Quando il proprio compleanno cade di giorno feriale (venerdì 7 luglio) capita che non lo si possa festeggiare in maniera adeguata. Domani sabato 8 dovrò partire da Brescia alla volta di Polpenazze del Garda per il fine settimana; ecco che il giro in bici diventa un’ottima occasione per festeggiarmi.
Sono le 5.30 del mattino quando parto verso le Coste di S.Eusebio. Assonnato, molto assonnato, il caldo di questa notte mi ha fatto dormire poco e male. Ho progetti ambiziosi per il giro, ma per il momento spero solo di riuscire a scrollarmi di dosso il torpore e la stanchezza per il poco riposo. Scollino in trentadue e spicci, in linea con i tempi dei giri lunghi, ma cuore e testa dormono ancora, provo con la discesa, magari un po’ di vento fresco e adrenalina aiutano. Non molto! A Preseglie mi fermo alla fontana, mangio un fruttino, lo mastico con calma, bevo acqua fresca, forse aiuta. Un primo timido risveglio lo avverto, ma devo attendere di risalire la val Sabbia fino ad Idro per destarmi. Prima di uscire dall’abitato mi si para davanti un gregge di pecore con una decina di asini, li attraverso divertito. Ora mi aspetta la salita al passo S.Rocco (Capovalle). Sono 8,2km, i primi tre si snodano attraverso ampi tornanti con vista lago e pendenze mai severe (5-6%), arrivato alla galleria svolto bruscamente a destra ed entro nella valle lasciando la vista dell’Eridio, percorso il tunnel e la seguente leggera discesa per un total
e di 1,5km affronto la vera salita di Capovalle; poco più di 4km con pendenze spesso sopra il 10%. Mi alzo sui pedali e salgo con ritmo regolare, finalmente inizio a svegliarmi! A torto snobbiamo questa salita in quanto meno bella delle due che, attraverso il passo Cavallino della Fobbia, giungono sempre a Capovalle. Oggi invece la osservo meglio e, nonostante l’ampia sede stradale, trovo che abbia un suo fascino, immersa tra gli alberi e senza nulla attorno. Io, peraltro, ne serbo un ricordo speciale; quello del giro Brescia-Salò per andare dai nonni a pranzo, io in bici e la mia famiglia in auto. Arrivato in paese decido di percorrere la strada più alta, quella che conduce alla frazione di Zumié, più panoramica dell’altra. Proseguo e mi immetto sulla via che porta a Moerna attraversando il vecchio confine con l’impero austro-ungarico (vedi I sette borghi di Valvestino). Oggi ho deciso che voglio entrare e visitare ciascunno dei sette borghi. Prima di entrare a Moerna mi allungo alla chiesetta di San Rocco adagiata sull’estremità della collina, mi fermo alla fontana per riempire le borraccie e mangio una barretta.
Riparto, destinazione Persone, pochi chilometri di discesa con splendida vista a destra sulle vette di cima Rest e sono in paese, questa volta mi fermo e scatto un paio di fotografie proprio nel centro dove la strada si stringe.
La discesa si fa ora ripida e tecnica all’ombra di un fitto bosco, dopo alcuni chilometri sono di fronte a Turano, sede del comune di Valvestino, anche qui non ero mai entrato in quanto la strada provinciale gira a sinistra poco prima. Oggi no, entro, sgancio il pedale, bici in spalla e su per i gradini che portano alla parrocchiale!
Riparto, ora mi aspetta Armo, qui ero già entrato in paese due anni fa con l’amico Giorgio, la salita è breve, poco meno di 3km con pendenze sempre intorno al 6%. Solita foto con il fontanone ed un selfie in piazza.
Ritorno sulla provinciale e svolto subito a sinistra, l’indicazione dice Magasa 5km e cima Rest 8km. Questa è l’altra salita impegnativa del giro odierno, penden
ze regolari sempre intorno a 8% con punte del 10% fino all’abitato di Magasa, poi gli ultimi 3km più impegnativi con punte del 14%. Come dice l’amico Alberto se il paesaggio merita, la pendenza percepita si abbassa anche di due o tre punti. A cima Rest, vista la meraviglia del luogo sono sicuramente sceso sotto al 7% di pendenza! Arrivato a Rest (1.206m) non mi fermo, ma scendo verso Cadria. Sì, questa è la novità del giro, a Cadria io non sono mai stato, tre chilometri di discesa immersa nel bosco ed eccomi in un’alpeggio in fondo al quale sorgono una ventina di case; sono arrivato è l’ultimo borgo di Valvestino che ancora mi mancava. Rimango rapito dalla semplicità e dalla pace di questo luogo e scatto numerose fotografie nel tentativo di intrappolare questa amena serenità.
Decido di fermarmi qui per la pausa barretta salata e caffè in gel, vorrei poter prolungare questo soggiorno, ma devo tornare. Giro la bici e risalgo a Rest, da Cadria proseguono solo sentieri e mulattiere! Quasi 3km molto regolari e sono nuovamente a cima Rest, questa volta mi fermo e scatto numerose fotografie tra cui una panoramica a centoottanta gradi che rende bene l’idea del paesaggio che mi circonda.
Scendo verso Magasa, non senza fermarmi a fotografare la rocca Pagana una delle nostre ‘piccole dolomiti’.

Giunto al bivio stavolta mi infilo nel borgo, anche qui non ero mai entrato e percorro tutta la via principale in sella alla mia bicicletta, trovando abitazioni ed angoli caratteristici e suggestivi.
Riparto, scendo verso il lago di Valvestino, attraversando uno dei luoghi che più mi gratificano nel fotografarlo, lo stagno del torrente Toscolano. Quest’inverno lo fotografai con ghiaccio e neve (Valvestino tra i ghiacci!) ora il cielo ed i monti si specchiano nelle sue acque come in un dipinto di ninfee di Giverny di C.Monet.
Per finire la serie mi manca ancora un borgo, è quello di Bollone; altri 4,2km di salita anche questi regolari al 6/7%. Sono già passate le undici da un po’ ed il caldo inizia a farsi sentire. Entrato in paese accosto la bici alla fontana, faccio due passi mentre mangio qualcosa, anche qui le foto arrivano facilmente.
Guardo l’ora sono in forte ritardo e scrivo un messaggio a Marina, chissà come la prenderà, le chiedo anche di guardare, se ha voglia, le foto che ho già pubblicato, forse così giustificherà un poco il mio ritardo. I sette borghi sono finiti, mi resta solo da attraversare il lago di Valvestino e scendere in picchiata verso il Benaco. Ammiro le acque verdi mentre transito alto a fianco della riva nord, so già dove fermarmi per scattare una fotografia già incorniciata dai rami della vegetazione.
In breve oltrepasso la diga, arrivo a Navazzo ed inizio la discesa che mi porterà a Gargnano. Le temperature si fanno torride, lungo la discesa sembra di avere un phone acceso che ti asciuga il sudore. A Gargnano ci sono 36°, attraverso Maderno, luogo natio di mio nonno, arrivo a Gardone avrei voluto deviare e salire a San Michele per trovare meno traffico e percorrere ‘I luoghi della memoria‘, ma è veramente troppo tardi, arrivo al cartello di Salò. Tutte le volte che lo guardo mi gonfio di orgoglio come un bambino; sono solo quattro lettere e così si possono scrivere belle grandi sul cartello di inizio paese ed io stupidamente ne sono fiero: misteri dell’anima! Arrivo alle Zette, una dolce salitella di 2,2km, che porta dalla riva del lago alla frazione di Cunettone con cinque tornanti panoramici. Fatta alle 13.00 con 37° ha il suo perché! Un po’ di mangia e bevi in Valtenesi e sono arrivato più felice che mai per il magnifico giro, ma con un piccolo rimpianto ho saltato il San Michele.
L’indomani mattina riparto alle 7.30 per un giretto sciogli gambe, destinazione ovviamente San Michele. Il cielo non è dei migliori, un forte vento porta nuvoloni grigi, arrivo a Salò e dalle Rive scatto subito una fotografia dal fondo del golfo.
Riparto, manca poco alle otto del mattino, a quest’ora si riesce a passare per il lungolago senza arrecare disturbo (video) arrivato in piazza dell’imbarcadero devio a sinistra verso il centro passo di fronte al duomo e mi infilo nel vicolo del campanile, da dove mia nonna sgusciava di soppiatto per andare a giocare da piccola. Uscito da Salò mi dirigo verso Gardone ed imbocco la vecchia strada per San Michele (video). Oggi il forte vento sta increspando il lago, ma, soprattutto, sta regalando colori meravigliosi ai fondali e lungo le spiagge tra il golfo di Salò e Manerba. Salendo verso San Michele mi inebrio di quei panorami.
Arrivato a San Michele proseguo per Serniga. Prima di scendere nuovamente a Salò, una vocina mi dice di salire fino alla chiesa di San Bartolomeo (1,2km all’8%) luogo a me caro fin dalla giovinezza. Ritorno a Salò e percorro quel piccolo pezzo di lungolago che avevo saltato all’andata per passare davanti al duomo. A tratti esce il sole ed il forte vento a reso l’aria limpida ed io voglio scattare qualche foto da lì, ma non ho ancora capito il perché di questo desiderio.
Riguardo quest’ultima foto e come di incanto ora mi è tutto chiaro!

Qui mia nonna mi accompagnava tutti i pomeriggi estivi a guardare gli aliscafi planare nel golfo ed io scendevo su quella minuscola spiaggia per vedere se le onde dei natanti mi avrebbero bagnato i piedi.
Questi due itinerari ciclistici hanno ripercorso la storia della mia infanzia; la corriera che presi adolescente a Capovalle per tornare dai nonni, le escursioni dalla prozia di Moerna, il passaggio dove nacque mio nonno a Maderno, le visite alla sorella di mio nonno nella casa del giardiniere del Vittoriale, il vicolo del campanile, ed infine la mia piccola spiaggia. La forza del subconscio!
Buon compleanno Mog!
Video Integrale: (SetteBorghiDiValvestino)
Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@Coste,PassoS.Rocco,CimaRest&7borghiDiValvestino e Cicloturisti!@HomeSweetHome
Photogallery:

La temperatura è ancora bassa e l’umidità vicina al 100%, non certo le condizioni ideali per iniziare a carburare; quindi decidiamo di tenere un’andatura regolare. In vetta al passo saluto Francesco e mi tuffo in discesa verso Iseo, temo di essere in leggero ritardo, ma l’asfalto ancora umido mi trattiene dal forzare in discesa. Giunto al tornate del ristorante Ginepro, mi si apre la spettacolare vista del lago e delle torbiere. Il forte vento ed il sole che non illumina ancora tutto il lago danno al paesaggio un gioco di colori straordinario ed io non resisto, devo fermarmi a scattare una fotografia!

Usciti dall’abitato ci addentriamo nella valle ed il paesaggio cambia repentinamente da lacustre a montano con verdissimi alpeggi tra boschi di abeti e betulle. Anche la pendenza dell’asfalto sotto le nostre ruote muta drasticamente, ora spesso vediamo numeri in doppia cifra. La salita è tutto fuorché costante, dopo i primi 3km intorno al 9% troviamo 2km ‘quasi’ di falsopiano che si insinuano ancor di più nella valle. Attraversato un ponticello sul torrente Valle di Rino le cose cambiano, la strada si impenna davanti a noi, la pendenza si aggira costantemente attorno al 14% per poco meno di un chilometro; sarà solo la prima di una serie di rampe, fortunatamente la strada si addolcisce per un altro chilometro e la vista spettacolare che l’aria limpida ci sa donare ci ripaga ampiamente della fatica.

