunghi giri della bella stagione, fatti senza doversi continuamente vestire e svestire. A metà della salita un ultimo sguardo sul lago e sulle torbiere ora ben illuminate dal sole a differenza del grigiore in cui stavano questa mattina.
Alle 14.30 svetto sul passo, una rapida sosta per l’ultima barretta e per bere un bel sorso d’acqua e via in discesa verso la val Trompia. Solite strade alternative che conducono in città attraverso le frazioni meno trafficate di Noboli, Cailina e San Vigilio. Arrivo, sono 191km e 2.650m, buona parte in territorio bergamasco alla scoperta di nuove intriganti rotte e la conferma che, ovunque siano, le ciclabili sui tracciati delle vecchie tramvie sono meravigliose.
Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.
Ciclabile sospesa, Nozza di Vestone
Ciclabile sospesa, Nozza di Vestone
Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.
Ciclabile del Chiese, Baitoni
Ciclabile del Chiese, Baitoni
Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.
Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.
Quelli forti!!
Salita a malga Alpo, tratto al 20%
Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.
Salita a malga Alpo
Arrivo a Malga Alpo
Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.
Malga Alpo
Malga Alpo
Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.
Inizio sterrato per Bocca di Cablone
Inizio sterrato per Bocca di Cablone
Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.
Lago d’Idro, Bagolino, Piana del Gaver, Dosso dei Galli, dal sesto tornante
Ghiacciaio dell’Adamello, dal sesto tornante
Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.
Pascolo di pecore al Tombea
Strada Tombea
È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.
Strada per malga Tombea
Monte Caplone, strada per Bocca di Campei
Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.
Cima Rest, da malga Tombea
Moerna, Armo e Turano, dal Tombea
Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.
Strada per il Tombea
Cima Rest e Fienili di Denai
Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.
Lastricato scendeno al Pilaster
Foresta, Pilaster
Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.
Cascatella sotto Rocca Pagana, Magasa
Magasa
Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!
L’acqua del Bolà, sempre ghiacciata!
Vecchia dogana, lago di Valvestino
Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.
Gargnano e il monte Baldo
Pulciano, Toscolano-Maderno
Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.
Raffa di Puegnago
Raffa di Puegnago
Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.
Sono le 6.05 di domenica 15 novembre di questo infausto 2020 quando parto per un giro che più volte avevo pensato di creare, ma che alternative decisamente migliori mi avevano fatto posticipare. Ora, ringraziando Mr.Covid, è giunto il momento di definire i dettagli della traccia e metterla in pratica. Come sempre per scaldare la gamba inizio a salire verso il monte Maddalena. Le previsioni del tempo non sono eccellenti, comunque io ci provo ad essere in vetta all’alba. Al sesto chilometro un ultimo sguardo al centro da “Landscape” il punto panoramico.
Landscape (6km)
Mentre il buio lascia spazio ai primi bagliori luminosi del giorno, io mi avvicino alla fine della salita e mi rendo conto che la forte foschia impedisce al sole di farsi vedere. Qualche ripresa video in movimento, ma niente soste. Entro nel piazzale delle Cavrelle e percorro il periplo della chiesetta di Santa Maria Maddalena sullo sterrato smosso. Un bagliore bianco si intravede al di là della foschia, è il sole appena sorto.
Monte Maddalena
Periplo della chiesetta
Dovrebbe esserci l’alba
La temperatura è scesa a 2°C ed io inizio la discesa verso Muratello di Nave. Il confine del Parco delle colline di Brescia scende lungo la costa del monte Denno per unirsi al crinale del colle San Giuseppe. Per qualche centinaio di metri, nel bosco, la strada sconfina nel comune di Nave per poi riportarsi sul confine. All’ottavo tornate in discesa parte la sterrata che conduce dapprima a cascina Calamandri e successivamente, attraverso il sentiero John Piccinelli, alla cascina Le Paneghette.
Sterrata verso le Paneghette
Single track per le Paneghette
Questo per la mia ghiaiosa è il tratto più complicato. Lo ho già percorso settimana scorsa in esplorazione, la traccia è in leggera discesa con continue gobbe cosparse di sassi e radici sporgenti. In alcuni punti per precauzione sgancio il pedale e mi aiuto con il piede sinistro, a monte, spingendomi tra le insidie. Arrivato alle Paneghette il bosco lascia spazio alla radura coltivata.
Cascina Le Paneghette
Single track per il Castello Malvezzi
Nonostante il tempo uggioso è sempre un passaggio suggestivo, sul primo tornante in discesa lascio la carrabile e seguo nuovamente il cartello del sentiero Piccinelli che mi porta, stavolta con facilità, al roccolo del San Giuseppe. Rientro sull’asfalto e scendo verso Mompiano, aria di casa e di infanzia. Nel percorrere le vie della mia città mi sovvengono ricordi passati come quello della fonte di Mompiano, luogo di una delle prime gite scolastiche. Attraverso il mitico “ponticello” sul torrente Garza che mi conduce al villaggio Prealpino. Quel ponticello che da piccoli rappresentava il confine oltre il quale non si poteva andare, perché si usciva dal quartiere e si doveva attraversare la temibile statale del Caffaro. Il Prealpino assieme alla frazione Stocchetta rappresentano il confine nord del comune di Brescia. Attraverso via Triumplina, costeggio il capolinea della metropolitana e dirigo verso il ponte sul Mella.
Non lo varco, sarebbe sconfinamento nel comune di Collebeato. Prendo invece la stupenda ciclabile del Mella scendendo lungo l’argine verso il quartiere di San Bartolomeo. Nonostante l’ora, sono da poco passate le otto, iniziano a vedersi parecchi camminatori lungo il sentiero, effetto della zona rossa impostaci dal governo. All’incrocio con il ponte di via Risorgimento svolto a destra, è ora di esplorare la zona nord-ovest della città. Risalgo leggermente verso nord per completare il giro della frazione di Urago Mella lambendo il quartiere della Pendolina, estremità nord-est della città. Ricordi d’infanzia: per anni, questo nome è stato semplicemente una scritta sulla mappa degli autobus di linea, che, per noi bresciani, resteranno sempre “le filo (filobus)”. La linea E – Pendolina/Caionvico, conduceva dall’estremità nord-ovest all’estremità est passando per il centro. Insieme alla “nostra” linea C – Mompiano/Noce era la linea portante del sistema urbano, quella con le frequenze di passaggio più alte (5min). Noi, studenti degli anni ottanta, ce le ricordiamo bene, all’epoca erano i nostri mezzi di trasporto per girare la città. Il gps mi costringe ad abbandonare i miei dolci ricordi, devo controllare la traccia, salgo per via Campiani, una cementata, no forse meglio dire piastrellata, insomma una strada in cui si è usato di tutto per creare un fondo meno scivoloso. Sotto le mie ruote trovo cemento, piastrelle in cotto, tracce di bitume, alveari in plastica come quelli che si usano nei giardini dove si parcheggiano le automobili.
Via Campiani
Via Val Bresciana
Poco meno di un chilometro che mi conduce a Poggio Maria da dove partono i sentieri per il Pì Castel. La pendenza è impegnativa con una media di 12% e punta vicino al 20%.
Strappo di via Campiani
Via Campiani
Sfortunatamente anche dai 250m del poggio la vista è fosca. Scendo e dirigo verso ovest, un altro piccolo strappo ho inserito in questo giro urbano, è quello della val bresciana, luogo noto per le sue trattorie che servono piatti della tradizione, insomma “polenta e osei”.
Quasi un chilometro fino alla fine dell’asfalto, ma stavolta meno impegnativo con media vicino a 8%. La strada proseguirebbe ancora larga e sterrata fino ai roccoli e alle trincee, ma il giro è ancora lungo, foto di rito e ritorno sui miei passi. Tramite via Torricella mi porto sul piccolo scollinamento noto a tutti i ciclisti come “la Fantasina” in realtà questa località è un poco più avanti già nel comune di Cellatica. Ora scendo verso sud, mantenendomi vicino al confine attraversando lo splendido bosco di S.Anna. Per me è la prima volta, la strada si fa quasi subito sterrata, anche se di quelle ben battute percorribile anche in bdc.
Mi sorprendo della bellezza di questo posto, adatto alle corse dei runner, ma anche a piccole e facili escursioni per bambini. Ci voleva un lockdown per farmelo scoprire! Esco dal bosco al Santellone, sono entrato nel quartiere della Badia, assieme alla Mandolossa, estremità ovest della città. Ora devo seguire fedelmente la traccia, questa zona della città è quella che conosco meno, soprattutto nelle sue viuzze interne. Scendo verso il villaggio Violino, tramite sottopassi giungo a sud della ferrovia, per portarmi a ridosso del confine con il comune di Roncadelle. Ikea e Elnos sono lì, a pochi passi, al di là del confine, anche loro tristemente chiusi. Per attraversare il fiume Mella che, in questa zona, segna il confine con Roncadelle sono costretto a tornare a nord fino al ponte di via Milano (altri non ce ne sono).
Villaggio Violino
Ciclabile del Mella, via Milano
Riprendo la ciclabile del Mella in direzione sud, anche questa parte non l’ho mai percorsa. All’inizio è larga e si snoda all’interno di un parco ben tenuto, poi si stringe sull’argine del fiume. Arrivato al doppio ponte ferroviario sono costretto ad una fermata fotografica rapito dal contrasto tra la modernità del nuovo ponte dell’alta velocità dipinto di graffiti e la solidità di quello maestoso e robusto della vecchia linea, il tutto impreziosito dal roboante fragore del fiume che ivi compie un salto artificiale.
Fiume Mella, ponte della ferrovia
Graffiti sotto al ponte della ferrovia
Aggancio il pedale, attraverso via Orzinuovi, e dirigo verso la Noce. Un passaggio obbligato questo sotto la tangenziale e l’autostrada che non ha nulla di interessante. Riprendo finalmente l’argine del Mella, che qui è confine con il comune di Castelmella, ora la traccia è un vero single track nel bosco lungo il fiume, alla mia sinistra la Zona Industriale di Brescia e la Noce, quella frazione che da piccolo decisi di visitare dalla “filo” facendo capolinea/capolinea senza mai scendere. Anche in questo bosco sono ben visibili i segni della tempesta di quest’estate.
Ciclabile del Mella, frazione Noce
Ciclabile del Mella, frazione Noce
Sono quasi al confine, esco dalla ciclabile svoltando a sinistra e punto la ruota anteriore verso le Fornaci, estremità sud della città. Sono da poco passate le nove del mattino, le strade sono pressoché deserte, la giornata uggiosa non favorisce certo gli spostamenti, solo qualche passante con il suo cagnolino. Pochi anche i ciclisti, quasi fossero in letargo. Al sottopasso della tangenziale ovest, incrocio un ciclista è Mauro dello Spring Bike, mi fermo, una chiacchiera, lui relegato nel comune di Flero con nessuna salita da poter scalare mi invidia non poco, mentre qui, sul confine, gira lungo l’argine del Mella. Ci salutiamo, ci saranno tempi migliori, come l’ultima volta che lo incrociai scendendo da Lodrino poco più di un mese fa. Proseguo nel mio viaggio all’interno della città, oltrepasso il vecchio centro di Fornaci e dirigo verso Verziano, ironicamente nel video lo descrivo come luogo famoso per il depuratore dell’a2a.
Nella realtà in questa zona campestre avvolta spesso dalla nebbia invernale o dalla canicola estiva è difficile trovare elementi di interesse che non siano i grandi e numerosi tralicci dell’alta tensione.
Alle porte di San Zeno sono costretto a risalire verso nord, oltrepassando la frazione di Folzano, e i sottopassi delle autostrade. Qui per uno strano gioco di confini con il comune di San Zeno non c’è altra soluzione per spostarsi verso est senza attraversarlo se non quella di risalire fino alla Volta, oltrepassare il casello di Brescia centro e ridiscendere verso le cave. Questi chilometri sono in assoluto i più brutti, immersi negli stradoni principali. Fortunatamente l’effetto lockdown garantisce un traffico pressoché inesistente. Dopo il casello costeggio la “celebre” fabbrica Alfa Acciai, ripasso sotto le grandi arterie di comunicazione e costeggio il confine comunale circumnavigando il “parco delle cave”.
Speravo di avere qualche sguardo in più su di esse, ma sfortunatamente dalla strada si vede un gran poco, il tempo è tiranno e sono costretto a proseguire seguendo la traccia. Sorrido, ho tracciato nei minimi particolari e sono certo che il percorso, fatta quell’eccezione nel bosco, scorre tutto all’interno o esattamente sul confine comunale; ciò nonostante, in questa zona i cartelli dei comuni di Borgosatollo (Gerole) e Castenedolo (Bettole) paiono indicarmi che ho sconfinato. In realtà la strada è esattamente sul confine e quindi il lato destro è dei comuni confinanti mentre il sinistro è di Brescia.
Alfa Acciai
Parco delle cave, Buffalora
Risalgo verso nord-est, attraverso la frazione di Buffalora con la sua chiesa dalla cupola a volte, mi infilo nella nuova ciclabile che passa al di sotto della tangenziale sud e costeggia la cava dismessa Gaburri-Odolini, un’altra piccola sosta fotografica con annessa barretta.
Cava dismessa di Buffalora
Cava dismessa di Buffalora
Riparto, sono ora davanti all’altro capolinea della metro (S.Eufemia), mi dirigo verso Caionvico, la frazione all’estremo est della città. Nuovamente i cartelli stradali mi fanno simpatia. Cinquecento metri prima della mia svolta a sinistra per restare nel comune compare il cartello di Botticino. In effetti i numeri civici a destra appartengono a quest’ultimo, mentre quelli di sinistra spettano alla frazione di Caionvico (Brescia). Entro nel borgo storico, la strada si fa acciottolata, nella piccola piazzetta curvo repentinamente a destra e salgo per via Caionvico, oltrepasso la chiesa e proseguo, di lì a poco la strada diventa sterrata, comunque una carrabile. In tutto poco più di un chilometro, la parte iniziale con forte pendenza (vicino al 20%), la seconda metà in mezza costa fino all’ultima cascina che segna il confine con Botticino.
Maddalena da via Caionvico
LinaBatista
Bellissimo il paesaggio immerso nei vigneti con la “Madda” che domina da occidente e, finalmente, colori autunnali resi più vivi da un pallido sole che accenna a riscaldarmi. Sosta fotografica e rientro per le vie del borgo. Ora punto rapido verso il centro, attraversando Sant’Eufemia, via della Bornata, viale Venezia, ma quando sono in procinto di entrare nell’urbe svolto nuovamente a destra in via Benacense. Non sarebbe un tour urbano completo senza qualche acciottolato di quelli che fanno male! Ed eccomi a scalare via Canalotto, più che un ciottolato o un lastricato, un assembramento di grandi sassi poco smussati che ricordano un’antica via romana. E’ corta, meno di quattrocento metri, con una pendenza progressiva che culmina oltre il 20% nelle ultime decine di metri.
Via Canalotto
Via Canalotto, 20%
La scarsa aderenza dovuta ai continui saltelli rende il tutto ancor più faticoso. Sono in via Amba d’Oro, qualche centinaio di metri in falsopiano e svolto a destra per il ciottolato di via Valsorda, uno dei nostri preferiti nel cosiddetto “Jedi city tour”. Questa via è un’alternativa al primo chilometro della “Madda”, infatti si congiunge con la salita classica proprio sul primo tornante.
Via Valsorda
Tomba del cane
Qui si trova un celebre e particolare monumento bresciano “La Tomba del Cane”, doveva essere il monumento sepolcrale di Angelo Bonomini, ma le nuove disposizioni comunali che vincolarono le sepolture al solo interno dei cimiteri ne impedirono l’uso personale. La tradizione vuole che vi sia sepolto semplicemente un cane da cui il nome della tomba. Inizio la discesa, sono a poche centinaia di metri da casa, ma non sarebbe Brixia Fidelis senza aver scalato anche il colle Cidneo sede del castello da cui gli Asburgici si difesero durante le “X giornate di Brescia”.
Salita al Castello da P.le Arnaldo
Discesa verso via S.Faustino
Salgo da Piazzale Arnaldo, luogo amatissimo dai giovani bresciani per la “movida notturna”. La salita è lunga poco più di un chilometro, la parte finale, la più suggestiva, con pavimentazione in sanpietrini e stretti tornanti. Uno sguardo al maestoso portale di San Marco e inizio la discesa verso via San Faustino (patrono della città).
Casa è vicina, percorro Fossa Bagni naso all’insù, osservando le mura da sotto. Il perimetro è completo sono 82km di giro con 1.174m di dislivello, ma conta poco, ho scoperto luoghi nuovi della mia città, ho ricordato percorsi e luoghi della mia infanzia, ma soprattutto, una volta ancora, ho avuto la conferma che la “Leonessa d’Italia” è una città che non teme confronti. Una città racchiusa tra monti, colline, cave e campagna. Una città dalla lunga storia e cultura, ricca di capolavori artistici.
Sabato 15 agosto 2020, alle 5.43 parto da Polpenazze per un giro che dovrebbe essere il più lungo della mia carriera cicloturistica. Per la prima volta sono costretto a dichiarare i miei intenti in famiglia in quanto l’arrivo sarà sicuramente dopo l’ora di cena. La promessa è di mandare, di tanto in tanto, fotografie dei luoghi che attraverso. Prima fermata d’obbligo, appena partito, per immortalare l’alba che verrà, poi via verso la mia città natale dove scattare un’altra suggestiva panoramica del golfo di Salò.
Alba, Polpenazze
Salò
Oggi poche soste fotografiche lungo la gardesana, giusto la classica cartolina dal porticciolo di Villa di Gargnano e l’immancabile panoramica su Limone dalla statale.
Gargnano
Limone sul Garda
Alle 7.30 pedalo sulla ciclopista a sbalzo, il Peler soffia forte oggi, kite e wind-surf sono già in mezzo al lago ad effettuare le loro evoluzioni. La fermata a metà ciclabile è obbligatoria.
Ciclopista di Limone
Ciclopista di Limone
Riparto alla fine della passerella mi fermo per una fugace barretta e per un paio di scatti che sanciscono il cambio di regione.
Confine Lombardia/Trentino
Veduta su Riva e Torbole
Riparto, alle 8.00 precise sono nella piazza dell’imbarcadero di Riva. Quasi 27km/h di media, assolutamente in tabella di marcia. Riempio le borracce e mi dirigo verso Torbole, all’altezza della galleria sotto il monte Brione entro in ciclabile e scatto una fotografia verso il lago, da quella che per me è una posizione inusuale, l’estremità nord.
Riva del Garda
Riva del Garda
Attraverso il centro di Torbole e salgo verso Nago sfruttando la via ciclabile promiscua, circa un chilometro e mezzo con pendenza vicina al 10%, dopo i primi trecento metri “a chiocciola” un lungo rettilineo porta al borgo sovrastante. A metà mi giro, scatto una fotografia e saluto il mio lago.
Torbole
Nago
Attraverso l’abitato seguendo i cartelli della ciclabile Torbole-Rovereto e inizio la discesa attraverso i vigneti e la depressione del lago di Loppio. Ciclabile bellissima e ben fatta che alterna tratti promiscui a traffico zero nelle vigne a tratti ben separati lungo il bosco del lago.
Ciclabile di Loppio
Vigneti a Mori
Sono alle porte di Mori, rientro sulla statale e la seguo fino a Rovereto, data l’ora e soprattutto il giorno di Ferragosto, la strada è pressoché deserta, attraverso la zona industriale e commerciale di Rovereto ed alle porte del centro svolto a destra sulla sp89 “sinistra Leno” in direzione monte Zugna, Albaredo. I primi 6km sono impegnativi, pendenza costantemente attorno a 10%, dopo circa 2km nella frazione di Porte mi concedo una pausa “rubinetto” all’ombra del bosco e mangio il primo dei dieci panini al latte che ho preparato. Riparto, giungo al Albaredo dove si divide la strada per il monte Zugna dalla provinciale “sinistra Leno”.
Rovereto inizio salita per Alberedo
Valle del Leno
Da qui anche quel poco traffico veicolare che saliva al monte non mi disturberà più. In piazza trovo una magnifica fontana dove riempire nuovamente le borracce, inzuppare di acqua fresca lo “scaldacollo” (in realtà è quello estivo in microfibra), il cappellino sotto-casco e affondare entrambe le braccia fino alle ascelle nella vasca. Sono da poco passate le 10.00, ma la salita era completamente scavata nella roccia ed esposta al sole ed il caldo si è fatto sentire. Oggi sarò esposto ai raggi solari fino a sera e l’ultima cosa che voglio è soffrire di un colpo di calore. Riparto, adesso che ho raggiunto i 750m di quota la strada si fa più semplice, l’attraversamento dei paesi di Foppiano, Zanolli e Matassone è caratterizzato da continui saliscendi che fanno guadagnare leggermente quota fino ad un massimo di 850m in 6km, una splendida visuale sul Pian delle Fugazze prima ed un altissimo viadotto mi costringono a fotografie e video.
Pian delle Fugazze e cima Campogrosso
Salita a Matassone
Da qui scendo leggermente per altri 3km fino a raggiungere la frazione di Aste. Raggiunto il borgo scendo a fondo valle per spostarmi sul versante destro, quello della SS del Pasubio. Risalgo per un chilometro (pendenza 8%) e mi innesto sulla statale ad Anghebeni. Queste citate sono tutte frazioni di un vastissimo comune che copre quasi l’intera valle, il comune di Vallarsa. Per raggiungere il passo mi servono ancora quasi 12km. Dall’altitudine attuale di 590m devo risalire fino ai 1.163m del Pian delle Fugazze. La pendenza media sarebbe dolce meno del 5%, ma la realtà, come è giusto che sia in montagna, è ben diversa. La strada alterna tratti facili in falsopiano e in leggera discesa a rampe con pendenza tra 8% e 14%. Dopo l’ottavo chilometro addirittura un chilometro e mezzo di discesa che fa perdere ben 50m di quota. Io, in realtà, sono concentrato sul paesaggio e sul mantenere una pedalata sempre agile. Così dopo quattro chilometri da Anghebeni mi fermo ad ammirare lo splendido laghetto artificiale di Seccheri e la sovrastante Cima Carega.
Lago di Seccheri
Lago di Seccheri
Cima Carega
All’inizio della discesa dell’ottavo chilometro il panorama cambia, le vette dei monti del Pasubio iniziano a fare capolino tra le aperture del bosco. Quando giungo sotto al Soglio dell’Incudine la fermata è obbligata.
Soglio dell’Incudine
Faggeto sulla SS
SS del Pasubio
Riprende la salita ed è proprio qui che si fa arcigna, mancano solo due chilometri al passo ed il primo è costantemente in doppia cifra con punta del 14%. Dovrei essere accigliato ed invece sorrido dentro, mi sembrava troppo facile questa salita (mi son forse già dimenticato dei primi 6km al 10% ?!?). L’ultimo chilometro spiana leggermente, la ex-casa cantoniera preannuncia lo scollinamento che arriva di lì a poco.
Ex casa cantoniera del Pasubio
Passo del Pian delle Fugazze
Manca poco a mezzogiorno ed io decido di pranzare alle Fugazze, tre panini dolci con bresaola vanno giù uno via l’altro. Ce ne era bisogno, lo stomaco iniziava a sentire il vuoto. Un poco di stretching a collo e schiena, un’altra foto inviata a casa e dopo circa un’quarto d’ora sono pronto a ripartire. “Andiamo a vedere ‘sto Pasubio!” La discesa è bella, a tornanti, decisamente più ripido il versante vicentino. Si apre subito davanti a me la conca meravigliosa del Pasubio.
Monti del Pasubio
Monti del Pasubio
Monti del Pasubio
Monti del Pasubio
Sarà per i numerosi cartelli marroni (ossario, cimitero di guerra, trincea, casermetta), per i resti di qualche bunker, per le numerose bandiere italiane alle finestre, per gli alti pennoni con il tricolore svolazzante, ma a me viene la pelle d’oca, mi sembra di sentire ancora le urla dei soldati della Grande Guerra e la montagna nella mia mente trasuda sangue, il sangue dei nostri bisnonni che qui combatterono per la nostra patria. Arrivo a Valli del Pasubio e cerco di ripigliarmi da questa rievocazione storica, svolto a destra e prendo la sp “strada per Recoaro”.
Sp strada per Recoaro
Potrei scendere dritto a Vicenza, ma #lapianuranonesiste e quindi risalgo a passo Xon, salita breve circa 6km facili, i primi 3km quasi piatti ben riparati dal bosco, poi i restanti 3km con pendenza 6% molto regolare. Circa al quinto chilometro arrivo nella frazione di Staro, all’inizio del paese un bel fontanone mi attende, riempio entrambe le borracce ed in una aggiungo una busta di sali, inzuppo lo scaldacollo, il cappellino e sciacquo gambe e braccia. C’è una targa vicino alla fontana, raffigurante il crinale dei monti che si vedono dal borgo con tutti i nomi delle cime. Riparto alla ricerca del posto migliore per scattare una foto di quel crinale, arrivo quasi alla fine del paese senza averlo trovato, ma un cartello indicante “Staro Alta” mi obbliga a deviare dalla traccia per qualche centinaio di metri. Finalmente trovo il luogo per la didascalia ed anche un bellissimo murales che rappresenta una truppa alpina!
Baffelan, Due sorelle, Tre Apostoli, Cornetto
W gli Alpini!
Ritorno sulla via programmata, oramai sono a passo Xon, da qui altra vista spettacolare sulla Cima Campogrosso.
Passo Xon
Passo Xon
Passo Xon
Rudere a Recoaro
Scendo a Recoaro, discesa tortuosa con tornati ravvicinati, anche questa mi sembra più ostica, come pendenza, da questo versante. Recoaro si presenta deserta, come è giusto che sia per una cittadina il giorno di Ferragosto, dalla piazza principale scatto un paio di didascalie alla chiesa e riparto.
Recoaro Terme
Recoaro Terme
Ora è tutto un falsopiano in leggera discesa fino a Vicenza, la provinciale è larga, il traffico nullo ed io quando riesco, senza forzare, supero i 50km/h. Sono a Valdagno e la mia traccia, realizzata con Komoot mi manda sulla ciclabile, bellissima anche questa.
Ciclabile a Valdagno
Ciclabile a Valdagno
Non che avessi problemi a stare sulla provinciale dal momento che era deserta, ma questo mi consente di rimanere sull’argine del torrente Agno e godere di lunghi tratti ombrosi. In uno di questi ne approfitto per una pausa “rubinetto” e per aggiungere alla borraccia mezza piena, mezzo barattolino dell’intruglio che mi ero preparato. Niente di che: tre cucchiai da minestra di caffè solubile, di orzo e di zucchero. Riparto, all’altezza di Brogliano sono costretto, mio malincuore, ad abbandonare la ciclabile per svoltare a destra verso Castelgomberto. Una leggera salita in paese e scendo ad ovest, riparato dal sole, verso Sovizzo e Creazzo. Sono immerso nella campagna vicentina. Non me ne accorgo quasi e svoltando a sinistra mi ritrovo in via Ponte Storto proprio vicino all’enorme rotonda che porta a Vicenza e che ho percorso più volte per lavoro in automobile. Essendo Ferragosto, mi circonda il deserto totale e posso circolare liberamente su questo stradone che normalmente è affollato da autovetture e camion in coda. In poco meno di tre chilometri sono a Vicenza, il navigatore mi guida verso viale Dante Allighieri da dove inizia la salita classica al Monte Berico. In realtà riconosco le strade, le ho fatte l’autunno scorso quando con Marina siamo venuti un fine settimana a festeggiare il nostro anniversario e la domenica siamo saliti in auto al santuario. I chilometri sono già 172km e temo un poco la salita. In realtà la ricordavo più complicata di quello che è. Un chilometro giusto, ma solo gli ultimi 600m con pendenza 8-12%.
Monte Berico
Santuario di Monte Berico
Innesto il rapporto più agile e salgo piano piano, il sole dritto in viso cuoce, sono da poco passate le 15.00, l’aria è calda e umida. Arrivo nel piazzale e vedo subito una fontanella, ennesimo rifornimento idrico. Mi dirigo al parapetto per scattare un paio di fotografie a Vicenza dall’alto e ai monti dai quali sono arrivato.
Vicenza
Prima era là!
Un panino, un attimo di relax e riparto. Ripasso dalla fontanella e rabbocco la borraccia che era già vuota per metà. Percorro il crinale dei monti Berici, passo da Arcugnano e salgo fino a Perarolo, un dolce saliscendi il cui tratto più duro misura circa 1,5km ad una pendenza di 5-6%. Prima di arrivare nella frazione di Perarolo mi concedo una deviazione a sinistra per scattare una fotografia panoramica sulla conca formata dai Berici in cui è racchiuso il lago di Fimon. Inizia la discesa dai circa 260m di altitudine e questa è stata veramente l’ultima salita di giornata.
Lago di Fimon
L’Incompiuta
A metà discesa l’Incompiuta, quello che doveva essere il nuovo Duomo di Brendola i cui lavori vennero bloccati durante la Seconda Guerra Mondiale senza più ripartire, attira la mia attenzione. Sosta rapida e via seguendo la traccia che ricalca in parte l’itinerario cicloturistico “I1” Vicenza-Soave-Verona. La traccia che ho programmato salta a destra e sinistra dell’autostrada, attraversando i celebri vigneti di Soave. Dopo San Bonifacio piego decisamente verso sud-ovest fino a raggiungere quasi l’argine sinistro dell’Adige, strade di campagna traffico quasi nullo ad eccezione di tre chilometri vicino al casello dell’autostrada. Qui percorro una bretella in cui la sede stradale a destra della riga bianca che delimita la carreggiata degli autoveicoli è più larga di una normale ciclabile! Arrivo sull’argine di un naviglio e svolto a destra puntando dritto verso Verona. Con mia sorpresa mi aspettano un paio di chilometri di strada bianca, ben battuta, con poca ghiaia, la attraverso ad un buon ritmo.
Argine dell’Adige
Ritorno sull’asfalto e inizio a cercare una fontanella, l’acqua è nuovamente ai minimi. Qualche chilometro e nell’attraversare il minuscolo borgo di Mambrotta trovo una fontanella nel parco giochi. Fermata un po’ più lunga, riempio, mangio, getto le cartacce nel bidone della spazzatura, bevo e riempio ancora. Sono già a 225km, manca ormai poco a Verona, passo sopra l’autostrada, sotto alla ferrovia ed un cartello mi dice che sono arrivato in città. Sì, ma a San Michele Extra, che vuol dire ancora più di cinque chilometri per piazza Brà. Percorro il lungo viale Unità d’Italia sulla carreggiata. In realtà, sul lato opposto al mio, un marciapiede enorme, almeno otto metri di larghezza, è usato per metà come pista ciclabile ben segnata, anche il mio navigatore mi avrebbe fatto percorrere quella via, ma il traffico ridottissimo mi ha convinto a restare sulla strada.
Ponte sull’Adige, Verona
Finalmente il ponte sull’Adige, il centro è ormai vicino, giro attorno alle mura scaligere ed entro in piazza Brà. Sono quasi le 19.00. Eccola AliMat fotografata in primo piano davanti all’Arena!
Arena di Verona
Proseguo, castello e ponte Scaligero. Salgo sull’argine per le fotografie di rito. Tutto ciò mi porta a rallentare il passo di marcia, ma si sa gli attraversamenti delle grandi città sono così.
Castello scaligero, Verona
Ponte scaligero, Verona
Prendo la ciclabile del sole che parte proprio da Verona in direzione dell’Alto Adige, il sole è proprio in fronte, ma ormai scalda poco, inizia a sentirsi l’umidità della sera soprattutto perché costeggio il naviglio.
Ciclabile del Sole (VR-Resia)
A Bussolengo abbandono la ciclabile per dirigere verso le colline moreniche. Prima di uscire dal paese una rapida sosta per svuotare il barattolino di intruglio nella borraccia. La strada risale dolcemente sui clivi ed a Palazzolo mi ritrovo con il sole basso sull’orizzonte che illumina una sottile striscia di acqua, è il basso lago di Garda che dalla modesta altitudine di 250m si riesce appena ad intravedere.
Lo fotografo, trovo anche una fontana e riempio entrambe le borracce, riparto in direzione colline moreniche. L’aria oramai e fresca e umida ci sono 23°C. Attraverso la statale per Peschiera, ma non la prendo, il giro deve essere completamente su strade poco trafficate. Passo nuovamente sopra l’autostrada, mi fermo ancora per una fotografia prima che il sole scompaia definitivamente dietro l’orizzonte.
Tramonto a Oliosi
Svolto per Oliosi, in realtà io vado a Monzambano, ma da qualche chilometro a questa parte nelle indicazioni vedo solo questo nome oltre a Valeggio. La strada è sempre in leggera discesa ed io accelero un poco, voglio passare il ponte sul Mincio prima che sia definitivamente buio in quanto al di là del fiume conosco bene il percorso. Sono da poco passate le otto e mezza di sera quando passo sul Mincio, niente fotografia, ormai è troppo buio. Finalmente posso prendere la strada per Pozzolengo, nuovamente su una gobba lo scenario al crepuscolo mi esorta ad un tentativo di fotografia anche se solo con il telefono. Modalità “Pro” in semi-automatico, ISO 100 (altrimenti nella correzione sgrana troppo), tempo di esposizione 1/2sec e speriamo bene.
Strada per Pozzolengo
Strada per Pozzolengo
Riparto, ormai e buio pesto, ma non sono per nulla preoccupato, i miei due fari anteriori fanno il loro lavoro alla perfezione. Il più forte e con raggio di apertura maggiore illumina dritto, quasi fosse un abbagliante, ad oltre 50m; l’altro punta leggermente in basso e illumina a giorno i 15m più vicini a me. Dietro due fari con superLed e luce di frenata ad accelerometro. Arrivo a Pozzolengo, decido di aggirarlo percorrendo la bretella esterna, credo così di poter fare più veloce. Di tanto in tanto incrocio un’autovettura o qualcuna mi supera, in entrambi i casi rallentano, evidentemente non capiscono che razza di mezzo di trasporto ci sia per la strada.
Buio sulle colline moreniche
Strada per Pozzolengo
Meglio così, vuol dire che mi vedono già da lontano. Ancora qualche chilometro nel buio ed i passaggi sopra autostrada e tangenziale sanciscono l’arrivo nell’abitato periferico di Desenzano. Passo sotto il viadotto della ferrovia, mi fa strano percorrere queste strade di sera in bicicletta io che sono abituato a percorrerle in automobile. Alla rotonda prendo a sinistra per l’ospedale, di nuovo fuori dal traffico, nelle colline della bassa Valtenesi in direzione Maguzzano. E’ proprio lì che scattano i 300km sul GPS, caccio un urlo di godimento, ora devo solo cercare di non far succedere pasticci negli ultimi chilometri. La strada scende al lido di Lonato e per un paio di chilometri seguo la statale per Salò, poi svolto a sinistra salgo a Padenghe, ne attraverso il centro, il viale alberato del cimitero e giungo a Soiano, sono quasi le 22.00.
Arrivo a Polpenazze!
Ultimo sforzo per risalire in paese e scendere al confine con Polpenazze ed i giochi sono fatti! I numeri dicono 308km, 3.080m dislivello, 13h57’40”, 11 borracce più le sorsate dirette (circa 9 litri) 10 panini al latte imbottiti, 6 barrette energetiche, 4 gel energetici, 1 busta di sali, 1 barattolino di intruglio. Quello che non dicono sono le emozioni di un viaggio da prima dell’alba a notte inoltrata. Un viaggio costituito da paesaggi meravigliosi: la gardesana occidentale scavata nella roccia, la ciclopista a sbalzo di Limone, le ciclabili trentine, i monti del Pasubio. Un viaggio nella storia dell’unità d’Italia dal Pasubio trasudante sangue della Grande Guerra alle colline moreniche terreno delle feroci battaglie della I e II guerra d’Indipendenza contro gli Asburgo. Un viaggio nell’arte della palladiana Vicenza e della scaligera Verona. Soprattutto un viaggio verso una pentola di acqua bollente con più di un etto di pasta che “Moglie” sta preparando per me! E questa è stata la soddisfazione più grande!
