
Sono quasi le 7.00 del mattino quando scarico la bicicletta dall’auto in quel di Moniga del Garda sede di partenza della Gravaltenesi 2022 evento ghiaioso nella bellissima zona collinare del basso lago. Come arrivo al castello, luogo delle registrazioni, incontro Paolo con un suo amico. Il tempo di ritirare i due gettoni per spiedo e birra che avevo precedentemente prenotato, ed incontro Alberto di Novamotor che è salito da Verola con tutta la sua combriccola. Poco dopo una piacevolissima sorpresa, vedo Matteo il veronese conosciuto ormai tre anni fa alla “Coppa Asteria” di Bergamo ed amico del celebre Matteo Grioni, da allora ci seguiamo sui social per guardare le splendide tracce di entrambi. Due parole con lui e mi passa a fianco Walter, uno dei Maiali Volanti (gli organizzatori), è in libera uscita e farà il percorso lungo. Pavolino (Paolo) scalpita, si parte. Usciamo dal castello e ci dirigiamo al porto di Moniga, l’asfalto è bagnato e cosparso di pozze. Il cielo bigio non invoglia a pedalare, l’umidità altissima e la temperatura autunnale (14°C) neanche, poi si sa queste non sono le mie condizioni meteo preferite. Passato il porto risaliamo verso il paese, lascio andare tutti, salgo con il mio passo, anzi a dirla tutta pure a metà del mio passo. Non ho voglia di sudare ed inzupparmi subito, procedo in modalità “bradipo” guardandomi attorno come un turista. Attraverso la statale e mi infilo nel primo sterrato tra vigne e ulivi in direzione Padenghe.


All’inizio dell’abitato svolto a destra e salgo verso la parte alta del paese, stradine note che conducono al castello di Padenghe splendidamente posizionato con fantastica vista sul lago, immancabile l’autoscatto e la foto panoramica anche se la vista oggi non è delle migliori.


Riparto, scendo verso l’abbazia di Maguzzano mediante stradelle e sterrate, anche questa sarebbe in un luogo dalla vista spettacolare. In qualche modo lo è anche oggi con l’effetto delle basse nubi sbiancate che coprono il monte Baldo a far da contrasto al giallo dei campi di grano ed al verde scuro degli alberi.


Salgo dolcemente verso l’ospedale di Desenzano, lo passo, e proseguo verso i Barcuzzi di Lonato. Qui la strada è bianca compatta come le sterrate toscane, anche il paesaggio è simile e le ricorda. Valico il crinale della Valtenesi, buona parte della traccia è costruita proprio a cavallo del crinale che unisce Lonato a Salò, consentendo di godere di paesaggi incantevoli da ambo i lati. Entro da nord nell’abitato di Lonato, in pieno centro una svolta a sinistra mi invita al rapporto più agile per aggredire la breve, ma arcigna salita per il castello (un centinaio di metri oltre il 20% di pendenza). Terzo castello di giornata e sosta fotografica d’obbligo prima della camminata sulle scale per la discesa.


Sono nella parte più agricola del giro, mi circondano i campi di grano di Bettola e Sedena. Toccata l’estremità sud della traccia inverto la rotta e ritorno verso nord accompagnato ancora da nuvole basse e talvolta minacciose. L’andatura è ancora turistica in attesa di chissà che cosa.


Sono passati i primi trenta chilometri, ogni tanto da dietro sopraggiunge qualcuno, mi saluta e prosegue, ma tra Bettole e Sedena quel qualcuno mi riconosce: “Ciao! ti ricordi?” Ribatto io: “Certo al B3L gravel ride un mesetto fa, ma ricordami meglio a che punto del percorso?” Inizio ad incontrare troppe persone con cui “ciacolo” durante le pedalate e non sempre ricollego tutto al punto giusto. È Michele, era alla partenza con noi poi svoltò per il corto e si prese una lavata salendo a San Vito e Muratello. Insieme a lui Mauro, pedala una bici da bikepacking con manubrio tipo Cinelli DoubleTrouble, guarnitura da mtb e forcella dritta rigida, insomma un trattore per andare ovunque anche carichi di macigni. Ovviamente parte il chiacchericcio ed insieme ci infiliamo nei boschetti che conducono al magnifico castello di Drugolo (di cui pubblico una foto del giro Colli Storici (colline moreniche del Garda #fakeTuscany)


Attraversiamo la provinciale e dirigiamo verso il golf Arzaga per rientrare sul crinale all’altezza del confine tra Soiano d/L e Carzago d/R. Rientriamo nel bosco su splendida carrabile sterrata che dolcemente ci fa planare nel centro di quest’ultimo borgo. Risalendo verso nord, altri sterrati campestri ci consentono di ammirare, sulla nostra sinistra, le grandi voragini delle cave di marmo di Botticino, territorio proprio del giro dove io e Michele ci siamo visti per la prima volta. Intersechiamo la provinciale Muscoline-Polpenazze e dirigiamo verso la piana del lago Lucone. A costo di divenire un logorroico Cicerone spiego ai miei compagni l’importanza di questo luogo che recentemente è stato inserito dall’Unesco nel patrimonio dell’umanità. Da alcuni anni in questa piana, anticamente lacustre, sono ripresi i lavori archeologi dopo il ritrovamento di nuovi resti delle prime civiltà preistoriche della zona risalenti a oltre 4.000 anni fa. Ora che anche l’Unesco ha riconosciuto l’importanza di questo luogo si sono resi disponibili i fondi per poter analizzare e scoprire nuovi reperti nella zona. Noi proseguiamo, riattraversiamo la provinciale di prima, ora siamo dal lato del crinale che guarda sul lago. È il momento del “fake Tuscany” più completo! Risaliamo tramite ripida strada bianca sul dolce crinale di Polpenazze, qui i cipressi “in duplice filar” racchiudono la carrabile “alti e schietti” manco fossimo a Bolgheri. Sosta fotografica verso il lago e video della Toscana nostrana.


