Pian delle Fugazze, Vicenza e Verona

Sabato 15 agosto 2020, alle 5.43 parto da Polpenazze per un giro che dovrebbe essere il più lungo della mia carriera cicloturistica. Per la prima volta sono costretto a dichiarare i miei intenti in famiglia in quanto l’arrivo sarà sicuramente dopo l’ora di cena. La promessa è di mandare, di tanto in tanto, fotografie dei luoghi che attraverso. Prima fermata d’obbligo, appena partito, per immortalare l’alba che verrà, poi via verso la mia città natale dove scattare un’altra suggestiva panoramica del golfo di Salò.

Oggi poche soste fotografiche lungo la gardesana, giusto la classica cartolina dal porticciolo di Villa di Gargnano e l’immancabile panoramica su Limone dalla statale.

Alle 7.30 pedalo sulla ciclopista a sbalzo, il Peler soffia forte oggi, kite e wind-surf sono già in mezzo al lago ad effettuare le loro evoluzioni. La fermata a metà ciclabile è obbligatoria.

Riparto alla fine della passerella mi fermo per una fugace barretta e per un paio di scatti che sanciscono il cambio di regione.

Riparto, alle 8.00 precise sono nella piazza dell’imbarcadero di Riva. Quasi 27km/h di media, assolutamente in tabella di marcia. Riempio le borracce e mi dirigo verso Torbole, all’altezza della galleria sotto il monte Brione entro in ciclabile e scatto una fotografia verso il lago, da quella che per me è una posizione inusuale, l’estremità nord.

Attraverso il centro di Torbole e salgo verso Nago sfruttando la via ciclabile promiscua, circa un chilometro e mezzo con pendenza vicina al 10%, dopo i primi trecento metri “a chiocciola” un lungo rettilineo porta al borgo sovrastante. A metà mi giro, scatto una fotografia e saluto il mio lago.

Attraverso l’abitato seguendo i cartelli della ciclabile Torbole-Rovereto e inizio la discesa attraverso i vigneti e la depressione del lago di Loppio. Ciclabile bellissima e ben fatta che alterna tratti promiscui a traffico zero nelle vigne a tratti ben separati lungo il bosco del lago.

Sono alle porte di Mori, rientro sulla statale e la seguo fino a Rovereto, data l’ora e soprattutto il giorno di Ferragosto, la strada è pressoché deserta, attraverso la zona industriale e commerciale di Rovereto ed alle porte del centro svolto a destra sulla sp89 “sinistra Leno” in direzione monte Zugna, Albaredo.Rovereto-Anghebeni (SP89) I primi 6km sono impegnativi, pendenza costantemente attorno a 10%, dopo circa 2km nella frazione di Porte mi concedo una pausa “rubinetto” all’ombra del bosco e mangio il primo dei dieci panini al latte che ho preparato. Riparto, giungo al Albaredo dove si divide la strada per il monte Zugna dalla provinciale “sinistra Leno”.

Da qui anche quel poco traffico veicolare che saliva al monte non mi disturberà più. In piazza trovo una magnifica fontana dove riempire nuovamente le borracce, inzuppare di acqua fresca lo “scaldacollo” (in realtà è quello estivo in microfibra), il cappellino sotto-casco e affondare entrambe le braccia fino alle ascelle nella vasca. Sono da poco passate le 10.00, ma la salita era completamente scavata nella roccia ed esposta al sole ed il caldo si è fatto sentire. Oggi sarò esposto ai raggi solari fino a sera e l’ultima cosa che voglio è soffrire di un colpo di calore. Riparto, adesso che ho raggiunto i 750m di quota la strada si fa più semplice, l’attraversamento dei paesi di Foppiano, Zanolli e Matassone è caratterizzato da continui saliscendi che fanno guadagnare leggermente quota fino ad un massimo di 850m in 6km, una splendida visuale sul Pian delle Fugazze prima ed un altissimo viadotto mi costringono a fotografie e video.

Da qui scendo leggermente per altri 3km fino a raggiungere la frazione di Aste. Raggiunto il borgo scendo a fondo valle per spostarmi sul versante destro, quello della SS del Pasubio. Risalgo per un chilometro (pendenza 8%) e mi innesto sulla statale ad Anghebeni. Queste citate sono tutte frazioni di un vastissimo comune che copre quasi l’intera valle, il comune di Vallarsa.Pian delle Fugazze da Arlach Per raggiungere il passo mi servono ancora quasi 12km. Dall’altitudine attuale di 590m devo risalire fino ai 1.163m del Pian delle Fugazze. La pendenza media sarebbe dolce meno del 5%, ma la realtà, come è giusto che sia in montagna, è ben diversa. La strada alterna tratti facili in falsopiano e in leggera discesa a rampe con pendenza tra 8% e 14%. Dopo l’ottavo chilometro addirittura un chilometro e mezzo di discesa che fa perdere ben 50m di quota. Io, in realtà, sono concentrato sul paesaggio e sul mantenere una pedalata sempre agile. Così dopo quattro chilometri da Anghebeni mi fermo ad ammirare lo splendido laghetto artificiale di Seccheri e la sovrastante Cima Carega.

All’inizio della discesa dell’ottavo chilometro il panorama cambia, le vette dei monti del Pasubio iniziano a fare capolino tra le aperture del bosco. Quando giungo sotto al Soglio dell’Incudine la fermata è obbligata.

Riprende la salita ed è proprio qui che si fa arcigna, mancano solo due chilometri al passo ed il primo è costantemente in doppia cifra con punta del 14%. Dovrei essere accigliato ed invece sorrido dentro, mi sembrava troppo facile questa salita (mi son forse già dimenticato dei primi 6km al 10% ?!?). L’ultimo chilometro spiana leggermente, la ex-casa cantoniera preannuncia lo scollinamento che arriva di lì a poco.

Manca poco a mezzogiorno ed io decido di pranzare alle Fugazze, tre panini dolci con bresaola vanno giù uno via l’altro. Ce ne era bisogno, lo stomaco iniziava a sentire il vuoto. Un poco di stretching a collo e schiena, un’altra foto inviata a casa e dopo circa un’quarto d’ora sono pronto a ripartire. “Andiamo a vedere ‘sto Pasubio!” La discesa è bella, a tornanti, decisamente più ripido il versante vicentino. Si apre subito davanti a me la conca meravigliosa del Pasubio.

Sarà per i numerosi cartelli marroni (ossario, cimitero di guerra, trincea, casermetta), per i resti di qualche bunker, per le numerose bandiere italiane alle finestre, per gli alti pennoni con il tricolore svolazzante, ma a me viene la pelle d’oca, mi sembra di sentire ancora le urla dei soldati della Grande Guerra e la montagna nella mia mente trasuda sangue, il sangue dei nostri bisnonni che qui combatterono per la nostra patria. Arrivo a Valli del Pasubio e cerco di ripigliarmi da questa rievocazione storica, svolto a destra e prendo la sp “strada per Recoaro”.

Potrei scendere dritto a Vicenza, ma #lapianuranonesiste e quindi risalgo a passo Xon, salita breve circa 6km facili, i primi 3km quasi piatti ben riparati dal bosco, poi i restanti 3km con pendenza 6% molto regolare. Circa al quinto chilometro arrivo nella frazione di Staro, all’inizio del paese un bel fontanone mi attende, riempio entrambe le borracce ed in una aggiungo una busta di sali, inzuppo lo scaldacollo, il cappellino e sciacquo gambe e braccia. C’è una targa vicino alla fontana, raffigurante il crinale dei monti che si vedono dal borgo con tutti i nomi delle cime. Riparto alla ricerca del posto migliore per scattare una foto di quel crinale, arrivo quasi alla fine del paese senza averlo trovato, ma un cartello indicante “Staro Alta” mi obbliga a deviare dalla traccia per qualche centinaio di metri. Finalmente trovo il luogo per la didascalia ed anche un bellissimo murales che rappresenta una truppa alpina!

Ritorno sulla via programmata, oramai sono a passo Xon, da qui altra vista spettacolare sulla Cima Campogrosso.

Scendo a Recoaro, discesa tortuosa con tornati ravvicinati, anche questa mi sembra più ostica, come pendenza, da questo versante. Recoaro si presenta deserta, come è giusto che sia per una cittadina il giorno di Ferragosto, dalla piazza principale scatto un paio di didascalie alla chiesa e riparto.

Ora è tutto un falsopiano in leggera discesa fino a Vicenza, la provinciale è larga, il traffico nullo ed io quando riesco, senza forzare, supero i 50km/h. Sono a Valdagno e la mia traccia, realizzata con Komoot mi manda sulla ciclabile, bellissima anche questa.

Non che avessi problemi a stare sulla provinciale dal momento che era deserta, ma questo mi consente di rimanere sull’argine del torrente Agno e godere di lunghi tratti ombrosi. In uno di questi ne approfitto per una pausa “rubinetto” e per aggiungere alla borraccia mezza piena, mezzo barattolino dell’intruglio che mi ero preparato. Niente di che: tre cucchiai da minestra di caffè solubile, di orzo e di zucchero. Riparto, all’altezza di Brogliano sono costretto, mio malincuore, ad abbandonare la ciclabile per svoltare a destra verso Castelgomberto. Una leggera salita in paese e scendo ad ovest, riparato dal sole, verso Sovizzo e Creazzo. Sono immerso nella campagna vicentina. Non me ne accorgo quasi e svoltando a sinistra mi ritrovo in via Ponte Storto proprio vicino all’enorme rotonda che porta a Vicenza e che ho percorso più volte per lavoro in automobile. Essendo Ferragosto, mi circonda il deserto totale e posso circolare liberamente su questo stradone che normalmente è affollato da autovetture e camion in coda. In poco meno di tre chilometri sono a Vicenza, il navigatore mi guida verso viale Dante Allighieri da dove inizia la salita classica al Monte Berico. In realtà riconosco le strade, le ho fatte l’autunno scorso quando con Marina siamo venuti un fine settimana a festeggiare il nostro anniversario e la domenica siamo saliti in auto al santuario.Monte Berico I chilometri sono già 172km e temo un poco la salita. In realtà la ricordavo più complicata di quello che è. Un chilometro giusto, ma solo gli ultimi 600m con pendenza 8-12%.

Innesto il rapporto più agile e salgo piano piano, il sole dritto in viso cuoce, sono da poco passate le 15.00, l’aria è calda e umida. Arrivo nel piazzale e vedo subito una fontanella, ennesimo rifornimento idrico. Mi dirigo al parapetto per scattare un paio di fotografie a Vicenza dall’alto e ai monti dai quali sono arrivato.

Un panino, un attimo di relax e riparto. Ripasso dalla fontanella e rabbocco la borraccia che era già vuota per metà. Percorro il crinale dei monti Berici, passo da Arcugnano e salgo fino a Perarolo, un dolce saliscendi il cui tratto più duro misura circa 1,5km ad una pendenza di 5-6%.Perarolo Prima di arrivare nella frazione di Perarolo mi concedo una deviazione a sinistra per scattare una fotografia panoramica sulla conca formata dai Berici in cui è racchiuso il lago di Fimon. Inizia la discesa dai circa 260m di altitudine e questa è stata veramente l’ultima salita di giornata.

A metà discesa l’Incompiuta, quello che doveva essere il nuovo Duomo di Brendola i cui lavori vennero bloccati durante la Seconda Guerra Mondiale senza più ripartire, attira la mia attenzione. Sosta rapida e via seguendo la traccia che ricalca in parte l’itinerario cicloturistico “I1” Vicenza-Soave-Verona. La traccia che ho programmato salta a destra e sinistra dell’autostrada, attraversando i celebri vigneti di Soave. Dopo San Bonifacio piego decisamente verso sud-ovest fino a raggiungere quasi l’argine sinistro dell’Adige, strade di campagna traffico quasi nullo ad eccezione di tre chilometri vicino al casello dell’autostrada. Qui percorro una bretella in cui la sede stradale a destra della riga bianca che delimita la carreggiata degli autoveicoli è più larga di una normale ciclabile! Arrivo sull’argine di un naviglio e svolto a destra puntando dritto verso Verona. Con mia sorpresa mi aspettano un paio di chilometri di strada bianca, ben battuta, con poca ghiaia, la attraverso ad un buon ritmo.

pasu82
Argine dell’Adige

Ritorno sull’asfalto e inizio a cercare una fontanella, l’acqua è nuovamente ai minimi. Qualche chilometro e nell’attraversare il minuscolo borgo di Mambrotta trovo una fontanella nel parco giochi. Fermata un po’ più lunga, riempio, mangio, getto le cartacce nel bidone della spazzatura, bevo e riempio ancora. Sono già a 225km, manca ormai poco a Verona, passo sopra l’autostrada, sotto alla ferrovia ed un cartello mi dice che sono arrivato in città. Sì, ma a San Michele Extra, che vuol dire ancora più di cinque chilometri per piazza Brà. Percorro il lungo viale Unità d’Italia sulla carreggiata. In realtà, sul lato opposto al mio, un marciapiede enorme, almeno otto metri di larghezza, è usato per metà come pista ciclabile ben segnata, anche il mio navigatore mi avrebbe fatto percorrere quella via, ma il traffico ridottissimo mi ha convinto a restare sulla strada.

pasu31
Ponte sull’Adige, Verona

Finalmente il ponte sull’Adige, il centro è ormai vicino, giro attorno alle mura scaligere ed entro in piazza Brà. Sono quasi le 19.00. Eccola AliMat fotografata in primo piano davanti all’Arena!

pasu39
Arena di Verona

Proseguo, castello e ponte Scaligero. Salgo sull’argine per le fotografie di rito. Tutto ciò mi porta a rallentare il passo di marcia, ma si sa gli attraversamenti delle grandi città sono così.