Infatti ecco che tra due betulle la visuale si apre sull’alto Sebino, sulla val Camonica e sul ghiacciaio dell’Adamello; il forte vento di questa mattina fa la sua parte e dà al panorama una profondità di immagine incredibile! Proseguo qualche centinaio di metri e lo stupore è davvero immenso quando capisco che da quel punto si può vedere a destra un piccolo scorcio del basso lago, a sinistra l’alto lago con Pisogne e la val Camonica separati al centro dalle vette del monte Pendola, di Punta del Bert e del monte Mandolino.
e la salita è finita. Inizia un primo tratto di discesa di circa tre chilometri che ci conduce alla chiesa di San Fermo, ora il panorama si apre verso la val Cavallina. Giunti all’incrocio suggerisco a Carlo di proseguire la discesa, in attesa che ritorni il sole, e di fermarci solo allora per mangiare. Questo versante dei colli di San Fermo è quello più frequentato dai ciclisti e da subito, mentre scendiamo, incontriamo numerosi ciclisti che stanno ultimando la loro salita; sembra un’interminabile processione. Incrociamo anche Sandrino, un nostro compagno di squadra, un vero camoscio, lui sì che va forte in salita, non come noi cicloturisti. Prima di Adrara San Martino mi fermo su un tornante per un paio di istantanee.
ido, ma senza forzare verso le coste di S.Eusebio; poco prima di scollinare, alle spalle del monte Ucia fa capolino la luna che sta per tramontare. Non appena termino la salita mi fermo per immortalare quest’inusuale vista del nostro satellite all’alba. Riparto scendendo a Odolo, prima di entrare nell’abitato svolto a sinistra e ricomincio a salire prima verso Agnosine ed a seguire verso Bione, entrambe corte e do
lci salite. In prossimità della parrocchiale di quest’ultimo borgo, mi fermo ad osservare il fondovalle. L’umidità lasciata dal temporale si è trasformata in nebbia che attende di evaporare sotto la calda luce del sole. Riparto, dopo una breve discesa, inizia la parte finale della salita alla Madonna della Neve, un erta br
eve ma intensa; poco meno di un chilometro al 9% con strappi oltre il 15%. In totale la salita dalla rotonda fuori Agnosine misura 4km con pendenza media del 3,7%. Giunto sulla sommità la vista si apre sulle montagne alle spalle di Mura, mi fermo e scatto qualche foto all’incantevole panorama. Oggi il blu cobalto del cielo, l’intenso verde dei prati e dei boschi sono esaltati dalla luce del sole ancora basso sull’orizzonte.
Quest’ultimo è una nota meta di ferrate per rocciatori e di angusti sentieri per escursionisti. Io, in bicicletta, mi accontento della strada asfaltata, ma i panorami sono decisamente suggestivi anche così. Sono 4km di salita molto regolare con una pendenza media del 5,6%. Con un buon allenamento la si può affrontare godendosi pienamente la vista delle montagne senza mai andare fuori soglia. Dopo 1,8km di salita il bivio per valle Duppo sulla destra. Lo prenderò al ritorno, ora salgo diritto verso il paese. La strada asfaltata termina nell’antico borgo in una sorta di slargo da cui partono numerosi viottoli e sottoportici. È giunta l’ora della barretta, mi fermo scatto una foto e mangio. Riparto, sulla prima curva all’uscita del paese mi arresto per contemplare l’ampio panorama; poi via fino al bivio per valle Duppo e stavolta giro a sinistra arrivando dall’opposto lato.
Inizia il bosco, il paesaggio è fiabesco, lungo questi tre chilometri non si scorge traccia dell’uomo, niente case o rifugi: nulla, solo prati, alberi, arbusti e fiori. Proseguo, la pendenza continua a salire, prima
dello scollinamento arriverò a leggere anche 20% per un paio di secondi. Il paesaggio, i profumi, il silenzio valgono tutta la fatica che si fa per giungere al falsopiano. Svolto a destra seguendo un piccolo cartello in legno per mtb con indicazione per Lodrino. La salita è ormai alle spalle, inizia adesso un magnifico toboga nel bosco, qua e là si intravedono i monti alle spalle di Lodrino con le loro vette aguzze e gli scoscesi pendii rocciosi.
atici asinelli, che pacificamente pascolano a bordo strada, mi fa sorridere. Penso che un regista occulto abbia disegnato questo finale, per rendermi ancor più soddisfatto. Prima di rientrare sull’asfalto liscio della provinciale, un’ultima corta rampa su fondo di pietre. Sono a Lodrino, da qui a casa è solo discesa. Sono le nove e trentacinque e se voglio arrivare per le dieci e mezza non c’è più tempo per guardarsi intorno. In meno di dieci minuti sono a Brozzo in val Trompia, da qui bisogna spingere e così faccio. Venti chilometri di noiosissimo falsopiano in discesa da terminare il prima possibile. Sono le dieci e ventitré e di fronte ho il cancello di casa, missione compiuta. Anche oggi giorno di Pasqua, dedicato ai conviviali piaceri con parenti, sono riuscito ad inventarmi un giro dalle inebrianti sensazioni.
ffico e meno vento.
e porte di Gardone, scopro che la prima parte del lungolago è chiusa per lavori, scendo dalle vie del centro e fotografo imbarcadero e Grand Hotel, quante passeggiate con i nonni ed i miei genitori. Riparto rapido verso Maderno, paese natale di mio nonno Battista, anche qui il lungolago è radicalmente cambiato in quarant’anni, mi apposto per scattare la fotografia proprio dove una volta la passeggiata finiva, dominata da un platano secolare denominato da tutti sem
plicemente ‘el piantù’ (il piantone). Ora il lungolago prosegue con una meravigliosa camminata che percorre buona parte del delta del torrente Toscolano, consentendo di spostare la visuale dal basso lago fino al monte Baldo e ai monti che sovrastano il parco dell’alto Garda. Oggi, per il momento, del Baldo non c’è traccia all’orizzonte. Riprendo la statale ed arrivo nel comune di Gargnano, come spesso accade, devio nella frazione
di Villa il cui porticciolo è sempre grazioso, anche oggi che è immerso in questa foschia che fa pensare più all’autunno che alla primavera imminente. Arrivato a Gargnano osservo i filari di aranci ancora ricolmi di frutti, raramente passo di qui in questa stagione e ne posso cogliere la bellezza dei colori, oggi il loro arancione intenso contrasta ancor di più con il grigiore del cielo e del lago. Riparto, controllo le luci sul casco, costeggio villa Feltrinelli e salgo lungo la vecchia gardesana per evitare la prima lunga galleria, l’unica che è rimasta come una volta, stretta e con le sole nuove lucine a led laterali. Rientro sulla st
rada nuova e percorro le gallerie che mi portano a Limone; penso che sono proprio migliorate molto da quando ero piccolino, per di più a quest’ora del mattino sono veramente rare le auto che incontro. All’uscita della galleria con lo svincolo per Campione di Tremosine, il mio sguardo viene rapito dagli inusuali riflessi che un timido, pallido sole crea sulle calme acque del lago. Arrivato a Limone scendo in paese, l’orario mattutino mi consente di attraversare le anguste vie del centro senza arrecare fastidio ai pochi pedoni e
di fermarmi nel piccolo vecchio porticciolo per l’ennesima fotografia del lungolago. Esco dal paese percorrendo via Nova che incrocia il sentiero del Sole prima di ricollegarsi alla statale. Il sentiero del Sole sarà parte integrante del favoloso progetto della ciclabile del Garda, sarà il punto da cui la ciclabile inizierà il suo percorso a sbalzo sul lago puntellata nella roccia! Per ora mi devo accontentare della statale e giungo a Riva, ora sono in Trentino, mi fa uno strano effetto leggerlo. È il momento per la sosta barretta e per qualche foto del vecchio porto. Da qui il percorso, per me, è abbastanza nuovo e devo stare attento anche alle indicazioni stradali per poter eseguire correttamente la traccia gps che mi ero prefisso. Finisce Riva ed inizia Nago Torbole senza soluzione di continuità, quasi
fossero un unico paese. Le nove sono oramai passate ed i numerosi negozi di biciclette che incontro espongono in file ordinate decine di biciclette elettriche e non pronte per essere noleggiate. All’uscita del paese salgo sul pontile dell’imbarcadero per scattare la foto della cittadina e del monte Brione che separa geograficamente l’interno di Riva da quello di Torbole. Ora fino a Malcesine quasi il nulla, inoltre la foschia persistente impedisce anche la vista della splendida balconata di Tremosine. Unico lato positivo, con questo tempo non si alza una bava di vento e si può viaggiare tranquillamente a 30km/h senza fatica. Giunto a Malcesine, i
nizio a sfruttare il piccolo bigino che mi ero scritto per poter girare nei lungolaghi veronesi senza perdermi nei meandri delle stradine interne. Arrivo sul lago e scatto un’istantanea al palazzo dei Capitani. Riparto alla volta di Torri, le uniche volte che sono stato qui furono per prendere il traghetto e non mi sono mai addentrato sul lungolago, oggi ho scoperto che è molto carino e sovrastato da un bel castello costruito, sopra fondamenta dell’epoca romana, intorno al decimo secolo e poi ampliato e terminato dalla signoria degli Scaligeri nell’ottocento. All’interno fa bella mostra di sé un agrumeto visitabile.
