Malga Tombea e Malga Alpo

Monte Tombea gravelextreme

Sono le 5.22 di sabato 1° agosto quando parto da Polpenazze in direzione nord. Quest’anno avevo due obiettivi ghiaiosi: completare l’anello del Tremalzo ed arrivare a malga Tombea proprio sotto la cima del monte omonimo. Conquistato il primo proposito, oggi è il turno del secondo. Dopo aver visto la splendida traccia di Niccolò della scorsa settimana decido di salire dal lago d’Idro, questo mi darà la possibilità di scoprire anche un’altra salita per me inedita, quella di malga Alpo. Dopo aver scavallato i laghetti di Sovenigo, a Villanuova mi infilo nella ciclabile della Val Sabbia sempre molto bella, ma con numerosi tratti troppo complicati per la bdc. Oggi, invece, con la LinaBatista la percorro volentieri. Settimana scorsa in località Ponte Re (all’uscita di Barghe) è stato inaugurato un nuovo tratto che consente di evitare la statale del Caffaro lungo la quasi totalità dell’abitato di Vestone. Sono pochi chilometri, ma la particolarità e che per un centinaio di metri la ciclabile è sospesa sopra il fiume Chiese aggrappata alla montagna esattamente come la celebre ciclopista di Limone.

Decido di fermarmi nel parco di Vestone per riempire la prima borraccia oramai vuota e mangiare la prima barretta. Sono le 7.00 del mattino quando ritorno sulla statale, fortunatamente l’abbandono prima dell’abitato di Lavenone restando a destra vicino al Chiese. Rientro sulla principale prima di Idro ed ora la devo percorrere per tutta la lunghezza del lago. Essendo il primo sabato di agosto, nonostante l’ora (7.30 circa), il traffico inizia a farsi sentire. Ancora niente code, ma certo non le poche autovetture a cui sono abituato in questi orari. Ad Anfo passo davanti alla fontana che solitamente è tappa di rifornimento prima della salita al passo Baremone, vedo tre Exploro della 3T con altrettanti ciclisti intenti nell’approvvigionamento idrico. Li saluto, ricambiano, mi immagino che saliranno allo sterrato del Baremone e magari faranno tutto il crinale fino al Crocedomini. Finalmente giungo a Ponte Caffaro e svolto a destra nelle vie del paese levandomi di dosso il fastidioso rumore dei motori.

Da ora per parecchie ore di auto ne vedrò poche. Utilizzando parte della ciclabile scavalco il piccolo delta del Chiese che si immette nel lago. A Baitoni inizia la salita, sono poco più di 10km per giungere agli oltre 1.400m di Malga Alpo, la pendenza media supera di poco il 10%, tuttavia i primi 4km fino al borgo di Bondone sono più semplici con pendenza 7-9% ad eccezione di un breve tratto iniziale tra 10-12%.

Inizio a salire e dopo alcuni tornanti con splendida vista sul lago odo il vociare di alcuni ciclisti alle mie spalle. Mi volto, sono in tre, salgono di buon passo, ma in scioltezza. Dopo altri cinquecento metri mi raggiungono, mi salutano (sono i tre delle Exploro) e mi superano. Qualche istante dopo uno si gira e mi chiede: “Ma sei Marco, quello che mi ha scritto su Komoot?” “Sì, sei Niccolò!” rispondo io. Per un attimo rallentano un poco ed io accelero per poter scambiare due parole. Non pensavo proprio che avrebbe rifatto lo stesso giro la settimana successiva. Mi spiega che ai suoi due amici Eric e Simone interessava molto e così eccoli qua. Sfortunatamente io non ho il loro passo e devo lasciarli andare. Sarebbe stato interessante discorrere un po’ di più con Niccolò Varanini che ritengo uno dei migliori tracciatori. Proseguo la mia salita fino al borgo di Bondone, carino, appollaiato sulla montagna a 700m s.l.m. con splendida vista sul lago e sulla valle. Ad un tornante vedo un bar e seduti i tre Exploro si gustano un caffè, ci salutiamo. Esco dal paese, un cartello minaccioso allerta gli automobilisti sulla pericolosità e la pendenza della strada. Ora inizia la parte dura, ma anche quella più paesaggisticamente spettacolare. Si parte subito con un 15% e ci si infila nel bosco, la strada diviene stretta, nessun rumore se non il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie al vento. Innesto sin da subito il rapporto più corto 30×40 e mantengo una cadenza alta, saranno quasi 6km per arrivare alla malga e voglio salvare la gamba il più possibile. Fortunatamente poco prima del terzo chilometro inizia una specie di falsopiano, per 500m la pendenza non supera il 6%. E’ qui che mi riprende Niccolò con i suoi amici, questa è una fortuna perché mi consente di stare qualche minuto con loro e conoscerci un po’.

Ovviamente finito il tratto facile la strada si fa cattiva, ma proprio tanto. Niccolò scappa in avanti con balzo felino per appostarsi e scattare le fotografie ai suoi compagni. Eric e Simone proseguono con agilità manco stessero pedalando in ciclabile, io mi affanno e vedo il GPS superare il 20% di pendenza più volte. Intravedo Niccolò all’uscita di un tornante mentre sta ripartendo dopo lo shooting, ci salutiamo a distanza, non li rivedrò più com’era prevedibile che fosse. Mi godo la mia salita su questo versante a me nuovo. Mi sorpassano, in momenti diversi, anche due ragazzi in bdc del B3L, vanno ancora più forte sembra stiano facendo una cronoscalata. Dopo il quinto chilometro da Bondone il bosco lascia spazio all’alpeggio, la vista si apre sulle montagne, il cielo è terso, un vero paradiso.

Inizio a vedere le prime malghe ed i cartelli indicano che ormai sono in località Malga Alpo. Anche la pendenza si addolcisce, per diventare nuovamente tosta solo in mezzo alle malghe. Abbandono per un attimo la strada che sale alla Bocca di Cablone per una deviazione all’abbeveratoio (saggiamente visto nello studiare la traccia di Niccolò). Mi fermo, è il momento della pausa pranzo, si fa per dire, dato che non sono ancora le dieci, ma pedalando da più di quattro ore ho proprio bisogno di reintegrare e questo è veramente un luogo fantastico per farlo.

Mangio, bevo, guardo la montagna che mi sovrasta e che dovrò scalare di lì a poco e faccio fotografie. Dopo un quarto d’ora abbondante riparto, imbocco la strada per il valico e inizio a salire. I primi 2,5km sono facili attraverso l’alpeggio ed il bosco. Al primo tornante a sinistra le cose si complicano e di parecchio come preventivato. La strada si impenna oltre il 10% ed il fondo si fa molto mosso e con sassi piuttosto grossi.

Oltrepasso la vecchia galleria militare, ormai siamo entrati nella zona di confine della Grande Guerra, provo a pedalare ancora, ma devo rinunciare a causa del fondo, un centinaio di metri e risalgo in sella arrivo al secondo ed al terzo tonante e li oltrepasso con grande fatica, la bici si impunta troppo spesso contro i sassi più grossi ed il posteriore slitta di frequente. Al quarto tornate decido che data la velocità in sella mi conviene proseguire a piedi e salvare la gamba. I cinque tornanti successivi sono meravigliosi, sono talmente assorto nel contemplare il paesaggio che quasi non mi accorgo di essere già oltre i 1.600m. Scatto alcune fotografie, da qui si possono osservare contemporaneamente Bagolino, la piana del Gaver, il Dosso Alto, i radar del Dosso dei Galli ed infine a nord in tutto il suo splendore il ghiacciaio dell’Adamello.

Provo a risalire in sella vedendo un tratto più facile alla ripartenza dal tornante otto, ma dura poco, ritorno a spinta, in realtà sono quasi a 1.700m e non manca molto alla Bocca di Cablone (1.775m). Sono quasi sorpreso quando scorgo il valico, la maestosità del paesaggio mi ha fatto perdere la cognizione del tempo, in realtà ho camminato per circa mezz’ora. Guardo verso est, riconosco il profilo delle montagne della Valvestino e del lago di Garda, sotto di me i fienili di Denai, aria di casa. Oggi, però, è il grande giorno di Malga Tombea, mi attende ancora più di un kilometro di salita sulla sterrata militare.

È li davanti a me intagliata nella roccia, un lungo rettilineo ghiaioso. Riparto, la pendenza media è 8%, ma nella parte centrale, per duecento metri, si torna ancora vicino a 20%. Riesco a percorrerla quasi tutta in sella forte del fatto che so di essere vicino alla meta. Quando la strada ritorna a salire in modo più confortevole ho la forza per guardarmi attorno. Sotto di me un gregge di pecore e sul ciglio della carrabile un ragazzotto (il pastore), ci salutiamo. Arrivo alla Malga, le giro tutt’attorno ed intanto osservo sia il monte Tombea, sia il Caplone poco più avanti.

Cerco di scorgere la traccia della mulattiera che porta al Caplone attraverso la Bocca di Campei. La osservo, so che i tre Exploro sono andati di là, percorso molto tecnico, più mtb che gravel. Da lì si può scendere a Bocca Lorina e poi scegliere o su al Tremalzo o giù a Tremosine. Per me oggi basta così, mi godo il Tombea da qua, da questo nuovo punto di osservazione. Mai ero salito così in alto in Valvestino, vedere Cima Rest (1.200m), che era il mio vecchio punto di riferimento con la bdc, dall’alto dei 1.800m del Tombea laggiù in fondo mi suscita un enorme stupore.

Unico neo, la foschia della calura estiva che salendo dal lago ne impedisce la vista, ma non si può aver tutto. Riparto e ritorno verso Bocca di Cablone per prendere la forestale che scende ai Fienili di Denai e a Magasa. Passo vicino al pastore, gli dico che nella piana vicino alla malga c’è un agnellino “disperso” che bela. Mi risponde con fare colorito: “Lo so. La vedi quella là, è la tr… di sua mamma che lo ha abbandonato. Dopo torniamo a prenderlo.” È incuriosito dalla mia bici, parliamo un po’ e scopro che è un vero pastore, di quelli che la transumanza la fanno per davvero, è partito da Montichiari a fine maggio e poco alla volta è salito fino a qui. Tra un paio di settimane inizierà la discesa, mi faccio spiegare il percorso, sono molto curioso, si stupisce un poco del fatto che io conosca tutti i luoghi che mi cita e che gli dica che ci sono passato in bici durante altri giri. Una curiosità mi assilla, siamo ad agosto, in questo periodo quando arrivano le perturbazioni piovose il brusco abbassamento di temperatura crea dei potenti temporali ed il Tombea è il monte più alto nell’arco di chilometri, un parafulmine naturale. Com’è stare qui chiusi dentro le spesse mura della malga? Anche stavolta la risposta è colorita: “C’è da cagarsi sotto!” Lo lascio al suo lavoro, non senza prima averlo ringraziato per la tradizione che porta avanti con caparbietà. Massimo rispetto! Ho i brividi ancora adesso che scrivo a pensare a lui. Inizio la discesa, interrotta molteplici volte per fotografie varie.

Dopo il Cablone la strada è ancora molto mossa e scoscesa per alcuni chilometri, forse quasi tre, poi cominciano a comparire tratti lastricati ed anche il fondo dello sterrato migliora. Infine poco prima del “Pilaster” (bivio con una forestale che porta direttamente a Rest) si entra nel bosco segno che Denai è vicino.

Raggiunto l’asfalto ai Fienili mi fermo un attimo per riposare le braccia, fotografare e bere un sorso. Riprendo, poco prima di Magasa c’è una bellissima fontana con una panchina e delle fioriere di legno sulla strada, mi fermo lì per riempire le borracce, guardo l’ora sono le 12.30. Era da Malga Alpo che non controllavo l’orologio come se lassù nel silenzio delle montagne non fosse più esistito un riferimento temporale.

Riparto, la solita sensazione di aver già alle spalle la parte migliore del giro, mi consola il fatto che ancora per numerosi chilometri pedalerò sulle magnifiche strade della Valvestino. La giornata è di quelle calde, l’ho capito dall’afa che vedevo sopra il lago dal Tombea. Per fortuna questi sono luoghi noti per essere sempre freschi. Per curiosità arrivato a “Frozen Place”, la piccola laguna poco più in basso di Turano dove in inverno ho visto -10°C, guardo il termometro del gps, segna 27°C anche qui!

Oltrepasso la diga, la temperatura è costantemente sopra i 30°C, ma ciò non mi dispiace. Oggi opto per la discesa da Zuino con ulteriore deviazione a Fornico che mi riporta sulla strada alta di Gaino. Ormai ci siamo, sono costretto a tornare nel mondo civilizzato ed a Toscolano rientro in Gardesana, il solito traffico vacanziero, ma neanche dei peggiori.

Sono circa le 14.30, direi l’orario migliore per godere della calura afosa che sale dall’asfalto. Il vento caldo asciuga il sudore e le borracce si svuotano velocemente. Niente deviazione per S.Michele o Gardone Sopra, oggi si va dritti a Salò per salire le Zette ed uscire nuovamente dal traffico utilizzando il percorso ciclabile che passa per Raffa di Puegnago. Il mio gps segna spesso 35/36°C, ma so che il sensore è troppo influenzato dall’irraggiamento solare. Arrivato a Raffa di Puegnago una bellissima fontana/lavatoio all’ombra mi consente di immergere completamente entrambe le braccia nell’acqua fresca e di inzuppare il cappellino che uso come sottocasco.

Riparto, ormai sono quasi arrivato, la curiosità è vedere fino a che temperatura arriverà il gps quando inizierò a risalire verso Picedo e la velocità calerà sotto i 20km/h. Ebbene punta massima 43°C, io lo considero un buon indice del calore percepito, sapendo benissimo che la temperatura reale probabilmente si attesta a 37°C. Arrivo a Polpenazze quasi alle tre e mezza del pomeriggio dopo 130km e 2.430m di dislivello che, come sempre, non dicono molto riguardo allo spettacolo del giro. La soddisfazione oggi è veramente tanta, il Tombea è da anni uno dei miei tarli ed oggi si è lasciato conquistare in una splendida giornata estiva.

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Videogallery: Video 7’04”

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Piani di Caregno e Vaghezza ghiaiosi

Sono le 6:08 di sabato 19 settembre quando, agganciati i pedali, parto per un nuovo giro ghiaioso. Dopo le scorribande estive sulle strade militari dell’alto Garda, oggi ritorno all’usuale partenza da Brescia. Subito è GravelMella, è ormai soprannominata così da molti, la ciclabile che risale la val Trompia fiancheggiando il corso dell’omonimo fiume.

È ancora buio, praticamente notte, il traffico quasi nullo ed attraversare la città in questo momento ha sempre il suo fascino. Dirigo verso nord, per 22km l’unico rumore o suono che sento è il gorgogliare più o meno roboante del fiume. Oltrepassato Inzino di Gardone Vt. esco dalla ciclabile per affrontare la prima salita di giornata, quella che porta ai piani di Caregno, luogo di partenza per numerose escursioni al monte Guglielmo (el Gölem). La salita è piuttosto impegnativa ed è anche sede di una celebre cronoscalata per categoria Elite-Under23. Tralascio la descrizione dettagliata  rimandando al mio vecchio articolo Piani di Caregno.

Comunque oggi pedalo la LinaBatista con tripla e rapporti agilissimi, non ho ansie da prestazione e salgo con relativa tranquillità godendomi il paesaggio. Infatti poco prima di lasciare la ciclabile il giorno ha preso il sopravvento sul buio della notte. Il cielo non è limpidissimo, ma rispetto alla mia vecchia esperienza su questa salita già il poter vedere a chilometri è una bella soddisfazione. Prima della 8:30 sono nel primo grande spiazzo di parcheggio dei piani, da qui un altro chilometro abbondante di sali scendi su cementata porta all’inizio delle forestali sterrate. Io inizio il mio personale shooting fotografico.

Riparto, inizia lo sterrato, prima in leggero falsopiano poi in discesa sempre più scoscesa e rovinata. In meno di un chilometro mi ritrovo al forcellino di Pezzoro. Mi sembra di essere ad un crocevia essenziale della viabilità dei boschi, da un lato si scende a Cimmo, sopra Tavernole, dall’altro a Pezzoro di Pezzaze. Una bella fontana in pietra, un cartello ligneo e delle sculture fanno da corredo a questo luogo. Non posso che decidere di sostare qui per il primo spuntino e per riempire le borracce.

Riparto, sono appena passate le nove di mattina, ma sono costretto subito ad un’altra fermata. Due bellissimi cavalli mi osservano scendere mentre i miei freni stridono in modo assordante. Li fotografo insieme a me e riprendo la ripida discesa verso il paese. Tratti cementati a 20% di pendenza si alternano a tratti sterrati comunque sempre sopra a 10%.

Sono all’ingresso di Pezzoro, lo oltrepasso, ora la discesa è asfaltata, le curve si fanno sinuose ed è un piacere “pennellarle”. Un’altra cascina che giace solitaria in una radura colpisce la mia attenzione ed una piccolissima deviazione mi conduce ad una nuova istantanea.

Raggiungo l’intersezione con la strada che arriva da Pezzaze, quante volte sono salito e sceso da quella via per raggiungere il Colle di San Zeno! Proseguo, entro nella frazione di Lavone e svolto a sinistra prima del ponte, in questo modo attraversando il borgo mi risparmierò qualche centinaio di metri della ex-statale a tutto vantaggio del paesaggio. Entro sulla strada principale, ma non la seguo per molto, alla frazione successiva di Aiale (circa 1km) svolto a destra e seguo le indicazioni per Irma, uno dei comuni più piccoli e meno popolosi della provincia di Brescia. Qui inizia la salita ai piani di Vaghezza. In realtà, da questo versante, la salita è divisa in tre tronconi, il primo arriva al paese di Irma, il secondo, dopo una discesa di un chilometro, porta a Dosso di Marmentino ed il terzo porta ai piani di Vaghezza.

La salita parte subito cattivella con un primo assaggio sopra a 11% di pendenza, per poi assestarsi su 7/9%. Dopo 2,7km, appena oltrepassato l’incrocio per Magno di Bovegno, si incontra la splendida chiesetta di San Lorenzo (1.500 d.C. circa), sul cartello nel parcheggio vengono citati gli affreschi di Floriano Ferramola contenuti all’interno (1.521 d.C.). Oggi è aperta! Ebbene sì, nonostante le ripetute volte che sono salito da qui l’ho sempre trovata chiusa, o perché troppo presto o perché ora di pranzo. Imprescindibile ed, oserei dire, obbligatoria una fermata all’interno con ampio reportage sugli affreschi. In particolare il Compianto sul Cristo morto presenta numerose analogie con l’opera del Romanino (1.510 d.C.) conservata all’Accademia di Venezia.

Appena uscito un impeto di vanità mi porta a mettere in scena un autoscatto con la mia figura e quella di LinaBatista ai lati del portale di ingresso.cvg15

Riprendo il telefono in mano e d’istinto penso ad inviare le fotografie degli affreschi a mia madre: “Finalmente sono riuscito a vederli anch’io!” Una tristezza infinita mi pervade l’anima. Questa è la prima volta, da quel 9 marzo, che non posso condividere più la nostra passione per l’arte. Risalgo in bicicletta e riparto. Una parte di me vorrebbe incedere lentamente prolungando il ricordo di ciò che mi ha insegnato, l’altra parte vorrebbe scattare sui pedali e fuggire da questo profondo stato di scoramento. Così, arrovellandomi nei miei pensieri giungo ad Irma, inizio la ripida discesa e sono costretto a concentrarmi sulla strada. Dopo un chilometro l’asfalto riprende a salire sotto le ruote della mia bicicletta e questa volta, dopo un primo breve facile tratto, la pendenza è in doppia cifra per un paio di chilometri

, con una punta di 15%. Prima di arrivare a Dosso la strada spiana leggermente per un centinaio di metri. Arrivo al bivio, svolto a sinistra seguendo l’indicazione per Vaghezza, la pendenza torna in doppia cifra per il primo tratto poi prosegue attorno a 8% fino all’altopiano, in tutto poco meno di tre chilometri. Adesso è il momento per la seconda parte inedita del percorso. In un primo avvicinamento alla Vaghezza anni fa arrivai fino alla fine delle case di villeggiatura, ma fui costretto a fermarmi perché la strada divenne una forestale ed io ero in bdc. Guardando le mappe scoprii che la medesima conduceva a Odeno di Pertica Alta scendendo attraverso il bosco. Oggi con LinaBatista posso affrontarla! Inizio a salire. Il primo tratto, misto cemento, è duro vicino a 20% sono solo poche centinaia di metri, in seguito la strada si fa più dolce ed il panorama si apre verso nord. Pedalo ancora per poco più di un chilometro e sono a Passo delle Piazze (1.205m). D’obbligo la fermata fotografica ed anche ristoratrice, sono quasi le 11.00, non è prestissimo, meglio affrettarsi. 

Riparto, i primi due curvoni in discesa sono particolarmente complicati per la mia ghiaiosa: ripidi, molto mossi, con scoli per l’acqua piovana in legno molto ampi. Sono costretto a procedere quasi a passo d’uomo. Arrivo ad un bivio, la strada a monte denominata “sentiero dei cavalli” resta pressoché pianeggiante, mentre quella a valle più stretta è in discesa. Mentre io controllo bene sul gps quale delle due avevo selezionato per il mio tragitto arriva al piccolo trotto una compagnia a cavallo. Codesto è un animale che mi affascina ed inquieta allo stesso tempo. Quando lo vedo in azione i suoi possenti muscoli posteriori mi suscitano sempre profondo rispetto. La mia traccia è quella più bassa, la prendo, dopo alcune centinaia di metri su terreno piuttosto facile un cartello di divieto di transito a tutti i mezzi mi fa immaginare che le cose diventeranno più complicate a breve. Ormai ho imparato che quando si vedono questi cartelli sulle forestali vuol dire che nessuno più si cura di esse ed il fondo si deteriora ulteriormente ad ogni alluvione o bufera.

