Da quando, un paio d’anni fa, Paolo Savoldelli ha scalato i Colli di San Fermo da Bratta per Bike channel questa salita è balzata agli onori delle cronache ciclistiche. In effetti, da poco, è stata quasi interamente asfaltata rendendola così idonea ai cicloamatori da sempre restii allo sterrato. Io, da più di un anno, l’ho messa nel mirino, ma per strane coincidenze non sono riuscito ancora a farla.
Oggi è il giorno giusto! Partenza, al solito, all’alba. Ore 6.00, Francesco è puntuale sotto casa mia pronto per partire; purtroppo avrà solo un paio d’ore e mi accompagnerà fino al passo dei tre Termini. Il secondo compagno di viaggio sarà Carlo che mi affiancherà da Iseo in poi.
Questa notte è piovuto, le strada sono ancora bagnate. Dopo Gussago si inizia a salire, prima nel bosco verso Brione, poi, attraversata la frazione di San Giovanni, fino a Polaveno per giungere infine al passo (705m s.l.m.). La salita è suddivisa in due tronconi principali; il primo decisamente più impegnativo di cinque chilometri ci porta a Brione con pendenze spesso in doppia cifra; poi circa quattro chilometri di discesa e falsopiani ci conducono ai tre chilometri finali con pendenza media del 5%.
La temperatura è ancora bassa e l’umidità vicina al 100%, non certo le condizioni ideali per iniziare a carburare; quindi decidiamo di tenere un’andatura regolare. In vetta al passo saluto Francesco e mi tuffo in discesa verso Iseo, temo di essere in leggero ritardo, ma l’asfalto ancora umido mi trattiene dal forzare in discesa. Giunto al tornate del ristorante Ginepro, mi si apre la spettacolare vista del lago e delle torbiere. Il forte vento ed il sole che non illumina ancora tutto il lago danno al paesaggio un gioco di colori straordinario ed io non resisto, devo fermarmi a scattare una fotografia!

Quest’immagine con il cielo terso è il presagio che la giornata sarà spettacolare! Giungo ad Iseo forse con un paio di minuti di ritardo e trovo Carlo pronto ad aspettarmi; il tempo di una barretta e partiamo per attraversare Paratico, Sarnico e immeterci sulla sponda bergamasca del lago. Il vento ci sferza il viso, ma rende i panorami incredibili; così, dopo la galleria, chiedo a Carlo di fermarsi per scattare una foto alle Alpi innevate e al lago increspato dalla forza di Eolo.

Attraversiamo Tavernola Bergamasca e finalmente iniziamo la lunghissima salita ai Colli di San Fermo, saranno più di diciotto chilometri in totale. I primi 6,6km sono quelli che conducono all’abitato di Vigolo. Una salita frequentatissima dai cicloamatori, anche in inverno, in quanto la sua esposizione al sole fin dalle prime luci dell’alba la rende tiepida anche nelle giornate più rigide. La pendenza non è mai eccessiva, in compenso la vista sul lago e su Montisola è impareggiabile.
Giunti nel borgo di Vigolo ci fermiamo a riempire le borracce alla fontanella del bivio per Parzanica. Da qui la strada sarà inedita per entrambi.
Usciti dall’abitato ci addentriamo nella valle ed il paesaggio cambia repentinamente da lacustre a montano con verdissimi alpeggi tra boschi di abeti e betulle. Anche la pendenza dell’asfalto sotto le nostre ruote muta drasticamente, ora spesso vediamo numeri in doppia cifra. La salita è tutto fuorché costante, dopo i primi 3km intorno al 9% troviamo 2km ‘quasi’ di falsopiano che si insinuano ancor di più nella valle. Attraversato un ponticello sul torrente Valle di Rino le cose cambiano, la strada si impenna davanti a noi, la pendenza si aggira costantemente attorno al 14% per poco meno di un chilometro; sarà solo la prima di una serie di rampe, fortunatamente la strada si addolcisce per un altro chilometro e la vista spettacolare che l’aria limpida ci sa donare ci ripaga ampiamente della fatica.

Un altro tratto molto impegnativo (13,6%) della lunghezza di poco più di un chilometro ci riporta in vista del lago, dopo un tornante mi fermo per scattare una fotografia a questo panorama mozzafiato e per una volta la foto non sarà solo didascalica, sulla strada sottostante sta passando un ciclista: è Carlo che si era attardato.

Proseguiamo, siamo ormai sopra quota mille metri e tra poco ci aspetta il primo breve tratto sterrato, sono circa duecento metri completamente pianeggianti. Ora un’altra rampa ci porta all’interno di un bosco di betulle, con lo sguardo cerco uno spiraglio tra la vegetazione perché ho la certezza che la vista da lì dovrà essere incantevole.
Infatti ecco che tra due betulle la visuale si apre sull’alto Sebino, sulla val Camonica e sul ghiacciaio dell’Adamello; il forte vento di questa mattina fa la sua parte e dà al panorama una profondità di immagine incredibile! Proseguo qualche centinaio di metri e lo stupore è davvero immenso quando capisco che da quel punto si può vedere a destra un piccolo scorcio del basso lago, a sinistra l’alto lago con Pisogne e la val Camonica separati al centro dalle vette del monte Pendola, di Punta del Bert e del monte Mandolino.

La strada prosegue con un altro falsopiano che ci sposta sull’opposto versante del crinale, ora la vista è sugli alpeggi dei colli di San Fermo, qualche nuvolone grigio si avvicina ed oscura il sole. Senza la nostra stella sopra i 1.100m si avverte subito l’aria frizzante di montagna. Ancora una piccola rampa sopra al 10% di pendenza
e la salita è finita. Inizia un primo tratto di discesa di circa tre chilometri che ci conduce alla chiesa di San Fermo, ora il panorama si apre verso la val Cavallina. Giunti all’incrocio suggerisco a Carlo di proseguire la discesa, in attesa che ritorni il sole, e di fermarci solo allora per mangiare. Questo versante dei colli di San Fermo è quello più frequentato dai ciclisti e da subito, mentre scendiamo, incontriamo numerosi ciclisti che stanno ultimando la loro salita; sembra un’interminabile processione. Incrociamo anche Sandrino, un nostro compagno di squadra, un vero camoscio, lui sì che va forte in salita, non come noi cicloturisti. Prima di Adrara San Martino mi fermo su un tornante per un paio di istantanee.
Riparto e mi fermo in piazza, il sole è tornato, riempio le borracce e mangio qualcosa, arriva anche Carlo che, pazientemente, attende che io finisca di giocare con le mie fotografie. Giunge anche Sandrino, che terminata la scalata, ha deciso di scendere dallo stesso versante. Ora siamo in tre, vista l’ora tarda, decidiamo di rientrare verso Brescia per la strada più breve e meno trafficata; Villongo, Credaro, ponte sull’Oglio di Castelli Caleppio e attraversamento di tutta la Franciacorta, paesaggio collinare che conclude degnamente con splendide vedute sul lago e sui vigneti il nostro giro. Non c’è tempo per fermarsi a fotografare, ma il nuovo Xplova gps dotato di videocamera integrata mi consente di fare brevi filmati senza fermarmi (video [3’50”]). Giunti a Bornato un campo ricoperto di papaveri ci costringe ad uno stop. Dobbiamo immortalare quella vista che tanto mi ricorda il celebre dipinto ‘Papaveri ad Argenteuil’ di Claude Monet, uno dei miei pittori preferiti.
A Rodengo Saiano salutiamo Sandrino che è arrivato a casa. Dopo il dosso di Santo Stefano saluto Carlo mio odierno compagno di viaggio. Giungo a Brescia con 131km nelle gambe e quasi 2.400m di dislivello; anche oggi estremamente soddisfatto per quello che la bicicletta mi ha saputo regalare; una nuova salita che si inserisce di diritto tra le più suggestive ed impegnative che ho avuto l’onore di scalare.
Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@P.soTreTermini,ColliSanFermo(daBratta)
Guarda lo spettacolare video dalla ‘on board camera’ su YouTube: video (3min50sec)
Photogallery:

no e prendere la strada che porta a Santa Maria del Giogo passando dal Colmì. La salita è lunga ed incostante: un primo tratto di 4,8 km porta all’abitato di Brione con pendenze impegnative, lo segue un tratto di circa 3 km di falsopiano che attraversa San Giovanni di Polaveno, infine poco più di 5 km costantemente in salita (particolarmente duri gli ultimi 2 km quasi sempre sopra al 10%). Le temperature, nonostante il mese di giugno inoltrato, sono piuttosto fresche, lungo tutta la salita sto tra gli 11°C ed i 9°C. Arrivato finalmente al Colmì inizio la discesa con circospezione, l’asfalto è nuovo e meraviglioso, ma non s
o fin dove arriva. Giungo al bivio per Santa Maria e trovo già pronta la transenna che impedirà il transito veicolare verso il lago. The floating piers, per qualche settimana, rivoluzionerà la circolazione tra Iseo e Pisogne, ogni accesso sarà interdetto. Sento il ronzare degli elicotteri sul lago, forse Christo ha deciso di anticipare l’apertura del ponte. Arrivo al primo pascolo con vista sul lago e scorgo le linee arancio del ponte che solcano il lago. La giornata è grigia, ma l’aria è pulita e dona comunque profondità ai panorami. Mi fermo a scattare qualche fotografia; il ponte è stato aperto, si vedono già i primi minuscoli puntini spostarsi sulle strisce arancio. Proseguo nella mia discesa, arrivo alle porte di Sulzano e le transenne con minacciosi cartelli si moltiplicano, seguo il percorso obbligato e giungo sulla vecchia statale del lago, manca qualche minuto alle otto del mattino, ma c’è molto fermento per le vie. Giro a destra verso Pisogne, per cui il vigile non mi dice nulla, avessi provato a svoltare a sinistra verso l’imbocco del ponte mi avrebbe sicuramente bloccato. Proseguo qualche centinaio di metri e mi fermo ad una balconata sul lago da cui posso fotografare splendidamente le piccole formiche che si muovono in una lunga unica fila sopra alla striscia arancio come dovessero tornare al loro formicaio di Montisola.
orta a Pisogne rientro nella civiltà rumorosa. Ora mi attende la salita di giornata, Passabocche – Colle di San Zeno. La scalata è piuttosto lunga, più di quattordici chilometri, sin dall’uscita dall’abitato di Pisogne le pendenze si fanno severe, su alcuni tornanti si supera decisamente il 10%. Dopo 2 km un rettilineo di qualche centinaio di metri si impenna con pendenze che rasentano il 20%, subito dopo si inizia a godere del panorama del lago, vista che non mi abbandonerà quasi mai lungo tutta la salita.
o per poter arrivare in orario. Così, di buona lena, ma senza forzare eccessivamente in un’ora e un quarto sono a Passabocche, giusto il tempo di un fruttino e sono in discesa (4 km) verso Val Palot, mi fermo alla fontana per riempire le borracce e mangio una barretta. Riparto, ma proprio ai piedi della salita finale per il Colle di San Zeno, lunga 4,6 km, vedo una baita sulla sinistra con un magnifico giardino fiorito. Nonostante il tempo uggioso i fiori hanno colori cosi vivaci e brillanti che sono sicuro renderanno benissimo anche in fotografia.
ere del sole, alle 5.45 sono già in sella e attraversando la Valtenesi mi dirigo verso Salò da dove proseguirò lungo la gardesana occidentale. Giunto in prossimità di Maderno non posso che fermarmi ad immortalare il sole mentre gioca a nascondino con il monte Baldo. Proseguo, giungo a Gargnano, svolto a sinistra per Navazzo, sono solo le 7:15 quando entro nel borgo e decido di non fermarmi a riempire la prima borraccia già vuota. L
e riempirò entrambe più avanti. Arrivato all’omonima diga inizio a scattare le prime fotografie; ne avrò decine e decine, ma non riesco a farne a meno, ogni volta credo di aver trovato un’angolazione diversa, una luce differente. Oggi è una giornata abbastanza limpida e calda (23°C e sono solo le 7:15) il lago è intensamente dipinto di verde ed io inizio ad osservare compiaciuto uno dei miei panorami preferiti. Circa al quindicesimo chilometro della strada provinciale mi fermo, sono arrivato in uno dei miei ‘luoghi della memoria’. Ora mi sovviene che non l’ho mai fotografata e così prontamente colmo quest
a lacuna. È l’acqua del Bolà! Una delle fontanelle migliori del bresciano, forse la migliore per freschezza; gelida anche nelle più torride giornate estive. Una fontanella da ’10’ come dice Gino il papà di Francesco e Marco. L’emozione sale mentre rimembro la mia prima salita a Valvestino nell’ormai lontano 1995 proprio con papà Gino e Francesco. Fu il mio battesimo sulle grandi salite, la mia prima volta al Passo San Rocco di Capovalle, insomma un giro vero! Gino e Francesco amano dare un voto a tutte le fontane che si incontravano in bicicletta e quella del Bolà è in assoluto la migliore di tutte! Riparto, non sono passate ancora due ore dall’inizio e sono già sopraffatto dai miei meravigliosi e nostalgici ricordi. Al bivio di Molino di Bollone tra le due salite scelgo quella di destra che porta a Turano, Moerna. È la mia preferita, sia per le pendenze arcigne che ne fanno una salita impegnativa (come piace a me), sia per i paesaggi incantevoli che la circondano. Prima delle ripide rampe, sotto all’abitato di Turano, si trova un piccolo pianoro perennemente in ombra, che grazie alle insistenti piogge di questa primavera si è trasformato in un’amena palude (disturbata solo dalla voracità delle sue zanzare). Mi fermo, fotografo, mi godo quella che sicuramente sarà l’ultima frescura di giornata, ora la temperatura è scesa a 15°C; mi domando quanto freddo ci possa essere in pieno inverno in questa conca (lo scoprirò a gennaio!
r l’erta di Monte Stino. Poco meno di quattro chilometri con una pendenza media del 12% e punte vicino al 20%. La salita si presenta subito con un primo rettilineo costantemente sopra l’11%. Il fondo stradale lascia subito spazio al cemento e gli scoli trasversali per l’acqua piovana spezzano ritmo e gambe
. Insomma salita di quelle vere! I primi due chilometri sono abbastanza riparati dal bosco, mentre la parte finale è completamente esposta al sole, le pendenze, comunque, non accennano ad addolcirsi se non in prossimità del rifugio omonimo. Giunto in vetta (1.400m s.l.m.) la vista si apre sulle Alpi bresciane, sulle cime del Baremone e del Dosso Alto. Sotto di me il lago d’Idro, ma l’afa estiva rende fosco lo sguardo verso il basso, il cielo sopra di me invece è di un blu intenso a metà tra il freddo cobalto ed il caldo turchese. Oggi va così, la giornata è splendida, ma l’aria non cristallina non consente una profondità di panorama; per cui, memore dell’ultima gara di fotografia con mia figlia Alice mi dedico alla botanica fotografando fiori, sono proprio un buontempone!
i che passa sotto ad una chiesetta, il santuario della Madonna di Riosecco. Come tutti i santuari che si rispettino per raggiungerlo bisogna prima passare dall’infernale rampa di trecento metri al 16% di media con una punta del 21%. In tutto la salita che porta al Cavallino misura 3,7km con tre strappi ben oltre il 14% di pendenza, ed un paio
feriti oggi lo voglio affrontare, anche se in versione ridotta, in pieno inverno (vedi
In pratica la mia #omarzone (vedi
consentirà un’istantanea su Turano, ma, soprattutto, di esporre le mie mani all’irraggiamento solare. Come uno ‘stream of consciousness’ joyciano mi martella nella mente la frase del Daitarn III: “Ed ora con l’aiuto del sole vincerò! Attacco solare! Energia!” correva l’anno 1980, ricordi di gioventù. Dopo quasi dieci minuti, durante i quali mangio anche un fruttino, la temperatura delle mani è rientrata nella norma. Riparto, ma a mani nude, ora mi aspetta l’erta impegnativa di Persone-Moerna,
i primi 3km con pendenze sempre in doppia cifra, quindi velocità ridotta e riscaldamento dovuto alla fatica dovrebbero mantenere il freddo lontano dalle mie mani molto meglio dei guanti. Così avviene, mi fermo sotto all’abitato di Persone per immortalarlo con il mio telefono, oltrepasso il borgo e spedito mi dirigo verso la frazione di Moerna, ora le pendenze sono più dolci, la velocità aumenta sensibilmente, ma, complice il sole in fronte, le mani non si raffreddano quasi per nulla.