Ci sono giri che vanno al di là della prestazione sportiva o del livello di difficoltà, ma vanno raccontati per le emozioni che ci lasciano. Il Sella Ronda prima che sorga il sole è senz’altro uno di questi. Diciotto volte lo ho percorso in bicicletta, tutte in senso orario, in altrettante edizioni della MdD. Ora è giunto il momento di affrontarlo in senso antiorario, ma, cosa più importante, partendo prima che sorga il sole. Domenica 12 luglio ore 4.45 del mattino, forse sarebbe il caso di dire della notte, aggancio il pedale e inizio a scendere lungo strada Col Alt per raggiungere l’incrocio per Colfosco e passo Gardena. L’aria è frizzante. No, no è proprio gelida! Il tempo di acclimatarsi ed il Gps segna 4°C. Dopo le forti piogge di ieri era previsto un brusco abbassamento della temperatura con aria proveniente da Nord. Io sono abbastanza coperto, intimo manica corta termico, manicotti, maglia estiva bioceramic e sopra il nuovo capo mezza manica anti-vento e anti-pioggia traspirante in Event graficato per Cicloturisti!, la cui realizzazione è stata specificatamente commissionata per gli “early morning” di mezza stagione ed i giri in quota. Ormai collaudato nelle salite della Maddalena alle 5.30 e nei giri all’alba di questa primavera è diventato un capo imprescindibile nel mio guardaroba. All’uscita del paese mi fermo per una suggestiva fotografia notturna al gruppo del Sella con il monumento ligneo di una grande bicicletta in primo piano.
Il termometro è sceso a 2°C ed io ne approfitto per indossare anche i guanti lunghi felpati invernali. Nonostante abbia davanti circa dieci chilometri di salita capisco che le mani si raffredderebbero comunque troppo con l’umidità della notte. Riparto, cerco di tenere l’andatura più blanda possibile con un’alta frequenza di pedalata per produrre calore ed al contempo non sudare troppo. Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.
Salita a Passo Gardena
Gruppo del Sella
Nell’ultimo chilometro prima di scollinare inizio a scorgere oltre il passo le vette del Sassolungo infuocate come non le avevo mai viste.
Gruppo del Sella
Luna sopra al Sella
Sono le 5.40 ed io conquisto il primo dei quattro passi di giornata. Il termometro è rimasto sempre tra i 2°C e lo 0°C. Decido di non fermarmi subito, ma di scendere poco più avanti al primo tornante. Da qui la vista su Sassolungo, pian de Gralba e Sella è strepitosa! Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto! Fotografie di rito, barretta e vestizione.
Sassolungo all’alba
Sassolungo all’alba
Sì, perché nella mia capiente borsa sottosella avevano saggiamente preso posto un intimo manica lunga invernale Craft e lo “spolverino” oltre ai guanti invernali già in uso. Sfilo entrambe le maglie manica corta, indosso l’intimo sopra ai manicotti (tanto è nero anche quello, mica si nota hi, hi!). Rimetto le maglie e sopra chiudo con l’anti-vento. La maglia termica mi aiuterà a tenere il calore, l’anti-vento che è poco traspirante dovrebbe contribuire a creare una sacca calda all’interno della quale restare in “zona comfort”. Riparto, dopo un paio di chilometri in discesa il lungo attraversamento in falsopiano del pian de Gralba contribuisce a mantenere la circolazione attiva anche nelle gambe, unica parte del mio corpo completamente esposta alla temperatura invernale. Pedalata agile, pochi watt, poco sudore e massima circolazione. Oltrepassato il celebre spiazzo del grande ristoro della Maratona, quello, per intenderci, dove ci sono anche le telecamere fisse Rai, ricomincia la discesa, ancora un paio di chilometri circa e sono nuovamente in salita verso passo Sella. Slaccio completamente l’anti-vento e lo lascio svolazzare dietro di me, così evito di creare inutile condensa di sudore sugli altri capi. Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.
Sassolungo salendo al Sella
Sono così rapito dallo scenario che mi si para d’innanzi che non mi accorgo di essere arrivato quasi in vetta. Sono già sul crinale a poche centinaia di metri dal passo, quando devo obbligatoriamente sostare per uno shooting fotografico completo. A sud sua maestà il ghiacciaio della Marmolada che, con il suo bianco candore, abbaglia riflettendo i primi raggi di sole; di fronte il massiccio del Sella illuminato solo da luce riflessa nell’alba ancora ombrosa; a nord l’orizzonte bianco e frastagliato delle cime di confine con l’Austria e dietro di me imponente e rosato il Sassolungo in tutto il suo splendore, così vicino che pare quasi poter essere toccato.
Marmolada da passo Sella
Gruppo del Sella scendendo verso Canazai
Panoramica a nord
Sassolungo
Devo ripartire, il tempo oggi è tiranno, ho promesso il rientro prima delle nove per poter affrontare tutta la giornata con le nostre famiglie. Al primo tornante in discesa, uno spettacolare balcone sulla Marmolada mi costringe ad una nuova rapida ed artistica fermata fotografica.
Luna e Marmolada
Sassolungo
Riparto, temo questa discesa, durante la gara qui in fondo si raggiunge il punto più freddo ed il ricordo delle mani ghiacciate al bivio di fondo valle è persistente nella mia memoria come lo è la faticosa ripartenza in salita al 12% di pendenza. Questa volta sto girando al contrario, la discesa è veloce a causa della strada ripida, la velocità sale, la temperatura scende, mi ritrovo a -2°C! Per la verità, per qualche sparuto secondo, il mio Xplova segna anche -3°C. I mignoli cominciano a protestare, ma tutto sommato arrivo al pianoro dove è solitamente posto il ristoro in buone condizioni. Il corpo è ben caldo, protetto dai molti strati di abbigliamento tecnico, solo le ginocchia sono un poco arrossate dal freddo. Riprendo a salire verso il Pordoi. Sempre pedalata agile (34×34), oltre 75rpm. La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.
Passo Pordoi
Passo Pordoi
Noto con piacere, dopo soli diciannove passaggi, che in un angolo fa capolino la vetta bianca ed aguzza della Marmolada, impossibile non immortalarla con il mio ditino che la indica.
Marmolada da passo Pordoi
Discesa del Pordoi
Riparto, l’aria è ancora frizzante, ma il sole ormai alto davanti a me scalda parecchio con il suo irraggiamento, infatti tolgo lo spolverino e lo ripongo nel borsone sottosella. La discesa è lunga e sinuosa, la affronto con calma godendomi il panorama. Entrò a Rèba, così si chiama in ladino Arabba, tengo la sinistra ed immanentemente ritorno a salire verso il Campolongo. Da questo versante è veramente una salita semplice, poco meno di 4km e, se si eccettua una breve rampa oltre il 10% all’uscita del paese, la pendenza media si attesta a 7%. Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.
Circa venti minuti e sono già in discesa, guardo l’orologio sono passate da pochissimo le otto del mattino. Altro che arrivo entro le nove, qui ci scappa anche una lauta colazione con famiglia! Scendo rapido lungo gli ampi tornati che conducono a Corvara, osservo il Sassongher, maestoso ed ora completamente illuminato dal sole. Da questa altezza lo trovo ancor più suggestivo che dal fondo valle di Corvara, ma non cedo alla tentazione dello “shooting fotografico” la colazione in famiglia è sicuramente meglio! Sono le 8.15 quando infilo la bicicletta nel deposito dell’hotel, una rapida doccia e pronto per la colazione e per l’escursione agli alpeggi del Col Alto con tutta la tribù. Già perché, per le persone normali, la giornata inizia adesso!
Quest’anno la MdD è stata annullata, ma non la nostra splendida mini-vacanza in val Badia che è semplicemente stata posticipata di una settimana. Così venerdì 10 luglio alle 5.32 del mattino parto da Corvara in direzione Tre Cime per un giro ad anello che mi consentirà di vedere nuovi paesaggi dolomitici. Scendo verso il bivio Colfosco/LaVilla, l’aria è fresca (8°C), ma non gelida. Mi fermo per una rapida didascalia al Sassongher appena illuminato dai primi bagliori mattutini.
Riparto, cinque chilometri in discesa mi conducono velocemente al bivio di La Villa per San Cassiano e per il passo Valparola. Diciassette volte lo ho fatto in discesa in altrettante edizioni della Maratona, solo una volta non lo feci poiché a causa della febbre dovetti accontentarmi del Sella ronda. Farlo in salita è, quindi, una mezza novità. Si presenta subito cattivello con un primo chilometro al 9%, dopo le prime curve sono costretto ad una rapida fermata, il sole ha iniziato ad illuminare la cima del Sella e del Sassongher. Tra le valli ancora buie ed ombrose ed il cielo cobalto risaltano due cime infuocate ed io le immortalo con il mio telefono.
Riparto, fino al borgo ancora due chilometri facili attorno al 6% di media. Uscito da San Cassiano un primo chilometro con media 8% e punta al 10% porta al lungo falsopiano di Armentarola. Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a
pensare a giri di ripiego. Dopo il dodicesimo chilometro la strada inizia ad alleggerire la pendenza, mi trovo in quel luogo magico che i ladini chiamano “intra i sass” è l’ultimo chilometro, oggi avvolto completamente dalla nebbia ed io fatico a vedere il forte militare della prima querra mondiale che si trova a soli cinquanta metri dal ciglio della strada. Scollino e… Sorpresa! Ad est il cielo è terso, la breve discesa a passo Falzarego è lì che mi aspetta illuminata e riscaldata dal sole. Mi fermo per alcune fotografie ed un video che cristallizzino questo momento.
Passo Falzarego e Averau, da Valparola
Passo Valparola
Passo Valparola
Riparto la discesa al Falzarego ed a Cortina d’Ampezzo è quasi completamente al sole, la pendenza non è mai eccessiva. Fino a Pocol la conosco bene perché fatta in salita durante le Maratone. Gli ultimi chilometri sono uno splendido balcone sulla piana Ampezzana. Il cielo è intensamente blu, l’aria fresca e limpida. Si preannuncia una giornata fantastica. Entro in Cortina prima delle 8.00 del mattino, sono stati avviati molti lavori in favore delle prossime olimpiadi e le strade sono già intasate a quest’ora, una rapida fermata sotto al campanile parrocchiale, una visita fugace alla via pedonale delle boutique (ancora chiuse) e prendo la rotta per il passo Tre Croci.
Campanile della Basilica Minore, Cortina d’Ampezzo
Come esco dall’abitato torna la pace, il secondo passo di giornata non è lunghissimo, 8km con pendenza media 7%, di contro è estremamente irregolare, mi sembra di essere entrato in un roller coaster con la bicicletta. Continue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.
Tofane a sx e Cristallo a dx
La salita è tutta in un meraviglioso bosco di larici ed anche questo contribuisce a farmela percorrere quasi senza accorgermi del tempo che passa. Alle 8.45 sono in vetta, inizia una breve discesa (circa 4km) che mi condurrà al bivio con la statale che da Auronzo sale al lago di Misurina. A metà di questa discesa sono costretto ad una fermata su un viadotto con una vista memorabile sul gruppo del Cristallo.
Cristallo , passo Tre Croci
Cristallo , passo Tre Croci
Riparto mi innesto sulla statale e risalgo fino al lago di Misurina, sono 3km circa facili, l’ultimo un leggero falsopiano in rettilineo. Arrivato al lago sono d’obbligo alcune fermate per fotografare il luogo. Inizia anche la ricerca della fontana. Viste le temperature in queste prime ore non ho bevuto moltissimo, ma vorrei avere entrambe le borracce piene prima di salire ai 2.300m del Rifugio Auronzo. Ne trovo una alla fine del lago, riempio, bevo, mangio, fotografo e riparto.
Lago di Misurina
Lago di Misurina
Il bivio per le Tre cime è subito dopo. Il primo chilometro si insinua dolcemente tra le montagne, poi un cavatappi con pendenza 14% di duecento metri mi fa capire che aria tirerà sui tre chilometri finali. Subito dopo il bellissimo lago di Antorno, una gemma incastonata tra pineta e montagna che mi fa compagnia sulla destra per qualche centinaio di metri. Lascio le fotografie per il ritorno che sarà obbligato fino al bivio che scende a Dobbiaco. Oltrepasso la barriera del pedaggio: 20€ moto, 30€ auto, 45€ camper eppure c’è la coda per salire a parcheggiare al rifugio e non godersi camminando anche questi tre chilometri. A dire il vero, vista l’ora ancora mattutina (9.30) molti salgono in auto perché poi faranno il giro intero attorno alle Tre Cime (quasi 10km). Dopo alcune centinaia di metri ancora gradevoli tra i pascoli inizia la salita vera. Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.
Di contro il panorama è di quelli spettacolari da lasciare senza fiato, ovunque mi giri vedo solo immense rocce dolomitiche, alcune più vicine, alcune più lontane. Salgo con il rapporto più agile 34×34, per me la giornata ciclistica è ancora lunga. L’ordinata fila di autovetture che mi sorpassa ad intervalli regolari scanditi dai due bigliettai delle casse mi infastidisce un poco, ma in modo sopportabile. Dopo poco più di mezz’ora sono al rifugio, i parcheggi sono quasi esauriti, lungo gli ultimi cinquecento metri le auto sono già parcheggiate sulla banchina. Troppa gente per i miei gusti! Ma si sa sono un animo solitario. Scatto alcune fotografie dal rifugio proprio da dove inizia la camminata e decido di proseguire per il parcheggio superiore che mi sembra decisamente meno affollato.
Tre cime di Lavaredo
Tre cime di Lavaredo
Così è, mi affaccio da entrambi i lati del piazzale e così posso godere sia del panorama verso il Cristallo, sia di quello verso la valle di Auronzo, mangio e riparto.
Cristallo a sx e Croda Rossa a dx, dal Rif. Auronzo
Valle di Auronzo, dalle Tre Cime
Croda dei Toni e Cima Auronzo
Tre cime di Lavaredo
Lungo la discesa è d’obbligo una fermata per immortalare la strada sinuosa e le vette dietro ad essa.
Monte Cristallo, discesa dalle Tre Cime
Monte Cristallo, discesa dalle Tre Cime
Un’altra fermata per il fiabesco laghetto di Antorno e via rieccomi sulla statale in discesa verso la val Pusteria.
Mucche al Pascolo
Lago d’Antorno
Sono quasi le 11.00 ed il buco allo stomaco inizia a diventare una voragine. Subito dopo il caratteristico lago di Leandro un Bar Ristorante dal nome “Tre Cime” cattura la mia attenzione, si trova in posizione strategica dove le montagne si aprono formando un lungo solco che permette di vedere proprio le Tre Cime. Inevitabile che decida di fermarmi per mangiare un maxi toast e bere due bicchieri di Coca con questa splendida vista.
Mi sento decisamente meglio, non dico sazio, ma con lo stomaco felice. Riparto, oltrepasso il lago di Dobbiaco, arrivo alla statale della val Pusteria, controllo il GPS per capire dove sia il punto più vicino per innestarmi alla splendida ciclabile che unisce San Candido a Brunico. La imbocco, meravigliosa, un susseguirsi di campi e pinete di fondo valle a poca distanza dalla statale. Una deviazione per lavori mi costringe ad abbandonarla per entrare nel centro abitato di Monguelfo, tutto sommato un bene perché il borgo si rivela molto carino. Ritorno sulla ciclabile all’altezza del lago artificiale di Anterselva la strada si fa sterrata, ma di quelle belle ben battute, proprio come le strade bianche.
Dopo il lago la ciclabile si innesta nel tessuto campestre (perché è impossibile definirlo urbano) del comune di Valdaora attraversando la frazione di Sopra. Arrivato in quella di Mezzo il cartello indicante passo Furcia 10km mi guida verso l’ultima grande fatica di giornata. I primi due chilometri e mezzo se ne vanno via veloci attraverso il paese con pendenze molto dolci, questo implica che nei successivi 7,5km dovrò affrontare quasi 700m di dislivello. La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.
Gli ultimi due chilometri sono nella fresca pineta, anche se oggi la giornata non è mai stata particolarmente calda ed afosa, anzi se si escludono i venti chilometri in val Pusteria l’aria è sempre stata frizzante. Io salgo sempre con passo regolare e guardingo, d’altra parte ho già più di 3.000m di dislivello nelle gambe. In vetta al passo Furcia dominano gli impianti di risalita del celebre comprensorio di Plan de Corones, a parte loro non vi è molto altro, inizio subito la discesa, al primo punto panoramico decido di fermarmi per un paio di istantanee. Da qui si vede bene la val Badia, il Sassongher ed il Sella.
Val di Marebbe
Sassongher, da passo Furcia
Si vedono bene anche i nuvoloni neri carichi di pioggia che stanno arrivando, per cui parto. Scendo di buona lena verso San Vigilio in Marebbe, ma senza prendere rischi. Lo oltrepasso, sembra molto carino,
proseguo fino ad innestarmi con la statale che da Brunico sale in Alta Badia. Sono praticamente alle porte di Piccolino, un paese il cui nome la dice lunga sulle sue dimensioni. Mancano poco più di venti chilometri a Corvara, un lungo falsopiano in leggera salita. I primi 14km vanno via veloci, vento da dietro, senza grande sforzo resto tra i 19km/h e i 27km/h. Poi poco prima della galleria inizia a piovere con insistenza, mi fermo prima dell’uscita per indossare l’antipioggia (più che altro per il telefono che è nella tasca posteriore senza protezione impermeabile). Dopo la galleria quattro tornanti a 8% di pendenza sanciscono la fine del falsopiano e l’inizio della leggera salita dell’Alta Badia, sono quasi a Puntac poco prima di Pedraces (luogo di ritiro dei pettorali della MdD). Arrivato in paese mi fermo, tolgo l’antipioggia, temporale montano breve ed intenso, mangio, riparto. Da qui parte uno splendido marciapiede ciclabile, largo forse tre metri, che mi conduce sino alle porte di La Villa separato del traffico dei camion e delle betoniere che mi avevano accompagnato più in basso. Entrato in paese opto per una strada interna che sale dritta come un fuso (14%) e si collega alla sommità del celebre Mur dl Giat della Maratona.
Sarà questo il mio gatto di giornata, attraverso il borgo, inizio la discesa per Funtanacia e per rientrare in statale. Mancano tre chilometri al mio hotel ed io finalmente sfondo il muro dei 4K di dislivello. Arrivo nel piazzale dell’albergo, felice come non mai, prestazione ciclistica di rilievo con 153km e 4.070m di dislivello, ma chi se ne frega! Quello che conta oggi è la quantità e la qualità di roccia dolomitica che ho visto! Nell’ordine Sella, Sassongher, Croda si Santa Croce, Lagazuoi, Sass da Stria, Marmolada e Averau (in lontananza), le Tofane, il Cristallo, le Tre Cime e mettiamoci anche il bel panettone verde del Plan de Corones!
Domenica 18 agosto, sono da poco passate le sei del mattino quando cavalco la mia AliMat per una nuova escursione sulle strade ghiaiose dell’alto lago. Subito lo spettacolo della luna che appare come una lampadina in alto nel cielo mi mette di ottimo umore.
Luna all’alba
Luna all’alba
Mi dirigo con una certa rapidità verso Gargnano, la temperatura, a quest’ora, è ottima anche nel torrido Ferragosto. Inizio a salire verso Navazzo, il sole è ancora nascosto dietro il monte Baldo anche se la sua luce rischiara ampiamente tutto il paesaggio. La luna sta calando, ma prima di scomparire definitivamente mi concede un ultimo regalo all’uscita di uno dei tanti tornanti della salita: io, lei ed il monte Castello.
Arrivo a Navazzo dopo poco più di 1’30” di pedalata. Oggi, per me, la salita è ancora lunga, svolto a destra e prendo per Costa di Gargnano, mi aspettano ancora dieci chilometri tra salita e qualche breve discesa. Appena lascio il versante che si affaccia sul lago per entrare nelle valli l’aria si rinfresca, 14°C la minima. Sono le otto e mezza quando, alla fontana prima di Costa, mi fermo per riempire le borracce e mangiare un poco. Sto per entrare nel vivo del giro odierno, mi attende la salita a Bocca Paolone (947m) e Passo della Colomba (1.109). La prima parte della salita è tutta asfaltata (2,5km) ed è anche relativamente facile (8% – 12%), dall’ultimo chilometro inizia lo sterrato, la pendenza resta sopra il 10% con dossi a 15%.
Monte Tombea da Bocca Paolone
Io fatico, stamattina la gamba non gira come dovrebbe e sui dossi molto sconnessi faccio molta fatica, sul più impegnativo sento che anche la bicicletta perde aderenza e per sicurezza scendo e lo oltrepasso a piedi. Sono alla Colomba, ora la strada si muove pressoché piana fino al passo d’Ere (1.131m) immersa nel fresco ed odoroso bosco. Mi passano due biker, ci salutiamo, vanno leggermente più veloce di me, ma fino a quando il fondo è compatto non guadagnano molto. A Passo d’Ere il bivio, a destra si prosegue per Passo Segable e Cima Piemp, che avevo percorso a ritroso solo un mese fa (Andata Gardesana, ritorno creste!), a sinistra prosegue per Passo Scarpapè, la parte nuova del mio itinerario che mi porterà a Cima Rest. Da subito lo scenario si fa incantevole e suggestivo con rocce e pareti scoscese. Presagio di un’altra ottima scelta di percorso. Poco pù avanti la vista si apre su un ampia e vertiginosa parete sovrastante la strada. Uno spettacolo quasi dolomitico, oserei dire, e la strada si perde all’interno di una galleria militare, di pregevole fattura.
Sono letteralmente estasiato, all’uscita della galleria mi devo fermare per scattare anche alcune fotografie di questo luogo (a lungo sono stato indeciso se usare questa come didascalica del giro).
Galleria allo Scarpapè
Strada militare dopo passo d’Ere
Riparto, raggiungo lo Scarpapè, vedo i due bikers che stanno già affrontando i tornanti del Passo di Puria per raggiungere Cima Rest o il Tombea. Mi fermo al bivio, dovrei salire anch’io, ma non mi sento pimpante e decido di non rischiare, prendo a sinistra la mulattiera che scende a Cadria e poi risalirò a Cima Rest dalla strada. So, per informazioni prese, che questa via è un po’ abbandonata, quindi non escludo di dover farne pezzi a piedi, ma resta il fatto che sarà tutta in discesa. All’inizio il fondo è discreto, dal momento che la mia bici non è una mtb scendo con cautela. Si intuisce subito che questa strada non viene più utilizzata da mezzi a quattro ruote già da molto tempo in quanto, dove ha potuto, la vegetazione si è mangiata parte della sede stradale.
Il percorso, dal punto di vista paesaggistico, è fantastico: un susseguirsi di entrate ed uscite dal bosco con ampie vedute sulla valle del Droanello. Purtroppo spesso sono costretto a concentrarmi solo sulla guida. Ad un tratto un grosso albero, caduto sicuramente durante la tempesta Vaia di quest’autunno, blocca ancora la strada. Ciò avvalora la tesi che oltre ad escursionisti e ciclisti di qui non passa ormai più nessuno da tempo. Lo scavalco e proseguo. Giungo ad un fitto bosco di alti pini silvestri che creano un’ansa su cui la mulattiera si appoggia con ripida discesa. Fermata fotografica obbligatoria, ma, soprattutto, il soffice letto di aghi che copre tutto il sentiero mi indica che per le mie Gravelking slick da 1’50 questa discesa a 20% non è il massimo e quindi la percorro a piedi per non scivolare direttamente a Cadria “culo a terra”.
Discesa verso Cadria
Discesa verso Cadria
Cinquanta metri e sono di nuovo in sella, manca oramai poco ai primi alpeggi, la mulattiera è tornata ad essere una carrareccia, segno che è ancora utilizzata da veicoli a quattro ruote. Attraverso il primo alpeggio e vedo in lontananza il borgo di Cadria.
Per un chilometro e mezzo entro ed esco dalle radure fino a quando mi ritrovo davanti ad una sbarra, così mi spiego come mai il sentiero a monte degli alpeggi è lasciato al suo destino. La oltrepasso ed una parete strapiombante fa da cornice ad uno splendido fontanile, quale luogo migliore per una sosta “merenda di metà mattina”!
Cadria
Cadria
Riparto, attraverso Cadria, è strano arrivare da sotto, ritorno su asfalto e risalgo verso Cima Rest, circa tre chilometri e mezzo e sono arrivato, ma oggi è il giorno in cui, per la prima volta, voglio raggiungere il celebre osservatorio astronomico. Quindi proseguo sulla cementata, un’altro chilometro (pendenza media 5% max 19%) con il solito muretto di un centinaio di metri prossimo a 20% di pendenza. Giunto all’osservatorio mi scateno in una sessione fotografica. La giornata sufficientemente limpida, il panorma sul crinale dei monti Tombea e Caplone e gli splendidi e numerosi cespugli di cardi fioriti mi ripagano ampiamente delle fatiche odierne.
Osservatorio astronomico di cima Rest
Cardi
Il Mog in pausa pranzo
Panoramic view 180°
È quasi mezzogiorno, mi siedo su una panchina e con tutta calma consumo il mio pranzo contemplando i monti della Valvestino. Oggi non ho fretta, ho la giornata per me. Dopo una ventina di minuti circa riparto ed inizio la fase di rientro. Scendo prima verso Magasa e poi verso il lago di Valvestino. All’altezza del vecchio mulino ad acqua di Turano, ora trasformato in museo degli antichi mestieri (link a VisitValvestino), scendo dalla strada per costeggiare il canale e fermarmi davanti alla costruzione per qualche fotografia.
Antico Mulino
Antico Mulino
Antico Mulino
Nuovamente in sella, costeggio il lago di Valvestino, me lo godo tutto, l’aria oramai è calda, ma non afosa. Oltrepasso la diga ed arrivo alle porte di Navazzo da nord, devio a destra ed entro in zona industriale, scenderò dal famoso “sentiero delle Camerate” una carrareccia ghiaiosa, cementata solo laddove la pendenza si attesta attorno a 20%. In questo modo arrivo dritto nella valle del torrente Toscolano, che in questi luoghi scava un vero e proprio canyon. Scendo con cautela, sia perché è la prima volta che la percorro, sia per le ripide e scivolose pendenze.
Anche qui il paesaggio è di sicuro spessore, il monte Pizzoccolo mi sovrasta imperioso e la forra del torrente Toscolano e di una incredibile bellezza. Arrivo alla fine della discesa e mi immetto nella valle delle cartiere. Mi fermo sul vecchio ponte che portava al palazzo Archesane ed alla valle di Campiglio per uno shoot fotografico. Sotto di me, vacanzieri in costume si rinfrescano nelle gelide acque del torrente che qui forma una grande ansa con piccole spiaggette ghiaiose. In questa forra la temperatura all’ombra è ancora di 25°C nonostante sia già l’una passata.
Vecchio cartello per il Campiglio e le Archesane
Ponte delle Camerate sul torrente Toscolano
Monte Spino
Sono sceso fino a 250m s.l.m. ed ora devo risalire un po’ per arrivare al borgo di Gaino, da dove riprende la strada asfaltata. Un pizzico di tristezza mi pervade nel lasciare lo sterrato, la parte migliore del giro è alle mie spalle. Davanti ho ancora la splendida discesa con vista lago dalla balconata di questa frazione e poi la gardesana. Sono le due del pomeriggio quando attraverso Salò, la mia città, brulicante di turisti e bagnanti. Oltrepasso le Rive, inizio a salire le Zette, guardo il lago, il golfo e mi scatto un “selfie on-action”.
Un degno suggello per questo fantastico nuovo itinerario percorso in virtù delle ruote cicciotte (⇔:115km — τ:6h46min — ⇑: 2.536m — T:14°C/35°C).
Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.
Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.
Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.
Gardone Riviera
Gardone Riviera
Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.
Maderno
Maderno
Toscolano
Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.
Salita a Navazzo
Salita a Navazzo
Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.
Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.
Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.
La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.
Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.
Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.
“The Frozen Place”
“The Frozen Place”
“The Frozen Place”
“The Frozen Place”
Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.
Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.
I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.
Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.
Persone
Moerna
Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.
Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.
So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!
Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.
Discesa da Capovalle
Galleria prima di Idro
Idro
Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.
Lago d’Idro
Lago d’Idro
Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.
Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.
Salita alle Coste
Salita al colle S.Eusebio
Colle di S.Eusebio (Coste)
Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!
Sono le 5.48 del mattino di sabato 27 luglio quando parto da Polpenazze con la mia AliMat (versione cicciotta 650bx40) in direzione alto lago. Oggi voglio affrontare un’altra strada militare della Grande Guerra. Alle sei ed un quarto inizia ad albeggiare nel mio golfo del cuore ed io sono obbligato a fermarmi per immortalare lo spettacolo della città di Salò.
Salò, lungolago all’alba
Salò, lungolago all’alba
Riparto svelto in direzione Gargnano, a quest’ora il traffico estivo sulla gardesana è ancora dormiente ed io la percorro in relativa tranquillità. Entro finalmente nella ciclabile dismessa di Gargnano che mi consente di evitare la prima e più stretta galleria.
Ritorno sulla statale e percorro le due lunghe gallerie, in leggera discesa, che mi portano sino al Prà della Fam, qui mi attende il Peler, un muro d’aria con il suo intenso soffiare verso sud. Immanentemente mi ritrovo a faticare per tenere i 30km/h. Ora il traffico è veramente ridotto, solo qualche multivan dei surfisti che si accingono ad una splendida giornata di vela. Ancora una lunga galleria, quella con lo svincolo per Campione del Garda, e arrivo al bivio per la “Forra”. Alle 7.15 svolto a sinistra ed attacco la salita (ulteriori descrizioni in Passo Nota e Dalla Forra di Tremosine alla neve della val di Bondo).
Campione
Strada della Forra
Nonostante l’abbia percorsa numerose volte questa strada suscita sempre, e fin da subito, un immenso stupore. Il primo rettilineo, lungo e sinuoso come spire di serpente, è solo il preambolo allo splendore che mi accoglie al tornante seguente da cui la vista sul delta sabbioso di Campione si contrappone alla “falesia” strapiombante nel lago. Il percorso sale ancora prospiciente al lago seguendo la vecchia strada ora chiusa al traffico veicolare.
Ora la vista è sul lato trentino del lago di Garda circondato dalle vette del monte Alto e di Cima Larici. Una lunga serie di corte gallerie mi conduce alla curva sinistrorsa che immette nell’orrido del torrente Brasa.
Ancora due ravvicinati e sinuosi tornanti ed abbandono il grande specchio d’acqua per immettermi definitivamente nell’orrido. Una vera progressione di spettacolarità. “We are in!” urlo al mio navigatore/videocamera.
Oltrepassata la “Forra” proseguo la salita verso Pieve di Tremosine. Come sempre è d’obbligo la deviazione alla “terrazza del brivido”. Sosta fotografica, spuntino e riparto in direzione Vesio, la frazione principale di Tremosine, da cui parte la strada asfaltata per passo Nota.
Pieve, Terrazza del brivido
Pieve, Terrazza del brivido
Attraverso la val di Bondo, antico alveo pluviale, e inizio la parte dura della salita. Subito mi fermo ed approfitto della splendida fontana da cui sgorga sempre acqua freschissima.
Borracce Contec in PPE
Passo Nota, salita
Riparto, poco meno di sei chilometri mi separano dal passo, tre quarti d’ora di splendido bosco e rupi scoscese a fare da cornice.
Giungo all’incrocio, sinistra passo Tremalzo, dritto piana di passo Nota, destra carrabile per il cimitero di guerra e poi sentiero delle “sei gallerie” per Vesio. Il mio itinerario prevede la strada di destra. Prima, però, voglio percorrere qualche centinaio di metri nella piana sulla strada che poi scende direttamente agli alpeggi della val di Ledro. Sarà uno dei mie prossimi itinerari e già che sono qui voglio verificare quale sia il fondo.
Passo Nota
Passo Nota
Ritorno sui miei passi e prendo la strada per il cimitero, passo davanti ai ruderi del vecchio ospedale militare, che erroneamente nei miei precedenti racconti ho chiamato forte, ma ora, dopo più approfonditi studi, ho scoperto essere l’ospedale di prima linea, posizionato proprio sotto le trincee di cresta ben riparato su tre lati dalla depressione in cui si trova.
Ex ospedale militare della Grande Guerra
Alpeggi
La strada prosegue ampia e carrozzabile fino alla successiva stalla, ricovero per le mandrie all’alpeggio. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico. Riaggancio il pedale, ora la strada si stringe e si posiziona costantemente sotto cresta con una splendida vista a strapiombo sulla val di Bondo.
Alpeggi
Valle di Bondo e lago di Garda
La discesa è ancora leggera ed il fondo piuttosto compatto, ma dopo poco meno di un chilometro la pendenza aumenta e parallelamente il terreno diventa mosso e cosparso di sassi. Da larga mulattiera in breve passa a sentiero scolpito sulla roccia viva della cresta. Sempre più sconnesso, l’eccitazione per la nuova tipologia di strada che sto percorrendo è pari al timore di scivolare a causa del terreno sdrucciolevole e assolutamente non adatto alle geometrie di una bici stradale “endurance” con copertoni appena zigrinati da 40mm. Prendendo a prestito un modo di dire dei cestisti: “discesa ignorante!”
Davanti a me la prima galleria, entro abbassando la testa istintivamente in quanto l’altezza non arriva ai due metri. Esco, proseguo ed in breve mi ritrovo a dover scendere di bicicletta per affrontare un paio di piccoli salti di mezzo metro tra le rocce.
Continuo così per un chilometro abbondante, con grande circospezione e senza far guadagnare velocità alla mia AliMat. Mi fermo più volte per poter godere di questo panorama eccezionale in tutta sicurezza.
Sentiero degli “Eroi”, versione bresciana
Sentiero degli “Eroi”, versione bresciana
Il sottile sentiero tortuoso scavato a ridosso della roccia, lo strapiombo sulla valle di Bondo, il monte Tremalzo in cui si distinguono nettamente i tagli dell’altra strada militare, il lago che lentamente si avvicina e la vetta del monte Baldo dietro di esso.
Scendo, ora sono al primo di una lunga serie di tornanti, il paese di Vesio è proprio sotto di me, quattrocento metri di strapiombo!
Inizio la serie di curve, il sentiero è tornato largo e carrabile, ma completamente ghiaioso e con pendenza superiore al 10%. La ruota posteriore scivola e derapa di frequente, io cerco di non prendere velocità. Oggi sto veramente testando l’impianto frenante a disco.
Lago di Garda e Tremosine
Tremalzo
Incrocio alcuni bikers che salgono, ci salutiamo e mi guardano con fare stupito. In effetti solo un’ignorante può affrontare questa discesa con una bici di derivazione stradale: in realtà i passaggi più tecnici li ho dovuti percorrere a piedi! Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa.
Giungo alla confluenza tra il torrente Negrini e il San Michele da cui ha origine ad un piccolo e limpido laghetto, magnifico! Non mi fermo, dovrò tornare ancora da qui e lascio la sosta per dopo. Inizia la salita dura, i primi quattrocento metri, sterrati, con pendenza attorno a 10% sono più problematici a causa della scarsa aderenza sul terreno; poi, fortunatamente, la carrabile diventa cementata ed anche se la pendenza ora è superiore a 14% ho meno problemi. Al tornante destrorso un cartello in legno mi indica di abbandonare la strada per entrare nel bosco lungo la traccia che conduce all’eremo di San Michele. Scendo di sella e bici a spalla come nel ciclocross, risalgo il tortuoso sentiero ed arrivo sul pianetto della chiesa. In effetti la costruzione si erge una cinquantina di metri al di sopra della confluenza dei due torrenti ed è collegata alla strada solo da questa striscia ghiaiosa, altrimenti che “eremo” sarebbe?
Eremo di San Michele
Eremo di San Michele
L’eremo è composto di due parti, una più grande dedicata alla chiesa e l’altra più modesta per l’abitazione. Fuori da questa un fraticello legge all’ombra del portichetto. Lo saluto ed entro nella chiesetta per qualche istantanea didascalica. All’uscita mi soffermo a dialogare con il frate. Scopro, così, di essere stato abbastanza fortunato a trovare aperto in quanto solo lui ed altri due suoi confratelli di un convento francescano della Brianza si alternano, d’estate, in settimane di preghiera in questo luogo.