Così è! La strada, o quello che ne rimane, inizia a scendere più ripida e contestualmente il fondo diventa sempre più mosso, anche le radici ci mettono del loro affiorando qua e là lungo il percorso. Insomma circa 800m piuttosto impegnativi in cui perdo ben 100m di dislivello. Finalmente mi congiungo ad una cementata su un tornante, scoprirò poi, osservando meglio le mappe, che se avessi seguito il sentiero dei cavalli sarei finito direttamente su quella forestale semplicemente un po’ più a monte. Buono a sapersi per la prossima volta. Ora la strada è decisamente migliore, il cemento si alterna allo sterrato. Uscendo da un tornante una bella cascina  ed i suoi prati catturao la mia attenzione ed anche se la giornata è bigia le dedico una fotografia.

Finalmente giungo nella frazione di Odeno, la attraverso e mi soffermo un’attimo per fotografare il borgo di Livemmo e la vallata di fronte a me.

Sono le 11:15, la parte interessante del giro è oramai alle spalle, ma grazie al progetto Greenway delle Valliresilienti nuovi pezzi di ciclabile si sono aggiunti anche in val Sabbia. Scendo lesto da Belprato e giungo alla Nozza di Vestone dove mi attende un meraviglioso, anche se corto, tratto di ciclabile a sbalzo sul fiume Chiese attraverso il quale si giunge a Ponte Re senza dover più passare dalla vecchia statale “del Caffaro”. Giusto il tempo di entrare nella provinciale che, alla soglia dell’abitato di Barghe, piego a destra per attraversare il ponte sul Chiese ed entrare nel centro del paese. Incrocio la provinciale per Preseglie e proseguo diritto su via del fango. Il nome la dice lunga! Sono ormai alcuni mesi che piove poco e quindi non rischio l’infangata totale, anzi la calura estiva la ha resa quasi totalmente asciutta.

Tramite questo passaggio mi trovo direttamente sulla strada interna di Sabbio Chiese, lo attraverso e dirigo per l’ormai nota “stradina del bosco”. Risalgo fino ad Odolo sono le dodici e un quarto. Questo tratto più veloce mi ha consentito di recuperare un po’ di tempo, avevo dato l’una come probabile orario di rientro. Adesso il Groppo e le Coste, spingo sui pedali, scollino, in discesa nonostante le gomme un poco tassellate riesco a tenere la media sopra i 40 km/h e con un poco di fatica arrivo a casa in orario. Sono poco più di 100km per 2.150m di dislivello immersi nelle nostre valli (Trompia e Sabbia).  Caregno e Vaghezza due salite a senso unico per la bdc, ma che con la ghiaiosa si possono unire in un meraviglioso giro ad anello che, sfruttando le nuove ciclabili, diventa veramente una perla delle ValliResilienti.

Caregno & Vaghezza

 

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Videogallery: Piani di Caregno e Vaghezza (11’24”)

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Pedalando sulla neve!

Sabato 14 dicembre, quest’anno il meteo ci ha regalato nevicate sopra i mille metri di quota, già ad inizio mese. L’ultima, l’altro ieri, ha lasciato altri venti centimetri di neve fresca anche a bassa quota. Sono le 6.51 quando aggancio il pedale della mia AliMat, per l’occasione gommata 650bx40 con battistrada tassellato (Conti TerraSpeed e TerraTrail). L’obiettivo di giornata è quello di dirigermi il più velocemente possibile a Gargnano, salire al lago di Valvestino per pedalare nella neve. Da lì vedrò se riuscirò a realizzare uno dei miei sogni ciclistici. Il cielo è ancora scuro, appena uscito di città la temperatura crolla a -2°C, oltrepassato Rezzato mi immetto nella “Gavardina”, la ciclovia che conduce a Salò fiancheggiando il naviglio grande bresciano. I miei due potenti fanali anteriori illuminano a giorno la strada davanti a me, la brina depositata sulle foglie riflette la luce e conferma le mie sensazioni di gelo.

Alle porte del paese di Prevalle mi fermo per un paio di fotografie atte ad immortalare il passaggio dal crepuscolo all’alba.

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Riparto, oltrepasso lo svincolo dei Tormini dall’alto del ponte della vecchia tramvia e procedo seguendo i cartelli ciclabili per Salò. Per la prima volta decido di seguirli e percorro un breve tratto di sterrato che scende direttamente nella frazione di Volciano. Rientro sulla ss45bis, oltrepasso l’abitato di Salò e mi dirigo verso Gardone Riviera. Il cielo è terso ed il sole, anche se ancora basso, inizia ad irradiare calore. Sono le 8.30 e decido di approfittare della splendida luce per fermarmi sul lungolago di Barbarano/Gardone per alcune fotografie, per mangiare una barretta e per riscaldarmi al riverbero del lago.

Riparto verso Gargnano, a Maderno decido di percorrere tutta la ciclabile che costeggia il lago seguendo il delta del torrente Toscolano.

Proseguo, solita deviazione a Villa di Gargnano per il suo spettacolare porticciolo e finalmente inizio la salita del Navazzo, che mi porterà all’imbocco della Valvestino. Sono da poco passate le nove del mattino, la temperatura è già risalita a 6°C e soprattutto il sole scalda che è una meraviglia! Già a metà salita a bordo strada nei punti meno soleggiati fa capolino qualche traccia di neve, cosa inusuale in quanto la neve tende subito a sciogliersi in prossimità del lago. Il Garda, essendo un enorme bacino d’acqua dolce, è noto per avere un clima particolarmente temperato ed assimilabile a quello mediterraneo. Infatti sui pendii delle coste bresciane, esposte al sole fino dall’alba, si coltivano ulivi e con qualche accorgimento, un tempo, si riusciva a coltivare anche limoni ed altri agrumi, attività ormai non più remunerativa. Io tolgo il gilet, abbasso completamente la cerniera del giubbino e tolgo i guanti. Desidero espellere più sudore possibile per non trovarmi bagnato quando entrerò in Valvestino. Mi godo la salita, il paesaggio ed il caldo sole. Tra poco mi aspettano la neve ed il gelo.

Giungo nella piana antistante il borgo di Navazzo, mi fermo per una rapida sosta: fotografie, barrette e vestizione, la neve è ormai una presenza costante a bordo strada.

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Riparto, attraverso il centro abitato, svolto verso occidente, ultimi raggi di sole mentre entro nella valle, il monte Pizzoccolo sta per oscurare il sole che basso all’orizzonte in inverno non riesce a superarlo.

Ancora un paio di chilometri, la strada piega nuovamente verso destra e volge a nord, il sole non c’è più, l’asfalto si imbianca repentinamente, i mezzi spazzaneve hanno già pulito il grosso, ma non completamente. Altre volte ho percorso queste strade in inverno (Valvestino tra i ghiacci!), ma mai avevo trovato l’asfalto così già all’imbocco della valle.

La temperatura è scesa a -2°C, la neve caduta i giorni scorsi mi circonda rendendo il paesaggio fiabesco. Giungo al ponticello posto prima della breve risalita alla diga, il paesaggio è maestosamente glaciale. Innesto il rapporto più agile 34×34, l’asfalto sembra ghiacciato e mi preparo a slittare a causa della salita, aumento dolcemente la cadenza ed inizio a salire. Sono solo cinquecento metri, ma con pendenza 8%, lo pneumatico tiene bene e la AliMat procede senza tentennamenti. Primo test superato! Dopo la diga, la strada prosegue per circa cinque chilometri affiancata al lago che resta per lo più in ombra. Sul primo lungo ponte non posso che fermare la bicicletta ed effettuare una ripresa a 360° per testimoniare il fascino spettacolare delle montagne innevate.

Riparto, sono al settimo cielo, speravo di poter pedalare circondato dalla neve, ma non mi aspettavo di farlo sulla neve! Soprattutto non da così in basso mentre sto ancora costeggiando il lago. I pensieri scorrono veloci, all’entusiasmo si alterna il timore per le salite che mi aspettano. Inizio a pensare a quale strada sia meglio percorrere una volta giunto al Molino di Bollone: la più sicura salita diretta per Capovalle, soleggiata e sicuramente con asfalto facile ed ascitutto o la vera salita di Valvestino attraverso i borghi di Turano, Persone, Moerna, quasi tutta all’ombra, ma indubbiamente più ghiacciata e spettacolare. Sono le 10.30 quando arrivo al bivio, ragiono sulle diverse tempistiche di percorrenza e credo di poter affrontare la salita da Turano senza incidere troppo sull’orario di arrivo a casa. Tengo la destra sulla strada principale e mi dirigo verso quello che io chiamo “The frozen place” un meraviglioso stagno naturale formato dal torrente ad un chilometro dall’abitato Turano. Un luogo fresco e rigoglioso in estate e gelido in inverno. È qui che due inverni fa vidi la temperatura più bassa sul mio gps -9°C.

Con sorpresa la temperatura non scende e resta a -2°C, ma il fascino di ” Frozen place”e della strada completamente imbiancata da un sottile strato di neve mi costringono alla solita fermata fotografica.

Riparto, al bivio per Magasa e cima Rest per alcune centinaia di metri ricompare il sole che mi riscalda un poco e dona nuovi colori alle montagne innevate.

Da qui inizia la parte più complicata del mio giro, quella che più mi preoccupa e di cui stamattina alla partenza dubitavo di più. La strada ora sale per poco meno di tre chilometri con pendenza media vicino a 10% e con un paio di strappi a 14%. In queste condizioni di asfalto semi-innevato il dubbio sulla possibilità di salire in sella senza scivolare e slittare è più che lecito. In compenso il paesaggio si fa sempre più suggestivo ed incantato, ora anche i rami degli alberi sono carichi di neve ed aumentano la sensazione di trovarsi in una favola di Walt Disney. La AliMat sale, io cerco di sentire ogni piccola vibrazione, pedalo come se fossi su un tappeto di uova, e tutto procede al meglio.

I Continental Terra mi stanno dando un grande feeling, 40mm di battistrada gonfiati a 2 bar che si schiacciano ed impaccano sulla neve, io procedo senza esitazioni e mi godo lo spettacolo, l’aria che respiro è fredda ed umida, la sento, ma non mi da fastidio, non sento neanche il gelo, quasi non percepisco neanche la fatica da tanta adrenalina ho in corpo. Ogni tanto, dai rami, casca qualche mucchietto di neve, un paio si spiattellano sul mio casco e sul mio giubbino in Event scivolando via. Io gongolo, quando si indossano i materiali giusti e si pedala con l’attrezzatura giusta (gomme tassellate e freni a disco) anche strade insidiose come queste diventano percorribili in sicurezza. Nonostante tutto non abbasso mai la guardia, l’attenzione è sempre al massimo, basta poco per trasformare una splendida giornata in un brutto ricordo. Arrivo a Persone, borgo dai sapori antichi.

Lo oltrepasso e dirigo verso Moerna, la strada torna al sole, sono ormai oltre quota 800mt. e la vista si apre sui monti Tombea e Caplone, sui fienili di Rest e sotto di me sulla valle appena attraversata. Inizio ad avere fame, decido di oltrepassare il borgo di Moerna e di fermarmi, come altre volte, sul rettilineo di uscita per una sosta fotografica ed un breve spuntino.

Guardo l’orologio sono le 11.30, solo ora capisco di aver sbagliato clamorosamente la previsione del tempo di percorrenza, anzi non mi capacito di come abbia potuto commettere un errore così grossolano, ma si sa è il subconscio che ci guida ed il mio voleva che oggi pedalssi nella neve. Mando un messaggio a casa per segnalare che non arriverò prima delle 14.00 e riparto in direzione della vecchia dogana austro-ungarica, punto più alto del giro odierno a quasi 1.000m di altitudine.

Entro in Capovalle, mi fermo alla fontana a riempire la borraccia e lesto riparto in salita, ancora cinquecento metri e sarò a passo San Rocco da dove inizierà la lunga discesa verso il lago d’Idro, poco più di otto chilometri.

So che la discesa sarà per lo più in ombra, ma non sono particolarmente preoccupato per le condizioni dell’asfalto. Questa è l’arteria principale di comunicazione ed è solitamente tenuta molto ben pulita anche a ridosso di forti nevicate. Infatti, nonostante l’ombra, la sede stradale è completamente sgombra da neve, credo che ci sia sull’asfalto tanto sale da rendere impossibile la formazione di ghiaccio anche a -10°C!

Già dal primo tornante capisco che anche la discesa sarà spettacolare e di rara bellezza. Una lingua di asfalto nera che si snoda sinuosa come un serpente circondata dal bianco candore della neve che tutto ricopre, rami, alberi, prati, monti, tetti. Mentre scendo sento il freddo farsi pungente nonostante la velocità sia sempre molto controllata, sempre al di sotto dei 40 km/h. In effetti il gps segna -4°C, arrivo al ponte sul rio Vantone, la leggera salita seguente mi consente di riscaldarmi prima di entrare nella galleria che conduce agli ultimi tornanti con vista sul lago d’Idro. Ovviamente “uscito dal tunnel” non posso che fermarmi ad immortalare lo spettacolo della piana di Idro ancora imbiancata.

Ora la strada torna al sole, la temperatura risale, l’asfalto è asciutto ed io posso lasciar correre AliMat e superare finalmente i 50km/h. Entro in paese, arrivo sul lungolago, un folto gruppo di anatre sta camminando nel prato adiacente al lago ed io mi sento obbligato a fotografarle mentre zampettano nella neve.

Un’altra barretta e riparto, sono così in ritardo che oggi non mi posso concedere più nessuna delle mie solite deviazioni anti-traffico. Peraltro l’ora di pranzo aiuta ad avere meno veicoli sulle strade. Oltrepasso in rapida successione Lavenone, Vestone, Nozza e Barghe, la neve continua, comunque, a fare da cornice anche se non in presenza così massiccia come in Valvestino. Evito anche la salita di Preseglie e mi dirigo a Sabbio Chiese, salirò dalla strada del bosco, sicuramente l’itinerario più veloce per arrivare alle Coste. Inoltre la scarsamente trafficata strada del bosco con la neve non l’ho mai fatta. Alle 13.10 sono sul lungo rettilineo per le Coste in uscita dal comune di Odolo. Risalgo il “Groppo” sono un po’ stanco, cerco di tenere un discreto passo, bevo un energetico ed un sorso d’acqua. Dopo il “Groppo” il sole sparisce, è già nella sua fase calante e la maggior parte della salita al colle di Sant’Eusebio è ritornata all’ombra. La temperatura ritorna vicino allo zero ed il paesaggio simile a quello di Valvestino. Stamattina sarebbe bastato salire qui, a pochi chilometri dalla città, per immergersi nel fascino della neve.

Ad un chilometro dalla vetta la suggestiva vista della valle di Vallio Terme con sullo sfondo una piccola porzione del lago di Garda cattura il mio sguardo, immediata la sosta con fotografia didascalica.

Scollino, sono le 13.30, mi getto in discesa, ancora l’ombra, l’aria è nuovamente gelida, guardo il gps, all’altezza della val Bertone sono sceso a -2°C. Fortunatamente a Caino torna il sole, spingo anche in discesa, oltrepasso Nave, continuo a spingere per quel che ne ho. Sono le 14.04 quando apro il portone di casa. 140Km, 2.500m di dislivello a 22km/h e 2°C di temperatura media (-4°C / +10°C). Questi sono i numeri, ma non dicono nulla sulle intense emozioni vissute nella neve e nel ghiaccio della Valvestino. Soprattutto non rendono l’idea di un sogno che si avvera: partire da casa, costeggiare il mio lago in una splendida giornata invernale di cielo terso, guardarlo dall’alto, infilarmi nell’innevata Valvestino, pedalare sulla neve per 30km, giungere al lago d’Idro imbiancato a festa e ritornare in città attraverso le Coste anche loro innevate. La giornata Perfetta!

Valvestino innevata

Dettagli su Strava: Cicloturisti!@ Valvestino innevata ❄️❄️❄️🏔️

Videogallery: Video integrale 7’42” (guardatelo, i paesaggi meritano davvero)

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Passo Maniva tra neve e primule (versante Bagolino)

20 aprile 2019, quest’anno l’inverno è stato clemente con temperature poco rigide, ma soprattutto con scarsità di neve. Questo mi ha concesso di anticipare le tappe ed affrontare le salite prealpine già da fine febbraio. Ora, alla prima occasione utile, sono  pronto per un grande giro. Boom! Oggi è quel giorno! È sempre emozionante dopo la pausa invernale progettare la traccia del primo 3K (3.000m di dislivello). Sono le 5.43 quando la catena della bicicletta si tende sotto la spinta dei miei quadricipiti ed inizia a muovere la mia Lynskey. Il cielo è ancora buio, la direzione sempre quella, verso nord, verso le Alpi. Risalgo le Coste con la strada illuminata solo dal mio nuovo potente faro Trelock. A metà salita il cielo inizia a schiarire lasciando intravedere solo poche nuvole, segno che la giornata sarà limpida. Sul secondo tornante dopo l’abitato di Caino una sfolgorante e luminosa luna piena non si rassegna a calare ad ovest oltre l’orizzonte.

 

Ancora pochi chilometri e sarò in vetta. Il sole è sorto da pochissimo e non posso non immortalarmi con lui. Inizio la discesa, indosso anche la mantellina lunga sopra al gilet antivento, la temperatura è di 5°C, ma so già che scenderà ancora. Prima della piccola risalita di Preseglie mi ritrovo a 1°C, cerco di riscaldarmi un poco in salita. I nuovi guanti leggeri invernali GSG stanno facendo egregiamente il loro dovere. Decido di non togliere la mantellina e proseguo. Scollino, scendo a Barghe, risalgo la valle, Nozza, Vestone, Lavenone e, finalmente, Idro ed il suo lago. La temperatura non cambia, sempre al di sotto di 5°C. Mentre costeggio la sponda di ponente dell’Eridio, il sole si alza oltre il monte Stino, ora irraggia calore favorito dal cielo terso. Mi balena l’idea di fermarmi ad un bar per una colazione. L’unica altra volta che mi successe fu all’inizio del grande giro Dall’Eridio al Sebino e ritorno a tutt’oggi il mio dislivello maggiore durante una pedalata. Dal momento che ho imparato a capire le mie sensazioni, le assecondo e all’uscita del borgo di Anfo mi fermo al bar-trattoria “La Lanterna” posto al bivio della salita per il passo Baremone. “Un latte caldo, una brioche e un caffè lungo, per favore.” mi tolgo la mantellina, i guanti invernali, lì ripongo ordinati nella mia grande borsa sottosella e, con grande calma, mi gusto la mia seconda colazione. Esco dal bar, l’aria è ancora frizzante, il sole è già alto, riparto, mi sento decisamente meglio. Oggi non salirò dal Baremone, una delle mie ascese preferite, ma da Bagolino verso passo Maniva (1.626m). Giunto nei pressi della Rocca d’Anfo, complesso militare fortificato eretto nel secolo XV dalla Repubblica di Venezia, rifletto sul fatto di non averla mai fotografata, nonostante i ripetuti passaggi. ‘This is the day!’ mi fermo e le dedico uno shooting fotografico. Voglio mettere alla prova il mio nuovo Nokia 9 con cinque fotocamere Zeiss che scattano in simultanea su focali diverse. La forte luce del sole, le zone in ombra sotto le montagne, chiaroscuri complessi, vediamo come li saprà rendere.

 

Riparto, sono già felice così, ed il bello deve ancora iniziare. Arrivo a Sant’Antonio, bivio per Bagolino, alla rotonda tengo la sinistra ed affronto la prima parte di salita, quella che scollina all’inizio della valle del Caffaro. Pochi chilometri con pendenze dolci. I panorami verso le valli Giudicarie a nord e sull’Eridio a sud mi costringono ad altre fermate fotografiche.

 

Una volta scollinato si apre di fronte a me lo scenario della valle con la strada per il passo Crocedomini che fa da sfondo, purtroppo la vista spazia anche sulle pinete devastate dalla tempesta di ottobre/novembre. Gli alberi abbattuti a centinaia dalla furia del vento sembrano bastoncini pronti per giocare a Shangai. Riparto con un poco di malinconia.

 

Dopo il ponte sul torrente Caffaro la strada riprende a salire, un lungo rettilineo di quasi 4 km porta all’innesto con l’erta per il Maniva. Questa volta la pendenza è tutt’altro che facile. Tratti più agili al 5/6% si alternano a strappi in doppia cifra. Poco prima del bivio, una bellissima zona parco, dove siamo usi sostare, mi consente il reintegro idrico; già perché nonostante il freddo io sudo tanto e devo stare attento e continuare a bere per non incorrere in bruschi cali. Riparto ed inizio la vera grande scalata di giornata. Il Maniva da Bagolino non è uno scherzo, tant’è che assieme al Baremone, nel nostro gruppo, lo consideriamo la prima vera salita dell’estate.PassoManivaBagolino Quest’anno lo sto affrontando con un mese di anticipo! Si presenta così 10,7km 900m dislivello con pendenza media superiore a 8% ed un chilometro finale sempre sopra 10% con punta di 16%. Una salita lunga ed impegnativa in cui i tratti dove rifiatare bisogna inventarseli perché non ci sono, eccezion fatta per due brevissimi finti falsipiani (si passa dal 10% al 4%). A suo favore, oltre il fascino della salita alpina da grimpeur su una stretta strada di montagna, l’incredibile e vario paesaggio che la circonda. Oggi, sotto questo aspetto, è “la giornata perfetta”: la primavera è già arrivata ed i pascoli che si alternano alla pineta sono traboccanti di fiori (premere HD in basso a destra per vedere il video in alta definizione)

 

La brusca corrente fredda di lunedì ha portato più neve che tutto l’inverno e le montagne sopra i 1.500m sono completamente bianche. Il cielo è blu cobalto, l’aria frizzante rende l’orizzonte trasparente e lo sguardo salendo spazia anche a chilometri di distanza lungo la dorsale dei ghiacciai alpini. Io salgo, né troppo piano, né troppo forte, voglio godermelo questo spettacolare paesaggio a cavallo tra primavera ed inverno.

 

Più volte sfoderò il mio telefono per fotografare “in movimento”, anche il mio Gps Xplova X5 e costretto agli straordinari con il mio pollice che freneticamente lo accende e spegne per dei microfilmati.