Ormai sono vicino ai 1.000m (s.l.m.) e lo sguardo si apre sul panorama circostante. Che giornata meravigliosa! Attraverso il paese, la temperatura ora è vicina allo zero ed allo scollinamento decido di fermarmi per indossare guanti e sotto-guanti che avevo infilato nelle tasche posteriori lasciando le dita all’esterno per farle asciugare al sole.
manentemente, un messaggio a Marina: “Tutto a posto sono ora a Moerna, per le 12.30 sarò all’auto. Ti chiamo poi” e riparto. Dall’alto del vecchio confine con l’impero austro-ungarico fotografo l’abitato di Capovalle. La discesa è pulita, cioè non c’è ghiaccio, ma solo sabbia e sale, quindi grandi velocità non si possono comunque fare! Fortunatamente la strada è quasi completamente al sole, il che rende la sensazione di freddo della discesa molto blanda. Solo l’ultimo chilometro prima del bivio è nuovamente in ombra, in quanto incastonato nel fondo valle, qui l’ultimo assaggio di freddo di giornata. La strada che costeggia il lago di Valvestino è ora completamente al sole ed io posso scattare quelle foto che mi ero ripromesso al primo passaggio, la galleria ricoperta di ghiaccio, le colonne d’organo e gli scorci dalle colorazioni uniche sul lago.
trapporsi all’acqua del lago è, di per sé, raro e suggestivo. Il ‘ Serniga’ o ‘S.Michele da Salò’ è una salita non troppo difficile, anche se richiede un minimo di allenamento per essere affrontata. In totale sono 3,6km con pendenza media del 7,5% punta massima del 12%. Si inerpica sopra la frazione di Barbarano con tornanti panoramici in cui filari di cipressi si alternano a vedute panoramiche del lago. Già sul primo tornante non resisto alla tentazione e mi fermo per immortalare questa giornata straordinaria; oggi il responso cronometrico non mi interessa; questi sono paesaggi che devono essere gustati dall’inizio alla fine.

o dal municipio torna al Vittoriale (vedi 
schiarare da dietro il monte Baldo, chissà se riuscirà a sbucare tra le nuvole, oggi la giornata è piuttosto uggiosa. Inizia la salita, per la prima parte seguo la stessa strada che porta in Valvestino, ma prima dell’abitato di Navazzo svolto a destra verso nord e proseguo l’ascesa con pendenze decisamente più impegnative. In totale mi aspettano poco più di quindici chilometri e raggiungerò i mille metri di quota, cosa abbastanza singolare per una strada asfaltata che domina il lago. Normalmente sulla sponda bresciana superati i 500/600m le strade si spostano verso l’interno della montagna senza dar più viste sul lago. Questa fa decisamente eccezione, dagli oltre 900m dell’altipiano, si domina il lago; la vista è eccezionale ed è un vero peccato che poche persone la conoscano. Arrivato al bivio di Navazzo le pendenze si fanno serie, in circa tre chilometri, progressivament
e, passo dal 7% sino al 10%, con punte del 14%. Giunto al bivio per Costa di Gargnano tengo ancora la destra in direzione Briano; ora si fa veramente dura, di fronte a me un chilometro (sono già 10,5 km dall’inizio) con una media del 14% e punte del 17%. Fortunatamente una volta lasciato il bivio di Costa è anche il momento dei paesaggi più belli. La strada è immersa in un bosco di abeti ed il profumo di resina è persistente. Respiro a pieni polmoni e gioisco, adoro la resina di pino! Passato questo muro esco dal bosco e mi ritrovo sull’altopiano; a destra il lago ed il monte Baldo a sinistra gli alpeggi. Incrocio un mandriano che sta osservando le sue mucche brucare, lo saluto e proseguo. Il posto migliore da cui osservare il lago è nei pressi di un
a baita poco prima di rientrare nella fitta vegetazione e riprendere a salire con pendenze severe. Oggi il meteo non è dalla mia parte e la foschia appiattisce i paesaggi, ciononostante mi fermo a scattare una fotografia. Gli ultimi due chilometri sono costellati da vecchie malghe trasformate in case di villeggiatura, sono sparpagliate qua e là, ma una in particolare, quasi in cima alla salita, mi ha
sempre affascinato; è completamente ricoperta di legno scuro con le bordature dei tetti e degli infissi bianchi, un bellissimo giardino con una suggestiva e tortuosa scalinata in pietra. Ormai manca poco alla bocca Lovere, ivi giunto mi fermo a mangiare una barretta, sono passate poco più di due ore da
quando sono partito ed inizio ad avere un po’ fame. Riparto, ma raggiunto il bivio non proseguo nella discesa, bensì svolto a destra verso Costa che sarà la mia seconda meta di giornata, la speranza è che il meteo migliori un poco e mi lasci apprezzare meglio questi paesaggi. Per arrivare a questo borgo bisogna attraversare un saliscendi per un totale di quasi 8 km. Prima una leggera discesa di 3 km, poi 1 km di salita per giungere a bocca Magno (Roccamagno),poi altri 3 km di discesa ed infine un 1 km di salita. Giunto in paese vengo attratto da via Boccapaolone, molti anni fa salii in auto da bocca Paolone per giungere al passo d’Ere e scendere a Tignale, ma la strada era sterrata e di difficile percorrenza anche in auto. Oggi vedo la via con asfalto liscio e dei
bellissimi lampioni; decido di percorrerla, non mi illudo che sia così fino in cima, ma voglio vedere fino a dove si può arrivare con la bici da corsa. Scopro che si riescono a fare altri 2 km abbondanti fino a raggiungere bocca Paolone, le pendenze sono di tutto rispetto tra il 9% e il 12%. Dopo il tornante inizia lo sterrato, provo a percorrere un centinaio di metri o poco più giusto per arrivare a vedere al di là del crinale. Il terreno è veramente impossibile, credo che anche una mtb abbia qualche problema di aderenza nell’affrontarla vista la pendenza sopra il 10%, il terreno fr
anoso e i grossi massi. Mi fermo a fare un paio di fotografie e ritorno verso Costa, finalmente il cielo si apre lasciando spazio ad un poco di azzurro. Questo mi consente di ammirare meglio questi bellissimi alpeggi mentre ritorno verso Gargnano e di scattare qualche istantanea. Una volta arrivato a Navazzo decido di scendere per una
via poco conosciuta, ma molto bella e un tantino scomoda per la bici da corsa. Subito dopo il secondo tornate, sulla destra si trova una piccola strada cementata (via Cisternino), la prendo. La pendenza è molto alta, più volte vicino al 20%, bisogna stare attenti a non far prendere velocità alla bicicletta perché la strada molto stretta e le continue curve non danno margini di errore. In compenso il traffico è pressoché nullo, il paesaggio è stupendo, sono nuovamente immerso nel bosco ed ogni tanto il lago fa capolino tra le fronde degli alberi. Mi ritrovo in un battibaleno a Zuino. A Fornico lascio la strada principale per via Corneghe, questa deviazione mi consente di arrivare direttamente sulla strada interna di Cecìna senza passare dalla gardesana. Oggi decido per la variante bassa ed a Pulciano punto subito verso Toscolano, quattro chilometri di statale e ricomincio a salire verso S.Michele. La parte migliore del giro se ne è ormai andata ed anche se il rientro finale è sempre quello; i paesaggi, l’intensità emotiva dei luoghi, lo rendono sempre piacevole ed interessante. Sono passate poco più di sei ore da quando sono partito e da poco le campane hanno suonato il mezzogiorno. Per una volta arrivo in anticipo su quanto dichiarato, spero vada in compensazione con una delle tante volte che sono arrivato in ritardo!