A fine discesa rientriamo su Castelletto di Polpenazze, Michele è alle prime uscite ghiaiose e non si capacità di come si possa scendere su sassi grossi con queste gomme senza andare a passo d’uomo. Mi riporta indietro di tre anni, quando da stradista puro, ho iniziato a percorrere strade sterrate: ero esattamente come lui! Oggi scendevo a 20-25km/h, mentre Mauro con la sua esperienza ha toccato sicuramente i 40km/h. Non so se riuscirò mai ad avere la sua confidenza sul tecnico, ma vedendo Michele mi sono ricordato dei miei progressi, per cui forza Miki se ci sono riuscito io ci possono arrivare tutti. Ora la traccia prevede di girondolare fino a Soiano per rientrare su Polpenazze e fermarci al primo ristoro/degustazione, il frantoio Morani. Bruschette di pane con olio genuino del Garda! A servirle è il titolare stesso, ironizzo con lui:” Certo che è proprio buono come quello che ho a casa!” Mi guarda tra lo stupito e l’incredulo. Gli spiego che sono amico del Beppe Cerzani (che porta le sue olive a questo frantoio) e che da anni acquisto l’olio da lui, di conseguenza uso olio del frantoio Morani. Compare un sorriso sul suo viso e la risposta è inequivocabile: “Ah pota, alura l’è propes el me!” Ripartiamo e risaliamo sul crinale in località Basia al confine tra Polpenazze e Puegnago, un altro bel zig zag tra vigneti ed uliveti e tramite la ciclabile alta Lonato-Salò giungiamo alla strada dei laghetti di Sovenigo. Immancabile la fotografia dall’alto.

Scavalchiamo il crinale ed entriamo nel comune di Gavardo, località San Quirico prima e Soprazzocco poi, sempre a farci compagni tratti sterrati e asfaltati senza traffico. Siamo nel punto più alto del percorso 350m slm, qui inizia la prima delle due discese dichiarate “Warning!” dagli organizzatori. Michele è un po’ preoccupato, Mauro scende “a cannone”, sterrato abbastanza brutto, molto mosso, con sassi grossi sparsi. Io scendo senza troppi problemi ringraziando i miei 650bx48, Michele giunto in fondo ci guarda perplesso: ” Ma come c… fate?” La risposta di Mauro è da manuale di tecnica di guida: “Tu guardi davanti la ruota anteriore per evitare l’ostacolo e la bici continua a girare a destra e sinistra, invece devi guardare avanti 20/30m è lì che devi vedere se c’è l’ostacolo, LA BICI VA DOVE STAI GUARDANDO!” Ripartiamo, siamo nuovamente sulla ciclabile nel tratto di discesa più ripido (15%). Michele si stupisce che si possa definire questa una ciclabile per famiglie. Io ironizzo: “Sì a senso unico Lonato->Salò poi si torna in pullman.” Oltrepassiamo Villa di Salò, percorriamo i celebri curvoni delle Zette e ci ritroviamo alla fine del lungolago della mia città natale.


È già tempo di salire ancora, stavolta lo strappo di Cisano è sull’asfalto, la tipica rasoiata da stradista, meno di un chilometro con pendenza massima di 16%. Siamo in centro alla frazione, una voce che grida mi suona famigliare, è quella di Gigi, mio cliente e proprietario del negozio Evento Bici di Moniga, proprio dove ho parcheggiato io. È qui per dare assistenza a due turiste a cui ha noleggiato le bici elettriche, che clienti premurosi e professionali che servo. Proseguiamo utilizzando le ciclabili di San Felice che ci conducono al punto panoramico sopra alla celebre Baia del Vento, fermata video-fotografica e tutti mangiamo qualcosa.


Ripartiamo, oltrepassiamo la baia e scendiamo al porto di San Felice, l’unica fortuna di questo tempo balordo è che i vacanzieri giornalieri se ne sono stati a casa ed anche questa che avrebbe dovuto essere una parte di traccia trafficata non lo è. Le foto didascaliche ne sono testimonianza.