 

 

Così facendo arrivo agli ultimi 3km quasi senza accorgermi (non è vero, ma fa “bello” scrivere così). Qui iniziano le piste da sci, la neve inizia a comparire a grandi macchie nei prati ed anche a bordo asfalto nei luoghi in ombra. Sono questi i chilometri più impegnativi, sulla montagna ormai scoperta dal bosco il vento soffia forte e infastidisce la scalata che, dal canto suo, ora non scende più sotto a 10% di pendenza. A mitigare il tutto l’incredibile scenario ormai aperto a 180°.

 

Ci siamo, l’ultimo lungo drittone, pare quasi che il geometra che ha progettato la strada vedendo il passo così vicino (ma la montagna inganna) abbia dimenticato che un paio di tornanti in più avrebbero reso l’ascesa più agevole. Di fronte a me, subito a sinistra del valico, si erge maestoso il Dosso Alto, oggi sarà lui il protagonista del mio shooting fotografico.

 

Io innesto il rapporto più leggero e mi alzo sui pedali, il sole scalda, ma la temperatura quassù è ancora fresca 10/12°C.

 

Sono al passo, scendo dalla bicicletta, giro un poco attorno, a nord la valle del Caffaro e le vette alpine, a sud la val Trompia con il monte Guglielmo nuovamente imbiancato dalla neve. Scatto numerose fotografie in tutte le direzioni, mangio qualcosa, chiudo lo smanicato e rimetto i guanti lunghi per la discesa.

 

Guardo l’ora sono le 10.45, oggi ho chiesto più tempo alla famiglia per il mio giro e non ho l’assillo del tempo. Inizio a scendere, alcuni tratti sono stati riasfaltati di recente, tutto sommato la discesa è in discrete condizioni.

 

Arrivo a San Colombano prima frazione abitata ai piedi del Maniva. Proseguo, la strada è ancora in discesa, ma con una giornata così tersa, il vento termico che risale la valle non può che essere ai suoi massimi. A Bovegno, come ormai mi capita spesso da quando ho riscoperto la Vaghezza, svolto a sinistra e inizio la seconda lunga salita di giornata. Questa stradina comunale porta prima alla frazione di Zigole e poi di Magno entrambi piccoli centri rurali dove il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. La salita è incostante, ma mi accoglie subito con pendenza in doppia cifra lungo l’abitato. In 4 km circa si arriva al comune di Irma, dove in una piccola piazzetta con un fontanone circolare decido di effettuare la mia sosta pranzo. Sono solo le 11.45, ma per me che pedalo da prima delle 6.00 è il momento giusto. Tolgo i gambali e li ripongo assieme ai guanti lunghi nella mia borsa. Ripongo il casco ed il berretto sulla panchina e mi do una sciacquata anche al viso. Mi siedo e mangio due barrette ed un ciucciotto al caffè. Mi ricompongo e riparto. Dopo una brevissima e ripida discesa oltrepasso il torrente Tesolo, che qui forma delle graziose cascatelle e riprendo a salire.VaghezzaDaZigole Ora non si scherza più, per arrivare in vetta ai piani di Vaghezza mancano 6,3 km, la pendenza è spesso in doppia cifra, soprattutto i primi due chilometri che mi aspettano presentano un lungo rettilineo costantemente attorno al 14%. Io salgo corroborato dal pranzo, ma stanco per le ore già passate in sella. Dopo un paio di chilometri sono al bivio di Dosso di Marmentino, potrei semplicemente tenere la strada principale e scendere subito a Tavernole, ma mi perderei lo spettacolo a 360° del punto panoramico sopra lo skilift abbandonato. Quindi proseguo, non curante della fatica, guardandomi attorno mentre guadagno quota ed attraverso un’altra magnifica pineta profumata.

man42

Arrivo all’ingresso dei piani, la pendenza si fa dolce, un chilometro abbondante di falso piano e sono pronto per l’ultima erta cementata di giornata che mi porta ai 1.200m della cima. Sono poco più di 500m con una punta massima di 14%. Sono nuovamente in mezzo al cielo, ma stavolta la vista può spaziare veramente a 360°, dal monte Guglielmo fino all’opposto monte Baldo che fa capolino sopra i tetti di una cascina. Che meraviglia! I piani di Vaghezza mi hanno conquistato un anno fa ed oggi riescono ancora una volta a stupirmi.

 

Dopo aver mangiato qualcosa riparto, ora sarà tutta discesa fino a casa. Prima lungo i bellissimi tornanti che mi conducono fino a Tavernole, poi lungo la noiosa e trafficata bassa val Trompia. Al solito dopo Ponte Zanano svolto a destra in direzione della frazione di Noboli e scendo la valle lungo strade laterali che attraversano le frazioni di Cailina e San Vigilio. Qui mi tuffo sulla ciclabile del Mella che mi conduce fin quasi sull’uscio di casa senza dovermi preoccupare del traffico veicolare. Quando giungo a destinazione sono da poco passate le 14.00, ho percorso 145km e 3.177m di dislivello portando a casa il primo 3K dell’anno in un giorno che può soltanto essere definito come la “Giornata Perfetta!”

Grazie meteo pazzerello che ci hai donato neve sui fiori primaverili!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Coste, Passo Maniva, Piani di Vaghezza

Videogallery: Video Integrale 4’22”

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Piani di Vaghezza ed il disastrato bosco di Bongi

È sabato 17 novembre, mi alzo con propositi piuttosto bellicosi. Ad eccezione di un giro da 80km, è dalla BresciaGravel di metà settembre che, per svariati motivi, non riesco a realizzare un bel lungo. Le previsioni danno, per oggi, una bella giornata soleggiata e fresca; proprio quella che serve a me. Appena alzato guardo fuori dalla finestra della cucina in direzione val Trompia, vedo nuvoloni scuri muoversi nel cielo prima dell’alba. Mi sposto in soggiorno guardo verso il monte Maddalena e lì il cielo è molto più libero, nuvoloni bianchi stanno diradandosi per lasciar spazio al sorgere del sole. La temperatura esterna è di 5°C, opto per salire verso le Coste, da lassù capirò quale ispirazione scegliere. Sono le 7.32 quando inizio a pedalare, il mio gps conferma la temperatura del termometro sul davanzale. Faccio girare veloce le gambe per produrre calore e far andare i muscoli in temperatura il prima possibile. Mentre risalgo la valle del torrente Garza controllo le nuvole in ogni direzione per capire quale sia l’itinerario migliore. Dopo un’ora esatta sono al valico e decido di scendere ad Odolo per poi proseguire in costa nella Conca d’oro attraversando Agnosine e Bione. In fondo alla discesa mi aspetta il temibile Groppo. Questa volta non per la pendenza, ma per la temperatura! In questo angolo di strada, perennemente all’ombra nei mesi invernali, si gela. La velocità della discesa unita al freddo intenso creano sempre qualche problemino a mani e piedi. Fortunatamente, subito dopo, inizio a risalire e ritorno velocemente in vista del sole che mi intiempidisce un poco. Le salite fino ad ora sono sempre state dolci e mi hanno consentito di scaldarmi senza sudare troppo. Il sudore in inverno è il mio nemico principale! Quando sei bagnato anche la più breve discesa diventa una ghiacciaia. Oltrepassato Bione devo salire al valico della Madonna della Neve per poter arrivare nella valle di Casto. La salita è breve, poco meno di un chilometro, ma la pendenza è costantemente sopra il 10% con due “strappetti” al 15%.Muro della MadonnaNeveIo la affronto con calma per sudare il meno possibile.

Arrivato in vetta inizio la ripida discesa del versante nord, completamente in ombra, subito il vento freddo si fa sentire. La temperatura scende a 3°C, fortunatamente al primo tornante c’è un punto panoramico ed oggi merita una sosta fotografica che divide in due la discesa.

Il cielo  diviene sempre più terso, ora dopo ora, e questo mi conforta. Il giro ora è chiaro nella mia mente. Da Casto risalgo a Mura, altra salita dolce di 6,6km con pendenza media 4%. L’idea è di percorrere la strada che da Mura porta al lago artificiale di Bongi attraverso un bellissimo bosco. Due settimane fa la terribile tempesta che si è abbattuta sul nord Italia ha lasciato i suoi segni anche qui. Alcuni grossi alberi sono caduti sulla provinciale che è stata chiusa al traffico. Spero che a distanza di quindici giorni perlomeno il passaggio in bici non sia precluso. Prima di uscire dal borgo, inizio a vedere i cartelli gialli che preannunciano la chiusura della strada in direzione Pertica Alta. Io proseguo, confido che, in un modo o nell’altro, sulla due ruote si riesca a passare.

Prima di giungere al valico, all’inizio del bosco, vedo alcuni grossi tronchi adagiati in modo composto sul fianco della strada. Oggi è sabato ed i lavori di pulizia della pineta sono sospesi, fortunatamente la strada è già stata ripulita. Dentro di me penso che, tutto sommato, il danno al bosco è molto contenuto, forse dieci o venti alberi in tutto. Passato il valico inizia la discesa verso Bongi, anche questa sul versante nord, freddo e umido. Lo scenario cambia subito ed ahimè in peggio. Ad ogni venatura della montagna cumuli di tronchi e rami si accatastano sui ponticelli della strada, decine di alberi sono piegati con le radici parzialmente esposte all’aria.

A metà discesa il sole di fronte a me fa capolino tra i rami spogli creando giochi di colore fantastici sul tappeto di foglie che ricopre il manto bituminoso stradale. Non posso che fermarmi per il primo shooting fotografico. La temperatura è scesa nuovamente a 2°C, ma questi paesaggi meravigliosi e la pace del luogo mi scaldano il cuore.

Riparto, alcune centinaia di metri e sono in vista del lago. Sotto di me, attraverso i rami spogli degli alberi, illuminato dal sole, sta il lago di Bongi con tutte le gradazioni del blu e con la montagna prospiciente riflessa splendidamente dalle sue acque ferme. Alzo lo sguardo verso la montagna e vedo l’eccidio di alberi provocato dalla tempesta. Non dieci, non cento, ma forse migliaia di alberi abbattuti dalla furia di Eolo.

Un panorama struggente quanto affascinante che ci ricorda, ancora una volta, che chi comanda è lei, Madre Natura, e noi siamo solamente suoi ospiti. Inevitabile una sequenza di fotografie ad immortalare questa strage di alberi.

Un gruppo di tre ciclisti sta scendendo da un sentiero verso il lago per poi risalire e venire verso di me. Utilizzano delle splendide “gravel” con borse da viaggio: chissà quale interessante percorso stanno facendo. Ci salutiamo con simpatia. Prima di partire un cartello cattura la mia attenzione e porta nuovamente il sorriso sulle mie labbra. In primavera dal lago centinaia di piccoli rospi partono per invadere tutto il territorio del bosco. Purtroppo, quando noi passiamo in bici la mattina, ne vediamo tanti spappolati a terra.

Il  comune ha così deciso di sensibilizzare tutti i conducenti di veicoli con quest’inusuale cartello. Giungo al termine della discesa e ritorno al sole imboccando la salita verso la frazione di Lavino. Tra lunghe soste fotografiche e discesa mi sono completamente raffreddato, la temperatura ha raggiunto il minimo di giornata a 1°C. Ora ripartire è un poco più complicato, il sole però mi aiuta. Dal lago fino ai 954m del passo del Termine ci sono quasi 6km di salita, intramezzati da due brevi discese di 250m e 500m rispettivamente.PassoTermineDaBongi Nei primi due chilometri la pendenza si attesta tra 8% e 10%, poco dopo il primo chilometro il muro di sostegno di una vecchia cascina è stato di recente dipinto con le figure di un gruppo di ciclisti, impossibile non fermarsi a fotografarlo.

Riparto, dopo le due corte discese, la strada ritorna a salire con pendenza 8%. Arrivo all’innesto con la provinciale per il passo Termine e giro a sinistra, un ultimo rettilineo di un chilometro mi separa dalla vetta, la pendenza torna in doppia cifra (11%). Scollino, senza indugio inizio a scendere, anche qui il bosco che mi sovrasta ha subito danni. Arrivo nella frazione Dosso di Marmentino devio a destra verso Vaghezza. Sì la meta finale di oggi sono loro, i piani di Vaghezza ad oltre 1.200m di altitudine. Li ho riscoperti solo questa primavera. Vi ero salito un’unica volta ormai quindici anni fa. Ricordo poco di quel giro, se non che era una giornata grigia e umida. Una volta giunto nel piazzale alla base dei piani, mi ero guardato intorno e non avendo notato nulla di interessante, causa anche il tempo bigio, me ne ero tornato indietro. Errori di gioventù, non ero ancora soprannominato Mog (master of Gps).

Al contrario, a maggio di quest’anno, in una splendida e fresca mattina una volta giunto nel piazzale ho fiutato che avrei dovuto salire ancora lungo le carrozzabili delle cascine per arrivare ai panorami fiabeschi. Da allora quella di oggi è la quinta scalata a Vaghezza, ma oggi con un clima quasi invernale, il fascino è sicuramente differente. Inizio la salita, da Dosso non è per nulla lunga, i piani distano poco meno di 4km.VaghezzaDaDossoL’erta di snoda tutta all’interno di un bellissimo bosco di pini, larici ed abeti. Il sole a Marmentino mi ha riscaldato e la temperatura è risalita fino ad 8°C. Ora nel passare nuovamente al lato nord della montagna, sotto la chioma protettiva dei pini, la temperatura crolla nuovamente a 2°C.

Per i primi 2,5km la pendenza si attesta a 9% con punta di 11% proprio all’inizio. Successivamente, poco prima del cartello di ingresso ai piani, scende sotto 4%. Per poco più di un chilometro continuo così, con il sole che fa capolino dietro ai pini e la strada che si snoda in falsopiano. Giungo al grande piazzale del parcheggio, da qui tenendo la destra mi infilo nella carrareccia che porta verso il vecchio traliccio dismesso dello skilift. Poco meno di 700m mi separano dal punto panoramico, ma sono i più duri.

A dispetto della pendenza media di 9%, questa stradina per lo più cementata nasconde al suo interno due temibili rampe sopra il 15% di pendenza ed un corto tratto in sterrato.VaghezzaCementata Sono ormai le 11.30 quando scendo di bicicletta “at the top”. Il sole è alto nel cielo ancora terso. L’aria frizzante (6°C), la vista a tutto tondo sui monti limitrofi, la pace e la tranquillità di un luogo poco frequentato, mi ripagano  ampiamente della fatica e del freddo accumulato. Mi dirigo verso il punto più alto nel prato per poter scattare delle fotografie panoramiche.

Ritorno alla mia Lynskey per mangiare qualcosa, poi decido di immortalare anche lei in questo luogo incantevole. Cambio i guanti ed aggiungo un anti-vento per la discesa.

Da qui a Tavernole ci sono più di 10km da percorrere e temo di avere freddo. Come esco dai piani ed inizio la veloce discesa del lato nord la temperatura ritorna a 2°C, nonostante sia mezzogiorno. Fortunatamente le cose cambiano nettamente una volta giunto a Dosso, dove mi fermo ad una fontana per bere e riempire la borraccia. Ci sono più di 10°C ed io tolgo l’anti-vento confidando nel sole. Faccio bene, nonostante la discesa tecnica e veloce non sento freddo, arrivo a Tavernole sul Mella e proseguo in direzione Brescia. Da qui la strada è sempre quella, percorrendo il più possibile le strade laterali per evitare la statale della val Trompia. Poco prima delle 13:30 sono a casa con 100km in saccoccia, ma soprattutto quasi 2.000m di dislivello, percorsi per le prime quattro ore e mezza ad una temperatura media inferiore a 5°C. Per me, che fino a due anni fa non sopportavo il freddo, un grande risultato. Piani di Vaghezza siete entrati di diritto tra le mie salite preferite!

Bongi,Vaghezza

PianiDiVaghezza

Dettagli tecnici su Strava:  Cicloturisti!@ Coste, Bione, LagoBongi, P.so Termine, Vaghezza

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Videogallery:  Piani di Vaghezza (2’19”)

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Piani di Caregno

Domenica 25 novembre 2018, ore 7.37 del mattino; perché io mi ostini a partire così presto anche con temperature rigide non lo so, o forse sì. Sta di fatto che dopo i primi chilometri il termometro del mio gps si è acclimatato attorno ai 4°C e può solo peggiorare. L’itinerario prevede la risalita della val Trompia fino al confine con il comune di Marcheno. Oggi pedalo sulla LinaBatista, la mia “bici ghiaiosa”, già perché gravel in inglese significa ghiaia. Vogliamo mettere quanto sia più incisivo e veritiero parlare di “bici ghiaiosa” piuttosto che di “gravel bike”?!? Fortunatamente a quest’ora del mattino di un gelido giorno festivo il traffico automobilistico è pressoché inesistente ed io posso tranquillamente transitare sulla ex statale ss345 delle Tre valli. Con ritmo volutamente blando arrivo all’ingresso di Gardone. Alla rotonda, come sempre, tengo la destra sulla strada che costeggia il fiume Mella. Questo tratto di un paio di chilometri è sempre fresco ed umido, subito la temperatura scende a 2°C e l’umidità penetra nelle mie ossa. Fortunatamente la salita sta per iniziare. Attraverso il nuovo ponte sul corso d’acqua e mi ricongiungo alla ex statale, pochi metri e svolto a sinistra seguendo il cartello per i piani di Caregno. È passata quasi un’ora dalla mia partenza e finalmente inizio la scalata. Adoro la salita anche in inverno! Cerco di prepararmi per le discese con la borsa sottosella piena di intimo e antivento asciutti per poter scalare le montagne di casa anche nella stagione fredda. Caregno in realtà è una salita, relativamente nuova per me. Questa è la seconda volta che la affronto; dopo averla provata con Francesco a maggio del 2017. Anche allora la temperatura era freddina tra i 6°C ed i 10°C a causa di una pessima giornata di cielo coperto dopo un sabato piovoso. Oggi le previsioni danno ampie schiarite durante la mattinata ed io confido che in quota il cielo sia piuttosto limpido. CaregnoLa scalata è abbastanza lunga, sette chilometri, e per nulla banale, anzi direi di tutto rispetto con una pendenza media di 9,2% e punte di 15%. I primi 2,5km si snodano con frequenti tornanti lungo l’abitato di Magno, il paesaggio non è ancora un granché, la pendenza si assesta attorno a 8% con qualche breve strappo a 10%. Giunto in centro a Magno la prima rampa a 12%. Strappo breve, ma presagio che uscito dal paese non sarà più uno scherzo. Infatti dopo alcune centinaia di metri al 7% la strada si stringe assumendo la tipica conformazione delle vie di montagna. I tornati si fanno stretti, la pendenza è costantemente sopra il 10%. Ogni volta che l’occhio cade sul mio Xplova vede numeri tra il 10 ed il 15. Ora l’asfalto sotto le mie gomme “cicciotte” (700×38) sembra molle e appiccicoso, la velocità è ridicola. Tutto gioca contro di me, l’attrito dei copertoni larghi, i miei tre chilogrammi di troppo già messi su da quest’estate, e il pesante borsone sottosella per il cambio prima della discesa. Non sto certo salendo per fare il tempo, ma la sensazione è proprio quella di essere un “bradipo-missile”. Fortunatamente anche il paesaggio è cambiato, le case hanno lasciato il posto ai boschi e dai tornati posso vedere a sud la conca di Gardone ed a nord le Alpi.

Oltrepassati i 700m di altitudine su un tornante si gode di un ottima vista in entrambe le direzioni. Cosa curiosa anche più di un anno fa scattai una foto in direzione nord-est, verso il comune di Lodrino. Riguardando, la foto con più attenzione ed ingrandendola ho notato che il monte già innevato che si vede, non è altri che il Baldo! Mai avrei pensato di vederlo mentre salivo ai piani di Caregno.20181125111834_IMG_0367 Proseguo nella scalata e giungo all’ingresso dell’altopiano, oltrepasso il parcheggio e la trattoria “La fabbrica”. Da qui la strada diventa cementata, finalmente inizio a giustificare l’uso della ghiaiosa. Nel frattempo il cielo si è aperto ed il sole intiepidisce l’atmosfera. L’idea è di arrivare fino a dove inizierà lo sterrato fangoso. Ho studiato la traccia, esiste un bellissimo percorso che si congiunge a Pezzoro, ma dopo tutta la pioggia di ieri sicuramente oggi sarà un pantano.Caregno_cementata Il paesaggio ora è meraviglioso, sono a 1.000m di altitudine, da qui partono le escursioni al monte simbolo della val Trompia, il  Guglielmo, el Gölem in dialetto. Ovviamente mi fermo per un primo breve shooting fotografico, so che tornerò ancora da quella strada, per cui potrò scattare altre istantanee, forse con una luce migliore.

Il sole fa ancora un poco i capricci dietro ad alcune velature. Riparto, passo un’impegnativa rampa al 15% di duecento metri circa, svolto a destra e “sta il cacciator fischiando sull’uscio a rimirar”. Lo saluto, risponde con tono un poco burbero, ma si sa i montagnini sono così. Incrocio alcuni gruppi di escursionisti, ci salutiamo tutti. La montagna è anche questo, compartecipazione delle avventure ed escursioni altrui. La strada prosegue diventando a tratti ghiaiosa, salvo poi tornare cementata quando la pendenza supera il 10%. Ora il panorama che ho di fronte è decisamente cambiato, la visuale libera è quella verso nord. La neve è scesa in abbondanza ieri ed i giorni scorsi sopra ai 1.600m per la felicità degli operatori sciistici del Maniva che apriranno i loro impianti durante il ponte dell’Immacolata.

Io, intanto, mi godo questo panorama, dove all’azzurro ed al bianco di cielo e creste montuose fanno da contraltare i caldi colori pastello dei boschi autunnali. Mi fermo e fotografo, la strada cementata è ormai finita, ho superato quota 1.100m, da qui lo sterrato correrà in falsopiano fino al rifugio degli Alpini, ma io sento già la terra molliccia sotto al fogliame e l’orologio segna le 9.45, devo pensare al rientro.

A malincuore giro la bicicletta, ripasso davanti al cacciatore, come prima lo saluto, come prima lui abbozza una risposta. Mi fermo per altre fotografie nella conca creata sotto la vetta del monte Bifo e riparto.