Eremo di San Michele
Vista dall’eremo di San Michele
Mi congedo dal frate e riprendo a spalla la mia AliMat per ritrovare la strada cementata. Giungo nuovamente allo specchio d’acqua, ora mi fermo e con tutta tranquillità mi godo il silenzio e lo splendore di questo luogo, mangio qualcosa e riparto.
Torrente San Michele
Laggiù il lago
Al bivio del caseificio riprendo la Tignalga in direzione Prabione, sono le 12.15, è ora di rientrare verso casa. Un fugace sentimento di nostalgia e tristezza mi assale, la parte migliore di questo viaggio se ne è andata. Dopo cotanto splendore anche l’asfaltata Tignalga sembra una strada mediocre, ma non è così. Al solito tre chilometri di discesa, ponticello sul San Michele, tre chilometri di salita e nuovamente vista lago al di sopra di Prabione.
Tignale, la Tignalga
Tignale, vista sul Baldo
Attraverso il centro di Tignale, oggi il cielo è decisamente migliore rispetto a settimana scorsa e la vista dal Belvedere merita qualche scatto didascalico.
Belvedere di Tignale
Belvedere di Tignale
Riparto attraverso la mia splendida “hidden road”, che dopo le ultime frane è messa veramente male.
Rieccomi sulla vecchia ciclabile di Gargnano, ancora un paio di fotografie alle vecchie limonaie dismesse.
Ex limonaie a Gargnano
Ex limonaie a Gargnano
E via! Attraverso le solite deviazioni anti-traffico: Cecina-Pulciano, Morgnaga, Ciclabile di Campoverde, Picedo. Sono le quindici circa quando arrivo a Polpenazze, la statistica dice 130km e 2.613m di dislivello, ma non dice quanto sia stato straordinario questo itinerario, non dice neanche quanto sia stato ignorante. Grazie AliMat, non eri stata progettata per questo, ma oggi ce la siamo proprio spassata!
Sabato 20 luglio, finalmente, l’altro ieri sono arrivate anche le ruote “cicciotte” per la AliMat, perché, come detto (AliMat), il progetto prevede che questo telaio possa essere usato anche su strade bianche utilizzando dei cerchi da 27,5”. Ieri lo ho collaudato ed oggi posso inaugurare questi nuovi cerchi DT in alluminio montati dalle sapienti mani di Davide Coato con copertoni da 40mm di larghezza solo leggermente zigrinati e con il nuovissimo pacco pignoni Chorus 12v con il 34 finale. Questo mi consente di utilizzare il rapporto 1:1 come più leggero che unito alla minor circonferenza della ruota (2.055mm contro i 2.135mm delle ruote stradali) mi porta ad avere virtualmente un 34×35,5. Con questa agilità non dovrei aver problemi, fatica a parte, sulle cementate fino al 20%. Alle 5.44 parto in direzione alto lago per un giro che ho in mente da più di un anno. Immancabile passaggio dal lungolago di Salò con sosta fotografica alla suggestiva alba ed alle mie nuove Lake purple custom.
Cipressi e cimitero di Salò
Lake on the lake
Proseguo veloce verso Maderno (sosta fotografica),
Maderno, alba
Maderno, alba
Gargnano e mi infilo nella vecchia ciclabile, nella lunga galleria aperta i graffiti aumentano ed io li immortalo mentre pedalo.
Vecchia gardessana
Veduta del lago dalla vecchia gardesana
Mi ricongiungo alla SS45bis e scendo lungo la prima galleria che porta al Prà della Fam, raggiungo i 60km/h, con il 50×11 sono abbondantemente sopra le 110rpm, ma, ciò che conta, la bicicletta è estremamente scorrevole e tiene la velocità anche interrompendo la pedalta. Ottime ruote ed i copertoni slick, nonostante la dimensione generosa, gonfiati a 3,5bar scivolano veloci sull’asfalto. Prima prova superata, vedrò poi come si comporteranno sullo sdrucciolo. Uscito dalla galleria svolto a sinistra per Tignale, non sono ancora le 7.30 ed io abbandono la statale, non la utilizzerò più per tutto il giro! Salgo verso Cima Piemp, la giornata è afosa e umida, il cielo è biancastro, mi fermo comunque al Belvedere di Tignale per un paio di fotografie didascaliche.
Risalgo sulla specialissima e attraverso il borgo, inizio la parte più impegnativa della salita (Cima Piemp). Piacevolmente stupito constato che numerosi tratti sono stati riasfaltati di recente. Sotto le mie ruote si alternano segmenti di asfalto vecchio granuloso, di asfalto nuovo e scorrevole e di cemento “pettinato” quelli più arcigni.
Io salgo con calma, senza sforzare troppo, quello che mi attenderà dopo è una novità e voglio avere la gamba il più fresca possibile. Prima delle 9.00 sono a Cima Piemp, la vista è completamente offuscata dall’afa, si fatica a vedere persino Tignale più sotto di cinquecento metri. Mi fermo, mangio un paio di barrette, bevo e scatto qualche istantanea.
Cima Piemp
Vista su Tignale
Sono pronto per lo sterrato, decisamente eccitato per il nuovo percorso ed anche un poco timoroso per la mia scarsa capacità di guida sullo sdrucciolo. La strada è quella che collega Cima Piemp alla Costa di Gargnano attraversando passo d’Ere (1.130m) e bocca Paolone, strada una volta percorribile anche in automobile, ma ormai interdetta al traffico veicolare tranne che per i frontisti. In principio la carreggiata è molto ben battuta e pianeggiante, facile da percorrere.
Dopo un paio di chilometri la piazzola di atterraggio per l’eliambulanza ricavata su una curva a gomito mi costringe ad una sosta fotografica.
Postazione elisoccorso
Strada militare per Passo d’Ere
Riparto sulla destra la montagna presenta dei fori di gallerie risalenti alla prima guerra mondiale, dopo averne oltrepassati alcuni decido di fermarmi e di entrare per una ripresa utilizzando come torcia il fanale della bicicletta.
Sono gasato, il giro mi sta regalando ancor di più rispetto alle mie aspettative, che erano già alte. Poter percorrere strade nuove con la mia bici da strada riadattata a ghiaiosa è fantastico!
Gallerie della Prima guerra mondiale
Pini abbattuti dal vento di novembre
Riparto e dopo il terzo chilometro di sterrato la strada si inerpica di fronte a me, il terreno diventa molto sconnesso con la presenza di numerosi grossi sassi su cui la mia ruota anteriore tende ad impuntarsi. Prima di scendere alla velocità limite di equilibrio sgancio il pedale e decido di proseguire a piede per un piccolo tratto. Succede ancora due volte, sempre per brevi tratti prima di oltrepassare cima delle Carbonere (1.180m altitudine max) ed iniziare la discesa a passo d’Ere.
In un chilometro circa scendo poco più di 100m con un paio di stretti e sdrucciolevoli tornanti (pendenza sopra il 12%) che mettono a dura prova le mie scarse capacità e la geometria prettamente “corsaiola” della mia bicicletta. Dall’incrocio di passo d’Ere si diparte anche la strada per passo Scarpapè che porta ai piani di Rest, ne percorro una ventina di metri per capire com’è.
Bivio di Passo d’Ere
Pini abbattuti dal vento di novembre
Ritornato sui miei passi riprendo la strada per Costa, ora per un paio di chilometri la discesa è meno ripida all’interno del bosco e con fondo migliore ed io riesco a gustarmela meglio. Torno nuovamente su sterrato mosso e con pendenza sopra a 10% nell ultimo tratto che mi conduce nuovamente verso l’asfalto.
Foschia verso il Monte Tombea
Vista sui monti di Valvestino
Un altro chilometro circa e sono a bocca Paolone dove è posto un altro bivio con una strada sterrata che conduce alle malghe di Droane. Io, invece, proseguo su asfalto. Giunto a Costa mi fermo a riempire le borracce, ormai vuote, alla fontana del borgo. Mangio e riparto, mi attende un po’ di comodo asfalto, anche se di traffico per arrivare a Navazzo so già che non ne troverò. Il cielo si è tinto un poco di azzurro e le fotografie vengono un pochino meglio.
Costa di Gargnano
Costa di Gargnano
A Navazzo lascio la provinciale che sale in Valvestino per svoltare a sinistra nella zona industriale, scavallo cima Mezzane e scendo lungo la cementata che porta dritta a Gaino. Sapevo dell’esistenza di questa strada e sapevo anche delle sue pendenze assurde, per questo non l’avevo mai percorsa con la bicicletta da corsa nonostante fosse tutta cementata ed asfaltata. Oggi con gomme da 40mm gonfie a 2.5atm e freni a disco ho sicuramente un mezzo molto più idoneo ad affrontare questo chilometro in discesa con pendenza costantemente attorno al 20% e soprattutto con ripetuti passaggi sui terribili scoli d’acqua trasversali. Anche questa prova è superata egregiamente da AliMat. Oltrepasso Gaino e scendo in quel di Toscolano, ma quando sono a meno di venti metri dalla Gardesana svolto a destra sul vecchio ponte di pietra, scavalco il torrente e risalgo verso Maclino. Poco più di due chilometri di salita con pendenze tranquille e sono nell’abitato, seguo a sinistra per via per Bezzuglio.
Subito la strada diventa sterrata con le due strisce di terra tipiche delle vie di campagna, scendo fino a guadare il torrente valle di Bornico ed inizio a risalire verso Bezzuglio, come mi era stato detto mi trovo di fronte un’altra cementata terribile; solo un centinaio di metri, ma stavolta la pendenza è del 25%, la gomma tiene, il 34 posteriore mi aiuta ed io salgo. Dopo i primi cento metri mi accorgo che davanti a me la strada sta per divenire nuovamente sterrata, mi affretto a sganciare il pedale e salgo a spinta. Non ci sono alternative per affrontare quella pendenza su sterrato con i miei rapporti. Anche il primo tratto di discesa è particolarmente ripido e pieno di sterpaglie e mi costringe ad un altro tratto a piedi, la strada torna nuovamente cementata ed io rimonto in sella ed entro nel borgo di Bezzuglio.
Lo adoro, piccolissimo, tutte case di mattoni a vista ed ognuna con una bellissima bouganville fiorita che sale fin sopra i tetti. All’uscita dal paese scelgo la strada più facile per arrivare a San Michele, cioè quella che passa per Tresnico.
È quasi mezzogiorno quando arrivo in cima. Mi fermo alla fontanella e faccio la mia pausa pranzo. Dopo un’quarto d’ora riparto alla volta di Serniga, sfortunatamente i lavori sul ponte del torrente Barbarano (perennemente asciutto tranne che durante le forti piogge) non sono ancora ultimati come avrebbero dovuto e la strada è completamente bloccata. Neanche in bicicletta si riesce a scavalcare. Di tornare indietro fino a Gardone sopra non se parla proprio, per cui risalgo una sterrata che partendo dal ponte costeggia la riva destra fino a trovare un sentiero che scende nel letto del fiume. Bici a spalle e ritorno verso il ponte tra i grossi massi del secco alveo. So che sulla sponda sinistra, ora alla mia destra, c’è un azienda agricola, presumo che anche da lì ci sarà un sentiero che scende fino al torrente. Infatti dopo un centinaio di metri scorgo le sagome colorate di una decina di arnie, risalgo nel prato e tramite la strada sterrata ritorno sulla comunale per Serniga. Oltrepasso il Conventino, oggi la vista sul lago non è un granché, giungo al bivio per la discesa, ma la vocina nella mia testa mi esorta ad un fuori programma e così in poco meno di dieci minuti mi ritrovo di fronte alla chiesetta di San Bartolomeo che domina il golfo della mia Salò. Qualche foto di rito, una barretta e scendo verso la mia città natale.
Lake above the lake
Discesa da Serniga
Giunto in centro decido di completare il ritorno sfruttando la ciclabile di Campoverde-Villa che mi conduce all’innesto con la ciclabile della Valtenesi.
Ciclabile Campoverde-Villa
Ciclabile Campoverde-Villa
Per la verità il tratto che da Villa sale ai laghi di Sovenigo è promiscuo con i veicoli a motore, anche se ad ogni mio passaggio non ne ho mai incontrati più di due; inoltre la pendenza iniziale intorno a 15% e i successivi tratti sopra a 10% la fanno sconsigliare a tutti coloro che non hanno un minimo di allenamento. Raggiunti i laghetti decido di proseguire sulla ciclabile, da qui verso Polpenazze in alcuni tratti è molto sporca e piena di sabbia tracimata sull’asfalto durante gli ultimi temporali, ma oggi ho le gomme “cicciotte” e vado tranquillo. A Mura di Puegnago, distrattamente manco una svolta a destra e rientro sulla provinciale, ma decido di riprendere la ciclabile prima di Polpenazze, proseguo in direzione di Castelletto, l’obiettivo è di scendere direttamente all’incrocio con il residence dei miei suoceri attraverso via Rero e Via Capra.
Ulivi in Valtenesi
Ulivi in Valtenesi
Sono entrambe sterrate, ma soprattutto vengono ormai utilizzate solo dai trattori dei contadini, per cui in alcune parti sono praticamente inesistenti. Riesco a farle in sella semplicemente perché sono in discesa, ma rischio più volte di perdere l’equilibrio a causa di grossi massi dispersi sulle due scie di terra. Arrivo. Missione compiuta, dall’incrocio per Tignale in poi non sono più rientrato sulla statale o su strade trafficate. Ottantatre chilometri stupendi attraversando i luoghi della Grande Guerra, percorrendo cementate dalle pendenze impossibili, guadando torrenti in secca, e camminando, laddove era necessario, grazie alle mie nuove Lake con battistrada in gomma da mtb, ma con suola interna in carbonio che mi ha garantito la rigidità di una scarpa da corsa quando c’era da spingere. AliMat, cosa dire di lei? Prova superata a pieni voti ed ora pronti per un nuovo itinerario ghiaioso sulle sterrate della Grande Guerra dell’alto lago!
Sabato 1 giugno 2019, è giornata di Coppa Asteria, dall’articolo II del regolamento: “Coppa Asteria è una coincidenza ciclistica per salitomani, sadici di salite e gente messa mediamente male dalla vita.” organizzata da “La Popolare Ciclistica” in quel di Bergamo. Una manifestazione facente parte del “Trittico” assieme al “Martesana van Vlaanderen” e alla “Muretti Madness”. Oggi è anche il D-Day il giorno in cui finalmente le mie ruote incontreranno quelle del “Randonneur sciopà” Matteo. Incuriosito dallo stile ironico del suo blog in cui racconta il suo peregrinare in bicicletta, ho iniziato a seguirlo sui social ed in breve siamo diventati amici virtuali. Ora, dopo due anni, riusciamo a partecipare ad un evento insieme. Matteo indosserà il completo Mapei da ciclo-nonno (con il quale porterà a termine il Trittico), io la nostra meravigliosa maglia Cicloturisti! Impossibile non vederci. Infatti, appena entro nel parco Edonè, sede dell’evento, vedo Matteo già in coda per la consegna della liberatoria. Corro a salutarlo, ho una sorpresa per lui. Dopo la stretta di mano estraggo dalla tasca posteriore il cap dei Cicloturisti! dicendo: “Questo è per te, so che hai dei dubbi sulla tua partecipazione (qualificazione già fatta) alla Paris-Brest-Paris, ma se andrai, indossalo!” Matteo è sinceramente sorpreso, chissà forse questo berrettino sarà di sprono per quest’ulteriore avventura.
Tabellone delle firme
Io e Matteo
Mi metto in coda anch’io, scorgo anche la sagoma di Claudio, uno dei tre bergamaschi con cui avevo condiviso buona parte del BresciaGravel. Sbrigate le procedure burocratiche, firmato il tabellone come quelli veri e attaccato il Garibaldi sulla canna della bicicletta, sono pronto per partire.
Io e Claudio
Con Claudio c’è anche Diego, lì per lì ci guardiamo sapendo entrambi di esserci già conosciuti. Certo! Alla Gravel sul Serio dell’amico Simone dove abbiamo bevuto una birra a fine gita. Io, Claudio e Diego decidiamo di partire, ma non prima di aver bevuto un caffè. Incrocio Matteo con i suoi amici, vuole sapere che fine farà la Lynskey, a lui svelo il segreto. Claudio e Diego mi portano il caffè (a proposito grazie! Nella concitazione della partenza credo di non avervelo detto) e partiamo. Sono quasi le nove del mattino, al primo semaforo rosso ci voltiamo e vediamo che sta sopraggiungendo un folto gruppo capeggiato da alcuni membri della nefasta “Popolare”. Ripartiamo, saremo almeno in sessanta, (dati ufficiali danno per 300 i partenti).
Iniziamo la salita verso Bergamo Alta, saliamo dai ciottoli di via Sant’Alessandro ed entriamo da porta San Giacomo.
Erano anni che non salivo in città alta, in bicicletta è sicuramente più suggestivo. Io e Diego perdiamo di vista Claudio, scendiamo a ovest della città e tramite stradine e ciclabili ci dirigiamo verso la val Brembana, nella quale si svolgerà la quasi totalità del tracciato. A Villa d’Alme attraversiamo il fiume Brembo e ci spostiamo sulla riva di sinistra. Io e Diego intanto chiacchieriamo di biciclette e altro, siamo ancora in tanti, un lungo treno di biciclette. Ad Ubiale il primo vero strappo di questa coppa Asteria, solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetterà. Un chilometro e mezzo di salita con un paio di strappi con pendenza in doppia cifra.
Scendiamo nuovamente sulla provinciale, oltrepassiamo Zogno. Guardo il Gps sono quasi due ore di pedalata, interrogo Diego: “Fame no?” Sì, anche per lui è giunto il momento di sgranocchiare qualcosa, alla prima panchina in ombra sulla ciclabile ci fermiamo.
Mentre ci rifocilliamo, vedo il completo Mapei avvicinarsi, è Matteo con i suoi, mi saluta e prosegue. Ripartiamo, attraversiamo San Pellegrino Terme. Vedere lo splendore ed i fasti dei primi anni del ‘900 nelle bellissime costruzioni liberty fa sempre piacere, ma mette anche un po’ di nostalgia per i fasti ormai passati.
Ci siamo! La coppa Asteria entra nel vivo, inizia la prima vera salita che condurrà in località Alino. Sono 3km alla media di 11%, Diego mi abbandona subito consigliandomi di mantenere il mio passo, ci rivedremo in vetta.
La strada parte subito cattiva, pendenza attorno a 15%, dopo alcune centinaia di metri su un tornante stretto che sembra più un cavatappi, il mio Xplova segna 18%, si prosegue così, dopo un chilometro di salita due tornanti sopra di me intravedo la maglia del ciclononno Mapei. Ecccolo! Sto per raggiungere Matteo. Gli arrivo alle spalle di soppiatto ed urlo nel mio Gps/videocamera suscitando l’ilarità di tutto il gruppo.
Proseguo la salita con loro, assieme a Matteo c’è un altro Matteo (Garofalo) e Davide. In vetta, al ristoro idrico, ritrovo Claudio. Una menzione la meritano anche quegli sciagurati della “Popolare” che riempiono pistole d’acqua fanciullesche con vino bianco o rosso per poterci meglio circuire. Comunque, chi voleva, poteva usufruire anche di una fresca fontanella del sindaco. La sosta è lunga, si scherza e si ride, arriva anche Diego, una bella ”revolverata” rossa anche per lui e si riparte.
Claudio social!
Io e Matteo
Che giornata! Il cielo è terso, la valle verde e lussureggiante, la compagnia incredibile!
Discesa da Alino
Discesa da Alino
Finita la discesa siamo a San Giovanni Bianco, neanche il tempo di rifiatare e siamo nuovamente con la ruota impennata. Seconda erta di giornata, il Portiera, un versante poco conosciuto che porta a Dossena passando accanto alla vecchia miniera di ferro, luogo adibito a ristoro dall’organizzazione della Popolare.
Sono 5,15km con pendenza media 11%, a differenza della prima mancano i lunghi tratti al 18%, in compenso non si scende mai sotto 8% di pendenza. All’inizio dell’erta davanti a me Claudio, che aveva preso qualche centinaio di metri di vantaggio nell’attraversamento del centro abitato. Anche per lui stesso servizio che per Matteo, attivo la mia videocamera ed urlo al mio ciclocomputer.
Saliamo, io e Matteo Ga. Facciamo meglio conoscenza, nel frattempo i chilometri passano ed entriamo nel bosco. Le video-riprese ed i luoghi incantevoli mi distraggono. Scatto istantanee in bianco e nero, ma non per far concorrenza a Claudio fotografo vero, bensì perché, da pirla, ho sfiorato lo schermo mettendo l’impostazione “monochrome”.
Salita alle miniere di Dossena
Salita alle miniere di Dossena
Inizio sterrato per le miniere
Prima della vetta mi ritrovo solo, Matteo Ga. è a qualche centinaio di metri. Inizia lo sterrato, è bello, poche centinaia di metri e mi ritrovo in un enorme spiazzo da cui si ha una splendida vista. Il ristoro è avanti trecento metri, fuori traccia, di fronte alla miniera abbandonata. Il suono sgarbato di un megafono della “Popolare” annuncia l’arrivo al convivio.
Ristoro presso la miniera
Ristoro presso la miniera
Un gigantesco paiolo gira la polenta taragna e di fronte numerose griglie cuociono salamelle a volontà. Ci sono 32°C, è circa l’una del pomeriggio ed il sole di giugno finalmente scotta come è giusto che sia. Le condizioni climatiche ideali per questo tipo di integrazione! Comunque poco più avanti ci sono anche albicocche, arance a spicchi e dolci a volontà. Per il bere oltre l’immancabile vino, scopro che “La Popolare” ha un debole per il Cynar che viene offerto a tutti come ottimo digestivo ed integratore. Scatto qualche fotografia ed aspetto l’arrivo dei miei compagni di viaggio.
Miniera dismessa di ferro
Miniera dismessa di ferro
Sosta lunga, arrivano tutti per ultimo Diego che pare già stravolto, da uomo della bassa bresciana ha qualche difficoltà ad allenarsi in salita durante la settimana. Carpisco un suggerimento ad un ragazzo della Popolare e quando decidiamo di partire, bici a spalla, percorriamo un sentiero di una cinquantina di metri che ci porta direttamente sulla traccia senza tornare indietro.
Scorciatoia della Popolare
Strada bianca per Dossena
Attraversiamo Dossena e iniziamo la discesa, bellissima anche questa, il percorso è proprio di quelli del Mog, su e giù per montagne stupende. Arrivati a San Giovanni Bianco, attraversiamo il vecchio ponte di pietra, qui scatta il temutissimo “momento selfie”.
I Matteo e il Mog
Matteo fotografo sul Brembo
Davide
Alimat!
Si riparte, c’è poco da scherzare, quegli infami della Popolare hanno preparato per noi una terza terribile salita, il o la Pianca, ancora 5,55km di erta oltre il 9% di media.
Siamo io, i due Matteo e Davide, si ride ancora sulle prime rampe. Matteo mi fa vedere la sua arma segreta.
Avvicina il viso al suo Garmin e dice: “Garmin aggiungi 200w di potenza”, accelera, ci stacca di una decina di metri e urla nuovamente: “Garmin stop potenza aggiunta.”, rallenta e ci aspetta. Prosegue così per un chilometro parlando al suo Garmin per prendermi in giro. In realtà, non aveva capito che io devo avvicinarmi ad Xplova quando faccio le riprese perché altrimenti X5evo registra solo il rumore dell’asfalto avendo il microfono posizionato sul retro protetto dalle piogge. In località Capatelli un lungo rettilineo sopra il 15% mi fa ricordare Malga Ciapela, certo lo scenario è diverso, ma la fatica simile. Mi alzo sui pedali e proseguo, anche nelle precedenti salite mi sono alzato di frequente sui pedali e per lunghi tratti per non affaticare troppo la spina dorsale. Ora tutto ciò lo pago. Ad un chilometro dalla cima, l’ennesima pedalata fuori sella, attiva la contrazione di entrambi i quadricipiti, sicuramente anche il primo caldo ha fatto la sua parte. Sta di fatto che sono decisamente a rischio crampi, mi risiedo, mi concentro su una pedalata regolare, arrivo a Brembella, dove il drone della “Popolare” mi attende per le riprese.
Una freschissima fontana raccoglie attorno a se una ventina di ciclisti “Asteriani”. Mi fermo anch’io bevo, riempio le borracce, scatto qualche fotografia alla valle.
Val Brembana dall’alto
Val Brembana dall’alto
Arriva Matteo Gr. mi dice che aspetta gli altri e che, se ho più gamba, faccio meglio a proseguire, ci rivedremo all’arrivo. Gli confesso che ho avuto un inizio di crampi e che preferisco muovermi subito per sciogliere le gambe in discesa. Con calma ritorno a San Giovanni, ora non mi resta che ripercorrere tutta la valle in discesa seguendo la bellissima ciclovia della val Brembana realizzata sul percorso della vecchia ferrovia. Ci sono ancora due piccole asperità da superare. La prima nei dintorni di Zogno porta nella frazione di Stabello. Poco prima di iniziare la salita, mi passa un ragazzo di origini meridionali, ma che, per lavoro, ha vissuto sette anni a Bergamo, conosce un poco la zona e mi descrive il percorso che ci ricondurrà in città. Mi confida anche che non ne può più di salite e che andrà dritto al pasta party senza affrontare per la seconda volta l’erta di città alta. Procediamo insieme, a Clanezzo scendiamo dalla provinciale per attraversare il fiume Brembo sul “Put che bala” (ponte che balla). Ovviamente scatta il “momento selfie”.
Ponte che balla
Put che bala
Mentre risaliamo i gradini dalla parte opposta dell’argine ci raggiunge anche un gruppetto di bikers. Insieme proseguiamo verso Bergamo, entriamo nel Parco dei Colli di Bergamo e tramite delle bellissime ciclabili iniziamo a risalire verso Città alta, attraverso quella che sul mio Garibaldi è segnata come salita di Ramera.
Sfortunatamente X5evo ha raggiunto il fine corsa della batteria ed io, da pirla, stamattina ho dimenticato il powerbank per i giri lunghi a casa. Non mi perdo d’animo e seguo le orme di chi mi supera, arrivo in città alta. Inizio a scendere, ma mi ero auto-convinto che prima di tornare all’Edonè avrei dovuto attraversare un’altra porta e che doveva essere in cima, così svolto a destra credo in via Sottoripa e risalgo a San Vigilio, ritrovandomi al punto di prima. Estraggo il telefono per impostare su maps un itinerario per l’arrivo. Proprio in quel momento sento urlare da dietro: “Garmin abbiamo ripreso Marco!” ed ancora “Garmin abbiamo superato Marco!” Mi fiondo all’inseguimento e spiego ai tre che sono rimasto senza traccia. Scendiamo insieme verso Bergamo bassa e ci dirigiamo all’arrivo felici e goliardici più che mai. Ultima foto di rito con il mio nuovo amico, non più virtuale.
Purtroppo, per me, è tardissimo devo tristemente rinunciare al pasta party e rientrare subito a Brescia dove mi attende la mia famiglia e quella di mia sorella venuta da Venezia. Claudio e Diego? Li stanno ancora cercando in mezzo al Parco delle Colline, ma non li troveranno mai, hanno tagliato l’ultima salita, sembra che almeno uno dei due non ne potesse più.
Grazie Claudio, Davide, Diego, Matteo Ga, ma soprattutto Matteo nuovo amico non più virtuale! Purtroppo, grazie anche a “La Popolare” impeccabile in tutto!
Once upon a time… Nel settembre del 2018 si tenne il festival della bicicletta di Rimini. Il Mog vi partecipò per presenziare allo stand dell’azienda di abbigliamento che rappresentava (GSG Cyclingwear). Girando e curiosando per gli stand si imbattè in Michele, un suo vecchio amico, nonché telaista di fama internazionale. Già perché le FM-bike hanno oltrepassato l’oceano trovando distribuzione negli Stati Uniti con il suo cognome FAVALORO. Subito i due iniziarono un’intensa conversazione su mercato, strategie, scenari futuri per telai e biciclette. Poi, d’improvviso, Michele se ne uscì con un: “Ma perché non ti fai un nuovo telaio in acciaio, visto i percorsi che tracci!” Il Mog replicò: “Ho già il titanio!” – poi aggiunse – “Se mi fai un telaio da strada per disco con i passaggi ruota anche per un 650B X 38 che sia proporzionato ne parliamo. È un’idea che avevo già in mente da un po’; una bici e due coppie di ruote per andare ovunque”. Colpito e affondato! A Michele si illuminarono gli occhi: “Certo che posso farlo!” Passarono i mesi, fretta non ce n’era, i due si vedevano in officina e disquisivano. Quando, alla fine di novembre, il Mog entrò in officina con la sua Lynskey, una forcella Enve disc nuova acquistata da un altro amico Michele (il Bedo di Spaccabici) e un copertone 650B X 40. Il Mog esordì: “Prendi queste misure, io qui ci sto come in poltrona e poi mi allarghi il carro posteriore, ma non oltrepassare i 420mm di lunghezza che deve rimanere principalmente una bici da strada.” Come fosse facile! La risposta di Michele? Vi ricordate Frankenstein junior con Gene Wilder: “SI PUÒ FAAAAARE!” Passarono le festività natalizie e finalmente a febbraio si completò la serie di nove tubi.
Tubazioni Dedacciai Zero
Tubazioni Dedacciai Zero
Michele dovette, però, partire per gli Stati Uniti per esporre al NAHBS di Sacramento. Fretta non ce n’era. Si arrivò a Pasqua ed i tubi furono tagliati, messi in maschera, saldati e sabbiati. Il telaio c’era, ora bisognava verniciato.
Ma quale tinta di viola volle cercare il Mog? Nel frattempo il sopracitato aveva sguinzagliato un altro artigiano D.O.P. per le sue due coppie di ruote. Era un altro amico e cliente il celeberrimo e stimatissimo (chiedere Yuri Ragnoli e tutto il Team Scott) Davide Coato di CYP wheels. Mozzi posteriori Powertap con misuratore di potenza, anteriori Bitex, cerchi carbon da 30mm tubeless per la strada e alluminio basso profilo tubeless per la ghiaia, raggi Sapim Cx. Ora era il momento di sollecitare anche lui per la consegna. A metà maggio il telaio ritornò nell’officina di Michele pronto e verniciato. Subito il Mog accorse per vederlo: bello, elegante e fine.
Iniziò l’assemblaggio con un meraviglioso Campagnolo Record 12v, ma non idraulico. Nella sua follia, il Mog volle le impugnature tradizionali, più confortevoli a detta sua, mah! Fu così che vennero montate delle pinze Juin Tech semi idrauliche, su consiglio di Fabio (NovoBike), cioè con tiraggio a cavo e pompaggio a liquido.
Sembrava tutto pronto, ma mancavano le ruote per le regolazioni dei cavi. Qualche giorno più tardi, dopo forti pressioni, arrivò il messaggio WhatsApp di Davide, perlomeno le ruote da corsa erano pronte. Il Mog si precipitò in quel di Besozzo (Va) per ultimare il suo mezzo. I due, aiutati dalle sapienti ed esperte mani del papà di Davide, sudarono le proverbiali sette camicie per avere ragione dei Gp5000TL che, incautamente, il Mog aveva scelto di usare. Tornato in quel di Brescia il Mog terminò le regolazioni e si apprestò a nastrare il manubrio, ma, imprevisto finale, il nastro non c’era più in garage. Eppure il Mog era sicuro di averlo! Che fare? Ormai l’ora era tarda, ma di amici sparsi per la Lombardia il Mog ne aveva tanti ed il più vicino era Fabio, (Cicli Gandolfi) in città, a meno di due chilometri. Detto fatto, nastro preso e montato! Ora, dopo nove mesi di gestazione, AliMat era nata!
Sono le 5,53 di giovedì 30 maggio, quando per la prima volta aggancio la mia scarpa ghiaiosa al nuovo pedale Ritchey da strada, quello che mi consentirà di usare scarpe da MTB per camminare in tutta tranquillità nelle mie escursioni ciclofotografiche. L’emozione c’è non lo nascondo, tanti dubbi, anche. Questi freni ibridi funzioneranno o non avrò abbastanza corsa dalle mie leve Campagnolo? L’assetto sarà quello giusto? Se in discesa non ho fin da subito quel feeling di sicurezza che ebbi con la Lynskey? Il nuovo manubrio ergonomico Cinelli saprà soppiantare la mia curva More 3T che mi accompagna da più di dieci anni (ne ho prese tre senza mai voler cambiare modello)? Mentre penso e mi arrovello sono già sui tornati della panoramica. Obiettivo arrivare a Landscape, il km 6 della Maddalena da cui scatto spesso le foto. In salita AliMat va bene, il cambio preciso e perfino silenzioso per essere un Campagnolo, ma in fondo a me un po’ piaceva quel suo essere ruvido. Arrivo, mi fermo, foto didascalica e giù in discesa, frenerò? Sì frena, è strano, morbida, progressiva, senza bloccare eppure intensa, ma sono le prime frenate, le pastiglie ancora nuove, forse bisogna rodarle un po’. Oltrepasso i 60km/h, che per me è quasi una follia, e freno deciso. Sono in piazzale Arnaldo, ora AliMat, dopo la Madda, deve conoscere il Castello, altro luogo che frequenterà tantissimo in allenamento e non. Mi alzo sui pedali e spingo, passo i 500watt, si attiva la registrazione automatica del mio Xplova X5evo.
Entro in Castello e salgo al ponte levatoio della fortezza, luogo dove ho deciso di fare lo shooting fotografico alla mia nuova bicicletta.
Castello Cidneo
Castello Cidneo
Rientro a casa, per l’ordinaria amministrazione pre-scuola. Sto già pensando all’indomani, AliMat deve conoscere anche via Monte della valle, ma, soprattutto, il Colle San Giuseppe, quella salita che mi ha fatto innamorare del ciclismo. Venerdì 5,54 del mattino, riparto in direzione di Costalunga dove è sito il temibile strappo di Monte della Valle, 700m con pendenze spesso sopra il 14%. Oggi sono più rilassato e me la godo di più, salgo, ridiscendo, mi dirigo verso il colle. Pronti via, un po’ sui pedali, un po’ seduto, per provare le varie posizioni sul manubrio. In salita è tutto a posto, passato l’esame a pieni voti. Giunto in vetta non posso che fare un altro shooting fotografico davanti alla cancellata chiusa del castello Malvezzi ed al bellissimo roccolo lì vicino.
Castello Malvezzi
Il roccolo del San Giuseppe
Inizia la discesa, il primo rettilineo è lungo, con buona pendenza, ma soprattutto senza incroci o passi carrai, mi lancio, AliMat scende veloce e ferma, sembra piantata nel terreno. Io supero, per la prima volta da anni, i 70km/h (70,3😂).
Vicino al tornante inizio a frenare, non rischio, ma la frenata mi piace sicura e progressiva (io non sono un discesista, quindi questo commento vale meno di zero). Sono quasi in ritardo, per cui “dritto per dritto” attraverso Mompiano e torno a casa, felice e soddisfatto.
Grazie Alice e Matteo per avermi dato la scusa, con i vostri nomi e date di nascita, per creare un terzo telaio personalizzato! Grazie a Michele e Davide per la realizzazione, ma anche a tutti i miei amici/clienti che hanno partecipato, supportato o sopportato questo mio progetto. Restate connessi perché non è ancora finita, qualcosa di strano deve ancora uscire dalla pentola!