i una discesa in cui prendere velocità. Io, essendo cicloturista, decido di scendere qualche centinaio di metri lungo la strada bianca che conduce al piccolissimo porto, ho visto delle fotografie meravigliose di questo luogo, ma la giornata di oggi consentirà di fare solo scatti melanconici, che hanno comunque il loro fascino. Riparto, arrivo a Garda, ormai è metà mattina, le passeggiate sul lago iniziano a popolarsi di bambini con le loro biciclettine oltre che di pedoni, quindi bisogna moderare le velocità ed adeguarsi anche alle loro esigen
ze nell’attraversare i paesi. Decido di fermarmi alla fine del lungolago sotto ad un piccolo pergolato che sporge nel lago. Il cielo è ancora bigio e non si riesce a percepire la magia del golfo di Garda. Riparto ancora, mi aspettano i due lungolaghi più famosi della sponda veronese Bardolino prima e Lazise poi. Entrambi belli, grandi ed accoglienti. Ormai so
no le undici passate è comparso un pallidissimo sole ed i turisti stanno invadendo le passeggiate, con molta circospezione passo senza disturbare troppo e scatto le mie fotografie. Bardolino è, indubbiamente, una località da turismo estero e lo si evince dai numerosi negozi che vendono prodotti in cuoio, vetro di Murano, ceramiche, scacchiere in alabastro; insomma un poco come la nostra Sirmione. Lazise, invece
, mi è parsa più da turismo veronese, anch’essa molto graziosa soprattutto nella parte della vecchia Dogana che non ho potuto fotografare adeguatamente per mancanza di tempo. Esco dal centro e scendo verso Peschiera, oltrepasso i parchi acquatici ed arrivo innanzi al cancello d’ingresso di Gardaland. Non posso non fermarmi e scattare un selfie da far vedere ai miei bimbi questo pomeriggio,
millantando di essere stato al parco giochi senza di loro. In realtà come leggo dal grande tabellone la riapertura è prevista per il 9 di aprile. Finalmente giungo a Peschiera, attraverso la foce del fiu
me Mincio e scatto una foto dal ponte che separa la fortezza dalle vie del centro. Proseguo finché posso sul lungolago, poi rientro sulla vecchia statale attraversando la frazione di San Benedetto. Arrivo a Lugana di Sirmione, ecco qui un’altra deviazione dal gdl dei cicloamatori, per tracciare correttamente il profilo del lago devo risalire fino all’entrata del borgo storico di Sirmione, da lì in poi la strada è preclusa, per ovvie ragioni di s
pazi, anche a noi ciclisti. Foto di rito davanti all’ingresso del castello, credo una delle foto più classiche e inflazionate d’Italia e rientro sulla statale per giungere a Desenzano. Da qui il giro si snoda sulle strade conosciute e percorse più e più volte durante il periodo estivo. Mi vien quasi difficile fermarmi a scattare le fotografie dei vari lungolaghi o porti in maniera puramente didascalica, ma la cronaca di giornata non sarebbe completa e veritiera sen
za di esse. Per cui eccomi sul ponte del vecchio porticciolo di Desenzano ad immortalare gli ormeggi. Uscito dal territorio di Padenghe la mia strada si separa nuovamente dal gdl che normalmente taglia dritto verso Salò, io tengo la destra passando per il centro di Moniga, attraversando Gardoncino e giungendo ai piedi di Porto Dusano da cui scatto l’ennesima istantanea. In questa zona della Valtenesi è difficile rimanere più vicini di così alle acque del lago; dopo Dusano mi sposto verso la rocca di Manerba senza salirvi (la gamba ed il tempo non me lo permettono) scendo fino al lago per fotografarla anche dal basso.
i verso Salò ed ultimare il mio periplo. Guardo il gps del mio ciclo computer, sono ormai più di 160 i chilometri percorsi; il dislivello, con i continui saliscendi in ogni paese e soprattutto in Valtenesi, ha raggiunto comunque i 1.300m e sono sei le ore di pedalata effettiva; la velocità media è comunque quasi di 27km/h, non male dato i numerosi tratti in zona pedonale. Per giungere in paese devo passare davanti ad uno dei luoghi più suggestivi di Salò, il lungo filare di cipressi che costeggia il lago di fronte al grande cimitero.
no e prendere la strada che porta a Santa Maria del Giogo passando dal Colmì. La salita è lunga ed incostante: un primo tratto di 4,8 km porta all’abitato di Brione con pendenze impegnative, lo segue un tratto di circa 3 km di falsopiano che attraversa San Giovanni di Polaveno, infine poco più di 5 km costantemente in salita (particolarmente duri gli ultimi 2 km quasi sempre sopra al 10%). Le temperature, nonostante il mese di giugno inoltrato, sono piuttosto fresche, lungo tutta la salita sto tra gli 11°C ed i 9°C. Arrivato finalmente al Colmì inizio la discesa con circospezione, l’asfalto è nuovo e meraviglioso, ma non s
o fin dove arriva. Giungo al bivio per Santa Maria e trovo già pronta la transenna che impedirà il transito veicolare verso il lago. The floating piers, per qualche settimana, rivoluzionerà la circolazione tra Iseo e Pisogne, ogni accesso sarà interdetto. Sento il ronzare degli elicotteri sul lago, forse Christo ha deciso di anticipare l’apertura del ponte. Arrivo al primo pascolo con vista sul lago e scorgo le linee arancio del ponte che solcano il lago. La giornata è grigia, ma l’aria è pulita e dona comunque profondità ai panorami. Mi fermo a scattare qualche fotografia; il ponte è stato aperto, si vedono già i primi minuscoli puntini spostarsi sulle strisce arancio. Proseguo nella mia discesa, arrivo alle porte di Sulzano e le transenne con minacciosi cartelli si moltiplicano, seguo il percorso obbligato e giungo sulla vecchia statale del lago, manca qualche minuto alle otto del mattino, ma c’è molto fermento per le vie. Giro a destra verso Pisogne, per cui il vigile non mi dice nulla, avessi provato a svoltare a sinistra verso l’imbocco del ponte mi avrebbe sicuramente bloccato. Proseguo qualche centinaio di metri e mi fermo ad una balconata sul lago da cui posso fotografare splendidamente le piccole formiche che si muovono in una lunga unica fila sopra alla striscia arancio come dovessero tornare al loro formicaio di Montisola.
orta a Pisogne rientro nella civiltà rumorosa. Ora mi attende la salita di giornata, Passabocche – Colle di San Zeno. La scalata è piuttosto lunga, più di quattordici chilometri, sin dall’uscita dall’abitato di Pisogne le pendenze si fanno severe, su alcuni tornanti si supera decisamente il 10%. Dopo 2 km un rettilineo di qualche centinaio di metri si impenna con pendenze che rasentano il 20%, subito dopo si inizia a godere del panorama del lago, vista che non mi abbandonerà quasi mai lungo tutta la salita.
o per poter arrivare in orario. Così, di buona lena, ma senza forzare eccessivamente in un’ora e un quarto sono a Passabocche, giusto il tempo di un fruttino e sono in discesa (4 km) verso Val Palot, mi fermo alla fontana per riempire le borracce e mangio una barretta. Riparto, ma proprio ai piedi della salita finale per il Colle di San Zeno, lunga 4,6 km, vedo una baita sulla sinistra con un magnifico giardino fiorito. Nonostante il tempo uggioso i fiori hanno colori cosi vivaci e brillanti che sono sicuro renderanno benissimo anche in fotografia.
ere del sole, alle 5.45 sono già in sella e attraversando la Valtenesi mi dirigo verso Salò da dove proseguirò lungo la gardesana occidentale. Giunto in prossimità di Maderno non posso che fermarmi ad immortalare il sole mentre gioca a nascondino con il monte Baldo. Proseguo, giungo a Gargnano, svolto a sinistra per Navazzo, sono solo le 7:15 quando entro nel borgo e decido di non fermarmi a riempire la prima borraccia già vuota. L
e riempirò entrambe più avanti. Arrivato all’omonima diga inizio a scattare le prime fotografie; ne avrò decine e decine, ma non riesco a farne a meno, ogni volta credo di aver trovato un’angolazione diversa, una luce differente. Oggi è una giornata abbastanza limpida e calda (23°C e sono solo le 7:15) il lago è intensamente dipinto di verde ed io inizio ad osservare compiaciuto uno dei miei panorami preferiti. Circa al quindicesimo chilometro della strada provinciale mi fermo, sono arrivato in uno dei miei ‘luoghi della memoria’. Ora mi sovviene che non l’ho mai fotografata e così prontamente colmo quest
a lacuna. È l’acqua del Bolà! Una delle fontanelle migliori del bresciano, forse la migliore per freschezza; gelida anche nelle più torride giornate estive. Una fontanella da ’10’ come dice Gino il papà di Francesco e Marco. L’emozione sale mentre rimembro la mia prima salita a Valvestino nell’ormai lontano 1995 proprio con papà Gino e Francesco. Fu il mio battesimo sulle grandi salite, la mia prima volta al Passo San Rocco di Capovalle, insomma un giro vero! Gino e Francesco amano dare un voto a tutte le fontane che si incontravano in bicicletta e quella del Bolà è in assoluto la migliore di tutte! Riparto, non sono passate ancora due ore dall’inizio e sono già sopraffatto dai miei meravigliosi e nostalgici ricordi. Al bivio di Molino di Bollone tra le due salite scelgo quella di destra che porta a Turano, Moerna. È la mia preferita, sia per le pendenze arcigne che ne fanno una salita impegnativa (come piace a me), sia per i paesaggi incantevoli che la circondano. Prima delle ripide rampe, sotto all’abitato di Turano, si trova un piccolo pianoro perennemente in ombra, che grazie alle insistenti piogge di questa primavera si è trasformato in un’amena palude (disturbata solo dalla voracità delle sue zanzare). Mi fermo, fotografo, mi godo quella che sicuramente sarà l’ultima frescura di giornata, ora la temperatura è scesa a 15°C; mi domando quanto freddo ci possa essere in pieno inverno in questa conca (lo scoprirò a gennaio!
r l’erta di Monte Stino. Poco meno di quattro chilometri con una pendenza media del 12% e punte vicino al 20%. La salita si presenta subito con un primo rettilineo costantemente sopra l’11%. Il fondo stradale lascia subito spazio al cemento e gli scoli trasversali per l’acqua piovana spezzano ritmo e gambe
. Insomma salita di quelle vere! I primi due chilometri sono abbastanza riparati dal bosco, mentre la parte finale è completamente esposta al sole, le pendenze, comunque, non accennano ad addolcirsi se non in prossimità del rifugio omonimo. Giunto in vetta (1.400m s.l.m.) la vista si apre sulle Alpi bresciane, sulle cime del Baremone e del Dosso Alto. Sotto di me il lago d’Idro, ma l’afa estiva rende fosco lo sguardo verso il basso, il cielo sopra di me invece è di un blu intenso a metà tra il freddo cobalto ed il caldo turchese. Oggi va così, la giornata è splendida, ma l’aria non cristallina non consente una profondità di panorama; per cui, memore dell’ultima gara di fotografia con mia figlia Alice mi dedico alla botanica fotografando fiori, sono proprio un buontempone!
i che passa sotto ad una chiesetta, il santuario della Madonna di Riosecco. Come tutti i santuari che si rispettino per raggiungerlo bisogna prima passare dall’infernale rampa di trecento metri al 16% di media con una punta del 21%. In tutto la salita che porta al Cavallino misura 3,7km con tre strappi ben oltre il 14% di pendenza, ed un paio
feriti oggi lo voglio affrontare, anche se in versione ridotta, in pieno inverno (vedi
In pratica la mia #omarzone (vedi
consentirà un’istantanea su Turano, ma, soprattutto, di esporre le mie mani all’irraggiamento solare. Come uno ‘stream of consciousness’ joyciano mi martella nella mente la frase del Daitarn III: “Ed ora con l’aiuto del sole vincerò! Attacco solare! Energia!” correva l’anno 1980, ricordi di gioventù. Dopo quasi dieci minuti, durante i quali mangio anche un fruttino, la temperatura delle mani è rientrata nella norma. Riparto, ma a mani nude, ora mi aspetta l’erta impegnativa di Persone-Moerna,
i primi 3km con pendenze sempre in doppia cifra, quindi velocità ridotta e riscaldamento dovuto alla fatica dovrebbero mantenere il freddo lontano dalle mie mani molto meglio dei guanti. Così avviene, mi fermo sotto all’abitato di Persone per immortalarlo con il mio telefono, oltrepasso il borgo e spedito mi dirigo verso la frazione di Moerna, ora le pendenze sono più dolci, la velocità aumenta sensibilmente, ma, complice il sole in fronte, le mani non si raffreddano quasi per nulla.