lla bicicletta, non è presunzione: è consapevolezza e determinazione. Sono le sei del mattino, parto, percorro la gardesana come sono solito fare in questo periodo. Non mi stanca mai da quanto sono meravigliosi i suoi paesaggi. Passato Gargnano, finalmente, il sole sorge da dietro il monte Baldo regalando ai miei occhi una bellissima raggiera luminosa ed iniziando a scaldare e colorare di tinte accese la sponda bre
sciana del lago ed io non posso che catturarne le immagini con il mio telefono. Proseguo e giungo al bivio per Tignale, da qui inizia la salita: quasi sette chilometri perlopiù dolci e gradevoli. Salgo con calma, dopo 3km incontro il bivio per Piovere, già il mese scorso con Rick (link
ella roccia questa strada ed arrivo al Belvedere di Tignale, non mi fermo, ma osservo mentre rallento il passo. Ormai sono in centro al paese, tra poche centinaia di metri inizierà il temibile muro cementato del Santuario di Monte Castello. Arrivo al bivio e svolto a destra, inizio l’arrampicata, in totale poco più di 600m. I primi 100m vengono facili con pendenze al di sotto del 10%, ma da qui in poi è una costante impennata. Dopo
200m il primo tornate, sono già oltre il 12% di pendenza, alzo lo sguardo e vedo il terribile rettilineo: 300m che condu
cono al cielo, sembra una rampa di lancio, sul Gps leggo anche 29%, ma non c’è bisogno di conferme elettroniche, si sente nelle gambe che fa male: senti la forza di gravità trascinarti verso il basso. Arrivo al tornante, ma la pendenza rimarrà intorno al 20% sino davanti alla chiesa. Fatto! Cinque minuti in apnea, tanto è durato! Grande soddisfazione e panorami incredibili sia sul lago di Garda, sia sul monte Baldo, sia verso l’entroterra e i monti del Tremalzo. Mi fermo il cancello di accesso al sagrato è ancora chiuso, sono da poco passate le otto e la chiesa non aprirà prima delle nove: pazienza! Tornerò un’altra volta!
e domina, con la sua splendida visuale, tutto il basso lago. Esco dal paese e sono incuriosito da quella curva che avevo abbandonato per entrare in centro. La prendo ed inizio a salire, la pendenza è notevole, nuovamente siamo sopra il 16%, qualche centinaio di metri e mi trovo esattamente sopra al borgo, vista ancor più splendida! Imbocco una strada lastricata in discesa e mi ritrovo in pieno centro in forse meno di trecento metri di strada. Che spettacolo e che bellissima sorpresa questo Piovere che ho scoperto solo dopo quarantasei anni che ci passavo davanti!
aderno (Sanico), oggi è una bellissima giornata e mi voglio godere il ‘mio’ lago da tutte le salite! Anche questa non è lunga, circa quattro chil
ometri, le pendenze non arrivano mai al 9% con una media del 6%, quindi molto regolare sempre esposta ad est e molto soleggiata, ma con il lago sempre ben in vista. Dopo quei duri strappi al 20% la trovo quasi riposante, sicuramente rilassante! Arrivato a Sanico che è fine della strada asfaltata mi fermo a riempire le borracce alla fontana. Dall’alto sento arrivare delle mtb ed una voce mi grida: “Arda chi ghè!” (guarda chi c’è) mi giro è Michele e dietro di lui arriva anche il Beppe. Michele è un amico, prima che uno stimato artigiano di telai in carbonio (per la cronaca io posseggo due FM bike), Beppe aveva un negozio di biciclette ed era mio cliente, ora è solo Beppe il mio amico. Scambiamo due parole loro hanno fatto il giro del monte Pizzocolo (bikers tosti!), io racconto del muro di Montecastello. Ripartiamo Beppe e Michele di nuovo su sterrato verso Bezzuglio, io su asfalto torno a Maderno. Mi aspettano i quattro chilometri più brutti, quelli che in mezzo al caos turistico mi portano fino a Gardone Riviera all’imbocco della salita di San Michele. Sì perché piuttosto che altri tre chilometri tra le auto incolonnate io ne preferisco quasi sei in salita a dolci
r prima che sorga il sole. Alle 5.35 sono in bicicletta, prima delle sei scendo le Zette verso Salò: è ancora buio e le luci sul lungolago danno un effetto fiabesco al golfo. Come sempre percorro il lungolago e giunto a fianco di piazza del Duomo scopro, con immenso piacere, che la cattedrale è splendidamente illuminata di notte. Non resisto entro in piazza appoggio la specialissima ed inizio a sca
ttare fotografie al ‘mio’ Duomo (vedi
one rossastro inizia a rischiarare il cielo alle spalle del Monte Baldo: sta per sopraggiungere l’alba! Proseguo in direzione di Gargnano, lì inizierà la prima salita di giornata che mi porterà fino al passo San Rocco, dopo aver attraversato tutta la Valvestino. La salita è suddivisa in tre parti: i primi 7km, che portano all’abitato di Navazzo, con pendenze sempre abbastanza dolci tra il 5% e il
7%; un lungo falsopiano di oltre 11km, che costeggia prima la diga e poi il lago di Valvestino, infine un ultima ascesa di 6,7km, questa volta abbastanza impegnativa, con tratti al 9% ed una media di quasi 7% di pendenza. Considerato quello che mi aspetta nel proseguo del mio giro è il caso di iniziare a salire con calma godendomi lo spettacolo del cielo, del lago e dei monti. Giungo a Navazzo, mi volto, il sole non è ancora sorto da dietro il monte Baldo, ma è proprio lì, questione di minuti, non ho tempo e procedo! In compenso vedo per la
prima volta nella mia vita le rocce del monte Pizzoccolo arrossarsi ‘di vergogna’ sotto i primi raggi di sole! Arrivo finalmente alla diga ed inizio a costeggiare il lago. Le dighe portano sempre con se qualcosa di inquietante, soprattutto quando le si osservano ancora in ombra, in compenso il lago con i suoi riflessi verde pino sa dispensare piacevoli sensazioni e lascia presagire profumi di resina silvestre. Lasciato il lago ed il ponte su cui è posta la scritta del vecchio confine con l’impero austro-ungarico inizio la terza parte della salita, il sole ormai fa capolino tra un tornante e l’altro ed io mi ritrovo a Capovalle quasi senza essermene accorto. Attraverso il borgo, arrivo al passo, mi fermo e mangio. Pronti via! Mi attende una discesa bellissima: fondo stradale quasi perfetto, carreggiata così ampia che ovunque è dipinta la linea di mezzeria, tornanti tra gli abeti e rettilinei con pendenze superiori al 10%. Se qualcuno vuole sfiorare i 100km/h in bicicletta qui ci può riuscire, io come mio solito arrivo a 68km/h e tiro i freni, per un motivo o per l’altro i 70km/h non li supero mai e tutto sommato ne sono anche un po’ contento: cicloturista prudente! Subito dopo la galleria il paesaggio si apre sull’Eridio, alcuni tornati mi portano fino all’abitato di Idro, passo oltre e proseguo per Anfo.