È sabato 17 novembre, mi alzo con propositi piuttosto bellicosi. Ad eccezione di un giro da 80km, è dalla BresciaGravel di metà settembre che, per svariati motivi, non riesco a realizzare un bel lungo. Le previsioni danno, per oggi, una bella giornata soleggiata e fresca; proprio quella che serve a me. Appena alzato guardo fuori dalla finestra della cucina in direzione val Trompia, vedo nuvoloni scuri muoversi nel cielo prima dell’alba. Mi sposto in soggiorno guardo verso il monte Maddalena e lì il cielo è molto più libero, nuvoloni bianchi stanno diradandosi per lasciar spazio al sorgere del sole. La temperatura esterna è di 5°C, opto per salire verso le Coste, da lassù capirò quale ispirazione scegliere. Sono le 7.32 quando inizio a pedalare, il mio gps conferma la temperatura del termometro sul davanzale. Faccio girare veloce le gambe per produrre calore e far andare i muscoli in temperatura il prima possibile. Mentre risalgo la valle del torrente Garza controllo le nuvole in ogni direzione per capire quale sia l’itinerario migliore. Dopo un’ora esatta sono al valico e decido di scendere ad Odolo per poi proseguire in costa nella Conca d’oro attraversando Agnosine e Bione. In fondo alla discesa mi aspetta il temibile Groppo. Questa volta non per la pendenza, ma per la temperatura! In questo angolo di strada, perennemente all’ombra nei mesi invernali, si gela. La velocità della discesa unita al freddo intenso creano sempre qualche problemino a mani e piedi. Fortunatamente, subito dopo, inizio a risalire e ritorno velocemente in vista del sole che mi intiempidisce un poco. Le salite fino ad ora sono sempre state dolci e mi hanno consentito di scaldarmi senza sudare troppo. Il sudore in inverno è il mio nemico principale! Quando sei bagnato anche la più breve discesa diventa una ghiacciaia. Oltrepassato Bione devo salire al valico della Madonna della Neve per poter arrivare nella valle di Casto. La salita è breve, poco meno di un chilometro, ma la pendenza è costantemente sopra il 10% con due “strappetti” al 15%.Io la affronto con calma per sudare il meno possibile.
Madonna Neve, inizio
M.della Neve, rampa al 15%
Arrivato in vetta inizio la ripida discesa del versante nord, completamente in ombra, subito il vento freddo si fa sentire. La temperatura scende a 3°C, fortunatamente al primo tornante c’è un punto panoramico ed oggi merita una sosta fotografica che divide in due la discesa.
Il cielo diviene sempre più terso, ora dopo ora, e questo mi conforta. Il giro ora è chiaro nella mia mente. Da Casto risalgo a Mura, altra salita dolce di 6,6km con pendenza media 4%. L’idea è di percorrere la strada che da Mura porta al lago artificiale di Bongi attraverso un bellissimo bosco. Due settimane fa la terribile tempesta che si è abbattuta sul nord Italia ha lasciato i suoi segni anche qui. Alcuni grossi alberi sono caduti sulla provinciale che è stata chiusa al traffico. Spero che a distanza di quindici giorni perlomeno il passaggio in bici non sia precluso. Prima di uscire dal borgo, inizio a vedere i cartelli gialli che preannunciano la chiusura della strada in direzione Pertica Alta. Io proseguo, confido che, in un modo o nell’altro, sulla due ruote si riesca a passare.
Strada per Bongi
Prima di giungere al valico, all’inizio del bosco, vedo alcuni grossi tronchi adagiati in modo composto sul fianco della strada. Oggi è sabato ed i lavori di pulizia della pineta sono sospesi, fortunatamente la strada è già stata ripulita. Dentro di me penso che, tutto sommato, il danno al bosco è molto contenuto, forse dieci o venti alberi in tutto. Passato il valico inizia la discesa verso Bongi, anche questa sul versante nord, freddo e umido. Lo scenario cambia subito ed ahimè in peggio. Ad ogni venatura della montagna cumuli di tronchi e rami si accatastano sui ponticelli della strada, decine di alberi sono piegati con le radici parzialmente esposte all’aria.
A metà discesa il sole di fronte a me fa capolino tra i rami spogli creando giochi di colore fantastici sul tappeto di foglie che ricopre il manto bituminoso stradale. Non posso che fermarmi per il primo shooting fotografico. La temperatura è scesa nuovamente a 2°C, ma questi paesaggi meravigliosi e la pace del luogo mi scaldano il cuore.
Riparto, alcune centinaia di metri e sono in vista del lago. Sotto di me, attraverso i rami spogli degli alberi, illuminato dal sole, sta il lago di Bongi con tutte le gradazioni del blu e con la montagna prospiciente riflessa splendidamente dalle sue acque ferme. Alzo lo sguardo verso la montagna e vedo l’eccidio di alberi provocato dalla tempesta. Non dieci, non cento, ma forse migliaia di alberi abbattuti dalla furia di Eolo.
Un panorama struggente quanto affascinante che ci ricorda, ancora una volta, che chi comanda è lei, Madre Natura, e noi siamo solamente suoi ospiti. Inevitabile una sequenza di fotografie ad immortalare questa strage di alberi.
Un gruppo di tre ciclisti sta scendendo da un sentiero verso il lago per poi risalire e venire verso di me. Utilizzano delle splendide “gravel” con borse da viaggio: chissà quale interessante percorso stanno facendo. Ci salutiamo con simpatia. Prima di partire un cartello cattura la mia attenzione e porta nuovamente il sorriso sulle mie labbra. In primavera dal lago centinaia di piccoli rospi partono per invadere tutto il territorio del bosco. Purtroppo, quando noi passiamo in bici la mattina, ne vediamo tanti spappolati a terra.
Il comune ha così deciso di sensibilizzare tutti i conducenti di veicoli con quest’inusuale cartello. Giungo al termine della discesa e ritorno al sole imboccando la salita verso la frazione di Lavino. Tra lunghe soste fotografiche e discesa mi sono completamente raffreddato, la temperatura ha raggiunto il minimo di giornata a 1°C. Ora ripartire è un poco più complicato, il sole però mi aiuta. Dal lago fino ai 954m del passo del Termine ci sono quasi 6km di salita, intramezzati da due brevi discese di 250m e 500m rispettivamente. Nei primi due chilometri la pendenza si attesta tra 8% e 10%, poco dopo il primo chilometro il muro di sostegno di una vecchia cascina è stato di recente dipinto con le figure di un gruppo di ciclisti, impossibile non fermarsi a fotografarlo.
Riparto, dopo le due corte discese, la strada ritorna a salire con pendenza 8%. Arrivo all’innesto con la provinciale per il passo Termine e giro a sinistra, un ultimo rettilineo di un chilometro mi separa dalla vetta, la pendenza torna in doppia cifra (11%). Scollino, senza indugio inizio a scendere, anche qui il bosco che mi sovrasta ha subito danni. Arrivo nella frazione Dosso di Marmentino devio a destra verso Vaghezza. Sì la meta finale di oggi sono loro, i piani di Vaghezza ad oltre 1.200m di altitudine. Li ho riscoperti solo questa primavera. Vi ero salito un’unica volta ormai quindici anni fa. Ricordo poco di quel giro, se non che era una giornata grigia e umida. Una volta giunto nel piazzale alla base dei piani, mi ero guardato intorno e non avendo notato nulla di interessante, causa anche il tempo bigio, me ne ero tornato indietro. Errori di gioventù, non ero ancora soprannominato Mog (master of Gps).
Strada sterrata per Odeno di Pertica Alta
Pineta di Vaghezza
Al contrario, a maggio di quest’anno, in una splendida e fresca mattina una volta giunto nel piazzale ho fiutato che avrei dovuto salire ancora lungo le carrozzabili delle cascine per arrivare ai panorami fiabeschi. Da allora quella di oggi è la quinta scalata a Vaghezza, ma oggi con un clima quasi invernale, il fascino è sicuramente differente. Inizio la salita, da Dosso non è per nulla lunga, i piani distano poco meno di 4km.L’erta di snoda tutta all’interno di un bellissimo bosco di pini, larici ed abeti. Il sole a Marmentino mi ha riscaldato e la temperatura è risalita fino ad 8°C. Ora nel passare nuovamente al lato nord della montagna, sotto la chioma protettiva dei pini, la temperatura crolla nuovamente a 2°C.
Pineta per Vaghezza
Pineta per Vaghezza
Per i primi 2,5km la pendenza si attesta a 9% con punta di 11% proprio all’inizio. Successivamente, poco prima del cartello di ingresso ai piani, scende sotto 4%. Per poco più di un chilometro continuo così, con il sole che fa capolino dietro ai pini e la strada che si snoda in falsopiano. Giungo al grande piazzale del parcheggio, da qui tenendo la destra mi infilo nella carrareccia che porta verso il vecchio traliccio dismesso dello skilift. Poco meno di 700m mi separano dal punto panoramico, ma sono i più duri.
Cementata pendenza 20%
Cementata verso il pilone dello skilift
Ultimo tratto sterrato
A dispetto della pendenza media di 9%, questa stradina per lo più cementata nasconde al suo interno due temibili rampe sopra il 15% di pendenza ed un corto tratto in sterrato. Sono ormai le 11.30 quando scendo di bicicletta “at the top”. Il sole è alto nel cielo ancora terso. L’aria frizzante (6°C), la vista a tutto tondo sui monti limitrofi, la pace e la tranquillità di un luogo poco frequentato, mi ripagano ampiamente della fatica e del freddo accumulato. Mi dirigo verso il punto più alto nel prato per poter scattare delle fotografie panoramiche.
Ritorno alla mia Lynskey per mangiare qualcosa, poi decido di immortalare anche lei in questo luogo incantevole. Cambio i guanti ed aggiungo un anti-vento per la discesa.
Da qui a Tavernole ci sono più di 10km da percorrere e temo di avere freddo. Come esco dai piani ed inizio la veloce discesa del lato nord la temperatura ritorna a 2°C, nonostante sia mezzogiorno. Fortunatamente le cose cambiano nettamente una volta giunto a Dosso, dove mi fermo ad una fontana per bere e riempire la borraccia. Ci sono più di 10°C ed io tolgo l’anti-vento confidando nel sole. Faccio bene, nonostante la discesa tecnica e veloce non sento freddo, arrivo a Tavernole sul Mella e proseguo in direzione Brescia. Da qui la strada è sempre quella, percorrendo il più possibile le strade laterali per evitare la statale della val Trompia. Poco prima delle 13:30 sono a casa con 100km in saccoccia, ma soprattutto quasi 2.000m di dislivello, percorsi per le prime quattro ore e mezza ad una temperatura media inferiore a 5°C. Per me, che fino a due anni fa non sopportavo il freddo, un grande risultato. Piani di Vaghezza siete entrati di diritto tra le mie salite preferite!
Domenica 25 novembre 2018, ore 7.37 del mattino; perché io mi ostini a partire così presto anche con temperature rigide non lo so, o forse sì. Sta di fatto che dopo i primi chilometri il termometro del mio gps si è acclimatato attorno ai 4°C e può solo peggiorare. L’itinerario prevede la risalita della val Trompia fino al confine con il comune di Marcheno. Oggi pedalo sulla LinaBatista, la mia “bici ghiaiosa”, già perché gravel in inglese significa ghiaia. Vogliamo mettere quanto sia più incisivo e veritiero parlare di “bici ghiaiosa” piuttosto che di “gravel bike”?!? Fortunatamente a quest’ora del mattino di un gelido giorno festivo il traffico automobilistico è pressoché inesistente ed io posso tranquillamente transitare sulla ex statale ss345 delle Tre valli. Con ritmo volutamente blando arrivo all’ingresso di Gardone. Alla rotonda, come sempre, tengo la destra sulla strada che costeggia il fiume Mella. Questo tratto di un paio di chilometri è sempre fresco ed umido, subito la temperatura scende a 2°C e l’umidità penetra nelle mie ossa. Fortunatamente la salita sta per iniziare. Attraverso il nuovo ponte sul corso d’acqua e mi ricongiungo alla ex statale, pochi metri e svolto a sinistra seguendo il cartello per i piani di Caregno. È passata quasi un’ora dalla mia partenza e finalmente inizio la scalata. Adoro la salita anche in inverno! Cerco di prepararmi per le discese con la borsa sottosella piena di intimo e antivento asciutti per poter scalare le montagne di casa anche nella stagione fredda. Caregno in realtà è una salita, relativamente nuova per me. Questa è la seconda volta che la affronto; dopo averla provata con Francesco a maggio del 2017. Anche allora la temperatura era freddina tra i 6°C ed i 10°C a causa di una pessima giornata di cielo coperto dopo un sabato piovoso. Oggi le previsioni danno ampie schiarite durante la mattinata ed io confido che in quota il cielo sia piuttosto limpido. La scalata è abbastanza lunga, sette chilometri, e per nulla banale, anzi direi di tutto rispetto con una pendenza media di 9,2% e punte di 15%. I primi 2,5km si snodano con frequenti tornanti lungo l’abitato di Magno, il paesaggio non è ancora un granché, la pendenza si assesta attorno a 8% con qualche breve strappo a 10%. Giunto in centro a Magno la prima rampa a 12%. Strappo breve, ma presagio che uscito dal paese non sarà più uno scherzo. Infatti dopo alcune centinaia di metri al 7% la strada si stringe assumendo la tipica conformazione delle vie di montagna. I tornati si fanno stretti, la pendenza è costantemente sopra il 10%. Ogni volta che l’occhio cade sul mio Xplova vede numeri tra il 10 ed il 15. Ora l’asfalto sotto le mie gomme “cicciotte” (700×38) sembra molle e appiccicoso, la velocità è ridicola. Tutto gioca contro di me, l’attrito dei copertoni larghi, i miei tre chilogrammi di troppo già messi su da quest’estate, e il pesante borsone sottosella per il cambio prima della discesa. Non sto certo salendo per fare il tempo, ma la sensazione è proprio quella di essere un “bradipo-missile”. Fortunatamente anche il paesaggio è cambiato, le case hanno lasciato il posto ai boschi e dai tornati posso vedere a sud la conca di Gardone ed a nord le Alpi.
Gardone Val Trompia
Lodrino, in fondo all’orizzonte il monte Baldo innevato!
Oltrepassati i 700m di altitudine su un tornante si gode di un ottima vista in entrambe le direzioni. Cosa curiosa anche più di un anno fa scattai una foto in direzione nord-est, verso il comune di Lodrino. Riguardando, la foto con più attenzione ed ingrandendola ho notato che il monte già innevato che si vede, non è altri che il Baldo! Mai avrei pensato di vederlo mentre salivo ai piani di Caregno. Proseguo nella scalata e giungo all’ingresso dell’altopiano, oltrepasso il parcheggio e la trattoria “La fabbrica”. Da qui la strada diventa cementata, finalmente inizio a giustificare l’uso della ghiaiosa. Nel frattempo il cielo si è aperto ed il sole intiepidisce l’atmosfera. L’idea è di arrivare fino a dove inizierà lo sterrato fangoso. Ho studiato la traccia, esiste un bellissimo percorso che si congiunge a Pezzoro, ma dopo tutta la pioggia di ieri sicuramente oggi sarà un pantano. Il paesaggio ora è meraviglioso, sono a 1.000m di altitudine, da qui partono le escursioni al monte simbolo della val Trompia, il Guglielmo, el Gölem in dialetto. Ovviamente mi fermo per un primo breve shooting fotografico, so che tornerò ancora da quella strada, per cui potrò scattare altre istantanee, forse con una luce migliore.
Piani di Caregno e monti Bifo e Stalletti
Piani di Caregno e monti Lividino, Bifo e Stalletti
Il sole fa ancora un poco i capricci dietro ad alcune velature. Riparto, passo un’impegnativa rampa al 15% di duecento metri circa, svolto a destra e “sta il cacciator fischiando sull’uscio a rimirar”. Lo saluto, risponde con tono un poco burbero, ma si sa i montagnini sono così. Incrocio alcuni gruppi di escursionisti, ci salutiamo tutti. La montagna è anche questo, compartecipazione delle avventure ed escursioni altrui. La strada prosegue diventando a tratti ghiaiosa, salvo poi tornare cementata quando la pendenza supera il 10%. Ora il panorama che ho di fronte è decisamente cambiato, la visuale libera è quella verso nord. La neve è scesa in abbondanza ieri ed i giorni scorsi sopra ai 1.600m per la felicità degli operatori sciistici del Maniva che apriranno i loro impianti durante il ponte dell’Immacolata.
Alpi innnevate sopra i 1.800mt
Alpi innnevate sopra i 1.800mt
Alpi innnevate sopra i 1.800mt
Io, intanto, mi godo questo panorama, dove all’azzurro ed al bianco di cielo e creste montuose fanno da contraltare i caldi colori pastello dei boschi autunnali. Mi fermo e fotografo, la strada cementata è ormai finita, ho superato quota 1.100m, da qui lo sterrato correrà in falsopiano fino al rifugio degli Alpini, ma io sento già la terra molliccia sotto al fogliame e l’orologio segna le 9.45, devo pensare al rientro.
Inizio sterrato verso Pezzoro
Inizio sterrato verso Pezzoro
A malincuore giro la bicicletta, ripasso davanti al cacciatore, come prima lo saluto, come prima lui abbozza una risposta. Mi fermo per altre fotografie nella conca creata sotto la vetta del monte Bifo e riparto.
Valtrompia dai piani di Caregno
Valtrompia dai piani di Caregno
Piani di Caregno e monti Lividino, Bifo e Stalletti
Giunto al parcheggio all’inizio dei piani, mi fermo, una fotografia all’allevamento di cervi, una barretta, un sorso d’acqua, un intimo asciutto a fare da intercapedine sotto la giacca invernale, il gilet antivento ed un paio di guantoni invernali asciutti.
Scendo senza mai acquisire troppa velocità per non raffreddarmi eccessivamente. Se all’andata il traffico veicolare era ridotto a qualche 4×4 di cacciatori che salivano ai piani, ora al ritorno, sono numerose le autovetture che salgono con a bordo coppie o famiglie. Arrivato a valle, mi fermo e cambio i guanti, la temperatura ora è di 7°C ed il pallido sole riscalda un pochino. Una ventina di chilometri mi separano da casa, come sempre, li percorro utilizzando strade secondarie e a tratti la pista ciclabile del Mella. Arrivo a Brescia. Manca poco alle 11.30. Piani di Caregno, salita intensa, che sa donare panorami spettacolari, da me colpevolmente poco conosciuta, ora diventerai meta fissa delle mie prossime scorribande ghiaiose.
Sono le 5.36 del mattino di domenica 4 agosto ed io inforco la mia specialissima per un nuovo giro. È passato un mese dalla Maratona delle Dolomiti, questo è il periodo migliore per compiere i tour più lunghi. La gamba è ben allenata, cuore e polmoni hanno resistenza in abbondanza. Parto da Polpenazze mentre il sole sta sorgendo dietro il monte Baldo, un alone rossastro ben definisce il contorno del suo crinale.
Oggi devo risalire tutta la gardesana fino a Riva. Poche distrazioni, una foto in Salò al duomo in cui sono stato battezzato, una a Villa di Gargnano per le celebri “bisse” (lunghe e affusolate imbarcazioni lacustri con voga veneta), una lungo la vecchia gardesana per mangiare anche un boccone e l’ultima a Limone per la ciclopista.
Duomo di Salò
Bissa a Villa di Gargnano
Panorama dalla vecchia gardesana
La ciclopedonale di Limone
Poco più di cinquanta chilometri e giungo al bivio per il sentiero del Ponale posto all’inizio dell’abitato di Riva del/G. Un’ultima sosta barretta e prima delle otto attacco la prima salita di giornata. Questa primavera il sentiero è stato chiuso per lavori alle tubazioni che giacciono sotto di esso. Con l’occasione è stato rifatto lo sterrato, ora ben compatto e facilmente percorribile anche in bdc (bici da corsa). A quest’ora del mattino il traffico è pressoché nullo e posso scegliere le traiettorie migliori evitando tutte le buche. Tra meno di due ore pullulerà di MTB elettriche e sarà tutta un’altra storia. Attivo la mia videocamera e riprendo il sentiero nelle sue parti più emblematiche (video integrale 9’28”). Mi fermo in un paio di occasioni per fotografare, ma la giornata è un po’ fosca e non limpida come due anni fa quando la percorsi con Rick (link).
Riva, monte Brione, Torbole dalla Ponale
Monte Baldo e capo Reamol dalla Ponale
Finito lo sterrato ancora un paio di chilometri mi separano dalla provinciale che sale in galleria da Riva, nel complesso 4,5 km di salita piuttosto pedalabili.
Mog e monte Baldo
Panoramica sulla via Ponale
Cascata del torrente Ponale
Mi immetto sulla via principale in direzione lago di Ledro. Ancora quattro chilometri di salita con pendenza compresa tra 5% e 8% e sono davanti al museo palafitticolo di Molina d/L. Qualche didascalica istantanea a suggellare l’importanza di questo sito preistorico che ci ricorda l’evoluzione della nostra razza.
Lago di Ledro
Museo delle palafitte
Ricostruzione di una palafitta neolitica
Una sosta nel parco alberato di fronte al lago per mangiare qualcosa e via seguendo la ciclabile sul lato sud del lago. Meravigliosa, un susseguirsi di saliscendi nel bosco a bordo lago, alcuni tratti di sterrato ben battuto, la impreziosiscono ancor di più. Alla fine del lago rientro sulla statale dell’Ampola, vedo la ciclabile alla mia sinistra una, due volte e decido infine di prenderla. In genere le piste in Trentino sono ben fatte anche per noi stradisti e così è anche stavolta. Ad un certo punto compare anche l’indicazione per passo Tremalzo, io la seguo pedestremente e mi ritrovo dentro una bellissima pineta. D’un tratto, la strada inizia a salire con pendenza ragguardevole, guardo la mappa del mio GPS e capisco che questa rotta mi immetterà sulla salita del Tremalzo ben dopo il primo tornante.
La pendenza continua a crescere fino al 25%, l’asfalto lascia il posto al cemento e nonostante questo il manto, ancora bagnato dal forte temporale notturno, è sdrucciolevole. La ruota posteriore slitta parecchio, sono costretto a scendere e percorrere un centinaio di metri a piedi. In totale saranno cinquecento metri prima di immettermi sulla classica salita del Tremalzo. Nonostante questa scorciatoia mi abbia fatto risparmiare più di un chilometro la salita è ancora lunga, quasi dodici chilometri nel complesso. La pendenza è piuttosto regolare tra 7% e 10%. Questo significa che bisogna affrontarla con il rispetto che si porta alle lunghe ed impegnative erte alpine. Ad alleviare la fatica il meraviglioso panorama che si gode durante tutta l’ascesa. La prima metà della salita si snoda completamente sotto una pineta fresca ed ombrosa dove la temperatura scende fino a 17°C.
Tratto asfaltato del Ponale
Inizio passo Tremalzo
Primi chilometri del Tremalzo
Dopo quattro chilometri abbondanti il bosco cede spazio ai primi alpeggi, la visuale si apre verso le montagne circostanti, il sole inizia a riscaldare l’aria ed io mi guardo estasiato attorno.
Alpeggio di Prato di Monte
Panorma da metà del passo Tremalzo
La sottile e sinuosa striscia di asfalto continua così, tra boschi e radure, con il suono dei campanacci delle mucche ad allietare le mie orecchie. Non è che non faccia fatica, ma pedalare su queste salite è così appagante che il tempo vola e mi ritrovo ad un paio di chilometri dal passo, immerso negli alpeggi, tra malga Tiarno di Sopra e Malga Tremalzo, senza accusare la minima stanchezza.
Panorama sugli alpeggi di tremalzo
I monti del crinale che porta al Crocedomini
Ultimi chilometri del Tremalzo
Ormai il passo è vicino, subito dopo l’ultimo tornante una piacevole sorpresa, la strada segue il crinale che si fa sottile, poco più di una decina di metri, alla mia destra il monte Baldo ed il lago di Garda, già offuscato dall’umida calura agostana, alla mia sinistra il Dosso dei Galli, il Cornone di Blumone ed infine l’Adamello. Sì, proprio il ghiacciaio dell’Adamello! Dai quasi 1.700m del Tremalzo l’orizzonte nord spazia fin lì!
Monte Tremalzo sullo sfondo
Sul lago il caldo crea molta umidità
I monti del crinale che porta al Crocedomini
Purtroppo, la vetta è già nascosta dalle classiche nuvole che si formano intorno a mezzogiorno sulle cime alpine. Arrivo al passo e proseguo un centinaio di metri sulla strada sterrata; è la strada militare che aggirato il monte scende a passo Nota, voglio dare un’occhiata, sogno di percorrerla con la gravel bike appena avrò più dimestichezza con i terreni ghiaiosi.
Sterrato che porta a Passo Nota
Sterrato che porta a Passo Nota
Ritorno sui miei passi mi fermo al rifugio ed osservo questo meraviglioso panorama a 360°. Faccio conoscenza con una coppia di emiliani in soggiorno sul lago di Ledro, sono saliti con le e-MTB (elettriche) e si accingono a scendere verso passo Nota per poi rientrare lungo le mulattiere a Molina di Ledro, bellissimo giro anche il loro. Intanto ne approfitto per mangiare e dissetarmi. Riprendo la bici e scendo a valle, sono passate da poco le undici del mattino, ma per me la giornata è ancora lunga. La discesa è ancora fresca e la mia splendida maglia manica corta in bioceramic (by GSG cyclingwear) mi consente di affrontarla senza antivento. Mi immetto sulla statale all’altezza del passo d’Ampola e dopo un corto falsopiano proseguo la discesa verso Storo. L’aria si fa sempre più calda, percorro la ciclabile del Chiese, splendida anch’essa, non fosse altro che mi evita la strada statale. Prima di Ponte Caffaro mi perdo un attimo e anticipo l’uscita dalla ciclabile, questo mi costringe a percorrere qualche chilometro in più, ma poco importa, ora la temperatura ha superato i 30°C ed io penso che, una volta costeggiato tutto il versante ovest dal lago d’Idro, dovrò affrontare la salita di Capovalle, quasi completamente esposta al sole. A mezzogiorno e mezzo, oltrepassato l’abitato di Idro, inizio la salita, celebre presso i triatleti in quanto percorso del temibile IdroMan. Al primo tornante sono costretto a fermarmi per un’istantanea didascalica, d’altronde se questo è il “giro dei quattro laghi” li devo fotografare tutti.
Lago d’Idro
Lago d’Idro
Salgo, Capovalle da Idro è abbastanza impegnativo, in tutto poco più di otto chilometri con media del 6%, ma quello che mi preoccupa un pochino è il lungo rettilineo dopo la galleria con pendenza costante tra 11% e 16% completamente esposto al sole.
Rettilineo al 12% salendo a Capovalle
La temperatura sale fino a 36°C, io procedo lentamente, ma con decisione. All’inizio dei tornanti raggiungo un ragazzo (di una volta come me) con una gravel. Rompo il ghiaccio con un: “Credevo di essere l’unico pirla a salire a mezzogiorno sotto il sole da qui!” Mi risponde con simpatia: “Tranquillo, io sono sicuramente più matto ho anche già fatto un infarto (ndr in passato) e salgo comunque!” Vince lui a mani basse. Chiacchieriamo un poco, è partito da vicino Bergamo per venire a Gargnano, di chilometri ne farà tanti anche lui. Nonostante la simpatia sono costretto a lasciarlo, il suo passo è troppo lento, spero di ritrovarlo dopo la sosta in vetta per la discesa. Purtroppo, nonostante una lunga sosta alla fontanella di Capovalle per mangiare e idratarmi, non lo vedo scendere o mi sfugge, la fontana, in realtà, è leggermente defilata. Riparto, mi attende la discesa ed il lungo e stupendo falsopiano che costeggia il lago di Valvestino, il quarto del giro. L’aria resta calda, intorno a 30°C, anche mentre scendo. Giunto al lago mi fermo ad uno dei miei punti panoramici preferiti, da cui ho decine di scatti fotografaci presi in tute le stagioni.
Lago di Valvestino
Lago di Valvestino
Lago di Valvestino
Ancora qualche chilometro e sono a Navazzo, nuovamente in vista lago di Garda, il giro si sta per chiudere. Scendo veloce, l’aria è calda come quella che esce dagli asciugacapelli. Sono a Gargnano, finalmente in riva al lago, ci sono 34°C, giusto il tempo di attraversare anche Bogliaco e mi infilo, come sempre, nella “strada del golf” che mi porta a Cecina, sotto l’ombra di un boschetto. Ritorno sulla ss45bis poco prima di Toscolano, è molto tardi, già ho dovuto scrivere che sarei giunto a casa oltre il previsto, ma vorrei evitare di arrivare nuovamente lungo. Quindi via, pedalare a testa bassa, in meno di mezz’ora sono a Salò all’attacco delle Zette, è qui, dove la velocità cala sensibilmente ed il sole del primo pomeriggio picchia più forte, che raggiungo la temperatura più alta 38°C. Bell’escursione termica dai 17°C della pineta del Tremalzo di stamattina ad ora ci sono più di 21°C di scarto! Ma io adoro il caldo ed anche a questi livelli ci convivo bene.
Ora non mi resta che percorrere a ritroso anche la Valtenesi fino a Polpenazze, mia meta d’arrivo. Sono le 15.45 del pomeriggio con un quarto d’ora di anticipo sull’ora e mezza di ritardo entro dal cancello di casa. Sono quasi duecento chilometri (194) per 3.300m di dislivello in poco più di nove ore di pedalata, ma questi sono solo numeri, quello che resta è la meravigliosa strada del Ponale e soprattutto la scoperta di un’altra incredibile salita con panorami mozzafiato, il passo Tremalzo!
Sono le 6.40 quando scendo da casa, ad aspettarmi Francesco che in bdc (bici da corsa) mi accompagnerà lungo il primo tratto di questa avventura gravel. Già, perché oggi sono iscritto alla prima edizione della BresciaGravel di 260km. Per me è un’esperienza inedita e non so dove arriverò. Ci dirigiamo verso Gussago, luogo di partenza. Alle 7.00 precise siamo al centro sportivo, firmo e partiamo, chi la fa in gruppo aspetterà le 8.30, ma essendo “partenza alla francese” noi ci portiamo avanti, la giornata sarà lunga. Il percorso descrive un ampio cerchio attorno alla bassa bresciana costeggiando il fiume Chiese ad est e l’Oglio ad ovest; le asperità altimetriche si trovano tutte nella prima parte. Infatti, pronti via, si sale al Santuario della Madonna della Stella di Gussago.
Circa 2km, ma nell’ultimo chilometro la pendenza resta spesso tra il 12% e il 16%, saliamo con calma, la strada è ancora lunga. In vetta il primo di una serie indicibile di “momento selfie” che allieteranno questo mio percorso.
Ripartiamo in direzione dei Campiani, un breve sterrato, non troppo rovinato, e si riprende l’asfalto. Scendiamo, Collebeato, Concesio, Nave e si inizia la seconda e più lunga salita di giornata, le Coste di S.Eusebio, salita lunga (9km) e pedalabile, da “rapportone”, ma non oggi con pneumatici da 700×38 e circa 15kg tra bici e borse.
Arriviamo al passo con un tempo similare a quello che abbiamo nei nostri giri lunghi su strada e questo mi conforta. Scatta, ovviamente, il MS (momento selfie).
Coste di S’Eusebio
Coste di S’Eusebio
Si iniza a scendere verso Odolo e la val Sabbia, in paese prima sosta idrica. Raggiungiamo Sabbio C. e ci innestiamo nella ciclabile del Chiese che costeggia l’argine immersa in un bel bosco, il fiume qui è ancora impetuoso ed il suo fragore ci accompagna nella pedalata, la strada è quasi completamente asfaltata e dove non lo è, lo sterrato è molto bello, liscio e compatto. A Roè Volciano oltrepassiamo il Chiese su un ponte ciclabile, nuovo MS.
Ciclabile della Val Sabbia
Ponte sul Chiese a Roè Volciano
Ora siamo pronti per dirigerci verso la Valtenesi, a Villanuova sul Clisi si lascia la ciclo-pedonale e a sinistra si sale verso Soprazzocco. Torniamo sopra i Tormini in vista lago, purtroppo la mattinata è umida, afosa ed uggiosa ed il golfo di Salò, sotto di noi, si intravede appena. La traccia GPS ci riporta alla dura realtà buttandoci in mezzo ad un campo, attraversato quest’ultimo, ci troviamo di fronte un single-track che sale nel bosco. Per Francesco, in bdc, impensabile affrontarlo in sella, sono solo cinquecento metri e decido di farlo a piedi con lui, rientriamo sull’asfalto alle porte di Soprazzocco, poche centinaia di metri e si gira a sinistra nuovamente su sterrato ghiaioso, saliamo un tratto e decidiamo di separarci. Io proseguo lungo la traccia, Francesco ritorna sull’asfalto sperando di incontrarmi sulla cima del laghetti di Sovenigo. In realtà anche dopo i laghi la mia traccia abbandona velocemente la ciclabile della Valtenesi per insinuarsi in boschi e campi.
Siamo costretti a salutarci telefonicamente. Mi rimetto in viaggio certo che, lungo il percorso, troverò nuova compagnia. D’altronde siamo partiti per primi proprio per questo e già alcuni gruppetti mi hanno sorpassato. Questa zona la conosco bene, riesco ad orientarmi nonostante sia su sentieri che non posso percorrere con la bdc, oltrepasso il sito palafitticolo di Lucone di Polpenazze, attraverso le vigne di groppello, la traccia è molto precisa (complimenti all’organizzazione #bresciagravel e #lakivatrail).
Vigneti a Polpenazze
Vista sul Garda da Polpenazze
Scendo a Castelletto e qui una sosta idrica al lavatoio mi consente di conoscere tre bergamaschi: Claudio, Stefano e Simone. Prima di Padenghe ritorniamo sulla ciclopista. Si chiacchiera ed intanto entriamo nell’omonimo castello, lo percorriamo per intero in senso orario.
Castello di Padenghe
Castello di Padenghe
Ci dirigiamo ora verso la salita della tenuta “Calvino” nel comune di Lonato. Qui, quando meno te lo aspetti, una voce da dietro chiede: “Tu sei Marco?” Mi volto, guardo il ragazzo con maglia di un team della val Trompia e replico: “E tu sei Salvatore!” Ci eravamo scritti su Strava già due anni fa ed un paio di volte aveva cercato di aggregarsi alle uscite di Cicloturisti!, ma per la mala sorte non ci era riuscito. Il gruppetto si è infoltito, la traccia prevede il passaggio da Drugolo, Sedena, Bedizzole, Ponte S.Marco e Calcinato, tutte zone che conosco ancora abbastanza bene, la strada ora è quasi sempre asfaltata o bianca. Io e Claudio siamo in testa e facciamo meglio conoscenza, scopro che è un fotografo e che la gravel lo ha riavvicinato alla bicicletta dopo che le granfondo lo avevano stancato anni fa; c’è subito sintonia tra noi. Manca poco alle 13.00 e nella piccola “mandria” al pascolo è cresciuto l’appetito. Vediamo un altro iscritto fermo ad una pizzeria da asporto, non esitiamo a fermarci e concederci una pausa per il pranzo. Io e Salvatore dobbiamo commemorare questo primo incontro con un MS.
Entrambi abbiamo panini in abbondanza, ordiniamo solo il bere e finiamo il nostro pasto quando stanno per uscire le pizze dei bergamaschi. Decidiamo di comune accordo di partire e portarci avanti, tanto ci raggiungeranno. Da Montichiari inizia la parte a me meno nota, è vero che in automobile ho percorso tutte queste strade, ma gli argini e le piste della bassa non le conosco proprio.
Traccia sull’argine del Chiese a Montichiari
Bosco sull’argine del Chiese a Visano
Costeggiamo il Chiese fin quasi a Remedello, sono 18km di argine, saliscendi ripidi e ghiaiosi sotto le provinciali, e attraversamenti di campi di mais. In poche parole raggiungere i 20km/h senza spingere come dei forsennati è pressoché impossibile. In cambio godiamo della vista del fiume Chiese, che di tanto in tanto si increspa in corte roboanti rapide, dei suoi boschi e della loro ombra. Ci fermiamo più volte a fotografare e per un MF.