Ormai sono vicino ai 1.000m (s.l.m.) e lo sguardo si apre sul panorama circostante. Che giornata meravigliosa! Attraverso il paese, la temperatura ora è vicina allo zero ed allo scollinamento decido di fermarmi per indossare guanti e sotto-guanti che avevo infilato nelle tasche posteriori lasciando le dita all’esterno per farle asciugare al sole.
manentemente, un messaggio a Marina: “Tutto a posto sono ora a Moerna, per le 12.30 sarò all’auto. Ti chiamo poi” e riparto. Dall’alto del vecchio confine con l’impero austro-ungarico fotografo l’abitato di Capovalle. La discesa è pulita, cioè non c’è ghiaccio, ma solo sabbia e sale, quindi grandi velocità non si possono comunque fare! Fortunatamente la strada è quasi completamente al sole, il che rende la sensazione di freddo della discesa molto blanda. Solo l’ultimo chilometro prima del bivio è nuovamente in ombra, in quanto incastonato nel fondo valle, qui l’ultimo assaggio di freddo di giornata. La strada che costeggia il lago di Valvestino è ora completamente al sole ed io posso scattare quelle foto che mi ero ripromesso al primo passaggio, la galleria ricoperta di ghiaccio, le colonne d’organo e gli scorci dalle colorazioni uniche sul lago.
trapporsi all’acqua del lago è, di per sé, raro e suggestivo. Il ‘ Serniga’ o ‘S.Michele da Salò’ è una salita non troppo difficile, anche se richiede un minimo di allenamento per essere affrontata. In totale sono 3,6km con pendenza media del 7,5% punta massima del 12%. Si inerpica sopra la frazione di Barbarano con tornanti panoramici in cui filari di cipressi si alternano a vedute panoramiche del lago. Già sul primo tornante non resisto alla tentazione e mi fermo per immortalare questa giornata straordinaria; oggi il responso cronometrico non mi interessa; questi sono paesaggi che devono essere gustati dall’inizio alla fine.

o dal municipio torna al Vittoriale (vedi 
schiarare da dietro il monte Baldo, chissà se riuscirà a sbucare tra le nuvole, oggi la giornata è piuttosto uggiosa. Inizia la salita, per la prima parte seguo la stessa strada che porta in Valvestino, ma prima dell’abitato di Navazzo svolto a destra verso nord e proseguo l’ascesa con pendenze decisamente più impegnative. In totale mi aspettano poco più di quindici chilometri e raggiungerò i mille metri di quota, cosa abbastanza singolare per una strada asfaltata che domina il lago. Normalmente sulla sponda bresciana superati i 500/600m le strade si spostano verso l’interno della montagna senza dar più viste sul lago. Questa fa decisamente eccezione, dagli oltre 900m dell’altipiano, si domina il lago; la vista è eccezionale ed è un vero peccato che poche persone la conoscano. Arrivato al bivio di Navazzo le pendenze si fanno serie, in circa tre chilometri, progressivament
e, passo dal 7% sino al 10%, con punte del 14%. Giunto al bivio per Costa di Gargnano tengo ancora la destra in direzione Briano; ora si fa veramente dura, di fronte a me un chilometro (sono già 10,5 km dall’inizio) con una media del 14% e punte del 17%. Fortunatamente una volta lasciato il bivio di Costa è anche il momento dei paesaggi più belli. La strada è immersa in un bosco di abeti ed il profumo di resina è persistente. Respiro a pieni polmoni e gioisco, adoro la resina di pino! Passato questo muro esco dal bosco e mi ritrovo sull’altopiano; a destra il lago ed il monte Baldo a sinistra gli alpeggi. Incrocio un mandriano che sta osservando le sue mucche brucare, lo saluto e proseguo. Il posto migliore da cui osservare il lago è nei pressi di un
a baita poco prima di rientrare nella fitta vegetazione e riprendere a salire con pendenze severe. Oggi il meteo non è dalla mia parte e la foschia appiattisce i paesaggi, ciononostante mi fermo a scattare una fotografia. Gli ultimi due chilometri sono costellati da vecchie malghe trasformate in case di villeggiatura, sono sparpagliate qua e là, ma una in particolare, quasi in cima alla salita, mi ha
sempre affascinato; è completamente ricoperta di legno scuro con le bordature dei tetti e degli infissi bianchi, un bellissimo giardino con una suggestiva e tortuosa scalinata in pietra. Ormai manca poco alla bocca Lovere, ivi giunto mi fermo a mangiare una barretta, sono passate poco più di due ore da
quando sono partito ed inizio ad avere un po’ fame. Riparto, ma raggiunto il bivio non proseguo nella discesa, bensì svolto a destra verso Costa che sarà la mia seconda meta di giornata, la speranza è che il meteo migliori un poco e mi lasci apprezzare meglio questi paesaggi. Per arrivare a questo borgo bisogna attraversare un saliscendi per un totale di quasi 8 km. Prima una leggera discesa di 3 km, poi 1 km di salita per giungere a bocca Magno (Roccamagno),poi altri 3 km di discesa ed infine un 1 km di salita. Giunto in paese vengo attratto da via Boccapaolone, molti anni fa salii in auto da bocca Paolone per giungere al passo d’Ere e scendere a Tignale, ma la strada era sterrata e di difficile percorrenza anche in auto. Oggi vedo la via con asfalto liscio e dei
bellissimi lampioni; decido di percorrerla, non mi illudo che sia così fino in cima, ma voglio vedere fino a dove si può arrivare con la bici da corsa. Scopro che si riescono a fare altri 2 km abbondanti fino a raggiungere bocca Paolone, le pendenze sono di tutto rispetto tra il 9% e il 12%. Dopo il tornante inizia lo sterrato, provo a percorrere un centinaio di metri o poco più giusto per arrivare a vedere al di là del crinale. Il terreno è veramente impossibile, credo che anche una mtb abbia qualche problema di aderenza nell’affrontarla vista la pendenza sopra il 10%, il terreno fr
anoso e i grossi massi. Mi fermo a fare un paio di fotografie e ritorno verso Costa, finalmente il cielo si apre lasciando spazio ad un poco di azzurro. Questo mi consente di ammirare meglio questi bellissimi alpeggi mentre ritorno verso Gargnano e di scattare qualche istantanea. Una volta arrivato a Navazzo decido di scendere per una
via poco conosciuta, ma molto bella e un tantino scomoda per la bici da corsa. Subito dopo il secondo tornate, sulla destra si trova una piccola strada cementata (via Cisternino), la prendo. La pendenza è molto alta, più volte vicino al 20%, bisogna stare attenti a non far prendere velocità alla bicicletta perché la strada molto stretta e le continue curve non danno margini di errore. In compenso il traffico è pressoché nullo, il paesaggio è stupendo, sono nuovamente immerso nel bosco ed ogni tanto il lago fa capolino tra le fronde degli alberi. Mi ritrovo in un battibaleno a Zuino. A Fornico lascio la strada principale per via Corneghe, questa deviazione mi consente di arrivare direttamente sulla strada interna di Cecìna senza passare dalla gardesana. Oggi decido per la variante bassa ed a Pulciano punto subito verso Toscolano, quattro chilometri di statale e ricomincio a salire verso S.Michele. La parte migliore del giro se ne è ormai andata ed anche se il rientro finale è sempre quello; i paesaggi, l’intensità emotiva dei luoghi, lo rendono sempre piacevole ed interessante. Sono passate poco più di sei ore da quando sono partito e da poco le campane hanno suonato il mezzogiorno. Per una volta arrivo in anticipo su quanto dichiarato, spero vada in compensazione con una delle tante volte che sono arrivato in ritardo!
lla bicicletta, non è presunzione: è consapevolezza e determinazione. Sono le sei del mattino, parto, percorro la gardesana come sono solito fare in questo periodo. Non mi stanca mai da quanto sono meravigliosi i suoi paesaggi. Passato Gargnano, finalmente, il sole sorge da dietro il monte Baldo regalando ai miei occhi una bellissima raggiera luminosa ed iniziando a scaldare e colorare di tinte accese la sponda bre
sciana del lago ed io non posso che catturarne le immagini con il mio telefono. Proseguo e giungo al bivio per Tignale, da qui inizia la salita: quasi sette chilometri perlopiù dolci e gradevoli. Salgo con calma, dopo 3km incontro il bivio per Piovere, già il mese scorso con Rick (link
ella roccia questa strada ed arrivo al Belvedere di Tignale, non mi fermo, ma osservo mentre rallento il passo. Ormai sono in centro al paese, tra poche centinaia di metri inizierà il temibile muro cementato del Santuario di Monte Castello. Arrivo al bivio e svolto a destra, inizio l’arrampicata, in totale poco più di 600m. I primi 100m vengono facili con pendenze al di sotto del 10%, ma da qui in poi è una costante impennata. Dopo
200m il primo tornate, sono già oltre il 12% di pendenza, alzo lo sguardo e vedo il terribile rettilineo: 300m che condu
cono al cielo, sembra una rampa di lancio, sul Gps leggo anche 29%, ma non c’è bisogno di conferme elettroniche, si sente nelle gambe che fa male: senti la forza di gravità trascinarti verso il basso. Arrivo al tornante, ma la pendenza rimarrà intorno al 20% sino davanti alla chiesa. Fatto! Cinque minuti in apnea, tanto è durato! Grande soddisfazione e panorami incredibili sia sul lago di Garda, sia sul monte Baldo, sia verso l’entroterra e i monti del Tremalzo. Mi fermo il cancello di accesso al sagrato è ancora chiuso, sono da poco passate le otto e la chiesa non aprirà prima delle nove: pazienza! Tornerò un’altra volta!
e domina, con la sua splendida visuale, tutto il basso lago. Esco dal paese e sono incuriosito da quella curva che avevo abbandonato per entrare in centro. La prendo ed inizio a salire, la pendenza è notevole, nuovamente siamo sopra il 16%, qualche centinaio di metri e mi trovo esattamente sopra al borgo, vista ancor più splendida! Imbocco una strada lastricata in discesa e mi ritrovo in pieno centro in forse meno di trecento metri di strada. Che spettacolo e che bellissima sorpresa questo Piovere che ho scoperto solo dopo quarantasei anni che ci passavo davanti!