Giunto al parcheggio all’inizio dei piani, mi fermo, una fotografia all’allevamento di cervi, una barretta, un sorso d’acqua, un intimo asciutto a fare da intercapedine sotto la giacca invernale, il gilet antivento ed un paio di guantoni invernali asciutti.

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Scendo senza mai acquisire troppa velocità per non raffreddarmi eccessivamente. Se all’andata il traffico veicolare era ridotto a qualche 4×4 di cacciatori che salivano ai piani, ora al ritorno, sono numerose le autovetture che salgono con a bordo coppie o famiglie. Arrivato a valle, mi fermo e cambio i guanti, la temperatura ora è di 7°C ed il pallido sole riscalda un pochino. Una ventina di chilometri mi separano da casa, come sempre, li percorro utilizzando strade secondarie e a tratti la pista ciclabile del Mella. Arrivo a Brescia. Manca poco alle 11.30. Piani di Caregno, salita intensa, che sa donare panorami spettacolari, da me colpevolmente poco conosciuta, ora diventerai meta fissa delle mie prossime scorribande ghiaiose.

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Piani di Caregno

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Antica via Ponale e passo Tremalzo (Giro dei 4 laghi)

Sono le 5.36 del mattino di domenica 4 agosto ed io inforco la mia specialissima per un nuovo giro. È passato un mese dalla Maratona delle Dolomiti, questo è il periodo migliore per compiere i tour più lunghi. La gamba è ben allenata, cuore e polmoni hanno resistenza in abbondanza. Parto da Polpenazze mentre il sole sta sorgendo dietro il monte Baldo, un alone rossastro ben definisce il contorno del suo crinale.

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Oggi devo risalire tutta la gardesana fino a Riva. Poche distrazioni, una foto in Salò al duomo in cui sono stato battezzato, una a Villa di Gargnano per le celebri “bisse” (lunghe e affusolate imbarcazioni lacustri con voga veneta), una lungo la vecchia gardesana per mangiare anche un boccone e l’ultima a Limone per la ciclopista.

 

Poco più di cinquanta chilometri e giungo al bivio per il sentiero del Ponale posto all’inizio dell’abitato di Riva del/G. Un’ultima sosta barretta e prima delle otto attacco la prima salita di giornata. Questa primavera il sentiero è stato chiuso per lavori alle tubazioni che giacciono sotto di esso. Con l’occasione è stato rifatto lo sterrato, ora ben compatto e facilmente percorribile anche in bdc (bici da corsa). A quest’ora del mattino il traffico è pressoché nullo e posso scegliere le traiettorie migliori evitando tutte le buche.  Tra meno di due ore pullulerà di MTB elettriche e sarà tutta un’altra storia. Attivo la mia videocamera e riprendo il sentiero nelle sue parti più emblematiche (video integrale 9’28”). Mi fermo in un paio di occasioni per fotografare, ma la giornata è un po’ fosca e non limpida come due anni fa quando la percorsi con Rick (link).

 

Finito lo sterrato ancora un paio di chilometri mi separano dalla provinciale che sale in galleria da Riva, nel complesso 4,5 km di salita piuttosto pedalabili.

 

Mi immetto sulla via principale in direzione lago di Ledro. Ancora quattro chilometri di salita con pendenza compresa tra 5% e 8% e sono davanti al museo palafitticolo di Molina d/L.MolinaDiLedro Qualche didascalica istantanea a suggellare l’importanza di questo sito preistorico che ci ricorda l’evoluzione della nostra razza.

 

Una sosta nel parco alberato di fronte al lago per mangiare qualcosa e via seguendo la ciclabile sul lato sud del lago. Meravigliosa, un susseguirsi di saliscendi nel bosco a bordo lago, alcuni tratti di sterrato ben battuto, la impreziosiscono ancor di più. Alla fine del lago rientro sulla statale dell’Ampola, vedo la ciclabile alla mia sinistra una, due volte e decido infine di prenderla. In genere le piste in Trentino sono ben fatte anche per noi stradisti e così è anche stavolta. Ad un certo punto compare anche l’indicazione per passo Tremalzo, io la seguo pedestremente e mi ritrovo dentro una bellissima pineta. D’un tratto, la strada inizia a salire con pendenza ragguardevole, guardo la mappa del mio GPS e capisco che questa rotta mi immetterà sulla salita del Tremalzo ben dopo il primo tornante.

 

La pendenza continua a crescere fino al 25%, l’asfalto lascia il posto al cemento e nonostante questo il manto, ancora bagnato dal forte temporale notturno, è sdrucciolevole. La ruota posteriore slitta parecchio, sono costretto a scendere e percorrere un centinaio di metri a piedi. In totale saranno cinquecento metri prima di immettermi sulla classica salita del Tremalzo. Nonostante questa scorciatoia mi abbia fatto risparmiare più di un chilometro la salita è ancora lunga,  quasi dodici chilometri nel complesso. La pendenza è piuttosto regolare tra 7% e 10%. Questo significa che bisogna affrontarla con il rispetto che si porta alle lunghe ed impegnative erte alpine. Ad alleviare la fatica il meraviglioso panorama che si gode durante tutta l’ascesa. La prima metà della salita si snoda completamente sotto una pineta fresca ed ombrosa dove la temperatura scende fino a 17°C.

 

Dopo quattro chilometri abbondanti il bosco cede spazio ai primi alpeggi, la visuale si apre verso le montagne circostanti, il sole inizia a riscaldare l’aria ed io mi guardo estasiato attorno.

 

La sottile e sinuosa striscia di asfalto continua così, tra boschi e radure, con il suono dei campanacci delle mucche ad allietare le mie orecchie. Non è che non faccia fatica, ma pedalare su queste salite è così appagante che il tempo vola e mi ritrovo ad un paio di chilometri dal passo, immerso negli alpeggi, tra malga Tiarno di Sopra e Malga Tremalzo, senza accusare la minima stanchezza.

 

Ormai il passo è vicino, subito dopo l’ultimo tornante una piacevole sorpresa, la strada segue il crinale che si fa sottile, poco più di una decina di metri, alla mia destra il monte Baldo ed il lago di Garda, già offuscato dall’umida calura agostana, alla mia sinistra il Dosso dei Galli, il Cornone di Blumone ed infine l’Adamello. Sì, proprio il ghiacciaio dell’Adamello! Dai quasi 1.700m del Tremalzo l’orizzonte nord spazia fin lì!

 

Purtroppo, la vetta è già nascosta dalle classiche nuvole che si formano intorno a mezzogiorno sulle cime alpine. Arrivo al passo e proseguo un centinaio di metri sulla strada sterrata; è la strada militare che aggirato il monte scende a passo Nota, voglio dare un’occhiata, sogno di percorrerla con la gravel bike appena avrò più dimestichezza con i terreni ghiaiosi.

 

Ritorno sui miei passi mi fermo al rifugio ed osservo questo meraviglioso panorama a 360°. Faccio conoscenza con una coppia di emiliani in soggiorno sul lago di Ledro, sono saliti con le e-MTB (elettriche) e si accingono a scendere verso passo Nota per poi rientrare lungo le mulattiere a Molina di Ledro, bellissimo giro anche il loro. Intanto ne approfitto per mangiare e dissetarmi. Riprendo la bici e scendo a valle, sono passate da poco le undici del mattino, ma per me la giornata è ancora lunga. La discesa è ancora fresca e la mia splendida maglia manica corta in bioceramic (by GSG cyclingwear) mi consente di affrontarla senza antivento. Mi immetto sulla statale all’altezza del passo d’Ampola e dopo un corto falsopiano proseguo la discesa verso Storo. L’aria si fa sempre più calda, percorro la ciclabile del Chiese, splendida anch’essa, non fosse altro che mi evita la strada statale. Prima di Ponte Caffaro mi perdo un attimo e anticipo l’uscita dalla ciclabile, questo mi costringe a percorrere qualche chilometro in più, ma poco importa, ora la temperatura ha superato i 30°C ed io penso che, una volta costeggiato tutto il versante ovest dal lago d’Idro, dovrò affrontare la salita di Capovalle, quasi completamente esposta al sole. A mezzogiorno e mezzo, oltrepassato l’abitato di Idro, inizio la salita, celebre presso i triatleti in quanto percorso del temibile IdroMan. Al primo tornante sono costretto a fermarmi per un’istantanea didascalica, d’altronde se questo è il “giro dei quattro laghi” li devo fotografare tutti.

 

Salgo, Capovalle da Idro è abbastanza impegnativo, in tutto poco più di otto chilometri con media del 6%, ma quello che mi preoccupa un pochino è il lungo rettilineo dopo la galleria con pendenza costante tra 11% e 16% completamente esposto al sole.

 

La temperatura sale fino a 36°C, io procedo lentamente, ma con decisione. All’inizio dei tornanti raggiungo un ragazzo (di una volta come me) con una gravel.  Rompo il ghiaccio con un: “Credevo di essere l’unico pirla a salire a mezzogiorno sotto il sole da qui!” Mi risponde con simpatia: “Tranquillo, io sono sicuramente più matto ho anche già fatto un infarto (ndr in passato) e salgo comunque!” Vince lui a mani basse. Chiacchieriamo un poco, è partito da vicino Bergamo per venire a Gargnano, di chilometri ne farà tanti anche lui. Nonostante la simpatia sono costretto a lasciarlo, il suo passo è troppo lento, spero di ritrovarlo dopo la sosta in vetta per la discesa. Purtroppo, nonostante una lunga sosta alla fontanella di Capovalle per mangiare e idratarmi, non lo vedo scendere o mi sfugge, la fontana, in realtà, è leggermente defilata. Riparto, mi attende la discesa ed il lungo e stupendo falsopiano che costeggia il lago di Valvestino, il quarto del giro. L’aria resta calda, intorno a 30°C, anche mentre scendo. Giunto al lago mi fermo ad uno dei miei punti panoramici preferiti, da cui ho decine di scatti fotografaci presi in tute le stagioni.

 

Ancora qualche chilometro e sono a Navazzo, nuovamente in vista lago di Garda, il giro si sta per chiudere. Scendo veloce, l’aria è calda come quella che esce dagli asciugacapelli. Sono a Gargnano, finalmente in riva al lago, ci sono 34°C, giusto il tempo di attraversare anche Bogliaco e mi infilo, come sempre, nella “strada del golf” che mi porta a Cecina, sotto l’ombra di un boschetto. Ritorno sulla ss45bis poco prima di Toscolano, è molto tardi, già ho dovuto scrivere che sarei giunto a casa oltre il previsto, ma vorrei evitare di arrivare nuovamente lungo. Quindi via, pedalare a testa bassa, in meno di mezz’ora sono a Salò all’attacco delle Zette, è qui, dove la velocità cala sensibilmente ed il sole del primo pomeriggio picchia più forte, che raggiungo la temperatura più alta 38°C.  Bell’escursione termica dai 17°C della pineta del Tremalzo di stamattina ad ora ci sono più di 21°C di scarto! Ma io adoro il caldo ed anche a questi livelli ci convivo bene.

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Ora non mi resta che percorrere a ritroso anche la Valtenesi fino a Polpenazze, mia meta d’arrivo. Sono le 15.45 del pomeriggio con un quarto d’ora di anticipo sull’ora e mezza di ritardo entro dal cancello di casa. Sono quasi duecento chilometri (194) per 3.300m di dislivello in poco più di nove ore di pedalata, ma questi sono solo numeri, quello che resta è la meravigliosa strada del Ponale e soprattutto la scoperta di un’altra incredibile salita con panorami mozzafiato, il passo Tremalzo!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@Giro dei 4 laghi (Garda,Ledro,Idro, Valvestino) Ponale,PassoTremalzo,PassoSanRocco

Giro dei 4 laghi

Videogallery: Sentiero del Ponale integrale (9’28”) – Passo Tremalzo (2’09”)

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Passo Vivione e Croce di Salven

Oggi venerdì 24 agosto con Carlo partiamo in automobile verso la media valle Camonica, la meta di giornata è il passo del Vivione, una delle salite più belle dell’intera zona. Purtroppo per motivi logistici e di tempo sono trascorsi già cinque anni dall’ultima scalata. Il giro è collaudato, ma quest’anno voglio percorrere la ciclabile “TonalePò” per risalire la valle, in modo da evitare completamente il traffico stradale. Alle 8.13 siamo a Malegno dove ci sta già aspettando Marco U. (aka Furi) che ha preferito parcheggiare a Pisogne e scaldare un po’ la gamba. Scendiamo a Cividate Camune alla ricerca di un bar adiacente ad uno degli ingressi alla pista ciclabile. Due caffè, un cappuccio, una brioches e siamo pronti per partire. Ho impostato la traccia del percorso sul mio Xplova X5 in caso i cartelli fossero poco visibili. Il percorso ci accoglie subito con una meravigliosa e stretta galleria e con un suggestivo ponte sull’Oglio che ci sposta sulla sponda occidentale del fiume.

Proseguiamo, la giornata è di quelle autunnali, cielo plumbeo quasi ovunque e foglie sull’asfalto. La ciclabile si sposta a zig-zag tra campi e boschi con continui saliscendi. Fin da subito ci lascia intuire che non sarà una semplice strada di avvicinamento al passo, ma ci scalderà per bene i quadricipiti (video). Io, Carlo e il Furi chiacchieriamo e disquisiamo sul meteo, dovrebbe piovere nel primo pomeriggio e noi stiamo cercando di calcolare se riusciremo a rimanere asciutti. Prima di Capo di Ponte ancora un paio di sorprese ci aspettano, il guado su grandi pietroni di un piccolo torrente ed una splendida vista sulla Concarena, unico monte quasi sgombro da nembi e sovrastato dal cielo azzurro.

Nell’abitato di Capo di Ponte attraversiamo l’Oglio e ci riportiamo sul versante orientale, qui inizia una breve salita, ma con pendenza a tratti prossima a 18%. Al termine, mentre siamo immersi nel sottobosco, l’asfalto lascia il posto allo sterrato per un breve tratto. Un incanto! Nonostante la fatica di queste prime corte rampe di garage ci stiamo divertendo!

Arriviamo a Sellero, qui la strada ritorna sulla sponda occidentale e attraversa il centro storico del borgo con rampe decisamente impegnative, ad alleviare il tutto lo splendido fontanone di acqua fresca e gli scorci sul torrente Re, teatro del magnifico presepe con statue e abitazioni a grandezza naturale durante il Santo Natale.

Oggi noi ci accontentiamo di fotografare il corso d’acqua e le capanne, ma è facile immaginare quale spettacolo sia in inverno. Dopo aver rabboccato le borracce ripartiamo, la salita non è ancora finita e gli ultimi strappi già al di fuori della frazione di Novelle ci portano ad una caratteristica “Cima Coppi” posta a 500m s.l.m. Si tratta del punto più alto della parte di fondo valle della ciclabile. Noi non perdiamo certo l’occasione per un selfie irriverente e simpatico.

Si scende ora verso Forno Allione, qui lasciamo la ciclopista ed iniziamo la salita clou di giornata, il Passo del Vivione. Salendo dalla val Camonica è un’erta decisamente impegnativa, sia per la lunghezza 20km, sia per il dislivello totale poco più di 1.300m con pendenza media di 6,7%. Questo, però, non deve trarre in inganno, dopo alcune rampe sopra il 10% nella prima parte, sono gli ultimi 6km quelli più impegnativi. Quì la strada, attraversata tutta la valle seguendo il corso del torrente, inizia ad inerpicarsi sul costone della montagna con pendenze sempre sopra 8% e spesso in doppia cifra.PassoVivione Fino all’abitato di Paisco stiamo insieme chiacchierando, in seguito Carlo a qualche difficoltà in più e si stacca, lo aspettiamo al termine della splendida pineta di fondo valle alla fine di un rettilineo che termina con pendenza prossima a 15%.

Siamo pronti per lo shooting fotografico! Al termine di questo giro, in effetti, Carlo avrà un bel album di istantanee che lo ritraggono nei punti più panoramici e difficili delle salite. Ma quanto siamo bischeri! Proseguiamo, nuovamente compatti per qualche tratto, al passaggio della cascata una nuova fermata obbligatoria per fotografie. Difficilmente a fine agosto la si trova ancora così rigogliosa d’acqua, ma si sa quest’anno è stato particolarmente piovoso.

Si riparte, a due chilometri dal passo si sale sull’altopiano, di fronte a noi un piccolo stagno in cui si specchiano le nuvole ed il cielo blu. Alle sue spalle cumulonembi coprono le vette innevate del ghiacciaio dell’Adamello, peccato! Comunque, anche così, la vista è uno spettacolo!

Io ed il Furi percorriamo il lungo rettilineo che porta al rifugio del passo commentando che questi due chilometri ingannano sempre. Si vede il passo e sembra vicino, ma in realtà la pendenza non scende mai sotto 8% e duemila metri di strada sono lunghi! Arriviamo, le nubi si fanno più scure e minacciose, mangiamo una barretta, scattiamo qualche foto, arriva Carlo, lo immortaliamo con altre foto.

Decidiamo, con un poco di rammarico, di ripartire. Ci fermeremo per il panino in fondo alla discesa, quando saremo un poco più sicuri di non prendere acqua. La discesa verso Schilpario, è meravigliosa ed allo stesso tempo pericolosa, la strada nei primi chilometri è molto stretta, ci passano una bici ed un’auto, non di più. Le curve spesso sono cieche e bisogna usare molta prudenza.

Arrivati nel bosco la carreggiata si allarga un poco e ci dà più sicurezza, la velocità aumenta. Io mi attardo, al solito devo scattare alcune fotografie.

Ci ricompattiamo ad una fontana nel centro di Schilpario, un borgo molto frequentato in inverno da sciatori alpini, ma, soprattutto, dai fondisti. Anche d’estate l’escursioni in alta montagna e in arrampicata portano comunque turisti. Il Furi riparte, Carlo lo segue, io sto ancora riempiendo la seconda borraccia quando alzo la testa ed ho dei dubbi su dove siano. Chiamo Carlo, per sicurezza, e riparto. A Dezzo di Scalve inizia la seconda salita, ma prima di affrontarla ci fermiamo a mangiare un panino e bere un caffè; Carlo aveva proprio fame e non avrebbe mai iniziato la seconda salita senza aver mangiato qualcosa di un poco più sostanzioso di una barretta.

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Ripartiamo, attraversiamo il ponte ed iniziamo nuovamente a salire, la Croce di Salven è il punto più alto (1.108m) della strada che riporta in provincia di Brescia nel comune di Borno. Non è un’erta difficile, sono 8,8km con pendenza media di 3,8%, anche qui un lungo tratto in falsopiano maschera molto le reali pendenze che nei primi ed ultimi chilometri sono comunque da salita vera attorno a 7%.CroceSalven Circa a metà una coppia di amatori affiancano me ed il Furi, Carlo si era staccato di poco e saliva “del suo passo”. Ci avevano visti alla partenza della ciclabile a Cividate, hanno parcheggiato l’auto a Lovere, sul lago d’Iseo, ed hanno risalito per intero la valle. Mentre discorriamo amabilmente arriviamo in vetta. Io giro la bici e scendo un tratto incontro a Carlo, mi fermo in un punto che reputo panoramico per fotografare la valle di Scalve ed il passo. Scorgo da lontano la nostra splendida maglia da “Cicloturisti!”, decido di aspettare lì, e di ultimare lo shooting a Carlo.

Poco dopo lo “scollinamento” ci ricmpattiamo con il Furi, iniziamo la discesa attraverso Borno e Ossimo. La strada è molto larga, si scende in velocità, di fronte a noi lo spettacolo della valle e dell’Adamello. Io inevitabilmente mi fermo e fotografo, giunti a Malegno Carlo e Marco mi aspettano.

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Un saluto al Furi che prosegue in bici verso Pisogne cercando di scoprire se anche la parte a sud della ciclabile è bella ed interessante come quella che abbiamo percorso in mattinata. Io e Carlo siamo arrivati, carichiamo la bici in automobile, ora in valle il sole è tornato a splendere. Sono poco più di 90km con 2.300m di dislivello: corto ed intenso, ma soprattutto oggi abbiamo scoperto una bellissima ciclabile la “TonalePò”!

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Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ Ciclabile Camuna ↗️↘️, Passo Vivione, Croce Salven

Videogallery: Ciclabile Camuna (2’30”)  –  Passo del Vivione (2’18”)  –  Croce di Salven (32″)

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Passo Cavallino della Fobbia mon amour

Sabato 14 aprile alle 6.38, prima che sorga il sole, parto direzione Coste e passo Cavallino della Fobbia da Vobarno. Luci accese quasi fossi un albero di Natale. Le previsioni sembrano essere buone, ma questo 2018 ci ha già riservato parecchie sorprese dalla neve in pianura di Marzo alle ultime copiose piogge. La temperatura è ancora di quelle invernali, 6°C in partenza. Passo Cavallino ed il mio pensiero inizia il suo “stream of consciousness” ancor prima che io inizi a pedalare. Era il 25 aprile del 1997 quando lo scalai per la prima volta e fu subito sofferenza ed amore. All’epoca si calcolava ancora il chilometraggio con il compasso sulla cartina del TCI ed il dislivello per differenza tra la sommità dei passi e le quote dei paesi di fondo valle. Per capire le pendenze ci si affidava al simbolo “>” una freccia meno di 6%, “>>” fino a 11%, “>>>” più di 12% di pendenza, ma quelle della Fobbia non erano indicate, stradina secondaria e poco rilevante. Così, al mio terzo anno ciclistico, dopo aver scalato Lodrino mi trovo davanti la salita dal versante di Vestone; magnifica, ma capii subito che sarebbe stata dura e indimenticabile. Dopo Treviso Bresciano, all’altezza del Santuario della Madonna delle Pertiche, vidi Lei, tutti gli Angeli, gli Arcangeli e i Santi del Paradiso! La mia più colossale crisi di fame, mi fermai, mangiai tutte le merendine che avevo e stetti seduto a riposare sotto il portico della chiesa sperando che gli zuccheri entrassero in circolo per più di venti minuti. Da allora il versante di Vestone ha il mio perenne rispetto. Fu, però, amore immediato, tanto affascinante, varia, spettacolare era quell’erta. Sono già a Nave, tempus fugit, il rimembrar emozioni passate fa scorrere l’orologio a doppia velocità. Codesto è il motivo principale per cui la Fobbia è in assoluto tra le mie salite preferite. Inoltre rappresenta, ogni anno, la prima vera scalata alpina oltre i 1.000m di quota e con lunghezza di gran lunga sopra i dieci chilometri da entrambi i versanti. Scollino le Coste di Sant’Eusebio con tranquillità e mi dirigo verso Vallio, attraverso alcuni tratti della ciclabile ed alle 8.15 in centro a Vobarno svolto a destra in direzione Valdegagna. Inizia finalmente il

Cavallino della Fobbia (13,7km al 6,1%), il fondo valle si distende in direzione nord-est lasciandomi all’ombra per i primi quattro chilometri, la temperatura scende fino a 3°C.