Fiume Chiese a Visano
Fiume Chiese a Visano
In questo frangente ci sorpassa il trio dei bergamaschi. Ci ricompattiamo poco fuori Isorella, ad un bar in zona industriale. Curioso vedere, come ogni volta che un iscritto, contraddistinto da una targa rosa sul manubrio, si fermi ad un bar, molti di quelli che ivi giungono si fermino anch’essi, rendendo il posto una sorta di check-point improvvisato. Che sia parte dello “spirito gravel” di cui tanto si parla nei social? Non lo so, ma penso che il bello stia proprio nel non voler definire e canonizzare questo movimento, per cui lascio queste sterili elucubrazioni esoteriche ad altri. Si procede ancora per venti chilometri attraversando Isorella, Gottolengo, Pralboino. Io e Salvatore notiamo un “tipo”, maglia bianca con “punti” rossi e blu, barba, non troppo alto, con il polpaccio sinistro completamente tatuato da disegni geometri, ma, decisamente con una gran gamba. Ci sorpassa più volte con scatti fulminei, salvo poi sbagliare uscita alle rotonde nella troppa foga. Anche un altro ragazzo effettua un doppio giro di rotonda a Gottolengo e chiosa: ” Mi piaceva e l’ho fatta due volte!” Lo affianco, guardo la bici, una splendida Salsa in titanio da gravel. Già mi è simpaticissimo! Chiacchieriamo, gli dico che io ho una Lynskey da corsa. Abita a Treviso, ma come Salvatore è di origine campana, si forma un terzetto e tale rimarrà per gran parte del percorso. Passiamo il 130km, un urlo di gioia ci accompagna, siamo a metà percorso e sono solo le 17.00!!! Arriviamo al fiume Mella che oltrepassiamo su un ponte ciclabile, ovviamente MS!
Ponte sul Mella a Seniga
Ponte sul Mella a Seniga
Dopo Seniga, lo sconfinamento in terra cremonese, oltrepassiamo il fiume Oglio sulla provinciale e ci ritroviamo a Scandolara Ripa d’Oglio, che scopro essere un borgo interessante con un bellissimo palazzo/castello circondato da un fossato. Ci fermiamo per fotografare e ripartiamo.
Scandolara
Abbiamo raggiunto il punto più meridionale del giro, ora risaliamo seguendo il corso del fiume Oglio, dopo Robecco al nuovissimo ponte in legno della ciclabile (Po-Tonale) rientriamo in provincia di Brescia. Sul ponte a schiena d’asino, ovviamente, un altro MS!
Ponte sull’Oglio a Robecco
Ponte sull’Oglio a Robecco
Eccoci al fatidico 161km qui si trova la trattoria Rosa Rossa di Monticelli d’Oglio, dove è organizzata la cena e la sosta notturna per chi vuole compiere l’impresa in due giorni. Noi ci fermiamo una mezz’ora per mangiare e sciacquarci, ritroviamo i tre bergamaschi, e molti altri ragazzi, tra cui il “tipo” che sta bevendo birra per reintegrare le maltodestrine. Leggo finalmente sul dorso della maglia la scritta “La popolare”, questo mi ricorda immediatamente dell’amico di penna Randonneur S’cioppàa che ha una diatriba aperta con gli acerrimi nemici della Popolare forse senza sapere neanche lui il perché. D’istinto mi viene da chiedergli se conosce Matteo (Randonneur), poi rifletto un attimo e per la paura di attirare, anche su di me, tutte le ire della Popolare me ne sto zitto e lo osservo mentre si scola le sue birre. Ripartiamo, attraversiamo Quinzano d’Oglio, il passaggio, stretto ed angusto, su di un ponticello vicino ad un mulino all’uscita del paese è occasione per un altro MS, questa volta nella foto siamo tutti e tre!
Quinzano d’Oglio
Quinzano d’Oglio
La traccia ora ci porta verso il castello di Padernello. Lungo queste strade asfaltate o bianche, si può fare un minimo di velocità ed io arrivo anche a 27km/h! Pier resta attardato, io ne approffitto per un nuovo MS.
Castello di Padernello
Castello di Padernello
Ci ricompattiamo e subito dopo appaiono davanti a noi due meravigliosi ponti di tronchi che ci stregano, ed è nuovamente MS!
Ponte di Legno a Padernello
Ponte di legno a Padernello
Ripartiamo, Borgo San Giacomo, giù verso Villagana, qui al 168km il punto invisibile, segnalato, fortunatamente, molto bene da lunghe strisce arancio fluo appese ai rovi. Ci intrufoliamo sotto i rovi nel sottobosco, attraversiamo un ponticello e risaliamo dall’altro lato, il tutto a piedi, per non rischiare, il terreno è ancora un poco fangoso.
Un bel campo arato ci si para davanti, noi, sempre a piedi, lo attraversiamo, scendiamo nel canale, riattraversiamo un altro ponticello e risaliamo su un prato da cui parte un bellissimo, quanto lentissimo, single-track in mezzo all’erba del sottobosco. Per fare 400m in linea d’aria avremo percorso più di un chilometro! Sono già le 19.30 e la luce fioca del crepuscolo, mi rende questi tratti particolarmente ostici sotto il profilo della vista. Finalmente usciamo da questo toboga, siamo ormai alle porte di Orzinuovi, un filare di pioppi lungo la strada bianca sovrastato dallo spicchio di luna appena sorta mi costringe all’ennesimo MS.
Filare di Pioppi a Orzinuovi
Filari di Pioppi
Entriamo in paese, la gente “normale” si appresta alle luculliane cene del sabato, noi, invece, abbiamo ancora una settantina di chilometri da percorrere.
Orzinuovi
Orzinuovi
All’uscita del borgo svoltiamo a sinistra verso la ciclovia che riprendiamo. Un chilometro dopo la traccia GPS dice che dobbiamo abbandonarla a sinistra per un altro toboga sull’argine. Ormai è buio i nostri fari illuminano comunque bene l’asfalto. Io esprimo le mie perplessità, ma i miei compagni di viaggio, già avvezzi a questo tipo di percorso, anche in notturna, non hanno esitazioni. Provo a seguirli, ma dopo trecento metri mi accorgo che perdo le loro ruote nonostante non stiano certo correndo. Non ce n’è! Faccio troppa fatica con gli occhi e perdo sicurezza, per non rallentarli e per la mia incolumità li saluto e torno sulla ciclabile. Ho bisogno di maggior dimestichezza, sull’asfalto sono abituato a pedalare anche nel buio profondo, ma nel bosco è proprio tutta un’altra cosa. Pazienza la mia traccia non sarà quella originale. Rientro culla ciclopista, in un paio di occasioni vedo la luce dei fari di Salvatore e Pier alla mia sinistra fare capolino nel fitto bosco, quasi fossero due lucciole impazzite.
A Rudiano, mi fermo sul marciapiede nella via principale, sono quasi le otto e tre quarti, mangio, scrivo qualche messaggio per rassicurare Moglie ed amici. Aspetto ancora un attimo nella speranza che arrivino i fari dei miei amici, da qui mi sembra di ricordare che la traccia prosegua fino a Palazzolo seguendo la ciclabile. Purtroppo sono ancora indietro, riparto seguendo i cartelli marroni della ciclovia Po-Tonale, evito le deviazioni per i municipi di ogni borgo. Sì, perché strada facendo, abbiamo scoperto che il percorso è sempre entrato nei centri dei paesi fino a raggiungere la casa del sindaco. Ora è veramente tardi, la mia traccia è già inficiata e non ritengo più necessarie queste deviazioni, passo anche Urago d’Oglio e Pontoglio, uno spicchio di luna rischiara flebilmente il cielo. Mi fermo in mezzo alla ciclo-pedonale, nel nulla e nel silenzio più completo, so solo che sono tra Pontoglio e Palazzolo nuovamente in traccia. È il MS con la luna, io e lei da soli, nella nostra intimità e nei nostri pensieri.
Eccomi a Palazzolo, dovrei entrare in piazza sotto la torre, ma è transennata, sono passate le nove di sera, è allestita a festa con tavoli e panche, le persone “normali” si stanno già abbuffando. Decido di passare a dritta, ma dopo alcuni destra, sinistra, perdo un poco la direzione, decido di seguire la strada che conosco meglio “automobilisticamente” parlando. Arrivo a San Pancrazio, alla rotonda dell’autostrada prendo a destra per Adro. In paese ritrovo la traccia dell’organizzazione, ma vorrei accorciare il mio ritorno a casa passando dal Bellavista di Erbuso. Peccato che con il buio, non vedo l’incrocio a destra e proseguo anch’io verso Nigoline di Cortefranca su una parallela a quella della BresciaGravel. Ivì giunto svolto a destra per Timoline, mi fermo ad una fontana per riempire le borracce, mangio qualcosa, ma soprattutto bevo un “ciucciotto” al caffè, per mantenermi lucido. Per ora non ho avuto cali di concentrazione e vorrei evitarli anche in questi ultimi chilometri. Oltrepassata la cantina “Barone Pizzini” di Timoline la BresciaGravel devia a sinistra scendendo sulle passerelle delle torbiere d’Iseo, penso a quanto sarebbe stato bello attraversarle con la luce del tramonto o con la luce del mattino per quelli che ripartiranno domani da Monticelli. Io no, a quest’ora tarda, ormai abbandonato il percorso, ritorno a casa per la via che più mi si confà, non che siano meno chilometri, ma è quella che preferisco.
Salita all’uscita di Provaglio d’Iseo
Provaglio d’Iseo, Monticelli Brusati, Ome, Padergnone, Ronco di Gussago si susseguono rapidi sotto le mie ruote, viaggio veloce ora in leggera discesa anche 35 km/h a volte.
Eccomi all’ultima asperità di giornata lo strappo del cimitero di Gussago, mi alzo sui pedali e spingo, la gamba c’è ancora, 250w poi 300w. Sono contento, averla affrontata con questo ritmo pacato mi ha mantenuto in forze fino a qua e per me sono già 280km! Arrivo al GuSport, ci avevano chiesto di firmare comunque all’arrivo per far sapere che eravamo ripassati di lì. Firmo, anche se la mia non è esattamente la BresciaGravel, vorrei quasi scrivere qualcosa per segnalare il taglio, ma lo spazio sulla riga non c’è, ho un poco di fretta addosso, la testa sta pensando ai fatti suoi ed io riparto immediatamente verso Brescia. Arrivo alla Fantasina, evito la provinciale e mi infilo in ciclabile giusto il tempo di affrontare la salita, non voglio sentire le autovetture che mi passano a pochi centimetri perché la strada è stretta.
Scollino rientro sulla strada. Pochi minuti, pochi chilometri e sarò a casa. Non ho completato la BresciaGravel, ma poco importa il giro lo ho fatto! Caspita se lo ho fatto 290km e 15h di bici! Non mi ero mai spinto così in là! Dall’alba a notte fonda! Sono felice come poche altre volte, pienamente soddisfatto! In più ho conosciuto nuovi pedalatori che, come me, hanno più passione che gamba! Grazie a Salvatore e Pier in primis, dai quali mi è spiaciuto separarmi; a Claudio, Simone e Stefano; al “tipo” della Popolare e alla perfetta traccia GPS dell’organizzazione. Come Cenerentola a mezzanotte sono davanti a casa. È l’ora dell’ultimo MS!
Sono le 5.54 di sabato 8 settembre quando parto da Polpenazze per una nuova inedita salita, il rifugio Graziani sul monte Baldo salendo da Mori. Questa volta la traccia è già impostata sul mio gps; si tratta solo di seguirla e di confermare la bontà del tracciato scelto. Giusto il tempo di partire e l’irresistibile fascino della luna prima dell’alba mi costringe ad una repentina fermata.
Luna prima dell’alba a Polpenazze
Il campanile di Puegnago
Uno spicchio di luna è illuminato dal sole, ma il cielo limpido fa sì che il riflesso luminoso che la terra produce su di lei ne definisca tutta la circonferenza con un nitido anello. Spettacolo di rara bellezza che la fotocamera di un cellulare non riesce a cogliere appieno. Dentro di me penso che questo sia il segno premonitore di un giro solitario indimenticabile. Scendo le Zette verso Salò e mi affaccio al mio lungolago appena rischiarato dai bagliori solari alle spalle del Baldo. Lo osservo e penso: “Tra qualche ora sarò lì a percorrere il tuo crinale!”
Golfo di Salò
Golfo di Salò
Riparto e proseguo spedito verso Riva del Garda, cerco di tenere un ritmo regolare senza mai affaticarmi in modo da giungervi il prima possibile, ma abbastanza riposato. Dopo la consueta deviazione di Gargnano per evitare la prima stretta galleria mi reimmetto sulla statale, qui incontro un tirolese di Brunico che scopro sta andando ad affrontare la temibile Punta Veleno; già mi è simpatico! Discorriamo di itinerari e luoghi da visitare in bicicletta e, dopo aver attraversato la fantastica ciclabile di Limone, ci ritroviamo all’ingresso di Riva d/G. Lo saluto, per me è giunto il momento della prima sosta, sono appena passate le otto del mattino e faccio la mia prima colazione a base di barrette e fruttini.
Riva del Garda, imbarcadero
Italia, battello a pale
Riparto, arrivo a Torbole, proseguo in direzione sud qualche centinaio di metri giusto per scattare un paio di istantanee didascaliche al monte Brione e al tunnel che porta l’acqua dell’Adige nel lago di Garda.
Vista da Torbole
Il canale sotteraneo dell’Adige
Monte Brione
Ritornato sui miei passi seguo le indicazioni della ciclabile Torbole/Nago – Rovereto. Mi intrufolo nei vicoli acciottolati di Torbole e salgo con pendenza massima di 15% verso Nago.Su un curvone leggo la scritta “punto panoramico” che invita a salire alcune decine di gradini per giungere sulla sommità di uno sperone roccioso. Non esito, bici in spalla, salgo i gradini, arrivato in cima mi si offre uno splendido panorama di tutto l’alto lago, mi fermo contemplo e fotografo.
Nago, l’alto lago
Nago, l’alto lago
Ripenso al segno premonitore. Ritorno sulla rotta e salgo un lungo rettilineo al 12% con vista notevole sulla piana di Arco, alla fine del quale la strada si immette sulla statale per Rovereto, ma io inseguo i segnali della ciclabile e svolto a destra in centro a Nago. All’uscita del borgo la segnaletica mi porta in mezzo ai vigneti, si sale ancora un poco prima della dolce discesa verso Rovereto. Praticamente la ciclabile e costituita dalle strette stradine asfaltate dei vigneti collegate tra loro da veri e propri tratti di ciclabile costruita ad hoc.
Ciclabile per Rovereto immersa nelle vigne
Ciclabile Nago-Rovereto
Scopro che molti ciclisti in bici da corsa la percorrono per raggiungere il lago, in effetti data la difficoltà altimetrica del tracciato (da 65m si sale a 260m) non è esattamente idonea alle passeggiate con bambini piccoli. Anche questa deviazione si è rivelata una scelta vincente: zero traffico e paesaggio stupendo. Giungo alla periferia di Mori e svolto bruscamente a sinistra come indica il mio gps. Avevo trovato una strada alternativa per affrontare i primi chilometri che conducono a Brentonico in modo da evitare la provinciale sp3 che sale da Mori. Da qui il computer dice che mancano 20,5km ai 1.617m del rifugio Graziani. Il primo chilometro e mezzo sale lungo la montagna con pendenza tra 7% e 10%, arrivo nella frazione di Sano e capisco che dovrò faticare parecchio, il pendio del monte di fronte a me è completamente terrazzato a vigne, la strada che esce dal paese sale dritta come un fuso in mezzo ad esse.
20% tra i vigneti
20% tra i vigneti
Sono quasi 800m con pendenza media da Punta Veleno, il ciclo-computer segna più di 20% di inclinazione più di una volta e non scende mai sotto 15%.
Su una curva più larga, intravedo lo spazio per fermarmi e poter ripartire, voglio immortalare questa strada e questo splendido paesaggio.
Fortunatamente, da qui in poi, le pendenze della strada alternativa non saranno più così cattive, comunque quasi sempre attorno a 10%. Mi ricollego alla strada secondaria e poi alla sp3 proprio in procinto di entrare nel centro di Brentonico. Un piccolo saliscendi in paese mi consente di rifiatare un poco ed un incoraggiante cartello all’uscita del borgo con la scritta “pendenza 16%” mi fa subito ricordare che la salita al Graziani è nota per non essere una cosa semplice, bisogna conquistarsela! La strada è molto larga, in inverno è utilizzata per portare le autovetture degli sciatori a San Valentino dove ci sono i primi impianti, d’estate è preda delle automobili degli escursionisti che salgono al monte Altissimo e di un orda indescrivibile di motociclisti, soprattutto tedeschi. Forse sono più infastidito dal rombo dei motori che affaticato dalla salita che, comunque, continua a regalarmi splendidi panorami su Rovereto e sulla Vallagarina. Su un ampio tornante mi fermo all’ombra di alcune piante per fotografare il Baldo dal basso ed osservare la strada che devo ancora percorrere.
Tornante dopo il rettilineo al 16%
Rovereto e la val d’Adige
Ho percorso circa 8km di salita ed ho passato quota 800m da poco, la salita è ancora lunga. Riparto oltrepasso la piccola frazione di S.Giacomo, che scopro essere meta per lo sci di fondo, affronto una piccola discesa che mi fa perdere quasi cinquanta metri di quota, e riprendo a salire, d’ora in poi non ci saranno più tratti in contro pendenza per rifiatare.
Corna Piana
S.Valentino, veduta sulla val d’Adige
Arrivo a S.Valentino e dopo l’innesto con la provinciale sp208 che sale da Avio la strada diventa stretta e si addentra in uno splendido faggeto. Ci siamo! Inizia la salita vera quella dai profumi e dalle viste di montagna. Alla fine del bosco la lingua di asfalto si fa largo scavando il suo percorso nella roccia, la similitudine con il tratto di gardesana che sale a Tignale mi viene spontanea. Mi fermo ancora per immortalare questo luogo di rara bellezza.
Strada scavata nella roccia verso il Graziani
La strada per Avio
Gallerie agli ultimi 3km
Lago di Pra della Stua
Riparto ormai ho oltrepassato i 1.200m e la vista si apre sugli alpeggi, sul monte Altissimo (2.078m), sulla cima Valdritta (2.218m) e su punta Telegrafo (2.200m), entrambe già attorniate dalle nuvole.
Punta di Vò e Cima delle Pozzette
Monte Altissimo (sx) e Corna Piana (dx)
Una serie di tornanti mi portano al rifugio, la pendenza negli ultimi chilometri è sempre rimasta tra 7% e 10% a conferma che questa salita di venti chilometri è veramente tosta.
Mi fermo davanti al rifugio giusto il tempo di qualche istantanea e di bere un “ciucciotto”.
Monte Baldo
Panoramica dal rifugio Graziani
Voglio arrivare il prima possibile alla bocca di Navene per poi scollinare il valico sotto a cima Valdritta. Conosco bene il Baldo (catena montuosa di origine vulcanica) la sua forma e, soprattutto, l’essere l’unico isolato rilievo sopra i 2.200m nella zona lo rendono un parafulmine eccezionale. Anche nelle giornate più terse durante la mattina l’umidità si accumula sopra le sue vette per creare temibili nuvoloni neri che dopo mezzogiorno possono dare luogo a temporali in quota. Arrivo a bocca di Navene, fotografo e mi gusto il panorama su Limone, sull’altopiano di Tremosine, sul monte Tremalzo e purtroppo distinguo perfettamente la macchia rosso bruna dell’incendio di due settimane fa in val di Bondo.
Bocca Navene, Limone e altopiano di Tremosine di fronte
Bocca Navene, di fronte il monte Tremalzo
L’aria è frizzante sono sceso a quota 1.420m e devo risalire oltre i milleseicento metri in poco meno di quattro chilometri, preferisco ripartire subito e restare caldo, ma sarebbe stato fantastico soffermarsi a mangiare un panino proprio lì, al rifugio di bocca Navene, contemplando il lago. La strada sale dolcemente dapprima immersa nel bosco e poi sugli alpeggi assolati. Mandrie di mucche al pascolo, impreziosiscono il paesaggio, già di per sé incantevole, e allietano con il suono dei loro campanacci le mie orecchie. Io attraverso, mi fermo, osservo, fotografo, respiro e annuso il profumo di monte.
Alpeggie di Pra Alpesina e Monte Altissimo
Monte Baldo come un parafulminie
Alpeggi di Pra Alpesina
Si formano i nuvoloni minacciosi attorno a Cima Telegrafo
Il crinale e gli alpeggi del Baldo sono un vero spettacolo della natura è la tersa giornata settembrina li sta valorizzando appieno. Manca un chilometro al valico e la strada ricomincia ad incattivirsi sotto le mie ruote, la pendenza torna sopra il 10% con punta del 15% per poco più di cinquecento metri.
È l’ultimo vero sforzo, poi sarà un infinita discesa fino a Peschiera d/G. Scollino, mi fermo su uno spiazzo ghiaioso, fotografo, mangio, indosso l’anti-vento senza maniche.
Valico del Baldo 1.605m
Valico di monte Baldo (13°C)
Sono all’ombra dei nuvoloni e la temperatura è scesa a 13°C. Il primo tratto di discesa è stretto, scavato sul fianco roccioso della montagna con pendenza compresa tra 13% e 15%. In queste condizioni di lugubre luce la strada intimorisce non poco. Passati i primi due chilometri di curve e contro curve il pendio roccioso lascia il posto a lunghi rettilinei immersi negli alpeggi, supero agevolmente i 65km/h, ma si sa il mio inconscio ha il limitatore di velocità inserito ed inizio a frenare. Le braccia e le mani iniziano a sentire il fresco nonostante sia tornato al sole. Il corpo invece è ben protetto dal gilet Breeze di GSG che ogni giorno che passa scopro essere sempre più versatile. Prima di Ferrara, al bivio, lascio la sp8 per tenere la destra e scendere verso Spiazzi da una strada più ombreggiata e per nulla trafficata.
Cimitero di Guerra
Pineta a destra di Ferrara
Ce l’aveva fatta conoscere quasi vent’anni fa Francesco nell’ultima mia visita al monte Baldo salendo da Pazzon. Giunto a Spiazzi, famoso per essere il punto di partenza per le escursioni al santuario della Madonna della Corona, mi tolgo l’anti-vento, riparto, resto sulla destra su un’altra via laterale che mi fa evitare ancora un paio di chilometri di provinciale. Alle porte di Braga devo cedere e rassegnarmi a percorrere un tratto di strada principale. Il sole inizia a scaldare, a Pazzon tengo la sinistra ed invece di avvicinarmi al lago attraversando Caprino Veronese, punto diritto verso Rivoli Veronese dove la mia traccia mi consentirà di percorrere un tratto della celebre ciclabile Verona-Resia.
Monte Baldo, da Ferrara
Vigneti alle pendici del Baldo
È quasi mezzogiorno e mezzo e questo fa si che il traffico sia minimo anche sulle provinciali. Dopo alcuni chilometri entro in ciclabile, nuovamente immerso nel bosco e nel nulla, come sempre le ciclabili vicino agli argini dei fiumi aumentano il dislivello del percorso con continui saliscendi, e questa non fa eccezione. A metà della salita più significativa su una curva è posto un cartello: “Punto panoramico”. Appoggio la bicicletta alla panchina e a piedi salgo lo sperone roccioso, di fronte a me la Vallagarina e l’Adige, fotografo e riparto.
Ciclabile Verona Resia
Fiume Adige dalla ciclabile VR-Resia
Una piccola deviazione di un centinaio di metri mi porta sotto ad una delle pale dell’impianto eolico della bassa valle. Resto ipnotizzato dall’apparente lento incedere delle tre pale per un paio di minuti, poi dopo alcune istantanee riparto.
Pale Eoliche
Pale Eoliche della Valpollicella
Pale Eoliche della Valpollicella
Percorro ancora alcuni chilometri di questa bellissima ciclabile ed all’altezza di Pastrengo la lascio per riportarmi sulle vie tradizionali. Sono costretto per alcuni chilometri, fino a Sandrà, su una strada che potrebbe essere trafficata, ma che l’orario del pranzo e la calura estiva, ci sono già più di 30°C, rendono scarsamente affollata. Seguendo la traccia svolto a destra su una strada secondaria immersa nuovamente nei vigneti, ma questa volta sono in pianura e non rischio brutte sorprese. Arrivo a Castelnuovo, passo a fianco del Gardaland Resort e sbuco a Cavalcaselle sulla ex-statale Verona Brescia. Attraverso Peschiera e non posso che fermarmi e fotografarmi sul ponte della fortezza.
Peschiera d/G
Peschiera d/G, darsena
Il centro brulica di turisti, l’estate sul lago non è ancora finita! Dopo tante ore passate nella pace e nella tranquillità vedere un poco di vita e di vivacità non guasta! Giusto qualche minuto ed all’uscita di Peschiera, lascio nuovamente il traffico per dirigermi verso Monzambano, obiettivo arrivare a Desenzano per le vie senza traffico delle prime colline moreniche. Passo davanti al santuario del Frassino, ma è troppo presto, riapre alle tre del pomeriggio ed io mi accontento di fotografare l’esterno.
Santuario del Frassino
Strada bianca a Monzambano
Seguo la traccia, durante questo traverso percorro due brevissimi tratti di strada bianca, le colline moreniche sono piene di strade di questo tipo, lasciate senza asfalto, ma ben tenute e utilizzate soltanto da gente del luogo. Arrivo alla torre di San Martino della Battaglia celebre monumento che ricorda le guerre di indipendenza dall’Impero austriaco e dalla cui sommità, nelle giornate più limpide, si possono vedere distintamente, sia gli Appennini, sia i ghiacciai alpini. Mi fermo, cerco l’angolazione migliore con l’esposizione al sole della torre e mi scatto un vanitoso “selfie” di soddisfazione.
Torre di S.Martino della Battaglia
Torre di S.Martino della Battaglia
In fondo mancano pochi chilometri a casa ed è già tempo di resoconto. Lungo gli ultimi chilometri che da Desenzano mi conducono a Polpenazze attraverso la poco frequentata strada di Maguzzano, inizio a ripercorrere questa splendida giornata nella mia mente.
Il segno premonitore ha avuto conferma, l’itinerario si è rivelato perfetto, senza traffico, con panorami sempre spettacolari, il meteo favorevole con cielo limpido, aria frizzante in montagna (13°C) e caldo afoso (34°C) sul basso lago. Alla fine, 190km e 3.123m di dislivello per uno spettacolo che è durato 8h 44′. Tutto gratuito, gentilmente offerto da madre Natura! Unico requisito richiesto un poco di allenamento e tanta determinazione. In assoluto uno dei miei giri meglio riusciti.
Oggi venerdì 24 agosto con Carlo partiamo in automobile verso la media valle Camonica, la meta di giornata è il passo del Vivione, una delle salite più belle dell’intera zona. Purtroppo per motivi logistici e di tempo sono trascorsi già cinque anni dall’ultima scalata. Il giro è collaudato, ma quest’anno voglio percorrere la ciclabile “TonalePò” per risalire la valle, in modo da evitare completamente il traffico stradale. Alle 8.13 siamo a Malegno dove ci sta già aspettando Marco U. (aka Furi) che ha preferito parcheggiare a Pisogne e scaldare un po’ la gamba. Scendiamo a Cividate Camune alla ricerca di un bar adiacente ad uno degli ingressi alla pista ciclabile. Due caffè, un cappuccio, una brioches e siamo pronti per partire. Ho impostato la traccia del percorso sul mio Xplova X5 in caso i cartelli fossero poco visibili. Il percorso ci accoglie subito con una meravigliosa e stretta galleria e con un suggestivo ponte sull’Oglio che ci sposta sulla sponda occidentale del fiume.
Inizio ciclabile a Cividate
Ponte sull’Oglio
Galleria dopo Cividate Camuno
Proseguiamo, la giornata è di quelle autunnali, cielo plumbeo quasi ovunque e foglie sull’asfalto. La ciclabile si sposta a zig-zag tra campi e boschi con continui saliscendi. Fin da subito ci lascia intuire che non sarà una semplice strada di avvicinamento al passo, ma ci scalderà per bene i quadricipiti (video). Io, Carlo e il Furi chiacchieriamo e disquisiamo sul meteo, dovrebbe piovere nel primo pomeriggio e noi stiamo cercando di calcolare se riusciremo a rimanere asciutti. Prima di Capo di Ponte ancora un paio di sorprese ci aspettano, il guado su grandi pietroni di un piccolo torrente ed una splendida vista sulla Concarena, unico monte quasi sgombro da nembi e sovrastato dal cielo azzurro.
Guado sul ruscello
Concarena
Nell’abitato di Capo di Ponte attraversiamo l’Oglio e ci riportiamo sul versante orientale, qui inizia una breve salita, ma con pendenza a tratti prossima a 18%. Al termine, mentre siamo immersi nel sottobosco, l’asfalto lascia il posto allo sterrato per un breve tratto. Un incanto! Nonostante la fatica di queste prime corte rampe di garage ci stiamo divertendo!
Breve tratto gravel, bellissimo!
Ciclabile della val Camonica, passaggio gravel
Fine del tratto sterrato
Arriviamo a Sellero, qui la strada ritorna sulla sponda occidentale e attraversa il centro storico del borgo con rampe decisamente impegnative, ad alleviare il tutto lo splendido fontanone di acqua fresca e gli scorci sul torrente Re, teatro del magnifico presepe con statue e abitazioni a grandezza naturale durante il Santo Natale.
Sellero
Sellero
Sellero
Oggi noi ci accontentiamo di fotografare il corso d’acqua e le capanne, ma è facile immaginare quale spettacolo sia in inverno. Dopo aver rabboccato le borracce ripartiamo, la salita non è ancora finita e gli ultimi strappi già al di fuori della frazione di Novelle ci portano ad una caratteristica “Cima Coppi” posta a 500m s.l.m. Si tratta del punto più alto della parte di fondo valle della ciclabile. Noi non perdiamo certo l’occasione per un selfie irriverente e simpatico.
Cima Coppi sulla ciclabile camuna
Si scende ora verso Forno Allione, qui lasciamo la ciclopista ed iniziamo la salita clou di giornata, il Passo del Vivione. Salendo dalla val Camonica è un’erta decisamente impegnativa, sia per la lunghezza 20km, sia per il dislivello totale poco più di 1.300m con pendenza media di 6,7%. Questo, però, non deve trarre in inganno, dopo alcune rampe sopra il 10% nella prima parte, sono gli ultimi 6km quelli più impegnativi. Quì la strada, attraversata tutta la valle seguendo il corso del torrente, inizia ad inerpicarsi sul costone della montagna con pendenze sempre sopra 8% e spesso in doppia cifra. Fino all’abitato di Paisco stiamo insieme chiacchierando, in seguito Carlo a qualche difficoltà in più e si stacca, lo aspettiamo al termine della splendida pineta di fondo valle alla fine di un rettilineo che termina con pendenza prossima a 15%.
Primo tornante del tratto duro a 6km dal passo
Carlo nel drittone della pineta
Carlo nel drittone della pineta
Shooting fotografico
Siamo pronti per lo shooting fotografico! Al termine di questo giro, in effetti, Carlo avrà un bel album di istantanee che lo ritraggono nei punti più panoramici e difficili delle salite. Ma quanto siamo bischeri! Proseguiamo, nuovamente compatti per qualche tratto, al passaggio della cascata una nuova fermata obbligatoria per fotografie. Difficilmente a fine agosto la si trova ancora così rigogliosa d’acqua, ma si sa quest’anno è stato particolarmente piovoso.
Io e la cascata
La cascata del Vivione
Il Furi osserva la cascata
Si riparte, a due chilometri dal passo si sale sull’altopiano, di fronte a noi un piccolo stagno in cui si specchiano le nuvole ed il cielo blu. Alle sue spalle cumulonembi coprono le vette innevate del ghiacciaio dell’Adamello, peccato! Comunque, anche così, la vista è uno spettacolo!
Stagno all’inizio dell’altopiano del Vivione
Stagno e Adamello tra le nuvole
Io ed il Furi percorriamo il lungo rettilineo che porta al rifugio del passo commentando che questi due chilometri ingannano sempre. Si vede il passo e sembra vicino, ma in realtà la pendenza non scende mai sotto 8% e duemila metri di strada sono lunghi! Arriviamo, le nubi si fanno più scure e minacciose, mangiamo una barretta, scattiamo qualche foto, arriva Carlo, lo immortaliamo con altre foto.
Passo del Vivione 1.827m
Passo del Vivione 1.827m
Passo del Vivione 1.827m
Carlo al passo del Vivione
Decidiamo, con un poco di rammarico, di ripartire. Ci fermeremo per il panino in fondo alla discesa, quando saremo un poco più sicuri di non prendere acqua. La discesa verso Schilpario, è meravigliosa ed allo stesso tempo pericolosa, la strada nei primi chilometri è molto stretta, ci passano una bici ed un’auto, non di più. Le curve spesso sono cieche e bisogna usare molta prudenza.
Inizio discesa
Discesa verso Schilpario
Arrivati nel bosco la carreggiata si allarga un poco e ci dà più sicurezza, la velocità aumenta. Io mi attardo, al solito devo scattare alcune fotografie.
Concarena
Concarena e alpeggi
Ci ricompattiamo ad una fontana nel centro di Schilpario, un borgo molto frequentato in inverno da sciatori alpini, ma, soprattutto, dai fondisti. Anche d’estate l’escursioni in alta montagna e in arrampicata portano comunque turisti. Il Furi riparte, Carlo lo segue, io sto ancora riempiendo la seconda borraccia quando alzo la testa ed ho dei dubbi su dove siano. Chiamo Carlo, per sicurezza, e riparto. A Dezzo di Scalve inizia la seconda salita, ma prima di affrontarla ci fermiamo a mangiare un panino e bere un caffè; Carlo aveva proprio fame e non avrebbe mai iniziato la seconda salita senza aver mangiato qualcosa di un poco più sostanzioso di una barretta.
Ripartiamo, attraversiamo il ponte ed iniziamo nuovamente a salire, la Croce di Salven è il punto più alto (1.108m) della strada che riporta in provincia di Brescia nel comune di Borno. Non è un’erta difficile, sono 8,8km con pendenza media di 3,8%, anche qui un lungo tratto in falsopiano maschera molto le reali pendenze che nei primi ed ultimi chilometri sono comunque da salita vera attorno a 7%. Circa a metà una coppia di amatori affiancano me ed il Furi, Carlo si era staccato di poco e saliva “del suo passo”. Ci avevano visti alla partenza della ciclabile a Cividate, hanno parcheggiato l’auto a Lovere, sul lago d’Iseo, ed hanno risalito per intero la valle. Mentre discorriamo amabilmente arriviamo in vetta. Io giro la bici e scendo un tratto incontro a Carlo, mi fermo in un punto che reputo panoramico per fotografare la valle di Scalve ed il passo. Scorgo da lontano la nostra splendida maglia da “Cicloturisti!”, decido di aspettare lì, e di ultimare lo shooting a Carlo.
Croce di Salven
Carlo alla Croce di Salven
Croce di Salven
Poco dopo lo “scollinamento” ci ricmpattiamo con il Furi, iniziamo la discesa attraverso Borno e Ossimo. La strada è molto larga, si scende in velocità, di fronte a noi lo spettacolo della valle e dell’Adamello. Io inevitabilmente mi fermo e fotografo, giunti a Malegno Carlo e Marco mi aspettano.
Un saluto al Furi che prosegue in bici verso Pisogne cercando di scoprire se anche la parte a sud della ciclabile è bella ed interessante come quella che abbiamo percorso in mattinata. Io e Carlo siamo arrivati, carichiamo la bici in automobile, ora in valle il sole è tornato a splendere. Sono poco più di 90km con 2.300m di dislivello: corto ed intenso, ma soprattutto oggi abbiamo scoperto una bellissima ciclabile la “TonalePò”!
Oggi 18 agosto è una giornata speciale. Ho lanciato l’idea di percorrere alcune delle più famose e suggestive strade del Garda bresciano. In quattro hanno risposto al mio invito. Carlo e Max che non hanno mai percorso molte di queste strade; Dario e Francesco che ne hanno una conoscenza più approfondita e recente. Nessuno di loro, però, è ancora passato dalla “hidden road”. Per una volta non sarò il fotografo di paesaggi, ma il Caronte di una gita che ha, già nel percorso, i presupposti per essere indimenticabile. Ore 6.30 parto alla volta di Salò dove mi incontrerò con il resto del gruppo, non senza aver prima immortalato l’ennesima alba.