Prendo la ciclabile del sole che parte proprio da Verona in direzione dell’Alto Adige, il sole è proprio in fronte, ma ormai scalda poco, inizia a sentirsi l’umidità della sera soprattutto perché costeggio il naviglio.

pasu83
Ciclabile del Sole (VR-Resia)

A Bussolengo abbandono la ciclabile per dirigere verso le colline moreniche. Prima di uscire dal paese una rapida sosta per svuotare il barattolino di intruglio nella borraccia. La strada risale dolcemente sui clivi ed a Palazzolo mi ritrovo con il sole basso sull’orizzonte che illumina una sottile striscia di acqua, è il basso lago di Garda che dalla modesta altitudine di 250m si riesce appena ad intravedere.

pasu35Lo fotografo, trovo anche una fontana e riempio entrambe le borracce, riparto in direzione colline moreniche. L’aria oramai e fresca e umida ci sono 23°C. Attraverso la statale per Peschiera, ma non la prendo, il giro deve essere completamente su strade poco trafficate. Passo nuovamente sopra l’autostrada, mi fermo ancora per una fotografia prima che il sole scompaia definitivamente dietro l’orizzonte.

pasu44
Tramonto a Oliosi

Svolto per Oliosi, in realtà io vado a Monzambano, ma da qualche chilometro a questa parte nelle indicazioni vedo solo questo nome oltre a Valeggio. La strada è sempre in leggera discesa ed io accelero un poco, voglio passare il ponte sul Mincio prima che sia definitivamente buio in quanto al di là del fiume conosco bene il percorso. Sono da poco passate le otto e mezza di sera quando passo sul Mincio, niente fotografia, ormai è troppo buio. Finalmente posso prendere la strada per Pozzolengo, nuovamente su una gobba lo scenario al crepuscolo mi esorta ad un tentativo di fotografia anche se solo con il telefono. Modalità “Pro” in semi-automatico, ISO 100 (altrimenti nella correzione sgrana troppo), tempo di esposizione 1/2sec e speriamo bene.

Riparto, ormai e buio pesto, ma non sono per nulla preoccupato, i miei due fari anteriori fanno il loro lavoro alla perfezione. Il più forte e con raggio di apertura maggiore illumina dritto, quasi fosse un abbagliante, ad oltre 50m; l’altro punta leggermente in basso e illumina a giorno i 15m più vicini a me. Dietro due fari con superLed e luce di frenata ad accelerometro. Arrivo a Pozzolengo, decido di aggirarlo percorrendo la bretella esterna, credo così di poter fare più veloce. Di tanto in tanto incrocio un’autovettura o qualcuna mi supera, in entrambi i casi rallentano, evidentemente non capiscono che razza di mezzo di trasporto ci sia per la strada.

Meglio così, vuol dire che mi vedono già da lontano. Ancora qualche chilometro nel buio ed i passaggi sopra autostrada e tangenziale sanciscono l’arrivo nell’abitato periferico di Desenzano. Passo sotto il viadotto della ferrovia, mi fa strano percorrere queste strade di sera in bicicletta io che sono abituato a percorrerle in automobile. Alla rotonda prendo a sinistra per l’ospedale, di nuovo fuori dal traffico, nelle colline della bassa Valtenesi in direzione Maguzzano. E’ proprio lì che scattano i 300km sul GPS, caccio un urlo di godimento, ora devo solo cercare di non far succedere pasticci negli ultimi chilometri. La strada scende al lido di Lonato e per un paio di chilometri seguo la statale per Salò, poi svolto a sinistra salgo a Padenghe, ne attraverso il centro, il viale alberato del cimitero e giungo a Soiano, sono quasi le 22.00.

pasu86
Arrivo a Polpenazze!

Ultimo sforzo per risalire in paese e scendere al confine con Polpenazze ed i giochi sono fatti! I numeri dicono 308km, 3.080m dislivello, 13h57’40”, 11 borracce più le sorsate dirette (circa 9 litri) 10 panini al latte imbottiti, 6 barrette energetiche,  4 gel energetici, 1 busta di sali, 1 barattolino di intruglio. Quello che non dicono sono le emozioni di un viaggio da prima dell’alba a notte inoltrata. Un viaggio costituito da paesaggi meravigliosi: la gardesana occidentale scavata nella roccia, la ciclopista a sbalzo di Limone, le ciclabili trentine, i monti del Pasubio. Un viaggio nella storia dell’unità d’Italia dal Pasubio trasudante sangue della Grande Guerra alle colline moreniche terreno delle feroci battaglie della I e II guerra d’Indipendenza contro gli Asburgo. Un viaggio nell’arte della palladiana Vicenza e della scaligera Verona. Soprattutto un viaggio verso una pentola di acqua bollente con più di un etto di pasta che “Moglie” sta preparando per me! E questa è stata la soddisfazione più grande!

Pasubio 300

Dati tecnici su Strava: https://www.strava.com/activities/3918487278

su Komoot: https://www.komoot.it/tour/239893181

Videogallery: https://youtu.be/H4e3xsB_Reg (5min)

Photogallery:

Tre Cime di Lavaredo

Quest’anno la MdD è stata annullata, ma non la nostra splendida mini-vacanza in val Badia che è semplicemente stata posticipata di una settimana. Così venerdì 10 luglio alle 5.32 del mattino parto da Corvara in direzione Tre Cime per un giro ad anello che mi consentirà di vedere nuovi paesaggi dolomitici. Scendo verso il bivio Colfosco/LaVilla, l’aria è fresca (8°C), ma non gelida. Mi fermo per una rapida didascalia al Sassongher appena illuminato dai primi bagliori mattutini.

trecime002

Riparto, cinque chilometri in discesa mi conducono velocemente al bivio di La Villa per San Cassiano e per il passo Valparola. Diciassette volte lo ho fatto in discesa in altrettante edizioni della Maratona, solo una volta non lo feci poiché a causa della febbre dovetti accontentarmi del Sella ronda. Farlo in salita è, quindi, una mezza novità. Si presenta subito cattivello con un primo chilometro al 9%, dopo le prime curve sono costretto ad una rapida fermata, il sole ha iniziato ad illuminare la cima del Sella e del Sassongher. Tra le valli ancora buie ed ombrose ed il cielo cobalto risaltano due cime infuocate ed io le immortalo con il mio telefono.

trecime001

Riparto, fino al borgo ancora due chilometri facili attorno al 6% di media. Uscito da San Cassiano un primo chilometro con media 8% e punta al 10% porta al lungo falsopiano di Armentarola.Passo Valparola_LaVilla Due chilometri in cui la pendenza non supera mai il 4% e talvolta è negativa. Io salgo piano, ne approfitto per scaldare dolcemente la gamba, mi guardo intorno, la cima del passo è avvolta dalle nuvole, così anche la splendida Croda di Santa Croce alla mia sinistra. L’umidità è alta, dopo 6,5km inizia la vera salita al passo, da qui in poi non ci saranno più tratti per rifiatare. Altri 6km abbondanti in cui si deve guadagnare quasi 600m di dislivello, la pendenza media è di poco sotto il 10%, la salita è molto regolare, senza strappi, la strada un lungo serpentone sinuoso che sale verso la nebbia. Il traffico nullo, in tutta la salita vengo sorpassato solo dall’autobus di linea, da due autovetture e due multivan proprio in vista della vetta. Non posso dire di godermi il paesaggio, ma anche in queste condizioni meteorologiche le Dolomiti sono incredibilmente affascinanti. Piuttosto l’idea che anche sull’altro versante (Falzarego) il clima sia lo stesso mi induce a

pensare a giri di ripiego. Dopo il dodicesimo chilometro la strada inizia ad alleggerire la pendenza, mi trovo in quel luogo magico che i ladini chiamano “intra i sass” è l’ultimo chilometro, oggi avvolto completamente dalla nebbia ed io fatico a vedere il forte militare della prima querra mondiale che si trova a soli cinquanta metri dal ciglio della strada. Scollino e… Sorpresa! Ad est il cielo è terso, la breve discesa a passo Falzarego è lì che mi aspetta illuminata e riscaldata dal sole. Mi fermo per alcune fotografie ed un video che cristallizzino questo momento.

Riparto la discesa al Falzarego ed a Cortina d’Ampezzo è quasi completamente al sole, la pendenza non è mai eccessiva. Fino a Pocol la conosco bene perché fatta in salita durante le Maratone. Gli ultimi chilometri sono uno splendido balcone sulla piana Ampezzana. Il cielo è intensamente blu, l’aria fresca e limpida. Si preannuncia una giornata fantastica. Entro in Cortina prima delle 8.00 del mattino, sono stati avviati molti lavori in favore delle prossime olimpiadi e le strade sono già intasate a quest’ora, una rapida fermata sotto al campanile parrocchiale, una visita fugace alla via pedonale delle boutique (ancora chiuse) e prendo la rotta per il passo Tre Croci.

Come esco dall’abitato torna la pace, il secondo passo di giornata non è lunghissimo, 8km con pendenza media 7%, di contro è estremamente irregolare, mi sembra di essere entrato in un roller coaster con la bicicletta. Passo Tre Croci CortinaContinue variazioni di pendenza comprese tra 12% e 4%: prima un “drittone al 12%” per un centinaio di metri, poi altri cento metri al 5/6% e via così per sette chilometri. Il tutto condito talvolta con delle vere e proprie gobbe prima dei tornanti che inaspriscono la pendenza, anche se solo per uno o due metri fino al 15%. Credo che fatta in discesa possa diventare fonte di grandissimo divertimento. Io, dal canto mio, la affronto con rapporti agili, cercando di assorbire tutte le variazioni senza esagerare con il “wattaggio”, ma soprattutto godendomi il paesaggio della piana di Cortina circondata dalle splendide Tofane e dal Cristallo.

La salita è tutta in un meraviglioso bosco di larici ed anche questo contribuisce a farmela percorrere quasi senza accorgermi del tempo che passa. Alle 8.45 sono in vetta, inizia una breve discesa (circa 4km) che mi condurrà al bivio con la statale che da Auronzo sale al lago di Misurina. A metà di questa discesa sono costretto ad una fermata su un viadotto con una vista memorabile sul gruppo del Cristallo.

Riparto mi innesto sulla statale e risalgo fino al lago di Misurina, sono 3km circa facili, l’ultimo un leggero falsopiano in rettilineo. Arrivato al lago sono d’obbligo alcune fermate per fotografare il luogo. Inizia anche la ricerca della fontana. Viste le temperature in queste prime ore non ho bevuto moltissimo, ma vorrei avere entrambe le borracce piene prima di salire ai 2.300m del Rifugio Auronzo. Ne trovo una alla fine del lago, riempio, bevo, mangio, fotografo e riparto.

Il bivio per le Tre cime è subito dopo. Il primo chilometro si insinua dolcemente tra le montagne, poi un cavatappi con pendenza 14% di duecento metri mi fa capire che aria tirerà sui tre chilometri finali. Subito dopo il bellissimo lago di Antorno, una gemma incastonata tra pineta e montagna che mi fa compagnia sulla destra per qualche centinaio di metri. Lascio le fotografie per il ritorno che sarà obbligato fino al bivio che scende a Dobbiaco. Oltrepasso la barriera del pedaggio: 20€ moto, 30€ auto, 45€ camper eppure c’è la coda per salire a parcheggiare al rifugio e non godersi camminando anche questi tre chilometri. A dire il vero, vista l’ora ancora mattutina (9.30) molti salgono in auto perché poi faranno il giro intero attorno alle Tre Cime (quasi 10km). Dopo alcune centinaia di metri ancora gradevoli tra i pascoli inizia la salita vera.Tre Cime_3KM Sono pochi, tre chilometri e pendenza media 13%, un piccolo muro con stretti tornanti in cui la pendenza si accentua invece che addolcirsi, io li chiamo “tornanti a chiocciola” proprio come le scale perché mi danno quella sensazione.

Di contro il panorama è di quelli spettacolari da lasciare senza fiato, ovunque mi giri vedo solo immense rocce dolomitiche, alcune più vicine, alcune più lontane. Salgo con il rapporto più agile 34×34, per me la giornata ciclistica è ancora lunga. L’ordinata fila di autovetture che mi sorpassa ad intervalli regolari scanditi dai due bigliettai delle casse mi infastidisce un poco, ma in modo sopportabile. Dopo poco più di mezz’ora sono al rifugio, i parcheggi sono quasi esauriti, lungo gli ultimi cinquecento metri le auto sono già parcheggiate sulla banchina. Troppa gente per i miei gusti! Ma si sa sono un animo solitario. Scatto alcune fotografie dal rifugio proprio da dove inizia la camminata e decido di proseguire per il parcheggio superiore che mi sembra decisamente meno affollato.

Così è, mi affaccio da entrambi i lati del piazzale e così posso godere sia del panorama verso il Cristallo, sia di quello verso la valle di Auronzo, mangio e riparto.

Lungo la discesa è d’obbligo una fermata per immortalare la strada sinuosa e le vette dietro ad essa.

Un’altra fermata per il fiabesco laghetto di Antorno e via rieccomi sulla statale in discesa verso la val Pusteria.

