
Già da alcuni anni ho in mente di percorrere quello che io chiamo il Grande Crinale e che in effetti lo è. Sono le 5.15 del mattino di domenica 13 giugno quando do il primo colpo di pedale e parto per una lunga e spero intensa giornata in bicicletta. Sarà sicuramente un ottimo allenamento per la MDD di inizio luglio. La giornata si annuncia serena con un cielo particolarmente suggestivo e carico di colori.
Mi dirigo con passo costante verso le Coste che valico prima delle 6.30, scavalco anche quel piccolo dosso di Preseglie e risalgo tutta la val Sabbia. A quest’ora il traffico veicolare è ancora abbastanza dormiente. Prima delle 7.30 sono sul lago d’Idro, alle 7.45 ad Anfo svolto a sinistra ed inizio la prima vera e grande salita di giornata: il passo Baremone. Ho già riempito una borraccia e mangiato un paio di barrette. La lunga cavalcata in bicicletta di oggi necessita di un apporto costante di carboidrati. Il cielo è terso, il primo rettilineo di salita consente un ampia visuale sull’Eridio e io me lo godo tutto mentre risalgo la montagna. Il Baremone è una delle salite che preferisco, 11km di inequivocabile intensità muscolare (11,2km 980m dislivello pendenza media 9%), ma di inegualiabile bellezza nei panorami. I suoi tornanti sinuosi consentono di ammirare la strada che si è già percorsa snodarsi sotto di sé. È sempre un’incredibile emozione, oggi è anche supportata da un meteo stratosferico ed un clima ancora fresco (17°C/23°C). Intorno alle 9.15 sono in vista del passo ed entro al rifugio per due coche, una la bevo subito e l’altra la verso in borraccia. Cinque minuti di sosta e riparto, la giornata sarà lunga e dovrò ottimizzare anche le soste. So già che l’impulso fotografico mi farà fermare innumerevoli volte con un cielo così limpido ed una profondità di campo così lunga.
Il tratto che conduce al passo Maniva attraverso il passo Dosso Alto (1.704m) è tanto incantevole quanto ricco di insidie. Incantevole perché la vista sulle cosidette “Piccole Dolomiti Bresciane” che dominano la vallata di Presegno, Bisenzio e Vaiale lascia senza respiro; insidiosa perché il chilometro di strada sterrata ricoperta di sassi taglienti può rovinarti la giornata con il taglio di copertone. Così non è ed io mi godo questa meravigliosa natura alpina. Sono ormai al passo Dosso Alto e vedo poco più in basso il piazzale del Maniva già abbastanza pieno di autoveicoli. Ecco un primo parziale ritorno alla civilità. Infatti una delle cose che adoro del Baremone è che non vi si trova mai traffico, la strada che lo congiunge al Maniva è troppo brutta e stretta e fortunatamente gli automobilisti la disdegnano, solo qualche motociclista la percorre. Tutto ciò consente di pedalare per più di due ore nel totale silenzio ascoltando solamente i suoni della natura. Percorro il breve tratto di discesa che collega il Dosso Alto al Maniva anch’esso sterrato e messo piuttosto maluccio. Alle 10.30 attraverso il piazzale e riprendo a salire in direzione Passo Crocedomini, dai 1.626m del Maniva devo arrivare ai 2.126m del Dosso dei Galli in poco più di 8km che detto così sembrerebbe abbastanza agevole, ma la pendenza media inganna in quanto sono presenti due leggeri tratti di discesa, il secondo più consistente. La pendenza in realtà in buona parte è in doppia cifra, ma la vista a 360° che si gode da questa strada di crinale ripaga di qualsiasi sforzo. Ebbene sì il “Grande Crinale” è questo, il lungo traverso che da passso Baremone (1.400m) conduce fino al passo Crocedomini (1.892m) passando proprio per il dosso dei Galli, il punto più alto ben oltre i 2.000m. Una strada di oltre 26km sempre in quota e spesso sul crinale che separa le valli, una merviglia che dovrebbe essere riconosciuta anche dalle comunità montane delle tre valli bresciane. Una strada che partendo dall’alta val Sabbia si affaccia sulla val Trompia e termina in val Camonica.