PassoCavallinoFobbia(daVobarno)

Finalmente dopo l’abitato di Degagna il sole inizia a fare capolino da dietro le montagne. Il cielo si rasserena sempre più, guardando verso nord è completamente terso, presagio di una splendida giornata. Dopo sei chilometri si inizia a fare sul serio, due tornanti secchi e ravvicinati, un cavatappi, con pendenza sopra il 12% mi ricordano che l’erta è di quelle toste. Cinquecento metri per rifiatare e si inizia a salire con decisione, da qui la pendenza sarà costantemente in doppia cifra per quasi sette chilometri. Contemporaneamente lo spettacolo della Valdegagna cresce ad ogni metro di altitudine guadagnato. Ormai l’ultimo borgo è vicino, all’ottavo chilometro oltrepasso Eno, da qui fino alla vetta la strada si snoda sul versante occidentale e soleggiato della valle.

Ho superato i 600m di quota la vegetazione iniza a cambiare, i pascoli si alternano ai primi boschi di pini cembri, il sole mi sta scaldando, la temperatura è salita fino a 10°C, ma, confesso, mi sembrano molti di più, l’aria è asciutta, il clima ideale. Dopo il bivio per la scorciatoia per Treviso B. mi devo fermare per scattare alcune foto, il panorama è stupendo e me lo voglio godere appieno.

Continuo a salire e c’è spazio anche per un poco di narcisismo con un paio di autoscatti “on action”, a volte mi piace far finta di essere “uno di quelli forti”.

Sono felice, quasi non sento la fatica, sono così immerso nello splendore di questa giornata finalmente baciata da un caldo sole dopo un interminabile inverno che mi ha dato tanto “ciclisticamente” parlando. Arrivo al passo Cavallino (1.090m), ma non mi fermo, proseguo lungo il “traverso”, un chilometro circa che volgendo a nord collega il valico alla cima Fobbia (1.120m). Solo tre settimane fa l’asfalto era coperto di neve e con l’amico Giorgio ci siamo improvvisati piccoli Omar Di Felice che danzavano sulla neve.

Già perché quest’anno, nel primo sabato (24 marzo) dopo l’equinozio scalammo il passo dal versante di Vestone in una giornata che di primaverile aveva solo il calendario. Temperatura costantemente sotto i 6°C e minima a 0°C lungo tutto il tratto innevato e per il primo tratto di discesa verso Vobarno. Fu un’emozione ed un giro fantastico anche se gelido e ne serbo un vivido ricordo. Passare nuovamente qui, dopo sole tre settimane, in una clamorosa giornata di sole e cielo limpido mi sta regalando grande gioia e divertimento.

Raggiungo la vetta, mi fermo per il consueto e meritato ristoro e scatto alcune didascalie di questo incredibile paesaggio in cui le cime dei monti, ancora abbondantemente innevate, fanno da contrasto ai boschi sottostanti che germogliano verdi e rigogliosi.

È ora di ripartire, ci sono 14°C sono quasi le 11.00 ed il sole irradia calore, decido di scendere senza indossare l’antivento per asciugare più rapidamente la maglia. Scendo piano, mi godo il paesaggio degli alpeggi e delle vallate, mi asciugo e non sento freddo.

Passato Treviso Bresciano opto per la discesa verso Idro, leggermente più lunga di quella per Vestone, ma decisamente più veloce e soprattutto più panoramica. Sapevo che uno dei miei posti preferiti per guardare l’orizzonte oggi non mi avrebbe tradito e ivi giunto mi siedo e mi fermo a meditare un’attimo.

A malavoglia riparto, discesa con sede stradale ampia, ma tortuosa, che invita a pieghe esagerate anche chi, come me, “discesita” non è! Arrivo ad Idro, scatto un paio di istantanee, a pelo d’acqua, a questo meraviglioso specchio azzurro circondato dalle prime vette alpine e chiuso all’orizzonte dal gruppo dolomitico del Brenta.

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Riparto, sono le 11.20 circa, mi mancano una quarantina di chilometri per giungere a casa attraversando la val Sabbia e risalendo nuovamente le Coste. La spettacolare giornata mi ha distratto e nell’osservare luoghi e paesaggi ho perso la cognizione del tempo, rimanendo colpevolmente in ritardo sulla mia tabella di marcia. Ci provo, spingo sui pedali e nonostante le salite arrivo per le 13.00, sinceramente non ci speravo. Sono 105km per quasi 2.000m di dislivello a 22,6km/h di media. Per essere una delle prime uscite lunghe neanche male, ma quello che più importa è che anche oggi il Cavallino della Fobbia si è confermata come una delle erte più belle e difficili da scalare. Una salita che, da vent’anni, mi dona ricordi importanti e che quest’anno per la prima volta si è vestita a festa prima di immacolato bianco candore nevoso e subito dopo di lucente, caldo e rigoglioso verde primaverile.

Passo Cavallino della Fobbia mon amour!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!Coste,P.soCavallinoFobbia(Vobarno),Coste🏞️🌺🌷🌱🌲🌳🏵️🌼💐🌻Cicloturistiforever!@Lodrino,PassoCavallinoFobbia,Coste❄️❄️❄️

2018-05-09

Videogallery: Video innevato (3’33”)Video primaverile (3’17”)

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Monte Tesio pasquale

È il primo aprile, domenica di Pasqua, anche quest’anno mi voglio regalare un piccolo giro. Ore 6.19 parto alla volta del colle Sant’Eusebio, la temperatura è ancora rigida. In città il gps segna 8°C che rapidamente scendono a 3°C non appena inizio la salita all’uscita del paese di Nave. Il cielo è ancora buio, dopo Caino inizia ad albeggiare, verso oriente si intravedono ancora nuvoloni bassi che copriranno il sorgere del sole, al contrario ad occidente il cielo sembra terso. La prima sorpresa è al penultimo tornante oltrepassato il quale la strada volge di nuovo verso est e sopra le montagne si intravede la luna quasi piena che volge al desio. Meravigliosa! Subito la mente corre a René Magritte, il mio surrealista onirico preferito, ai suoi paesaggi notturni con la luna che spicca nel cielo blu come volesse uscire dalla tela.

Non posso che fermare la bicicletta e cercare di catturare quest’immagine con il mio telefono, già così il giro di oggi è riuscito! Una vista, un paesaggio, una foto che da sola vale la partenza prima dell’alba. Rimonto in sella, la temperatura è scesa a 1°C, quasi non la sento: sarà colpa della sindrome di Stendhal! Scollino ed in vetta alle Coste il panorama verso oriente è di quelli rari a vedersi!

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L’aria gelida e cristallina dona alla vallata di Vallio una colorazione inusuale. Il monte Baldo, sulla sinistra, svetta con il suo abbagliante bianco candore da dietro  le vicine colline. La neve è caduta copiosa sopra i 1.200 metri per tutta la giornata di ieri e stamattina se ne godono i piacevoli effetti visivi. Riparto lesto e scendo verso Vallio, i primi tre chilometri sono ripidi e gelidi, poi, fortunatamente, le dolci pendenze che conducono fino a Gavardo mi consentono di pedalare e generare nuovo calore per riscaldarmi. Gavardo, fine discesa, inizio salita e zero pianura, proprio come piace a me. Inizia il Tesio, la salita che dal paese conduce verso Serle prende il nome dall’omonimo monte e frazione abitata. Un’erta che incute rispetto e timore a molti ciclisti a causa della sua pendenza in doppia cifra e talvolta sopra il 20%. Oggi la affronto con tutta la calma possibile, con queste temperature fare dei fuori soglia per me significherebbe bronchite assicurata!MonteTesio

Il Monte Tesio non arriva a cinque chilometri di lunghezza con una media prossima al 10%, ma questo non deve ingannare. Appena si svolta a destra ci si trova davanti una strada che per quasi due chilometri non scende mai sotto il 14% sfiorando più volte il 20%. Lunghi rettilinei caratterizzano questa parte, il cielo è azzurro ed anche verso est le nuvole si stanno diradando, segno che a breve il sole riscalderà il monte donandogli colorazioni meravigliose.

Dopo i primi due chilometri la strada spiana un poco, giusto il tempo di un sorso d’acqua e parte la prima scala, circa duecento metri  al 17% seguiti da altri trecento più facili intorno a 8%. Una piccola discesa consente un’altra bevuta e mi porta alla seconda temibile scala. Lì, davanti a me, un “drittone” di cinquecento metri, la prima metà più semplice intorno a 14% poi una finta pausa di qualche decina di metri a 10% ed infine una sorta di crescendo che culmina in una gobba in cui si vede comparire il numero 24 nel riquadro della pendenza del gps. Oltrepassata indenne la schiena d’asino la strada si assesta su pendenze più ragionevoli tra 7% e 10%. Inoltre si inizia a percepire il cambio di paesaggio, sono entrato ormai nell’altopiano delle Cariadeghe (il Lido) anche se dal versante opposto rispetto a quello che percorro solitamente. Il sole si è alzato ed alla mia destra, al di là dei rami ancora spogli del bosco, vedo distintamente il lago di Garda, riconosco la sagoma tozza della rocca di Manerba, peccato il forte controluce non consenta di fare una fotografia di questo spettacolo. Non mi ero mai accorto che si potesse vedere il lago durante la salita, forse perché l’ho sempre percorsa con le piante già ricolme di foglie, forse perché troppo concentrato nell’ascesa. Entrato nel bosco la strada spiana completamente e per un centinaio di metri è di nuovo discesa.

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Al termine un paio di tornanti riprendono a salire, dopo il terzo il bivio: a destra monte Tesio, a sinistra Serle. Svolto a destra e proseguo ancora per poco meno di un chilometro fino alla fine della strada asfaltata. La salita è dolce, i paesaggi incredibili, la luce del sole filtra tra i rami ancora spogli del bosco illuminando le doline delle Cariadeghe.

Giro la bicicletta, mi fermo e scatto numerose fotografie alle doline, ai verdissimi muschi, ai tronchi ancora spogli degli alberi, qualche minuto di sosta per godere appieno della Natura incontaminata. Riparto, mi ricollego alla strada che porta a Serle, ancora poco più di un chilometro di salita con una media attorno a 8% e sono sulla cima Coppi di giornata (poco più di 700m s.l.m.). Oltrepasso l’abitato di Serle, ma in una giornata così non posso che fermarmi al solito punto panoramico per immortalare il paesaggio.

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Sono le 8.45 e come al solito devo sbrigarmi se voglio arrivare a casa in orario.Da qui è praticamente solo discesa lungo la quale ripenso alle meravigliose immagini di quest’alba appena trascorsa. Monte Tesio, nonostante le ripide rampe hai rivelato il tuo reale aspetto di affascinante bosco incontaminato!

Dettagli tecnici su Strava: HappyEaster!Coste,Tesio

MonteTesio

Videogallery: MonteTesio (2’58”)

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Allenarsi in salita d’inverno? Si può! Alle Cariadeghe e ci si diverte!

Fino ad alcuni anni fa l’inverno, per me, rappresentava una sorta di letargo. Io che adoro le montagne e la salita trascorrevo questa parte dell’anno in attesa che la temperatura risalisse per poter ricominciare a scalare. Come tanti, seguendo il dictat dell’allenamento classico, scorrazzavo, un poco contro voglia, per le lande umide della Franciacorta o per le colline sinuose della Valtenesi. Come si diceva: ‘Facevo la gamba’. Nel 2012 tramite una delle aziende che rappresentavo acquistai un misuratore di potenza integrato nel mozzo della ruota posteriore. Le cose cambiarono velocemente nel giro di un anno. La nuova tecnologia applicata all’allenamento, i nuovi materiali per l’abbigliamento sempre più traspiranti e veloci nell’evacuare il sudore resero l’allenamento invernale completamente diverso. Finalmente si potevano scalare salite più o meno brevi anche con il freddo senza rischiare di congelarsi ad ogni discesa. Inoltre l’utilizzo dei watt come parametro dell’allenamento rese possibile effettuare una moltitudine di esercizi, proprio in salita. In fondo, dal momento che il mio obiettivo è portare la mia bicicletta a scoprire e violare sempre nuove montagne, quello che mi serve è, soprattutto, allenarmi in salita. Non ho ambizioni di migliorare i miei record personali in termini di tempo impiegato, ma di percorrere maggior dislivello e coprire distanze più lunghe. Per questo diventa fondamentale mantenere la mia capacità aerobica e resistenza alla distanza ad un discreto livello durante i mesi freddi in modo da essere pronto ad allungare il chilometraggio ed alzare il dislivello ai primi tepori primaverili. Nasce così l’esigenza di trovare tra le nostre salite quelle più adatte ai climi freddi. Il ‘Lido’ di Cariadeghe così chiamiamo questo meraviglioso altopiano sopra l’abitato di Serle è la meta ideale per l’allenamento in salita nelle stagioni più fresche.

Il versante che sale dalla città è esposto al sole fino dall’alba e la sua roccia marmorea si riscalda rapidamente dando piacevoli sensazioni di tepore fin dalle prime pedalate. Oggi 17 dicembre, per la settantacinquesima volta in cinque anni parto all’alba in direzione della mia palestra invernale preferita. Sono le 7.37 quando aggancio il pedale, nel giro di qualche minuto il termometro del mio gps si attesta a 1°C. Sta per sorgere il sole, io percorro viale Venezia in direzione est, qualche nube striata arrossa il cielo sull’orizzonte quasi fosse un tramonto. Uscito dalla città e dal suo auto-riscaldamento, la temperatura inizia a scendere, poco prima di lasciare il comune di Brescia, in aperta campagna mi fermo a fotografare un’incredibile alba. Ci sono -3°C, il terreno è brinato e il monte Maddalena rosso come il fuoco!

Riparto immanentemente, troppo freddo! A Botticino inizia la salita per Serle e le Cariadeghe, la temperatura è scesa a -4°C sarà il punto più basso. In queste limpide e gelide giornate l’inversione termica fa la sua parte e dopo soli quattro chilometri sono a San Gallo a 1°C, qui finisce la prima parte della salita. Pendenza media vicino al 7% piuttosto regolare (max 12%), giusto il tempo di una SST di 20″, ora mi aspetta un chilometro circa di pianura e discesa attraverso l’abitato. Uscito dal paese inizia la seconda parte di salita, poco più di tre chilometri anch’essi con pendenza regolare vicino a 8% e punta del 9,5%, un’altra SST da 15″. Arrivo nella frazione Castello da cui parte (sulla sx) una cementata che sale irruenta verso Valpiana (1,5km al 14%medio). Salita ottima per i fuori soglia, ma a questa temperatura, sono tornato sottozero, troppo rischiosa con la bici da corsa, meglio optare per un’altro chilometro in falsopiano che mi porta alla Cocca di Serle da dove inizia l’ultimo tratto di salita verso Casinetto. Sono altri 3,6km con una pendenza media di 4,9%.

Media ingannevole, in quanto dopo un breve tratto al 8% la strada prosegue in mezzo alle prime doline per un chilometro in falsopiano. Ora ho di fronte il chilometro  e mezzo più impegnativo costantemente  sopra il 10%, con un tratto in ombra che spesso è ghiacciato. Lo supero ed entro finalmente nella parte più alta dell’altopiano, quella da cui si ha la vista migliore sugli alpeggi, mi fermo e fotografo un mucchietto di neve, residuo della nevicata di due settimane fa.

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Arrivo alla fine della strada asfaltata, da qui in poi è terreno dei bikers! Io giro la bici  pronto per il ritorno e scatto altre fotografie di questo luogo incantato così vicino alla città (25km) e al tempo stesso così isolato e lontano dalla frenesia urbana.

All’uscita da Casinetto mi fermo ad una pozza ghiacciata nella dolina, l’avevo fotografata un mese fa quando ero salito l’ultima volta ed era ancora increspata dal vento.

Subito dopo la pozza scendendo sulla destra c’è un bellissimo boschetto di larici, inusuale a questa altitudine (850mt.), l’altopiano è territorio dominato dalle betulle e dai carpini. Oggi i loro rami sono spogli la nevicata di quindici giorni or sono ha lasciato cadere tutti gli aghi, ma il mese scorso erano nel pieno del loro splendore!

Riparto, percorro il primo tratto di discesa e dopo pochi minuti sono nel paese di Serle pronto ad affrontare una dolce salita di cinquecento metri che mi riscalda. A metà mi fermo ed immortalo la pianura sottostante, ancora leggermente brinata, e l’estremità meridionale del lago di Garda; ora ci sono 5°C, ma fermi al sole sembrano il doppio.

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Riparto, attraverso il falsopiano di Zuzurle, sorrido sempre quando leggo questo nome sul grande cartello. Nuovamente sono a Castello, qualche centinaio di metri in salita ed ecco la prima vera discesa. Ormai il sole irradia calore ed arrivo a San Gallo senza patire freddo. Un’altra breve salita di qualche centinaio di metri riattiva il mio metabolismo e riporta i battiti cardiaci sopra le 100 pulsazioni (sono scese fino a 75 lungo la discesa). L’ultima discesa, la più lunga, è anche la più fredda, infatti arrivo a Botticino e la temperatura è scesa nuovamente a 2°C. Ora mi restano una decina di chilometri di pianura, che percorro ad un buon ritmo per riscaldarmi e per giungere in orario dalla mia famiglia. In totale son quasi 50km e 2h28min di allenamento, con un dislivello di poco superiore ai  1.000mt, ma quello che più conta è che anche oggi i miei occhi hanno goduto di panorami mozzafiato.

Allenarsi in salita divertendosi, anche d’inverno!

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Dosso dei Galli autunnale

Dopo la fantastica escursione di sabato scorso al Monte Lesima, mi è venuta un’insana voglia di salire agli ex-radar NATO del Dosso dei Galli (2.126mt.) in questa stagione autunnale per ammirarne i colori particolari. Sono le 5.45 di sabato 7 ottobre quando, insieme all’amico Rick, partiamo da casa, almeno per un’ora e mezza saremo al buio. Dopo il forte vento di ieri sera la temperatura è calata enormemente; partiti a 11°C già a Concesio siamo a 8°C. Il vento di termica soffia forte contro di noi e il freddo percepito è ancor più intenso. Procediamo convinti verso l’alta valle oltrepassando i paesi in successione: Villa Carcina, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Marcheno (video 44″). Siamo già a 4°C, da qui iniziano i tratti senza illuminazione stradale e la luna piena insieme alle mie potenti luci anteriori ci guida verso Bovegno. Passato il borgo la luce del giorno inizia a rischiarare la valle, ora i gradi sono 2°C! Ci fermiamo un istante, Rick riposiziona i copri-scarpe e ripartiamo. Attraversiamo Collio e ci dirigiamo a San Colombano, da qui inizia la parte dura della salita, sono quasi 9km al 9% di pendenza media per arrivare al bivio appena sotto il passo Maniva  e altri 8,4km con media del 5,4%, ma estremamente incostanti con lunghe rampe tra il 10% ed il 12% per giungere al Dosso dei Galli.

Sono circa le otto, siamo già oltre San Colombano, pendenza attorno a 11% e suona il telefono di Rick. ‘Agnoli’ vuole sapere dove siamo, prima di recarsi al lavoro. Risposta eloquente: ‘Passato San Colombano! Neanche per venire a sciare al Maniva eravamo già qui a quest’ora!?!’. Ribatte la Cri: ‘Tutto bene, fa freddo?”. Rick: ‘Siamo in salita all’undici e ci sono 0°C!’. Proseguiamo lentamente, ma con costanza (video 45″). Non so quanti watt sto usando per mantenere la temperatura corporea nella norma, ma sono molti. In poco meno di un’ora siamo al bivio appena sotto il passo Maniva; abbiamo deciso di non fermarci per le fotografie lungo la salita per non raffreddarci ulteriormente. Le faremo al ritorno. Proseguiamo verso il Dosso dei Galli, finalmente il sole illumina i monti; purtroppo leggere velature ad est lo nascondono spesso impedendo al suo irraggiamento di riscaldarci un poco (video 1’35”). Arrivano le prime rampe al 12% ed anche il forte vento, siamo ormai costantemente vicini al crinale. Facciamo davvero fatica ad andare avanti; infatti alla difficoltà della pendenza si aggiungono energiche raffiche frontali che ci rallentano ulteriormente. La temperatura glaciale ed il vento, che penetra attraverso le nostre giacche, ci stanno raffreddando sempre di più, nonostante lo sforzo intenso che dovrebbe mantenerci caldi . Al tornante sopra il rifugio Bonardi guardo il  Pozzone, in una sola notte sotto zero l’acqua di superficie è già ghiacciata. Sulla seconda rampa oltre 10% di pendenza Rick perde qualche metro. Siamo tra il monte Dasdanino e il Dasdana,  si inizia a vedere il lago di Garda! L’orizzonte è così limpido che si distinguono perfettamente tutte le vette dell’appennino e la pianura padana è un orribile lago di inquinamento marroncino! Non ce la faccio mi devo fermare e scattare almeno due fotografie prima di giungere ai radar.