Sono quasi le 11.00 ed il buco allo stomaco inizia a diventare una voragine. Subito dopo il caratteristico lago di Leandro un Bar Ristorante dal nome “Tre Cime” cattura la mia attenzione, si trova in posizione strategica dove le montagne si aprono formando un lungo solco che permette di vedere proprio le Tre Cime. Inevitabile che decida di fermarmi per mangiare un maxi toast e bere due bicchieri di Coca con questa splendida vista.

trecime029

Mi sento decisamente meglio, non dico sazio, ma con lo stomaco felice. Riparto, oltrepasso il lago di Dobbiaco, arrivo alla statale della val Pusteria, controllo il GPS per capire dove sia il punto più vicino per innestarmi alla splendida ciclabile che unisce San Candido a Brunico. La imbocco, meravigliosa, un susseguirsi di campi e pinete di fondo valle a poca distanza dalla statale. Una deviazione per lavori mi costringe ad abbandonarla per entrare nel centro abitato di Monguelfo, tutto sommato un bene perché il borgo si rivela molto carino. Ritorno sulla ciclabile all’altezza del lago artificiale di Anterselva la strada si fa sterrata, ma di quelle belle ben battute, proprio come le strade bianche.

Dopo il lago la ciclabile si innesta nel tessuto campestre (perché è impossibile definirlo urbano) del comune di Valdaora attraversando la frazione di Sopra. Arrivato in quella di Mezzo il cartello indicante passo Furcia 10km mi guida verso l’ultima grande fatica di giornata. I primi due chilometri e mezzo se ne vanno via veloci attraverso il paese con pendenze molto dolci, questo implica che nei successivi 7,5km dovrò affrontare quasi 700m di dislivello.Passo Furcia Valdaora La prima parte di salita è quasi completamente esposta al sole. La strada attraversa gli alpeggi ed il paese di Gassl, in corrispondenza del quale, un nuovo tratto con pendenza dolce lascia rifiatare dopo i lunghi rettilinei in doppia cifra. Lasciato l’abitato la musica non cambia, ancora lunghi rettilinei oltre il 10%, ora con più ombra in quanto ci si avvicina sempre di più alle foreste che circondano il basso Plan de Corones.

Gli ultimi due chilometri sono nella fresca pineta, anche se oggi la giornata non è mai stata particolarmente calda ed afosa, anzi se si escludono i venti chilometri in val Pusteria l’aria è sempre stata frizzante. Io salgo sempre con passo regolare e guardingo, d’altra parte ho già più di 3.000m di dislivello nelle gambe. In vetta al passo Furcia dominano gli impianti di risalita del celebre comprensorio di Plan de Corones, a parte loro non vi è molto altro, inizio subito la discesa, al primo punto panoramico decido di fermarmi per un paio di istantanee. Da qui si vede bene la val Badia, il Sassongher ed il Sella.

Si vedono bene anche i nuvoloni neri carichi di pioggia che stanno arrivando, per cui parto. Scendo di buona lena verso San Vigilio in Marebbe, ma senza prendere rischi. Lo oltrepasso, sembra molto carino,

proseguo fino ad innestarmi con la statale che da Brunico sale in Alta Badia. Sono praticamente alle porte di Piccolino, un paese il cui nome la dice lunga sulle sue dimensioni. Mancano poco più di venti chilometri a Corvara, un lungo falsopiano in leggera salita. I primi 14km vanno via veloci, vento da dietro, senza grande sforzo resto tra i 19km/h e i 27km/h. Poi poco prima della galleria inizia a piovere con insistenza, mi fermo prima dell’uscita per indossare l’antipioggia (più che altro per il telefono che è nella tasca posteriore senza protezione impermeabile). Dopo la galleria quattro tornanti a 8% di pendenza sanciscono la fine del falsopiano e l’inizio della leggera salita dell’Alta Badia, sono quasi a Puntac poco prima di Pedraces (luogo di ritiro dei pettorali della MdD). Arrivato in paese mi fermo, tolgo l’antipioggia, temporale montano breve ed intenso, mangio, riparto. Da qui parte uno splendido marciapiede ciclabile, largo forse tre metri,  che mi conduce sino alle porte di La Villa separato del traffico dei camion e delle betoniere che mi avevano accompagnato più in basso. Entrato in paese opto per una strada interna che sale dritta come un fuso (14%) e si collega alla sommità del celebre Mur dl Giat della Maratona.

Sarà questo il mio gatto di giornata, attraverso il borgo, inizio la discesa per Funtanacia e per rientrare in statale. Mancano tre chilometri al mio hotel ed io finalmente sfondo il muro dei 4K di dislivello. Arrivo nel piazzale dell’albergo, felice come non mai, prestazione ciclistica di rilievo con 153km e 4.070m di dislivello, ma chi se ne frega! Quello che conta oggi è la quantità e la qualità di roccia dolomitica che ho visto! Nell’ordine Sella, Sassongher, Croda si Santa Croce, Lagazuoi, Sass da Stria, Marmolada e Averau (in lontananza), le Tofane, il Cristallo, le Tre Cime e mettiamoci anche il bel panettone verde del Plan de Corones!

Grazie Dolomiti!

TreCime

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@ ⛰️⛰️⛰️ Tre Cime 4K (Passo Valparola, Passo Tre Croci, Tre Cime di Lavaredo, Passo Furcia)

Videogallery: Video integrale (8’21”)

Photogallery:

 

Passo Tremalzo gravel-extreme

Sono le 4:52 quando mi sveglio, ancor prima che il telefono suoni. Mi alzo, guardo fuori dalla finestra, scendo in giardino e scatto una fotografia dell’alba che verrà. Si prospetta una mattina dal cielo terso e dalla profondità di campo giusta per fare fotografie.

Oggi la mia mente ha progettato il giro che è il degno coronamento di tutti i piccoli passi fatti in questi due anni di allenamenti e test sulle strade ghiaiose del nostro lago di Garda e dell’altopiano di Cariadeghe. Alle 5:42 parto, mi aspetta una lunga cavalcata pianeggiante verso Riva del Garda in tutto più di 50km. A quest’ora il traffico è ridottissimo e la Gardesana si trasforma in uno splendido lungo rettilineo adatto ai video e alle fotografie: l’alba dall’alto di Puegnago, il golfo di Salò, il porticciolo di Toscolano, la ciclabile sulla vecchia strada a Gargnano, per finire con il clou, la ciclopista a sbalzo di Limone sul Garda.

Poco prima delle 8:00 sono a Riva, mi fermo come mia abitudine a mangiare una barretta all’imbarcadero, riempio le borracce di acqua e riparto. Attacco la salita del Ponale, sicuramente l’unica strada del lago che può lottare per bellezza e arditezza con la Forra di Tremosine. Sono 2,5km sterrati, ben battuti, intagliati nella roccia viva a strapiombo sul lago. Con attenzione, si può fare tranquillamente con una bdc moderna con sezione dei copertoni da 25mm o meglio da 28mm, oggi con LinaBatista ed i Terratrail tassellati da 40mm diventa una passeggiata, ma la dimensione delle mie gomme fin troppo generosa qui, sarà altresì sufficiente in vetta al Tremalzo?

Mi fermo un paio di volte per scattare fotografie, la giornata è incredibile, una delle migliori che io abbia avuto quanto a profondità di campo.

Finito lo sterrato ancora un paio di chilometri asfaltati con tornanti e vista sull’orrido mi conducono davanti all’ingresso della galleria della strada statale. Mi immetto sulla via principale in salita verso il lago di Ledro, ma, fortunatamente, la abbandono cinquecento metri dopo per svoltare a sinistra e riprendere il sentiero del Ponale che sale al lago di Ledro e che è stato trasformato in ciclabile da qualche anno. Sicuramente più ostico questo secondo tratto per una bdc, in quanto i primi chilometri totalmente sterrati presentano piccole rampe sopra il 10% con fondo molto mosso, difficilmente superabili con copertoni sottili senza scivolare (vedi Antica via Ponale e passo Tremalzo (Giro dei 4 laghi) ).

A Prè di Ledro la Ponale entra in paese, si torna sull’asfalto, da qui fino a Molina i tratti sterrati sono pochissimi, ma più volte ci si arrampica su tornanti cementati al 20%. Faticosa in certi punti, ma di una bellezza straordinaria. Inoltre con le abbondanti piogge di questo mese tutti i torrenti e i ruscelli sono carichi di acqua dando ancor più bellezza allo scenario boschivo, verde e rigoglioso come non lo vedevo da anni. A Molina nuova fermata d’obbligo di fronte al lago, sono circa le 9:00 e la mia colazione prevede già un bel panino con prosciutto crudo oltre agli integratori di rito.

Mi aspetta la sponda sud del lago, quella in parte interdetta alle autovetture su splendida ciclabile sterrata in mezzo al bosco. I riflessi verde smeraldo del lago si mescolano con il verde chiaro del fogliame del bosco. A Pieve di Ledro prosegue la ciclabile su una bellissima traccia, verniciata di recente, immersa nei campi: curve sinuose si alternano a piccoli ponticelli sui ruscelli. Un paradiso per famiglie! Per fortuna a quest’ora non sono ancora in movimento. Arrivo al lago d’Ampola, chiamarlo lago forse è eccessivo, comunque uno splendido specchio d’acqua ricolmo di ninfee e canne. Sono al 76km, sono le 9:50 ed inizia la parte tosta del giro, il passo Tremalzo: 12,3km per quasi mille metri di dislivello. Una salita di quelle definite HC (hors categorie) piuttosto regolare, parte subito con pendenza in doppia cifra e per i primi tre chilometri sono più i tratti a 10/12% che quelli a 7/9%.Passo Tremalzo La bellezza del luogo, il fresco del bosco (14°/16°C), l’asfalto liscio la rendono molto meno faticosa. Prima del quinto chilometro sono già a 1.000m di quota, circondato, ancora una volta, da splendidi maggiociondoli in fiore. In questa amenità l’ultima cosa a cui penso è la fatica della scalata, ci penseranno poi i dati del gps a decretare che per più di 10km (su 12,3km totali) la pendenza è rimasta sopra 8%. Iniziano i primi alpeggi e fortunatamente anche il primo breve falsopiano in corrispondenza della chiesetta di Santa Croce, solo un centinaio di metri e si risale a 10%. Poco prima dell’ottavo chilometro un’altra contropendenza, questa volta più lunga, quasi cinquecento metri. Il panorama si fa sempre più ampio man mano che salgo, si iniziano a scorgere il Cornone di Blumone e la vetta dell’Adamello anche se oscurata dalle nuvole.

Prima del passo (e me lo ricordo bene dallo scorso viaggio!) la strada per qualche decina di metri si snoda sullo stretto crinale dei monti. Mi fermo per una ripresa incantevole e spaventosa assieme! Il lato sud verso il Garda scosceso, uno strapiombo di quasi 400m sugli alpeggi sottostanti; Il lato nord, dolce, verde, erboso e fiorito (con un neologismo lo definirei “pratoso”) con le cime delle Alpi in lontananza a fare da sfondo.

Arrivo al passo Tremalzo (1.702m) il tempo di alcune didascalie, di sgonfiare gli pneumatici a 2,0 bar e riparto in discesa.

L’idea è di fermarmi per mangiare i panini in mezzo ai prati sottostanti. La discesa si presenta subito “tecnica” o meglio difficoltosa per una bici ghiaiosa. A parte alcuni brevi tratti lastricati, il fondo è molto mosso e con sassi piuttosto grossi per i miei copertoni da 40mm. Sono costretto a scendere sempre a freni tirati per non superare i 10-15km/h e non rischiare di compromettere i cerchi in uno dei tanti larghi e profondi scoli dell’acqua piovana o su uno dei sassi più grossi ed appuntiti.

Arrivo al passo della Cocca, decido di fermarmi lì, luogo incantevole, consumo il mio pranzo e riparto. Poco dopo sono costretto ad una nuova fermata, l’alpeggio con le creste sovrastanti quasi a semicerchio crea un gigantesco teatro naturale. Obbligatorio un video a 360°.

Confessate che avete proseguito anche voi con: “le caprette ti fanno ciao!”. Ancora un chilometro ed eccomi di fronte alla magnificenza della cascata del Pra di Lavino, detta del Pisù, con le ripetute piogge di questi giorni è carica di acqua come in pochi altri momenti dell’anno. Il fragore, il profumo umido, le goccioline nebulizzate nell’aria ancor fresca di primavera ne fanno un luogo magico, d’obbligo una lunga sosta.

Tutte queste pause, in realtà, oltre che rallentarmi, mi confortano in quanto consentono ai miei cerchi di non surriscaldarsi eccessivamente durante le lunghe frenate. Riparto, una contropendenza di un chilometro mi porta a Bocca Lorina (1.431m) bivio per la strada che sale al Monte Caplone entrando nel territorio della Valvestino. Io, invece, scendo verso la valle del San Michele. Sono 7km di terribile discesa con pendenza media di 11%, ma spesso tra 15% e 18%, fortunatamente ora il fondo è molto più compatto ed i tornanti spesso sono cementati. Il panorama è impressionante: sono nel mezzo, guardo  in su e vedo le creste aguzze sopra di me, guardo in giù e vedo un bosco a strapiombo nella valle del torrente San Michele.

Una meraviglia! Oggi l’aria così limpida e pura dona una profondità di campo da restare senza fiato. Ovviamente mi fermo più di una volta per fotografare. Finalmente giungo in fondo alla ripida discesa, arrivo alla piccola diga sul torrente. Accosto la bicicletta e ne approfitto per scendere sul ghiaioso letto del corso d’acqua.

Mangio, bevo, riempio le borracce alla vicina fontana, rigonfio gli pneumatici fino a quasi 3bar e riparto, poco più di tre chilometri e ritorno sull’asfalto all’incrocio con la provinciale Tignalga, svolto a destra e mi accingo a rientrare nella civiltà. La strada è nota, tre chilometri di discesa, tre di risalita con pendenza impegnativa ed eccomi nel comune di Tignale, oltrepasso alcune delle sue frazioni, inizio la discesa, fermata d’obbligo al “Panorama del Fil”, purtroppo quasi immancabile con strade nuove il messaggio di ritardo a casa, fotografo e riparto.