aderno (Sanico), oggi è una bellissima giornata e mi voglio godere il ‘mio’ lago da tutte le salite! Anche questa non è lunga, circa quattro chil
ometri, le pendenze non arrivano mai al 9% con una media del 6%, quindi molto regolare sempre esposta ad est e molto soleggiata, ma con il lago sempre ben in vista. Dopo quei duri strappi al 20% la trovo quasi riposante, sicuramente rilassante! Arrivato a Sanico che è fine della strada asfaltata mi fermo a riempire le borracce alla fontana. Dall’alto sento arrivare delle mtb ed una voce mi grida: “Arda chi ghè!” (guarda chi c’è) mi giro è Michele e dietro di lui arriva anche il Beppe. Michele è un amico, prima che uno stimato artigiano di telai in carbonio (per la cronaca io posseggo due FM bike), Beppe aveva un negozio di biciclette ed era mio cliente, ora è solo Beppe il mio amico. Scambiamo due parole loro hanno fatto il giro del monte Pizzocolo (bikers tosti!), io racconto del muro di Montecastello. Ripartiamo Beppe e Michele di nuovo su sterrato verso Bezzuglio, io su asfalto torno a Maderno. Mi aspettano i quattro chilometri più brutti, quelli che in mezzo al caos turistico mi portano fino a Gardone Riviera all’imbocco della salita di San Michele. Sì perché piuttosto che altri tre chilometri tra le auto incolonnate io ne preferisco quasi sei in salita a dolci
r prima che sorga il sole. Alle 5.35 sono in bicicletta, prima delle sei scendo le Zette verso Salò: è ancora buio e le luci sul lungolago danno un effetto fiabesco al golfo. Come sempre percorro il lungolago e giunto a fianco di piazza del Duomo scopro, con immenso piacere, che la cattedrale è splendidamente illuminata di notte. Non resisto entro in piazza appoggio la specialissima ed inizio a sca
ttare fotografie al ‘mio’ Duomo (vedi
one rossastro inizia a rischiarare il cielo alle spalle del Monte Baldo: sta per sopraggiungere l’alba! Proseguo in direzione di Gargnano, lì inizierà la prima salita di giornata che mi porterà fino al passo San Rocco, dopo aver attraversato tutta la Valvestino. La salita è suddivisa in tre parti: i primi 7km, che portano all’abitato di Navazzo, con pendenze sempre abbastanza dolci tra il 5% e il
7%; un lungo falsopiano di oltre 11km, che costeggia prima la diga e poi il lago di Valvestino, infine un ultima ascesa di 6,7km, questa volta abbastanza impegnativa, con tratti al 9% ed una media di quasi 7% di pendenza. Considerato quello che mi aspetta nel proseguo del mio giro è il caso di iniziare a salire con calma godendomi lo spettacolo del cielo, del lago e dei monti. Giungo a Navazzo, mi volto, il sole non è ancora sorto da dietro il monte Baldo, ma è proprio lì, questione di minuti, non ho tempo e procedo! In compenso vedo per la
prima volta nella mia vita le rocce del monte Pizzoccolo arrossarsi ‘di vergogna’ sotto i primi raggi di sole! Arrivo finalmente alla diga ed inizio a costeggiare il lago. Le dighe portano sempre con se qualcosa di inquietante, soprattutto quando le si osservano ancora in ombra, in compenso il lago con i suoi riflessi verde pino sa dispensare piacevoli sensazioni e lascia presagire profumi di resina silvestre. Lasciato il lago ed il ponte su cui è posta la scritta del vecchio confine con l’impero austro-ungarico inizio la terza parte della salita, il sole ormai fa capolino tra un tornante e l’altro ed io mi ritrovo a Capovalle quasi senza essermene accorto. Attraverso il borgo, arrivo al passo, mi fermo e mangio. Pronti via! Mi attende una discesa bellissima: fondo stradale quasi perfetto, carreggiata così ampia che ovunque è dipinta la linea di mezzeria, tornanti tra gli abeti e rettilinei con pendenze superiori al 10%. Se qualcuno vuole sfiorare i 100km/h in bicicletta qui ci può riuscire, io come mio solito arrivo a 68km/h e tiro i freni, per un motivo o per l’altro i 70km/h non li supero mai e tutto sommato ne sono anche un po’ contento: cicloturista prudente! Subito dopo la galleria il paesaggio si apre sull’Eridio, alcuni tornati mi portano fino all’abitato di Idro, passo oltre e proseguo per Anfo.
Insomma il passo Giau di casa nostra. Anche i panorami durante la sua ascesa non sono certo inferiori a quelli blasonati delle Dolomiti: si passa dalla vista del lago nei primi tornanti; alle malghe di fondo valle strette tra le creste sovrastanti; al fitto bosco; fino all’ampio panorama, giunti sopra i 1.000m di quota, del lago (oggi un poco offuscato) e delle creste montuose circostanti. Ovviamente, nonostante i buoni propositi di non fermarmi troppo spesso per non interrompere il ritmo, scatto numerose fotografie:
, i più impegnativi, la pendenza è costantemente intorno al 10% con punte del 15%, una vera ‘legnata’ per le gambe ancora rintronate dalla ‘centrifuga’ dello sterrato. Comunque la bellezza dell’altopiano, le malghe e la vetta del Dosso Alto distraggono dalla fatica e consentono di arrivare allo scollinamento senza sentire troppo l’affanno. Ora non mi resta che scendere al passo Maniva per fermarmi al rifugio a consumare il mio pranzo. Le undici sono passate da poco e dopo cinque ore e mezza di pedalata ho una discreta fame!
mento di ricominciare a salire. Mi aspettano Irma e Dosso di Marmentino, solitamente venendo dalla città si affronta Marmentino salendo dal comune di Tavernole, che si incontra prima. Invece, scendendo dal Maniva, ci si imbatte prima nel bivio di Aiale che porta ad Irma prima di giungere a Marmentino. Una salita, a torto, poco frequentata dai ciclisti in quanto, oltre a riservare dei bellissimi paesaggi, è
ispetto con i suoi quasi 7km totali. Considerando poi, che dopo l’abitato di Irma, c’è una discesa di quasi un chilometro nella quale si perdono ben 70m di dislivello, si evince che le pendenze nei due tratti in salita, oltre che poco costanti, sono del tutto ragguardevoli. Nell’ultimo chilometro non si scende mai sotto il 10%! Arrivato a Dosso un lungo falsopiano attraverso le frazioni di Marmentino mi conduce al passo Termine da dove rientro in val Sabbia. Qui l’idea originale era un’altra, ma un fastidioso brontolio intestinale mi fa capire che oggi non devo esagerare. Decido di scendere al Lago di Bongi. Pensandoci bene quest’anno non sono ancora passato da Bongi e questo un poco mi sorprende in quanto è una delle mie strade preferite per le gite primaverili: non troppo impegnativa, immersa nella v
egetazione e senza traffico veicolare. Attraverso Lavino, Noffo ed arrivo al laghetto artificiale; qui scopro che, ora, a fianco della strada, campeggia la scultura lignea di un simpatico capriolo. Giungo a Mura riempio nuovamente le borracce al lavatoio, la temperatura ormai e vicina ai 30°C e l’acqua freschissima della fontana è un toccasana. Se penso che ho passato le prime tre ore di gita quasi costantemente tra i 12°C e i 16°C mi viene un poco da sorridere. Riparto e decido di scendere direttamente ai Piani di Mura: discesa ripida, estremamente tecnica, tornati strettissimi, insomma una discesa da percorrere molto concentrati e senza prendere troppi rischi: una disattenzione qui si paga a caro prezzo! Purtroppo arrivo a Nozza di Vestone. Purtroppo perché dopo ore tra le montagne sono ritornato a fondo valle sulla trafficata ex-statale ‘Del Caffaro’, ma non la percorrerò molto a lungo: giusto quei 3km che mi consentono di arrivare a Barghe e deviare per Preseglie: salitella di poco conto in un giro come quello di oggi, 2km al 5%. Attraversato anche questo paesino scendo verso Odolo da dove parte il versante valsabbino della mitica, per noi bresciani, salita delle Coste: 4,3km al 4% di media con il cosiddetto ‘Groppo’ strappo di 500m iniziale all’8%. In realtà una salita dallo scarso
significato paesaggistico ed anche ciclistico, date le pendenze. Tuttavia è la nostra salita di casa: quella su cui si può spingere il ‘rapportone’, quella dove anche i cicloturisti come me salgono ad oltre 22km/h di media, toccando più volte i 30km/h, immaginandosi dei ciclisti professionisti. Perché anche ai cicloturisti, a volte, piace sognare di andare forte! Sono in cima, ma stavolta non devo scendere a Brescia. No, per me, dopo la discesa a Vallio, veloce e tecnica anch’essa, c’è ancora da scavallare Muscoline per giungere a Polpenazze dopo l’ennesimo lungo sabato passato in compagnia di me stesso. Saranno 172km, 3.700m di dislivello e grande soddisfazione per il giro ed i panorami visti. Anche oggi in ritardo di un’ora sul mio programma, anche oggi abusando della pazienza di chi mi sta accanto, anche oggi confidando nella loro comprensione.

Il Crocedomini è una salita lunghissima 29,3km per 1.493m di dislivello se si parte dal lago d’Idro, 18km se si parte appena usciti dall’abitato di Bagolino ed in questo caso senza più discese. Le pendenze non sono mai proibitive, ciononostante, saltuariamente ci si trova a dover superare degli scalini con pendenze del 13% proprio in corrispondenza di piccole cascate del torrente Caffaro. In sostanza una salita che va affrontata con il massimo rispetto altrimenti quando ci si troverà negli ultimi chilometri, senza più vegetazione, con un forte vento e con le ultime decisive rampe oltre il 10% si avrà la sensazione di non spingere più avanti la propria specialissima. Giungo in prossimità di Val Dorizzo, supero lo scalino a tornati che la precede e quello che la segue, da qui la vallata si apre ed i panorami diventano ancor più belli. Anche il cielo inizia ad aprirsi, qua e là si vede l’azzurro del mattino. Molto bene! Sono nella piana del Gaver le montagne a nord sono ancora immerse nelle nuvole basse; mancano ancora sette chilometri al passo: i primi, tutti a tornanti nel bosco, hanno panorami spettacolari tra cui la vista del monte Colombina.