Oggi la giornata è così limpida che da sopra il Bonardi si può facilmente vedere la parte bassa del lago di Garda e distinguere la sinuosa lingua della penisola di Sirmione. Sfortunatamente il mio telefono fa delle buone fotografie, ma non arriva a tanto come teleobiettivo. Arrivare al Dosso dei Galli è sempre una grande emozione, sia per l’impegno fiisco, sia per l’enorme fascino che esercitano i due paraboloidi giganteschi dell’ex-base NATO. Da qui inizia un altro tratto di sterrato, molto più lungo dei due precedenti e intervallato da un paio di tornanti asfaltati. Il fondo stradale è buono, molto più compatto dei precedenti, il paesaggio ora è indescrivibile, di rara bellezza, la profondità di campo sulle Alpi è straordinaria e la neve rimasta a bordo strada aggiunge riflessi luminosi alle intense tonalità di verde e blu di monti e laghetti. Il laghetto di Lavena incastonato tra verdi pascoli e sottili strisce di neve residua lascia storditi dalla magnificenza.
Raggiungo finalmente il passo Crocedomini, è ormai mezzogiorno passato, il rifugio è già stracolmo di avventori, perlopiù motociclisti, come dargli torto vista la giornata. Giusto il tempo di due didascaliche fotografie ed una barretta e mi getto in discesa verso la val Camonica. In realtà ho fame e vorrei fermarmi, ma dopo tutte quelle ore trascorse nel silenzio e nella pace dei monti, le voci sguaiate dei vacanzieri stridono alle mie orecchie. Dopo circa 7km attraverso il piccolo abitato di Campolaro e mi fermo ad un bar con una splendida vista sui monti. Un panino, una coca ed un caffè è il giusto reintegro prima di incanalarmi nella lunga valle. Mezz’ora di sosta rifocillatrice e ricomincio a pedalare.
A Bienno finisce la discesa vera e propria o comunque la parte tecnica, mi fermo alla fontana a svuotare e riempire le borracce con acqua fresca. La temperatura è ormai sopra i 30°C, attraverso Berzo Inferiore e dalla circonvallazione di Esine prendo a sinistra la deviazione per le due frazioni di Sacca e Plemo che mi conduce in centro a Darfo per via poco trafficata. Da pochi anni è ormai pressoché completa la ciclovia della val Camonica ne approfitto per discendere la valle fino a Pisogne. Ho sempre odiato il lungo rettilineo da Darfo a Grattacasolo sulla provinciale in mezzo al traffico e anche se la ciclabile mi costringerà ad un continuo zigzagare nei campi attorno all’Oglio tutto ciò sarà nettamente più piacevole. Così è, il passaggio tra campi, maneggi, allevamenti, l’avvicinarsi dell’argine dell’Oglio rendono questi 15km molto più interessanti e soprattutto rendono meno fastidioso il forte vento di termica che il pomeriggio risale sempre la val Camonica. Giungo a Pisogne, sono le 14.30, potrei costeggiare il Sebino e tornare a Brescia maledicendo il forte vento contrario oppure salire al colle si S.Zeno e ammirare il lago dall’alto scendendo poi in val Trompia. Ovviamente propendo per la seconda, per me qualiasi salita è meglio del forte vento contrario. Vengo subito premiato, la chiesa di S.Maria della Neve con il celeberrimo ciclo di affreschi del Romanino è aperta. Immancabile la visita e il reportage fotografico, è la prima volta che riesco ad entrare dopo la scomparsa di mia madre.