Come settimana scorsa mi aspetta la “Hidden Road” e la vecchia gardesana che mi conducono a Gargnano. Troppo traffico in paese e dopo soli due chilometri mi infilo a destra nelle stradine del golf di Bogliaco, a Cecìna (non Cécina, quella è in Toscana) mi fermo per riempire nuovamente le borracce, il sole picchia forte anche se l’aria non è ancora calda come in piena estate ed io sto già bevendo come un cammello. Scatto una fotografia ad una splendida bouganville che si arrampica sul muro di pietre di una casa e via si riparte!

Attraverso Toscolano, Maderno e Fasano in statale e a Gardone rientro a destra per la frazione di Sopra; il rumore delle motociclette mi stava dando troppa noia dopo tutte quelle ore passate nella pace e tranquillità dei monti. Ridiscendo da Morgnaga a Barbarano, ma rientro subito a destra per il centro di Salò, solite Zette in risalita e Valtenesi. Anche oggi la lieta sorpresa della Citroën 2CV Charleston, questa volta la incrocio prima di Puegnago.

Sorrido, è il degno suggello ad una giornata veramente indimenticabile per i luoghi visitati e per le condizioni meteo che hanno saputo donar loro ancor più splendore. Grazie LinaBatista con i tuoi ultimi miglioramenti tecnici mi stai portando “là dove non ero mai stato!”

Per la cronaca: ⇔ 152,6km,  ⇑ 3.082m,  τ: 8h42’56”

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!Ghiaiosi@ La Ponale, Passo Tremalzo Extreme

TremalzoGravelExtreme

Videogallery: Video integrale (10’40”) (se potete trovate il tempo per guardarlo, merita tutto, non per le mie riprese, ma per i luoghi incredibili)

Photogallery:

Antica via Ponale e passo Tremalzo (Giro dei 4 laghi)

Sono le 5.36 del mattino di domenica 4 agosto ed io inforco la mia specialissima per un nuovo giro. È passato un mese dalla Maratona delle Dolomiti, questo è il periodo migliore per compiere i tour più lunghi. La gamba è ben allenata, cuore e polmoni hanno resistenza in abbondanza. Parto da Polpenazze mentre il sole sta sorgendo dietro il monte Baldo, un alone rossastro ben definisce il contorno del suo crinale.

4lag01

Oggi devo risalire tutta la gardesana fino a Riva. Poche distrazioni, una foto in Salò al duomo in cui sono stato battezzato, una a Villa di Gargnano per le celebri “bisse” (lunghe e affusolate imbarcazioni lacustri con voga veneta), una lungo la vecchia gardesana per mangiare anche un boccone e l’ultima a Limone per la ciclopista.

 

Poco più di cinquanta chilometri e giungo al bivio per il sentiero del Ponale posto all’inizio dell’abitato di Riva del/G. Un’ultima sosta barretta e prima delle otto attacco la prima salita di giornata. Questa primavera il sentiero è stato chiuso per lavori alle tubazioni che giacciono sotto di esso. Con l’occasione è stato rifatto lo sterrato, ora ben compatto e facilmente percorribile anche in bdc (bici da corsa). A quest’ora del mattino il traffico è pressoché nullo e posso scegliere le traiettorie migliori evitando tutte le buche.  Tra meno di due ore pullulerà di MTB elettriche e sarà tutta un’altra storia. Attivo la mia videocamera e riprendo il sentiero nelle sue parti più emblematiche (video integrale 9’28”). Mi fermo in un paio di occasioni per fotografare, ma la giornata è un po’ fosca e non limpida come due anni fa quando la percorsi con Rick (link).

 

Finito lo sterrato ancora un paio di chilometri mi separano dalla provinciale che sale in galleria da Riva, nel complesso 4,5 km di salita piuttosto pedalabili.

 

Mi immetto sulla via principale in direzione lago di Ledro. Ancora quattro chilometri di salita con pendenza compresa tra 5% e 8% e sono davanti al museo palafitticolo di Molina d/L.MolinaDiLedro Qualche didascalica istantanea a suggellare l’importanza di questo sito preistorico che ci ricorda l’evoluzione della nostra razza.

 

Una sosta nel parco alberato di fronte al lago per mangiare qualcosa e via seguendo la ciclabile sul lato sud del lago. Meravigliosa, un susseguirsi di saliscendi nel bosco a bordo lago, alcuni tratti di sterrato ben battuto, la impreziosiscono ancor di più. Alla fine del lago rientro sulla statale dell’Ampola, vedo la ciclabile alla mia sinistra una, due volte e decido infine di prenderla. In genere le piste in Trentino sono ben fatte anche per noi stradisti e così è anche stavolta. Ad un certo punto compare anche l’indicazione per passo Tremalzo, io la seguo pedestremente e mi ritrovo dentro una bellissima pineta. D’un tratto, la strada inizia a salire con pendenza ragguardevole, guardo la mappa del mio GPS e capisco che questa rotta mi immetterà sulla salita del Tremalzo ben dopo il primo tornante.

 

La pendenza continua a crescere fino al 25%, l’asfalto lascia il posto al cemento e nonostante questo il manto, ancora bagnato dal forte temporale notturno, è sdrucciolevole. La ruota posteriore slitta parecchio, sono costretto a scendere e percorrere un centinaio di metri a piedi. In totale saranno cinquecento metri prima di immettermi sulla classica salita del Tremalzo. Nonostante questa scorciatoia mi abbia fatto risparmiare più di un chilometro la salita è ancora lunga,  quasi dodici chilometri nel complesso. La pendenza è piuttosto regolare tra 7% e 10%. Questo significa che bisogna affrontarla con il rispetto che si porta alle lunghe ed impegnative erte alpine. Ad alleviare la fatica il meraviglioso panorama che si gode durante tutta l’ascesa. La prima metà della salita si snoda completamente sotto una pineta fresca ed ombrosa dove la temperatura scende fino a 17°C.

 

Dopo quattro chilometri abbondanti il bosco cede spazio ai primi alpeggi, la visuale si apre verso le montagne circostanti, il sole inizia a riscaldare l’aria ed io mi guardo estasiato attorno.

 

La sottile e sinuosa striscia di asfalto continua così, tra boschi e radure, con il suono dei campanacci delle mucche ad allietare le mie orecchie. Non è che non faccia fatica, ma pedalare su queste salite è così appagante che il tempo vola e mi ritrovo ad un paio di chilometri dal passo, immerso negli alpeggi, tra malga Tiarno di Sopra e Malga Tremalzo, senza accusare la minima stanchezza.

 

Ormai il passo è vicino, subito dopo l’ultimo tornante una piacevole sorpresa, la strada segue il crinale che si fa sottile, poco più di una decina di metri, alla mia destra il monte Baldo ed il lago di Garda, già offuscato dall’umida calura agostana, alla mia sinistra il Dosso dei Galli, il Cornone di Blumone ed infine l’Adamello. Sì, proprio il ghiacciaio dell’Adamello! Dai quasi 1.700m del Tremalzo l’orizzonte nord spazia fin lì!

 

Purtroppo, la vetta è già nascosta dalle classiche nuvole che si formano intorno a mezzogiorno sulle cime alpine. Arrivo al passo e proseguo un centinaio di metri sulla strada sterrata; è la strada militare che aggirato il monte scende a passo Nota, voglio dare un’occhiata, sogno di percorrerla con la gravel bike appena avrò più dimestichezza con i terreni ghiaiosi.

 

Ritorno sui miei passi mi fermo al rifugio ed osservo questo meraviglioso panorama a 360°. Faccio conoscenza con una coppia di emiliani in soggiorno sul lago di Ledro, sono saliti con le e-MTB (elettriche) e si accingono a scendere verso passo Nota per poi rientrare lungo le mulattiere a Molina di Ledro, bellissimo giro anche il loro. Intanto ne approfitto per mangiare e dissetarmi. Riprendo la bici e scendo a valle, sono passate da poco le undici del mattino, ma per me la giornata è ancora lunga. La discesa è ancora fresca e la mia splendida maglia manica corta in bioceramic (by GSG cyclingwear) mi consente di affrontarla senza antivento. Mi immetto sulla statale all’altezza del passo d’Ampola e dopo un corto falsopiano proseguo la discesa verso Storo. L’aria si fa sempre più calda, percorro la ciclabile del Chiese, splendida anch’essa, non fosse altro che mi evita la strada statale. Prima di Ponte Caffaro mi perdo un attimo e anticipo l’uscita dalla ciclabile, questo mi costringe a percorrere qualche chilometro in più, ma poco importa, ora la temperatura ha superato i 30°C ed io penso che, una volta costeggiato tutto il versante ovest dal lago d’Idro, dovrò affrontare la salita di Capovalle, quasi completamente esposta al sole. A mezzogiorno e mezzo, oltrepassato l’abitato di Idro, inizio la salita, celebre presso i triatleti in quanto percorso del temibile IdroMan. Al primo tornante sono costretto a fermarmi per un’istantanea didascalica, d’altronde se questo è il “giro dei quattro laghi” li devo fotografare tutti.

 

Salgo, Capovalle da Idro è abbastanza impegnativo, in tutto poco più di otto chilometri con media del 6%, ma quello che mi preoccupa un pochino è il lungo rettilineo dopo la galleria con pendenza costante tra 11% e 16% completamente esposto al sole.

 

La temperatura sale fino a 36°C, io procedo lentamente, ma con decisione. All’inizio dei tornanti raggiungo un ragazzo (di una volta come me) con una gravel.  Rompo il ghiaccio con un: “Credevo di essere l’unico pirla a salire a mezzogiorno sotto il sole da qui!” Mi risponde con simpatia: “Tranquillo, io sono sicuramente più matto ho anche già fatto un infarto (ndr in passato) e salgo comunque!” Vince lui a mani basse. Chiacchieriamo un poco, è partito da vicino Bergamo per venire a Gargnano, di chilometri ne farà tanti anche lui. Nonostante la simpatia sono costretto a lasciarlo, il suo passo è troppo lento, spero di ritrovarlo dopo la sosta in vetta per la discesa. Purtroppo, nonostante una lunga sosta alla fontanella di Capovalle per mangiare e idratarmi, non lo vedo scendere o mi sfugge, la fontana, in realtà, è leggermente defilata. Riparto, mi attende la discesa ed il lungo e stupendo falsopiano che costeggia il lago di Valvestino, il quarto del giro. L’aria resta calda, intorno a 30°C, anche mentre scendo. Giunto al lago mi fermo ad uno dei miei punti panoramici preferiti, da cui ho decine di scatti fotografaci presi in tute le stagioni.

 

Ancora qualche chilometro e sono a Navazzo, nuovamente in vista lago di Garda, il giro si sta per chiudere. Scendo veloce, l’aria è calda come quella che esce dagli asciugacapelli. Sono a Gargnano, finalmente in riva al lago, ci sono 34°C, giusto il tempo di attraversare anche Bogliaco e mi infilo, come sempre, nella “strada del golf” che mi porta a Cecina, sotto l’ombra di un boschetto. Ritorno sulla ss45bis poco prima di Toscolano, è molto tardi, già ho dovuto scrivere che sarei giunto a casa oltre il previsto, ma vorrei evitare di arrivare nuovamente lungo. Quindi via, pedalare a testa bassa, in meno di mezz’ora sono a Salò all’attacco delle Zette, è qui, dove la velocità cala sensibilmente ed il sole del primo pomeriggio picchia più forte, che raggiungo la temperatura più alta 38°C.  Bell’escursione termica dai 17°C della pineta del Tremalzo di stamattina ad ora ci sono più di 21°C di scarto! Ma io adoro il caldo ed anche a questi livelli ci convivo bene.

4lag33

Ora non mi resta che percorrere a ritroso anche la Valtenesi fino a Polpenazze, mia meta d’arrivo. Sono le 15.45 del pomeriggio con un quarto d’ora di anticipo sull’ora e mezza di ritardo entro dal cancello di casa. Sono quasi duecento chilometri (194) per 3.300m di dislivello in poco più di nove ore di pedalata, ma questi sono solo numeri, quello che resta è la meravigliosa strada del Ponale e soprattutto la scoperta di un’altra incredibile salita con panorami mozzafiato, il passo Tremalzo!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@Giro dei 4 laghi (Garda,Ledro,Idro, Valvestino) Ponale,PassoTremalzo,PassoSanRocco

Giro dei 4 laghi

Videogallery: Sentiero del Ponale integrale (9’28”) – Passo Tremalzo (2’09”)

Photogallery:

 

 

Monte Baldo e giro del Garda

Sono le 5.54 di sabato 8 settembre quando parto da Polpenazze per una nuova inedita salita, il rifugio Graziani sul monte Baldo salendo da Mori. Questa volta la traccia è già impostata sul mio gps; si tratta solo di seguirla e di confermare la bontà del tracciato scelto. Giusto il tempo di partire e l’irresistibile fascino della luna prima dell’alba mi costringe ad una repentina fermata.

Uno spicchio di luna è illuminato dal sole, ma il cielo limpido fa sì che il riflesso luminoso che la terra produce su di lei ne definisca tutta la circonferenza con un nitido anello. Spettacolo di rara bellezza che la fotocamera di un cellulare non riesce a cogliere appieno. Dentro di me penso che questo sia il segno premonitore di un giro solitario indimenticabile. Scendo le Zette verso Salò e mi affaccio al mio lungolago appena rischiarato dai bagliori solari alle spalle del Baldo. Lo osservo e penso: “Tra qualche ora sarò lì a percorrere il tuo crinale!”