Insomma il passo Giau di casa nostra. Anche i panorami durante la sua ascesa non sono certo inferiori a quelli blasonati delle Dolomiti: si passa dalla vista del lago nei primi tornanti; alle malghe di fondo valle strette tra le creste sovrastanti; al fitto bosco; fino all’ampio panorama, giunti sopra i 1.000m di quota, del lago (oggi un poco offuscato) e delle creste montuose circostanti. Ovviamente, nonostante i buoni propositi di non fermarmi troppo spesso per non interrompere il ritmo, scatto numerose fotografie:
, i più impegnativi, la pendenza è costantemente intorno al 10% con punte del 15%, una vera ‘legnata’ per le gambe ancora rintronate dalla ‘centrifuga’ dello sterrato. Comunque la bellezza dell’altopiano, le malghe e la vetta del Dosso Alto distraggono dalla fatica e consentono di arrivare allo scollinamento senza sentire troppo l’affanno. Ora non mi resta che scendere al passo Maniva per fermarmi al rifugio a consumare il mio pranzo. Le undici sono passate da poco e dopo cinque ore e mezza di pedalata ho una discreta fame!
mento di ricominciare a salire. Mi aspettano Irma e Dosso di Marmentino, solitamente venendo dalla città si affronta Marmentino salendo dal comune di Tavernole, che si incontra prima. Invece, scendendo dal Maniva, ci si imbatte prima nel bivio di Aiale che porta ad Irma prima di giungere a Marmentino. Una salita, a torto, poco frequentata dai ciclisti in quanto, oltre a riservare dei bellissimi paesaggi, è
ispetto con i suoi quasi 7km totali. Considerando poi, che dopo l’abitato di Irma, c’è una discesa di quasi un chilometro nella quale si perdono ben 70m di dislivello, si evince che le pendenze nei due tratti in salita, oltre che poco costanti, sono del tutto ragguardevoli. Nell’ultimo chilometro non si scende mai sotto il 10%! Arrivato a Dosso un lungo falsopiano attraverso le frazioni di Marmentino mi conduce al passo Termine da dove rientro in val Sabbia. Qui l’idea originale era un’altra, ma un fastidioso brontolio intestinale mi fa capire che oggi non devo esagerare. Decido di scendere al Lago di Bongi. Pensandoci bene quest’anno non sono ancora passato da Bongi e questo un poco mi sorprende in quanto è una delle mie strade preferite per le gite primaverili: non troppo impegnativa, immersa nella v
egetazione e senza traffico veicolare. Attraverso Lavino, Noffo ed arrivo al laghetto artificiale; qui scopro che, ora, a fianco della strada, campeggia la scultura lignea di un simpatico capriolo. Giungo a Mura riempio nuovamente le borracce al lavatoio, la temperatura ormai e vicina ai 30°C e l’acqua freschissima della fontana è un toccasana. Se penso che ho passato le prime tre ore di gita quasi costantemente tra i 12°C e i 16°C mi viene un poco da sorridere. Riparto e decido di scendere direttamente ai Piani di Mura: discesa ripida, estremamente tecnica, tornati strettissimi, insomma una discesa da percorrere molto concentrati e senza prendere troppi rischi: una disattenzione qui si paga a caro prezzo! Purtroppo arrivo a Nozza di Vestone. Purtroppo perché dopo ore tra le montagne sono ritornato a fondo valle sulla trafficata ex-statale ‘Del Caffaro’, ma non la percorrerò molto a lungo: giusto quei 3km che mi consentono di arrivare a Barghe e deviare per Preseglie: salitella di poco conto in un giro come quello di oggi, 2km al 5%. Attraversato anche questo paesino scendo verso Odolo da dove parte il versante valsabbino della mitica, per noi bresciani, salita delle Coste: 4,3km al 4% di media con il cosiddetto ‘Groppo’ strappo di 500m iniziale all’8%. In realtà una salita dallo scarso
significato paesaggistico ed anche ciclistico, date le pendenze. Tuttavia è la nostra salita di casa: quella su cui si può spingere il ‘rapportone’, quella dove anche i cicloturisti come me salgono ad oltre 22km/h di media, toccando più volte i 30km/h, immaginandosi dei ciclisti professionisti. Perché anche ai cicloturisti, a volte, piace sognare di andare forte! Sono in cima, ma stavolta non devo scendere a Brescia. No, per me, dopo la discesa a Vallio, veloce e tecnica anch’essa, c’è ancora da scavallare Muscoline per giungere a Polpenazze dopo l’ennesimo lungo sabato passato in compagnia di me stesso. Saranno 172km, 3.700m di dislivello e grande soddisfazione per il giro ed i panorami visti. Anche oggi in ritardo di un’ora sul mio programma, anche oggi abusando della pazienza di chi mi sta accanto, anche oggi confidando nella loro comprensione.

Il Crocedomini è una salita lunghissima 29,3km per 1.493m di dislivello se si parte dal lago d’Idro, 18km se si parte appena usciti dall’abitato di Bagolino ed in questo caso senza più discese. Le pendenze non sono mai proibitive, ciononostante, saltuariamente ci si trova a dover superare degli scalini con pendenze del 13% proprio in corrispondenza di piccole cascate del torrente Caffaro. In sostanza una salita che va affrontata con il massimo rispetto altrimenti quando ci si troverà negli ultimi chilometri, senza più vegetazione, con un forte vento e con le ultime decisive rampe oltre il 10% si avrà la sensazione di non spingere più avanti la propria specialissima. Giungo in prossimità di Val Dorizzo, supero lo scalino a tornati che la precede e quello che la segue, da qui la vallata si apre ed i panorami diventano ancor più belli. Anche il cielo inizia ad aprirsi, qua e là si vede l’azzurro del mattino. Molto bene! Sono nella piana del Gaver le montagne a nord sono ancora immerse nelle nuvole basse; mancano ancora sette chilometri al passo: i primi, tutti a tornanti nel bosco, hanno panorami spettacolari tra cui la vista del monte Colombina.