All’uscita mi pervade una enorme tristezza, ero solito condividere le fotografie dei luoghi d’arte con lei. Riparto, la salita a San Zeno attraverso la Val Palot è lunga, sono circa 17km con 1.200m di dislivello con un lungo falsopiano proprio in Palot. Le pendenze, quindi, non sono per nulla costanti e si alternano duri tratti al 12/14% con altri molto più morbidi al 6/8%. Con più di 130km e quasi 2.500m di dislivello nelle gambe l’unica tattica che posso usare per salire è quella della “lentezza”. Questo mi consente di osservare il paesaggio, la natura rigogliosa che mi circonda. In Palot è d’obbligo la fermata alla fontana per mangiare qualcosa e riempire nuovamente le borracce, la temperatura nel fondo valle aveva toccato i 35° e solo dopo l’ingresso nei boschi era ridiscesa sotto i 30°. Ora ci sono 26°C e mi restano i quasi 5km finali per arrivare al colle. In questo caso la pendenza è piuttosto regolare attorno al 7/9%, mantengo un passo lento e in poco più di mezz’ora sono al passo (meglio di quanto pensassi).
Sono quasi le 17.00, rapida barretta e giù in discesa. La strada è paesaggisticamente bella, ma quanto ad asfalto lascia molto a desiderare, piena di buche e con fondo sconnesso richiede sempre molta cautela almeno fino alla prima frazione di Pezzaze, Avano. Poco prima delle 17.30 mi innesto nella ex-statale del Crocedomini e procedo dritto per dritto fino a Ponte Zanano, la strada non è eccessivamente trafficata ed il vento contro passabile, ma ora è giunto il momento delle mie deviazioni abitudinarie, per cui svolto a destra oltrepasso il fiume Mella e scendo da Noboli, Cogozzo, Cailina, San Vigilio per schivare un po’ di autovetture. Ormai sono alle porte della città, stanco, molto stanco, ma estremamente soddisfatto e compiaciuto del giro fatto. Come sempre i numeri potete trovarli nei link a Strava e Komoot, ma quelli servono a poco, quello che conta sono sempre le emozioni che la bicicletta ci sa donare.
Dettagli tecnici su Komoot: https://www.komoot.it/tour/392123941
Dettagli tecnici su Strava: https://www.strava.com/activities/5464348317
Video integrale su YT: https://youtu.be/W0r7Xw7KPUA

































































































































































Pur essendo, per me, una giornata di divertimento, in qualche modo è anche lavorativa, incontro molti miei colleghi oltre che tutti i ragazzi del negozio (miei clienti). La partenza è ad ora tarda! Alle 10.00 del mattino, roba che normalmente ho già 2.000m di dislivello nelle gambe. Ci troviamo io, Gigi, Paolo, Francesco ed il mitico Alex fresco reduce dall’Italy Divide. Ricorsi storici, anche lo scorso anno ad Ascesa5000 pedalai con Alex che era appena rientrato dall’Italy. Ci sono veramente tante altre persone che conosco alla partenza. Passate le dieci da qualche minuto decidiamo di partire, anticipando il vero gruppo. La traccia prevede di spostarci sulla ciclabile del fiume Mella per poi attraversare la città e salire in Castello per dirigerci verso le cave di Botticino.

















































































































































































































































È il giro delle strade bianche dei Colli Storici. Si tratta di un grande anfiteatro morenico, ovvero un ambiente formato da cerchie collinari con interposte piccole aree pianeggianti, originatesi dai detriti rocciosi trasportati dal grande ghiacciaio del Garda due milioni di anni fa (per info:

Mangio anche qualcosa, riparto, potrei andare rapido a Solferino sulla strada asfaltata, in questa zona il traffico è comunque ridotto di suo, in più siamo in allerta covid, ma preferisco inserire il quarto segmento (5*) di 3km. Il terreno stavolta è perlopiù quello da campo, quindi molto più mosso e fortunatamente asciutto. Rientro sull’asfalto a Staffolo, località di Solferino, qui proseguo per l’Ossario. Fermata d’obbligo, è ancora chiuso. Ritorno sui miei passi e salgo fino alla torre di avvistamento.

























