Riparto e proseguo spedito verso Riva del Garda, cerco di tenere un ritmo regolare senza mai affaticarmi in modo da giungervi il prima possibile, ma abbastanza riposato. Dopo la consueta deviazione di Gargnano per evitare la prima stretta galleria mi reimmetto sulla statale, qui incontro un tirolese di Brunico che scopro sta andando ad affrontare la temibile Punta Veleno; già mi è simpatico! Discorriamo di itinerari e luoghi da visitare in bicicletta e, dopo aver attraversato la fantastica ciclabile di Limone, ci ritroviamo all’ingresso di Riva d/G. Lo saluto, per me è giunto il momento della prima sosta, sono appena passate le otto del mattino e faccio la mia prima colazione a base di barrette e fruttini.

Riparto, arrivo a Torbole, proseguo in direzione sud qualche centinaio di metri giusto per scattare un paio di istantanee didascaliche al monte Brione e al tunnel che porta l’acqua dell’Adige nel lago di Garda.

Ritornato sui miei passi seguo le indicazioni della ciclabile Torbole/Nago – Rovereto. Mi intrufolo nei vicoli acciottolati di Torbole e salgo con pendenza massima di 15% verso Nago.Su un curvone leggo la scritta “punto panoramico” che invita a salire alcune decine di gradini per giungere sulla sommità di uno sperone roccioso. Non esito, bici in spalla, salgo i gradini, arrivato in cima mi si offre uno splendido panorama di tutto l’alto lago, mi fermo contemplo e fotografo.

Ripenso al segno premonitore. Ritorno sulla rotta e salgo un lungo rettilineo al 12% con vista notevole sulla piana di Arco, alla fine del quale la strada si immette sulla statale per Rovereto, ma io inseguo i segnali della ciclabile e svolto a destra in centro a Nago. All’uscita del borgo la segnaletica mi porta in mezzo ai vigneti, si sale ancora un poco prima della dolce discesa verso Rovereto. Praticamente la ciclabile e costituita dalle strette stradine asfaltate dei vigneti collegate tra loro da veri e propri tratti di ciclabile costruita ad hoc.

Scopro che molti ciclisti in bici da corsa la percorrono per raggiungere il lago, in effetti data la difficoltà altimetrica del tracciato (da 65m si sale a 260m) non è esattamente idonea alle passeggiate con bambini piccoli. Anche questa deviazione si è rivelata una scelta vincente: zero traffico e paesaggio stupendo. Giungo alla periferia di Mori e svolto bruscamente a sinistra come indica il mio gps. Avevo trovato una strada alternativa per affrontare i primi chilometri che conducono a Brentonico in modo da evitare la provinciale sp3 che sale da Mori. Da qui il computer dice che mancano 20,5km ai 1.617m del rifugio Graziani. Il primo chilometro e mezzo sale lungo la montagna con pendenza tra 7% e 10%, arrivo nella frazione di Sano e capisco che dovrò faticare parecchio, il pendio del monte di fronte a me è completamente terrazzato a vigne, la strada che esce dal paese sale dritta come un fuso in mezzo ad esse.

Sono quasi 800m con pendenza media da Punta Veleno, il ciclo-computer segna più di 20% di inclinazione più di una volta e non scende mai sotto 15%.

MuroSano

Su una curva più larga, intravedo lo spazio per fermarmi e poter ripartire, voglio immortalare questa strada e questo splendido paesaggio.

bal17

Fortunatamente, da qui in poi, le pendenze della strada alternativa non saranno più così cattive, comunque quasi sempre attorno a 10%. Mi ricollego alla strada secondaria e poi alla sp3 proprio in procinto di entrare nel centro di Brentonico. Un piccolo saliscendi in paese mi consente di rifiatare un poco ed un incoraggiante cartello all’uscita del borgo con la scritta “pendenza 16%” mi fa subito ricordare che la salita al Graziani è nota per non essere una cosa semplice, bisogna conquistarsela! La strada è molto larga, in inverno è utilizzata per portare le autovetture degli sciatori a San Valentino dove ci sono i primi impianti, d’estate è preda delle automobili degli escursionisti che salgono al monte Altissimo e di un orda indescrivibile di motociclisti, soprattutto tedeschi. Forse sono più infastidito dal rombo dei motori che affaticato dalla salita che, comunque, continua a regalarmi splendidi panorami su Rovereto e sulla Vallagarina. Su un ampio tornante mi fermo all’ombra di alcune piante per fotografare il Baldo dal basso ed osservare la strada che devo ancora percorrere.

Ho percorso circa 8km di salita ed ho passato quota 800m da poco, la salita è ancora lunga. Riparto oltrepasso la piccola frazione di S.Giacomo, che scopro essere meta per lo sci di fondo, affronto una piccola discesa che mi fa perdere quasi cinquanta metri di quota, e riprendo a salire, d’ora in poi non ci saranno più tratti in contro pendenza per rifiatare.

Arrivo a S.Valentino e dopo l’innesto con la provinciale sp208 che sale da Avio la strada diventa stretta e si addentra in uno splendido faggeto. Ci siamo! Inizia la salita vera quella dai profumi e dalle viste di montagna. Alla fine del bosco la lingua di asfalto si fa largo scavando il suo percorso nella roccia, la similitudine con il tratto di gardesana che sale a Tignale mi viene spontanea. Mi fermo ancora per immortalare questo luogo di rara bellezza.

Riparto ormai ho oltrepassato i 1.200m e la vista si apre sugli alpeggi, sul monte Altissimo (2.078m), sulla cima Valdritta (2.218m) e su punta Telegrafo (2.200m), entrambe già attorniate dalle nuvole.

Una serie di tornanti mi portano al rifugio, la pendenza negli ultimi chilometri è sempre rimasta tra 7% e 10% a conferma che questa salita di venti chilometri è veramente tosta.

RifGrazianiDaSano

Mi fermo davanti al rifugio giusto il tempo di qualche istantanea e di bere un “ciucciotto”.

Voglio arrivare il prima possibile alla bocca di Navene per poi scollinare il valico sotto a cima Valdritta. Conosco bene il Baldo (catena montuosa di origine vulcanica) la sua forma e, soprattutto, l’essere l’unico isolato rilievo sopra i 2.200m nella zona lo rendono un parafulmine eccezionale. Anche nelle giornate più terse durante la mattina l’umidità si accumula sopra le sue vette per creare temibili nuvoloni neri che dopo mezzogiorno possono dare luogo a temporali in quota. Arrivo a bocca di Navene, fotografo e mi gusto il panorama su Limone, sull’altopiano di Tremosine, sul monte Tremalzo e purtroppo distinguo perfettamente la macchia rosso bruna dell’incendio di due settimane fa in val di Bondo.

L’aria è frizzante sono sceso a quota 1.420m e devo risalire oltre i milleseicento metri in poco meno di quattro chilometri, preferisco ripartire subito e restare caldo, ma sarebbe stato fantastico soffermarsi a mangiare un panino proprio lì, al rifugio di bocca Navene, contemplando il lago. La strada sale dolcemente dapprima immersa nel bosco e poi sugli alpeggi assolati. Mandrie di mucche al pascolo, impreziosiscono il paesaggio, già di per sé incantevole, e allietano con il suono dei loro campanacci le mie orecchie. Io attraverso, mi fermo, osservo, fotografo, respiro e annuso il profumo di monte.

Il crinale e gli alpeggi del Baldo sono un vero spettacolo della natura è la tersa giornata settembrina li sta valorizzando appieno. Manca un chilometro al valico e la strada ricomincia ad incattivirsi sotto le mie ruote, la pendenza torna sopra il 10% con punta del 15% per poco più di cinquecento metri.

BaldoStrappoFinale

È l’ultimo vero sforzo, poi sarà un infinita discesa fino a Peschiera d/G. Scollino, mi fermo su uno spiazzo ghiaioso, fotografo, mangio, indosso l’anti-vento senza maniche.

Sono all’ombra dei nuvoloni e la temperatura è scesa a 13°C. Il primo tratto di discesa è stretto, scavato sul fianco roccioso della montagna con pendenza compresa tra 13% e 15%. In queste condizioni di lugubre luce la strada intimorisce non poco. Passati i primi due chilometri di curve e contro curve il pendio roccioso lascia il posto a lunghi rettilinei immersi negli alpeggi, supero agevolmente i 65km/h, ma si sa il mio inconscio ha il limitatore di velocità inserito ed inizio a frenare. Le braccia e le mani iniziano a sentire il fresco nonostante sia tornato al sole. Il corpo invece è ben protetto dal gilet Breeze di GSG che ogni giorno che passa scopro essere sempre più versatile. Prima di Ferrara, al bivio, lascio la sp8 per tenere la destra e scendere verso Spiazzi da una strada più ombreggiata e per nulla trafficata.

Ce l’aveva fatta conoscere quasi vent’anni fa Francesco nell’ultima mia visita al monte Baldo salendo da Pazzon. Giunto a Spiazzi, famoso per essere il punto di partenza per le escursioni al santuario della Madonna della Corona, mi tolgo l’anti-vento, riparto, resto sulla destra su un’altra via laterale che mi fa evitare ancora un paio di chilometri di provinciale. Alle porte di Braga devo cedere e rassegnarmi a percorrere un tratto di strada principale. Il sole inizia a scaldare, a Pazzon tengo la sinistra ed invece di avvicinarmi al lago attraversando Caprino Veronese, punto diritto verso Rivoli Veronese dove la mia traccia mi consentirà di percorrere un tratto della celebre ciclabile Verona-Resia.

È quasi mezzogiorno e mezzo e questo fa si che il traffico sia minimo anche sulle provinciali. Dopo alcuni chilometri entro in ciclabile, nuovamente immerso nel bosco e nel nulla, come sempre le ciclabili vicino agli argini dei fiumi aumentano il dislivello del percorso con continui saliscendi, e questa non fa eccezione. A metà della salita più significativa su una curva è posto un cartello: “Punto panoramico”. Appoggio la bicicletta alla panchina e a piedi salgo lo sperone roccioso, di fronte a me la Vallagarina e l’Adige, fotografo e riparto.

Una piccola deviazione di un centinaio di metri mi porta sotto ad una delle pale dell’impianto eolico della bassa valle. Resto ipnotizzato dall’apparente lento incedere delle tre pale per un paio di minuti, poi dopo alcune istantanee riparto.

Percorro ancora alcuni chilometri di questa bellissima ciclabile ed all’altezza di Pastrengo la lascio per riportarmi sulle vie tradizionali. Sono costretto per alcuni chilometri, fino a Sandrà, su una strada che potrebbe essere trafficata, ma che l’orario del pranzo e la calura estiva, ci sono già più di 30°C, rendono scarsamente affollata. Seguendo la traccia svolto a destra su una strada secondaria immersa nuovamente nei vigneti, ma questa volta sono in pianura e non rischio brutte sorprese. Arrivo a Castelnuovo, passo a fianco del Gardaland Resort e sbuco a Cavalcaselle sulla ex-statale Verona Brescia. Attraverso Peschiera e non posso che fermarmi e fotografarmi sul ponte della fortezza.

Il centro brulica di turisti, l’estate sul lago non è ancora finita! Dopo tante ore passate nella pace e nella tranquillità vedere un poco di vita e di vivacità non guasta! Giusto qualche minuto ed all’uscita di Peschiera, lascio nuovamente il traffico per dirigermi verso Monzambano, obiettivo arrivare a Desenzano per le vie senza traffico delle prime colline moreniche. Passo davanti al santuario del Frassino, ma è troppo presto, riapre alle tre del pomeriggio ed io mi accontento di fotografare l’esterno.

Seguo la traccia, durante questo traverso percorro due brevissimi tratti di strada bianca, le colline moreniche sono piene di strade di questo tipo, lasciate senza asfalto, ma ben tenute e utilizzate soltanto da gente del luogo. Arrivo alla torre di San Martino della Battaglia celebre monumento che ricorda le guerre di indipendenza dall’Impero austriaco e dalla cui sommità, nelle giornate più limpide, si possono vedere distintamente, sia gli Appennini, sia i ghiacciai alpini. Mi fermo, cerco l’angolazione migliore con l’esposizione al sole della torre e mi scatto un vanitoso “selfie” di soddisfazione.

In fondo mancano pochi chilometri a casa ed è già tempo di resoconto. Lungo gli ultimi chilometri che da Desenzano mi conducono a Polpenazze attraverso la poco frequentata strada di Maguzzano, inizio a ripercorrere questa splendida giornata nella mia mente.

bal51

Il segno premonitore ha avuto conferma, l’itinerario si è rivelato perfetto, senza traffico, con panorami sempre spettacolari, il meteo favorevole con cielo limpido, aria frizzante in montagna (13°C) e caldo afoso (34°C) sul basso lago. Alla fine, 190km e 3.123m di dislivello per uno spettacolo che è durato 8h 44′. Tutto gratuito, gentilmente offerto da madre Natura! Unico requisito richiesto un poco di allenamento e tanta determinazione. In assoluto uno dei miei giri meglio riusciti.

MonteBaldo

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ Riding around Lake Garda, Climbing up to Mount Baldo

Videogallery: Ciclabile Torbole Rovereto (1’06”) Ciclabile Verona-Resia (0’52”)

Photogallery:

Punta Veleno

Sono le 5.15 del mattino di sabato 28 luglio quando parto da Polpenazze per affrontare una tra le salite più “arrabbiate” d’Italia: la temibile punta Veleno in località Prada Alta, un piccolo altopiano a mille metri di quota sopra la sponda veronese del lago di Garda. Da alcuni anni, ormai, la tengo sott’occhio, ma per un motivo o per l’altro durante i miei soggiorni estivi lacustri non sono ancora riuscito a trovare il momento giusto. Oggi lo è! La giornata inizia con gli ultimi scorci dell’eclissi totale di luna, alla partenza una rapida istantanea al nostro satellite è un tributo dovuto.