il caldo torrido la fa ‘da padrona’, anche il Sebino è liscio come l’olio. Dopo circa quattro chilometri di salita mi trovo di fronte al bivio: a sinistra Colle di San Zeno diretti, a destra Passabocche (1.280m) discesa in Val Palot (1.000m) e risalita a San Zeno (1.380m). Il CG mi ricorda che sceso in val Trompia dovrò ancora risalire al Passo Maniva per poter tornare ad Anfo, sarebbe già un bel giro salendo subito a sinistra. No! Oggi non ci sento, sono convinto, non ho dubbi e vado a destra. Forse poi me ne pentirò, ma poco importa. La salita di Passabocche è un’altra salita lunga ed insidiosa: quasi 15km per 1.080m di dislivello, pendenze non sempre costanti e numerosi tratti sopra il 10%. Oggi la affronterò quasi esclusivamente con il pignone del 30, concedendomi il 26 ed
n vetta e vista l’ora mi concedo una sosta al rifugio dove mangio due buonissime fette di crostata accompagnate da due lattine di coca. Si riparte, mi aspetta la discesa più impegnativa di tutto il giro, non per la difficoltà delle curve o per la ripidità della strada, bensì per le numerose buche, direi voragini, che costellano tutto l’asfalto. Giungo a fondo valle, il cervello è un poco frullato, mi riprendo un attimo. Eccola l’ultima salita si sta avvicinando, guardo l’altimetro segna quasi 3.300m di dislivello. Sorrido, dentro e fuori, ormai ci sono in un modo o nell’altro arriverò in cima al Maniva. A Collio devo fermarmi nuovamente per un rifornimento borracce, d’ora in poi non voglio più effettuare soste per non spezzare il ritmo di
pedalata. Il passo Maniva è una salita di 10km circa con pendenza media prossima a 8%, ma spesso sopra il 10%. In realtà non esiste un vero punto di inizio della salita, in quanto la val Trompia dal comune di Bovegno in poi sale continuamente con pendenze che oscillano tra il 2% e il 6%. In totale ci sono 18km di ascesa per superare più di 1.000m di dislivello, di cui gli ultimi 9km sono i più impegnativi. Salgo con la dovuta calma, ogni tanto controllo i pericolosi cumulonembi neri che sovrastano il Dosso Alto a destra e il Dosso dei Galli a sinistra del giogo del Maniva. A poco meno di un chilometro dalla cima non posso resistere e da
un tornante scatto una fotografia al Dosso Alto già immerso nelle nuvole. Ormai sono in vetta, sono quasi le quattro del pomeriggio, è fatta! Mangio, mi copro, mi preparo per la discesa, ma prima ancora uno scatto della valle del Caffaro dall’alto dei 1.626 del passo. Ora giù verso Bagolino, il tempo quassù, nel pomeriggio, può cambiare anche molto rapidamente. La prima parte di discesa è bella, ma quando si entra nel bosco l’asfalto si fa più sc
onnesso e bisogna stare attenti alle crepe ed alle buche. Arrivo a Bagolino supero il ponte di Prada e mi accingo a sorpassare l’ultima salitella di giornata: 1,3km al 5% di pendenza media. Mi alzo sui pedali, spingo, sento le gambe ancora robuste, spingo ancora più forte, mi sorprendo di me stesso: dopo 160km e più
di 4.500m di dislivello, non solo non mi sono arrivati i crampi, ma riesco a forzare un poco il ritmo. Giornata di grazia! Inizio l’ultima fase di discesa costeggiando il lago d’Idro e mi fermo a scattare una fotografia nello stesso punto da cui avevo scattato stamattina alle 6.25. Sono quasi le cinque del pomeriggio quando arrivo al parcheggio e carico la bicicletta sull’automobile. Il meteo oggi non è stato eccezionale, ma il giro sì! Per una volta la soddisfazione di avere superato i miei limiti è venuta prima della bellezza dei luoghi visitati.
per osservare le meraviglie di questi posti. Sono passati undici anni dall’unica volta che venni a fare questo giro ed i ricordi non sono sempre precisi. Dopo dieci chilometri giungo alle prime gallerie, il versante su cui pedaliamo è ancora in ombra, ma il versante opposto è già illuminato dal sole ed inizia a riservare
panorami splendidi degni di essere fotografati, così mi concedo il lusso di un paio di rapide fermate per qualche scatto. La salita è lunga e troppe fermate interrompono il ritmo di pedalata aumentando il senso di fatica: dovrò farne poche se vorrò concludere il giro che ho in mente. In effetti l’idea è di arrivare fino al bivio per la Svizzera e scollinare ai 2.503m dell’Umbrailpass (Giogo di S.Maria) per scendere a Müstair, passare a Glorenza e risalire al Passo Stelvio da Prato. In questo modo la prima ascesa sarà di circa tre chilometri più corta rispetto al vero Stelvio da Bormio, resta comunque una salita di 18km con una pendenza media del 7%. Fino a quando si giunge in vista delle cascate del Braulio le pendenze so
no sempre costanti, quando finalmente la stretta valle si apre ed iniziano i tornanti che portano all’altopiano sotto lo Stelvio, ecco che, ogni tanto, le pendenze vanno in doppia cifra. Io continuo ad ammirare il paesaggio e cerco il punto giusto dove scattare una fotografia, riproponendomi di scattare le altre al ritorno con la luce del primo pomeriggio. Giunto sui primi tornati che consentono di risalire il ripido dislivello della cascata non resisto e scatto un’istantanea. Mi riprometto che la prossima sarà solo dopo che avrò raggiunto il falsopiano. Così è, percorro tutti i tornati, entro nell’altopiano e qui la vista si apre sulle montagne circostanti. Ormai ho passato i 2.300m e bisogna stare attenti a non spingere troppo, l’aria rarefatta diminuisce considerevolmente la capacità polmonare e di conseguenza la potenza espressa. Numerosi studi indicano che rispetto al livello del mare a questa altitudine si perda già più del 10% della propria potenza di soglia!
mo a mangiare uno dei tre tramezzini di formaggio e bresaola (per rimanere in tema valtellinese) che mi ero preparato. Autoscatto di rito e parto per la discesa, non indosso nemmeno l’antivento le temperature, anche in quota, oggi sono decisamente miti. Percorro poco più di un chilometro della discesa e mi fermo a catturare due immagini dei monti e della strada.
La discesa è molto bella, anche l’ultimo tratto di strada bianca è stato tolto e si può tranquillamente raggiungere velocità molto alte (io no!). Nello scendere scopro che siamo un discreto numero coloro che hanno deciso di affrontare il giro con il doppio Stelvio.Tutto ciò mi fa piacere, un po’ per la compagnia, un po’ perché vuol dire che ci sono altre persone che pedalano anche per guardarsi intorno. Giunto a Müstair, i vigili svizzeri ci fanno deviare su una strada che attraversa i campi senza passare dalle strade trafficate del paese e qui immortalo questa bellissima vallata svizzera che spaccerò ad Alice per essere quella di Heidi.
bbero apprezzati diversamente, ma, giustamente, ognuno ha il suo stile per affrontare le uscite in bicicletta: onore a loro che hanno la caparbietà ed il coraggio di faticare anche in pianura sapendo cosa dovranno affrontare dopo! Finalmente arrivo a Prato e mi infilo nella valle che conduce attraverso Gomagoi e Trafoi al passo dello Stelvio. Sin da subito il fragore del Rio Solda accompagna le mie pedalate e sarà così per un po di chilometri. La temperatura è salita a 30°C e, se l
e pendenze di questi primi 7km non sono mai assassine (6-7%), lo è invece il muraglione di pietra a sostegno della montagna sul ciglio della strada: bollente! Tuttavia io sono un amante del caldo e non solo sudo volentieri, ma sorrido a pensare che anche lassù in cima non avrò freddo! Dopo i primi 10km, passato l’abitato di Trafoi, si inizia a fare sul serio: sono a circa 1.500m di altitudine, ho superato solo 600m di dislivello e me ne restano altri 1.200m abbondanti da percorrere in 14km. Le pendenze non scenderanno mai sotto l’8%, se non per poche decine di metri lungo alcuni tornanti in compenso vedrò lunghi tratti, tra un tornante ed il successivo, con pendenze ben sopra il 10%. Insomma lo Stelvio da Prato non è uno scherzo! 

Mancano ormai pochi chilometri alla vetta, ma le sorprese non mancano. Ecco appostati, sul ciglio degli ultimi tornanti, i fotografi di un’agenzia specializzata in eventi sportivi pronti per immortalare le nostre gesta. Non so come ci sia riuscito, ma sicuramente il merito è tutto del fotografo e qui sembro quasi un ciclista vero. Sono ormai al tornante 1° come recita il cartello ed anche io mi fermo per scattare dall’alto dei 2.700m una fotografia del ghiacciaio, della vallata e degli interminabili tornanti che ho appena percorso.
Mi fermo, con calma, indosso prima l’antivento smanicato e poi, sopra, quello con le maniche. La giornata è splendida, il sole scalda, ma l’aria è comunque fresca e scendere per 20km completamente sudati può essere insidioso se non ci si copre adeguatamente. Inizio la discesa e già dopo il primo chilometro mi fermo per fotografare il Pizzo della Forcola che con la luce del pomeriggio ha a
ssunto

le sei e un quarto sono in vetta alle coste e mi godo il sole che sorge dalle prealpi veronesi. È un buon presagio: anche oggi riuscirò a scattare qualche fotografia interessante dei meravigliosi luoghi che visiterò. Non troppe, ho calcolato i tempi e per essere di ritorno prima di mezzogiorno non devo perdere eccssivamente tempo nelle pause. Ecco che decido di scendere seguendo la bretella esterna di Odolo per guadagnare qualche secondo in discesa. Anche la successiva corta discesa di Preseglie la affronto a testa bassa, ma senza esagerare o prendere rischi. Alle 7.10 sono a Lavenone, sono persino in anticipo e sono felice. Ci pensa la fontana in marmo che distribuisce anche acqua gassata a intristirmi un poco: è chiusa! Nessun problema la seconda borraccia è ancora piena, la temperatura è ancora sotto i 20°C, posso tranquillamente arrivare fino a Bisenzio. Da qui inizia la parte pi
ù bella della mia gita, dopo avere svoltato a sinistra e percorso un primo piccolo tratto in discesa si giunge
ad una forra creata dal torrente Abbioccolo; non ero mai arrivato qui così presto e il sole che cerca di salire da dietro le montagne conferisce al paesaggio un colore inedito. Proseguo nell’attraversamento del fondo valle, le pendenze per il momento sono dolci e consentono di godere appieno del panorama. Il fragore delle cascatelle è un poco assordante e rompe quel silenzio che solo la montagna sa regalare. Quest’anno è piovuto, spesso e di continuo, le cascate sono ancora cariche di acqua nonostante sia ormai estate piena.
Adoro l’alba, adoro il suo silenzio interrotto solo dal fragore dell’acqua, adoro i colori ed i giochi d’ombra creati dal sole che sta nascendo! Adoro perdermi nell’immensa solitudine della natura a pochi chilometri dalla civiltà! Mi sto godendo questa salita metro dopo metro, riempio i miei occhi di immagini mozzafiato, le mie narici di profumi alpini, i miei polmoni di aria pura e cristallina. Ecco a cosa serve tanto allenamento sui miei amati rulli invernali: ad arrivare pronto a questi momenti! Perché io cicloturista sono, il responso cronometrico arriva dopo (a volte proprio non arriva!), ciò che importa e poter affrontare lunghi ed impegnativi percorsi alla ricerca di luoghi incantevoli. Sono arrivato a Presegno attraverso il piccolissimo borgo e proseguo verso Bisenzio, è lì poco più avanti. Lo raggiungo, non mi fermo, svolto bruscamente a destra mi alzo sui pedali e spingo duro, la prima ‘sorpresa’ è arrivata: per uscire dal paese si deve affrontare una rampa di un centinaio di metri con pendenza vicino al 20%. Prima di arrivare allo scollinamento ne dovrò affrontare altre tre di queste scalette, molto più brevi, ma dopo quasi dodici chilometri di salita sono sempre ardue da superare. In sostanza una salita piuttosto impegnativa con continui cambi di ritmo, ma con dei paesaggi incredibili.
Arrivato in vetta bevo un sorso d’acqua e mi getto a capofitto in discesa, quest’anno con tutti i temporali che ci sono stati è particolarmente brutta: la sottile striscia di asfalto è ricoperta di sassi e di terra testimonianza che la strada diventa un torrente durante le tempeste. Le pendenze sono molto alte sempre in doppia cifra e scendo sempre a freni tirati per non far prendere velocità alla bicicletta, ora la vista si apre sulla vallata di Pertica Bassa, ma la difficoltà della discesa fa sì che non mi possa distrarre molto. Gli ultimi chilometri prima di giungere ad Ono Degno sono su cementata, bella e pulita, ma con numerosi e pericolosi scoli per l’acqua tipici di queste strade. Arrivo al lavatoio del paese e finalmente mi fermo, nell’ansia di non perdere troppo tempo sono arrivato in anticipo sulla mia tabella di marcia, mi rilasso un attimo e mangio, sono solo le otto e trequarti, ma ho una fame da lupi! Con Carlo avevo stimato di incontrarci a Livemmo alle nove e mezza oppure alle nove e trequarti alla Nozza di Vestone nel caso in cui fosse partito in ritardo ed avesse optato per la salita di Lodrino al posto di quella di Marmentino. Io ora devo affrontare la salita di Avenone per arrivare a Livemmo. È una strada relativamente breve, solo sei chilometri, ma piuttosto impegnativa ed anch’essa con continui cambi di ritmo e tratti abbondantemente sopra al 10% di pendenza.