Rick mi ha superato, proseguiamo verso il Dosso dei Galli, ora alla nostra sinistra verso nord si distingue chiaramente il ghiacciaio del Bernina. Non mi fermo, troppo freddo. Finalmente la meta, il cancello davanti all’ultima corta rampa che porta alla ex base NATO. Purtroppo scopriamo che questo fine settimana la zona è interdetta a causa di una partita di softair, infatti il luogo brulica di uomini in assetto tattico pronti ad impallinarsi con proiettili di gomma. Pazienza, mangiamo un fruttino, mettiamo i guanti e ripartiamo. Io cerco di scendere al Maniva senza mai fermarmi per abbreviare il tempo al gelo (video 39″). Giungo primo, entro ed ordino due cioccolate calde con crostata. Entra anche Rick, iniziamo a spogliarci ed appoggiamo gli indumenti vicino al fuoco. Dopo quasi quattro ore di pedalata siamo madidi del sudore che la temperatura vicino allo zero ci ha ghiacciato addosso.

Con calma sorseggiamo la cioccolata bollente, ci scattiamo alcune fotografie, le inviamo a casa a testimonianza del freddo e ripercorriamo con orgoglio le ultime ore. Il tempo vola, quando ripartiamo, completamente rifocillati e riscaldati, è passata un’ora esatta! Ora prima di scendere chiedo a Rick di spostarci nel piazzale sul versante di Bagolino per scattare alcune istantanee.

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Si scende, la temperatura è risalita fino a 8°C ed io mi fermo più volte per fotografare tutto ciò che prima non avevo potuto e voluto catturare a causa del freddo (video 45″).

Passato San Colombano, inizia una lunga cronometro fino a Ponte Zanano, interrotta soltanto dalla svestizione della mantellina di Rick. Qui svoltiamo a destra in via Patrioti per abbandonare la ex statale e spostarci sulla riva ovest del fiume Mella. Attraversiamo le frazioni di Noboli, Cogozzo, Villa, Cailina senza più ritornare sulla trafficata strada della val Trompia. A San Vigilio ci infiliamo sulla ciclabile del Mella, una strada bianca ben tenuta che ci consente di arrivare in città costeggiando il fiume e senza traffico (video 18″). Alle soglie di Brescia il termometro del GPS supera finalmente i 20°C, gongolo sotto al sole che ormai splende alto nel cielo, ma per scaldarmi ci vorrà il successivo bagno bollente. Prima di lasciarci diamo un’occhiata ai dati del ciclo-computer, 121km e 2.181m di dislivello, temperatura media 6°C, più di tre ore consecutive vicino allo zero. Ricordiamo la partenza notturna, la risalita lungo tutta la valle sempre più stretta e tortuosa, i meravigliosi e gelidi scenari autunnali del Maniva e del Dosso dei Galli ed infine il tepore del rientro.

Che freddo, ma che emozioni!

Felice di averle condivise con Rick, da solo avrei abbandonato!

 

Descrizione dettagliata su Strava:Cicloturisti!@DossoDeiGalliAutunnale

Video: Valtrompia di notte,  Ciclabile del Mella,  Maniva salita,  Maniva discesa,  Dosso dei Galli salita,  Dosso dei Galli discesa

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Tignalga, lago di Tenno, passo Duron e lago d’Idro

Oggi, 15 luglio, sono passate due settimane dalla MdD e tutto il mio allenamento per i lunghi con grande dislivello non ha ancora trovato sfogo. Da quando, questa primavera, ho compiuto il Periplo del lago di Garda ho realizzato che Riva d/G, fuori stagione, in automobile, è relativamente vicina, quindi un giro al lago di Tenno è più che fattibile. Ora è piena estate, la gamba c’è, a Riva ci si può arrivare in bici. Sono le 5.24 del mattino quando aggancio il pedale e parto, neanche cinque minuti e sono già fermo; le straneTenno001 nuvole mattutine creano degli incredibili e variopinti giochi sopra la vetta del monte Baldo; più che ad un’alba ho la sensazione di essere di fronte ad un tramonto infuocato. Proseguo scendendo dalla Valtenesi verso le Zette di Salò, arrivo sul lungolago ed il panorama è di quelli che, anche per un salodiano come me, si vedono molto raramente durante l’anno. Adoro la mia città natale!

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Sono partito da mezz’ora, ma ho già capito che oggi sarà una giornata memorabile. Procedo spedito verso Gargnano dove abbandono la statale per scendere in paese ed imboccare la ciclabile che mVesioDaGargnanoi consente di saltare la prima galleria; rientro tenno006sulla ss45bis e al bivio per Tignale salgo a sinistra (si sa che non sopporto la pianura) percorro la Tignalga (video) fino a Pieve di Tremosine (Tignalga in solitaria), dopo la sosta obbligata con vista sul precipizio mi infilo nei viottoli per scattare alcune graziose istantanee prima di scendere vero la celeberrima ‘strada della forra’. Giungo al semaforo che immette nel tratto più angusto e spettacolare della gola, è rosso, mi fermo, scatto una foto, il resto lo racconttenno008erà il video; è verde, si parte, mi godo l’intreccio tortuoso che cerca di snodarsi per uscire da questo meraviglioso luogo. Eccomi nuovamente sulla gardesana pronto per attraversare Limone e giungere a Riva, la deviazione mi ha allungato i tempi di un’ora e mezza, ma come si può passare dinnanzi alla forra senza percorrerla? Finalmente sono a Riva, il computer segna le nove di mattina, un po’ di traffico nell’ultimo tratto l’ho trovato, ma nulla di insopportabile. È ora della prima sosta panino, ma una sorpresa inaspettata mi costringe ad attendere; sta salpando il battello ‘Zanardelli’ uno dei due storici del primi anni del novecento ancora attivi sul lago!

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Ora posso mangiare con calma, in realtà circa ad ogni ora  ho mangiato una barretta o fruttino mentre pedalavo, ma questa è la prima sosta sostanziosa con pane di segale e bresaola (alla faccia dei puristi). Riparto, da qui la strada per me è nuova e lo sarà fino al rientro in val Sabbia, nonostante i miei meticolosi studi sulle mappe stradali mi sarà d’aiuto il navigatore integrato di Xplova X5. Le salite verso il lago di Tenno sono due, io scelgo quella sul versante di sinistra, è indicata come strada secondaria in quanto giunge al lago senza passare dal paese, sicuramente sarà meno trafficata, inoltre credo sia molto panoramica. Non mi sbaglio! Pochissime auto mi sorpassano ed il panorama sulla piana di Riva e Torbole è suggestivo.

La salita non è mai impossibile con pendenze dolci ed una media del 5%. Giunti al lago di Tenno, che si costeggia dall’alto sulla sponda sinistra, la strada continuPassoBallinoDaRivaa a salire senza sosta fino al passo del Ballino (765m s.l.m.) che si trova all’imbocco dell’altopiano di Fiavè. Percorro l’intera salita girandomi a destra e a sinistra osservando questi luoghi per me ‘ciclisticamente’ nuovi. Il cielo si è rasserenato, sia perché mi sono spostato molto più a nord, sia perché il vento in quota ha eliminato le poche nuvole rimaste; ora è tutto intensamente azzurro. Il lago alla mia destra assume tutte le tonalità di colortenno015e dal verde smeraldo dei boschi al blu cobalto del cielo, mi fermo un attimo e lo contemplo. Ora la salita si fa molto dolce, ormai sono entrato nell’altopiano di Fiavè, un lungo rettilineo mi porta al passo del Ballino. Anche il primo tratto di discesa è piuttosto dritto e non troppo ripido; dopo alcuni chilometri mi trovo immerso nei verdi campi coltivati, tutt’intorno le vette delle montagne trentine che alternano boschi e pendii scoscesi anteprima delle vicine dolomiti del Brenta.

Riaggancio il pedale, attraverso Fiavè e mi dirigo verso le frazioni di Cavaione e Marazzone dove mi congiungo con la strada che sale a passo Durone partendo da Ponte Arche. Sono gli ultimi 4,4km che conducono in vetta, la strada ancora unaPassoDuroneDaFiave volta è dolce, pendenza media del 7% senza strappi. Prima di abbandonare l’altopiano mi fermo un attimo per scattare altre fotografie. Giunto all’ultimo chilometro la strada si insinua nel bosco ed i profumo di retenno023sina di pino mi inebria. Scollino, quale luogo migliore per la seconda sosta panino! Mi rilasso all’ombra ed al fresco degli abeti, mangio con calma e respiro profondamente. È il momento di ripartire, la discesa è ripida, tortuosa ed in alcuni tratti piuttosto stretta (video). Vedo faticare numerosi ciclisti nel cercare di scalarla, ne deduco che è realmente una brutta bestia. Entro a Tione di Trento, aBreguzzoDaTionell’incrocio vedo il cartello indicante Brescia a sinistra 80km, mi fa un poco sorridere, sono già passati 110km ed io sono ancora in trentino, mai mi ero allontanato così tanto solo con le mie gambe. Mi attende la salita che porta a Breguzzo, poco più di quattro chilometri di cui l’ultimo quasi pianeggiante, purtroppo si tratta di una statale ed un poco di traffico lo trovo. In paese mi devo fermare a riempire le borracce, il sole picchia ed io sto bevendo molto, adiacente alla fontana un particolare mi colpisce, sono tre tronchi di legno di altezze diverse su cui poggiano altrettanti sassi tondi dipinti come coccinelle portafortuna; li fotografo con la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Ne sarà felice la mia piccola Alice. Da qui un lungo falsopiano in leggera discesa mi conduce a Ponte Caffaro all’imbocco del lago d’Idro, purtroppo non trovo la nuova ciclabile che da Tione porta al lago e complice il poco traffico dell’ora di pranzo mi adeguo a percorrere la statale. Finalmentenno026te a Condino riesco a salire sulla ciclabile salvo poi doverla abbandonare a causa di un tratto sterrato che oggi non ho voglia di affrontare; la riprendo a Storo ed arrivo sino a dove le acque del Chiese si gettano nell’Eridio. Rientro sulla statale, altri 12km di pianura lungo il lago, vista stupenda sullo specchio d’acqua e sui monti circostanti, ma inizio ad avere la nausea di questo piattume; quasi 45km senza nemmeno una ‘salitella’ sono davvero troppi per me! Ecco che ad Idro, nonostante il gps abbia appena passato i 160km e 2.700m di dislivello, non esito un istante nel girare a sinistra verso Treviso Bresciano (il Cavallino Fobbia sporco). Come, già l’anno scorso con Rick, salgo fino agli 800m della Madonna delle Pertiche per poi gettarmi in discesa verso Valdegagna e rientrare in val Sabbia a Vobarno. tenno028Dopo i primi tre chilometri mi devo fermare per l’istantanea d’obbligo dalla panchina con vista lago, anche oggi il forte vento ha mantenuto l’aria limpida e la visuale è profonda verso le montagne trentine. Riparto, attraverso Treviso Bresciano, scollino, e lesto mi dirigo alla fonte d’acqua gelida presso i fienili di Rondaione.

Mi fermo tolgo il casco, rinfresco il capo, lavo il sotto casco e lo indosso fresco e bagnato; è l’ora dell’ultimo panino. Oltre agli otto fruttini/barrette avevo quattro panini di segale con bresaola e due caffè liquidi, mi resta solo un fruttino da prendere nell’ultima ora. Scendo con circospezione verso Vobarno, la discesa è molto sconnessa nel primo tratto e quasi sempre stretta. In fondo alla valle, come sempre, prendo per Pompegnino prima e per Roè poi, per evitare un po’ di traffico. Giungo ai Tormini proseguo verso Cunettone lungo la panoramica alta e risalgo in Valtenesi, quando arrivo a Picedo manca ancora qualche chilometro ai duecento; non era uno degli obiettivi alla partenza, ma visto che ci sono allungo scendendo al golf di Soiano ed il primo ‘200k’ della vita è conquistato con 3.590m di dislivello, sono da poco passate le quattro del pomeriggio in piena tabella di marcia.

Soddisfazione massima, anche oggi giornata perfetta!

Video: La Tignalga  La strada della forra  Lago di Tenno, Passo Durone e lago d’Idro

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(I’m going) Alone to Alone

A volte, scherzosamente, vengo apostrofato dai miei amici per essere troppo “british”. Beh! direi che questo titolo è decisamente di “british humor”. Sono le sei e trentotto della domenica di Pasqua e prima degli impegni famigliari ho il tempo per un giro in solitaria. La giornata è splendida, il temporale della notte ha liberato il cielo, io decido di affrontare una delle salite meno conosciute della nostra provincia: la cementata che porta da Casto a Lodrino attraversando la valle Duppo. Mi dirigo rapDuppo01ido, ma senza forzare verso le coste di S.Eusebio; poco prima di scollinare, alle spalle del monte Ucia fa capolino la luna che sta per tramontare. Non appena termino la salita mi fermo per immortalare quest’inusuale vista del nostro satellite all’alba. Riparto scendendo a Odolo, prima di entrare nell’abitato svolto a sinistra e ricomincio a salire prima verso Agnosine ed a seguire verso Bione, entrambe corte e doDuppo06lci salite. In prossimità della parrocchiale di quest’ultimo borgo, mi fermo ad osservare il fondovalle. L’umidità lasciata dal temporale si è trasformata in nebbia che attende di evaporare sotto la calda luce del sole. Riparto, dopo una breve discesa, inizia la parte finale della salita alla Madonna della Neve, un erta brBione(MadonnadellaNevedaAgnosine)eve ma intensa; poco meno di un chilometro al 9% con strappi oltre il 15%. In totale la salita dalla rotonda fuori Agnosine misura 4km con pendenza media del 3,7%. Giunto sulla sommità la vista si apre sulle montagne alle spalle di Mura, mi fermo e scatto qualche foto all’incantevole panorama. Oggi il blu cobalto del cielo, l’intenso verde dei prati e dei boschi sono esaltati dalla luce del sole ancora basso sull’orizzonte.

Riparto, mi attende la parte più incantevole del giro odierno; dopo la ripida discesa mi trovo a Casto, oltrepasso la piazza principale, svolto a sinistra seguendo le indicazioni per la frazione di Alone ed il parco delle Fucine. AloneQuest’ultimo è una nota meta di ferrate per rocciatori e di angusti sentieri per escursionisti. Io, in bicicletta, mi accontento della strada asfaltata, ma i panorami sono decisamente suggestivi anche così. Sono 4km di salita molto regolare con una pendenza media del 5,6%. Con un buon allenamento la si può affrontare godendosi pienamente la vista delle montagne senza mai andare fuori soglia. Dopo 1,8km di salita il bivio per valle Duppo sulla destra. Lo prenderò al ritorno, ora salgo diritto verso il paese. La strada asfaltata termina nell’antico borgo in una sorta di slargo da cui partono numerosi viottoli e sottoportici. È giunta l’ora della barretta, mi fermo scatto una foto e mangio. Riparto, sulla prima curva all’uscita del paese mi arresto per contemplare l’ampio panorama; poi via fino al bivio per valle Duppo e stavolta giro a sinistra arrivando dall’opposto lato.

Valle Duppo si presenta subito, un centinaio di metri su cementata molto rovinata e con pendenze vicine al 10%. Finalmente il cemento si fa meno rugoso, nel contempo la strada si inerpica ancor più verso il bosco, con l’arrivo del tratto asfaltato la percentuale cresce ancora e si assesta abbondantemente sopra il 12%.Duppo Inizia il bosco, il paesaggio è fiabesco, lungo questi tre chilometri non si scorge traccia dell’uomo, niente case o rifugi: nulla, solo prati, alberi, arbusti e fiori. Proseguo, la pendenza continua a salire, prima Duppo13dello scollinamento arriverò a leggere anche 20% per un paio di secondi. Il paesaggio, i profumi, il silenzio valgono tutta la fatica che si fa per giungere al falsopiano. Svolto a destra seguendo un piccolo cartello in legno per mtb con indicazione per Lodrino. La salita è ormai alle spalle, inizia adesso un magnifico toboga nel bosco, qua e là si intravedono i monti alle spalle di Lodrino con le loro vette aguzze e gli scoscesi pendii rocciosi.

Prima di immettermi sulla provinciale di Lodrino l’incontro con due simpDuppo17atici asinelli, che pacificamente pascolano a bordo strada, mi fa sorridere. Penso che un regista occulto abbia disegnato questo finale, per rendermi ancor più soddisfatto. Prima di rientrare sull’asfalto liscio della provinciale, un’ultima corta rampa su fondo di pietre. Sono a Lodrino, da qui a casa è solo discesa. Sono le nove e trentacinque e se voglio arrivare per le dieci e mezza non c’è più tempo per guardarsi intorno. In meno di dieci minuti sono a Brozzo in val Trompia, da qui bisogna spingere e così faccio. Venti chilometri di noiosissimo falsopiano in discesa da terminare il prima possibile. Sono le dieci e ventitré e di fronte ho il cancello di casa, missione compiuta. Anche oggi giorno di Pasqua, dedicato ai conviviali piaceri con parenti, sono riuscito ad inventarmi un giro dalle inebrianti sensazioni.

Ulteriori dettagli tecnici su: Cicloturisti!@Coste,Bione,Alone,ValleDuppo

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Colmì e colle San Zeno (over the floating piers)

Oggi, sabato 18 giugno, mancano solo due settimane alla Maratona dles Dolomites, dovrei fare un lungo, ma è anche previsto il festeggiamento del compleanno di Laura, mia sorella. Per questo la partenza è all’alba per riuscire a completare il giro per mezzogiorno e mezzo. Scartabellando nel mio gps cerebrale trovo un giro inedito. Da poco è stato sistemato l’asfalto che da Nistisino conduce al Colmì, per cui la strada che abitualmente percorriamo in salita si può agevolmente fare in discesa. Inoltre, proprio oggi, si inaugura l’installazione di Christo, the floating piers, (il passaggio galleggiante che unisce Sulzano a Montisola).

Parto alle 5:50, mi dirigo verso Brione per giungere a Polavecolmigussagono e prendere la strada che porta a Santa Maria del Giogo passando dal Colmì. La salita è lunga ed incostante: un primo tratto di 4,8 km porta all’abitato di Brione con pendenze impegnative, lo segue un tratto di circa 3 km di falsopiano che attraversa San Giovanni di Polaveno, infine poco più di 5 km costantemente in salita (particolarmente duri gli ultimi 2 km quasi sempre sopra al 10%). Le temperature, nonostante il mese di giugno inoltrato, sono piuttosto fresche, lungo tutta la salita sto tra gli 11°C ed i 9°C. Arrivato finalmente al Colmì inizio la discesa con circospezione, l’asfalto è nuovo e meraviglioso, ma non sfloat004o fin dove arriva. Giungo al bivio per Santa Maria e trovo già pronta la transenna che impedirà il transito veicolare verso il lago. The floating piers, per qualche settimana, rivoluzionerà la circolazione tra Iseo e Pisogne, ogni accesso sarà interdetto. Sento il ronzare degli elicotteri sul lago, forse Christo ha deciso di anticipare l’apertura del ponte. Arrivo al primo pascolo con vista sul lago e scorgo le linee arancio del ponte che solcano il lago. La giornata è grigia, ma l’aria è pulita e dona comunque profondità ai panorami. Mi fermo a scattare qualche fotografia; il ponte è stato aperto, si vedono già i primi minuscoli puntini spostarsi sulle strisce arancio. Proseguo nella mia discesa, arrivo alle porte di Sulzano e le transenne con minacciosi cartelli si moltiplicano, seguo il percorso obbligato e giungo sulla vecchia statale del lago, manca qualche minuto alle otto del mattino, ma c’è molto fermento per le vie. Giro a destra verso Pisogne, per cui il vigile non mi dice nulla, avessi provato a svoltare a sinistra verso l’imbocco del ponte mi avrebbe sicuramente bloccato. Proseguo qualche centinaio di metri e mi fermo ad una balconata sul lago da cui posso fotografare  splendidamente le piccole formiche che si muovono in una lunga unica fila sopra alla striscia arancio come dovessero tornare al loro formicaio di Montisola.

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Floating piers

Riparto, lungo tutta la strada del lago, l’atmosfera resta surreale. Nonostante i numerosi passanti il silenzio pervade tutto; niente rombi di motore, niente schiamazzi, solo il frusciare delle foglie al vento e il bisbiglio dei visitatori incuriositi. Terminato il tratto di ciclabile che da Marone pcimapassaboccheorta a Pisogne rientro nella civiltà rumorosa. Ora mi attende la salita di giornata, Passabocche – Colle di San Zeno. La scalata è piuttosto lunga, più di quattordici chilometri, sin dall’uscita dall’abitato di Pisogne le pendenze si fanno severe, su alcuni tornanti si supera  decisamente il 10%. Dopo 2 km un rettilineo di qualche centinaio di metri si impenna con pendenze che rasentano il 20%, subito dopo si inizia a godere del panorama del lago, vista che non mi abbandonerà quasi mai lungo tutta la salita.

Il cielo è ancora grigio e la temperatura non accenna a salire nonostante siano ormai le nove di mattina da un po’. Proseguo nella mia scalata con un occhio all’orologio; oggi i minuti sono contati, anche il tempo per le fotografie è ridotto al minimcollesanzenodavalpaloto per poter arrivare in orario. Così, di buona lena, ma senza forzare eccessivamente in un’ora e un quarto sono a Passabocche, giusto il tempo di un fruttino e sono in discesa (4 km) verso Val Palot, mi fermo alla fontana per riempire le borracce e mangio una barretta. Riparto, ma proprio ai piedi della salita finale per il Colle di San Zeno, lunga 4,6 km, vedo una baita sulla sinistra con un magnifico giardino fiorito. Nonostante il tempo uggioso i fiori hanno colori cosi vivaci e brillanti che sono sicuro renderanno benissimo anche in fotografia.

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La salita è abbastanza impegnativa, ma essendo relativamente corta, la supero agevolmente. Giunto in cima a San Zeno mi guardo intorno, il cielo è ancora grigio, ma le nuvole si spostano rapidamente nel cielo, forse prima di tornare a Brescia qualche raggio di sole lo vedrò. Mangio un’ultima barretta e riparto per la temibile discesa verso Pezzazze. L’asfalto è veramente rovinato e pieno di buche, impossibile evitarle tutte. Per fortuna la discesa è interrotta dalla vista di una bella cascata formatasi con le insistenti piogge di questa primavera. Mi fermo un attimo per immortalarla e per osservare il paese di Pezzazze illuminato dai primi raggi di sole di questa giornata.