Qui, dopo aver oltrepassato il Crocevia, alla rotonda successiva svolto per il centro e la valle omonima. Questa strada, meno nota, mi consentirà di arrivare a Gazzolo di Lumezzane senza passare dal terrificante e infinito rettilineo che attraversa le frazioni basse di Termine e Valle. Quella è la strada principale che porta a Lume, una lunghissima fila di capannoni lunghi e bigi che testimoniano l’infinita operosità del popolo valgobbino, ma che sinceramente sono piuttosto deturpanti del paesaggio circostante. La valle di Sarezzo invece sala dritta in mezzo ai quartieri residenziali con pendenza a volte più sostenuta, ma sempre pedalabile. Il confine tra i due comuni è segnato da una corta e leggera discesa su una stretta strada a senso unico alternato (interdetta ai veicoli oltre i 3.5t). Ecco palesato il perché non venga percorsa normalmente dal traffico automobilistico, se non locale. La traccia che ho elaborato alcuni mesi or sono mi conduce tra le vie di Gazzolo fino ad una piccola piazzetta dove la chiesa di Sant’Antonio da Padova la fa da padrona. Rimango relativamente stupito da questo angolo di antichità che, sotto le prime luci dell’aurora e dei lampioni comunali, denota una certa bellezza e contrasta fortemente con tutta l’urbanizzazione che gli sta attorno.
Inevitabile la sosta fotografica, riparto, le vie di Lumezzane sono caratterizzate da improvvise rampe di collegamento tra le strade principali che rasentano o superano per brevi tratti il 20% di pendenza. Odo un rumore di fucina, sono le 6.40 del mattino, in una fabbrichetta la luce è accesa, anche i macchinari sono accesi. Qui si lavora anche il giorno di Pasqua e di buon ora! Zigzagando arrivo all’imbocco della cementata per il Sonclino. Come d’incanto il paesaggio cambia radicalmente, davanti a me solo il bosco, dietro il cemento.
Bastano pochi metri per capire che oltre al panorama è cambiata radicalmente anche la pendenza, un bel rettilineo sinuoso con pendenza oltre il 17% mi accoglie.
L’aurora sta facendo spazio all’alba, anche se da qui, tra le montagne, non si potrà godere del sorgere del sole. La luce inizia ad illuminare il paesaggio e riconosco sotto di me la valle di Sarezzo e la bassa val Trompia. Dopo questo primo assaggio di 500m impegnativi la situazione pendenza migliora relativamente, ma sempre restando sopra il 10%. Io mi guardo intorno, per me è una visuale nuova sulla val Trompia.
La salita si inerpica a stretti tornanti sul versante sud-ovest della montagna. Dopo circa 3km si oltrepassa l’eremo di San Bernardo, da qui la strada diventa una consortile privata, la sbarra è alzata, la caccia è ormai chiusa, ma meglio non avventurarsi in queste zone all’alba durante la stagione venatoria. Proseguo ancora un paio di chilometri ed i tornanti si fanno più tosti, la pendenza torna abbondantemente sopra il 15%, la vegetazione cambia, al bosco si sostituiscono arbusti fioriti di erica,
sono ormai attorno a 1.000m di altitudine, la temperatura continua a scendere ed ormai è vicina allo 0°C. Ora la vista dai tornati si è spostata verso nord-ovest. Intravedo una chiesa sulla montagna di fronte a me, è il celebre Santuario di Sant’Emiliano che sorge poco sotto la vetta dell’omonimo monte, anch’esso meta ciclistica di biker, vi si arriva tramite una terribile ascesa che prima o poi ho in mente di fare.