Ora la traccia prevede una ripida salita al paese e la sosta al birrificio artigianale Felice di San Felice d/B (si dice Benàco con l’accento sulla à). Degusto un’ottima birra chiara aromatizzata al limone, incontro nuovamente Walter dei Maiali Volanti ed anche Simone, amico di Alex Copeta, conosciuto un mesetto fa all’evento gravel B3L, sta già ripartendo, ma anche lui ha lo spiedo prenotato e ci promettiamo di ribeccarci al ristoro finale. Filtrata la birra ripartiamo, ci aspetta ancora un poco di salita per ritornare vicino al crinale. Attraversiamo la statale in località Raffa e ritorniamo verso Puegnago tramite via Montanari, XXV aprile, Pauletta, tutte asfaltate, ma disperse negli uliveti e nei vignetti. Siamo nuovamente a pochi passi dai laghetti di Sovenigo, ma la traccia non si incrocia mai, scongiurando il rischio di accidentali salti di percorso. Tracciare così bene ha richiesto certamente una grande conoscenza dei luoghi, veramente complimenti ai Maiali Volanti. Breve sosta panoramica dall’alto di Puegnago sul basso lago e ci dirigiamo verso via degli ulivi, una delle mie preferite nei rientri dai giri estivi, che collega Mura di Puegnago a Picedo di Polpenazze.


In questo perenne toboga, passato Picedo, risaliamo nella piazza principale di Polpenazze da dove scattiamo ovviamente una foto ricordo. Mauro affamato si gusta una delle mie barrette ai mirtilli ed alla fontana rabbocchiamo tutti le borracce. La stanchezza inizia a farsi sentire, siamo vicini al centesimo chilometro ed il dislivello si avvicina già ai 1.500m. Io conosco i luoghi, ma i miei compagni sicuramente conoscendo molto meno il territorio stanno pagando questi continui saliscendi interminabili.

Partiamo, direzione Rocca di Manerba, sì ma passando prima da Soiano. Alla fine della discesa attraversiamo la statale Salò-Desenzano proprio alla rotonda di Burger King, sono le 13.30, la fame è tanta e l’odore di carne grigliata e patatine fritte fa venire l’acquolina in bocca a tutti e tre. Dirigiamo verso il centro di Manerba attraverso una splendida strada bianca, il prototipo della vera strada bianca, terreno compatto, quasi liscio, pochissima ghiaia fine bianchissima sopra, oltrepassato Solarolo (centro) scendiamo verso l’unico guado su strada asfaltata in centro urbano che io conosco, quello di Balbiana.


Michele ci confida di essere “bollito”, gli offro una fialetta di glucosio e fruttosio liquidi. All’inizio è titubante, poi anche Mauro gli dice che zuccheri liquidi possono aiutarlo a riprendersi in maniera rapida per l’ultima mezz’oretta del giro. In effetti, dopo la deviazione tra i campeggi di Manerba, nella successiva salita a Montinelle appare completamente ripreso. Ovviamente parte il trip: “Chissà cosa c’era nella fialetta.” – “Ne voglio una anch’io.” – “Beh, se è roba buona passaci il numero dello spacciatore.” Intanto siamo nella campagna sotto la Rocca pronti per affrontare il secondo temuto tratto Warning! ovvero “il sentiero dei Carpini” che si snoda nel sottobosco che conduce a Punta Sasso, la famosa falesia a picco sul lago. Inizia il single-track e Mauro scappa avanti, io mi fermo ad un bivio per guardare meglio la traccia e devo fare un paio di gradoni a piedi, arriva la discesa tecnica, direi da MTB, stretta, rocciosa, argillosa ed abbastanza in piedi.


Quando sto per puntarla sbuca una famigliola tedesca che risale con una bimba di un paio di anni. Sgancio e scendo a piedi, sbagliare, cadere e farsi male è un conto, ma rischiare di far male ad altri credo proprio non sia il caso. Arriva anche Michele, gruppo compatto, i miei soci sperano che sia finita, purtroppo li devo deludere. Dobbiamo ancora scendere a Porto Dusano ed ammirare gli splendidi yacht lì ormeggiati. “È ma se scendiamo poi ci sarà da risalire no?!?” Confermo, rincarando che sarà nuovamente una salita breve, ma con pendenza in doppia cifra. Obbligatoria a questo punto la sosta fotografica agli yacht.


Risaliamo verso Gardoncino, altra frazione del comune sparso di Manerba, e dirigiamo definitivamente verso la piazza di Moniga ed il meritatissimo spiedo. Ancora un paio di strade bianche in questi ultimi due chilometri ed arriviamo felici ed affamati. Per gli amanti dei numeri sono 113km e 1.700m di dislivello su tutti e tre i nostri GPS. Io mi dirigo subito verso l’agognato spiedo. Vedo Simone seduto alle tavolate che sta per finire il suo. Appoggio il mio piatto di fronte a lui e vado a prendere la birra. Il giro gli è piaciuto tantissimo, parliamo qualche minuto, ma se ne deve andare così ci salutiamo. Arrivano Michele e Mauro che, non avendo prenotato lo spiedo, si sono presi una pizza ed un bel panino. Ci scambiamo i nostri contatti social e chiacchieriamo ancora un po’ della splendida giornata trascorsa, non certo per il meteo quanto per la compagnia. Ritrovo anche Walter che sta mangiando due panche più in là e gli rinnovo i complimenti per l’evento. Incontro il Fede (il mec di Manuel bike) che si sta godendo lo spiedo con la crew delle “Fiamme Alte”. Insomma, una bella giornata di festa in mezzo a tanti amici nuovi e vecchi. Ora è il momento di tornare a casa, saluto Miki e Mauro e riprendo la bici. Non posso certo partire senza fermarmi da uno degli espositori del villaggio d’arrivo e cioè l’artefice del mio telaio nonché mio grande amico Michele Favaloro (FM-Bike). Michele mi saluta, prende la bici, la solleva, la guarda: “Che mezzo! È venuta proprio bene!” Per la serie “Chi si loda si imbroda”, però ha proprio ragione mi ha creato un telaio tuttofare proprio come lo volevo. Stavolta parto davvero, direzione Brescia!
Grazie di tutto Maiali Volanti!