Scollino, dopo una brevissima discesa sono a Livemmo, arriva il messaggio di Carlo: “Passato Lodrino!” Arriva anche un altro messaggio è di Marina, la chiamo, avrebbe piacere che arrivassi prima: non riesce a combinare nulla con i bimbi che le fanno girare la testa! Cambio di programma: inizialmente avevo pensato di incrociare Carlo e risalire verso Lodrino con lui per rientrare dalla val Trompia, ma ora scrivo a Carlo: prosegui verso le Coste. Rientrerò da lì in modo da cercare di recuperare un poco di tempo, scendo da Livemmo attraversando Belprato, la discesa è bella e sinuosa, per chi ne è capace, c’è veramente da divertirsi. Carlo mi ha risposto: “Sono a Nozza proseguo piano verso Preseglie così non ti rallento in salita”. Premuroso! E Marina sicuramente apprezzerà! Finalmente poco prima del paese raggiungo Carlo ci restano la discesa e le Coste prima di rientrare a Brescia, non è molto il tempo che potremo trascorrere insieme a ‘chiaccherare’, ma va bene anche così. Oltrepassiamo Odolo e ci dirigiamo verso il ‘groppo’. Solitamente eseguo una progressione in questo mezzo chilometro di salita per testare quanto siano stanche le mie gambe alla fine del giro. No! Oggi no! Si sta con Carlo! Un po’ si parla ed un po’ si spinge, vedo che sale bene, considerate tutte le tribolazioni di questa primavera, provo ad accelerare un poco, lui regge, poi si stacca, allora calo un attimo. Proseguiamo così fino quasi al gpm poi gli ultimi metri accelero e mi testo. Quando ci ricongiungiamo in vetta il suo volto è soddisfatto, non pensava di fare un tempo così, soprattutto perché aveva già una salita nelle gambe e quest’anno non aveva ancora fatto un giro con due salite. Sono contento, fa piacere vedere un amico che ritrova fiducia nelle sue capacità ciclistiche, ma soprattutto, egoisticamente ed ironicamente: non posso uscire sempre da solo, altrimenti con chi sfogo la mia incessante parlantina ciclistica?! Scendiamo, Carlo decide di accompagnarmi fino casa prima di rientrare a Gussago. Sono le undici ed un quarto, sono riuscito a guadagnare mezz’ora sull’orario che avevo lasciato scritto a casa. Ci salutiamo entrambi soddisfatti.
enta alquanto nel nostro movimento verso l’alto lago, ma poco importa noi siamo cicloturisti: la giornata è tutta dedicata alla bicicletta. Prima di giungere a Gargnano deviamo per la frazione di Villa, porticciolo incredibile, passaggio obbligato, per noi. Proseguiamo verso la vecchia gardesana, ora pista ciclabile (spesso chiusa), in modo da evitare la prima lunga galleria. Nell’iniziare a prendere quota ci accorgiamo subito che oggi potremo godere di panorami mozzafiato o, come dico io, da sindrome di Stendhal! A metà ci fermiamo a fare qualche fotografia: impossibile resistere!
Giunti nuovamente sulla gardesana non possiamo che osservare il bellissimo golfo che racchiude l’abitato di Limone. Chiedo di fermarmi ancora, Rick sbuffa un po’, sostiene che sono fotografie banali da cartolina, ma io ribatto che servono per documentare la fantastica giornata che abbiamo trovato e quindi è corretto che siano didascaliche.
Inizia la discesa verso Storo ora il vento e contro e sarà così fino alla fine. Mentre scendiamo guardiamo aprirsi davanti a noi le valli Giudicarie, giunti sulla statale del Caffaro svoltiamo a sinistra per rientrare in provincia di Brescia ed andare a costeggiare per intero il terzo lago del nostro giro: il lago d’Idro. Grazie anche all’ora di pranzo la strada è completamente libera ed arriviamo ad Idro incrociando pochissime autovetture. Durante questo tratto di strada lancio a Rick una proposta, ciclisticamente, indecente: perché non farlo diventare il giro dei quattro laghi salendo da Capovalle e scendendo lungo il lago di Valvestino? No, il giro è stato creato così, si sale a Treviso Bresciano (Cavallino Fobbia accorciato) e si scende in Valdegagna per arrivare a Vobarno come da programma. Eppoi c’è Agnoli che aspetta Rick in spiaggia a Salò, mica possiamo farla aspettare troppo? Inizia la salita per Treviso: è tosta e lo sappiamo entrambi, la conosciamo bene, le pendenze sono sempre in doppia cifra e percorrerla dopo più di 120km e con 2.000m di dislivello nelle gambe non è propriamente quella che si suol dire ‘una passeggiata’. Dopo circa tre chilometri di salita prima di abbandonare il lago d’Idro c’è un punto panoramico con una panchina dove più volte mi sono fermato a fare una fotografia al lago, ma credo di non essere mai riuscito a trovare un cielo così limpido ed una vista così profonda verso le montagne del Brenta.
Grazie Rick!
ristorante Tubladel, consigliatomi dall’amico Carlo (quello del giro Gavia, Mortirolo): cucina eccellente e raffinata, ed anche oggi non si smentisce! Ripartiamo, cumulonembi neri e minacciosi si distendono sopra al passo Gardena: le previsioni per questo fine settimana non sono delle migliori, continui temporali tipici dell’alta montagna. Mentre attraversiamo Selva inizia a grandinare, per fortuna dopo il passo Gardena il tempo migliora un poco. Arriviamo in hotel, al Marmolada, sono alcuni anni che veniamo in questo albergo gestito splendidamente dai titolari e la loro accoglienza è sempre impeccabile. Io sono distrutto ho qualche linea di febbre ed un po’ d’influenza, ma il riposo e buone dosi di propoli sono il rimedio giusto. L’indomani mattina ci alziamo ed il sole fa capolino tra nubi ad alta quota: le previsioni dicono che fino alle due il bel tempo dovrebbe reggere. Decidiamo di prendere la cabinovia e di salire al rifugio Boé (2.200m). Arrivati il panorama è di quelli mozzafiato, io ed Alice ci scateniamo con le fotografie.

‘altro canto siamo quasi nove mila non si può pretendere di avere strada libera. Mentre saliamo verso il Campolongo ci immergiamo nelle nuvole, scolliniamo e iniziamo la discesa verso Arabba ancora tutti uniti, allineati e coperti come si diceva da militari, non c’è molto da cercare di superare gli altri. Inizio la salita del Pordoi quest’anno cronometrata anch’essa. Siamo ancora in tanti e fatico a tenere il mio passo, vorrei andare leggermente più forte di chi mi sta intorno, ma non ho voglia di chiedere spazio, ci sono già quelli dell’ultima griglia che vanno veramente più forte di me, che vogliono passare, che sicuramente faranno un tempo di gran lunga migliore del mio, per cui, me ne sto tranquillo.
orvara davanti alla stazione dei Carabinieri: è meno ricco di vivande, ma molto più di a
more! Passo oltre e mi infilo nel lungo falsopiano del Plan de Frea. Sono tornato in mezzo alle nuvole, su in cima al passo Gardena si intravede il chiaro, ma sia a destra sia a sinistra il cielo è piuttosto grigio e minaccioso, non pi
overà per tutta la gara, ma l’asfalto fin’ora è sempre stato umido ed in alcuni punti anche bagnato. Proseguo nella salita verso il passo bevo e mangio qualcosa prima di scollinare chiudo l’antivento ed inizio la discesa del Gardena, lunga e veloce, il traffico ora è un poco calato e saltuariamente si possono impostare le curve come si deve. Arrivo a Corvara, dove mi attende la famiglia al completo, c’è finalmente il sole in val Badia, ma tutto intorno permangono nuvoloni bassi che oscurano la vista delle magnifiche Dolomiti. Matteo ha in mano la borraccia ed è impaziente di darmela, la prendo e lo ringrazio, tolgo le ginocchiere e lascio l’antipioggia che ho usato in griglia per non prendere freddo a Marina, intasco qualche barretta e con grande sorpresa di tutti dichiaro che farò il medio. “Ma non stai bene?” mi chiedono. “No è tutto a posto, ma non mi sto divertendo, tiro il Campolongo e poi porto a casa il medio”. Do un ultimo bacio e via, questa volta si apre il gas, cerco di spingere forte anche se non a tutta, in fondo poi ci sono ancora dodici chilometri di salita del Falzarego-Valparola da fare. Alla fine viene il mio miglior tempo sulla salita del Campolongo e questo mi basta, sarà un caso, ma lungo tutta la salita c’è sempre stato il sole e le temperature erano un poco più calde. Anche la discesa, stavolta senza traffico, è molto più divertente, mi sto quasi pentendo della mia scelta, poi guardo verso i monti della Marmolda e vedo ancora e solo nuvole, al bivio di Cernadoi guardo oltre il bosco in direzione del Giau e vedo ancora nuvoloni grigi, prendo la strada per il passo Falzarego: avevo visto giusto, oggi purtroppo lo spettacolo delle Dolomiti è negato a noi ciclisti, ogni tanto qua e là qualcosa si lascia intravedere, ma poca cosa rispetto alla fatica che facciamo. Per me che il lungo lo ho già fatto nove vol
te, senza la vista di queste meraviglie, sarebbe solo una fatica inutile: in fondo sono proprio un Cicloturista nel bene e nel male. Inizio la salita, nei primi chilometri c’è ancora il sole e i verdi pascoli, che circondano la striscia di asfalto, pullulano di meravigliosi fiori di montagna: penso ad Alice quante fotografie avrebbe scattato lungo questa strada! Arrivo ai piani di Falzarego di fronte a me i tornanti scavati nella dolomia guardo insù e nuovamente i nuvoloni grigi coprono le Dolomiti, inizio i tornanti, con gli occhi cerco il Valparola e lo ved
o coperto da una massa grigio scura sembra proprio pioggia. Proseguo nella scalata del Falzarego ormai sono vicino allo scollinamento e la visuale si apre sulla piana del passo: “Ma dove sono il Lagazuoi, la Croda Negra, l’Averau e le Tofane?” Sempre avvolti dalle nuvole ed ogni tanto fanno capolino come giocassero a nascondino. Resta ancora l’ultimo chilometro del Valparola da percorre ed è quello più antipatico pendenza sempre sopra il 10% e niente tornanti per rifiatare.
pa in centro a La Villa), già in cima al Valparola avevo sentito che il mio adduttore destro era arrivato al capolinea, dunque che il crampo era in agguato. Con circospezione riprendo a pedalare agile una volta finita la discesa e mi alzo sui pedali per affrontare il gatto. Va tutto bene, niente crampi, riparto, mancano solo tre chilometri ed anche se il crampo è li che spinge ormai sono all’arrivo. Per la prima volta in quindici anni sono i miei famigliari che mi vedono per primi sul rettilineo di arrivo (merito della maglia Cicloturisti!), nel frattempo è arrivata anche Laura (mia sorella) con Marco e il piccolo Riccardo che soggiornavano a Selva. Taglio il traguardo espleto le formalità di fine corsa e mi godo gli sguardi felici e gli abbracci di tutti quanti.
pararci per tornare ognuno alla sua quotidianità. Marco e Laura ci propongono un ristorante dove loro sono stati più volte proprio in centro ad Ortisei: Mauriz keller. Devo ammettere che lo stinco di maialino al forno era sublime come anche il gelato con lamponi caldi alla fiamma! Resta ancora il tempo per un ultima passeggiata sopra le scale mobili verso il parco giochi ed una foto di gruppo della nuova generazione di piccoli Contarelli/Anselmi!