Sono ormai in vista del crinale, Lumezzane appare piccolo laggiù in basso.
Il Bivio per la Corna di Sonclino ed il Dosso dei quattro comuni segna la fine della salita (8,6km al 9,1%) e l’inizio del falsopiano. Uno splendido balcone a 1.300m che guarda verso mezzogiorno, fortunatamente il meteo sta migliorando ed almeno verso sud il cielo è sgombro da nuvole. Non pensavo ci fossero così tante baite di vacanza in questo luogo, ma devo dire che sono splendidamente incastonate nella montagna in una posizione invidiabile. Qualcuno sta costruendo sopra delle macerie e la mia passione per le ruspe mi obbliga ad uno shooting fotografico.
Riparto, ma solo per trovare il punto migliore per la didascalia panoramica. Uno spettacolo! Di fronte a me il monte Conche e il monte Palosso entrambi a 1.100m circa, tra di loro si vede perfettamente la parte sud della città e l’altissimo camino del termovalorizzatore, più lontano compaiono vagamente le sagome degli appennini.
Sotto di me l’intera città di Lumezzane si sviluppa allungata all’interno della val Gobbia. Vista da quassù non sembra neanche quell’assembramento di cemento e ferro qual è. Sono quasi alla fine del crinale, vedo un bellissimo prato con una staccionata nuova vi appoggio la bici e mangio una barretta, osservo meglio, da sotto, spuntano le cime di un semicerchio di alberi, pare proprio essere un casotto interrato, anzi a me da proprio l’idea di una “ Casotto spa” magari li sotto c’è anche una sauna.
Inizio la discesa, ripidissima, cementata, tortuosa, ma con veduta spettacolare sui monti scoscesi.
Prima di ricongiungermi con la provinciale del passo del Cavallo una grande cancellata gialla chiude completamente la strada e segna la fine della consortile. Un passaggio a gradini incorporato alla sinistra del cancello consente il transito ai pedoni. Bici in spalla e passo.
L’aria resta frizzante, costantemente tra 2°C e 4°C durante tutta la discesa, nonostante il sole sia ormai alto. Sono sulla provinciale, meno di un chilometro al passo del Cavallo. Ritorno alla civiltà, guardo l’ora: quasi le 9.00, fortunatamente il traffico è ancora modesto. Inizio la discesa verso Agnosine, oltrepasso le gallerie, non mi sono mai piaciute queste gallerie, lunghe dritte con poco traffico, si rischia sempre il “fenomeno” che crede di essere in pista e sfreccia a 150km/h. All’uscita dalla seconda, in località Casale, svolto a destra su una sterrata. Questa deviazione mi consentirà di arrivare a Binzago nuovamente in mezzo alla natura.
La strada per me è nuova all’inizio lo sterrato è bello e pianeggiante. Dopo circa 800m oltrepasso il torrente Vaso Bondaglio e le cose si complicano com’era giusto che fosse. Dai cartelli gialli e neri scopro che questa sterrata fa parte del percorso permanente della Conca d’Oro bike. Lo sterrato si fa più smosso e la pendenza inizia a crescere, sono già oltre il 10% ancora qualche centinaio di metri e davanti mi ritrovo letteralmente un muro di circa 100m. Scendo lo percorro a piedi, la pendenza oltrepassa anche il 30% in alcuni punti.
Sono in cima, il cartello recita Passo del Viglio 742m, da questo incrocio parte anche un ampio sentiero che scende in val Bertone per congiungersi direttamente al paese di Caino. Io, invece, tengo la carrareccia principale che sale ancora per qualche centinaio di metri, la strada ora è ben battuta, segno che viene sfruttata anche per il traffico veicolare dei contadini e dei cacciatori.
Mi fermo per una fotografia, riparto ora la via diventa cementata, la pendenza in discesa si fa più pronunciata. Un paio di chilometri e sono a Binzago, remota frazione del comune di Agnosine, mi fermo per la solita fotografia dal sottoportico.