Dettagli tecnici su STRAVA
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I primi 6km sono impegnativi, pendenza costantemente attorno a 10%, dopo circa 2km nella frazione di Porte mi concedo una pausa “rubinetto” all’ombra del bosco e mangio il primo dei dieci panini al latte che ho preparato. Riparto, giungo al Albaredo dove si divide la strada per il monte Zugna dalla provinciale “sinistra Leno”.
Per raggiungere il passo mi servono ancora quasi 12km. Dall’altitudine attuale di 590m devo risalire fino ai 1.163m del Pian delle Fugazze. La pendenza media sarebbe dolce meno del 5%, ma la realtà, come è giusto che sia in montagna, è ben diversa. La strada alterna tratti facili in falsopiano e in leggera discesa a rampe con pendenza tra 8% e 14%. Dopo l’ottavo chilometro addirittura un chilometro e mezzo di discesa che fa perdere ben 50m di quota. Io, in realtà, sono concentrato sul paesaggio e sul mantenere una pedalata sempre agile. Così dopo quattro chilometri da Anghebeni mi fermo ad ammirare lo splendido laghetto artificiale di Seccheri e la sovrastante Cima Carega.
I chilometri sono già 172km e temo un poco la salita. In realtà la ricordavo più complicata di quello che è. Un chilometro giusto, ma solo gli ultimi 600m con pendenza 8-12%.
Prima di arrivare nella frazione di Perarolo mi concedo una deviazione a sinistra per scattare una fotografia panoramica sulla conca formata dai Berici in cui è racchiuso il lago di Fimon. Inizia la discesa dai circa 260m di altitudine e questa è stata veramente l’ultima salita di giornata.




Lo fotografo, trovo anche una fontana e riempio entrambe le borracce, riparto in direzione colline moreniche. L’aria oramai e fresca e umida ci sono 23°C. Attraverso la statale per Peschiera, ma non la prendo, il giro deve essere completamente su strade poco trafficate. Passo nuovamente sopra l’autostrada, mi fermo ancora per una fotografia prima che il sole scompaia definitivamente dietro l’orizzonte.


La bellezza del luogo, il fresco del bosco (14°/16°C), l’asfalto liscio la rendono molto meno faticosa. Prima del quinto chilometro sono già a 1.000m di quota, circondato, ancora una volta, da splendidi maggiociondoli in fiore. In questa amenità l’ultima cosa a cui penso è la fatica della scalata, ci penseranno poi i dati del gps a decretare che per più di 10km (su 12,3km totali) la pendenza è rimasta sopra 8%. Iniziano i primi alpeggi e fortunatamente anche il primo breve falsopiano in corrispondenza della chiesetta di Santa Croce, solo un centinaio di metri e si risale a 10%. Poco prima dell’ottavo chilometro un’altra contropendenza, questa volta più lunga, quasi cinquecento metri. Il panorama si fa sempre più ampio man mano che salgo, si iniziano a scorgere il Cornone di Blumone e la vetta dell’Adamello anche se oscurata dalle nuvole.
