il caldo torrido la fa ‘da padrona’, anche il Sebino è liscio come l’olio. Dopo circa quattro chilometri di salita mi trovo di fronte al bivio: a sinistra Colle di San Zeno diretti, a destra Passabocche (1.280m) discesa in Val Palot (1.000m) e risalita a San Zeno (1.380m). Il CG mi ricorda che sceso in val Trompia dovrò ancora risalire al Passo Maniva per poter tornare ad Anfo, sarebbe già un bel giro salendo subito a sinistra. No! Oggi non ci sento, sono convinto, non ho dubbi e vado a destra. Forse poi me ne pentirò, ma poco importa. La salita di Passabocche è un’altra salita lunga ed insidiosa: quasi 15km per 1.080m di dislivello, pendenze non sempre costanti e numerosi tratti sopra il 10%. Oggi la affronterò quasi esclusivamente con il pignone del 30, concedendomi il 26 ed
n vetta e vista l’ora mi concedo una sosta al rifugio dove mangio due buonissime fette di crostata accompagnate da due lattine di coca. Si riparte, mi aspetta la discesa più impegnativa di tutto il giro, non per la difficoltà delle curve o per la ripidità della strada, bensì per le numerose buche, direi voragini, che costellano tutto l’asfalto. Giungo a fondo valle, il cervello è un poco frullato, mi riprendo un attimo. Eccola l’ultima salita si sta avvicinando, guardo l’altimetro segna quasi 3.300m di dislivello. Sorrido, dentro e fuori, ormai ci sono in un modo o nell’altro arriverò in cima al Maniva. A Collio devo fermarmi nuovamente per un rifornimento borracce, d’ora in poi non voglio più effettuare soste per non spezzare il ritmo di
pedalata. Il passo Maniva è una salita di 10km circa con pendenza media prossima a 8%, ma spesso sopra il 10%. In realtà non esiste un vero punto di inizio della salita, in quanto la val Trompia dal comune di Bovegno in poi sale continuamente con pendenze che oscillano tra il 2% e il 6%. In totale ci sono 18km di ascesa per superare più di 1.000m di dislivello, di cui gli ultimi 9km sono i più impegnativi. Salgo con la dovuta calma, ogni tanto controllo i pericolosi cumulonembi neri che sovrastano il Dosso Alto a destra e il Dosso dei Galli a sinistra del giogo del Maniva. A poco meno di un chilometro dalla cima non posso resistere e da
un tornante scatto una fotografia al Dosso Alto già immerso nelle nuvole. Ormai sono in vetta, sono quasi le quattro del pomeriggio, è fatta! Mangio, mi copro, mi preparo per la discesa, ma prima ancora uno scatto della valle del Caffaro dall’alto dei 1.626 del passo. Ora giù verso Bagolino, il tempo quassù, nel pomeriggio, può cambiare anche molto rapidamente. La prima parte di discesa è bella, ma quando si entra nel bosco l’asfalto si fa più sc
onnesso e bisogna stare attenti alle crepe ed alle buche. Arrivo a Bagolino supero il ponte di Prada e mi accingo a sorpassare l’ultima salitella di giornata: 1,3km al 5% di pendenza media. Mi alzo sui pedali, spingo, sento le gambe ancora robuste, spingo ancora più forte, mi sorprendo di me stesso: dopo 160km e più
di 4.500m di dislivello, non solo non mi sono arrivati i crampi, ma riesco a forzare un poco il ritmo. Giornata di grazia! Inizio l’ultima fase di discesa costeggiando il lago d’Idro e mi fermo a scattare una fotografia nello stesso punto da cui avevo scattato stamattina alle 6.25. Sono quasi le cinque del pomeriggio quando arrivo al parcheggio e carico la bicicletta sull’automobile. Il meteo oggi non è stato eccezionale, ma il giro sì! Per una volta la soddisfazione di avere superato i miei limiti è venuta prima della bellezza dei luoghi visitati.
per osservare le meraviglie di questi posti. Sono passati undici anni dall’unica volta che venni a fare questo giro ed i ricordi non sono sempre precisi. Dopo dieci chilometri giungo alle prime gallerie, il versante su cui pedaliamo è ancora in ombra, ma il versante opposto è già illuminato dal sole ed inizia a riservare
panorami splendidi degni di essere fotografati, così mi concedo il lusso di un paio di rapide fermate per qualche scatto. La salita è lunga e troppe fermate interrompono il ritmo di pedalata aumentando il senso di fatica: dovrò farne poche se vorrò concludere il giro che ho in mente. In effetti l’idea è di arrivare fino al bivio per la Svizzera e scollinare ai 2.503m dell’Umbrailpass (Giogo di S.Maria) per scendere a Müstair, passare a Glorenza e risalire al Passo Stelvio da Prato. In questo modo la prima ascesa sarà di circa tre chilometri più corta rispetto al vero Stelvio da Bormio, resta comunque una salita di 18km con una pendenza media del 7%. Fino a quando si giunge in vista delle cascate del Braulio le pendenze so
no sempre costanti, quando finalmente la stretta valle si apre ed iniziano i tornanti che portano all’altopiano sotto lo Stelvio, ecco che, ogni tanto, le pendenze vanno in doppia cifra. Io continuo ad ammirare il paesaggio e cerco il punto giusto dove scattare una fotografia, riproponendomi di scattare le altre al ritorno con la luce del primo pomeriggio. Giunto sui primi tornati che consentono di risalire il ripido dislivello della cascata non resisto e scatto un’istantanea. Mi riprometto che la prossima sarà solo dopo che avrò raggiunto il falsopiano. Così è, percorro tutti i tornati, entro nell’altopiano e qui la vista si apre sulle montagne circostanti. Ormai ho passato i 2.300m e bisogna stare attenti a non spingere troppo, l’aria rarefatta diminuisce considerevolmente la capacità polmonare e di conseguenza la potenza espressa. Numerosi studi indicano che rispetto al livello del mare a questa altitudine si perda già più del 10% della propria potenza di soglia!
mo a mangiare uno dei tre tramezzini di formaggio e bresaola (per rimanere in tema valtellinese) che mi ero preparato. Autoscatto di rito e parto per la discesa, non indosso nemmeno l’antivento le temperature, anche in quota, oggi sono decisamente miti. Percorro poco più di un chilometro della discesa e mi fermo a catturare due immagini dei monti e della strada.
La discesa è molto bella, anche l’ultimo tratto di strada bianca è stato tolto e si può tranquillamente raggiungere velocità molto alte (io no!). Nello scendere scopro che siamo un discreto numero coloro che hanno deciso di affrontare il giro con il doppio Stelvio.Tutto ciò mi fa piacere, un po’ per la compagnia, un po’ perché vuol dire che ci sono altre persone che pedalano anche per guardarsi intorno. Giunto a Müstair, i vigili svizzeri ci fanno deviare su una strada che attraversa i campi senza passare dalle strade trafficate del paese e qui immortalo questa bellissima vallata svizzera che spaccerò ad Alice per essere quella di Heidi.
bbero apprezzati diversamente, ma, giustamente, ognuno ha il suo stile per affrontare le uscite in bicicletta: onore a loro che hanno la caparbietà ed il coraggio di faticare anche in pianura sapendo cosa dovranno affrontare dopo! Finalmente arrivo a Prato e mi infilo nella valle che conduce attraverso Gomagoi e Trafoi al passo dello Stelvio. Sin da subito il fragore del Rio Solda accompagna le mie pedalate e sarà così per un po di chilometri. La temperatura è salita a 30°C e, se l
e pendenze di questi primi 7km non sono mai assassine (6-7%), lo è invece il muraglione di pietra a sostegno della montagna sul ciglio della strada: bollente! Tuttavia io sono un amante del caldo e non solo sudo volentieri, ma sorrido a pensare che anche lassù in cima non avrò freddo! Dopo i primi 10km, passato l’abitato di Trafoi, si inizia a fare sul serio: sono a circa 1.500m di altitudine, ho superato solo 600m di dislivello e me ne restano altri 1.200m abbondanti da percorrere in 14km. Le pendenze non scenderanno mai sotto l’8%, se non per poche decine di metri lungo alcuni tornanti in compenso vedrò lunghi tratti, tra un tornante ed il successivo, con pendenze ben sopra il 10%. Insomma lo Stelvio da Prato non è uno scherzo! 

Mancano ormai pochi chilometri alla vetta, ma le sorprese non mancano. Ecco appostati, sul ciglio degli ultimi tornanti, i fotografi di un’agenzia specializzata in eventi sportivi pronti per immortalare le nostre gesta. Non so come ci sia riuscito, ma sicuramente il merito è tutto del fotografo e qui sembro quasi un ciclista vero. Sono ormai al tornante 1° come recita il cartello ed anche io mi fermo per scattare dall’alto dei 2.700m una fotografia del ghiacciaio, della vallata e degli interminabili tornanti che ho appena percorso.