Rapido scendo a Salò, mentre il sole inizia a rischiarare il cielo dietro al monte Baldo. Le luci ancora accese sul lungolago e nelle vie danno un sapore magico al mio golfo. Qualche fotografia e si riparte, il primo obiettivo è di risalire tutto il lago fino a Riva d/G nel minor tempo possibile, ma senza affaticare troppo la gamba.

E’ così che prima delle 7.30 sono nella cittadina trentina senza avere subito il traffico estivo della gardesana. La giornata è piuttosto afosa, l’orizzonte non è limpido, guardando il basso lago si vede già molta foschia. Mi fermo in piazza dell’imbarcadero, dove sono ancora ormeggiati metà della flotta dei battelli di Navigarda (l’altra metà è a Desenzano e Peschiera). C’è l’Italia, il battello a pale dei primi del novecento, il mio preferito, quello che mi porta alla mia adolescenza. Inevitabile un reportage fotografico a lui dedicato.

Faccio la mia colazione e riparto, attraversando le vie del centro, giungo a Torbole. La quantità di negozi e noleggi di biciclette in questa zona è incredibile e molti sono già aperti a quest’ora. All’uscita del paese mi fermo su un pontile per qualche scatto verso la magnifica strada del Ponale e verso monte Brione che separa i due comuni del Garda trentino.

Issate le vele riparto verso sud con un notevole vento a favore, senza nessuno sforzo spesso supero i 30km/h a volte raggiungo i 40km/h. Proprio quello che  mi ci vuole per arrivare a Castello di Brenzone con la gamba calda, ma ancora piuttosto riposata. Sono le 8.10 ho già percorso 81km ad un media per me inusuale di 27km/h, per forza, ho solo 500m di dislivello nelle gambe, ma ora si recupera! Seguendo pedissequamente le indicazioni del mio Xplova X5 salgo a Castello dalla peggiore delle strade, il muro di via del Dosso, una cementata di trecento metri tutta sopra il 20%! Giusto per preparare la gamba a ciò che sta per arrivare (ndr scartabellando su Strava solo 153 rincitrulliti sono passati di lì ed io sono 14imo!). Altri cinquecento metri nell’abitato di Castello e con svolta secca a sinistra parte punta Veleno, annunciata da un grande e dettagliato cartello.

Si trovano scritti il tracciato altimetrico, le pendenze medie di ogni mezzo chilometro, il totale della salita per giungere a Prada Alta, 8km, la quota di partenza 164m, la quota di arrivo 1.156m e la pendenza media dei primi 6km “solo” il 15,3%, ma soprattutto quattro fotografie di ciclisti di cui una con un amatore che mestamente sale a piedi. Insomma “lasciate ogni speranza voi che entrate”. La catena sale immanentemente sul pignone da 32 denti e credo che lì starà per un bel po’. Il primo chilometro in realtà non sembra così terribile, qualche rampa intorno al 12% si alterna a pendenze normali di 8% e 10%, io procedo con circospezione. Dopo cinquecento metri il primo tornante, il 20°, la numerazione è decrescente come è giusto che sia per dare l’idea di quanto manchi all’arrivo. Alla fine del primo chilometro il tornante 18°, davanti a me un bel rettilineo con pendenza tra il 15% e il 18%.

La velocità ha del ridicolo tra i 4,5km/h ed i 5km/h la cadenza di pedalata tra le 36 e 42 battute al minuto. Scopro così, dopo anni, che il mio Joule gps sotto i 5km/h non aggiorna la pendenza istantanea. Poco male ho imparato a conoscermi ed ho una personale tabella; fino al 14% posso salire seduto in posizione arretrata per utilizzare anche i muscoli posteriori, sopra al 14% la ruota anteriore inizia ad impennare e devo, forzatamente, mettermi in punta di sella con la schiena bassa e la testa davanti all’attacco manubrio. La posizione in fuori sella è da escludere, a quella velocità diventa più un esercizio di equilibrismo poco ergonomico, alzare la cadenza e la potenza significherebbe scoppiare dopo massimo un chilometro e non vedere la cima. Proseguo, passano i tornanti, il terzo chilometro è un rettilineo unico e non mi sposto mai dalla posizione in punta di sella, i reni stanno scoppiando, la schiena fa più male delle gambe, ma con caparbietà e sempre al minimo insisto.

Dal quarto chilometro ricominciano i tornanti, almeno lì per qualche secondo riesco a rilassare la schiena. Prima del quinto chilometro al tornante 9° si apre la vista sull’orrido della valle di Trovai o Berton. Niente da fare, complice il fatto che sul tornante la strada spiana e mi consentirà un’agevole ripartenza, devo fermarmi a scattare un paio di fotografie. Sto fermo il minimo indispensabile, durante queste ascese è sempre una brutta idea interrompere il ritmo della pedalata.

Riparto, fortunatamente tra i 5,5km e i 6,5km la pendenza è leggermente più dolce, riesco a portarmi in posizione arretrata più di una volta. Arrivo ai primi alpeggi, sono ormai sopra quota 900m, il più è fatto. Ancora pendenze cattive fino a poco oltre il settimo chilometro, poi finalmente si comincia a rifiatare, distendo la schiena, inserisco anche il 28 per un breve tratto e mi godo il bosco di Prada Alta.

La strada è quasi piatta, o così sembra, dopo questa salita verticale. Ecco! Vedo finalmente la fine della valle di Trovai, quella che crea l’orrido verticale sul lago. Attraverso un ponticello e mi porto sull’altro versante, da qui una vista suggestiva sulla nuda montagna che sovrasta verticalmente la strada per gettarsi a capofitto verso il lago. Ovviamente mi fermo e fotografo, peccato per la foschia sul lago, ma come dice Giorgio #nevalsemprelapena!

Questo era il mio premio per la fatica, questo passaggio da solo vale il viaggio! Ora ancora qualche centinaio di metri e mi trovo su un bel prato erboso da cui si erge il cartello di “fine salita” di Punta Veleno. Questa volta mi fermo ed il selfie è obbligatorio, come lo è l’istantanea pubblicazione su Instagram.

Mangio e me la godo un poco. Riparto, venti chilometri di lunga discesa, su ampia carreggiata, mi condurranno sino a Torri del Benaco. Scendendo, scopro che San Zeno in Montagna (500m s.l.m.) è una località turistica viva e densamente affollata al pari delle più rinomate cittadine a bordo lago. La vista su gran parte del basso Garda è incantevole e la temperatura leggermente più fresca e sicuramente meno umida la fanno sicuramente apprezzare agli amanti delle vacanze un poco più tranquille.

Arrivato sul lungolago di Torri scopro che il traghetto sta già arrivando, quindi niente fotografie e lesto verso la biglietteria; 8€ il costo per una bicicletta sul traghetto per Maderno. Oggi per me li vale tutti perché questo mi consentirà di evitare il giro del basso lago affollatissimo in questo primo fine settimana di ferie per le grandi aziende. Salito sul battello, mi rilasso, mangio e scatto altre istantanee dal lago.

Sbarco a Maderno alle 11.20, pochi chilometri di gardesana trafficata ed al bivio per il Vittoriale non ci penso  troppo, svolto a destra e salgo a San Michele. La gamba è buona, si è riposata nel trasferimento. Tutto sommato, per eccesso di prudenza, non si è mai affaticata troppo neanche salendo a punta veleno, quella che stava urlando di dolore in effetti era la schiena. Spingo sui pedali, ne vien fuori addirittura un buon tempo con 205w di media, anche perché avevo avvisato casa che ero, stranamente, in anticipo e sarei riuscito ad arrivare per le 12.30 a pranzo. Scendo rapido a Salò e prendo la via che reputo più veloce per giungere a Polpenazze. Ore 12.35 apro il cancello, missione compiuta!

Oggi il grazie me lo tengo tutto per me, ma soprattutto per le mie gambe e per i miei reni!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@PoisonEdge😱 (Punta Veleno)

Videogallery: video (5’09”)

Photogallery:

Maratona dles Dolomites 2018

Anche quest’anno siamo giunti al fine settimana della Maratona dles Dolomites, come da tradizione (Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31), Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!) il giovedì si parte per una mini vacanza con famiglia allargata a Manuela e Francesco. Dopo due anni di tempo piuttosto incerto e freddo, soprattutto per quel che riguarda il giorno della gara, questa volta sembra esserci qualche speranza per un meteo migliore. Così è, venerdì e sabato sono meravigliose giornate di sole in cui ci dedichiamo ai consueti divertimenti montani: escursioni, camminate, parco avventura per i bimbi.

È domenica mattina, la sveglia non fa in tempo a suonare, alle 4.45 sono già sveglio, merito dei miei abituali “early morning” e della vecchiaia che mi fa dormire non più di sei ore consecutive. Faccio colazione in camera con una tisana ai frutti di bosco, biscotti secchi e qualche plumcake. Incredibilmente alle 5.30 esco dall’hotel Marmolada e mi avvio verso la partenza di La Villa. Entro nel piazzale della terza griglia alle 5.50, mai ero arrivato così presto. A qualcosa serve, sono solo 300 circa le persone che ho davanti alla fine il parcheggio ne conterrà quasi 3.000.

Non fa neanche tanto freddo ci sono 12°C, per precauzione ho indossato comunque le ginocchiere e tengo l’anti-pioggia intanto che aspetto lo start delle 6.30. Mangio ancora qualche biscotto secco per passare il tempo. Per la prima volta il cannone spara con due minuti di ritardo, tolgo la mantellina, la piego e la ripongo nella tasca centrale dello smanicato antivento. Alle 6.46, così recita il real-time, passo sotto l’arco di partenza, risalgo, silenzioso come gli altri fino a Corvara, la via centrale è già affollata da parenti e amici dei corridori che incitano tutti indistintamente, sarà così lungo tutti i tornanti che conducono al passo di Campolongo. Il sole è già alto inizia a scaldare i monti ed i corridori, il cielo è limpidissimo, la giornata si preannuncia spettacolare. Incrocio le dita dopo due anni di freddo e nuvoloni bassi ho proprio voglia delle mie Dolomiti!

Essere così avanti in griglia ha sortito un vantaggio, niente piede a terra sulla prima salita, scollino, chiudo lo smanicato, mangio una barretta e via in discesa, tranquillo, c’è ancora molto traffico. Pochi minuti e sono ad Arabba da dove inizia il Pordoi, salgo con ritmo regolare seguendo un poco l’andatura di questo serpentone a due ruote infinitamente lungo. Dopo alcuni chilometri di salita iniziano ad arrivare da dietro i forti amatori che non avendo uno storico alla MDD sono partiti in ultima griglia. Cercano di passare, ma senza arrecare troppo disturbo, io intanto mi guardo in giro e noto come il gruppo del Sella sotto le prime luci della mattina sia ancor più incantevole.

Mi distraggo, questa limpidezza è imbarazzante, comincio a pensare alle sedici edizioni che ho già concluso e non riesco a ricordare una giornata così. Passano cinquanta minuti ed io sono in vetta al Pordoi, non me ne sono quasi accorto talmente ero assorto nell’osservare ogni singolo dettaglio di ciò che mi circonda.

mdd32003
Passo Pordoi 2.239m

Ormai è deciso, oggi va così, ci si guarda intorno cercando di fissare nella memoria questo splendore. Inizio la discesa, in ombra ed ancora fresca (circa 12°C), il nuovo gilet anti-vento e anti-pioggia traspirante della GSG fa egregiamente il suo dovere! Dopo cinque chilometri si riparte, giù il 34 sulla guarnitura e su il 28 sulla cassetta posteriore, preferisco essere agile nelle ripartenze a freddo. Qui è sempre il punto più gelido di tutta la MDD, oggi ci sono ben 8°C e non si sta poi così male. Passo il ristoro senza fermarmi, passo i malgari che tutti gli anni ci incitano con i loro campanacci assordanti. Proseguo alla ricerca del sole che qualche chilometro più avanti tornerà a baciare le nostre fronti. Ad un chilometro dalla vetta una piccola sorpresa, una grossa frana si è portata via metà della carreggiata e l’imbuto ha già creato una coda di un centinaio di metri, sganciamo il pedale e proseguiamo a piedi per alcuni minuti, qualcuno bici a spalle fa un po’ di ciclocross salendo al tornante successivo passando per un sentiero.

Sono in vetta, passo Sella 2.242m, cima Coppi della MDD, chiudo la zip e riparto per la discesa più pericolosa. All’inizio la strada è ampia e si gode di una vista straordinaria che spazia dal Sasso lungo fino al gruppo del Sella passando per il gruppo del Cir e per le Odle.

Dopo un paio di chilometri un addetto dell’organizzazione, fischietto in bocca, sventola forte una bandiera arancio per segnalare una insidiosa curva a destra con raggio a chiudere, come tutti gli anni si sbraccia e si sgola, come tutti gli anni trecento metri più avanti alla seconda curva a chiudere a sinistra un atleta è dolorante riverso a terra contro il guard-rail, solo cinquanta metri più avanti un’altra ambulanza è già pronta per partire con un secondo ciclista con tutta la testa fasciata da garze. Errare è umano, perseverare diabolico! Proseguo, finisco la discesa ed inizio la più facile di tutte le scalate, il passo Gardena preso da pian de Gralba è corto e intramezzato da un lungo falsopiano che corre a fianco del ghiaione del Sella. Dopo un chilometro il più famoso ristoro della MDD, ricolmo di ogni ben di Dio. Io non mi fermo ho il mio personale ristoro che mi aspetta a Corvara, molto meno fornito, ma carico di amore incondizionato. Finito il falsopiano riprende la salita regolare e con continui tornanti che spostano continuamente la vista tra il Sella, il Cir ed il passo.