Attraverso la prima galleria, lunga e buia (non illuminata!), le mie luci mi guidano, nessun altro mezzo la percorre mentre la oltrepasso, mi sembra di essere disperso nel cosmo! Uscito inizia la prima parte, scavata nella roccia continuamente dentro e fuori da piccole gallerie spesso con aperture sul lago; semplicemente fantastica. La seconda parte inizia con una curva a sinistra che porta verso l’interno della montagna, si abbandona il lago, un semaforo attivo governa il senso unico alternato, la forra è veramente stretta in certi punti. A quest’ora, fortunatamente, le automobili sono veramente pochissime a tutto vantaggio della quiete del luogo. Alzo la testa guardo la stretta gola che mi sovrasta, odo lo scorrere dell’acqua lungo le pareti rocciose, sento il profumo dell’umidità lasciata dalla notte. Sono solo pochi minuti anche in bicicletta, ma di intensità sovrumane. Non è un caso che sia annoverata tra le strade più belle al mondo. Ne esco, proseguo fino a Pieve di Tremosine, altra tappa obbligata prima di salire al passo Nota , meta di giornata. Qui è posta la celeberrima terrazza del brivido, già immortalata nei miei due precedenti giri,
Da qui parte la strada che sale a passo Nota. All’inizio una leggera discesa conduce nell’ampia val di Bondo, poi piano a piano, mentre si attraversano campi di granturco, la strada prende a salire sempre
dolcemente. Dopo poco più di tre chilometri arrivo ad un ampio parcheggio, subito dietro quest’ultimo, giochi per bambini, ‘arrampicazioni’ come le chiama Matteo e altalene nei verdi prati. Più in là una decina di splendide postazioni barbecue con panche e tavoli. A seguire un percorso vita si snoda lungo il corso del torrente. Che magnifico luogo dove portare famiglia ed amici per un’escursione. Proseguo, passato il ponte sul torrente la valle si stringe, la pendenza inizia a salire, sono gli ultimi quattro chilometri che portano al passo; quelli veri, quelli duri, ma, anche, quelli che ti danno soddisfazione. Il paesaggio è meraviglioso il torrente rumoreggia prima a fianco e poi sotto di me, le pareti spoglie e verticali dei monti di Tremalzo dapprima mi sovrastano; poi, mano a mano che salgo, si fanno più docili e mi guardano negli occhi.
per Tremosine. Salgo al rifugio e mi si presenta di fronte, in tutta la sua bellezza, l’alpeggio del passo Nota, mi fermo accanto al cannone posto in memoria della Grande guerra, scatto qualche fotografia e riparto. Qualcosa al trivio aveva attirato la mia attenzione, un cartello con la scritta “cimitero di guerra 1915-18” che invitava a percorrere la strada bianca in falsopiano; il terreno sembra compatto, decido di affrontarlo sperando di vedere già qualcosa dopo la curva che dista da me non più di duecento metri. Ne farò due di curve prima di arrivare; fino a lì la strada è percorribile in bdc (bici da corsa). Mi imbatto prima nei ruderi di un forte della prima guerra mondiale e poi nell’ingresso di un rifugio usato durante i bombardamenti, ora adibito a magazzino degli attrezzi.
nonni; per ricordare e farne tesoro nel loro futuro. Scendo dal crinale, mi fermo al fianco della mia bici e mangio una barretta, ma non mi fermo troppo la temperatura qui è ancora sotto i 20°C. Ho visto, lungo la strada a due chilometri dalla cima, una bella panchina con vista panoramica e un po’ di sole, così la raggiungo. Ormai è passato mezzogiorno ed ho decisamente fame. Durante la discesa mi fermo più volte per fotografare lo splendore dei crostoni del monte Tremalzo. Tornato a Vesio non mi resta che percorrere, come mio solito, la Tignalga per evitare il traffico. Attraverso l’impegnativo saliscendi della valle del torrente San Michele e mi ritrovo a Tignale; anche da qui la vista sul lago è eccezionale e la giornata limpida esalta i colori nonostante la calura estiva inizi a farsi sentire. Esco dal paese ed imbocco un’altra meravigliosa discesa, con ampie curve a strapiombo sul lago. Un chilometro prima dell’innesto sulla gardesana devio a destra per una strada laterale che resta in costa per più di un chilometro dove si trovano alcune abitazioni, da qui la strada è interdetta a tutti causa frana, ma qualcuno ha spostato le pietre cadute creando uno stretto passaggio ed io mi ci infilo ringraziando.
nuvole mattutine creano degli incredibili e variopinti giochi sopra la vetta del monte Baldo; più che ad un’alba ho la sensazione di essere di fronte ad un tramonto infuocato. Proseguo scendendo dalla Valtenesi verso le Zette di Salò, arrivo sul lungolago ed il panorama è di quelli che, anche per un salodiano come me, si vedono molto raramente durante l’anno. Adoro la mia città natale!
i consente di saltare la prima galleria; rientro
sulla ss45bis e al bivio per Tignale salgo a sinistra (si sa che non sopporto la pianura) percorro la Tignalga
erà il 