Mi fermo, con calma, indosso prima l’antivento smanicato e poi, sopra, quello con le maniche. La giornata è splendida, il sole scalda, ma l’aria è comunque fresca e scendere per 20km completamente sudati può essere insidioso se non ci si copre adeguatamente. Inizio la discesa e già dopo il primo chilometro mi fermo per fotografare il Pizzo della Forcola che con la luce del pomeriggio ha a
ssunto

le sei e un quarto sono in vetta alle coste e mi godo il sole che sorge dalle prealpi veronesi. È un buon presagio: anche oggi riuscirò a scattare qualche fotografia interessante dei meravigliosi luoghi che visiterò. Non troppe, ho calcolato i tempi e per essere di ritorno prima di mezzogiorno non devo perdere eccssivamente tempo nelle pause. Ecco che decido di scendere seguendo la bretella esterna di Odolo per guadagnare qualche secondo in discesa. Anche la successiva corta discesa di Preseglie la affronto a testa bassa, ma senza esagerare o prendere rischi. Alle 7.10 sono a Lavenone, sono persino in anticipo e sono felice. Ci pensa la fontana in marmo che distribuisce anche acqua gassata a intristirmi un poco: è chiusa! Nessun problema la seconda borraccia è ancora piena, la temperatura è ancora sotto i 20°C, posso tranquillamente arrivare fino a Bisenzio. Da qui inizia la parte pi
ù bella della mia gita, dopo avere svoltato a sinistra e percorso un primo piccolo tratto in discesa si giunge
ad una forra creata dal torrente Abbioccolo; non ero mai arrivato qui così presto e il sole che cerca di salire da dietro le montagne conferisce al paesaggio un colore inedito. Proseguo nell’attraversamento del fondo valle, le pendenze per il momento sono dolci e consentono di godere appieno del panorama. Il fragore delle cascatelle è un poco assordante e rompe quel silenzio che solo la montagna sa regalare. Quest’anno è piovuto, spesso e di continuo, le cascate sono ancora cariche di acqua nonostante sia ormai estate piena.
Adoro l’alba, adoro il suo silenzio interrotto solo dal fragore dell’acqua, adoro i colori ed i giochi d’ombra creati dal sole che sta nascendo! Adoro perdermi nell’immensa solitudine della natura a pochi chilometri dalla civiltà! Mi sto godendo questa salita metro dopo metro, riempio i miei occhi di immagini mozzafiato, le mie narici di profumi alpini, i miei polmoni di aria pura e cristallina. Ecco a cosa serve tanto allenamento sui miei amati rulli invernali: ad arrivare pronto a questi momenti! Perché io cicloturista sono, il responso cronometrico arriva dopo (a volte proprio non arriva!), ciò che importa e poter affrontare lunghi ed impegnativi percorsi alla ricerca di luoghi incantevoli. Sono arrivato a Presegno attraverso il piccolissimo borgo e proseguo verso Bisenzio, è lì poco più avanti. Lo raggiungo, non mi fermo, svolto bruscamente a destra mi alzo sui pedali e spingo duro, la prima ‘sorpresa’ è arrivata: per uscire dal paese si deve affrontare una rampa di un centinaio di metri con pendenza vicino al 20%. Prima di arrivare allo scollinamento ne dovrò affrontare altre tre di queste scalette, molto più brevi, ma dopo quasi dodici chilometri di salita sono sempre ardue da superare. In sostanza una salita piuttosto impegnativa con continui cambi di ritmo, ma con dei paesaggi incredibili.
Arrivato in vetta bevo un sorso d’acqua e mi getto a capofitto in discesa, quest’anno con tutti i temporali che ci sono stati è particolarmente brutta: la sottile striscia di asfalto è ricoperta di sassi e di terra testimonianza che la strada diventa un torrente durante le tempeste. Le pendenze sono molto alte sempre in doppia cifra e scendo sempre a freni tirati per non far prendere velocità alla bicicletta, ora la vista si apre sulla vallata di Pertica Bassa, ma la difficoltà della discesa fa sì che non mi possa distrarre molto. Gli ultimi chilometri prima di giungere ad Ono Degno sono su cementata, bella e pulita, ma con numerosi e pericolosi scoli per l’acqua tipici di queste strade. Arrivo al lavatoio del paese e finalmente mi fermo, nell’ansia di non perdere troppo tempo sono arrivato in anticipo sulla mia tabella di marcia, mi rilasso un attimo e mangio, sono solo le otto e trequarti, ma ho una fame da lupi! Con Carlo avevo stimato di incontrarci a Livemmo alle nove e mezza oppure alle nove e trequarti alla Nozza di Vestone nel caso in cui fosse partito in ritardo ed avesse optato per la salita di Lodrino al posto di quella di Marmentino. Io ora devo affrontare la salita di Avenone per arrivare a Livemmo. È una strada relativamente breve, solo sei chilometri, ma piuttosto impegnativa ed anch’essa con continui cambi di ritmo e tratti abbondantemente sopra al 10% di pendenza.
Scollino, dopo una brevissima discesa sono a Livemmo, arriva il messaggio di Carlo: “Passato Lodrino!” Arriva anche un altro messaggio è di Marina, la chiamo, avrebbe piacere che arrivassi prima: non riesce a combinare nulla con i bimbi che le fanno girare la testa! Cambio di programma: inizialmente avevo pensato di incrociare Carlo e risalire verso Lodrino con lui per rientrare dalla val Trompia, ma ora scrivo a Carlo: prosegui verso le Coste. Rientrerò da lì in modo da cercare di recuperare un poco di tempo, scendo da Livemmo attraversando Belprato, la discesa è bella e sinuosa, per chi ne è capace, c’è veramente da divertirsi. Carlo mi ha risposto: “Sono a Nozza proseguo piano verso Preseglie così non ti rallento in salita”. Premuroso! E Marina sicuramente apprezzerà! Finalmente poco prima del paese raggiungo Carlo ci restano la discesa e le Coste prima di rientrare a Brescia, non è molto il tempo che potremo trascorrere insieme a ‘chiaccherare’, ma va bene anche così. Oltrepassiamo Odolo e ci dirigiamo verso il ‘groppo’. Solitamente eseguo una progressione in questo mezzo chilometro di salita per testare quanto siano stanche le mie gambe alla fine del giro. No! Oggi no! Si sta con Carlo! Un po’ si parla ed un po’ si spinge, vedo che sale bene, considerate tutte le tribolazioni di questa primavera, provo ad accelerare un poco, lui regge, poi si stacca, allora calo un attimo. Proseguiamo così fino quasi al gpm poi gli ultimi metri accelero e mi testo. Quando ci ricongiungiamo in vetta il suo volto è soddisfatto, non pensava di fare un tempo così, soprattutto perché aveva già una salita nelle gambe e quest’anno non aveva ancora fatto un giro con due salite. Sono contento, fa piacere vedere un amico che ritrova fiducia nelle sue capacità ciclistiche, ma soprattutto, egoisticamente ed ironicamente: non posso uscire sempre da solo, altrimenti con chi sfogo la mia incessante parlantina ciclistica?! Scendiamo, Carlo decide di accompagnarmi fino casa prima di rientrare a Gussago. Sono le undici ed un quarto, sono riuscito a guadagnare mezz’ora sull’orario che avevo lasciato scritto a casa. Ci salutiamo entrambi soddisfatti.
enta alquanto nel nostro movimento verso l’alto lago, ma poco importa noi siamo cicloturisti: la giornata è tutta dedicata alla bicicletta. Prima di giungere a Gargnano deviamo per la frazione di Villa, porticciolo incredibile, passaggio obbligato, per noi. Proseguiamo verso la vecchia gardesana, ora pista ciclabile (spesso chiusa), in modo da evitare la prima lunga galleria. Nell’iniziare a prendere quota ci accorgiamo subito che oggi potremo godere di panorami mozzafiato o, come dico io, da sindrome di Stendhal! A metà ci fermiamo a fare qualche fotografia: impossibile resistere!
Giunti nuovamente sulla gardesana non possiamo che osservare il bellissimo golfo che racchiude l’abitato di Limone. Chiedo di fermarmi ancora, Rick sbuffa un po’, sostiene che sono fotografie banali da cartolina, ma io ribatto che servono per documentare la fantastica giornata che abbiamo trovato e quindi è corretto che siano didascaliche.