Sono sempre stato incuriosito dal fatto che non esista una strada asfaltata che congiunga il borgo al suo comune, ma solamente una cementata che si tramuta in sterrata per un tratto del bosco, mentre l’unica strada asfaltata scende fino ad immettersi sulla salita delle Coste nel comune di Odolo. Riparto, subito dopo Binzago una minuscola frazione raccoglie un piccolo gioiello, è il santuario di San Lino, pregevole chiesetta romanica del XI secolo.
Sosta fotografica, sono quasi le dieci del mattino, la parte interessante del giro è pressoché terminata, non mi resta che affrontare le Coste di S.Eusebio, ultima dolce asperità di giornata e tuffarmi in discesa verso casa. Poco dopo le 10.30 sono ddi rientro per spacchettare le uova pasquali con Alice e Matteo. Pochi chilometri, solo 66km con 1.500m di dislivello, ma grande entusiasmo per il nuovo itinerario affrontato e felice per la splendida mattinata che mi ha consentito di osservare panorami mozzafiato.















































































Vedere il cielo cambiare colore a poco a poco, passando dal blu notturno, ad un blu di Francia ed infine divenire turchese e cobalto mentre salgo i tornanti del Gardena mi affascina. Sporadicamente il passaggio di un autoveicolo mi distoglie da questi paesaggi assieme fiabeschi ed onirici, ma, in un battito d’ali, ritorno nel mio mondo. Passato il quinto chilometro di salita il sole inizia ad albeggiare. Le punte più alte del Sella prendono luce e si incendiano come fiammelle di candele. Io le osservo soddisfatto e compiaciuto.
Il versante di Selva è una piacevolissima sorpresa, poco più di 5km, pendenza regolare 6/8% ed un piccolo tratto a 4/5% poco dopo l’inizio della salita, proprio in corrispondenza del ghiaione dove durante le Maratone sostano le ambulanze pronte per l’emergenza. Infatti, scendendo dal Sella, subito prima di quest’ultimo un paio di brutte curve inducono spesso i corridori a delle pericolosissime scivolate, nonostante gli innumerevoli avvisi degli “sbandieratori” dell’organizzazione posti sul percorso. Io innesto da subito il rapporto più agile, in questo modo la gamba gira veloce sempre oltre le 70 rpm ed io mi riscaldo. La vista è spettacolare, per la prima volta, posso godere con calma della panoramica sul Sassolungo, ora quasi completamente illuminato dal sole.
La gamba gira bene, anche i watt si attestano leggermente sopra i 200w, come abbia fatto il mio corpo in queste due ore a riscaldarsi ed entrare in condizione di massima efficienza me lo sto ancora domandando. Fatto sta che spingo, non a tutta, ma spingo con vigore sui pedali, supero altri due “pazzi” che come me hanno deciso di cavalcare le loro biciclette con queste temperature e vengo superato da altri due “matti” che salgono forte con un ritmo da ottimi amatori. Ad un paio di chilometri dallo scollinamento incomincio ad intravedersi il sole. La temperatura è ancora di poco sopra lo 0°C, ma so già per esperienza che, con l’irraggiamento solare, la sensazione sarà completamente diversa. Sono in vetta, oltrepasso il lunghissimo piazzale e mi fermo per il mio reportage fotografico all’inizio della discesa con splendida vista sul Sella e sugli alpeggi di Arabba.
Ultimi sguardi verso l’ampia vallata che sale a passo Pordoi prima di infilarmi nei pochi tornati che conducono al lunghissimo rettilineo del Campolongo.



Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a
Continue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.
Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.

La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.