Riparto, sono da poco passate le undici, il tempo per le soste è definitivamente terminato. Poco più di dieci minuti e giungo sulla statale della val Trompia, da qui solo traffico e pedalare! Mancano circa 25 km tutti in leggera discesa e con il consueto vento di termica che ti soffia in faccia. Unico lato positivo, finalmente è arrivato il sole e la temperatura è abbondantemente sopra i 20°C. Testa bassa e pedalare: 35km/h di media ed in cinquanta minuti sono a casa.

Soddisfatto per essere riuscito ad inventarmi un giro da 2.600 metri di dislivello in 120 km. Compiaciuto per aver visto prima dall’alto e poi da vicino l’apertura del ponte di Christo.

Buon compleanno Sorellina, sto arrivando!

Dettagli tecnici: Brione-Colmì-Sulzano-Passabocche-Colle S.Zeno

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Passo S.Rocco, Passo Baremone, Passo Dosso Alto ed il resto vien da sè.

Venerdì 9 settembre, sono in viaggio verso il lago, questo sarà l’ultimo fine settimana che trascorreremo a Polpenazze per questa stagione. Ho in mente tanti giri per domani, ma un campanellino d’allarme mi ricorda che sono già passati quattro anni dall’ultima mia salita al passo Baremone, una delle mie preferite, quindi senza indugio abbandono tutti gli altri progetti ed elaboro un giro che ruoti attorno ad essa. Sabato parto ancoroccobare1r prima che sorga il sole. Alle 5.35 sono in bicicletta, prima delle sei scendo le Zette verso Salò: è ancora buio e le luci sul lungolago danno un effetto fiabesco al golfo. Come sempre percorro il lungolago e giunto a fianco di piazza del Duomo scopro, con immenso piacere, che la cattedrale è splendidamente illuminata di notte. Non resisto entro in piazza appoggio la specialissima ed inizio a scaroccobare5ttare fotografie al ‘mio’ Duomo (vedi I luoghi della memoria) e al suo campanile, che illuminato nell’omonimo vicolo, ha un fascino del tutto particolare. Riparto, esco dalla mia cittadina e percorro la Gardesana. Mi trovo nei pressi di Maderno quando un alroccobare8one rossastro inizia a rischiarare il cielo alle spalle del Monte Baldo: sta per sopraggiungere l’alba! Proseguo in direzione di Gargnano, lì inizierà la prima salita di giornata che mi porterà fino al passo San Rocco, dopo aver attraversato tutta la Valvestino. La salita è suddivisa in tre parti: i primi 7km, che portano all’abitato di Navazzo, con pendenze sempre abbastanza dolci tra il 5% e ilpassosroccodagargnano 7%; un lungo falsopiano di oltre 11km, che costeggia prima la diga e poi il lago di Valvestino, infine un ultima ascesa di 6,7km, questa volta abbastanza impegnativa, con tratti al 9% ed una media di quasi 7% di pendenza. Considerato quello che mi aspetta nel proseguo del mio giro è il caso di iniziare a salire con calma godendomi lo spettacolo del cielo, del lago e dei monti. Giungo a Navazzo, mi volto, il sole non è ancora sorto da dietro il monte Baldo, ma è proprio lì, questione di minuti, non ho tempo e procedo! In compenso vedo per la roccobare11prima volta nella mia vita le rocce del monte Pizzoccolo arrossarsi ‘di vergogna’ sotto i primi raggi di sole! Arrivo finalmente alla diga ed inizio a costeggiare il lago. Le dighe portano sempre con se qualcosa di inquietante, soprattutto quando le si osservano ancora in ombra, in compenso il lago con i suoi riflessi verde pino sa dispensare piacevoli sensazioni e lascia presagire profumi di resina silvestre. Lasciato il lago ed il ponte su cui è posta la scritta del vecchio confine con l’impero austro-ungarico inizio la terza parte della salita, il sole ormai fa capolino tra un tornante e l’altro ed io mi ritrovo a Capovalle quasi senza essermene accorto. Attraverso il borgo, arrivo al passo, mi fermo e mangio. Pronti via! Mi attende una discesa bellissima: fondo stradale quasi perfetto, carreggiata così ampia che ovunque è dipinta la linea di mezzeria, tornanti tra gli abeti e rettilinei con pendenze superiori al 10%. Se qualcuno vuole sfiorare i 100km/h in bicicletta qui ci può riuscire, io come mio solito arrivo a 68km/h e tiro i freni, per un motivo o per l’altro i 70km/h non li supero mai e tutto sommato ne sono anche un po’ contento: cicloturista prudente! Subito dopo la galleria il paesaggio si apre sull’Eridio, alcuni tornati mi portano fino all’abitato di Idro, passo oltre e proseguo per Anfo.

Qui mi fermo per riempire entrambe le borracce ormai prosciugate dalla mia sete. Ci siamo è il momento di affrontare il Baremone: una salita molto impegnativa, ma dai paesaggi meravigliosi. Sono 11,2km quelli che portano al rifugio Rosa di Baremone con una pendenza media prossima al 9%. Una salita molto costante e questo significa che per gran parte si sta in doppia cifra (in totale ben 4km sono oltre il 10%).passobaremone Insomma il passo Giau di casa nostra. Anche i panorami durante la sua ascesa non sono certo inferiori a quelli blasonati delle Dolomiti: si passa dalla vista del lago nei primi tornanti; alle malghe di fondo valle strette tra le creste sovrastanti; al fitto bosco; fino all’ampio panorama, giunti sopra i 1.000m di quota, del lago (oggi un poco offuscato) e delle creste montuose circostanti. Ovviamente, nonostante i buoni propositi di non fermarmi troppo spesso per non interrompere il ritmo, scatto numerose fotografie:

Arrivo finalmente al rifugio Rosa, soddisfatto per l’ascesa, ma, soprattutto, con gli occhi pieni di gioia per i meravigliosi paesaggi che la lentezza della salita mi ha lasciato osservare ancor più a lungo. Mangio ancora qualcosa e riparto velocemente, mi aspetta il tratto più bello e più ostico: quello che porta ai 1.704m del passo Dosso Alto. Bello perché la strada di snoda incastonata tra le rocce delle piccole dolomiti bresciane (vedi Piccole dolomiti bresciane) con la vista degli alpeggi di Vaiale, Presegno e Bisenzio. Ostico perché quel maledetto chilometro di strada, tuttora sterrato e su roccia viva, deve essere affrontato con la massima concentrazione per non scivolare e con grande speranza in quanto il taglio di tubolare o la ‘pizzicatura’ di camera d’aria sono sempre in agguato. Un vero peccato perché è proprio in questo chilometro che il panorama è migliore ed è per questo che io, noncurante, mi fermo e fotografo comunque!

Finalmente, terminato lo sterrato, restano da percorrere gli ultimi 2kmpassodossoaltodabaremone, i più impegnativi, la pendenza è costantemente intorno al 10% con punte del 15%, una vera ‘legnata’ per le gambe ancora rintronate dalla ‘centrifuga’ dello sterrato. Comunque la bellezza dell’altopiano, le malghe e la vetta del Dosso Alto distraggono dalla fatica e consentono di arrivare allo scollinamento senza sentire troppo l’affanno. Ora non mi resta che scendere al passo Maniva per fermarmi al rifugio a consumare il mio pranzo. Le undici sono passate da poco e dopo cinque ore e mezza di pedalata ho una discreta fame!

Mi siedo rilassato (anche troppo!) e mangio guardandomi intorno, senza accorgermi che il tempo passa! Quando riparto è quasi mezzogiorno! Scendo verso la val Trompia, la strada è stata riasfaltata in molti tratti ed è un piacere percorrerla, arrivo alla mia massima velocità odierna 69,1km/h (Marco vorrai mica passare i 70km/h?!?) anche qui chi volesse si può divertire e oltrepassare agevolmente gli 85km/h. Passato Bovegno è il momarmentinoviairmamento di ricominciare a salire. Mi aspettano Irma e Dosso di Marmentino, solitamente venendo dalla città si affronta Marmentino salendo dal comune di Tavernole, che si incontra prima. Invece, scendendo dal Maniva, ci si imbatte prima nel bivio di Aiale che porta ad Irma prima di giungere a Marmentino. Una salita, a torto, poco frequentata dai ciclisti in quanto, oltre a riservare dei bellissimi paesaggi, è
un ascesa di tutto rroccobare32ispetto con i suoi quasi 7km totali. Considerando poi, che dopo l’abitato di Irma, c’è una discesa di quasi un chilometro nella quale si perdono ben 70m di dislivello, si evince che le pendenze nei due tratti in salita, oltre che poco costanti, sono del tutto ragguardevoli. Nell’ultimo chilometro non si scende mai sotto il 10%! Arrivato a Dosso un lungo falsopiano attraverso le frazioni di Marmentino mi conduce al passo Termine da dove rientro in val Sabbia. Qui l’idea originale era un’altra, ma un fastidioso brontolio intestinale mi fa capire che oggi non devo esagerare. Decido di scendere al Lago di Bongi. Pensandoci bene quest’anno non sono ancora passato da Bongi e questo un poco mi sorprende in quanto è una delle mie strade preferite per le gite primaverili: non troppo impegnativa, immersa nella vroccobare35egetazione  e senza traffico veicolare. Attraverso Lavino, Noffo ed arrivo al laghetto artificiale; qui scopro che, ora, a fianco della strada, campeggia la scultura lignea di un simpatico capriolo. Giungo a Mura riempio nuovamente le borracce al lavatoio, la temperatura ormai e vicina ai 30°C e l’acqua freschissima della fontana è un toccasana. Se penso che ho passato le prime tre ore di gita quasi costantemente tra i 12°C e i 16°C mi viene un poco da sorridere. Riparto e decido di scendere direttamente ai Piani di Mura: discesa ripida, estremamente tecnica, tornati strettissimi, insomma una discesa da percorrere molto concentrati e senza prendere troppi rischi: una disattenzione qui si paga a caro prezzo! Purtroppo arrivo a Nozza di Vestone. Purtroppo perché dopo ore tra le montagne sono ritornato a fondo valle sulla trafficata ex-statale ‘Del Caffaro’, ma non la percorrerò molto a lungo: giusto quei 3km che mi consentono di arrivare a Barghe e deviare per Preseglie: salitella di poco conto in un giro come quello di oggi, 2km al 5%. Attraversato anche questo paesino scendo verso Odolo da dove parte il versante valsabbino della mitica, per noi bresciani, salita delle Coste: 4,3km al 4% di media con il cosiddetto ‘Groppo’ strappo di 500m iniziale all’8%. In realtà una salita dallo scarso roccobare36significato paesaggistico ed anche ciclistico, date le pendenze. Tuttavia è la nostra salita di casa: quella su cui si può spingere il ‘rapportone’, quella dove anche i cicloturisti come me salgono ad oltre 22km/h di media, toccando più volte i 30km/h, immaginandosi dei ciclisti professionisti. Perché anche ai cicloturisti, a volte, piace sognare di andare forte! Sono in cima, ma stavolta non devo scendere a Brescia. No, per me, dopo la discesa a Vallio, veloce e tecnica anch’essa, c’è ancora da scavallare Muscoline per giungere a Polpenazze dopo l’ennesimo lungo sabato passato in compagnia di me stesso. Saranno 172km, 3.700m di dislivello e grande soddisfazione per il giro ed i panorami visti. Anche oggi in ritardo di un’ora sul mio programma, anche oggi abusando della pazienza di chi mi sta accanto, anche oggi confidando nella loro comprensione.

Grazie…

Dettagli tecnici su Strava: P.so S.Rocco-P.so Baremone-P.so Dosso Alto-Irma-P.Termine-L.di Bongi-Preseglie-Coste

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Dall’Eridio al Sebino e ritorno (P.so Crocedomini, Passabocche, Colle S.Zeno, P.so Maniva)

È la sera di venerdì 2 settembre, ho in mente un giro speciale per il sabato: vorrei superare il mio record di dislivello in un’unica uscita. Proprio per questo resto vago con tutti dicendo solamente di non aspettarmi per pranzo perché arriverò dopo le due del pomeriggio. Sabato mattina parto con il buio in automobile verso Anfo. Alle 6.07 accendo il GPS ed i fari della bicicletta: la strada sarà ancora buia per una mezz’ora.

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Alba sull’Eridio

Giunto a S.Antonio prendo a sinistra per il passo Crocedomini, dopo un centinaio di metri mi fermo e scatto una fotografia dell’Eridio prima del sorgere del sole. Sole che, peraltro, non si potrebbe vedere in quanto il cielo è completamente coperto. Fa fresco e l’umidità è altissima. Il mio CG (central governor) inizia a preoccuparsi: sa benissimo che l’umidità delle giornate uggiose è il mio peggior nemico e la causa principale di crampi, ancor più della fatica. Arrivo a Bagolino mancano alcuni minuti alle sette del mattino, mi fermo in centro per scattare un paio di foto e penso che tutto sommato un caffè non sarebbe una cattiva idea.

Strano, io che non apprezzo mai le soste al bar durante le uscite in bicicletta, stamattina sento che è proprio quello che ci vuole per iniziare.  Riparto nella speranza che il cielo si possa aprire con lo scorrere della mattinata. Il CG, intanto, continua nella sua opera di dissuasione: attenzione, senza sole, in cima al Crocedomini si può sempre andare verso il Dosso dei Galli ed abbreviare il giro. Io proseguo guardandomi intorno, osservando i monti cambiare colore al sopraggiungere della luce del giorno. Non me ne accorgo e sono alla prima rampa tra due stretti tornanti.passocrocedomini Il Crocedomini è una salita lunghissima 29,3km per 1.493m di dislivello se si parte dal lago d’Idro,  18km se si parte appena usciti dall’abitato di Bagolino  ed in questo caso senza più discese. Le pendenze non sono mai proibitive, ciononostante, saltuariamente ci si trova a dover superare degli scalini con pendenze del 13% proprio in corrispondenza di piccole cascate del torrente Caffaro. In sostanza una salita che va affrontata con il massimo rispetto altrimenti quando ci si troverà negli ultimi chilometri, senza più vegetazione, con un forte vento e con le ultime decisive rampe oltre il 10% si avrà la sensazione di non spingere più avanti la propria specialissima. Giungo in prossimità di Val Dorizzo, supero lo scalino a tornati che la precede e quello che la segue, da qui la vallata si apre ed i panorami diventano ancor più belli. Anche il cielo inizia ad aprirsi, qua e là si vede l’azzurro del mattino. Molto bene! Sono nella piana del Gaver le montagne a nord sono ancora immerse nelle nuvole basse; mancano ancora sette chilometri al passo: i primi, tutti a tornanti nel bosco, hanno panorami spettacolari tra cui la vista del monte Colombina.

Sono ormai arrivato alla Malga Cadino, restano gli ultimi chilometri sull’altopiano, stranamente senza vento, è la prima volta che mi capita: sarà forse per l’ora mattutina?

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Goletto di Cadino

Il cielo si è aperto ed il sole inizia a riscaldare i pascoli ancora affollati da bovini che si stanno accingendo alla transumanza di rientro. Io mi fermo in vetta al goletto di Cadino (1.942m) punto più alto di questa salita (il passo Crocedomini è a 1.895m) per osservare da questo punto privilegiato il panorama a 365°. Mangio un panino e mi getto in discesa, mi aspettano più di venti chilometri di ‘toboga’ velocissimo, arrivo a sfiorare i 70km/h, cosa per me inusuale, penso che più di un ciclista in questo tratto avrà superato anche i 90km/h! Arrivo a Bienno, trovo una fontana, riempio le borracce, mangio un altro panino, e mi accingo ad affrontare il mio ‘Kansas’ come ci disse Nico Valsesia rispondendo alla domanda “Qual è la parte più dura della Race across America?” “Il Kansas perché è tutto dritto e non finisce mai.” Ecco la parte più noiosa del mio giro arriva ora: 20km di noiosa val Camonica fino a Pisogne (in realtà nulla in confronto alle centinaia di chilometri del Kansas). Per fortuna, arrivato sul lago d’Iseo, proprio all’inizio delle salite di Passabocche e del colle San Zeno si trova la splendida chiesetta di Santa Maria della Neve completamente affrescata dal Romanino. Mi fermo, contemplo, fotografo e riparto.

Inizia ora la seconda lunga salita di giornata, il clima è afoso e umido,3vxtreme20 il caldo torrido la fa ‘da padrona’, anche il Sebino è liscio come l’olio. Dopo circa quattro chilometri di salita mi trovo di fronte al bivio: a sinistra Colle di San Zeno diretti, a destra Passabocche (1.280m) discesa in Val Palot (1.000m) e risalita a San Zeno (1.380m). Il CG mi ricorda che sceso in val Trompia dovrò ancora risalire al Passo Maniva per poter tornare ad Anfo, sarebbe già un bel giro salendo subito a sinistra. No! Oggi non ci sento, sono convinto, non ho dubbi e vado a destra. Forse poi me ne pentirò, ma poco importa. La salita di Passabocche è un’altra salita lunga ed insidiosa: quasi 15km per 1.080m di dislivello, pendenze non sempre costanti e numerosi tratti sopra il 10%. Oggi la affronterò quasi esclusivamente con il pignone del 30, concedendomi il 26 ed cimapassaboccheil 23 solo per i brevi tratti sotto al 6%, in questo modo dovrei avere ancora la gamba abbastanza ‘fresca’ per le ultime due salite. Purtroppo l’afa rende leggermente foschi gli splendidi paesaggi di cui si gode mentre si sale. Dalla cima di Passabocche si domina il lago d’Iseo ed il panorama è veramente mozzafiato, oggi, purtroppo, bisogna accontentarsi. Scollino e mi fermo a mangiare prima di scendere in val Palot dove riempio nuovamente le due borracce. Ora fa caldo, è da poccollesanzenodavalpaloto passato mezzogiorno ed il sole è alto nel cielo. Io mi accingo a risalire gli ultimi 4,5km che mi separano dal Colle di San Zeno. Di tutte, questa è la salita più corta, le pendenze sono comunque sostenute (il 10% si supera spesso) e la affronto con cautela, forse anche troppa, ma meglio così. Giunto i3vxtreme25n vetta e vista l’ora mi concedo una sosta al rifugio dove mangio due buonissime fette di crostata accompagnate da due lattine di coca. Si riparte, mi aspetta la discesa più impegnativa di tutto il giro, non per la difficoltà delle curve o per la ripidità della strada, bensì per le numerose buche, direi voragini, che costellano tutto l’asfalto. Giungo a fondo valle, il cervello è un poco frullato, mi riprendo un attimo. Eccola l’ultima salita si sta avvicinando, guardo l’altimetro segna quasi 3.300m di dislivello. Sorrido, dentro e fuori, ormai ci sono in un modo o nell’altro arriverò in cima al Maniva. A Collio devo fermarmi nuovamente per un rifornimento borracce, d’ora in poi non voglio più effettuare soste per non spezzare il ritmo di passomanivadasancolombanopedalata. Il passo Maniva è una salita di 10km circa con pendenza media prossima a 8%, ma spesso sopra il 10%. In realtà non esiste un vero punto di inizio della salita, in quanto la val Trompia dal comune di Bovegno in poi sale continuamente con pendenze che oscillano tra il 2% e il 6%. In totale ci sono 18km di ascesa per superare più di 1.000m di dislivello, di cui gli ultimi 9km sono i più impegnativi. Salgo con la dovuta calma, ogni tanto controllo i pericolosi cumulonembi neri che sovrastano il Dosso Alto a destra e il Dosso dei Galli a sinistra del giogo del Maniva. A poco meno di un chilometro dalla cima non posso resistere e da3vxtreme26 un tornante scatto una fotografia al Dosso Alto già immerso nelle nuvole. Ormai sono in vetta, sono quasi le quattro del pomeriggio, è fatta! Mangio, mi copro, mi preparo per la discesa, ma prima ancora uno scatto della valle del Caffaro dall’alto dei 1.626 del passo. Ora giù verso Bagolino, il tempo quassù, nel pomeriggio, può cambiare anche molto rapidamente. La prima parte di discesa è bella, ma quando si entra nel bosco l’asfalto si fa più sc3vxtreme28onnesso e bisogna stare attenti alle crepe ed alle buche. Arrivo a Bagolino supero il ponte di Prada e mi accingo a sorpassare l’ultima salitella di giornata: 1,3km al 5% di pendenza media. Mi alzo sui pedali, spingo, sento le gambe ancora robuste, spingo ancora più forte, mi sorprendo di me stesso: dopo 160km e più 3vxtreme29di 4.500m di dislivello, non solo non mi sono arrivati i crampi, ma riesco a forzare un poco il ritmo. Giornata di grazia! Inizio l’ultima fase di discesa costeggiando il lago d’Idro e mi fermo a scattare una fotografia nello stesso punto da cui avevo scattato stamattina alle 6.25. Sono quasi le cinque del pomeriggio quando arrivo al parcheggio e carico la bicicletta sull’automobile. Il meteo oggi non è stato eccezionale, ma il giro sì! Per una volta la soddisfazione di avere superato i miei limiti è venuta prima della bellezza dei luoghi visitati.

Grazie CG (central governor) per non avermi disturbato troppo, ma tanto non ti avrei ascoltato!