2 Alba da Polpenazze
4 Lungolago di Salò
5 Lungolago di Salò, monte Baldo sullo sfondo
Il ritrovo è alle ore sette del mattino al parcheggio di Barbarano. Arrivo puntuale, davanti a me vedo la sagoma di Dario che sta sganciando il pedale. Carlo, Max e Francesco sono arrivati in automobile per motivi logistici e di tempo, anche loro sono praticamente pronti. Tengo un piccolo “briefing” prima di partire, il mio amico Dario non conosce ancora lo spirito pazzo che alberga i Cicloturisti! Si parte, rigorosamente in fila indiana, nonostante l’ora mattutina siamo pur sempre su una statale, la 45bis gardesana occidentale. Poco meno di mezz’ora e siamo a Maderno, suggerisco di tenere la destra per percorrere l’intero lungolago ciclabile. A metà pista si trova il punto del promontorio da cui si ha una visione a 270° della quasi totalità del lago: a nord la scoscesa parete sopra Campione e Malcesine, a sud l’intero basso lago da Torri fino a Gardone Riviera passando per la penisola di Sirmione e la Rocca di Manerba.
8 Maderno, vista sul lago
6 Lungolago ciclabile di Maderno
Ripartiamo, terminato il lungolago, restiamo su vie interne che ci conducono direttamente alla chiesa di Toscolano alla fine del paese. Riprendiamo la gardesana, altri venti minuti e siamo a Villa di Gargnano, a mio avviso uno dei più graziosi porticcioli del lago, deviamo dalla statale per attraversarlo, usciti ci troviamo a Gargnano dove effettuiamo la prima vera sosta. C’è chi mangia qualcosa, chi fotografa, chi rassicura i familiari con sms, chi chiacchiera amabilmente, poi arriva il momento selfie e dopo alcuni tentativi a Dario viene la malsana idea di dirci “Fatene una voi quattro soli”.
15 Il mog passeggia
10 Gargnano, lungolago
9 Gargnano, lungolago
Ecco riuscire l’istantanea più vanitosa che potessimo fare, manco fossimo “I fantastici 4”.
Si riparte, ci infiliamo nella vecchia gardesana, che passa davanti a villa Feltrinelli, ex residenza del Duce. Qualcuno avanza dei dubbi, pensava che l’avessimo già incontrata prima, parte l’embolo dell’ignoranza a tutti. “Ma no, il Mog ti prende in giro ha fatto mettere il cartello lì sull’inferriata, ma è tutta una finta.” Francesco, quando si tratta di sfottò, è sicuramente il migliore tra noi. Nonostante tutto arriviamo alla sbarra che delimita la parte franosa, la attraversiamo e tramite una breve e panoramica salita saltiamo la prima lunga e pericolosa galleria di Gargnano. Ci fermiamo ancora per qualche scatto ed usufruire degli splendidi servizi igienici che madre natura ci ha donato.
Si riparte, nuovamente sulla 45bis, due gallerie la prima suggestiva con rocce a vista, la seconda lunga ed in discesa ci portano al Prà de la Fam. Ivi giunti ci accoglie sua maestà il Peler in tutta la sua forza. Il lago già brulica di kite e windsurf, in questo che è considerato per antonomasia il paradiso della vela. Noi proseguiamo ad andatura cicloturistica, oltrepassiamo la lunghissima galleria di Campione e ci ritroviamo, finalmente, al bivio per la prima meta di giornata, la strada della Forra. Svoltiamo a sinistra e già la vista verso il basso lago è di quelle da brivido. Tengo a freno gli entusiasmi di Max, imponendogli come prima sosta fotografica il primo tornate. So che quello è in assoluto il punto migliore per scattare istantanee prima di entrare nell’orrido. Ci fermiamo, estraiamo tutti quanti il nostro cellulare e scattiamo, come fossimo cow-boy appena usciti da un saloon.
17 Primo tornante della strada della forra
19 Campione del Garda, dal primo tornante
18 Primo tornante della strada della forra
Si riparte, evitiamo la brutta (senza illuminazione!) galleria utilizzando, per l’ennesima volta, la vecchia strada che passa sul fianco della montagna. Negli ultimi anni ripetute frane ne hanno ridotto la carreggiata a meno di un metro in alcuni punti. Rientrati sulla via maestra, Dario e Francesco, che conoscono la strada, si avvantaggiano in salita. Io resto con Carlo e Max ad espletare le mie mansioni di Cicerone. Ad un tornate a destra abbandoniamo temporaneamente il lago per infilarci nella Forra. Meravigliosa come sempre (video 2’49”). Prima di entrare nell’abitato di Pieve ci ricompattiamo, suggerisco di tenere il rapporto agile e di seguirmi in fila indiana, entreremo nei vicoli e nei sottoportici più nascosti del borgo per giungere così direttamente nella piazzetta del belvedere, detta anche terrazza del brivido.
26 Il lago dalla terrazza del brivido
24 Pieve di Tremosine, terrazza del brivido
25 Momento social
21 Pieve di Tremosine, terrazza del brivido
22 Pieve di Tremosine, terrazza del brivido
Nuova sosta fotografica, i canadair ci passano ripetutamente a pochi metri per scendere sul lago a rifornirsi d’acqua. Purtroppo due giorni or sono un fulmine ha acceso un focolaio nel bosco della valle di Bondo, il forte e caldo vento ha fatto divampare le fiamme che in poco tempo hanno devastato interi ettari di pineta, la situazione ora è in miglioramento, ma apprendiamo che forse il passaggio per passo Nota è chiuso.
28 Canadair
29 Canadair sul lago
Ripartiamo in direzione Vesio, perlomeno vedremo la valle di Bondo, migliaia di anni fa sede di un piccolo laghetto. Da Pieve a Vesio la strada è sempre in salita anche se non impegnativa, 4km e si è al bivio per Limone. Noi proseguiamo sulla nuova strada che conduce verso Bondo senza attraversare il centro del paese. Una rampa di cinquecento metri con pendenze tra 13% e 17%. Carlo non la digerisce e mi fa notare che l’attempato signore che era dietro di noi è salito dal paese su un clivo sicuramente più dolce. Io incasso. La strada è chiusa, ma se desiderassimo andare a passo Nota ci lascerebbero passare in quanto l’incendio è sull’altro lato del monte.
32 Canadair impiegati per spegnere l’incendio
33 Strada chiusa per passo Nota
34 Bosco bruciato in val di Bondo
Dopo una rapida consultazione, decidiamo all’unanimità che sarebbe di cattivo gusto nei confronti di chi sta lavorando. Passo Nota next time! Ritorniamo a Pieve, un carabiniere ci ha confermato che da lì, passando per Pregasio e Sermerio si può riprendere la Tignalga e rientrare sul percorso originale. Sono 5,5km di salita che ci portano dai 420m della Pieve ai 640m dello scollinamento dopo l’abitato di Sermerio. Tutti con incantevoli panorami sul lago, sul monte Baldo, e sui borghi di Tremosine. Sembriamo un gregge di pecore sparpagliate in salita, qualcuno qualche decina di metri avanti ad altri, qualcuno a volte, persino, da solo, ma sempre a poca distanza gli uni dagli altri. Siamo così, Cicloturisti, ognuno fa quel che preferisce. Lungo questo pendio Carlo mi chiede di descrivergli meglio la salita che lo attenderà dopo, quella che risale verso Tignale, e che io, precedentemente, avevo definito “un po’ come Vallio”. Francesco non si lascia scappare l’occasione ed inizia il tormentone: “Carlo, poi, puoi mandarmi anche aff… ma perché vuoi farti del male da solo, sai già che ti dirà che è dura; vivi nella tua ignoranza”, ne nasce la solita chiacchiera da bar che durerà tutti e cinque i chilometri. Aggirato Sermerio ci troviamo di fronte la piana interna di Tremosine e la valle di San Michele. Una sosta ristoratrice al meraviglioso e fresco fontatone non ce la toglie nessuno. Intanto ammiriamo i panorami.
35 La valle di San Michele
38 La valle del torrente San Michele
37 Parleranno di lavoro?1?
Ripartiti, scendiamo fino al ponticello sul torrente San Michele, ora inizia la salita, 2,5km la prima parte, la più dura con pendenza sempre sopra il 10% e con punta del 14%. Nuovamente Dario si avvantaggia (d’altronde in salita sembra un camoscio!) stavolta è Max che gli fa compagnia. Io e Francesco disquisiamo amabilmente delle nostre vacanze, lui in Olanda ed io a Monaco e Innsbruck; Carlo resta qualche metro indietro ascoltando e chiosando qua e là i nostri discorsi. Terminata la prima salita, una corta discesa, un breve strappo di cinquecento metri abbastanza intenso ed alcuni chilometri in falsopiano ci introducono al comune di Tignale. Siamo alcune decine di metri sopra a Prabione e nuovamente la vista del lago ci stupisce, il forte vento ha reso il cielo ancor più limpido e la visibilità è ampia. Arriviamo all’incrocio per l’Eremo di Montecastello, luogo con una bella vista sul lago. Dario e Max, ci stanno aspettando; in precedenza avevo lanciato l’amo: “Niente passo Nota, potremmo salire all’eremo e godere della fantastica vista da lì”.
54 Tignale, bivio per l’eremo
39 Selfie prima del muro di Montecastello
Parlottiamo, com’è, come non è, sono 350m cementati con pendenza vicino al 20%, ne vale la pena… Carlo nuovamente chiosa: “Beh, io vi aspetto qua, il posto è bello, intanto mangio qualcosa”, Francesco reagisce: “Quanto tempo ci vuole ad arrivare in cima?” Io rispondo: “Cinque o sei minuti in bici, di più a piedi”, infine Francesco decide: “Allora si sale!” Partiamo alla spicciolata, dopo i primi 150m asfaltati con pendenza normale, parte il tratto cementato. All’inizio ancora 100m attorno al 16%, poi dopo il tornante un ‘drittone’ di 200m tutto tra il 19% e il 28%, mi alzo sui pedali, la bicicletta danza a destra e sinistra con cadenza lenta, io sbuffo come una locomotiva a vapore quasi per scandire il mio passo, dietro di me il ‘camoscio’ Dario non si fida a superarmi solo perché non l’ha mai percorsa, ma potrebbe passarmi avanti in qualsiasi momento, poco dietro Francesco, più indietro non sento e non riuscendomi a girare non so. Finisco il rettilineo quattro metri di tornate quasi piatto consentono un respiro profondo prima degli ultimi 100m sempre attorno al 18% (video). Arrivo! Subito dietro Dario, poi Francesco. Saliamo gli scalini ed entriamo nel giardino-sagrato basso della chiesa, posizioniamo le bici in fila sul parapetto in pietra e saliamo sul sagrato più alto, quello da cui si domina il lago. Inizia la gara di fotografia!
43 Eremo di Montecastello
45 Interno della Madonna di Montecastello
48 Monte Baldo
42 Eremo di Montecastello
Arriva anche Max, gli ultimi metri ha scelto di farli a piedi per sicurezza, aveva paura di non sganciare il pedale in tempo in caso di fermata. Troppa prudenza! Entro in chiesa scatto un paio di fotografie, esco e scendo la scalinata, sta arrivando anche Carlo, alla fine è salito anche lui consumando le “tacchette” delle scarpe. Mi impone l’addebito del costo delle nuove che dovrà comprare. Spero che l’incommensurabile vista lo possa ripagare dello sforzo e dell’usura e che non dia seguito alla sua richiesta pecuniaria.
46 Eremo di Montecastello
50 IronMax a Montecastello
49 Tutte e cinque le bici sono arrivate in vetta
Max, nel frattempo, discorre amabilmente con una famiglia di turisti del nostro lago. Francesco, che ha il rientro forzato entro l’una, inizia un nuovo tormentone: “Max! ti presento io un’insegnante madrelingua, peraltro gn***a se hai bisogno di rinfrescare il tuo inglese, ora andiamo!” Finalmente IronMax scende e con lui la famigliola alla quale ci sentiamo in diritto di chiedere di scattare qualche fotografia a noi cinque davanti alle nostre biciclette.
52 Cicloturisti all’eremo di Montecastello
51 Cicloturisti all’eremo di Montecastello
Reminiscenze di gioventù, quando in televisione davano “La banda dei cinque”. Dopo questa lunga pausa, circa venti minuti, ripartiamo. La maggior parte del giro, ormai, è alle spalle, ora dobbiamo attraversare Tignale per scendere nuovamente a bordo lago e rientrare a Salò. Appena fuori dal borgo, lungo un ampio tornante a destra è posizionato il Belvedere, una terrazza quasi a picco sul lago posta all’altitudine di 500m circa. Breve sosta per consentire fotografie e selfie.
58 Tignale, belvedere
57 Tignale, belvedere
Le sorprese per i miei compagni di viaggio non sono ancora finite, manca all’appello la “hidden road”. Dopo aver raccomandato a tutti quanti di non sopravanzarmi in discesa, ripartiamo. Infatti a cinquecento metri dall’incrocio con la statale devio su una stradina laterale destra che risale per poco meno di un chilometro riportandoci su curvoni panoramici, questa è la vecchia strada che collegava Gargnano a Tignale e si innesta direttamente alla sbarra posta a fianco della prima galleria. Purtroppo, causa frana, questa strada è interrotta, la si può affrontare solo in bicicletta in quanto è stata liberata solo un sottile striscia di asfalto dove poter far scorrere le esili ruote di un velocipede; così facendo ci ritroviamo direttamente a Gargnano senza aver affrontato alcuna galleria e senza essere stati toccati dal traffico automobilistico. Il caldo di mezzogiorno ora si fa sentire ci sono più di 30°C ed il fresco delle pinete dell’alto Garda è già un ricordo. Ripassiamo di fronte a villa Feltrinelli ed il tormentone di Francesco riparte come una cambiale in scadenza. Entriamo in statale, ma, dopo soli tre chilometri la abbandoniamo alla rotonda di Bogliaco seguendo a destra per Roina. Ci intrufoliamo nella stradina interna che costeggia il campo da golf. In questo modo evitiamo altri cinque chilometri di gardesana, beneficiamo dell’ombra del piccolo bosco che costeggia il golf ed ammiriamo i graziosi borghi di Cecina e Pulciano. Unico inconveniente, aumentiamo il dislivello complessivo di altri 150m, cosa forse poco gradita a Carlo, il più stanco di tutti, che arranca un poco sull’ennesima corta rampa al 15% che conduce a Pulciano. Dopo l’ennesima discesa panoramica, rientriamo in statale questa volta definitivamente fino a Barbarano di Salò, in fondo sono solo sei chilometri. Siamo al parcheggio per Francesco e Carlo l’avventura odierna finisce qui, sono da poco passate le 13.00 quasi come da tabella di marcia.
Io, Dario e Max proseguiamo insieme fino a Polpenazze, lì anche io sarò arrivato e loro rientreranno verso la città. Il caldo inizia ad essere insopportabile ed una volta attraversata la mia città natale, prima di affrontare le Zette, riempiamo le borracce alla fonte Tavina. Lungo le poco trafficate strade della Valtenesi con Dario tiriamo le somme del giro, alla fine i 2.000m di dislivello li ho passati ed anche i 100km, per l’esattezza 114km, il meteo è stato dalla nostra e ci ha consentito di beneficiare di visuali ampie e profonde sull’intero lago, raramente in piena estate si distingue così bene la penisola di Sirmione da Tignale e Gargnano. Grazie a tutti!
Starring:
FRANCESCO: l’amico di sempre, mio testimone nuziale, colui che dall’età di sei anni mi sopporta, vale il viceversa, compagno di mille avventure prima nel basket poi in sella; carattere a volte scorbutico, ma sempre sincero: IRRIVERENTE
DARIO: conosciuto per lavoro ormai quasi vent’anni fa, titolare insieme al fratello di un negozio bici/moto a Rezzato (se state per salire a San Gallo e avete problemi alla bici passate da lui ve li risolverà!) chiacchierando durante il lavoro scopriamo di avere molti interessi in comune, sempre gentile e rispettoso: GARBATO
MASSIMO: (IRONMAX ormai StoneIronMax dopo che ha concluso lo StoneBrixiaMan) conosciuto solo un anno fa, da subito si è creata la giusta alchimia, persona affabile e generosa, fisicamente il più tosto di tutti: GRANITICO
CARLO: conosciuto, quasi per caso, durante il Giro dei cinque colli bresciani più di una decina di anni fa. Al solito io chiacchieravo mentre salivo e nonostante questo ha deciso di essermi amico: DIPLOMATICO
MARCO: (aka IL MOG) che poi sarei io. Beh se avete letto il blog già sapete molto di me altrimenti: cosa aspettate a leggere gli altri articoli?!?
Sono le 5.15 del mattino di sabato 28 luglio quando parto da Polpenazze per affrontare una tra le salite più “arrabbiate” d’Italia: la temibile punta Veleno in località Prada Alta, un piccolo altopiano a mille metri di quota sopra la sponda veronese del lago di Garda. Da alcuni anni, ormai, la tengo sott’occhio, ma per un motivo o per l’altro durante i miei soggiorni estivi lacustri non sono ancora riuscito a trovare il momento giusto. Oggi lo è! La giornata inizia con gli ultimi scorci dell’eclissi totale di luna, alla partenza una rapida istantanea al nostro satellite è un tributo dovuto.
Luna Piena
Golfo di Salò
Rapido scendo a Salò, mentre il sole inizia a rischiarare il cielo dietro al monte Baldo. Le luci ancora accese sul lungolago e nelle vie danno un sapore magico al mio golfo. Qualche fotografia e si riparte, il primo obiettivo è di risalire tutto il lago fino a Riva d/G nel minor tempo possibile, ma senza affaticare troppo la gamba.
Golfo di Salò
Golfo di Salò
E’ così che prima delle 7.30 sono nella cittadina trentina senza avere subito il traffico estivo della gardesana. La giornata è piuttosto afosa, l’orizzonte non è limpido, guardando il basso lago si vede già molta foschia. Mi fermo in piazza dell’imbarcadero, dove sono ancora ormeggiati metà della flotta dei battelli di Navigarda (l’altra metà è a Desenzano e Peschiera). C’è l’Italia, il battello a pale dei primi del novecento, il mio preferito, quello che mi porta alla mia adolescenza. Inevitabile un reportage fotografico a lui dedicato.
Italia il battelo a pale!
Italia il battelo a pale!
Faccio la mia colazione e riparto, attraversando le vie del centro, giungo a Torbole. La quantità di negozi e noleggi di biciclette in questa zona è incredibile e molti sono già aperti a quest’ora. All’uscita del paese mi fermo su un pontile per qualche scatto verso la magnifica strada del Ponale e verso monte Brione che separa i due comuni del Garda trentino.
Monte Brione
Pregasina e la Ponale
Issate le vele riparto verso sud con un notevole vento a favore, senza nessuno sforzo spesso supero i 30km/h a volte raggiungo i 40km/h. Proprio quello che mi ci vuole per arrivare a Castello di Brenzone con la gamba calda, ma ancora piuttosto riposata. Sono le 8.10 ho già percorso 81km ad un media per me inusuale di 27km/h, per forza, ho solo 500m di dislivello nelle gambe, ma ora si recupera! Seguendo pedissequamente le indicazioni del mio Xplova X5 salgo a Castello dalla peggiore delle strade, il muro di via del Dosso, una cementata di trecento metri tutta sopra il 20%! Giusto per preparare la gamba a ciò che sta per arrivare (ndr scartabellando su Strava solo 153 rincitrulliti sono passati di lì ed io sono 14imo!). Altri cinquecento metri nell’abitato di Castello e con svolta secca a sinistra parte punta Veleno, annunciata da un grande e dettagliato cartello.
Inizio salita
1° tornante
Si trovano scritti il tracciato altimetrico, le pendenze medie di ogni mezzo chilometro, il totale della salita per giungere a Prada Alta, 8km, la quota di partenza 164m, la quota di arrivo 1.156m e la pendenza media dei primi 6km “solo” il 15,3%, ma soprattutto quattro fotografie di ciclisti di cui una con un amatore che mestamente sale a piedi. Insomma “lasciate ogni speranza voi che entrate”. La catena sale immanentemente sul pignone da 32 denti e credo che lì starà per un bel po’. Il primo chilometro in realtà non sembra così terribile, qualche rampa intorno al 12% si alterna a pendenze normali di 8% e 10%, io procedo con circospezione. Dopo cinquecento metri il primo tornante, il 20°, la numerazione è decrescente come è giusto che sia per dare l’idea di quanto manchi all’arrivo. Alla fine del primo chilometro il tornante 18°, davanti a me un bel rettilineo con pendenza tra il 15% e il 18%.
La velocità ha del ridicolo tra i 4,5km/h ed i 5km/h la cadenza di pedalata tra le 36 e 42 battute al minuto. Scopro così, dopo anni, che il mio Joule gps sotto i 5km/h non aggiorna la pendenza istantanea. Poco male ho imparato a conoscermi ed ho una personale tabella; fino al 14% posso salire seduto in posizione arretrata per utilizzare anche i muscoli posteriori, sopra al 14% la ruota anteriore inizia ad impennare e devo, forzatamente, mettermi in punta di sella con la schiena bassa e la testa davanti all’attacco manubrio. La posizione in fuori sella è da escludere, a quella velocità diventa più un esercizio di equilibrismo poco ergonomico, alzare la cadenza e la potenza significherebbe scoppiare dopo massimo un chilometro e non vedere la cima. Proseguo, passano i tornanti, il terzo chilometro è un rettilineo unico e non mi sposto mai dalla posizione in punta di sella, i reni stanno scoppiando, la schiena fa più male delle gambe, ma con caparbietà e sempre al minimo insisto.
Dal quarto chilometro ricominciano i tornanti, almeno lì per qualche secondo riesco a rilassare la schiena. Prima del quinto chilometro al tornante 9° si apre la vista sull’orrido della valle di Trovai o Berton. Niente da fare, complice il fatto che sul tornante la strada spiana e mi consentirà un’agevole ripartenza, devo fermarmi a scattare un paio di fotografie. Sto fermo il minimo indispensabile, durante queste ascese è sempre una brutta idea interrompere il ritmo della pedalata.
Tornante 9
Tornante 9
Riparto, fortunatamente tra i 5,5km e i 6,5km la pendenza è leggermente più dolce, riesco a portarmi in posizione arretrata più di una volta. Arrivo ai primi alpeggi, sono ormai sopra quota 900m, il più è fatto. Ancora pendenze cattive fino a poco oltre il settimo chilometro, poi finalmente si comincia a rifiatare, distendo la schiena, inserisco anche il 28 per un breve tratto e mi godo il bosco di Prada Alta.
Primi alpeggi a 900m
Bosco di Prada Alta
La strada è quasi piatta, o così sembra, dopo questa salita verticale. Ecco! Vedo finalmente la fine della valle di Trovai, quella che crea l’orrido verticale sul lago. Attraverso un ponticello e mi porto sull’altro versante, da qui una vista suggestiva sulla nuda montagna che sovrasta verticalmente la strada per gettarsi a capofitto verso il lago. Ovviamente mi fermo e fotografo, peccato per la foschia sul lago, ma come dice Giorgio #nevalsemprelapena!
Orrido della valle di Trovai
Valle di Trovai
Questo era il mio premio per la fatica, questo passaggio da solo vale il viaggio! Ora ancora qualche centinaio di metri e mi trovo su un bel prato erboso da cui si erge il cartello di “fine salita” di Punta Veleno. Questa volta mi fermo ed il selfie è obbligatorio, come lo è l’istantanea pubblicazione su Instagram.
Fine Punta Veleno
Inizia la discesa
Mangio e me la godo un poco. Riparto, venti chilometri di lunga discesa, su ampia carreggiata, mi condurranno sino a Torri del Benaco. Scendendo, scopro che San Zeno in Montagna (500m s.l.m.) è una località turistica viva e densamente affollata al pari delle più rinomate cittadine a bordo lago. La vista su gran parte del basso Garda è incantevole e la temperatura leggermente più fresca e sicuramente meno umida la fanno sicuramente apprezzare agli amanti delle vacanze un poco più tranquille.
Lago di Garda da San Zeno in Montagna
Mucche al fresco a Prada Alta
Arrivato sul lungolago di Torri scopro che il traghetto sta già arrivando, quindi niente fotografie e lesto verso la biglietteria; 8€ il costo per una bicicletta sul traghetto per Maderno. Oggi per me li vale tutti perché questo mi consentirà di evitare il giro del basso lago affollatissimo in questo primo fine settimana di ferie per le grandi aziende. Salito sul battello, mi rilasso, mangio e scatto altre istantanee dal lago.
Porto di Torri del Benaco
Castello di Torri del Benaco
Monte Pizzoccolo e monte Castello
Spiaggia di Maderno
Sbarco a Maderno alle 11.20, pochi chilometri di gardesana trafficata ed al bivio per il Vittoriale non ci penso troppo, svolto a destra e salgo a San Michele. La gamba è buona, si è riposata nel trasferimento. Tutto sommato, per eccesso di prudenza, non si è mai affaticata troppo neanche salendo a punta veleno, quella che stava urlando di dolore in effetti era la schiena. Spingo sui pedali, ne vien fuori addirittura un buon tempo con 205w di media, anche perché avevo avvisato casa che ero, stranamente, in anticipo e sarei riuscito ad arrivare per le 12.30 a pranzo. Scendo rapido a Salò e prendo la via che reputo più veloce per giungere a Polpenazze. Ore 12.35 apro il cancello, missione compiuta!
Oggi il grazie me lo tengo tutto per me, ma soprattutto per le mie gambe e per i miei reni!
Da un paio di anni desidero scoprire le salite delle valli bergamasche. Oggi sabato 21 aprile è il giorno giusto per percorrerne alcune. Alle 6.15 del mattino, con l’amico Giorgio, parto da Adro in direzione del Sebino. Oggi è il suo compleanno e, “ciclisticamente” parlando, uno dei modi migliori per festeggiarlo è quello di accompagnarmi alla scoperta di alcune delle sue strade preferite. Passano un paio di chilometri e già il naso guarda all’insù verso il Belvedere di Capriolo; poco meno di un chilometro con 8% di pendenza media. Giorgio dice che serve per scaldare la gamba?!? Dal momento che sono previsti più di 2.700m di dislivello non vedo tutta questa necessità, comunque accetto di buon grado (#lapianuranonesiste). Giungiamo al lago, attraversiamo il ponte sull’Oglio e ci troviamo in provincia di Bergamo. Il cielo è limpido presagio di una bella giornata. Il vento soffia forte da nord, come sempre a quest’ora sul lago. Noi lo costeggiamo fino a Tavernola Bergamasca, qui svoltiamo a sinistra ed iniziamo a salire verso Vigolo per poi prendere la strada verde che ci condurrà fino ai colli di San Fermo.
Sarnico
Tavernola, inizio salita
La salita è lunga e dai paesaggi meravigliosi (vedi Colli di San Fermo (da Vigolo, Bratta)), noi la affrontiamo ad un buon ritmo, almeno per me. Giorgio,invece, deve spesso tenere a freno la sua gamba per non scapparmi avanti. Dopo Vigolo entriamo nella valle e risaliamo gli alpeggi che portano a Bratta. Impossibile non fermarsi ed immortalare anche oggi questi scenari incredibili.
Località Bratta
Località Bratta
Sono passate quasi due ore dalla partenza e mancano ancora circa 6 km alla vetta, ci troviamo di fronte le rampe più dure quelle con pendenze attorno al 15%, ma chiacchierando amabilmente la fatica si sente meno. In breve siamo sopra ai 1.000m di altitudine e il primo tratto di sterrato è davanti a noi, da qui la vista all’orizzonte spazia anche verso nord e verso il ghiacciaio dell’Adamello, oggi leggermente offuscato, nonostante il cielo abbastanza limpido. Gli ultimi 2,5 km sono i più facili, lunghi falsopiani si alternano a brevi rampe.
Località Bratta
Il punto più alto, salendo da Bratta, è il colle di Caf (1.246m), da lì si domina il paesaggio della val Cavallina e delle Alpi bergamasche. Ci fermiamo, un rapido scatto fotografico ed una barretta energetica. Riapartiamo una breve discesa ci conduce al valico di San Fermo dove non possiamo evitare il selfie con il campanile della chiesa per commemorare il compleanno di Giorgio (San Fermo è la sua salita di allenamento preferita).
Colli di San Fermo, vista su val Cavallina
Colli di San Fermo
Il sole scalda, la temperatura è di 17°C e decido di scendere senza indossare la mantellina. Pazzesco! Solo un mese fa, qui come al Cavallino della Fobbia, c’era la neve e noi ci pedalammo sopra (vedi Passo Cavallino della Fobbia mon amour). A Grone, finita la discesa, optiamo per la sponda destra del lago d’Endine, molto meno trafficata della statale ss42 dell’altro versante. Possiamo godere, in tranquillità, delle incantevoli viste sul lago. Giunti a San Felice obbligo Giorgio ad una fermata, ho individuato un piccolo pontile da cui immortalare lo specchio d’acqua.
San Felice, lago d’Endine
San Felice, lago d’Endine
Proseguiamo girando attorno al lago, appena giunti ad Endine svoltiamo a destra in via Panoramica, questo ci consentirà di evitare la statale anche nel tratto a sinistra del lago e di congiungerci con la salita che porta alla forcella di Bianzano essendo già a mezza costa. La via è Panoramica di nome e di fatto, subito una rampa ci fa guadagnare quota, in questo modo lungo tutta la salita abbiamo una splendida vista sul lago e sulla val Cavallina. Oltrepassiamo Ranzanico e poco dopo esserci ricongiunti con la strada principale che sale dai Bianzano, ci fermiamo nuovamente per uno scatto e perché no anche per una barretta; anche oggi i kom su Strava li lasciamo agli altri 🙂
Bianzano, lago d’Endine
Bianzano, lago d’Endine
Ripartiamo, mancano ancora tre chilometri alla Forcella, la salita in tutto misura poco più di 6 km con pendenza media di 5%, sempre piuttosto pedalabile con alcuni
piccoli strappi ed alcuni tratti in leggera discesa. Arrivati alla Forcella iniziamo la discesa in valle Rossa, un centinaio di metri e sul tornate a sinistra troviamo la fontana meta obbligatoria per tutti i ciclisti, ovviamente ci fermiamo e rabbocchiamo le borracce. Ripartiamo la discesa è veloce e rettilinea in pochi minuti entriamo nell’abitato di Cene. Teniamo sempre la destra e siamo già sulla terza scalata di giornata. Il Santuario di Monte Altino si trova a 850m sul livello del mare. Sono poco meno di 5 km con pendenza di 9%, molto costanti, praticamente sempre in doppia cifra e con una rampa finale attorno al 15%.
La salita è stupenda, dapprima sale a tornati immersi nel bosco, poi prosegue con un lungo traverso fino al santuario. Talvolta si aprono radure e pascoli dai quali, guardando verso nord, si possono osservare le Alpi bergamasche ancora innevate. Io sono piuttosto stanco, e sono costretto a calare il ritmo. Giorgio invece ha sempre il solito passo, così mi stacca, avanza, e mi scatta qualche fotografia. Io ringrazio e pubblico.
Salita a Monte Altino
Salita a Monte Altino
Arriviamo al santuario ed io chiedo di poter salire fino al piazzale per scattare qualche foto. Così mi siedo sui gradini della scalinata e mi godo il paesaggio.
Santuario della Beata Vergine di monte Altino
Santuario della Beata Vergine di monte Altino
Ripartiamo, da qui per giungere al colle Gallo (763m) in realtà è quasi tutta discesa, attraversiamo ancora meravigliosi alpeggi e boschi per circa tre chilometri.
Alpeggi verso Colle Gallo
Alpeggi verso Colle Gallo
Siamo al Colle Gallo, anche qui un Santuario ricorda un’apparizione della Beata Vergine del 1690, ma questa è famosa per essere protettrice dei ciclisti, quindi siamo obbligati a fermarci e scattarci una fotografia a memoria di questo splendido giro.
Colle Gallo
Colle Gallo
Iniziamo la discesa che ci riporta in val Cavallina attraverso il borgo di Gaverina Terme, bella, ampia, con numerose curve e tornanti che invitano a lasciar correre la bicicletta per divertirsi. Dopo otto chilometri siamo nuovamente sulla temibile ss42 in direzione sud. Fortunatamente dopo solo tre chilometri Giorgio devia a destra verso Case Benti, prendiamo una parallela alla statale che ci permette di fare rifornimento idrico e di evitare un paio di chilometri di traffico, già perché la temperatura è salita fino a 30°C e io sto bevendo come un cammello! Si torna sulla via principale, ma per pochissimo, passato il paese di Entratico deviamo a sinistra in direzione Zandobbio.
Dopo circa quattro chilometri, ed aver attraversato la frazione di Selva, inizia l’ultima erta di giornata, San Giovanni delle Formiche. L’ho già scalata un paio di anni fa e ricordo che a fronte di una modesta lunghezza (meno di 3 km con pendenza media di 8%) racchiude in sé un insidioso chilometro costantemente tra 11% e 15%. Affronto la temibile rampa con cautela e le gambe girano meglio di quanto avessi immaginato, nel frattempo Giorgio è andato avanti al suo ritmo. Scolliniamo, oggi non c’è il tempo per arrivare all’ex monastero di San Giovanni (ora ristorante) dal quale si ha un ampio panorama sul lago d’Iseo. Ci accontentiamo di fotografare Foresto Sparso attraverso il bosco.
Foresto Sparso, dalle Formiche
Salita S.Giovanni
In fondo alla discesa attraversiamo l’abitato di Villongo prima e di Credaro poi. Ora ci infiliamo in una bellissima e stretta stradina che porta al ponte sull’Oglio di Castelli Caleppio. Attraversiamo il fiume e siamo di nuovo nel bresciano.
Credaro
Ponte sull’Oglio
Capriolo, Adro, arriviamo al parcheggio dove ho lasciato l’auto. Sono 118 km per quasi 2.800m di dislivello, la velocità media non arriva a 20km/h, ma considerato che è il primo vero giro lungo della stagione posso solo essere soddisfatto. Contento di aver scalato due nuove bellissime salite (Forcella e Monte Altino) in una splendida e, finalmente, calda giornata di sole. Felice di aver accompagnato Giorgio nel giorno del suo compleanno.
Sabato 14 aprile alle 6.38, prima che sorga il sole, parto direzione Coste e passo Cavallino della Fobbia da Vobarno. Luci accese quasi fossi un albero di Natale. Le previsioni sembrano essere buone, ma questo 2018 ci ha già riservato parecchie sorprese dalla neve in pianura di Marzo alle ultime copiose piogge. La temperatura è ancora di quelle invernali, 6°C in partenza. Passo Cavallino ed il mio pensiero inizia il suo “stream of consciousness” ancor prima che io inizi a pedalare. Era il 25 aprile del 1997 quando lo scalai per la prima volta e fu subito sofferenza ed amore. All’epoca si calcolava ancora il chilometraggio con il compasso sulla cartina del TCI ed il dislivello per differenza tra la sommità dei passi e le quote dei paesi di fondo valle. Per capire le pendenze ci si affidava al simbolo “>” una freccia meno di 6%, “>>” fino a 11%, “>>>” più di 12% di pendenza, ma quelle della Fobbia non erano indicate, stradina secondaria e poco rilevante. Così, al mio terzo anno ciclistico, dopo aver scalato Lodrino mi trovo davanti la salita dal versante di Vestone; magnifica, ma capii subito che sarebbe stata dura e indimenticabile. Dopo Treviso Bresciano, all’altezza del Santuario della Madonna delle Pertiche, vidi Lei, tutti gli Angeli, gli Arcangeli e i Santi del Paradiso! La mia più colossale crisi di fame, mi fermai, mangiai tutte le merendine che avevo e stetti seduto a riposare sotto il portico della chiesa sperando che gli zuccheri entrassero in circolo per più di venti minuti. Da allora il versante di Vestone ha il mio perenne rispetto. Fu, però, amore immediato, tanto affascinante, varia, spettacolare era quell’erta. Sono già a Nave, tempus fugit, il rimembrar emozioni passate fa scorrere l’orologio a doppia velocità. Codesto è il motivo principale per cui la Fobbia è in assoluto tra le mie salite preferite. Inoltre rappresenta, ogni anno, la prima vera scalata alpina oltre i 1.000m di quota e con lunghezza di gran lunga sopra i dieci chilometri da entrambi i versanti. Scollino le Coste di Sant’Eusebio con tranquillità e mi dirigo verso Vallio, attraverso alcuni tratti della ciclabile ed alle 8.15 in centro a Vobarno svolto a destra in direzione Valdegagna. Inizia finalmente il
Valdegagna, inizio salita da Vobarno
Prime rampe verso Eno
Cavallino della Fobbia (13,7km al 6,1%), il fondo valle si distende in direzione nord-est lasciandomi all’ombra per i primi quattro chilometri, la temperatura scende fino a 3°C.