La bellezza del luogo, il fresco del bosco (14°/16°C), l’asfalto liscio la rendono molto meno faticosa. Prima del quinto chilometro sono già a 1.000m di quota, circondato, ancora una volta, da splendidi maggiociondoli in fiore. In questa amenità l’ultima cosa a cui penso è la fatica della scalata, ci penseranno poi i dati del gps a decretare che per più di 10km (su 12,3km totali) la pendenza è rimasta sopra 8%. Iniziano i primi alpeggi e fortunatamente anche il primo breve falsopiano in corrispondenza della chiesetta di Santa Croce, solo un centinaio di metri e si risale a 10%. Poco prima dell’ottavo chilometro un’altra contropendenza, questa volta più lunga, quasi cinquecento metri. Il panorama si fa sempre più ampio man mano che salgo, si iniziano a scorgere il Cornone di Blumone e la vetta dell’Adamello anche se oscurata dalle nuvole.











Io mi fermo un attimo e fotografo, i campi davanti a me sono zuppi come se avesse appena smesso di piovere, in realtà è semplice rugiada. Dopo Bovegno la strada si stringe ancora diventando quasi una forra, qui il sole, in inverno, non si vede mai, all’altezza della vecchia miniera Tassara, ora trasformata in miniera avventura, raggiungo la temperatura minima di 4°C! Subito dopo il torrente che si getta da destra nel Mella forma una cascata di una cinquantina di metri ed è ricolmo d’acqua. Mai l’avevo visto così ed il suo fragore rompe il silenzio di queste prime ore del mattino. Vorrei fermarmi, ma fa troppo freddo per una sosta fotografica dai tempi di esposizione lunghi e con il piccolo “octopussy” come cavalletto per rendere l’idea del flusso d’acqua.


Arrivo nel parcheggio all’inizio della val di Bondo. Mi fermo, mangio, guardo il gps, sono le 11.00, ho impiegato più di un’ora (comprese le soste) per percorrere sette chilometri di discesa! Sono talmente soddisfatto di quello che ho visto e del percorso che sono riuscito a concludere che il giro potrebbe finire qui. Invece il mio programma prevede ora di percorrere la Tignalga fino al caseificio di Tremosine per poi svoltare a destra nella valle del torrente San Michele. Già un paio di anni or sono mi sono addentrato su questa sterrata per un paio di chilometri, oggi l’obiettivo è quello di arrivare all’Eremo. Quest’ultimo è posizionato in fondo alla valle proprio laddove la strada di impenna verso il passo Tremalzo. Sono poco più di tre i chilometri di fondo valle che scorrono prima in leggera salita e poi in leggera discesa



















Sì frena, è strano, morbida, progressiva, senza bloccare eppure intensa, ma sono le prime frenate, le pastiglie ancora nuove, forse bisogna rodarle un po’. Oltrepasso i 60km/h, che per me è quasi una follia, e freno deciso. Sono in piazzale Arnaldo, ora AliMat, dopo la Madda, deve conoscere il Castello, altro luogo che frequenterà tantissimo in allenamento e non. Mi alzo sui pedali e spingo, passo i 500watt, si attiva la registrazione automatica del mio Xplova X5evo.
Quest’anno lo sto affrontando con un mese di anticipo! Si presenta così 10,7km 900m dislivello con pendenza media superiore a 8% ed un chilometro finale sempre sopra 10% con punta di 16%. Una salita lunga ed impegnativa in cui i tratti dove rifiatare bisogna inventarseli perché non ci sono, eccezion fatta per due brevissimi finti falsipiani (si passa dal 10% al 4%). A suo favore, oltre il fascino della salita alpina da grimpeur su una stretta strada di montagna, l’incredibile e vario paesaggio che la circonda. Oggi, sotto questo aspetto, è “la giornata perfetta”: la primavera è già arrivata ed i pascoli che si alternano alla pineta sono traboccanti di fiori (premere HD in basso a destra per vedere il video in alta definizione)
Ora non si scherza più, per arrivare in vetta ai piani di Vaghezza mancano 6,3 km, la pendenza è spesso in doppia cifra, soprattutto i primi due chilometri che mi aspettano presentano un lungo rettilineo costantemente attorno al 14%. Io salgo corroborato dal pranzo, ma stanco per le ore già passate in sella. Dopo un paio di chilometri sono al bivio di Dosso di Marmentino, potrei semplicemente tenere la strada principale e scendere subito a Tavernole, ma mi perderei lo spettacolo a 360° del punto panoramico sopra lo skilift abbandonato. Quindi proseguo, non curante della fatica, guardandomi attorno mentre guadagno quota ed attraverso un’altra magnifica pineta profumata.