a a salire senza sosta fino al passo del Ballino (765m s.l.m.) che si trova all’imbocco dell’altopiano di Fiavè. Percorro l’intera salita girandomi a destra e a sinistra osservando questi luoghi per me ‘ciclisticamente’ nuovi. Il cielo si è rasserenato, sia perché mi sono spostato molto più a nord, sia perché il vento in quota ha eliminato le poche nuvole rimaste; ora è tutto intensamente azzurro. Il lago alla mia destra assume tutte le tonalità di color
e dal verde smeraldo dei boschi al blu cobalto del cielo, mi fermo un attimo e lo contemplo. Ora la salita si fa molto dolce, ormai sono entrato nell’altopiano di Fiavè, un lungo rettilineo mi porta al passo del Ballino. Anche il primo tratto di discesa è piuttosto dritto e non troppo ripido; dopo alcuni chilometri mi trovo immerso nei verdi campi coltivati, tutt’intorno le vette delle montagne trentine che alternano boschi e pendii scoscesi anteprima delle vicine dolomiti del Brenta.
volta è dolce, pendenza media del 7% senza strappi. Prima di abbandonare l’altopiano mi fermo un attimo per scattare altre fotografie. Giunto all’ultimo chilometro la strada si insinua nel bosco ed i profumo di re
sina di pino mi inebria. Scollino, quale luogo migliore per la seconda sosta panino! Mi rilasso all’ombra ed al fresco degli abeti, mangio con calma e respiro profondamente. È il momento di ripartire, la discesa è ripida, tortuosa ed in alcuni tratti piuttosto stretta
ll’incrocio vedo il cartello indicante Brescia a sinistra 80km, mi fa un poco sorridere, sono già passati 110km ed io sono ancora in trentino, mai mi ero allontanato così tanto solo con le mie gambe. Mi attende la salita che porta a Breguzzo, poco più di quattro chilometri di cui l’ultimo quasi pianeggiante, purtroppo si tratta di una statale ed un poco di traffico lo trovo. In paese mi devo fermare a riempire le borracce, il sole picchia ed io sto bevendo molto, adiacente alla fontana un particolare mi colpisce, sono tre tronchi di legno di altezze diverse su cui poggiano altrettanti sassi tondi dipinti come coccinelle portafortuna; li fotografo con la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Ne sarà felice la mia piccola Alice. Da qui un lungo falsopiano in leggera discesa mi conduce a Ponte Caffaro all’imbocco del lago d’Idro, purtroppo non trovo la nuova ciclabile che da Tione porta al lago e complice il poco traffico dell’ora di pranzo mi adeguo a percorrere la statale. Finalmen
te a Condino riesco a salire sulla ciclabile salvo poi doverla abbandonare a causa di un tratto sterrato che oggi non ho voglia di affrontare; la riprendo a Storo ed arrivo sino a dove le acque del Chiese si gettano nell’Eridio. Rientro sulla statale, altri 12km di pianura lungo il lago, vista stupenda sullo specchio d’acqua e sui monti circostanti, ma inizio ad avere la nausea di questo piattume; quasi 45km senza nemmeno una ‘salitella’ sono davvero troppi per me! Ecco che ad Idro, nonostante il gps abbia appena passato i 160km e 2.700m di dislivello, non esito un istante nel girare a sinistra verso Treviso Bresciano (il Cavallino Fobbia sporco). Come, già l’anno scorso con Rick, salgo fino agli 800m della Madonna delle Pertiche per poi gettarmi in discesa verso Valdegagna e rientrare in val Sabbia a Vobarno.
Dopo i primi tre chilometri mi devo fermare per l’istantanea d’obbligo dalla panchina con vista lago, anche oggi il forte vento ha mantenuto l’aria limpida e la visuale è profonda verso le montagne trentine. Riparto, attraverso Treviso Bresciano, scollino, e lesto mi dirigo alla fonte d’acqua gelida presso i fienili di Rondaione.
e di 1,5km affronto la vera salita di Capovalle; poco più di 4km con pendenze spesso sopra il 10%. Mi alzo sui pedali e salgo con ritmo regolare, finalmente inizio a svegliarmi! A torto snobbiamo questa salita in quanto meno bella delle due che, attraverso il passo Cavallino della Fobbia, giungono sempre a Capovalle. Oggi invece la osservo meglio e, nonostante l’ampia sede stradale, trovo che abbia un suo fascino, immersa tra gli alberi e senza nulla attorno. Io, peraltro, ne serbo un ricordo speciale; quello del giro Brescia-Salò per andare dai nonni a pranzo, io in bici e la mia famiglia in auto. Arrivato in paese decido di percorrere la strada più alta, quella che conduce alla frazione di Zumié, più panoramica dell’altra. Proseguo e mi immetto sulla via che porta a Moerna attraversando il vecchio confine con l’impero austro-ungarico (vedi
ze regolari sempre intorno a 8% con punte del 10% fino all’abitato di Magasa, poi gli ultimi 3km più impegnativi con punte del 14%. Come dice l’amico Alberto se il paesaggio merita, la pendenza percepita si abbassa anche di due o tre punti. A cima Rest, vista la meraviglia del luogo sono sicuramente sceso sotto al 7% di pendenza! Arrivato a Rest (1.206m) non mi fermo, ma scendo verso Cadria. Sì, questa è la novità del giro, a Cadria io non sono mai stato, tre chilometri di discesa immersa nel bosco ed eccomi in un’alpeggio in fondo al quale sorgono una ventina di case; sono arrivato è l’ultimo borgo di Valvestino che ancora mi mancava. Rimango rapito dalla semplicità e dalla pace di questo luogo e scatto numerose fotografie nel tentativo di intrappolare questa amena serenità.


Per finire la serie mi manca ancora un borgo, è quello di Bollone; altri 4,2km di salita anche questi regolari al 6/7%. Sono già passate le undici da un po’ ed il caldo inizia a farsi sentire. Entrato in paese accosto la bici alla fontana, faccio due passi mentre mangio qualcosa, anche qui le foto arrivano facilmente.




ffico e meno vento.
e porte di Gardone, scopro che la prima parte del lungolago è chiusa per lavori, scendo dalle vie del centro e fotografo imbarcadero e Grand Hotel, quante passeggiate con i nonni ed i miei genitori. Riparto rapido verso Maderno, paese natale di mio nonno Battista, anche qui il lungolago è radicalmente cambiato in quarant’anni, mi apposto per scattare la fotografia proprio dove una volta la passeggiata finiva, dominata da un platano secolare denominato da tutti sem
plicemente ‘el piantù’ (il piantone). Ora il lungolago prosegue con una meravigliosa camminata che percorre buona parte del delta del torrente Toscolano, consentendo di spostare la visuale dal basso lago fino al monte Baldo e ai monti che sovrastano il parco dell’alto Garda. Oggi, per il momento, del Baldo non c’è traccia all’orizzonte. Riprendo la statale ed arrivo nel comune di Gargnano, come spesso accade, devio nella frazione
di Villa il cui porticciolo è sempre grazioso, anche oggi che è immerso in questa foschia che fa pensare più all’autunno che alla primavera imminente. Arrivato a Gargnano osservo i filari di aranci ancora ricolmi di frutti, raramente passo di qui in questa stagione e ne posso cogliere la bellezza dei colori, oggi il loro arancione intenso contrasta ancor di più con il grigiore del cielo e del lago. Riparto, controllo le luci sul casco, costeggio villa Feltrinelli e salgo lungo la vecchia gardesana per evitare la prima lunga galleria, l’unica che è rimasta come una volta, stretta e con le sole nuove lucine a led laterali. Rientro sulla st
rada nuova e percorro le gallerie che mi portano a Limone; penso che sono proprio migliorate molto da quando ero piccolino, per di più a quest’ora del mattino sono veramente rare le auto che incontro. All’uscita della galleria con lo svincolo per Campione di Tremosine, il mio sguardo viene rapito dagli inusuali riflessi che un timido, pallido sole crea sulle calme acque del lago. Arrivato a Limone scendo in paese, l’orario mattutino mi consente di attraversare le anguste vie del centro senza arrecare fastidio ai pochi pedoni e
di fermarmi nel piccolo vecchio porticciolo per l’ennesima fotografia del lungolago. Esco dal paese percorrendo via Nova che incrocia il sentiero del Sole prima di ricollegarsi alla statale. Il sentiero del Sole sarà parte integrante del favoloso progetto della ciclabile del Garda, sarà il punto da cui la ciclabile inizierà il suo percorso a sbalzo sul lago puntellata nella roccia! Per ora mi devo accontentare della statale e giungo a Riva, ora sono in Trentino, mi fa uno strano effetto leggerlo. È il momento per la sosta barretta e per qualche foto del vecchio porto. Da qui il percorso, per me, è abbastanza nuovo e devo stare attento anche alle indicazioni stradali per poter eseguire correttamente la traccia gps che mi ero prefisso. Finisce Riva ed inizia Nago Torbole senza soluzione di continuità, quasi
fossero un unico paese. Le nove sono oramai passate ed i numerosi negozi di biciclette che incontro espongono in file ordinate decine di biciclette elettriche e non pronte per essere noleggiate. All’uscita del paese salgo sul pontile dell’imbarcadero per scattare la foto della cittadina e del monte Brione che separa geograficamente l’interno di Riva da quello di Torbole. Ora fino a Malcesine quasi il nulla, inoltre la foschia persistente impedisce anche la vista della splendida balconata di Tremosine. Unico lato positivo, con questo tempo non si alza una bava di vento e si può viaggiare tranquillamente a 30km/h senza fatica. Giunto a Malcesine, i
nizio a sfruttare il piccolo bigino che mi ero scritto per poter girare nei lungolaghi veronesi senza perdermi nei meandri delle stradine interne. Arrivo sul lago e scatto un’istantanea al palazzo dei Capitani. Riparto alla volta di Torri, le uniche volte che sono stato qui furono per prendere il traghetto e non mi sono mai addentrato sul lungolago, oggi ho scoperto che è molto carino e sovrastato da un bel castello costruito, sopra fondamenta dell’epoca romana, intorno al decimo secolo e poi ampliato e terminato dalla signoria degli Scaligeri nell’ottocento. All’interno fa bella mostra di sé un agrumeto visitabile.
i una discesa in cui prendere velocità. Io, essendo cicloturista, decido di scendere qualche centinaio di metri lungo la strada bianca che conduce al piccolissimo porto, ho visto delle fotografie meravigliose di questo luogo, ma la giornata di oggi consentirà di fare solo scatti melanconici, che hanno comunque il loro fascino. Riparto, arrivo a Garda, ormai è metà mattina, le passeggiate sul lago iniziano a popolarsi di bambini con le loro biciclettine oltre che di pedoni, quindi bisogna moderare le velocità ed adeguarsi anche alle loro esigen
ze nell’attraversare i paesi. Decido di fermarmi alla fine del lungolago sotto ad un piccolo pergolato che sporge nel lago. Il cielo è ancora bigio e non si riesce a percepire la magia del golfo di Garda. Riparto ancora, mi aspettano i due lungolaghi più famosi della sponda veronese Bardolino prima e Lazise poi. Entrambi belli, grandi ed accoglienti. Ormai so
no le undici passate è comparso un pallidissimo sole ed i turisti stanno invadendo le passeggiate, con molta circospezione passo senza disturbare troppo e scatto le mie fotografie. Bardolino è, indubbiamente, una località da turismo estero e lo si evince dai numerosi negozi che vendono prodotti in cuoio, vetro di Murano, ceramiche, scacchiere in alabastro; insomma un poco come la nostra Sirmione. Lazise, invece
, mi è parsa più da turismo veronese, anch’essa molto graziosa soprattutto nella parte della vecchia Dogana che non ho potuto fotografare adeguatamente per mancanza di tempo. Esco dal centro e scendo verso Peschiera, oltrepasso i parchi acquatici ed arrivo innanzi al cancello d’ingresso di Gardaland. Non posso non fermarmi e scattare un selfie da far vedere ai miei bimbi questo pomeriggio,
millantando di essere stato al parco giochi senza di loro. In realtà come leggo dal grande tabellone la riapertura è prevista per il 9 di aprile. Finalmente giungo a Peschiera, attraverso la foce del fiu
me Mincio e scatto una foto dal ponte che separa la fortezza dalle vie del centro. Proseguo finché posso sul lungolago, poi rientro sulla vecchia statale attraversando la frazione di San Benedetto. Arrivo a Lugana di Sirmione, ecco qui un’altra deviazione dal gdl dei cicloamatori, per tracciare correttamente il profilo del lago devo risalire fino all’entrata del borgo storico di Sirmione, da lì in poi la strada è preclusa, per ovvie ragioni di s
pazi, anche a noi ciclisti. Foto di rito davanti all’ingresso del castello, credo una delle foto più classiche e inflazionate d’Italia e rientro sulla statale per giungere a Desenzano. Da qui il giro si snoda sulle strade conosciute e percorse più e più volte durante il periodo estivo. Mi vien quasi difficile fermarmi a scattare le fotografie dei vari lungolaghi o porti in maniera puramente didascalica, ma la cronaca di giornata non sarebbe completa e veritiera sen
za di esse. Per cui eccomi sul ponte del vecchio porticciolo di Desenzano ad immortalare gli ormeggi. Uscito dal territorio di Padenghe la mia strada si separa nuovamente dal gdl che normalmente taglia dritto verso Salò, io tengo la destra passando per il centro di Moniga, attraversando Gardoncino e giungendo ai piedi di Porto Dusano da cui scatto l’ennesima istantanea. In questa zona della Valtenesi è difficile rimanere più vicini di così alle acque del lago; dopo Dusano mi sposto verso la rocca di Manerba senza salirvi (la gamba ed il tempo non me lo permettono) scendo fino al lago per fotografarla anche dal basso.
i verso Salò ed ultimare il mio periplo. Guardo il gps del mio ciclo computer, sono ormai più di 160 i chilometri percorsi; il dislivello, con i continui saliscendi in ogni paese e soprattutto in Valtenesi, ha raggiunto comunque i 1.300m e sono sei le ore di pedalata effettiva; la velocità media è comunque quasi di 27km/h, non male dato i numerosi tratti in zona pedonale. Per giungere in paese devo passare davanti ad uno dei luoghi più suggestivi di Salò, il lungo filare di cipressi che costeggia il lago di fronte al grande cimitero.
feriti oggi lo voglio affrontare, anche se in versione ridotta, in pieno inverno (vedi
In pratica la mia #omarzone (vedi
consentirà un’istantanea su Turano, ma, soprattutto, di esporre le mie mani all’irraggiamento solare. Come uno ‘stream of consciousness’ joyciano mi martella nella mente la frase del Daitarn III: “Ed ora con l’aiuto del sole vincerò! Attacco solare! Energia!” correva l’anno 1980, ricordi di gioventù. Dopo quasi dieci minuti, durante i quali mangio anche un fruttino, la temperatura delle mani è rientrata nella norma. Riparto, ma a mani nude, ora mi aspetta l’erta impegnativa di Persone-Moerna,
i primi 3km con pendenze sempre in doppia cifra, quindi velocità ridotta e riscaldamento dovuto alla fatica dovrebbero mantenere il freddo lontano dalle mie mani molto meglio dei guanti. Così avviene, mi fermo sotto all’abitato di Persone per immortalarlo con il mio telefono, oltrepasso il borgo e spedito mi dirigo verso la frazione di Moerna, ora le pendenze sono più dolci, la velocità aumenta sensibilmente, ma, complice il sole in fronte, le mani non si raffreddano quasi per nulla.
Ormai sono vicino ai 1.000m (s.l.m.) e lo sguardo si apre sul panorama circostante. Che giornata meravigliosa! Attraverso il paese, la temperatura ora è vicina allo zero ed allo scollinamento decido di fermarmi per indossare guanti e sotto-guanti che avevo infilato nelle tasche posteriori lasciando le dita all’esterno per farle asciugare al sole.
manentemente, un messaggio a Marina: “Tutto a posto sono ora a Moerna, per le 12.30 sarò all’auto. Ti chiamo poi” e riparto. Dall’alto del vecchio confine con l’impero austro-ungarico fotografo l’abitato di Capovalle. La discesa è pulita, cioè non c’è ghiaccio, ma solo sabbia e sale, quindi grandi velocità non si possono comunque fare! Fortunatamente la strada è quasi completamente al sole, il che rende la sensazione di freddo della discesa molto blanda. Solo l’ultimo chilometro prima del bivio è nuovamente in ombra, in quanto incastonato nel fondo valle, qui l’ultimo assaggio di freddo di giornata. La strada che costeggia il lago di Valvestino è ora completamente al sole ed io posso scattare quelle foto che mi ero ripromesso al primo passaggio, la galleria ricoperta di ghiaccio, le colonne d’organo e gli scorci dalle colorazioni uniche sul lago.