Per i dettagli tecnici:Cicloturisti!@Passo Crocedomini – Cima Passabocche – Colle San Zeno – Passo Maniva

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Piccole dolomiti bresciane

Oggi è sabato 30 luglio e l’indomani partiremo per le nostre vacanze estive, così decido di effettuare un ultimo giro paesaggistico prima del forzato riposo ciclistico. Per non intralciare troppo i lavori di preparazione delle valige parto ancor prima dell’alba. Sono le 5.27 quando accendo il mio Joule gps+, aggancio il pedale e parto. Destinazione Presegno Bisenzio, frazioni montane di Lavenone da cui si scorgono quelle che sono soprannominate: piccole dolomiti bresciane. L’itinerario prevede di scavallare il colle di S.Eusebio per gettarmi in val Sabbia ed arrivare a Lavenone. Poco dopoWP_20160730_06_22_43_Pro le sei e un quarto sono in vetta alle coste e mi godo il sole che sorge dalle prealpi veronesi. È un buon presagio: anche oggi riuscirò a scattare qualche fotografia interessante dei meravigliosi luoghi che visiterò. Non troppe, ho calcolato i tempi e per essere di ritorno prima di mezzogiorno non devo perdere eccssivamente tempo nelle pause. Ecco che decido di scendere seguendo la bretella esterna di Odolo per guadagnare qualche secondo in discesa. Anche la successiva corta discesa di Preseglie la affronto a testa bassa, ma senza esagerare o prendere rischi. Alle 7.10 sono a Lavenone, sono persino in anticipo e sono felice. Ci pensa la fontana in marmo che distribuisce anche acqua gassata a intristirmi un poco: è chiusa! Nessun problema la seconda borraccia è ancora piena, la temperatura è ancora sotto i 20°C, posso tranquillamente arrivare fino a Bisenzio. Da qui inizia la parte piWP_20160730_07_13_21_Proù bella della mia gita, dopo avere svoltato a sinistra e percorso un primo piccolo tratto in discesa si giunge WP_20160730_07_16_18_Proad una forra creata dal torrente Abbioccolo; non ero mai arrivato qui così presto e il sole che cerca di salire da dietro le montagne conferisce al paesaggio un colore inedito. Proseguo nell’attraversamento del fondo valle, le pendenze per il momento sono dolci e consentono di godere appieno del panorama. Il fragore delle cascatelle è un poco assordante e rompe quel silenzio che solo la montagna sa regalare. Quest’anno è piovuto, spesso e di continuo, le cascate sono ancora cariche di acqua nonostante sia ormai estate piena.

Dopo circa quattro chilometri si abbandona il torrente e si inizia a salire seriamente, anche il paesaggio cambia. Mentre ci si inerpica lungo i tornanti la visuale a tratti si apre verso i monti per poi richiudersi in una fitta pineta dal forte profumo di resina, essenza che suscita in me ricordi di gite in cerca di funghi con il nonno.

Le pendenze ora raggiungono punte vicine al 10% per poi ritornare al 6-7%, la salita è lunga, in totale sono tredici chilometri e non va presa alla leggera, anche perché le sorprese sono tutte nel finale! All’incirca al settimo chilometro su un tornante a sinistra si dirama una sterrata che porta all’agriturismo ‘Piccole dolomiti’ presagio che tra non molto il panorama cambierà nuovamente. Infatti dopo poche centinaia di metri si iniziano a scorgere le cime delle Alpi circostanti. Sono da poco passate le otto del mattino ed il sole che illumina la Cima Caldoline e la Cima della Zerna le fa sembrare realmente rocce dolomitiche.

Perdonatemi l’azzardato paragone, ma il mio pensiero è subitamente andato al Sassongher che vedevo dalla finestra del mio albergo mentre ero a Corvara per la Maratona. Proseguo nella mia ascesa, ormai la frazione di Presegno è vicina ed il sole è salito sopra le creste dei monti a levante conferendo al loro profilo frastagliato un fascino particolare.WP_20160730_08_09_06_ProAdoro l’alba, adoro il suo silenzio interrotto solo dal fragore dell’acqua, adoro i colori ed i giochi d’ombra creati dal sole che sta nascendo! Adoro perdermi nell’immensa solitudine della natura a pochi chilometri dalla civiltà! Mi sto godendo questa salita metro dopo metro, riempio i miei occhi di immagini mozzafiato, le mie narici di profumi alpini, i miei polmoni di aria pura e cristallina. Ecco a cosa serve tanto allenamento sui miei amati rulli invernali: ad arrivare pronto a questi momenti! Perché io cicloturista sono, il responso cronometrico arriva dopo (a volte proprio non arriva!), ciò che importa e poter affrontare lunghi ed impegnativi percorsi alla ricerca di luoghi incantevoli. Sono arrivato a Presegno attraverso il piccolissimo borgo e proseguo verso Bisenzio, è lì poco più avanti. Lo raggiungo, non mi fermo, svolto bruscamente a destra mi alzo sui pedali e spingo duro, la prima ‘sorpresa’ è arrivata: per uscire dal paese si deve affrontare una rampa di un centinaio di metri con pendenza vicino al 20%. Prima di arrivare allo scollinamento ne dovrò affrontare altre tre di queste scalette, molto più brevi, ma dopo quasi dodici chilometri di salita sono sempre ardue da superare. In sostanza una salita piuttosto impegnativa con continui cambi di ritmo, ma con dei paesaggi incredibili.BisenzioAltimetriaArrivato in vetta bevo un sorso d’acqua e mi getto a capofitto in discesa, quest’anno con tutti i temporali che ci sono stati è particolarmente brutta: la sottile striscia di asfalto è ricoperta di sassi e di terra testimonianza che la strada diventa un torrente durante le tempeste. Le pendenze sono molto alte sempre in doppia cifra e scendo sempre a freni tirati per non far prendere velocità alla bicicletta, ora la vista si apre sulla vallata di Pertica Bassa, ma la difficoltà della discesa fa sì che non mi possa distrarre molto. Gli ultimi chilometri prima di giungere ad Ono Degno sono su cementata, bella e pulita, ma con numerosi e pericolosi scoli per l’acqua tipici di queste strade. Arrivo al lavatoio del paese e finalmente mi fermo, nell’ansia di non perdere troppo tempo sono arrivato in anticipo sulla mia tabella di marcia, mi rilasso un attimo e mangio, sono solo le otto e trequarti, ma ho una fame da lupi! Con Carlo avevo stimato di incontrarci a Livemmo alle nove e mezza oppure alle nove e trequarti alla Nozza di Vestone nel caso in cui fosse partito in ritardo ed avesse optato per la salita di Lodrino al posto di quella di Marmentino. Io ora devo affrontare la salita di Avenone per arrivare a Livemmo. È una strada relativamente breve, solo sei chilometri, ma piuttosto impegnativa ed anch’essa con continui cambi di ritmo e tratti abbondantemente sopra al 10% di pendenza.AvenoneAltimetria Scollino, dopo una brevissima discesa sono a Livemmo, arriva il messaggio di Carlo: “Passato Lodrino!” Arriva anche un altro messaggio è di Marina, la chiamo, avrebbe piacere che arrivassi prima: non riesce a combinare nulla con i bimbi che le fanno girare la testa! Cambio di programma: inizialmente avevo pensato di incrociare Carlo e risalire verso Lodrino con lui per rientrare dalla val Trompia, ma ora scrivo a Carlo: prosegui verso le Coste. Rientrerò da lì in modo da cercare di recuperare un poco di tempo, scendo da Livemmo attraversando Belprato, la discesa è bella e sinuosa, per chi ne è capace, c’è veramente da divertirsi. Carlo mi ha risposto: “Sono a Nozza proseguo piano verso Preseglie così non ti rallento in salita”. Premuroso! E Marina sicuramente apprezzerà! Finalmente poco prima del paese raggiungo Carlo ci restano la discesa e le Coste prima di rientrare a Brescia, non è molto il tempo che potremo trascorrere insieme a ‘chiaccherare’, ma va bene anche così. Oltrepassiamo Odolo e ci dirigiamo verso il ‘groppo’. Solitamente eseguo una progressione in questo mezzo chilometro di salita per testare quanto siano stanche le mie gambe alla fine del giro. No! Oggi no! Si sta con Carlo! Un po’ si parla ed un po’ si spinge, vedo che sale bene, considerate tutte le tribolazioni di questa primavera, provo ad accelerare un poco, lui regge, poi si stacca, allora calo un attimo. Proseguiamo così fino quasi al gpm poi gli ultimi metri accelero e mi testo. Quando ci ricongiungiamo in vetta il suo volto è soddisfatto, non pensava di fare un tempo così, soprattutto perché aveva già una salita nelle gambe e quest’anno non aveva ancora fatto un giro con due salite. Sono contento, fa piacere vedere un amico che ritrova fiducia nelle sue capacità ciclistiche, ma soprattutto, egoisticamente ed ironicamente: non posso uscire sempre da solo, altrimenti con chi sfogo la mia incessante parlantina ciclistica?! Scendiamo, Carlo decide di accompagnarmi fino casa  prima di rientrare a Gussago. Sono le undici ed un quarto, sono riuscito a guadagnare mezz’ora sull’orario che avevo lasciato scritto a casa. Ci salutiamo entrambi soddisfatti.

Grazie Marina, ma proprio GRAZIE per non esserti opposta a questo giro, anche se come dici tu: “Avevo alternative?” 😉

PiccoleDolomitiAltimetria

Per ulteriori dettagli tecnici sul percorso: Cicloturisti!@PiccoleDolomitiBresciane (Coste-Bisenzio-Avenone-Coste)

 

Photogallery completa:

Dosso dei Galli con Francesco

Siamo ai primi di giugno e le temperature si sono ormai alzate, stiamo decidendo al telefono il giro per domenica e Francesco esterna un suo desiderio: arrivare ai radar della NATO. L’idea mi intriga molto e la approvo prontamente, resta solo da definire da quale versante arrivare, optiamo per quello di Bagolino.

Domenica 7 giugno partiamo all’alba in direzione delle coste di S.Eusebio. Questa per me è una gita molto particolare. Francesco è il mio migliore amico, nonché testimone di nozze, ci conosciamo dall’età di sei anni ed abbiamo condiviso molte passioni, ma soprattutto è colui che mi ha avvicinato al mondo della bicicletta nel lontano 1993 e che mi ha fatto scalare per la prima volta una delle salite simbolo del bresciano: le coste di S.Eusebio. Le cose evolvono ognuno si crea una famiglia, le priorità cambiano e quindi passano più di dieci anni dall’ultima volta che io e lui pedaliamo insieme per un giro così lungo e impegnativo, ma per noi è come se l’ultimo tour fosse stato l’altro ieri.

Dunque saliamo verso le Coste, proprio come ventidue anni fa, passiamo Preseglie e ci fermiamo per una sosta idrica a Lavenone proprio come allora. A S.Antonio lasciamo il lago d’Idro sulla destra per iniziare l’ascesa verso passo Maniva. Giunti a Bagolino ci fermiamo a rifornirci d’acqua ed a mangiare un paio di barrette nel parco pineta vicino all’inizio della vera salita: 11 km con pendenza media dell’ 8% ed un tratto finale con pendenze sopra il 14%. Si parte all’ombra di un bellissimo bosco dove qua e là si scorgono gustose fragoline di bosco. Sin da subito la salita si fa impegnativa e le chiacchiere si diradano, Francesco preferisce il silenzio nei momenti di massimo sforzo. A circa quattro chilometri dalla vetta ci separiamo, ognuno procede con il suo passo. In vetta al passo scopriamo che oggi parte una granfondo di MTB proprio dal piazzale del Maniva. Ci fermiamo qualche minuto in più per guardare la partenza della gara, inoltre il meteo oggi è eccezionale, il cielo è terso, la visibilità incredibile e così ne approfittiamo per ammirare il panorama. Una volta vista la partenza ricominciamo a pedalare anche noi, ci mancano ancora 8 km al 5% di media prima di giungere alla postazione dei radar. In realtà la pendenza media inganna molto, infatti la strada prosegue con lunghi tratti oltre il 10% alternati da corti falsopiani. Arrivati sul crinale vicino ai radar ci si presenta una vista mozzafiato. Da un lato i laghetti degli alpeggi, la val Camonica e i monti della Presolana dietro di lei, dall’altro lato la valle di Bagolino, il monte Caplone e  il Tombea.

Ma la più grande sorpresa è la vista del lago di Garda, nel cui centro si riesce a distinguere la penisola di Sirmione! Pensare di essere a 2.000m vicino al passo di Crocedomini e vedere la penisola di Sirmione a quasi dell’incredibile.

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Lago di Garda, Sirmione (a centro sinistra una linea in mezzo al lago che termina all’inizio delle cime più vicine)

Francesco mi chiede una fotografia a suggello di una giornata perfetta e non posso certo negargliela.

Ripartiamo, ormai non ci resta che affrontare la discesa fino a Collio e da lì il solito ventaccio soffocante che risale la val Trompia e che ci farà compagnia sino alla porta di casa. Anche questa volta un meteo meraviglioso ha fatto da cornice ad un’escursione e ad una compagnia che, già di loro, erano stupende. Grazie Francesco.

Dati tecnici e gps su: Coste-Bagolino-P.so Maniva-Dosso dei Galli-Collio-Bs

 

I sette borghi di Valvestino

Moerna (in alto a sx), Turano (in basso a sx), Magasa (a dx)

Narra la leggenda che il primo contadino che abitò la Valvestino ebbe sette figli maschi, alla sua morte i figli litigarono rabbiosamente per la spartizione dei suoi beni. Infine decisero di separarsi ed ognuno si costruì una nuova malga dalla quale non si potesse vedere nessuna delle altre. Fu così che nacquero i sette borghi di Armo, Turano, Bollone, Persone, Moerna, Magasa  e Cadria, dal centro di ognuno dei quali è impossibile scorgere gli altri.

Un venerdì sera, scambiando sms con Giorgio sulla gita dell’indomani, mi venne quest’idea: visitare tutti i borghi nello stesso giro ciclistico; anche il mio amico ne fu entusiasta.

La mattina di sabato 18 luglio partiamo all’alba da Polpenazze per raggiungere la Valvestino. Giorgio, per scaldare la gamba (mah!), suggerisce di fare un po’ di quella che io chiamo Entrotenesi (la parte della Valtenesi che non si affaccia sul lago). Finalmente scendiamo dai Tormini e raggiungiamo la gardesana: attraversiamo Salò, Gardone R., Maderno, Bogliaco dove deviamo per il grazioso porticciolo di Villa di Gargnano.

Abbandoniamo il ciglio del lago, è ora di iniziare a scalare verso Navazzo. Il tempo anche oggi è dalla nostra parte: il cielo è limpido, anche se la torrida estate fa già presagire che le temperature saliranno ben oltre i 30°C tra qualche ora.

Arrivati a Navazzo, dopo 7 km di salita regolare con la splendida vista del lago e del monte Baldo, entriamo nella valle del torrente Toscolano che ci porta fino alla diga.

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Lago di Valvestino

Al termine del lago di Valvestino parte la strada che porta a Bollone, il primo dei borghi che visiteremo. Per me è una novità, nonostante questi luoghi li conosca sin dall’infanzia, questa salita cieca mi mancava. Quattro chilometri circa ed eccoci in un bellissimo paesino in cui effettuiamo la nostra prima sosta con uno spuntino.

Si rimonta in sella ora ci aspetta la salita più lunga ed impegnativa della giornata: quella che passando da Magasa ci porta agli oltre 1.100m di Cima Rest, 8,1km con pendenza media del 7,1%, ma con numerosi tratti sopra il 10%. Cima Rest è il punto di partenza per numerose escursioni sull’altopiano e sui monti circostanti, ma è ancor oggi un importantissimo alpeggio per i bovini della zona, dai quali si ottiene il latte per prelibati formaggi. Saliamo, passiamo accanto a Magasa e proseguiamo in un tripudio di colori e profumi fino a raggiungere Rest da cui si ha una vista incredibile. Qui ci fermiamo per una sosta al bar e godiamo del paesaggio.

In realtà per arrivare a Cadria saremmo dovuti scendere da Rest un paio di chilometri per poi tornare indietro, ma ci accontentiamo di vederla dall’alto. Riprendiamo il viaggio  e scendiamo fermandoci a fare un paio di scatti da questa posizione privilegiata che ci permette di vedere il panorama della valle.

Dal fondo valle ora prendiamo la salita per Armo, una salita di soli 2,9km con pendenza media del 6% in poco meno di 15 minuti siamo alle porte del paese anche qui ci fermiamo per le fotografie e per gustarci l’ennesima barretta.

Sono già trascorse più di cinque ore, ma sembra di essere partiti solo da mezz’ora tanto è piacevole il paesaggio e la compagnia di Giorgio. Anzi ora che ci rifletto credo che da quando siamo partiti non siano mai trascorsi più di trenta secondi senza che nessuno parlasse. Tra me e Giorgio in quanto a lingua è una bella sfida; per la gamba vince lui a mani basse: ha il triplo dei miei chilometri dall’inizio dell’anno!

Dopo Armo accostiamo Turano e prendiamo la salita che ci porta alle ultime due frazioni: Persone e Moerna. Salita tosta! Fino a Persone sono 2,7km al 9% di media poi altri 5,2km al 6% di media. Giunti a Moerna siamo nuovamente sopra quota 1.000m e ci aspetta un corto falsopiano che ci conduce al vecchio confine tra l’impero austroungarico e il Regno d’Italia. Già, perché sino al 1918 la Valvestino era territorio straniero ed un poco lo si percepisce ancora quando si incrocia un oriundo, di una certa età, che ti guarda di traverso pensando “Questo forestiero cosa ci fa quassù?”. Iniziamo la breve discesa che ci porta a Capovalle, paese sul crinale che separa la Val Sabbia ed il lago d’Idro dalla Valvestino e dal lago di Garda.

Qui facciamo l’ultimo spuntino di giornata e ci accingiamo ad affrontare l’ultima difficoltà ciclistica di giornata. Scollinato il Passo di San Rocco appena fuori l’abitato di Capovalle scendiamo di un chilometro per imboccare la breve e impervia salita che attraverso la Madonna di Rio Secco ci condurrà al Passo del Cavallino della Fobbia. Sono solo 3,6 km con pendenza media del 6%, ma all’interno è presente una piccola discesa e subito dopo c’è un muro di 400m con pendenza massima sopra il 20%. Da qui inizia una lunghissima discesa lungo la Valdegagna e poi lungo la parte finale della Val Sabbia per arrivare di nuovo in Valtenesi. E’ ormai l’una ed il sole scotta sulla pelle, l’asfalto sotto di noi arde ed il termometro segna 36°C. Entrambi felici per il bellissimo giro non vediamo l’ora di farci una doccia fresca ed abbuffarci a tavola dove le nostre famiglie ci aspettano con infinita pazienza. Grazie Giorgio per la magnifica compagnia.

Per i dettagli del percorso: Valvestino (Bollone-Magasa-Cima Rest-Armo-Persone-Moerna-P.so S.Rocco-P.so Cav.Fobbia)

 

 

 

Gavia, Mortirolo (da Grosio)

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Vorrei iniziare proprio da qui, dalla gita per antonomasia che rappresenta in toto lo spirito di Cicloturisti.

E’ il 29 agosto 2015, si parte in auto alla volta di Ponte di Legno. Siamo io e Carlo, giunti agli impianti di risalita di Temù parcheggiamo ed alle 8.20 siamo pronti per partire per un giro tanto impegnativo quanto gratificante. Ci sono 12°C il cielo è terso, nemmeno una nuvola. Climaticamente i presupposti per una giornata indimenticabile ci sono tutti. Sulla condizione fisica qualche dubbio Carlo lo nutre: settimana scorsa era salito con il team, ma una giornata decisamente no gli aveva impedito di arrivare in vetta al Gavia. Si inizia a pedalare, senza nessuna fretta, consci che con un meteo così la cosa più importante sarà riuscire a godere appieno dei panorami incantevoli che la montagna ci saprà donare. Ed è proprio così che, tra una chiacchera e l’altra, siamo già al tratto duro, usciamo dal bosco e il cielo limpido fa si che io inizi a scattare fotografie all’impazzata: il fondo valle, Ponte di Legno, il ghiacciaio dell’Adamello, Punta di Pietra Rossa.

Usciamo dalla galleria e l’intensità cromatica del lago Nero è sorprendente.

Ci fermiamo al rifugio e finalmente guardiamo il cronometro, giusto per capire che non sarò mai al lago (di Garda) per le 16.00 come avevo preannunciato alla famiglia, ma poco importa, basta un wapp per avvisare che questa giornata in alta montagna ce la vogliamo vivere fino in fondo. L’espressione soddisfatta dei nostri volti sotto al cartello passo Gavia denota, non solo la soddisfazione per la vetta raggiunta, ma anche la bontà del panino con il salame! Nel frattempo la temperatura è salita, ci sono 22°C anche qui, e lo spolverino per la discesa non serve, ci fermiamo un paio di volte per qualche scatto al Lago Bianco, alla Punta S.Matteo ed alla Valfurva.

 

Attraversiamo Bormio ed iniziamo la lunga discesa della Valtellina che ci porterà fino a Grosio per attaccare il Mortirolo da un versante ‘più dolce’. Come sempre accade nelle ampie vallate alpine una forte corrente termica ci presenta il conto soffiandoci in faccia. Oltrepassato Sondalo decidiamo che è il caso di mangiare un altro panino al bar, tutto sommato è l’una del pomeriggio e la pausa pranzo ci sta tutta. Si riparte ed al chilometro 70 inizia il Mortirolo (da Grosio): una piacevolissima sorpresa! Il paesaggio è decisamente diverso da quello noioso e monotono del versante di Mazzo. Da subito si entra in un bellissimo bosco che ripara dall’arsura del sole, la salita è impegnativa, ma mai impossibile. Dopo i 1.100m (s.l.m.) la strada inizia ad attraversare i primi pascoli con le malghe, che sono perlopiù trasformate in baite per le vacanze. La strada si incattivisce e ogni chilometro presenta il suo tratto con pendenze tra il 10% e il 17%.

Intorno al settimo chilometro incontriamo l’ennesima rampa: ognuno prende il suo passo. Poco più avanti decido di fermarmi e fare una fotografia: quella gita che settimana prima era rimasta un’incompiuta, ora, sta per concretizzarsi nella splendida cornice di una giornata baciata dal sole.

Ci separiamo nuovamente ognuno sale al suo ritmo e ci ritroviamo in vetta. Sono le 15.30 davanti a noi la discesa verso Monno e la nuova ciclabile che dall’uscita di Incudine porta fino agli impianti di Temù, per me un insperata sorpresa, che ha reso molto più divertente il rientro. Una ciclovia che costeggiando, nel bosco, il fiume Oglio ed attraversando un bellissimo allevamento di cavalli giunge agli impianti di sci. Sono quasi le 17.00 ed è tempo di ritornare a casa: con poche energie nei muscoli, ma con gli occhi gonfi di meravigliosi paesaggi e lo spirito consapevole di aver vissuto una giornata indimenticabile. Grazie Carlo.

P.s. Per i noiosi dati tecnici del giro:  Gavia e Mortirolo(Grosio)