Io la affronto con calma per sudare il meno possibile.
Nei primi due chilometri la pendenza si attesta tra 8% e 10%, poco dopo il primo chilometro il muro di sostegno di una vecchia cascina è stato di recente dipinto con le figure di un gruppo di ciclisti, impossibile non fermarsi a fotografarlo.
L’erta di snoda tutta all’interno di un bellissimo bosco di pini, larici ed abeti. Il sole a Marmentino mi ha riscaldato e la temperatura è risalita fino ad 8°C. Ora nel passare nuovamente al lato nord della montagna, sotto la chioma protettiva dei pini, la temperatura crolla nuovamente a 2°C.
Sono ormai le 11.30 quando scendo di bicicletta “at the top”. Il sole è alto nel cielo ancora terso. L’aria frizzante (6°C), la vista a tutto tondo sui monti limitrofi, la pace e la tranquillità di un luogo poco frequentato, mi ripagano ampiamente della fatica e del freddo accumulato. Mi dirigo verso il punto più alto nel prato per poter scattare delle fotografie panoramiche.


La scalata è abbastanza lunga, sette chilometri, e per nulla banale, anzi direi di tutto rispetto con una pendenza media di 9,2% e punte di 15%. I primi 2,5km si snodano con frequenti tornanti lungo l’abitato di Magno, il paesaggio non è ancora un granché, la pendenza si assesta attorno a 8% con qualche breve strappo a 10%. Giunto in centro a Magno la prima rampa a 12%. Strappo breve, ma presagio che uscito dal paese non sarà più uno scherzo. Infatti dopo alcune centinaia di metri al 7% la strada si stringe assumendo la tipica conformazione delle vie di montagna. I tornati si fanno stretti, la pendenza è costantemente sopra il 10%. Ogni volta che l’occhio cade sul mio Xplova vede numeri tra il 10 ed il 15. Ora l’asfalto sotto le mie gomme “cicciotte” (700×38) sembra molle e appiccicoso, la velocità è ridicola. Tutto gioca contro di me, l’attrito dei copertoni larghi, i miei tre chilogrammi di troppo già messi su da quest’estate, e il pesante borsone sottosella per il cambio prima della discesa. Non sto certo salendo per fare il tempo, ma la sensazione è proprio quella di essere un “bradipo-missile”. Fortunatamente anche il paesaggio è cambiato, le case hanno lasciato il posto ai boschi e dai tornati posso vedere a sud la conca di Gardone ed a nord le Alpi.
Proseguo nella scalata e giungo all’ingresso dell’altopiano, oltrepasso il parcheggio e la trattoria “La fabbrica”. Da qui la strada diventa cementata, finalmente inizio a giustificare l’uso della ghiaiosa. Nel frattempo il cielo si è aperto ed il sole intiepidisce l’atmosfera. L’idea è di arrivare fino a dove inizierà lo sterrato fangoso. Ho studiato la traccia, esiste un bellissimo percorso che si congiunge a Pezzoro, ma dopo tutta la pioggia di ieri sicuramente oggi sarà un pantano.
Il paesaggio ora è meraviglioso, sono a 1.000m di altitudine, da qui partono le escursioni al monte simbolo della val Trompia, il Guglielmo, el Gölem in dialetto. Ovviamente mi fermo per un primo breve shooting fotografico, so che tornerò ancora da quella strada, per cui potrò scattare altre istantanee, forse con una luce migliore.



Qualche didascalica istantanea a suggellare l’importanza di questo sito preistorico che ci ricorda l’evoluzione della nostra razza.