Con l’occasione del passaggio del giro d’Italia sulle strade della Maratona delle Dolomiti (MdD) ho ripensato alle mie quattordici edizioni portate a termine, iniziando nell’ormai lontano 2001 e finendo l’anno scorso. Di tutte serbo un ricordo particolare. Il 2001, la prima partecipazione, l’emozione del debutto, la prima volta in bicicletta senza autoveicoli attorno, le viste ed i paesaggi meravigliosi. Il 2006, il lungo viaggio del sabato da Pisa fino a Corvara partendo dopo mezzogiorno per arrivare prima di cena. Il 2009 la prima
volta di Alice che aveva solo due mesi. Il 2013, la grande nevicata del giovedì notte. Il venerdì mattina ci svegliammo e Corvara era completamente imbiancata dalla neve. Fortunatamente le previsioni erano buone per i giorni successivi, ma le temperature restarono invernali per tutto il fine settimana. Partii vestito ‘a cipolla’ con intimo invernale sotto alla maglia mezza manica, manicotti e gambali, anti vento smanicato, anti vento lungo, anti pioggia termonastrato, guantini e sopra guanti estensibili, scaldacollo e copriscarpa leggeri. Nonostante tutto, il freddo in partenza (4°C) si fece sentire e tutte le discese furono quasi più dure, per il fisico, delle salite. Arrivato al cancello di Cernadoi la tentazione di rinunciare al percorso lungo per evitare ulteriore gelo fu forte. Poi pensai: “Ma quando mi ricapita di salire il Giau in mezzo alla neve?” la decisione fu immediata: si fa il lungo! Così feci ed i paesaggi innevati mi ricompensarono di tutto il freddo che mi tirai addosso in quelle discese e salite, già perché a mezzogiorno sul Giau la temperatura dell’aria non arrivava ancora a 10°C.
gli occhi lucidi, anzi no, sto proprio singhiozzando. Marina mi guarda e chiede un poco preoccupata: “stai bene?” – “Sì, Mari l’ho finita ho finito il lungo!”. Ci abbracciamo, l’emozione è devastante: felicità, spossatezza, amore, disorientamento, infinita gioia questo è quello che mi ha donato il primo lungo.
Parto con convinzione, ormai sono alcuni anni che ho diritto alla penultima griglia, quindi passo sotto lo striscione della partenza solo dieci minuti dopo i primi. Percorro il primo giro (Sella ronda) ad un passo discreto senza mai eccedere. Come da alcuni anni la mia famiglia mi aspetta sul rettilineo di Corvara davanti ai Carabinieri (è l’unico punto che per ovvi motivi non ha transenne). Arrivo, cambio di borraccie, tolgo manicotti e gambali, un bacio a Marina e… Quello che non hai preventivato succede: Alice mi chiama per darmi un bacio e mi porge un braccialetto (elastico) di quelli con cui gioca. Marina mi spiega che sarà il mio portafortuna! Lo infilo al polso e riparto. Da sotto gli occhialoni non si scorge nulla, ma gli occhi sono gi
à lucidi. Passo sotto al traguardo (per chi fa il corto) per me che faccio il medio è solo il primo passaggio e gli occhi sono lucidi, inizio la prima rampa del Campolongo (vedi foto) e gli occhi sono ancora lucidi, scollino in vetta al Campolongo e… gli occhi sono lucidi! Non solo, ho la pelle d’oca! Non ricordo nulla di quei venticinque minuti abbondanti se non che avevo le lacrime agli occhi e la pelle d’oca. Inizio la discesa ed ho ancora gli occhi lucidi cerco di concentrarmi sulla ‘gara’ per sbarazzarmi dalle emozioni, ma non serve a nulla, periodicamente ritorneranno lungo tutto il percorso fino all’arrivo, quando abbraccerò nuovamente Marina ed Alice. Per la cronaca fecì il mio personale sul medio, ma credo che il merito sia più di Alice che mio. Ora so per certo che, presto o tardi, ci sarà un altra Maratona dles Dolomites che saprà stupirmi ancora di più.
Sabato scorso il giro d’Italia è transitato sulle Dolomiti ricalcando per intero il percorso della più blasonata granfondo italiana: Maratona dles Dolomites! Mentre commentavo la tappa con Marina il pensiero è andato alle numerose edizioni a cui ho partecipato. Una in particolare mi ha ricordato che Cicloturisti lo siamo sempre stati e fortunatamente continuiamo ad esserlo.
a con il trio Aperti al completo poteva massacrarti nel morale come farti sbellicare dal ridere: dipendeva solo da te. Con loro non esisteva finire una frase di senso compiuto senza essere stati massacrati con sarcastica ironia almeno dieci volte! A confronto tre toscanacci sarebbero sembrati dilettanti. Ed in quella edizione della Maratona non si smentirono certo. Partiti tutti insieme nelle retrovie della gara a metà del passo Gardena, proprio poco prima di questa fotografia, si raggiunse l’apice della goliardia. Il Leo decise che era il momento di raccontare una barzelletta. Ci schierammo in fila occupando tutta la carreggiata in modo che nessuno potesse passare: “Fermi tutti, il Leo deve raccontare la barza!”, “Tanto siamo in fondo, un minuto in più o in meno che differenza fa, ma di qui non si passa!” …e nessuno passò!

Successivamente, con difficoltà, il comune riuscì a far cadere i privilegi della Canottieri Salò ed a far passare il lungolago davanti al loro porticciolo, dando vita a quella che è diventata una delle più lunghe e suggestive passeggiate in riva al lago. Proseguo, oltrepasso l’imbarcadero abbandono il lago ed entro nella via che conduce di fronte al duomo e qui iniziano ad accavallarsi nella mia mente molteplici ricordi della mia infanzia. Nato qui, battezzato proprio in questa chiesa e spesso, la domenica mattina, venivo a messa proprio qui, prima del pranzo dai nonni: faraona ripiena, polenta e patate al forno.
Era la finestra da cui mia nonna, chiusa in castigo in camera, saltava in strada per andare a giocare sulla spiaggia di ciottoli di fronte al duomo. Mia nonna Lina, da piccola, era una vera peste e non perse mai occasione per raccontarmi tutte le sue malefatte, ed io adoravo stare ad ascoltare tutti quei racconti quasi fossero delle fiabe. D’improvviso il mio animo si intristisce, sono passati ormai dodici anni dalla loro morte (mio nonno si spense qualche mese dopo di lei, quasi avesse fretta di raggiungerla) eppure mi sembra ieri che stavo con loro a chiacchierare e la loro voce risuona ancora viva nella mia mente. Percorro il vicolo e mi ritrovo in ‘Calchera’ la via delle margherite. Giusto il tempo di scattare un’altra fotografia, di passare davanti alla panetteria ed i ricordi del tempo passato tornano alla carica. Il profumo della ‘treccina’, un dolce con un impasto simile al krapfen, senza crema ed a forma di treccia, si fa reale sul mio palato: tutti i pomeriggi delle mie vacanze estive, dopo le quattro del pomeriggio, si scendeva da casa, si passava ad acquistare la treccina e ci si fermava a mangiarla seduti sulla panchina da
vanti al lago in attesa di vedere i battelli. Percorro tutta la via fino alla porta del Carmine e mi accingo a salire verso via San Bartolomeo, la via in cui volevo camminare tutte le volte
che ritornavamo a casa dal lago. Ho sempre adorato la vista di quel piccolo palazzo che mi ricordava le costruzioni medioevali e io mi immaginavo un cavaliere che ritornava al suo castello attraversando il borgo. Infatti girato l’angolo il frontale di una vecchia costruzione è indubbiamente simile alla facciata di un piccolo castello con tanto di torretta e merletti. In realtà, ancor prima che essere un castelletto, per me, quella era la casa della ‘mumù’. Spesso quando si passava di là sentivo il verso delle mucche, sì perché al suo interno non c’era una reggia, ma una stalla con tre belle vacche da l
atte. Mio nonno per alcuni anni si era anche fatto dare la concessione per tenere una parte del grande orto che stava dietro il castello ed io talvolta andavo ad aiutarlo a curare le piante di pomodori e di zucchine. Come tutti i bambini somatizzavo ed alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevo “Il contadino”. Poi la vita mi a portato a tutt’altre esperienze lavorative, ma questa è un’altra storia. Risalgo ancora un poco la collina, in quella zona che i salodiani chiamano ‘el guast’ perché territorio particolarmente franoso, e giungo davanti ad
una palazzina del tutto normale non fosse altro che è stata l’abitazione dei miei nonni, quella dove ho passato le mie più belle vacanze infantili, quella da cui scorgevo il lago tra i tetti, quella sul cui lungo balcone perdevo la cognizione del tempo giocando con la palla o con le automobiline. Via, prima di essere schiacciato dall’enorme macigno dei ricordi.
eccentrico, narciso e vanitoso trasformò questa magnifica dimora lacustre nel suo mausoleo. Un sorriso fa capolino sulle mie labbra: anche il Vittoriale è un luogo della mia memoria. Il custode della villa di D’Annunzio era il cognato di mio nonno Battista. Io non lo conobbi, ma ebbi il piacere di conoscere Ada la sorella di mio nonno (sua moglie). Ero molto piccolo, l’immagine della zia è piuttosto vaga, ma il ricordo di essere entrato al Vittoriale attraverso la casa del custode, dove lei abitava ancora, è scolpito nella mia mente, come sono vivide le parole di mia madre che mi raccontava delle tante volte che girava per i vialetti del parco da adolescente quando andava a trovare la zia. Proseguo nella salita verso San Michele, oggi il tempo è grigio, le splendide vedute dai tornanti sono incupite dai bassi nuvoloni, ma non importa il mio pensiero è altrove. Scollino, attraverso il borgo, proseguo lungo il falsopiano che porta a Serniga di Salò. Qui, prima di scendere, faccio una deviazione a San Bartolomeo, l’abitato più alto del comune di Salò (450m s.l.m.), da dove si può godere della vista di tutto il golfo. San Bartolomeo è stata una mia riscoperta in tempi recenti grazie proprio alla bicicletta. Dai nonni ne sentivo talvolta parlare come un luogo lontano in cima al monte, ma non ci andavamo mai.