Finalmente dopo l’abitato di Degagna il sole inizia a fare capolino da dietro le montagne. Il cielo si rasserena sempre più, guardando verso nord è completamente terso, presagio di una splendida giornata. Dopo sei chilometri si inizia a fare sul serio, due tornanti secchi e ravvicinati, un cavatappi, con pendenza sopra il 12% mi ricordano che l’erta è di quelle toste. Cinquecento metri per rifiatare e si inizia a salire con decisione, da qui la pendenza sarà costantemente in doppia cifra per quasi sette chilometri. Contemporaneamente lo spettacolo della Valdegagna cresce ad ogni metro di altitudine guadagnato. Ormai l’ultimo borgo è vicino, all’ottavo chilometro oltrepasso Eno, da qui fino alla vetta la strada si snoda sul versante occidentale e soleggiato della valle.
Rettilineo verso Eno
Ingresso a Eno
Rettilineo verso Eno
Ho superato i 600m di quota la vegetazione iniza a cambiare, i pascoli si alternano ai primi boschi di pini cembri, il sole mi sta scaldando, la temperatura è salita fino a 10°C, ma, confesso, mi sembrano molti di più, l’aria è asciutta, il clima ideale. Dopo il bivio per la scorciatoia per Treviso B. mi devo fermare per scattare alcune foto, il panorama è stupendo e me lo voglio godere appieno.
Panorama verso Valdegagna
Panorama verso Valdegagna
Continuo a salire e c’è spazio anche per un poco di narcisismo con un paio di autoscatti “on action”, a volte mi piace far finta di essere “uno di quelli forti”.
GSG collezione estiva
Sono felice, quasi non sento la fatica, sono così immerso nello splendore di questa giornata finalmente baciata da un caldo sole dopo un interminabile inverno che mi ha dato tanto “ciclisticamente” parlando. Arrivo al passo Cavallino (1.090m), ma non mi fermo, proseguo lungo il “traverso”, un chilometro circa che volgendo a nord collega il valico alla cima Fobbia (1.120m). Solo tre settimane fa l’asfalto era coperto di neve e con l’amico Giorgio ci siamo improvvisati piccoli Omar Di Felice che danzavano sulla neve.
Traverso da Cima Fobbia a Passo Cavallino
Traverso da Cima Fobbia a Passo Cavallino
Traverso da Cima Fobbia a Passo Cavallino
Già perché quest’anno, nel primo sabato (24 marzo) dopo l’equinozio scalammo il passo dal versante di Vestone in una giornata che di primaverile aveva solo il calendario. Temperatura costantemente sotto i 6°C e minima a 0°C lungo tutto il tratto innevato e per il primo tratto di discesa verso Vobarno. Fu un’emozione ed un giro fantastico anche se gelido e ne serbo un vivido ricordo. Passare nuovamente qui, dopo sole tre settimane, in una clamorosa giornata di sole e cielo limpido mi sta regalando grande gioia e divertimento.
Cima Fobbia 1.120mt
Traverso per Cima Fobbia
Raggiungo la vetta, mi fermo per il consueto e meritato ristoro e scatto alcune didascalie di questo incredibile paesaggio in cui le cime dei monti, ancora abbondantemente innevate, fanno da contrasto ai boschi sottostanti che germogliano verdi e rigogliosi.
Cima Fobbia 1.120mt
Cima Fobbia 1.120mt
È ora di ripartire, ci sono 14°C sono quasi le 11.00 ed il sole irradia calore, decido di scendere senza indossare l’antivento per asciugare più rapidamente la maglia. Scendo piano, mi godo il paesaggio degli alpeggi e delle vallate, mi asciugo e non sento freddo.
Madonna delle Pertiche
Discesa verso Treviso Bresciano
Passato Treviso Bresciano opto per la discesa verso Idro, leggermente più lunga di quella per Vestone, ma decisamente più veloce e soprattutto più panoramica. Sapevo che uno dei miei posti preferiti per guardare l’orizzonte oggi non mi avrebbe tradito e ivi giunto mi siedo e mi fermo a meditare un’attimo.
Lo spettacolare scenario del lago d’Idro con il gruppo del Brenta alle spalle
Sindrome di Stendhal!
A malavoglia riparto, discesa con sede stradale ampia, ma tortuosa, che invita a pieghe esagerate anche chi, come me, “discesita” non è! Arrivo ad Idro, scatto un paio di istantanee, a pelo d’acqua, a questo meraviglioso specchio azzurro circondato dalle prime vette alpine e chiuso all’orizzonte dal gruppo dolomitico del Brenta.
Riparto, sono le 11.20 circa, mi mancano una quarantina di chilometri per giungere a casa attraversando la val Sabbia e risalendo nuovamente le Coste. La spettacolare giornata mi ha distratto e nell’osservare luoghi e paesaggi ho perso la cognizione del tempo, rimanendo colpevolmente in ritardo sulla mia tabella di marcia. Ci provo, spingo sui pedali e nonostante le salite arrivo per le 13.00, sinceramente non ci speravo. Sono 105km per quasi 2.000m di dislivello a 22,6km/h di media. Per essere una delle prime uscite lunghe neanche male, ma quello che più importa è che anche oggi il Cavallino della Fobbia si è confermata come una delle erte più belle e difficili da scalare. Una salita che, da vent’anni, mi dona ricordi importanti e che quest’anno per la prima volta si è vestita a festa prima di immacolato bianco candore nevoso e subito dopo di lucente, caldo e rigoglioso verde primaverile.
Sabato 17 febbraio, l’inverno bussa ancora forte, sono le 7.25 quando parto da casa con un’idea fresca fresca, compiere il giro della valle Duppo sottozero (vedi (I’m going) Alone to Alone). Il tempo di acclimatarsi ed il gps segna 0°C ancor prima di uscire da Brescia. Risalgo la valle del torrente Garza verso il colle di Sant’Eusebio, le mitiche Coste. A Caino (metà salita) la temperatura è scesa a -3°C. Sui versanti nord delle montagne inizia a comparire la neve. Giusto domenica scorsa una nevicata a bassa quota aveva imbiancato tutti i monti circostanti la città. Al penultimo tornante la neve lambisce ancora la strada. In vetta la temperatura è risalita fino a 0°C. Scollino e senza indugio mi getto in discesa per sfruttare il calore che ho generato durante la salita. Giungo ad Odolo, sono nuovamente a -3°C, svolto a sinistra e risalgo verso Agnosine e Bione, con calma, cerco di non alzare troppo i watt, voglio mantenermi caldo, ma sudare il meno possibile. Attraversato l’incrocio con la provinciale del passo del Cavallo ricomincia a fare capolino la neve ai margini dell’asfalto. Proseguo attraverso il centro abitato di Bione e mi dirigo verso lo strappo finale della Madonna della neve, poco meno di un chilometro con punte del 17%. Lo affronto con cautela, le strade sono ghiacciate e nonostante io abbia scelto di affrontare questo giro con la gravel (700×38) il rischio di scivolare anche in salita è sempre presente.
Bione, Madonna della Neve
Madonna della neve, muro finale
Bione, discesa dalla Madonna della neve
Scollino ed inizio la discesa, ripida e gelata, (video 28″) verso nord il cielo sembra volersi aprire e tra le nuvole si vedono larghe strisce di azzurro, dietro di me a sud verso il sole ancora nulla da fare un sottile velo grigiastro gli impedisce di riscaldarmi. Sono a Casto e svolto a sinistra seguendo il cartello per Alone ed il parco delle Fucine. Le Fucine sono una zona molto nota agli alpinisti in quanto decine di linee ferrate consentono di impratichirsi con la scalata in montagna. Esiste anche un bellissimo parco avventura, ma oggi a -2°C nessuno ha voglia di lanciarsi sulla zip line. Io proseguo sulla bellissima strada che porta ad Alone, al primo tornante la abbandono per seguire sulla destra il cartello Valle Duppo. “In to the wild” la strada diventa subito cementata e molto rovinata.
Galleria per Alone
Pineta di valle Duppo
Pineta di valle Duppo
A metà salita mi fermo per gustarmi una barretta energetica, il panorama e scattare qualche istantanea di questo luogo incontaminato che, con la luce invernale ed una spruzzata di neve tutt’intorno, acquista un tono fiabesco ed onirico.Riparto mi attende la parte più dura della salita, circa trecento metri costantemente sopra il 15%. “Stream of consciousness” mi alzo sui pedali e mi sovviene la musica della “corsa di resistenza” (video 44″) reminiscenza militaresca, la urlo mentre il cuore sale. Avrò passato troppo tempo sottozero e il cervello mi si è gelato??? Oltrepassato il muro svolto a destra verso Lodrino, la salita vera è finita ora un bel toboga mi porterà alla Cocca di Lodrino in poco più di un chilometro. A metà decido di fermarmi nuovamente, vorrei prolungare ancora un poco la mia permanenza in questo luogo dimenticato da tutti; sapori e profumi di natura incontaminata.
Monte Dossone e Prealba
Panorama sulla valle Duppo e val Sabbia
Valle Duppo
Riparto, la neve fa la sua comparsa perfino sull’asfalto in questo tratto poco esposto al sole e sopra i 700m. (video 28″). Arrivo a Lodrino, ritorno alla civiltà, prima di iniziare la discesa il tempo per un selfie con i monti innevati della val Trompia a fare da sfondo.
La temperatura è risalita di qualche grado, perlomeno ora siamo sopra allo zero. Inizio la discesa guardandomi in giro e godendomi le montagne ancora cosparse di neve. A metà discesa, proprio nell’abitato di Invico, incrocio un ciclista che sta salendo, è il mitico Giorgio (quello che quest’autunno attraversava gli appennini a 4°C in completo estivo perché poi a Portofino avremmo avuto caldo! vedi Dagli Appennini a Portofino (and back)). Ci fermiamo scambiamo due parole, l’incontro di un amico è sempre la cosa più piacevole, ripartiamo subito per non raffreddarci troppo. Anche stavolta mi batterà con quasi il doppio dei miei chilometri e tre salite contro le mie due ah! ah! Arrivato a Brozzo, prima di immettermi sulla ex statale di fondo valle per il rientro, mi cambio i guanti ormai congelati dalla discesa ed indosso quelli che custodivo al caldo sotto il giubbino. In meno di due minuti anche i mignoli riprendono la giusta sensibilità. Oggi sto usando la gravel ed allora sfruttiamola fino in fondo. A Gardone Valtrompia, passato il semaforo per Polaveno, invece di restare nel traffico mi butto a destra sulla ciclabile. Percorro la strada bianca che costeggia l’argine sinistro del fiume Mella e raggiungo la città, senza attraversare strade trafficate o sentire il rumore di camion alle spalle. Non me ne accorgo quasi e sono a Collebeato, esco dalla ciclabile ed affronto gli ultimi chilometri su stradine alternative che mi conducono a casa. I chilometri non sono molti 74 per 1.212m di dislivello in 3h22′, ma la temperatura media del giro è di 0°C e questo mi basta per renderla una “frozen ride”.
Valle Duppo il vestito invernale di dona forse più di quello estivo!
Fino ad alcuni anni fa l’inverno, per me, rappresentava una sorta di letargo. Io che adoro le montagne e la salita trascorrevo questa parte dell’anno in attesa che la temperatura risalisse per poter ricominciare a scalare. Come tanti, seguendo il dictat dell’allenamento classico, scorrazzavo, un poco contro voglia, per le lande umide della Franciacorta o per le colline sinuose della Valtenesi. Come si diceva: ‘Facevo la gamba’. Nel 2012 tramite una delle aziende che rappresentavo acquistai un misuratore di potenza integrato nel mozzo della ruota posteriore. Le cose cambiarono velocemente nel giro di un anno. La nuova tecnologia applicata all’allenamento, i nuovi materiali per l’abbigliamento sempre più traspiranti e veloci nell’evacuare il sudore resero l’allenamento invernale completamente diverso. Finalmente si potevano scalare salite più o meno brevi anche con il freddo senza rischiare di congelarsi ad ogni discesa. Inoltre l’utilizzo dei watt come parametro dell’allenamento rese possibile effettuare una moltitudine di esercizi, proprio in salita. In fondo, dal momento che il mio obiettivo è portare la mia bicicletta a scoprire e violare sempre nuove montagne, quello che mi serve è, soprattutto, allenarmi in salita. Non ho ambizioni di migliorare i miei record personali in termini di tempo impiegato, ma di percorrere maggior dislivello e coprire distanze più lunghe. Per questo diventa fondamentale mantenere la mia capacità aerobica e resistenza alla distanza ad un discreto livello durante i mesi freddi in modo da essere pronto ad allungare il chilometraggio ed alzare il dislivello ai primi tepori primaverili. Nasce così l’esigenza di trovare tra le nostre salite quelle più adatte ai climi freddi. Il ‘Lido’ di Cariadeghe così chiamiamo questo meraviglioso altopiano sopra l’abitato di Serle è la meta ideale per l’allenamento in salita nelle stagioni più fresche.
18 nov, Valpiana
18 nov, Casinetto
Il versante che sale dalla città è esposto al sole fino dall’alba e la sua roccia marmorea si riscalda rapidamente dando piacevoli sensazioni di tepore fin dalle prime pedalate. Oggi 17 dicembre, per la settantacinquesima volta in cinque anni parto all’alba in direzione della mia palestra invernale preferita. Sono le 7.37 quando aggancio il pedale, nel giro di qualche minuto il termometro del mio gps si attesta a 1°C. Sta per sorgere il sole, io percorro viale Venezia in direzione est, qualche nube striata arrossa il cielo sull’orizzonte quasi fosse un tramonto. Uscito dalla città e dal suo auto-riscaldamento, la temperatura inizia a scendere, poco prima di lasciare il comune di Brescia, in aperta campagna mi fermo a fotografare un’incredibile alba. Ci sono -3°C, il terreno è brinato e il monte Maddalena rosso come il fuoco!
17 dic, alba a S.Eufemia -4°C
Maddalena all’alba
Riparto immanentemente, troppo freddo! A Botticino inizia la salita per Serle e le Cariadeghe, la temperatura è scesa a -4°C sarà il punto più basso. In queste limpide e gelide giornate l’inversione termica fa la sua parte e dopo soli quattro chilometri sono a San Gallo a 1°C, qui finisce la prima parte della salita. Pendenza media vicino al 7% piuttosto regolare (max 12%), giusto il tempo di una SST di 20″, ora mi aspetta un chilometro circa di pianura e discesa attraverso l’abitato. Uscito dal paese inizia la seconda parte di salita, poco più di tre chilometri anch’essi con pendenza regolare vicino a 8% e punta del 9,5%, un’altra SST da 15″. Arrivo nella frazione Castello da cui parte (sulla sx) una cementata che sale irruenta verso Valpiana (1,5km al 14%medio). Salita ottima per i fuori soglia, ma a questa temperatura, sono tornato sottozero, troppo rischiosa con la bici da corsa, meglio optare per un’altro chilometro in falsopiano che mi porta alla Cocca di Serle da dove inizia l’ultimo tratto di salita verso Casinetto. Sono altri 3,6km con una pendenza media di 4,9%.
Media ingannevole, in quanto dopo un breve tratto al 8% la strada prosegue in mezzo alle prime doline per un chilometro in falsopiano. Ora ho di fronte il chilometro e mezzo più impegnativo costantemente sopra il 10%, con un tratto in ombra che spesso è ghiacciato. Lo supero ed entro finalmente nella parte più alta dell’altopiano, quella da cui si ha la vista migliore sugli alpeggi, mi fermo e fotografo un mucchietto di neve, residuo della nevicata di due settimane fa.
Arrivo alla fine della strada asfaltata, da qui in poi è terreno dei bikers! Io giro la bici pronto per il ritorno e scatto altre fotografie di questo luogo incantato così vicino alla città (25km) e al tempo stesso così isolato e lontano dalla frenesia urbana.
17 dic, Casinetto
17 dic, Casinetto
All’uscita da Casinetto mi fermo ad una pozza ghiacciata nella dolina, l’avevo fotografata un mese fa quando ero salito l’ultima volta ed era ancora increspata dal vento.
17 dic, -2°C pozza nelle doline
18 nov, 6°C pozza nelle doline
Subito dopo la pozza scendendo sulla destra c’è un bellissimo boschetto di larici, inusuale a questa altitudine (850mt.), l’altopiano è territorio dominato dalle betulle e dai carpini. Oggi i loro rami sono spogli la nevicata di quindici giorni or sono ha lasciato cadere tutti gli aghi, ma il mese scorso erano nel pieno del loro splendore!
Bosco di Larici autunnali
Bosco di Larici autunnali
Riparto, percorro il primo tratto di discesa e dopo pochi minuti sono nel paese di Serle pronto ad affrontare una dolce salita di cinquecento metri che mi riscalda. A metà mi fermo ed immortalo la pianura sottostante, ancora leggermente brinata, e l’estremità meridionale del lago di Garda; ora ci sono 5°C, ma fermi al sole sembrano il doppio.
Riparto, attraverso il falsopiano di Zuzurle, sorrido sempre quando leggo questo nome sul grande cartello. Nuovamente sono a Castello, qualche centinaio di metri in salita ed ecco la prima vera discesa. Ormai il sole irradia calore ed arrivo a San Gallo senza patire freddo. Un’altra breve salita di qualche centinaio di metri riattiva il mio metabolismo e riporta i battiti cardiaci sopra le 100 pulsazioni (sono scese fino a 75 lungo la discesa). L’ultima discesa, la più lunga, è anche la più fredda, infatti arrivo a Botticino e la temperatura è scesa nuovamente a 2°C. Ora mi restano una decina di chilometri di pianura, che percorro ad un buon ritmo per riscaldarmi e per giungere in orario dalla mia famiglia. In totale son quasi 50km e 2h28min di allenamento, con un dislivello di poco superiore ai 1.000mt, ma quello che più conta è che anche oggi i miei occhi hanno goduto di panorami mozzafiato.
Allenarsi in salita divertendosi, anche d’inverno!
Sono trascorsi quattordici giorni da quando, scesi dal monte Lesima, ci trovammo di fronte il bivio della statale ss45. A sinistra la freccia per Piacenza, a destra per Genova. Fu così che proferii le fatidiche parole: “Beh, Genova non è poi così lontana. Caffè a Portofino?”. Suscitai ilarità nei miei compagni di avventura, ma un malefico tarlo si insinuò nella mia testa. Nei giorni seguenti studiai il percorso nei minimi dettagli (ormai ho una reputazione da difendere) e quando fui pronto condivisi l’itinerario con Rick. Centosessanta chilometri ed un dislivello di duemilaottocento metri recitava il mio navigatore Xplova X5. La reazione fu: “Ma vuoi farlo adesso? Ormai è autunno inoltrato.” Risposi: “Sì, sfruttiamo l’ultima bolla di alta pressione che ci sta regalando inquinamento e giornate miti”.
È sabato 14 ottobre, alle 5.45 partiamo, direzione ancora una volta val Trebbia, località Ottone, dove si unirà a noi il grande Giorgio (quello de I sette borghi di Valvestino) partito da Chiari. Passato Bobbio ci insinuiamo in quella parte di val Trebbia che due settimane addietro evitammo per affrontare un’ultima salita panoramica. Il Trebbia qui forma un canyon spettacolare che, con la fioca luce dell’alba, appare ancor più spettrale nelle sue rocce bigie e cineree. All’improvviso, dopo un tornante, ecco di fronte a noi lui, il monte Lesima, colui dal quale è scaturita questa avventura. Io accosto la Mog-mobile. Rick, dopo un primo istante di perplessità, capisce il perché. Scendo, telefono alla mano ed il mio nuovissimo Nokia 8 scatta la prima immagine di giornata. È giusto che sia questa, il Lesima, da qui inizia ufficialmente questo nuovo itinerario che promette già di essere indimenticabile.
Ad Ottone arriviamo con un’attimo di ritardo, Giorgio è già pronto. Entriamo nel bar per un caffè e per un giro in ‘ufficio’. Mentre prepariamo le biciclette amletici dubbi assalgono il povero Rick. Io sono vestito con giacca Mossa (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) e gambali felpati. Giorgio, quello degli ‘early morning’ alle 4.50 infrasettimanali, con maglia manica corta, manicotti e gilet antivento. Invernale o estivo? Avere freddo ora o soffocare a Portofino? Alla fine la scelta cade su giacca e guanti lunghi. Si parte, il termometro segna 1°C, resterà così per i primi venti chilometri in val Trebbia. Io e Rick abbiamo mignoli e anulari congelati, Giorgio continua a ripetere che in seguito avremo molto caldo. Sì, ma in seguito! Fortunatamente a Montebruno inizia la salita che porta a Barbagelata. Prima erta di giornata, 7,5km, di cui i primi 5km costantemente attorno a 8/10%, poi uno strappo di 500m tra 10/12% ed infine gli ultimi 2km con dolci pendenze per giungere in mezzo all’abitato di Barbagelata. La salita si sviluppa quasi interamente in un fiabesco bosco di castagni dagli accesi colori autunnali. Sin da subito mi stacco dai miei compagni decisamente più veloci di me; mi godo il paesaggio, ammiro la natura, cogito su come trasformare queste emozioni in parole e percepisco l’aria scaldarsi dolcemente mentre io scalo la montagna (in vetta oltre i mille metri s.l.m. ci saranno già 13°C). Oltrepasso il piccolo abitato di Costa Finale, pare disabitato, ma non lo è; incrocio un’anziano passante ci salutiamo con complicità, quella di chi sa apprezzare le prime ore del mattino. Sono nel tratto più pedalabile, mi guardo attorno, cerco di capire se dietro di me si vede il Lesima per un’ultima occhiata prima di scavalcare il crinale e gettarmi nella lunga discesa verso la riviera ligure. Non lo vedo; scopro, invece, che sono giunto a Barbagelata. Ad accogliermi, un grosso cane bianco, che a discapito della taglia suscita tenerezza. Mi annusa, intanto che appoggio la bici al muretto per scattare un’inusuale fotografia a due pupazzi di legno posti a fianco della piccola chiesetta. Riparto, i miei amici mi stanno aspettando poco più avanti, sul crinale, riscaldati dal primo sole mattutino, i gradi ora sono 17°C! Giorgio è il nostro Cicerone di giornata, già, perché scopriamo che sua mamma è di origine ligure e proprio di queste zone. Egli queste strade le conosce come io conosco le stradine della gardesana bresciana. Mangiamo qualcosa e iniziamo la discesa; il passo, quello vero, è qualche chilometro più a valle (passo della Scoglina) e separa la val d’Aveto dalla val Fontanabuona. Quasi venti chilometri di discesa, dapprima esposta al sole, in seguito, oltrepassato Favale di Malvaro, nuovamente all’ombra delle vette appenniniche circostanti; lo percepiamo dalla temperatura ridiscesa a 12°C. Sarà l’ultimo fresco di giornata. Giungiamo a Cicagna e ci innestiamo sulla più trafficata provinciale che porta a Chiavari, ma la abbandoniamo dopo soli tre chilometri. Siamo Cicloturisti! Quindi per giungere a Rapallo abbiamo scelto la strada più ostica e assieme panoramica, quella che sale al passo della Crocetta (599m). Salita non lunghissima, circa 6km con pendenza media vicina a 9% e punte di 15% dopo 4,5km. Una salita a cui portare rispetto. Come in precedenza, resto solo fin dal primo chilometro, i miei amici hanno decisamente un’altra gamba, soprattutto Giorgio, che mi svelerà in seguito Rick, pareva non far mai fatica. Preferisco salire al mio ritmo, senza assilli, il giro odierno sarà veramente lungo. Nel frattempo mi gongolo nuovamente all’ombra dei castagni che pare oggi non ci vogliano proprio abbandonare. Giunto sulla sommità, trovo uno spettacolo increscioso; è Rick a torso nudo, madido di sudore, che sta per indossare la giacca al rovescio. Sostiene che, così facendo, si asciugherà più velocemente l’interno. Avrei le foto a testimonianza dell’insolito gesto, ma per pudore non le pubblico. Iniziamo la discesa verso Rapallo attraversando il borgo di San Maurizio. Reti verdi e arancio ricoprono, come morbidi tappeti, gli uliveti collinari, in attesa che i ‘battitori’ dei contadini le inondino di succose olive. A metà discesa sono costretto a fermarmi, anche se c’è un poco di foschia, devo immortalare il golfo del Tigullio dall’alto. Avevo lasciato in silenzioso il telefono e Marina mi aveva chiamato.
Passo della Crocetta
San Maurizio di Monti
La richiamo, sospettando che non avesse trovato la cartella con le foto dei compiti di Alice nel computer. Così era, ma, per fortuna, poi l’aveva trovata. Mi chiede com’è il tempo. “C’è il sole, fa caldo, stiamo scendendo a Rapallo.” rispondo io. “Beati voi!” sospira lei con un pizzico di invidia. Riparto, nel frattempo, il premuroso Rick stava risalendo non vedendomi più arrivare. Gli spiego l’accaduto mentre scendiamo a valle. Rapallo, sono le 11.40, il traffico in città è abbastanza intenso, la nostra guida Giorgio, ci conduce attraverso il centro ed il lungomare dirigendoci poi a Santa Margherita Ligure. Ormai siamo in vista dell’obiettivo. Portofino stiamo arrivando! Attraversiamo prima il piccolo golfo di Paraggi, una vera perla, io lo preferisco, più raccolto, intimo quasi timido rispetto alla più blasonata Portofino. L’acqua è cristallina, tutte le sfumature del blu degradano dal mare aperto verso riva. Si passa dal blu zaffiro, al blu cobalto, attraverso il verde smeraldo, per arrivare all’acquamarina a pochi metri dalla riva. Già guardandola dall’alto vien voglia di immergersi, i gradi ora sono 23°C, qualcuno il bagno lo sta facendo veramente, beato lui!
Paraggi
Paraggi
Noi ci rimettiamo in sella, ma non per molto, girato l’angolo la vista di Portofino, del suo piccolo golfo, i riflessi del mare e di un pino marittimo che sale in diagonale verso il cielo ci bloccano immanentemente. Quel pino sembra sia cresciuto così per farsi scattare le fotografie dai turisti. Io, ovviamente, mi fermo e rubo un’istantanea dell’affascinante luogo.
Portofino
Portofino
Finalmente arriviamo all’inizio dell’area pedonale, sono gli ultimi cento metri che ci separano dalla riva del porto. Io e Giorgio scendiamo dalla ‘specialissima’ e camminiamo tra i negozi, Rick si ricompone prima di raggiungerci. Giungiamo nella piazza, prontamente due vigili ci apostrofano gentilmente: “Le biciclette non sono ammesse neanche condotte a mano!”. Ci scusiamo, avevamo visto il divieto, ma non letto la postilla ‘anche condotte a mano’ essendo usi ai nostri lungolaghi dove a mano si può. Oramai siamo lì, scattiamo le fotografie e mesti torniamo indietro.
Portofino, porto
Porto di Portofino
Portofino, piazza
Rick, vedendo la scena da lontano, era già tornato all’ingresso del tratto pedonale. Niente caffè a Portofino! Città poco ‘bike-friendly’. Torniamo a Santa, così la chiama Giorgio, ci fermiamo in un bar sulla grande rotonda del lungomare. Caffè e focaccia all’aperto, il termometro segna 25°C.
Caffè a Santa M.L.
Caffè a Santa M.L.
Un rapido giro ai servizi per indossare l’intimo asciutto e la maglia manica corta che mi ero portato nella preziosa borsa sottosella da 2l e sono pronto per ripartire. Rick ha ancora fame, ci suggerisce di aspettarlo in piazza facendo fotografie mentre cerca un panificio aperto per acquistare dell’altra focaccia ligure. Si chiama ottimizzazione dei tempi! Noi, ubbidienti, eseguiamo; la piazza è molto bella ed il sole dietro ai campanili della chiesa di Santa Margherita le dona una lucentezza ed un calore estivo.
Chiesa di Santa Margherita, S.M.L
Chiesa di Santa Margherita, S.M.L
Ritorna Rick, ci abbuffiamo, ripartiamo, prossima meta Chiavari, da dove abbandoneremo il mar ligure per inoltrarci nuovamente nei boschi appenninici. Per farlo dobbiamo superare la dolce salita di Monte Cucco che parte nei pressi delle scogliere di Zoagli, sono solo 3,4km con un pendenza media costantemente tra 4% e 5%. Non sarebbe impegnativa, se non fosse che la digestione delle focacce liguri necessita di tempo ed energia dedicata allo stomaco. Scolliniamo, davanti a noi una discesa pressoché diritta che porta a Chiavari, ci fermiamo un’istante ad ammirare la riviera; malgrado la foschia si distinguono chiaramente anche Lavagna e più ad est Sestri Levante con il caratteristico promontorio detto “l’isola”.
Giungiamo in picchiata in città, seguiamo Giorgio mentre si districa nelle vie centrali come fossero quelle di casa sua. Abbandoniamo il mare, ci dirigiamo a nord, nella valle Sturla. Fino a Borzonasca la strada è pressoché piatta, in 17km guadagnamo soltanto 150m. Io inizio ad accusare il colpo. No, non è una crisi di fame, ho mangiato zuccheri ad ogni ora, neanche di sete tre borracce da 750ml in meno di sei ore. In realtà questa notte ho dormito poco e male a causa di Matteo, ma si sa essere padri ha qualche contro indicazione. Ho sonno, il mio cuore ha sonno, vuole riposarsi, a nulla valgono i miei tentativi di sollecitarlo. Non il presupposto migliore per affrontare la salita del passo della Forcella. Fortunatamente l’ascesa è di quelle facili, 16km con pendenze molto regolari attorno a 4-6%. Subito fuori dall’abitato di Borzonasca ci attende un lungo rettilineo con la roccia grigiastra esposta a sud, qui il caldo si fa sentire, leggerò poi sul gps che sarà la temperatura più alta di giornata 27°C. Io arranco, nonostante la pendenza ridicola non raggiungo i 15 km/h. Gli altri due, a maggior ragione stavolta, si sono già involati verso il passo. Il paesaggio è meraviglioso, dopo il primo tratto tra i campi collinari, si entra nuovamente nel castagneto, sembra di stare in una galleria tutta gialla. Cerco di vincere il sonno guardandomi intorno; convincendomi che questa lentezza nel procedere mi da più tempo per fissare nella mente il ricordo di questi luoghi, ma sbadiglio ad ogni minuto. Provo a bere caffè liquido (zuccheri a rilascio graduale con aggiunta di caffeina), la situazione non migliora, a metà salita ingurgito un’energia rapida, l’effetto è scarso. Guardo i battiti, sono tra 110 e 120! È vero che sono bradicardico, ma, sotto lo sforzo di una salita, queste pulsazioni sono veramente poche. La salita sembra non finire mai e dentro di me si crea un po’ di rabbia al pensiero di poter rovinare questa splendida giornata. Penso sicuramente Rick dovrà guidare al ritorno, ma ora bisogna arrivare in vetta. Mi trascino, tra uno sbadiglio e l’altro, fino alla Forcella da cui la vista è splendida. Super-selfie di rito per l’intrepido trio.
Passo Forcella
L’intrepido trio sulla Forcella
Prima di ripartire, faccio presente che ho assoluto bisogno di bere, ho esaurito entrambe le borracce che avevamo rabboccato a Santa. Giorgio ci rassicura in sei chilometri saremo a Cabanne, borgo della val d’Aveto, se non avremo ancora incontrato una fontana ci fermeremo ad un bar. Così avviene, entriamo nel bar, un bicchiere di coca alla spina per me e Rick, la sorseggio lentamente quasi fosse una medicina. Rabbocchiamo le borracce, un ultimo caffè liquido e siamo pronti per l’ultima erta di giornata. Passo del Fregarolo, 6km con pendenza media 6%, ma i primi 1,5km sono pressoché piatti, questo significa che nei restanti 4,5km saremo spesso con pendenza tra 9% e 11%. Non esattamente la salita che vorrei scalare per raggiungere l’automobile in queste condizioni. Giunto al primo tornante il clivo si fa aspro, mi alzo sui pedali e spingo. Sto, nuovamente, entrando in un bosco di castagni. L’ora è ormai tarda. Sono le quattro, il sole basso sull’orizzonte dona ancor più colore alle foglie autunnali. La montagna si accende di rosso, arancione, giallo anche il verde delle conifere è più intenso. Un chilometro più avanti Giorgio mi aspetta per fotografarmi ed incitarmi.
Verso il passo Fregarolo
Verso il Fregarolo
Poco più avanti, troviamo Rick che si è fermato a raccogliere un grosso e corto bastone da una fascina e lo tiene di traverso sul manubrio. È più di un chilometro che un grosso cane lo insegue abbaiando. Dice Rick: “Proteggerà anche la sua proprietà, ma, per non sbagliare, io mi attrezzo”, fortunatamente ancora qualche centinaio di metri e ci abbandona, abbiamo lasciato il suo podere. Rick mi rassicura: “Nessun problema, se non stai bene vado io all’auto e torno a prenderti”. Ribatto: “In un modo o nell’altro in cima arrivo in bici!”. “Brao Mog!” chiosa infine lui. Continuiamo a chiacchierare. Passa forse un minuto, penso al mio sonno, è somparso, non che sia in splendida forma, ma non sbadiglio più. Mi alzo sui pedali il cuore sale! Urlo: “Mi è passato il sonno!”. Girogio: “Ce ne siamo accorti!” Rick chiosa: “Il Mog o sta in silenzio totale o chiacchiera a manetta, non so cosa è meglio”. Sono un essere semplice modalità ON/OFF, praticamente un sistema binario! Ce la ridiamo e giungiamo al passo quasi senza fatica. In assoluto la salita più bella affrontata oggi, forse perché il sole che si appresta a tramontare ha reso i colori ancor più vivi.
Passo del Fregarolo
Passo del Fregarolo
Passo del Fregarolo
Ultimo selfie di giornata, un’occhiata al gps ed esclamo: “Passati i 3.000m di dislivello!”. Ci gettiamo in discesa ed in breve tempo siamo a Loco, dove ci innestiamo sulla statale ss45 in direzione Ottone. Mancano poco più di 11km, Giorgio è davanti, si abbassa sul manubrio ed inizia a ‘stantuffare’, 40km/h, poi 45km/h, in poco più di un quarto d’ora siamo ad Ottone. Avevo guardato la mia velocità media a fine discesa 20,2km/h ora segna 21 km/h. Grazie Giorgio! Prima di scendere dalle bici ci complimentiamo tutti e tre. Forse il più felice di tutti oggi sono io; quando passi una crisi, che sia di sonno, fame o sete, quello che viene dopo ha sempre un sapore di grande conquista. Alla fine guido io! Durante il tragitto ripercorriamo ogni istante di questa splendida gita: 160km e 3.085m di dislivello in ottobre inoltrato, roba da giro estivo!
Grazie Giorgio che ci hai fatto da Cicerone, ma soprattutto grazie Moglie ed Agnoli che anche stavolta avete deciso di non divorziare!
Qualche settimana fa Rick e Macca hanno pedalato sugli appennini piacentini. Al ritorno Rick mi ha parlato del monte Lesima. Tempo zero ed ecco organizzato il giro per la conquista della vetta. Sabato 30 settembre sono le 6.30 del mattino quando partiamo in autovettura alla volta di Bobbio. Siamo io, Rick e Max. Alle 8.30 iniziamo a pedalare, non prima di un caffè ristoratore in centro a Bobbio. La strada si presenta subito in salita, prima attraverso dolci prati collinari e vigneti, poi addentrandosi nel bosco. Sono dodici chilometri circa, la pendenza non è mai estrema spesso tra 6% e 9%, tre corti falsopiani spezzano il ritmo della salita (video 36″). In poco più di un’ora siamo al passo, da cui si gode di una splendida visuale sul monte Alpe e la val Tidone. Siamo carichi e pronti per la prima carrellata di selfie.