Inizia la discesa verso Storo ora il vento e contro e sarà così fino alla fine. Mentre scendiamo guardiamo aprirsi davanti a noi le valli Giudicarie, giunti sulla statale del Caffaro svoltiamo a sinistra per rientrare in provincia di Brescia ed andare a costeggiare per intero il terzo lago del nostro giro: il lago d’Idro. Grazie anche all’ora di pranzo la strada è completamente libera ed arriviamo ad Idro incrociando pochissime autovetture. Durante questo tratto di strada lancio a Rick una proposta, ciclisticamente, indecente: perché non farlo diventare il giro dei quattro laghi salendo da Capovalle e scendendo lungo il lago di Valvestino? No, il giro è stato creato così, si sale a Treviso Bresciano (Cavallino Fobbia accorciato) e si scende in Valdegagna per arrivare a Vobarno come da programma. Eppoi c’è Agnoli che aspetta Rick in spiaggia a Salò, mica possiamo farla aspettare troppo? Inizia la salita per Treviso: è tosta e lo sappiamo entrambi, la conosciamo bene, le pendenze sono sempre in doppia cifra e percorrerla dopo più di 120km e con 2.000m di dislivello nelle gambe non è propriamente quella che si suol dire ‘una passeggiata’. Dopo circa tre chilometri di salita prima di abbandonare il lago d’Idro c’è un punto panoramico con una panchina dove più volte mi sono fermato a fare una fotografia al lago, ma credo di non essere mai riuscito a trovare un cielo così limpido ed una vista così profonda verso le montagne del Brenta.
Grazie Rick!
ristorante Tubladel, consigliatomi dall’amico Carlo (quello del giro Gavia, Mortirolo): cucina eccellente e raffinata, ed anche oggi non si smentisce! Ripartiamo, cumulonembi neri e minacciosi si distendono sopra al passo Gardena: le previsioni per questo fine settimana non sono delle migliori, continui temporali tipici dell’alta montagna. Mentre attraversiamo Selva inizia a grandinare, per fortuna dopo il passo Gardena il tempo migliora un poco. Arriviamo in hotel, al Marmolada, sono alcuni anni che veniamo in questo albergo gestito splendidamente dai titolari e la loro accoglienza è sempre impeccabile. Io sono distrutto ho qualche linea di febbre ed un po’ d’influenza, ma il riposo e buone dosi di propoli sono il rimedio giusto. L’indomani mattina ci alziamo ed il sole fa capolino tra nubi ad alta quota: le previsioni dicono che fino alle due il bel tempo dovrebbe reggere. Decidiamo di prendere la cabinovia e di salire al rifugio Boé (2.200m). Arrivati il panorama è di quelli mozzafiato, io ed Alice ci scateniamo con le fotografie.

‘altro canto siamo quasi nove mila non si può pretendere di avere strada libera. Mentre saliamo verso il Campolongo ci immergiamo nelle nuvole, scolliniamo e iniziamo la discesa verso Arabba ancora tutti uniti, allineati e coperti come si diceva da militari, non c’è molto da cercare di superare gli altri. Inizio la salita del Pordoi quest’anno cronometrata anch’essa. Siamo ancora in tanti e fatico a tenere il mio passo, vorrei andare leggermente più forte di chi mi sta intorno, ma non ho voglia di chiedere spazio, ci sono già quelli dell’ultima griglia che vanno veramente più forte di me, che vogliono passare, che sicuramente faranno un tempo di gran lunga migliore del mio, per cui, me ne sto tranquillo.
orvara davanti alla stazione dei Carabinieri: è meno ricco di vivande, ma molto più di a
more! Passo oltre e mi infilo nel lungo falsopiano del Plan de Frea. Sono tornato in mezzo alle nuvole, su in cima al passo Gardena si intravede il chiaro, ma sia a destra sia a sinistra il cielo è piuttosto grigio e minaccioso, non pi
overà per tutta la gara, ma l’asfalto fin’ora è sempre stato umido ed in alcuni punti anche bagnato. Proseguo nella salita verso il passo bevo e mangio qualcosa prima di scollinare chiudo l’antivento ed inizio la discesa del Gardena, lunga e veloce, il traffico ora è un poco calato e saltuariamente si possono impostare le curve come si deve. Arrivo a Corvara, dove mi attende la famiglia al completo, c’è finalmente il sole in val Badia, ma tutto intorno permangono nuvoloni bassi che oscurano la vista delle magnifiche Dolomiti. Matteo ha in mano la borraccia ed è impaziente di darmela, la prendo e lo ringrazio, tolgo le ginocchiere e lascio l’antipioggia che ho usato in griglia per non prendere freddo a Marina, intasco qualche barretta e con grande sorpresa di tutti dichiaro che farò il medio. “Ma non stai bene?” mi chiedono. “No è tutto a posto, ma non mi sto divertendo, tiro il Campolongo e poi porto a casa il medio”. Do un ultimo bacio e via, questa volta si apre il gas, cerco di spingere forte anche se non a tutta, in fondo poi ci sono ancora dodici chilometri di salita del Falzarego-Valparola da fare. Alla fine viene il mio miglior tempo sulla salita del Campolongo e questo mi basta, sarà un caso, ma lungo tutta la salita c’è sempre stato il sole e le temperature erano un poco più calde. Anche la discesa, stavolta senza traffico, è molto più divertente, mi sto quasi pentendo della mia scelta, poi guardo verso i monti della Marmolda e vedo ancora e solo nuvole, al bivio di Cernadoi guardo oltre il bosco in direzione del Giau e vedo ancora nuvoloni grigi, prendo la strada per il passo Falzarego: avevo visto giusto, oggi purtroppo lo spettacolo delle Dolomiti è negato a noi ciclisti, ogni tanto qua e là qualcosa si lascia intravedere, ma poca cosa rispetto alla fatica che facciamo. Per me che il lungo lo ho già fatto nove vol
te, senza la vista di queste meraviglie, sarebbe solo una fatica inutile: in fondo sono proprio un Cicloturista nel bene e nel male. Inizio la salita, nei primi chilometri c’è ancora il sole e i verdi pascoli, che circondano la striscia di asfalto, pullulano di meravigliosi fiori di montagna: penso ad Alice quante fotografie avrebbe scattato lungo questa strada! Arrivo ai piani di Falzarego di fronte a me i tornanti scavati nella dolomia guardo insù e nuovamente i nuvoloni grigi coprono le Dolomiti, inizio i tornanti, con gli occhi cerco il Valparola e lo ved
o coperto da una massa grigio scura sembra proprio pioggia. Proseguo nella scalata del Falzarego ormai sono vicino allo scollinamento e la visuale si apre sulla piana del passo: “Ma dove sono il Lagazuoi, la Croda Negra, l’Averau e le Tofane?” Sempre avvolti dalle nuvole ed ogni tanto fanno capolino come giocassero a nascondino. Resta ancora l’ultimo chilometro del Valparola da percorre ed è quello più antipatico pendenza sempre sopra il 10% e niente tornanti per rifiatare.
pa in centro a La Villa), già in cima al Valparola avevo sentito che il mio adduttore destro era arrivato al capolinea, dunque che il crampo era in agguato. Con circospezione riprendo a pedalare agile una volta finita la discesa e mi alzo sui pedali per affrontare il gatto. Va tutto bene, niente crampi, riparto, mancano solo tre chilometri ed anche se il crampo è li che spinge ormai sono all’arrivo. Per la prima volta in quindici anni sono i miei famigliari che mi vedono per primi sul rettilineo di arrivo (merito della maglia Cicloturisti!), nel frattempo è arrivata anche Laura (mia sorella) con Marco e il piccolo Riccardo che soggiornavano a Selva. Taglio il traguardo espleto le formalità di fine corsa e mi godo gli sguardi felici e gli abbracci di tutti quanti.
pararci per tornare ognuno alla sua quotidianità. Marco e Laura ci propongono un ristorante dove loro sono stati più volte proprio in centro ad Ortisei: Mauriz keller. Devo ammettere che lo stinco di maialino al forno era sublime come anche il gelato con lamponi caldi alla fiamma! Resta ancora il tempo per un ultima passeggiata sopra le scale mobili verso il parco giochi ed una foto di gruppo della nuova generazione di piccoli Contarelli/Anselmi!