In vetta chiudo nuovamente la zip del gilet e mi getto in discesa, per me la più bella, pedalabile, tornanti ampi, lunghi rettilinei, vista magnifica su tutta la val Badia fino all’abitato di Colfosco. Arrivo in fondo alla discesa, mi sposto sulla sinistra alzando il braccio, a cento metri dalla caserma dei Carabinieri sgancio il pedale sinistro ed allargo la gamba, segno inequivocabile che sto per fermarmi, non vorrei mai qualcuno da dietro mi venisse addosso. Cinquanta metri esco dalla carreggiata, tiro i freni, punto Alice e Matteo che impassibili mi aspettano, mi fermo a pochi centimetri da loro mentre Marina mi apostrofa con un “Piano! Sei Matto!”. Un bacio ai piccoli, loro sono impazienti, Alice ha la busta dei ciucciotti, Matteo la borraccia piena. Prima tolgo ginocchiere, manicotti e lascio l’anti-pioggia che avevo usato prima della partenza, poi prendo le barrette, le borracce nuove. Un secondo bacio a Matteo ed Alice, uno anche a Moglie, un saluto a Francesco e Manuela. Alla domanda di Marina sull’orario di arrivo rispondo: “Sicuramente più di sette ore e mezza, questa giornata me la voglio godere tutta!”. Annuisce, oggi è la scelta giusta ormai sono un ciclo-fotografo a tutti effetti! Riparto il secondo Campolongo viene sempre piuttosto bene, la gamba si è riscaldata in queste prime tre ore e non è ancora stanca, la temperatura è ideale intorno ai 20°C, in poco tempo sono nuovamente al passo.

Ancora discesa verso Arabba, questa volta senza traffico e la velocità aumenta. da qui un lungo traverso mi conduce verso il fondo valle attraversando l’abitato di Pieve di Livinallongo e salendo alla frazione di Cernadoi bivio tra percorso lungo e medio.

Svolto a destra, oggi non ci sono mai stati dubbi sul fatto di fare il lungo, sarebbe un delitto imperdonabile rinunciare ai meravigliosi panorami del Giau! Se il vantaggio della vecchiaia è l’aver bisogno di dormire meno ore la notte, lo svantaggio è che la signora prostata inizia a fare i capricci. Quindi, anche a me, tocca di fermarmi lungo la discesa nella pineta dietro una fascina per espletare il mio bisognino. Riparto, finisce la discesa e prima del Giau il colle di Santa Lucia. Due chilometri circa di scalata che normalmente sarebbero considerati come una vera e propria salita, ma qua alla MDD, con tutti questi passi, vengono assimilati ad un cavalcavia. Poco prima dello scollinamento è posizionato il ristoro, dove mi fermo per riempire le borracce ormai quasi vuote e mangiare un poco di frutta disitratata. Riparto, ormai ci siamo, dopo tre anni è di nuovo passo Giau, a questo punto della gara dopo quasi cinque ore di bicicletta, questa scalata di 10km al 10% di pendenza media non è per nulla banale, qualsiasi sia la velocità alla quale la si vuole affrontare. Inizio con un ritmo costante, quando la pendenza sale sopra 11% mi alzo sui pedali e sfrutto la forza di gravità del mio corpo per “danzare” sulla mia specialissima; non appena la pendenza cala mi risiedo e proseguo con watt regolari. Salgo, faccio fatica, arrivo alla galleria, mi alzo sui pedali, sembra di non andare avanti, guardo il gps, sono sopra il 10%. Ritorno alla luce il panorama sta cambiando, più guadagno quota, più la vista si apre verso le vette delle Dolomiti circostanti. Qua e là si ode qualche fischio di marmotta, il vento soffia teso, talvolta alle mie spalle e mi aiuta nella scalata, talaltra in fronte a me e mi rallenta. Il sole è alto nel cielo, mezzogiorno è appena passato, il caldo inizia a farsi sentire, ma per me è una piacevolissima sensazione. Negli ultimi chilometri sale la preoccupazione che il mio tallone d’Achille, l’adduttore destro possa rovinarmi la festa. Inizio a sentirlo fremere quando aumento la potenza da seduto. Rallento ancora un poco la pedalata, oggi fretta non ne ho. Non mi è difficile distogliere l’attenzione dalla mia gamba, mi basta guardare in alto ed osservare le montagne che mi circondano. Fatico a credere a quello che vedono i miei occhi, i contorni ben definiti delle creste, i pini che sembrano dipinti con un sottilissimo pennino a china, il cielo profondamente blu, i contorni ben definiti dei cumulonembi che volano velocemente sopra la mia testa. Questa realtà, oggi sembra una fotografia già passata sotto l’algoritmo di Photoshop, perché sì, è sempre vero il detto: “La realtà supera la fantasia”. Io guardo, osservo, memorizzo, oggi ho deciso di non fermarmi a fare troppe fotografie, voglio vivere il momento, metabolizzarlo dentro di me e crearne una memoria duratura nel mio animo.

Arrivo all’ultimo chilometro, gli ultimi tornanti, seppur faticosi, sono una goduria per gli occhi. Ultimo rettilineo mi alzo sui pedali, il pericolo crampo per ora è scampato, arrivo al ristoro, nuovamente riempio le borracce ormai quasi vuote, mangio due pezzi di crostata e mezza banana. Guardo l’orologio un’ora ed un quarto per scalare il Giau, sei minuti più del mio solito tempo, ma quanta soddisfazione nell’avere ammirato con più calma tutto quanto.

La discesa del Giau è molto lunga e forse per un eccesso di prudenza rimetto il gilet anti-vento. Parto la vista spazia nuovamente a 180° dall’Averau, passando per le Tofane, il Cristallo fino alla vicina Ponta Lastoi del Formin e all’Ambrizzola. I primi chilometri li passo frenando per poter ammirare meglio questo inebriante spettacolo.

Quando arrivo in prossimità della pineta, lascio andare la bicicletta ed anch’io, che sono timoroso, raggiungo i 70km/h. Oltrepasso la pineta ed al bivio di Pocol svolto a sinistra, inizia il Falzarego dieci chilometri e mezzo di salita a cui va aggiunto il chilometro finale che conduce al Valparola. Nuovamente riparto agile quasi venti minuti di discesa hanno intorpidito un poco la muscolatura ed il mio adduttore dopo tutte queste ore è sempre in agguato. Risalgo il Falzarego ad una velocità ridicola non so se più per paura del crampo o più perché continuo a stare con il naso all’insù. Oggi proprio non riesco a concentrarmi sul percorso, sono troppo distratto da ciò che vedo e che nelle ultime due edizioni mi è stato negato.

Arrivo al bivio del passo Falzarego e mi fermo per regalarmi un selfie con il Lagazuoi.

Riparto, mi aspetta l’impegnativo rettilineo del Valparola, mi alzo sui pedali e danzo fino al passo, osservo i monti e guardo il grande masso a sinistra della strada avvicinarsi sempre più. Quella grande roccia è il punto di riferimento, da lì la strada sarà tutta in discesa fino a quell’ultimo scherzetto del Mür dl Giat.

Inizio la discesa, niente gilet anti-vento, ma alzo lo scaldacollo comunque, forse come gesto scaramantico per proteggere le orecchie dal vento e dai tappi barometrici.

Scendo tranquillo, quasi volessi rallentare questo avvicinarmi al traguardo, so che tra poco sarà tutto finito e nonostante questa sia una gara oggi per me non lo è più. Oggi è la più bella MDD tra le diciassette che ho fatto. Arrivo a San Cassiano prima e a La Villa poi. Con un colpo deciso torno sul 34 anteriore, con un altro salgo fino al 32 con il posteriore e sono pronto per il Gatto. Mi alzo sui pedali e salgo regolare a metà il gatto inizia ad arrabbiarsi sul serio e si sale al 19%, ma io non mollo, il crampo, quello mai arrivato, ormai è nel dimenticatoio, sono in cima.

Ora quattro chilometri mi separano da Corvara, inizio a spingere forte, non c’è più nulla da contemplare e d’istinto sfogo quelle poche energie rimaste in maniera furibonda sui pedali, ultimo chilometro, ultima curva, mi alzo come volessi fare una volata con me stesso, cento metri al traguardo, guardo a destra vedo i cappellini Cicloturisti! Alice è arrampicata sulla transenna ed anche Matteo, Marina con il telefono e le braccia protese verso l’asfalto, dietro Manuela e Francesco. Alzo il braccio ed urlo a squarciagola “Ciaooo!”. Mi rispondono con voce squillante i bambini e Marina. Cosa chiedere di più a questa Maratona? Taglio il traguardo. La miss mi infila la medaglia al collo e dopo più di otto ore di gara trovo Michil Costa (il patron) in mezzo alla strada che si complimenta con ognuno di noi, cicloamatori da quattro soldi, per aver concluso la nostra gara. Perché solo chi sta sul campo di battaglia fino alla fine sa come organizzare un grande evento come questo.

Non resta che restituire il chip e ricongiungermi ai miei cari, i primi ad arrivare anche quest’anno sono i due piccolini, oramai non molto piccolini, Alice e Matteo che mi abbracciano come se avessi vinto e guardano la medaglia come fosse quella del primo arrivato.

Anche quest’anno le emozioni più grandi arrivano per ultime, quando ti accorgi di quanto tu sia fortunato ad avere una famiglia che ti ama così, nonostante tutti i tuoi difetti e tutti i tuoi capricci; quando vedi nel loro sorriso la felicità nel condividere la tua gioia per questa passione sportiva.

Grazie Dolomiti!

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites 2018 Percorso lungo

Videogallery: Maratona dles Dolomites 2018 (10’02”)

Photogallery:

Gran giro delle Dolomiti del Brenta

English version – click here

Sono le 7.04 del mattino di sabato 12 agosto quando, parcheggiata l’autovettura, partiamo da Tione per il giro attorno al massiccio di Brenta. Siamo io e Rick, l’itinerario studPassoDaonedaPreoreiato prevede di affrontare, subito, a gambe fredde, la salita a Passo Daone da Preore, lo stesso versante scalato dal giro d’Italia nel 2015 (video). Sono circa otto chilometri con pendenze severe e costantemente tra 8% e 13%, solo un brevissimo falsopiano dopo il terzo chilometro concede respiro. Noi la affrontiamo con la dovuta cautela considerando quello che ci aspetterà nel prosieguo; inoltre i temporali della notte hanno abbassato notevolmente la temperatura (14°C alla partenza) e, si sa, il freddo non è amico dei nostri muscoli. La salita si sviluppa in boschi alternati ad alpeggi fino all’abitato di Larzana e successivamente in una fitta e profumata pineta. Dopo quasi un’ora siamo in vetta il tempo di una barretta e giù in discesa, ci sono 9°C!

Arriviamo a Spiazzo e ci fermiamo per un caffè ristoratore. Prendiamo la ciclabile della val Rendena, questo ci evita di pedalare nel traffico dei vacanzieri diretti a Madonna di Campiglio per la settimana di Ferragosto; oggi è sabato da bollino nero. Con meraviglia, anche di Rick, che conosceva già parte della ciclabile, giunti a Carisolo invece di entrare sulla statale per salire a Campo Carlo Magno il cartello ci invita a proseguire su una stradella secondaria con indicazione Sant’Antonio Mavignola. PassoCampoCarloMagnodaciclabileUna bellissima sorpresa, nonostante la strada sia un poco rovinata, il percorso all’interno della pineta è meraviglioso ed anche impegnativo con strappi oltre il 10%. Sono passate due ore e mezza dalla partenza e ci troviamo a Sant’Antonio avendo incontrato pochissime automobili. Si prosegue sulla statale, la musica cambia subito, colonne di veicoli ci sorpassano costantemente e sarà così fino a Campiglio. Fortunatamente le nuvole dell’alba hanno lasciato spazio ad un sole limpido che ci riscalda lungo l’ascesa e ci dona dei bellissimi controluce del gruppo di Brenta (video).

Brenta10

Giunti in paese, dopo circa sei chilometri con pendenza tra 7% e 8%, percorriamo la via pedonale già brulicante di villeggianti. Ancora una decina di minuti e siamo al passo. Ci fermiamo per gustarci il meraviglioso panorama, scattare qualche fotografia e fare una seconda colazione.

Sono le dieci e mezza, imbocchiamo la discesa verso Dimaro, lunga, scorrevole, bellissima, se non fosse che i 15°C ci impediscono di prendere troppa velocità. Lì arrivati, siamo nuovamente nel caos, accerchiati dal traffico veicolare. Notiamo i cartelli della ciclabile della val di Sole, nessuno dei due la conosce, ma, senza esitazione, ci dirigiamo su di essa. Scelta superlativa, la ciclabile si snoda a fianco del torrente Noce, bella, sufficientemente larga, con rarissimi incroci sempre segnalati splendidamente (video). Fortuitamente assistiamo anche alla partenza di un ‘rafting’ sul fiume e poco dopo ad un ponte sul Noce li vediamo passare sotto di noi carichi di adrenalina.

La ciclabile ci porta fino a Mostizzolo, dove rientriamo sulla statale come da itinerario originale, grazie a lei abbiamo evitato quindici chilometri di traffico. Mancano pochi chilometri a Cles, prima di entrare nella cittadina lo sguardo volge all’incantevole lago di Santa Giustina circondato dai meleti della val di Non. Nuova sosta panoramica con panino, è mezzogiorno e lo stomaco inizia a brontolare.

Si riparte, attraversiamo il centro di Cles, abbandoniamo la statale per tenere la destra e restare a mezza costa verso Tuenno. Questa scelta si rivela nuovamente vincente, traffico nullo (anche l’ora del pranzo aiuta!) e ampia vista su tutta la valle e sulle coltivazioni. Subito dopo il borgo l’attraversamento del torrente Tresenica ci costringe ad un saliscendi tra le due sponde che creano un anfiteatro naturale interamente coltivato a meli. Rick porta pazienza, ma io mi devo fermare a fotografare!