Passo Penice
Passo Penice
Passo Penice
Il Dinamico Trio
Ripartiamo in direzione del Lesima, ci aspettano circa venti chilometri. I primi sette ci conducono, con panorami mozzafiato, all’inizio della corta salita (1km al 7%) del passo del Brallo, poi altri quattro chilometri ci fanno scendere fino alla sella di Brallo di Pergola a 950m, dove un quadrivio anima finalmente il paesaggio di qualche presenza umana. Proseguiamo diritti e rientriamo nel bosco attraverso una strada che si presenta subito con pendenza severa intorno a 10%. Per giungere a cima Colletta (1.490m) ci vogliono quasi cinque chilometri al 8% tutti in un bellissimo bosco di larici, abeti, pini, castagni, dalle mutevoli colorazioni gialle, arancio, rosse e verdi.
Strada per Brallo
Pregola, S.Agata Vergine e Martire
Cima Colletta
Da qui altri cinque chilometri in costa e siamo di fronte alla sbarra (video 2’20”). La strada che porta alla sommità del Lesima è proprietà dell’Enac, in auto solo gli addetti al radar possono salire; diverso il discorso per escursionisti e ciclisti. Scavalchiamo, la strada è già al 20% ed agganciare il pedale è impresa da equilibristi. Rick si mette parallelo alla sbarra e sfruttando i due metri e mezzo di carreggiata parte; Max rinuncia e si avvia al primo tornante distante poco meno di cento metri; io ci provo una, due, tre volte ma sono veramente impedito e salgo a piedi fino al tornante.
Salgo con circospezione, ho letto sui blog che questi due chilometri sono letali. Il mio Xplova continua ad attivarsi per le riprese video segno che siamo sempre oltre il 15%; non che avessi bisogno di conferma; i quadricipiti me lo urlano, gli occhi vedono solo asfalto anche alzando lo sguardo. Sono spesso vicino al 20%, anche oltre sugli stretti tornanti successivi. Finalmente dopo 1,3km il tanto atteso falsopiano che coincide con l’immissione della strada sul crinale che conduce alla vetta. Quattrocento metri di respiro con uno strappo in centro al 10%. Infine l’ascesa finale, più simile alla pista di salto con gli sci che non ad una strada; centocinquanta metri diritti sul crinale, pendio scosceso a destra, pendio scosceso a sinistra. La guardo, un respiro profondo, mi alzo sui pedali e danzo. Mi sono risparmiato fino a qui e adesso do tutto per salire come quelli veri (video 27″). Siamo in vetta 1.724m! Dopo qualche meritato respiro ci spostiamo alle spalle del radar per osservare il panorama verso sud. Il dinamico trio inizia ora lo scatto selfie e bothie selvaggio!
Monte Lesima
Monte Lesima
Il Dinamico Trio
In vetta insieme a noi altri due ciclisti provenienti da Genova, stringiamo amicizia, Daniele, colui che è arrivato per primo ‘zompettando’ come un camoscio è affascinato dalla mia bicicletta. Scoprirò poi su Strava che è salito con il terzo miglior tempo di sempre :o) Si scende (video 3’03”), lentamente, è il momento di gustarci lo splendido paesaggio che in salita appariva annebbiato dalla fatica. Arrivati alla sbarra mangiamo qualcosa, Rick e Max indossano la mantellina e ci prepariamo per la lunga discesa verso Ottone. Splendida, sinuosa, divertente, incredibilmente ricca di paesaggi mutevoli, ma, al di sopra di tutto, senza nessuna automobile! In ventidue chilometri abbiamo incrociato solamente tre veicoli, da non crederci. Ritornati a fondo valle optiamo per il percorso corto, Max ha rotto un raggio della ruota anteriore, dopotutto la meta di giornata è stata conquistata. A Ponte Organasco ci fermiamo ad una trattoria a mangiare, sono le 12.45 ed abbiamo una discreta fame. Cosa Mangiare? Beh..nelle colline piacentine ci si abbuffa con ‘Pisarei e fasoi’!
Dopo un’ora circa si riparte. Il triatleta Max con una certa convinzione afferma: “Una ventina di chilometri a fondo valle e siamo a Bobbio”. Non ha fatto i conti col Mog, io fare altri venti chilometri piatti, sia mai! Ribatto: “Caro Max ora si sale subito verso Pratolungo, vorrai mica fare la statale 45 nel traffico?”. Sorride, IronMax non teme nulla. In totale la salita misura 6,8km con pendenze dolci tranne qualche corto strappo vicino al 10%. Noi l’affrontiamo con la calma di chi ha fagioli e crostata nello stomaco.
Soprattutto Rick ha bisogno di più tempo per la digestione. Verrà apostrofato perché ad un bivio abbiamo dovuto aspettarlo; ironicamente gli diciamo che mancheremo il kom su Strava per questo motivo. Alla Pieve, punto più alto dell’erta, una graziosa chiesa ci attende. Noi puntuali fotografiamo e ci dilunghiamo.
Pieve di Pratolungo, Santuario di N.S. della Guardia
Pieve di Pratolungo, Santuario di N.S. della Guardia
Ripartiamo, inizia una leggera discesa, traffico sempre ai minimi termini. Dopo 4,5km il bivio a sinistra per Rossarola, minuscola frazione di Corte Brugnatella, per altri cinque chilometri la strada si mantiene in quota, poi all’altezza del disabitato borgo di Pietranera inizia la discesa. Giungo primo al paese fantasma e ne vengo rapito, il meteo dopo pranzo è peggiorato ed ora il grigiore di nuvoloni bassi e cupi intristisce ancor più questo luogo dominato dall’Oratorio di S.Anna, anch’esso fatiscente.
Pietranera, antico oratorio di S.Anna
Pietranera, antico oratorio di S.Anna
Pietranera
La picchiata verso Bobbio è spettacolare (video 1’56”), la strada dapprima crepata, rugosa e rovinata si trasforma in un manto di velluto appena asfaltato nell’ultimo chilometro che conduce alla città. Siamo a Bobbio, ma non è finita; meglio, ciclisticamente sì, ma turisticamente restano da percorrere le vie del centro (video 48″)per osservare la cattedrale di Santa Maria Assunta, l’abbazia di San Colombano ed infine una fugace escursione al ponte Gobbo meraviglia architettonica del VII secolo costruito su una preesistente opera.
Bobbio, Cattedrale di S.Maria Assunta
Bobbio, Ponte gobbo
Bobbio, abbazia di San Colombano
Non ci resta che caricare le bici sull’auto ricordando la splendida giornata; poco meno di 100km con 2.650m di dislivello, l’arcigno monte Lesima conquistato, le meravigliose e tortuose valli dell’appennino e la fantastica mancanza di traffico ovunque.
Dopo la fantastica escursione di sabato scorso al Monte Lesima, mi è venuta un’insana voglia di salire agli ex-radar NATO del Dosso dei Galli (2.126mt.) in questa stagione autunnale per ammirarne i colori particolari. Sono le 5.45 di sabato 7 ottobre quando, insieme all’amico Rick, partiamo da casa, almeno per un’ora e mezza saremo al buio. Dopo il forte vento di ieri sera la temperatura è calata enormemente; partiti a 11°C già a Concesio siamo a 8°C. Il vento di termica soffia forte contro di noi e il freddo percepito è ancor più intenso. Procediamo convinti verso l’alta valle oltrepassando i paesi in successione: Villa Carcina, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Marcheno (video 44″). Siamo già a 4°C, da qui iniziano i tratti senza illuminazione stradale e la luna piena insieme alle mie potenti luci anteriori ci guida verso Bovegno. Passato il borgo la luce del giorno inizia a rischiarare la valle, ora i gradi sono 2°C! Ci fermiamo un istante, Rick riposiziona i copri-scarpe e ripartiamo. Attraversiamo Collio e ci dirigiamo a San Colombano, da qui inizia la parte dura della salita, sono quasi 9km al 9% di pendenza media per arrivare al bivio appena sotto il passo Maniva e altri 8,4km con media del 5,4%, ma estremamente incostanti con lunghe rampe tra il 10% ed il 12% per giungere al Dosso dei Galli.
Sono circa le otto, siamo già oltre San Colombano, pendenza attorno a 11% e suona il telefono di Rick. ‘Agnoli’ vuole sapere dove siamo, prima di recarsi al lavoro. Risposta eloquente: ‘Passato San Colombano! Neanche per venire a sciare al Maniva eravamo già qui a quest’ora!?!’. Ribatte la Cri: ‘Tutto bene, fa freddo?”. Rick: ‘Siamo in salita all’undici e ci sono 0°C!’. Proseguiamo lentamente, ma con costanza (video 45″). Non so quanti watt sto usando per mantenere la temperatura corporea nella norma, ma sono molti. In poco meno di un’ora siamo al bivio appena sotto il passo Maniva; abbiamo deciso di non fermarci per le fotografie lungo la salita per non raffreddarci ulteriormente. Le faremo al ritorno. Proseguiamo verso il Dosso dei Galli, finalmente il sole illumina i monti; purtroppo leggere velature ad est lo nascondono spesso impedendo al suo irraggiamento di riscaldarci un poco (video 1’35”). Arrivano le prime rampe al 12% ed anche il forte vento, siamo ormai costantemente vicini al crinale. Facciamo davvero fatica ad andare avanti; infatti alla difficoltà della pendenza si aggiungono energiche raffiche frontali che ci rallentano ulteriormente. La temperatura glaciale ed il vento, che penetra attraverso le nostre giacche, ci stanno raffreddando sempre di più, nonostante lo sforzo intenso che dovrebbe mantenerci caldi . Al tornante sopra il rifugio Bonardi guardo il Pozzone, in una sola notte sotto zero l’acqua di superficie è già ghiacciata. Sulla seconda rampa oltre 10% di pendenza Rick perde qualche metro. Siamo tra il monte Dasdanino e il Dasdana, si inizia a vedere il lago di Garda! L’orizzonte è così limpido che si distinguono perfettamente tutte le vette dell’appennino e la pianura padana è un orribile lago di inquinamento marroncino! Non ce la faccio mi devo fermare e scattare almeno due fotografie prima di giungere ai radar.
In lontananza il Garda dal giogo della Bala
Monte Dasdanino
Rick mi ha superato, proseguiamo verso il Dosso dei Galli, ora alla nostra sinistra verso nord si distingue chiaramente il ghiacciaio del Bernina. Non mi fermo, troppo freddo. Finalmente la meta, il cancello davanti all’ultima corta rampa che porta alla ex base NATO. Purtroppo scopriamo che questo fine settimana la zona è interdetta a causa di una partita di softair, infatti il luogo brulica di uomini in assetto tattico pronti ad impallinarsi con proiettili di gomma. Pazienza, mangiamo un fruttino, mettiamo i guanti e ripartiamo. Io cerco di scendere al Maniva senza mai fermarmi per abbreviare il tempo al gelo (video 39″). Giungo primo, entro ed ordino due cioccolate calde con crostata. Entra anche Rick, iniziamo a spogliarci ed appoggiamo gli indumenti vicino al fuoco. Dopo quasi quattro ore di pedalata siamo madidi del sudore che la temperatura vicino allo zero ci ha ghiacciato addosso.
Il Mog e Rick si scaldano
Asciughiamo dal sudore gelato gli abiti
Con calma sorseggiamo la cioccolata bollente, ci scattiamo alcune fotografie, le inviamo a casa a testimonianza del freddo e ripercorriamo con orgoglio le ultime ore. Il tempo vola, quando ripartiamo, completamente rifocillati e riscaldati, è passata un’ora esatta! Ora prima di scendere chiedo a Rick di spostarci nel piazzale sul versante di Bagolino per scattare alcune istantanee.
Si scende, la temperatura è risalita fino a 8°C ed io mi fermo più volte per fotografare tutto ciò che prima non avevo potuto e voluto catturare a causa del freddo (video 45″).
S.Colombano
Malga Botticini Alto
Dosso Alto
Pini, larici e abeti
Passato San Colombano, inizia una lunga cronometro fino a Ponte Zanano, interrotta soltanto dalla svestizione della mantellina di Rick. Qui svoltiamo a destra in via Patrioti per abbandonare la ex statale e spostarci sulla riva ovest del fiume Mella. Attraversiamo le frazioni di Noboli, Cogozzo, Villa, Cailina senza più ritornare sulla trafficata strada della val Trompia. A San Vigilio ci infiliamo sulla ciclabile del Mella, una strada bianca ben tenuta che ci consente di arrivare in città costeggiando il fiume e senza traffico (video 18″). Alle soglie di Brescia il termometro del GPS supera finalmente i 20°C, gongolo sotto al sole che ormai splende alto nel cielo, ma per scaldarmi ci vorrà il successivo bagno bollente. Prima di lasciarci diamo un’occhiata ai dati del ciclo-computer, 121km e 2.181m di dislivello, temperatura media 6°C, più di tre ore consecutive vicino allo zero. Ricordiamo la partenza notturna, la risalita lungo tutta la valle sempre più stretta e tortuosa, i meravigliosi e gelidi scenari autunnali del Maniva e del Dosso dei Galli ed infine il tepore del rientro.
Che freddo, ma che emozioni!
Felice di averle condivise con Rick, da solo avrei abbandonato!
Sono le sei di sabato 8 aprile quando giro la chiave di accensione dell’automobile, oggi andiamo in trasferta. Io, Rick e Max abbiamo deciso di affrontare la salita di Campo Cecina sulle Alpi Apuane, ora che la primavera è finalmente arrivata. Passo a prenderli sotto le loro abitazioni. È la prima volta che io e Max ci troviamo ‘vis à vis’, conosciamo le nostre storie ciclistiche dai social e qualche informazione dall’amico comune Rick. Con Max c’è subito sintonia e le due ore di autostrada per arrivare ad Aulla passano rapidamente. Scarichiamo le biciclette e alle 9.10 siamo pronti per partire. La temperatura è attorno ai 13°C ed il sole inizia a riscaldare, io e Max optiamo per la giacca Mossa. Sono leggermente influenzato e un po’ preoccupato per il giro. Dopo pochi chilometri lasciamo la statale svoltando a destra su una strada laterale che pare quasi un accesso carraio. Oggi il nostro Caronte è Rick che è sceso in perlustrazione l’estate scorsa ed ha creato quest’escursione. Entriamo nella campagna prima e nel bosco poi. La strada ci porta a Ponzanello, un abitato minuscolo arroccato su un crinale a metà della salita verso la località Foce.
Le salite di questa zona sono sempre molto incostanti, subito un paio di corti strappetti a 11%, poi 3km con pendenze regolari tra 6% e 9%, poco prima di entrare nel borgo la strada si inasprisce con punte di 15% e una media abbondantemente sopra il 10% per un chilometro, poi si prosegue a strappi fino alla vetta. Scolliniamo e proseguiamo sul crinale della montagna, da qui si dovrebbe vedere già il mare, ma la giornata è molto fosca e lo si intravede appena. Ora ci attendono una decina di chilometri su e giù per il crinale in attesa di arrivare al bivio per la nostra salita di giornata. Eccolo il cartello che indica Campo Cecina a sinistra. Svoltiamo e ci addentriamo nel bosco. Sin da subito ci rendiamo conto che Rick aveva pienamente ragione, sarà una bellissima scalata. Dieci chilometri scarsi di salita con pendenza media al 6%, molto regolari con alcuni tratti in falsopiano e mai sopra al 10%. L’ideale per godersi il panorama mentre si pedala. La caratteristica più originale, che notiamo fin da subito, è lo snodarsi della strada sul crinale dei monti spostandosi continuamente dal versante sud-ovest, soleggiato e tiepido, al versante nord-est, ombroso e fresco. Ne consegue che anche il panorama è talvolta sulle colline dell’entroterra, talaltra sulla foschia marina e sulle prime cave di marmo.
Decidiamo di rimandare le fotografie a dopo. Dovremo, infatti, ridiscendere ancora da qui, in quanto, questa è una salita ‘cieca’. Procediamo uniti, parlottando, godendoci il paesaggio e la compagnia, proprio come dei veri cicloturisti. Da metà salita in su si inizia a vedere la montagna scavata dall’uomo per estrarre il marmo. Arrivati nel piazzale di Campo Cecina a 1.320mt ci sfoghiamo con ripetuti scatti all’immenso panorama e a noi stessi. Qui mi rendo conto che Max è ancor più preso dal raptus fotografico del sottoscritto. Povero Rick ne avrà da sopportare di soste tecniche con due pazzi come noi!
Campo Cecina 1320m
Campo Cecina 1320m
Campo Cecina 1320m
Ripartiamo e ci addentriamo verso il rifugio, un chilometro soltanto e siamo arrivati, tutto ancora chiuso, Max scatta innumerevoli fotografie agli oggetti in marmo che si trovano nel parco. Indossiamo l’antivento e partiamo per la discesa, durante la quale ci fermiamo spesso per immortalare il paesaggio e per prolungare la nostra visita a questo luogo assieme così meraviglioso e particolare. Ora Rick ha previsto di dirigerci verso Ameglia, borgo ligure arroccato sull’estuario del fiume Magra. Per farlo attraversiamo Fosdinovo, antica cittadina medioevale per secoli marchesato della famiglia dei Malaspina e successivamente annesso al ducato di Modena dal congresso di Vienna del 1815. Purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo accontentarci di fotografarlo da fuori le mura.
Fosdinovo
Fosdinovo
Finita la discesa ci inseriamo sulla statale Aurelia, ma solo per pochi chilometri. Svoltiamo a destra oltrepassiamo il fiume Magra e siamo di fronte alla nostra seconda meta. La salita che porta ad Ameglia e successivamente prosegue fino a Montemarcello è anch’essa di modesta difficoltà circa 5km con pendenze mai sopra il 7%. Dopo poco più di due chilometri entriamo in Ameglia. Un cartello indica il centro e il punto panoramico a sinistra, ma solo per i pedoni. Lo seguiamo, ci ritroviamo in stretti viottoli che conducono alla piccola piazzetta in cui sorge la chiesa parrocchiale di San Vincenzo.
Ameglia, ingresso al borgo antico
Chiesa di San Vincenzo parrocchia di Ameglia
Vista dalla piazzetta della parrocchia
Da qui la vista verso le Alpi Apuane è eccezionale e l’alzarsi della foschia mattutina rende il tutto ancora più incantevole. Osserviamo il viottolo che sale a lunghi gradini passando sotto le case, ci guardiamo negli occhi e… Bici in spalla! Saliamo fino alla piazza della grande torre medioevale del XIII secolo. Siamo o no dei Cicloturisti!
Vicoli di Ameglia
Vicoli di Ameglia
Vicoli di Ameglia
Ci guardiamo e sorridiamo, vestiti e attrezzati per una granfondo ci comportiamo come dei turisti in bicicletta che vagano per le vie del centro. Finalmente usciamo da questo dedalo di vie e ci dirigiamo verso Montemarcello, frazione più alta del comune di Ameglia da cui si gode una ragguardevole vista sul mar Ligure. Sono le 14.20 quando entriamo nel borgo alla ricerca di una locanda dove rifocillarci. Ne troviamo una con un bel terrazzo, chiediamo se la cucina è ancora aperta e ci accomodiamo. Cosa mangiamo?
Beh, dato il luogo, la scelta per tutti non può che essere ‘testaroli al pesto’. Ottimi, squisiti, li divoriamo, un caffè e via che si parte verso la più scontata delle destinazioni, Lerici. Già perché l’idea è proprio questa: dalle Alpi al mare. La temperatura si è decisamente alzata, il sole scalda; anch’io, passato il momento di difficoltà influenzale a Campo Cecina, mi sfilo i gambali e levo lo ‘scaldacollo’. Sarà l’effetto taumaturgico del mare!?! La dolce discesa che ci porta a Lerici è un’incanto, un susseguirsi di curve che consente di ammirare la costa ed i piccoli golfi sottostanti, il profumo della macchia mediterranea che si risveglia dopo l’inverno.
Montemarcello
Lerici dall’alto
Inizia la discesa che ci porta in centro a Lerici ed il traffico automobilistico, sino ad ora quasi inesistente, si intensifica. Arriviamo sul lungomare proprio di fronte al porto, ci sediamo sui gradini e prendiamo il sole. L’aria è calda e profuma di salsedine, un anticipo dell’estate che verrà. Penso: stamattina ero a Brescia a 7°C e due ore fa a 1.320mt nelle Alpi Apuane, ora sono al sole di fronte al mare. Che giornata indimenticabile!
Ironmax e Mog al porto di Lerici
Ironmax al porto di Lerici
Il Mog a Lerici
È il momento di ripartire, percorriamo tutto il lungomare, scattiamo le ultime istantanee di giornata e risaliamo verso Pugliola, da qui ci gettiamo a capofitto nella corta discesa verso Sarzana. Prendiamo la statale per il passo della Cisa che ci condurrà dritti ad Aulla. Sono gli ultimi venti chilometri e do fondo a tutte le mie energie. Con due triatleti al mio fianco questo può solo significare, cronometro a squadre, cambi regolari, pestare forte sui pedali. Alla fine Strava dirà 35km/h di media controvento in leggerissima salita. A fine giro con 2.000mt di dislivello nelle gambe, non è male. Resta il tempo per un’ultima volata sullo strappo che conduce alla nuova stazione ferroviaria di Aulla. Scopro così che il mio nuovo amico Max è un vero ‘competitivo’, bene così! Cicloturisti competitivi, questo è quello che ci piace essere. Arrivati all’autovettura un ultimo selfie a memoria della splendida giornata passata insieme (le facce scanzonate lo dimostrano!).
Sono 108km per 2.180mt di dislivello, nulla di speciale dal punto di vista sportivo, incredibilmente ricco in quanto a luoghi e paesaggi, ma soprattutto con una nuova amicizia.
Grazie Max e Rick!
P.s: Grazie a Max e Rick per le fotografie, le mie sono andate quasi tutte bruciate sulla mia scheda SD 😦
Domenica 20 agosto, ultimo giorno della settimana di ferragosto ed ultima possibilità per una gita come piace a me, prima della ripresa dell’attività lavorativa. Sono le sei e dieci minuti quando parto verso Salò, ormai il sole spunta dalla sommità del monte Baldo dopo le sei e mezza e questo mi dà la possibilità di scattare le mie fotografie preferite quando il cielo inizia a rischiarare.
Golfo di Salò dalle Zette
Lungolago di Salò
Arrivo a Gargnano e come sempre mi infilo nella ciclabile che mi consente di evitare la prima galleria, dopo un’ora e mezza sono al bivio per Tignale ed inizio la salita. Da qui per quasi quattordici chilometri la strada punterà solo verso l’alto. I primi sette chilometri sono quelli che portano a Tignale con pendenza regolare e mai impossibile. Giungo alla prima frazione, Oldesio, questa notte un forte temporale si è abbattuto sul Garda ed i segni qui sono più visibili. Sull’asfalto un tappeto di fogliame e piccoli ramoscelli suggerisce di procedere con cautela. Mi sorprende la solerzia dell’amministrazione comunale che ha già uomini al lavoro per ripulire la strada. Arrivo a Gardola, attraverso il centro e prendo a destra per Olzano, da qui la strada è per me inedita. Poco più avanti la strada principale prosegue con un tornante destrorso, mentre una secondaria entra nel centro del borgo; ovviamente scelgo la seconda, più ripida, ma decisamente più caratteristica (video 22″), mi ricollego alla principale ed entro nel vivo della salita che mi porterà ai 1.100mt di cima Piemp. Qua e là qualche cartello scritto a mano segnala il percorso per la vetta. La strada è sempre più sporca, sembra davvero di pedalare su un prato erboso segno che il temporale questa notte è stato davvero forte. Dopo un chilometro il primo tratto cementato, e se c’è il cemento la pendenza sale subito in doppia cifra. Ritorna l’asfalto e la strada torna a farsi più dolce; continuerà così in un alternarsi di cemento (a volte molto sconnesso) e asfalto fino a cima Piemp. La pendenza dopo i primi tre chilometri rimarrà costantemente in doppia cifra e spesso intorno al 14-15%. Salita dura, difficile a causa del terreno sconnesso e delle foglie cadute nella notte (video 52″). Io salgo con regolarità e mi godo questa pineta meravigliosa; larici ed abeti la fanno da padrona. Il sole che ormai è alto nel cielo non riesce a penetrare questo fitto bosco per alcuni chilometri. Dopo quattro chilometri, quando l’altimetro ha superato già i 900mt., la pineta offre alcune aperture verso l’orizzonte. Con mia grande sorpresa uno scorcio guarda verso la valle che porta da bocca Paolone verso Costa di Gargnano, il successivo rivela la sagoma delle cime di Baremone e Dosso alto.
Valle di Costa di Gargnano
Dosso Alto e cima Baremone
Proseguo, ancora due chilometri sempre attorno al 14%, il crinale dei monti inizia ad intravedersi tra gli abeti, arrivo ad un bivio, a sinistra si prosegue su carrozzabile sterrata verso il passo d’Erè e poi scendendo a Costa, a destra una sbarra segna la fine della strada e l’arrivo al rifugio Piemp. Scendo dalla bici ed arrivo alla piccola radura di fronte alla baita. Sorpresa, grande sorpresa, dopo chilometri nella folta vegetazione d’improvviso si apre un balcone incredibile sul lago di Garda. Sapevo che questa salita mi avrebbe regalato una grande emozione, ma non immaginavo così. Cima Piemp da oggi entri di diritto tra le mie salite preferite! Mi fermo scatto fotografie a nastro, mangio barretta e fruttino, sono più di tre ore che pedalo, un po’ di languorino ce l’ho!
Lago da cima Piemp
Lago da cima Piemp (panorama view)
Vorrei non ripartire, indugio parecchio gironzolando per il prato, ma oggi è giornata corta, ho promesso il rientro per mezzogiorno. A malincuore inizio la discesa, passo nuovamente da Olzano mi concedo una fotografia panoramica, il temporale ha reso complicata la salita, ma il cielo terso, che ci ha lasciato, consente viste spettacolari.
Arrivato a Gardola, decido di entrare a destra in una via laterale che conduce alla parrocchiale sperando di trovare un buon punto fotografico, questa volta no, nulla di eccezionale. Proseguo nella discesa, anche oggi decido per il ‘passaggio segreto’ (vedi La strada della Forra, passo Nota e la Grande Guerra) e mi ritrovo a Gargnano senza aver percorso gallerie, sono le 10.30, giungo nella frazione di Bogliaco e svolto a destra verso Cecina per evitare un po’ di traffico. A Toscolano sono nuovamente in statale, ma oggi non c’è il tempo per il classico San Michele da Gardone, via diritti verso Salò, le Zette, la Valtenesi. Sono le 11.35 quando arrivo davanti al cancello di casa, per una volta con discreto anticipo. Alla fine sono ‘solo’ 92km e 1.851m di dislivello, ma sono soddisfatto per aver trovato un’altro balcone con vista lago sopra i mille metri di altitudine.
Grazie Lago anche oggi hai saputo stupirmi nonostante ci conosciamo da quasi cinquant’anni!
Venerdì 18 agosto, è la settimana di vacanza per eccellenza, il lago di Garda è ricolmo di turisti, per questo alle sei del mattino sono già in sella alla mia specialissima in direzione alto lago. In realtà adoro le prime luci dell’alba, ora che le giornate si sono accorciate un po’ questo mi consente di ammirare splendide albe sul lago.
Alba da Polpenazze
Il sole sorge alle spalle del monte Baldo
Alle sette attraverso Gargnano ed imbocco la ciclabile (chiusa per frana, ma percorribile) che mi consente di evitare la prima lunga e stretta galleria; l’ultima rimasta con attivazione semaforica al passaggio di pullman/camion in quanto all’interno non c’è spazio a sufficienza. Rientro in gardesana, veloce mi dirigo verso Campione, alle sette e mezza finalmente svolto bruscamente a sinistra per la strada della forra di Tremosine. A quest’ora pochissimo traffico mi ha accompagnato fin qui. Mi rilasso ulteriormente, innesto il rapporto più agile, me la voglio godere proprio tutta e fermarmi a scattare bellissime istantanee di questo luogo. Infatti già dal primo tornante la vista sul lago e sul delta di Campione, con il sole ancora basso a riscaldare i colori, è meravigliosa.
Gardesana occidentale tra Campione e Limone
Il delta di Campione
Decido di affidarmi alle riprese del mio Xplova X5 (video [2’40”] da vedere!), riprendere la forra dalle varie angolazioni per rendere, seppur vagamente, l’idea di cosa si stia attraversando, è impresa ardua e lunga. Attraverso la prima galleria, lunga e buia (non illuminata!), le mie luci mi guidano, nessun altro mezzo la percorre mentre la oltrepasso, mi sembra di essere disperso nel cosmo! Uscito inizia la prima parte, scavata nella roccia continuamente dentro e fuori da piccole gallerie spesso con aperture sul lago; semplicemente fantastica. La seconda parte inizia con una curva a sinistra che porta verso l’interno della montagna, si abbandona il lago, un semaforo attivo governa il senso unico alternato, la forra è veramente stretta in certi punti. A quest’ora, fortunatamente, le automobili sono veramente pochissime a tutto vantaggio della quiete del luogo. Alzo la testa guardo la stretta gola che mi sovrasta, odo lo scorrere dell’acqua lungo le pareti rocciose, sento il profumo dell’umidità lasciata dalla notte. Sono solo pochi minuti anche in bicicletta, ma di intensità sovrumane. Non è un caso che sia annoverata tra le strade più belle al mondo. Ne esco, proseguo fino a Pieve di Tremosine, altra tappa obbligata prima di salire al passo Nota , meta di giornata. Qui è posta la celeberrima terrazza del brivido, già immortalata nei miei due precedenti giri, Tignalga in solitaria e Tignalga, lago di Tenno, passo Duron e lago d’Idro, mi fermo e mentre contemplo l’orizzonte infinito, faccio la mia colazione, sono le otto del mattino. Riparto quattro chilometri con facili pendenze mi separano dall’abitato di Vesio, frazione principale del comune di Tremosine. Da qui parte la strada che sale a passo Nota. All’inizio una leggera discesa conduce nell’ampia val di Bondo, poi piano a piano, mentre si attraversano campi di granturco, la strada prende a salire sempre dolcemente. Dopo poco più di tre chilometri arrivo ad un ampio parcheggio, subito dietro quest’ultimo, giochi per bambini, ‘arrampicazioni’ come le chiama Matteo e altalene nei verdi prati. Più in là una decina di splendide postazioni barbecue con panche e tavoli. A seguire un percorso vita si snoda lungo il corso del torrente. Che magnifico luogo dove portare famiglia ed amici per un’escursione. Proseguo, passato il ponte sul torrente la valle si stringe, la pendenza inizia a salire, sono gli ultimi quattro chilometri che portano al passo; quelli veri, quelli duri, ma, anche, quelli che ti danno soddisfazione. Il paesaggio è meraviglioso il torrente rumoreggia prima a fianco e poi sotto di me, le pareti spoglie e verticali dei monti di Tremalzo dapprima mi sovrastano; poi, mano a mano che salgo, si fanno più docili e mi guardano negli occhi.
Torrente valle di Bondo
Monti di Tremalzo
Monti di Tremalzo
La pendenza è costantemente tra 8% e 12%, non proprio una passeggiata, ma vale sempre la regola: paesaggio stupendo pendenza percepita -2%. Negli ultimi cinquecento metri l’asfalto, in buone condizioni, lascia il passo ad un lastricato di grosse pietre e cemento. Arrivo all’incrocio: tutto a sinistra il cartello dice passo Tremalzo (strada sterrata, ora chiusa al traffico), al centro rifugio degli Alpini di passo Nota, a destra strada bianca per Tremosine. Salgo al rifugio e mi si presenta di fronte, in tutta la sua bellezza, l’alpeggio del passo Nota, mi fermo accanto al cannone posto in memoria della Grande guerra, scatto qualche fotografia e riparto. Qualcosa al trivio aveva attirato la mia attenzione, un cartello con la scritta “cimitero di guerra 1915-18” che invitava a percorrere la strada bianca in falsopiano; il terreno sembra compatto, decido di affrontarlo sperando di vedere già qualcosa dopo la curva che dista da me non più di duecento metri. Ne farò due di curve prima di arrivare; fino a lì la strada è percorribile in bdc (bici da corsa). Mi imbatto prima nei ruderi di un forte della prima guerra mondiale e poi nell’ingresso di un rifugio usato durante i bombardamenti, ora adibito a magazzino degli attrezzi.
Rifugio della Grande Guerra
Rifugio della Grande Guerra
Il vecchio fortino
Sopra di me la montagna crea un anfiteatro naturale; al suo margine destro, salendo circa di venti metri trova posto il piccolo cimitero di guerra, ancora più in alto sul crinale della montagna si scorge una lunga trincea ancor ben conservata. Lascio la bicicletta, sono chilometri che non incontro nessuno, salgo sul crinale e oltre la trincea vedo apparire ai miei occhi un panorama mozzafiato.
Le trincee
Altipiano a passo Nota
Le trincee
Da qui si domina tutto l’altopiano, una posizione strategica ecco perché un secolo fa è stato usato come appostamento contro l’impero austro-ungarico. Il silenzio del luogo, la pace di una guerra ormai finita, mi fa tornare in mente i racconti dei nonni; erano di un’altra guerra, la seconda, non si combatteva più in trincea, ma gli aneddoti sono simili. Penso che quassù sarebbe bello portare i miei figli, non solo per la bellezza dei luoghi, ma per conoscere e toccare la propria storia, quella che ha cambiato la vita ai miei nonni; per ricordare e farne tesoro nel loro futuro. Scendo dal crinale, mi fermo al fianco della mia bici e mangio una barretta, ma non mi fermo troppo la temperatura qui è ancora sotto i 20°C. Ho visto, lungo la strada a due chilometri dalla cima, una bella panchina con vista panoramica e un po’ di sole, così la raggiungo. Ormai è passato mezzogiorno ed ho decisamente fame. Durante la discesa mi fermo più volte per fotografare lo splendore dei crostoni del monte Tremalzo. Tornato a Vesio non mi resta che percorrere, come mio solito, la Tignalga per evitare il traffico. Attraverso l’impegnativo saliscendi della valle del torrente San Michele e mi ritrovo a Tignale; anche da qui la vista sul lago è eccezionale e la giornata limpida esalta i colori nonostante la calura estiva inizi a farsi sentire. Esco dal paese ed imbocco un’altra meravigliosa discesa, con ampie curve a strapiombo sul lago. Un chilometro prima dell’innesto sulla gardesana devio a destra per una strada laterale che resta in costa per più di un chilometro dove si trovano alcune abitazioni, da qui la strada è interdetta a tutti causa frana, ma qualcuno ha spostato le pietre cadute creando uno stretto passaggio ed io mi ci infilo ringraziando.
Passaggio segreto sulla vecchia gardesana
Vecchia Gardesana
In realtà questo è il proseguimento della prima strada che da Gargnano portava a Tignale e sbocca esattamente all’inizio della ciclabile odierna. Io la chiamo ‘il passaggio segreto’. Arrivato a Gargnano entro in statale per pochi chilometri, subito dopo Bogliaco svolto a destra verso Cecina e Pulciano, questo mi evita altro traffico fino a Toscolano, ma soprattutto mi consente di ammirare con calma l’entroterra del mio lago. Sono a Maderno, nuovamente nel traffico, le autovetture incolonnate procedono come lumaconi, io passo ed arrivo al bivio per il Vittoriale; via a destra, si sale ancora verso San Michele. Non so più quante volte lo ho scalato, ma è così affascinante che ogni volta è un piacere. Sono le 13.30 ed io sono nuovamente in ritardo, scrivo un messaggio a Marina. Scollino e mi getto a capofitto verso Salò. Attraverso la mia città, risalgo le Zette, Valtenesi e sono arrivato. Alice, Mamma e Matteo passo Nota e le ‘arrampicazioni’ vi aspettano!