20 aprile 2019, quest’anno l’inverno è stato clemente con temperature poco rigide, ma soprattutto con scarsità di neve. Questo mi ha concesso di anticipare le tappe ed affrontare le salite prealpine già da fine febbraio. Ora, alla prima occasione utile, sono pronto per un grande giro. Boom! Oggi è quel giorno! È sempre emozionante dopo la pausa invernale progettare la traccia del primo 3K (3.000m di dislivello). Sono le 5.43 quando la catena della bicicletta si tende sotto la spinta dei miei quadricipiti ed inizia a muovere la mia Lynskey. Il cielo è ancora buio, la direzione sempre quella, verso nord, verso le Alpi. Risalgo le Coste con la strada illuminata solo dal mio nuovo potente faro Trelock. A metà salita il cielo inizia a schiarire lasciando intravedere solo poche nuvole, segno che la giornata sarà limpida. Sul secondo tornante dopo l’abitato di Caino una sfolgorante e luminosa luna piena non si rassegna a calare ad ovest oltre l’orizzonte.
Ancora pochi chilometri e sarò in vetta. Il sole è sorto da pochissimo e non posso non immortalarmi con lui. Inizio la discesa, indosso anche la mantellina lunga sopra al gilet antivento, la temperatura è di 5°C, ma so già che scenderà ancora. Prima della piccola risalita di Preseglie mi ritrovo a 1°C, cerco di riscaldarmi un poco in salita. I nuovi guanti leggeri invernali GSG stanno facendo egregiamente il loro dovere. Decido di non togliere la mantellina e proseguo. Scollino, scendo a Barghe, risalgo la valle, Nozza, Vestone, Lavenone e, finalmente, Idro ed il suo lago. La temperatura non cambia, sempre al di sotto di 5°C. Mentre costeggio la sponda di ponente dell’Eridio, il sole si alza oltre il monte Stino, ora irraggia calore favorito dal cielo terso. Mi balena l’idea di fermarmi ad un bar per una colazione. L’unica altra volta che mi successe fu all’inizio del grande giro Dall’Eridio al Sebino e ritorno a tutt’oggi il mio dislivello maggiore durante una pedalata. Dal momento che ho imparato a capire le mie sensazioni, le assecondo e all’uscita del borgo di Anfo mi fermo al bar-trattoria “La Lanterna” posto al bivio della salita per il passo Baremone. “Un latte caldo, una brioche e un caffè lungo, per favore.” mi tolgo la mantellina, i guanti invernali, lì ripongo ordinati nella mia grande borsa sottosella e, con grande calma, mi gusto la mia seconda colazione. Esco dal bar, l’aria è ancora frizzante, il sole è già alto, riparto, mi sento decisamente meglio. Oggi non salirò dal Baremone, una delle mie ascese preferite, ma da Bagolino verso passo Maniva (1.626m). Giunto nei pressi della Rocca d’Anfo, complesso militare fortificato eretto nel secolo XV dalla Repubblica di Venezia, rifletto sul fatto di non averla mai fotografata, nonostante i ripetuti passaggi. ‘This is the day!’ mi fermo e le dedico uno shooting fotografico. Voglio mettere alla prova il mio nuovo Nokia 9 con cinque fotocamere Zeiss che scattano in simultanea su focali diverse. La forte luce del sole, le zone in ombra sotto le montagne, chiaroscuri complessi, vediamo come li saprà rendere.
Riparto, sono già felice così, ed il bello deve ancora iniziare. Arrivo a Sant’Antonio, bivio per Bagolino, alla rotonda tengo la sinistra ed affronto la prima parte di salita, quella che scollina all’inizio della valle del Caffaro. Pochi chilometri con pendenze dolci. I panorami verso le valli Giudicarie a nord e sull’Eridio a sud mi costringono ad altre fermate fotografiche.
Una volta scollinato si apre di fronte a me lo scenario della valle con la strada per il passo Crocedomini che fa da sfondo, purtroppo la vista spazia anche sulle pinete devastate dalla tempesta di ottobre/novembre. Gli alberi abbattuti a centinaia dalla furia del vento sembrano bastoncini pronti per giocare a Shangai. Riparto con un poco di malinconia.
Dopo il ponte sul torrente Caffaro la strada riprende a salire, un lungo rettilineo di quasi 4 km porta all’innesto con l’erta per il Maniva. Questa volta la pendenza è tutt’altro che facile. Tratti più agili al 5/6% si alternano a strappi in doppia cifra. Poco prima del bivio, una bellissima zona parco, dove siamo usi sostare, mi consente il reintegro idrico; già perché nonostante il freddo io sudo tanto e devo stare attento e continuare a bere per non incorrere in bruschi cali. Riparto ed inizio la vera grande scalata di giornata. Il Maniva da Bagolino non è uno scherzo, tant’è che assieme al Baremone, nel nostro gruppo, lo consideriamo la prima vera salita dell’estate.
Quest’anno lo sto affrontando con un mese di anticipo! Si presenta così 10,7km 900m dislivello con pendenza media superiore a 8% ed un chilometro finale sempre sopra 10% con punta di 16%. Una salita lunga ed impegnativa in cui i tratti dove rifiatare bisogna inventarseli perché non ci sono, eccezion fatta per due brevissimi finti falsipiani (si passa dal 10% al 4%). A suo favore, oltre il fascino della salita alpina da grimpeur su una stretta strada di montagna, l’incredibile e vario paesaggio che la circonda. Oggi, sotto questo aspetto, è “la giornata perfetta”: la primavera è già arrivata ed i pascoli che si alternano alla pineta sono traboccanti di fiori (premere HD in basso a destra per vedere il video in alta definizione)
La brusca corrente fredda di lunedì ha portato più neve che tutto l’inverno e le montagne sopra i 1.500m sono completamente bianche. Il cielo è blu cobalto, l’aria frizzante rende l’orizzonte trasparente e lo sguardo salendo spazia anche a chilometri di distanza lungo la dorsale dei ghiacciai alpini. Io salgo, né troppo piano, né troppo forte, voglio godermelo questo spettacolare paesaggio a cavallo tra primavera ed inverno.
Più volte sfoderò il mio telefono per fotografare “in movimento”, anche il mio Gps Xplova X5 e costretto agli straordinari con il mio pollice che freneticamente lo accende e spegne per dei microfilmati.
Così facendo arrivo agli ultimi 3km quasi senza accorgermi (non è vero, ma fa “bello” scrivere così). Qui iniziano le piste da sci, la neve inizia a comparire a grandi macchie nei prati ed anche a bordo asfalto nei luoghi in ombra. Sono questi i chilometri più impegnativi, sulla montagna ormai scoperta dal bosco il vento soffia forte e infastidisce la scalata che, dal canto suo, ora non scende più sotto a 10% di pendenza. A mitigare il tutto l’incredibile scenario ormai aperto a 180°.
Ci siamo, l’ultimo lungo drittone, pare quasi che il geometra che ha progettato la strada vedendo il passo così vicino (ma la montagna inganna) abbia dimenticato che un paio di tornanti in più avrebbero reso l’ascesa più agevole. Di fronte a me, subito a sinistra del valico, si erge maestoso il Dosso Alto, oggi sarà lui il protagonista del mio shooting fotografico.
Io innesto il rapporto più leggero e mi alzo sui pedali, il sole scalda, ma la temperatura quassù è ancora fresca 10/12°C.
Sono al passo, scendo dalla bicicletta, giro un poco attorno, a nord la valle del Caffaro e le vette alpine, a sud la val Trompia con il monte Guglielmo nuovamente imbiancato dalla neve. Scatto numerose fotografie in tutte le direzioni, mangio qualcosa, chiudo lo smanicato e rimetto i guanti lunghi per la discesa.
Guardo l’ora sono le 10.45, oggi ho chiesto più tempo alla famiglia per il mio giro e non ho l’assillo del tempo. Inizio a scendere, alcuni tratti sono stati riasfaltati di recente, tutto sommato la discesa è in discrete condizioni.
Arrivo a San Colombano prima frazione abitata ai piedi del Maniva. Proseguo, la strada è ancora in discesa, ma con una giornata così tersa, il vento termico che risale la valle non può che essere ai suoi massimi. A Bovegno, come ormai mi capita spesso da quando ho riscoperto la Vaghezza, svolto a sinistra e inizio la seconda lunga salita di giornata. Questa stradina comunale porta prima alla frazione di Zigole e poi di Magno entrambi piccoli centri rurali dove il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. La salita è incostante, ma mi accoglie subito con pendenza in doppia cifra lungo l’abitato. In 4 km circa si arriva al comune di Irma, dove in una piccola piazzetta con un fontanone circolare decido di effettuare la mia sosta pranzo. Sono solo le 11.45, ma per me che pedalo da prima delle 6.00 è il momento giusto. Tolgo i gambali e li ripongo assieme ai guanti lunghi nella mia borsa. Ripongo il casco ed il berretto sulla panchina e mi do una sciacquata anche al viso. Mi siedo e mangio due barrette ed un ciucciotto al caffè. Mi ricompongo e riparto. Dopo una brevissima e ripida discesa oltrepasso il torrente Tesolo, che qui forma delle graziose cascatelle e riprendo a salire.
Ora non si scherza più, per arrivare in vetta ai piani di Vaghezza mancano 6,3 km, la pendenza è spesso in doppia cifra, soprattutto i primi due chilometri che mi aspettano presentano un lungo rettilineo costantemente attorno al 14%. Io salgo corroborato dal pranzo, ma stanco per le ore già passate in sella. Dopo un paio di chilometri sono al bivio di Dosso di Marmentino, potrei semplicemente tenere la strada principale e scendere subito a Tavernole, ma mi perderei lo spettacolo a 360° del punto panoramico sopra lo skilift abbandonato. Quindi proseguo, non curante della fatica, guardandomi attorno mentre guadagno quota ed attraverso un’altra magnifica pineta profumata.

Arrivo all’ingresso dei piani, la pendenza si fa dolce, un chilometro abbondante di falso piano e sono pronto per l’ultima erta cementata di giornata che mi porta ai 1.200m della cima. Sono poco più di 500m con una punta massima di 14%. Sono nuovamente in mezzo al cielo, ma stavolta la vista può spaziare veramente a 360°, dal monte Guglielmo fino all’opposto monte Baldo che fa capolino sopra i tetti di una cascina. Che meraviglia! I piani di Vaghezza mi hanno conquistato un anno fa ed oggi riescono ancora una volta a stupirmi.
Dopo aver mangiato qualcosa riparto, ora sarà tutta discesa fino a casa. Prima lungo i bellissimi tornanti che mi conducono fino a Tavernole, poi lungo la noiosa e trafficata bassa val Trompia. Al solito dopo Ponte Zanano svolto a destra in direzione della frazione di Noboli e scendo la valle lungo strade laterali che attraversano le frazioni di Cailina e San Vigilio. Qui mi tuffo sulla ciclabile del Mella che mi conduce fin quasi sull’uscio di casa senza dovermi preoccupare del traffico veicolare. Quando giungo a destinazione sono da poco passate le 14.00, ho percorso 145km e 3.177m di dislivello portando a casa il primo 3K dell’anno in un giorno che può soltanto essere definito come la “Giornata Perfetta!”
Grazie meteo pazzerello che ci hai donato neve sui fiori primaverili!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ Coste, Passo Maniva, Piani di Vaghezza
Videogallery: Video Integrale 4’22”
Photogallery:




nuvole mattutine creano degli incredibili e variopinti giochi sopra la vetta del monte Baldo; più che ad un’alba ho la sensazione di essere di fronte ad un tramonto infuocato. Proseguo scendendo dalla Valtenesi verso le Zette di Salò, arrivo sul lungolago ed il panorama è di quelli che, anche per un salodiano come me, si vedono molto raramente durante l’anno. Adoro la mia città natale!
i consente di saltare la prima galleria; rientro
sulla ss45bis e al bivio per Tignale salgo a sinistra (si sa che non sopporto la pianura) percorro la Tignalga
erà il 
a a salire senza sosta fino al passo del Ballino (765m s.l.m.) che si trova all’imbocco dell’altopiano di Fiavè. Percorro l’intera salita girandomi a destra e a sinistra osservando questi luoghi per me ‘ciclisticamente’ nuovi. Il cielo si è rasserenato, sia perché mi sono spostato molto più a nord, sia perché il vento in quota ha eliminato le poche nuvole rimaste; ora è tutto intensamente azzurro. Il lago alla mia destra assume tutte le tonalità di color
e dal verde smeraldo dei boschi al blu cobalto del cielo, mi fermo un attimo e lo contemplo. Ora la salita si fa molto dolce, ormai sono entrato nell’altopiano di Fiavè, un lungo rettilineo mi porta al passo del Ballino. Anche il primo tratto di discesa è piuttosto dritto e non troppo ripido; dopo alcuni chilometri mi trovo immerso nei verdi campi coltivati, tutt’intorno le vette delle montagne trentine che alternano boschi e pendii scoscesi anteprima delle vicine dolomiti del Brenta.
volta è dolce, pendenza media del 7% senza strappi. Prima di abbandonare l’altopiano mi fermo un attimo per scattare altre fotografie. Giunto all’ultimo chilometro la strada si insinua nel bosco ed i profumo di re
sina di pino mi inebria. Scollino, quale luogo migliore per la seconda sosta panino! Mi rilasso all’ombra ed al fresco degli abeti, mangio con calma e respiro profondamente. È il momento di ripartire, la discesa è ripida, tortuosa ed in alcuni tratti piuttosto stretta
ll’incrocio vedo il cartello indicante Brescia a sinistra 80km, mi fa un poco sorridere, sono già passati 110km ed io sono ancora in trentino, mai mi ero allontanato così tanto solo con le mie gambe. Mi attende la salita che porta a Breguzzo, poco più di quattro chilometri di cui l’ultimo quasi pianeggiante, purtroppo si tratta di una statale ed un poco di traffico lo trovo. In paese mi devo fermare a riempire le borracce, il sole picchia ed io sto bevendo molto, adiacente alla fontana un particolare mi colpisce, sono tre tronchi di legno di altezze diverse su cui poggiano altrettanti sassi tondi dipinti come coccinelle portafortuna; li fotografo con la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Ne sarà felice la mia piccola Alice. Da qui un lungo falsopiano in leggera discesa mi conduce a Ponte Caffaro all’imbocco del lago d’Idro, purtroppo non trovo la nuova ciclabile che da Tione porta al lago e complice il poco traffico dell’ora di pranzo mi adeguo a percorrere la statale. Finalmen
te a Condino riesco a salire sulla ciclabile salvo poi doverla abbandonare a causa di un tratto sterrato che oggi non ho voglia di affrontare; la riprendo a Storo ed arrivo sino a dove le acque del Chiese si gettano nell’Eridio. Rientro sulla statale, altri 12km di pianura lungo il lago, vista stupenda sullo specchio d’acqua e sui monti circostanti, ma inizio ad avere la nausea di questo piattume; quasi 45km senza nemmeno una ‘salitella’ sono davvero troppi per me! Ecco che ad Idro, nonostante il gps abbia appena passato i 160km e 2.700m di dislivello, non esito un istante nel girare a sinistra verso Treviso Bresciano (il Cavallino Fobbia sporco). Come, già l’anno scorso con Rick, salgo fino agli 800m della Madonna delle Pertiche per poi gettarmi in discesa verso Valdegagna e rientrare in val Sabbia a Vobarno.
Dopo i primi tre chilometri mi devo fermare per l’istantanea d’obbligo dalla panchina con vista lago, anche oggi il forte vento ha mantenuto l’aria limpida e la visuale è profonda verso le montagne trentine. Riparto, attraverso Treviso Bresciano, scollino, e lesto mi dirigo alla fonte d’acqua gelida presso i fienili di Rondaione.
e di 1,5km affronto la vera salita di Capovalle; poco più di 4km con pendenze spesso sopra il 10%. Mi alzo sui pedali e salgo con ritmo regolare, finalmente inizio a svegliarmi! A torto snobbiamo questa salita in quanto meno bella delle due che, attraverso il passo Cavallino della Fobbia, giungono sempre a Capovalle. Oggi invece la osservo meglio e, nonostante l’ampia sede stradale, trovo che abbia un suo fascino, immersa tra gli alberi e senza nulla attorno. Io, peraltro, ne serbo un ricordo speciale; quello del giro Brescia-Salò per andare dai nonni a pranzo, io in bici e la mia famiglia in auto. Arrivato in paese decido di percorrere la strada più alta, quella che conduce alla frazione di Zumié, più panoramica dell’altra. Proseguo e mi immetto sulla via che porta a Moerna attraversando il vecchio confine con l’impero austro-ungarico (vedi
ze regolari sempre intorno a 8% con punte del 10% fino all’abitato di Magasa, poi gli ultimi 3km più impegnativi con punte del 14%. Come dice l’amico Alberto se il paesaggio merita, la pendenza percepita si abbassa anche di due o tre punti. A cima Rest, vista la meraviglia del luogo sono sicuramente sceso sotto al 7% di pendenza! Arrivato a Rest (1.206m) non mi fermo, ma scendo verso Cadria. Sì, questa è la novità del giro, a Cadria io non sono mai stato, tre chilometri di discesa immersa nel bosco ed eccomi in un’alpeggio in fondo al quale sorgono una ventina di case; sono arrivato è l’ultimo borgo di Valvestino che ancora mi mancava. Rimango rapito dalla semplicità e dalla pace di questo luogo e scatto numerose fotografie nel tentativo di intrappolare questa amena serenità.


Per finire la serie mi manca ancora un borgo, è quello di Bollone; altri 4,2km di salita anche questi regolari al 6/7%. Sono già passate le undici da un po’ ed il caldo inizia a farsi sentire. Entrato in paese accosto la bici alla fontana, faccio due passi mentre mangio qualcosa, anche qui le foto arrivano facilmente.




r prima che sorga il sole. Alle 5.35 sono in bicicletta, prima delle sei scendo le Zette verso Salò: è ancora buio e le luci sul lungolago danno un effetto fiabesco al golfo. Come sempre percorro il lungolago e giunto a fianco di piazza del Duomo scopro, con immenso piacere, che la cattedrale è splendidamente illuminata di notte. Non resisto entro in piazza appoggio la specialissima ed inizio a sca
ttare fotografie al ‘mio’ Duomo (vedi
one rossastro inizia a rischiarare il cielo alle spalle del Monte Baldo: sta per sopraggiungere l’alba! Proseguo in direzione di Gargnano, lì inizierà la prima salita di giornata che mi porterà fino al passo San Rocco, dopo aver attraversato tutta la Valvestino. La salita è suddivisa in tre parti: i primi 7km, che portano all’abitato di Navazzo, con pendenze sempre abbastanza dolci tra il 5% e il
7%; un lungo falsopiano di oltre 11km, che costeggia prima la diga e poi il lago di Valvestino, infine un ultima ascesa di 6,7km, questa volta abbastanza impegnativa, con tratti al 9% ed una media di quasi 7% di pendenza. Considerato quello che mi aspetta nel proseguo del mio giro è il caso di iniziare a salire con calma godendomi lo spettacolo del cielo, del lago e dei monti. Giungo a Navazzo, mi volto, il sole non è ancora sorto da dietro il monte Baldo, ma è proprio lì, questione di minuti, non ho tempo e procedo! In compenso vedo per la
prima volta nella mia vita le rocce del monte Pizzoccolo arrossarsi ‘di vergogna’ sotto i primi raggi di sole! Arrivo finalmente alla diga ed inizio a costeggiare il lago. Le dighe portano sempre con se qualcosa di inquietante, soprattutto quando le si osservano ancora in ombra, in compenso il lago con i suoi riflessi verde pino sa dispensare piacevoli sensazioni e lascia presagire profumi di resina silvestre. Lasciato il lago ed il ponte su cui è posta la scritta del vecchio confine con l’impero austro-ungarico inizio la terza parte della salita, il sole ormai fa capolino tra un tornante e l’altro ed io mi ritrovo a Capovalle quasi senza essermene accorto. Attraverso il borgo, arrivo al passo, mi fermo e mangio. Pronti via! Mi attende una discesa bellissima: fondo stradale quasi perfetto, carreggiata così ampia che ovunque è dipinta la linea di mezzeria, tornanti tra gli abeti e rettilinei con pendenze superiori al 10%. Se qualcuno vuole sfiorare i 100km/h in bicicletta qui ci può riuscire, io come mio solito arrivo a 68km/h e tiro i freni, per un motivo o per l’altro i 70km/h non li supero mai e tutto sommato ne sono anche un po’ contento: cicloturista prudente! Subito dopo la galleria il paesaggio si apre sull’Eridio, alcuni tornati mi portano fino all’abitato di Idro, passo oltre e proseguo per Anfo.
Insomma il passo Giau di casa nostra. Anche i panorami durante la sua ascesa non sono certo inferiori a quelli blasonati delle Dolomiti: si passa dalla vista del lago nei primi tornanti; alle malghe di fondo valle strette tra le creste sovrastanti; al fitto bosco; fino all’ampio panorama, giunti sopra i 1.000m di quota, del lago (oggi un poco offuscato) e delle creste montuose circostanti. Ovviamente, nonostante i buoni propositi di non fermarmi troppo spesso per non interrompere il ritmo, scatto numerose fotografie:
, i più impegnativi, la pendenza è costantemente intorno al 10% con punte del 15%, una vera ‘legnata’ per le gambe ancora rintronate dalla ‘centrifuga’ dello sterrato. Comunque la bellezza dell’altopiano, le malghe e la vetta del Dosso Alto distraggono dalla fatica e consentono di arrivare allo scollinamento senza sentire troppo l’affanno. Ora non mi resta che scendere al passo Maniva per fermarmi al rifugio a consumare il mio pranzo. Le undici sono passate da poco e dopo cinque ore e mezza di pedalata ho una discreta fame!
mento di ricominciare a salire. Mi aspettano Irma e Dosso di Marmentino, solitamente venendo dalla città si affronta Marmentino salendo dal comune di Tavernole, che si incontra prima. Invece, scendendo dal Maniva, ci si imbatte prima nel bivio di Aiale che porta ad Irma prima di giungere a Marmentino. Una salita, a torto, poco frequentata dai ciclisti in quanto, oltre a riservare dei bellissimi paesaggi, è
ispetto con i suoi quasi 7km totali. Considerando poi, che dopo l’abitato di Irma, c’è una discesa di quasi un chilometro nella quale si perdono ben 70m di dislivello, si evince che le pendenze nei due tratti in salita, oltre che poco costanti, sono del tutto ragguardevoli. Nell’ultimo chilometro non si scende mai sotto il 10%! Arrivato a Dosso un lungo falsopiano attraverso le frazioni di Marmentino mi conduce al passo Termine da dove rientro in val Sabbia. Qui l’idea originale era un’altra, ma un fastidioso brontolio intestinale mi fa capire che oggi non devo esagerare. Decido di scendere al Lago di Bongi. Pensandoci bene quest’anno non sono ancora passato da Bongi e questo un poco mi sorprende in quanto è una delle mie strade preferite per le gite primaverili: non troppo impegnativa, immersa nella v
egetazione e senza traffico veicolare. Attraverso Lavino, Noffo ed arrivo al laghetto artificiale; qui scopro che, ora, a fianco della strada, campeggia la scultura lignea di un simpatico capriolo. Giungo a Mura riempio nuovamente le borracce al lavatoio, la temperatura ormai e vicina ai 30°C e l’acqua freschissima della fontana è un toccasana. Se penso che ho passato le prime tre ore di gita quasi costantemente tra i 12°C e i 16°C mi viene un poco da sorridere. Riparto e decido di scendere direttamente ai Piani di Mura: discesa ripida, estremamente tecnica, tornati strettissimi, insomma una discesa da percorrere molto concentrati e senza prendere troppi rischi: una disattenzione qui si paga a caro prezzo! Purtroppo arrivo a Nozza di Vestone. Purtroppo perché dopo ore tra le montagne sono ritornato a fondo valle sulla trafficata ex-statale ‘Del Caffaro’, ma non la percorrerò molto a lungo: giusto quei 3km che mi consentono di arrivare a Barghe e deviare per Preseglie: salitella di poco conto in un giro come quello di oggi, 2km al 5%. Attraversato anche questo paesino scendo verso Odolo da dove parte il versante valsabbino della mitica, per noi bresciani, salita delle Coste: 4,3km al 4% di media con il cosiddetto ‘Groppo’ strappo di 500m iniziale all’8%. In realtà una salita dallo scarso
significato paesaggistico ed anche ciclistico, date le pendenze. Tuttavia è la nostra salita di casa: quella su cui si può spingere il ‘rapportone’, quella dove anche i cicloturisti come me salgono ad oltre 22km/h di media, toccando più volte i 30km/h, immaginandosi dei ciclisti professionisti. Perché anche ai cicloturisti, a volte, piace sognare di andare forte! Sono in cima, ma stavolta non devo scendere a Brescia. No, per me, dopo la discesa a Vallio, veloce e tecnica anch’essa, c’è ancora da scavallare Muscoline per giungere a Polpenazze dopo l’ennesimo lungo sabato passato in compagnia di me stesso. Saranno 172km, 3.700m di dislivello e grande soddisfazione per il giro ed i panorami visti. Anche oggi in ritardo di un’ora sul mio programma, anche oggi abusando della pazienza di chi mi sta accanto, anche oggi confidando nella loro comprensione.
enta alquanto nel nostro movimento verso l’alto lago, ma poco importa noi siamo cicloturisti: la giornata è tutta dedicata alla bicicletta. Prima di giungere a Gargnano deviamo per la frazione di Villa, porticciolo incredibile, passaggio obbligato, per noi. Proseguiamo verso la vecchia gardesana, ora pista ciclabile (spesso chiusa), in modo da evitare la prima lunga galleria. Nell’iniziare a prendere quota ci accorgiamo subito che oggi potremo godere di panorami mozzafiato o, come dico io, da sindrome di Stendhal! A metà ci fermiamo a fare qualche fotografia: impossibile resistere!
Giunti nuovamente sulla gardesana non possiamo che osservare il bellissimo golfo che racchiude l’abitato di Limone. Chiedo di fermarmi ancora, Rick sbuffa un po’, sostiene che sono fotografie banali da cartolina, ma io ribatto che servono per documentare la fantastica giornata che abbiamo trovato e quindi è corretto che siano didascaliche.
Inizia la discesa verso Storo ora il vento e contro e sarà così fino alla fine. Mentre scendiamo guardiamo aprirsi davanti a noi le valli Giudicarie, giunti sulla statale del Caffaro svoltiamo a sinistra per rientrare in provincia di Brescia ed andare a costeggiare per intero il terzo lago del nostro giro: il lago d’Idro. Grazie anche all’ora di pranzo la strada è completamente libera ed arriviamo ad Idro incrociando pochissime autovetture. Durante questo tratto di strada lancio a Rick una proposta, ciclisticamente, indecente: perché non farlo diventare il giro dei quattro laghi salendo da Capovalle e scendendo lungo il lago di Valvestino? No, il giro è stato creato così, si sale a Treviso Bresciano (Cavallino Fobbia accorciato) e si scende in Valdegagna per arrivare a Vobarno come da programma. Eppoi c’è Agnoli che aspetta Rick in spiaggia a Salò, mica possiamo farla aspettare troppo? Inizia la salita per Treviso: è tosta e lo sappiamo entrambi, la conosciamo bene, le pendenze sono sempre in doppia cifra e percorrerla dopo più di 120km e con 2.000m di dislivello nelle gambe non è propriamente quella che si suol dire ‘una passeggiata’. Dopo circa tre chilometri di salita prima di abbandonare il lago d’Idro c’è un punto panoramico con una panchina dove più volte mi sono fermato a fare una fotografia al lago, ma credo di non essere mai riuscito a trovare un cielo così limpido ed una vista così profonda verso le montagne del Brenta.
Grazie Rick!