Attraverso questo incredibile paesaggio giungiamo a Sporminore da dove iniziamo la forzata discesa a valle, in realtà Spormaggiore è li di fronte a noi a meno di due chilometri in linea d’aria, ma, si sa, la montagna è così. Brenta25Fortunatamente la discesa ci regala nuovi panorami incantevoli. Terminata la discesa prendiamo la strada che sale all’altopiano della Paganella attraverso il paese di Cavedago, dovrebbe essere meno trafficata della statale che sale da Fai, ciononostante troviamo un buon numero di autoveicoli e pullman che ci superano lungo la salita. La scalata non è troppo impegnativa, ma la mia inattività vacanziera di dieci giorni inizia a farsi sentire. Sono passati da poco i cento chilometri e i metri di dislivello sono già più di duemila.PassoCampoCarloMagnodaciclabile I 12 km che ci separano dall’altopiano hanno pendenze costanti tra 6% e 8%, all’ottavo chilometro un falsopiano di 2 km che conduce al borgo di Cavedago mi lascia riposare. Dopo il paese la strada riprende a salire con regolarità, le nuvole stanno ricoprendo nuovamente le cime di Brenta. Sono previsti temporali pomeridiani. Vorrei poter accelerare, ma proprio non riesco a cambiare passo, Rick con pazienza rallenta e mi aspetta. All’imbocco dell’altopiano mi fermo e scatto un’ultima istantanea a tutta la val di Non, da qui sembra immensa.

Brenta26

Attraversiamo velocemente Andalo, che mi pare essere un bellissimo Brenta27paese di montagna in tipico stile trentino; ci dirigiamo verso Molveno, la vista del lago dall’alto ci suggerisce una fugace fermata per l’ennesima fotografia. Complice la strada in discesa anche Molveno viene oltrepassato senza soste. Il cielo è ormai grigio e vogliamo uscire dall’altopiano prima possibile per evitare la pioggia, almeno in discesa. A metà lago non resistiamo e ci fermiamo rapidamente per qualche istantanea commemorativa.

Via di corsa, si scende, anche questo tratto di strada è degno di nota, ma il cielo bigio intristisce i colori ed appiattisce le forme costringendoci ad immaginarSclemoe quanto possa essere suggestivo con la calda luce solare. Arriviamo a Tavodo, l’ultima deviazione anti traffico; risaliamo verso Sclemo una corta salita di 3,2 km con pendenze tra 5% e 8% per 2,5 km e un finale quasi in falsopiano lungo l’abitato. La scelta è vincente per la viabilità, ci evita la statale di Ponte Arche e la sua lunga galleria, ma temiamo possa rivelarsi deleteria per il meteo; qualche goccia di pioggia inizia a scendere. Fortunatamente smette subito, restando a mezza costa possiamo godere, alla nostra sinistra, dello splendido panorama sull’altopiano di Fiavè, il monte Altissimo, il passo del Ballino; il cielo verso sud è ancora parzialmente sereno e così scatta automatica la fermata fotografia.

Brenta31

Agganciamo il pedale e ripartiamo, ma le sorprese non sono finite, la strada si fa largo scavata nella roccia e poco dopo, un cartello, preannuncia una cascata, quella Brenta32di Rio Bianco. Un ultimo cadeau per il nostro meraviglioso giro ed anche Rick è costretto ad immortalare l’acqua che scende. Ripartiamo, questa volta si punta dritti all’auto senza ulteriori esitazioni. Ripassiamo davanti a Preore da dove, nove ore prima, eravamo saliti al passo Daone; ci guardiamo, sorridiamo, facciamo un altro giro? No meglio di no! Ancora due chilometri e siamo arrivati al parcheggio; sono 151km totali per 3.275m di dislivello così recita il mio gps. La media, ridicola 19,8 Km/h, ma si sa siamo cicloturisti. Ci siamo divertiti, abbiamo goduto di panorami incredibili e nonostante il sabato di Ferragosto (da bollino nero) siamo riusciti a restare realmente per poco tempo nel traffico automobilistico. Grande Rick!

P.s: Pochi minuti dopo la partenza in auto di pioggia ne abbiamo presa una discreta quantità 🙂

GranGiroBrenta

Itinerario in dettaglio su Strava: Cicloturisti!@TourDelBrenta(PassoDaone,PassoCampoCarloMagno,Paganella)

Video: Passo Daone   Passo Campo Carlo Magno    Ciclabile della val di Sole

Photogallery:

Tignalga, lago di Tenno, passo Duron e lago d’Idro

Oggi, 15 luglio, sono passate due settimane dalla MdD e tutto il mio allenamento per i lunghi con grande dislivello non ha ancora trovato sfogo. Da quando, questa primavera, ho compiuto il Periplo del lago di Garda ho realizzato che Riva d/G, fuori stagione, in automobile, è relativamente vicina, quindi un giro al lago di Tenno è più che fattibile. Ora è piena estate, la gamba c’è, a Riva ci si può arrivare in bici. Sono le 5.24 del mattino quando aggancio il pedale e parto, neanche cinque minuti e sono già fermo; le straneTenno001 nuvole mattutine creano degli incredibili e variopinti giochi sopra la vetta del monte Baldo; più che ad un’alba ho la sensazione di essere di fronte ad un tramonto infuocato. Proseguo scendendo dalla Valtenesi verso le Zette di Salò, arrivo sul lungolago ed il panorama è di quelli che, anche per un salodiano come me, si vedono molto raramente durante l’anno. Adoro la mia città natale!

Tenno002

Sono partito da mezz’ora, ma ho già capito che oggi sarà una giornata memorabile. Procedo spedito verso Gargnano dove abbandono la statale per scendere in paese ed imboccare la ciclabile che mVesioDaGargnanoi consente di saltare la prima galleria; rientro tenno006sulla ss45bis e al bivio per Tignale salgo a sinistra (si sa che non sopporto la pianura) percorro la Tignalga (video) fino a Pieve di Tremosine (Tignalga in solitaria), dopo la sosta obbligata con vista sul precipizio mi infilo nei viottoli per scattare alcune graziose istantanee prima di scendere vero la celeberrima ‘strada della forra’. Giungo al semaforo che immette nel tratto più angusto e spettacolare della gola, è rosso, mi fermo, scatto una foto, il resto lo racconttenno008erà il video; è verde, si parte, mi godo l’intreccio tortuoso che cerca di snodarsi per uscire da questo meraviglioso luogo. Eccomi nuovamente sulla gardesana pronto per attraversare Limone e giungere a Riva, la deviazione mi ha allungato i tempi di un’ora e mezza, ma come si può passare dinnanzi alla forra senza percorrerla? Finalmente sono a Riva, il computer segna le nove di mattina, un po’ di traffico nell’ultimo tratto l’ho trovato, ma nulla di insopportabile. È ora della prima sosta panino, ma una sorpresa inaspettata mi costringe ad attendere; sta salpando il battello ‘Zanardelli’ uno dei due storici del primi anni del novecento ancora attivi sul lago!

tenno009

Ora posso mangiare con calma, in realtà circa ad ogni ora  ho mangiato una barretta o fruttino mentre pedalavo, ma questa è la prima sosta sostanziosa con pane di segale e bresaola (alla faccia dei puristi). Riparto, da qui la strada per me è nuova e lo sarà fino al rientro in val Sabbia, nonostante i miei meticolosi studi sulle mappe stradali mi sarà d’aiuto il navigatore integrato di Xplova X5. Le salite verso il lago di Tenno sono due, io scelgo quella sul versante di sinistra, è indicata come strada secondaria in quanto giunge al lago senza passare dal paese, sicuramente sarà meno trafficata, inoltre credo sia molto panoramica. Non mi sbaglio! Pochissime auto mi sorpassano ed il panorama sulla piana di Riva e Torbole è suggestivo.

La salita non è mai impossibile con pendenze dolci ed una media del 5%. Giunti al lago di Tenno, che si costeggia dall’alto sulla sponda sinistra, la strada continuPassoBallinoDaRivaa a salire senza sosta fino al passo del Ballino (765m s.l.m.) che si trova all’imbocco dell’altopiano di Fiavè. Percorro l’intera salita girandomi a destra e a sinistra osservando questi luoghi per me ‘ciclisticamente’ nuovi. Il cielo si è rasserenato, sia perché mi sono spostato molto più a nord, sia perché il vento in quota ha eliminato le poche nuvole rimaste; ora è tutto intensamente azzurro. Il lago alla mia destra assume tutte le tonalità di colortenno015e dal verde smeraldo dei boschi al blu cobalto del cielo, mi fermo un attimo e lo contemplo. Ora la salita si fa molto dolce, ormai sono entrato nell’altopiano di Fiavè, un lungo rettilineo mi porta al passo del Ballino. Anche il primo tratto di discesa è piuttosto dritto e non troppo ripido; dopo alcuni chilometri mi trovo immerso nei verdi campi coltivati, tutt’intorno le vette delle montagne trentine che alternano boschi e pendii scoscesi anteprima delle vicine dolomiti del Brenta.

Riaggancio il pedale, attraverso Fiavè e mi dirigo verso le frazioni di Cavaione e Marazzone dove mi congiungo con la strada che sale a passo Durone partendo da Ponte Arche. Sono gli ultimi 4,4km che conducono in vetta, la strada ancora unaPassoDuroneDaFiave volta è dolce, pendenza media del 7% senza strappi. Prima di abbandonare l’altopiano mi fermo un attimo per scattare altre fotografie. Giunto all’ultimo chilometro la strada si insinua nel bosco ed i profumo di retenno023sina di pino mi inebria. Scollino, quale luogo migliore per la seconda sosta panino! Mi rilasso all’ombra ed al fresco degli abeti, mangio con calma e respiro profondamente. È il momento di ripartire, la discesa è ripida, tortuosa ed in alcuni tratti piuttosto stretta (video). Vedo faticare numerosi ciclisti nel cercare di scalarla, ne deduco che è realmente una brutta bestia. Entro a Tione di Trento, aBreguzzoDaTionell’incrocio vedo il cartello indicante Brescia a sinistra 80km, mi fa un poco sorridere, sono già passati 110km ed io sono ancora in trentino, mai mi ero allontanato così tanto solo con le mie gambe. Mi attende la salita che porta a Breguzzo, poco più di quattro chilometri di cui l’ultimo quasi pianeggiante, purtroppo si tratta di una statale ed un poco di traffico lo trovo. In paese mi devo fermare a riempire le borracce, il sole picchia ed io sto bevendo molto, adiacente alla fontana un particolare mi colpisce, sono tre tronchi di legno di altezze diverse su cui poggiano altrettanti sassi tondi dipinti come coccinelle portafortuna; li fotografo con la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Ne sarà felice la mia piccola Alice. Da qui un lungo falsopiano in leggera discesa mi conduce a Ponte Caffaro all’imbocco del lago d’Idro, purtroppo non trovo la nuova ciclabile che da Tione porta al lago e complice il poco traffico dell’ora di pranzo mi adeguo a percorrere la statale. Finalmentenno026te a Condino riesco a salire sulla ciclabile salvo poi doverla abbandonare a causa di un tratto sterrato che oggi non ho voglia di affrontare; la riprendo a Storo ed arrivo sino a dove le acque del Chiese si gettano nell’Eridio. Rientro sulla statale, altri 12km di pianura lungo il lago, vista stupenda sullo specchio d’acqua e sui monti circostanti, ma inizio ad avere la nausea di questo piattume; quasi 45km senza nemmeno una ‘salitella’ sono davvero troppi per me! Ecco che ad Idro, nonostante il gps abbia appena passato i 160km e 2.700m di dislivello, non esito un istante nel girare a sinistra verso Treviso Bresciano (il Cavallino Fobbia sporco). Come, già l’anno scorso con Rick, salgo fino agli 800m della Madonna delle Pertiche per poi gettarmi in discesa verso Valdegagna e rientrare in val Sabbia a Vobarno. tenno028Dopo i primi tre chilometri mi devo fermare per l’istantanea d’obbligo dalla panchina con vista lago, anche oggi il forte vento ha mantenuto l’aria limpida e la visuale è profonda verso le montagne trentine. Riparto, attraverso Treviso Bresciano, scollino, e lesto mi dirigo alla fonte d’acqua gelida presso i fienili di Rondaione.

Mi fermo tolgo il casco, rinfresco il capo, lavo il sotto casco e lo indosso fresco e bagnato; è l’ora dell’ultimo panino. Oltre agli otto fruttini/barrette avevo quattro panini di segale con bresaola e due caffè liquidi, mi resta solo un fruttino da prendere nell’ultima ora. Scendo con circospezione verso Vobarno, la discesa è molto sconnessa nel primo tratto e quasi sempre stretta. In fondo alla valle, come sempre, prendo per Pompegnino prima e per Roè poi, per evitare un po’ di traffico. Giungo ai Tormini proseguo verso Cunettone lungo la panoramica alta e risalgo in Valtenesi, quando arrivo a Picedo manca ancora qualche chilometro ai duecento; non era uno degli obiettivi alla partenza, ma visto che ci sono allungo scendendo al golf di Soiano ed il primo ‘200k’ della vita è conquistato con 3.590m di dislivello, sono da poco passate le quattro del pomeriggio in piena tabella di marcia.

Soddisfazione massima, anche oggi giornata perfetta!

Video: La Tignalga  La strada della forra  Lago di Tenno, Passo Durone e lago d’Idro

Dettagli tecnici su Strava (link)

Photogallery: