Sono trascorsi quattordici giorni da quando, scesi dal monte Lesima, ci trovammo di fronte il bivio della statale ss45. A sinistra la freccia per Piacenza, a destra per Genova. Fu così che proferii le fatidiche parole: “Beh, Genova non è poi così lontana. Caffè a Portofino?”. Suscitai ilarità nei miei compagni di avventura, ma un malefico tarlo si insinuò nella mia testa. Nei giorni seguenti studiai il percorso nei minimi dettagli (ormai ho una reputazione da difendere) e quando fui pronto condivisi l’itinerario con Rick. Centosessanta chilometri ed un dislivello di duemilaottocento metri recitava il mio navigatore Xplova X5. La reazione fu: “Ma vuoi farlo adesso? Ormai è autunno inoltrato.” Risposi: “Sì, sfruttiamo l’ultima bolla di alta pressione che ci sta regalando inquinamento e giornate miti”.
È sabato 14 ottobre, alle 5.45 partiamo, direzione ancora una volta val Trebbia, località Ottone, dove si unirà a noi il grande Giorgio (quello de I sette borghi di Valvestino) partito da Chiari. Passato Bobbio ci insinuiamo in quella parte di val Trebbia che due settimane addietro evitammo per affrontare un’ultima salita panoramica. Il Trebbia qui forma un canyon spettacolare che, con la fioca luce dell’alba, appare ancor più spettrale nelle sue rocce bigie e cineree. All’improvviso, dopo un tornante, ecco di fronte a noi lui, il monte Lesima, colui dal quale è scaturita questa avventura. Io accosto la Mog-mobile. Rick, dopo un primo istante di perplessità, capisce il perché. Scendo, telefono alla mano ed il mio nuovissimo Nokia 8 scatta la prima immagine di giornata. È giusto che sia questa, il Lesima, da qui inizia ufficialmente questo nuovo itinerario che promette già di essere indimenticabile.

Ad Ottone arriviamo con un’attimo di ritardo, Giorgio è già pronto. Entriamo nel bar per un caffè e per un giro in ‘ufficio’. Mentre prepariamo le biciclette amletici dubbi assalgono il povero Rick. Io sono vestito con giacca Mossa (vedi Inversione termica, skyline e promesse mantenute) e gambali felpati. Giorgio, quello degli ‘early morning’ alle 4.50 infrasettimanali, con maglia manica corta, manicotti e gilet antivento. Invernale o estivo? Avere freddo ora o soffocare a Portofino? Alla fine la scelta cade su giacca e guanti lunghi. Si parte, il termometro segna 1°C, resterà così per i primi venti chilometri in val Trebbia. Io e Rick abbiamo mignoli e anulari congelati, Giorgio continua a ripetere che in seguito avremo molto caldo. Sì, ma in seguito! Fortunatamente a Montebruno inizia la salita che porta a Barbagelata.
Prima erta di giornata, 7,5km, di cui i primi 5km costantemente attorno a 8/10%, poi uno strappo di 500m tra 10/12% ed infine gli ultimi 2km con dolci pendenze per giungere in mezzo all’abitato di Barbagelata. La salita si sviluppa quasi interamente in un fiabesco bosco di castagni dagli accesi colori autunnali. Sin da subito mi stacco dai miei compagni decisamente più veloci di me; mi godo il paesaggio, ammiro la natura, cogito su come trasformare queste emozioni in parole e percepisco l’aria scaldarsi dolcemente mentre io scalo la montagna (in vetta oltre i mille metri s.l.m. ci saranno già 13°C). Oltrepasso il piccolo abitato di Costa Finale, pare disabitato, ma non lo è;
incrocio un’anziano passante ci salutiamo con complicità, quella di chi sa apprezzare le prime ore del mattino. Sono nel tratto più pedalabile, mi guardo attorno, cerco di capire se dietro di me si vede il Lesima per un’ultima occhiata prima di scavalcare il crinale e gettarmi nella lunga discesa verso la riviera ligure. Non lo vedo; scopro, invece, che sono giunto a Barbagelata. Ad accogliermi, un grosso cane bianco, che a discapito della taglia suscita tenerezza. Mi annusa, intanto che appoggio la bici al muretto per scattare un’inusuale fotografia a due pupazzi di legno posti a fianco della piccola chiesetta.
Riparto, i miei amici mi stanno aspettando poco più avanti, sul crinale, riscaldati dal primo sole mattutino, i gradi ora sono 17°C! Giorgio è il nostro Cicerone di giornata, già, perché scopriamo che sua mamma è di origine ligure e proprio di queste zone. Egli queste strade le conosce come io conosco le stradine della gardesana bresciana. Mangiamo qualcosa e iniziamo la discesa; il passo, quello vero, è qualche chilometro più a valle (passo della Scoglina) e separa la val d’Aveto dalla val Fontanabuona. Quasi venti chilometri di discesa, dapprima esposta al sole, in seguito, oltrepassato Favale di Malvaro, nuovamente all’ombra delle vette appenniniche circostanti; lo percepiamo dalla temperatura ridiscesa a 12°C. Sarà l’ultimo fresco di giornata. Giungiamo a Cicagna e ci innestiamo sulla più trafficata provinciale che porta a Chiavari, ma la abbandoniamo dopo soli tre chilometri. Siamo Cicloturisti! Quindi per giungere a Rapallo abbiamo scelto la strada più ostica e assieme panoramica, quella che sale al passo della Crocetta (599m).
Salita non lunghissima, circa 6km con pendenza media vicina a 9% e punte di 15% dopo 4,5km. Una salita a cui portare rispetto. Come in precedenza, resto solo fin dal primo chilometro, i miei amici hanno decisamente un’altra gamba, soprattutto Giorgio, che mi svelerà in seguito Rick, pareva non far mai fatica. Preferisco salire al mio ritmo, senza assilli, il giro odierno sarà veramente lungo. Nel frattempo mi gongolo nuovamente all’ombra dei castagni che pare oggi non ci vogliano proprio abbandonare. Giunto sulla sommità, trovo uno spettacolo increscioso; è Rick a torso nudo, madido di sudore, che sta per indossare la giacca al rovescio. Sostiene che, così facendo, si asciugherà più velocemente l’interno. Avrei le foto a testimonianza dell’insolito gesto, ma per pudore non le pubblico. Iniziamo la discesa verso Rapallo attraversando il borgo di San Maurizio. Reti verdi e arancio ricoprono, come morbidi tappeti, gli uliveti collinari, in attesa che i ‘battitori’ dei contadini le inondino di succose olive. A metà discesa sono costretto a fermarmi, anche se c’è un poco di foschia, devo immortalare il golfo del Tigullio dall’alto. Avevo lasciato in silenzioso il telefono e Marina mi aveva chiamato.
La richiamo, sospettando che non avesse trovato la cartella con le foto dei compiti di Alice nel computer. Così era, ma, per fortuna, poi l’aveva trovata. Mi chiede com’è il tempo. “C’è il sole, fa caldo, stiamo scendendo a Rapallo.” rispondo io. “Beati voi!” sospira lei con un pizzico di invidia. Riparto, nel frattempo, il premuroso Rick stava risalendo non vedendomi più arrivare. Gli spiego l’accaduto mentre scendiamo a valle. Rapallo, sono le 11.40, il traffico in città è abbastanza intenso, la nostra guida Giorgio, ci conduce attraverso il centro ed il lungomare dirigendoci poi a Santa Margherita Ligure. Ormai siamo in vista dell’obiettivo. Portofino stiamo arrivando! Attraversiamo prima il piccolo golfo di Paraggi, una vera perla, io lo preferisco, più raccolto, intimo quasi timido rispetto alla più blasonata Portofino. L’acqua è cristallina, tutte le sfumature del blu degradano dal mare aperto verso riva. Si passa dal blu zaffiro, al blu cobalto, attraverso il verde smeraldo, per arrivare all’acquamarina a pochi metri dalla riva. Già guardandola dall’alto vien voglia di immergersi, i gradi ora sono 23°C, qualcuno il bagno lo sta facendo veramente, beato lui!
Noi ci rimettiamo in sella, ma non per molto, girato l’angolo la vista di Portofino, del suo piccolo golfo, i riflessi del mare e di un pino marittimo che sale in diagonale verso il cielo ci bloccano immanentemente. Quel pino sembra sia cresciuto così per farsi scattare le fotografie dai turisti. Io, ovviamente, mi fermo e rubo un’istantanea dell’affascinante luogo.
Finalmente arriviamo all’inizio dell’area pedonale, sono gli ultimi cento metri che ci separano dalla riva del porto. Io e Giorgio scendiamo dalla ‘specialissima’ e camminiamo tra i negozi, Rick si ricompone prima di raggiungerci. Giungiamo nella piazza, prontamente due vigili ci apostrofano gentilmente: “Le biciclette non sono ammesse neanche condotte a mano!”. Ci scusiamo, avevamo visto il divieto, ma non letto la postilla ‘anche condotte a mano’ essendo usi ai nostri lungolaghi dove a mano si può. Oramai siamo lì, scattiamo le fotografie e mesti torniamo indietro.
Rick, vedendo la scena da lontano, era già tornato all’ingresso del tratto pedonale. Niente caffè a Portofino! Città poco ‘bike-friendly’. Torniamo a Santa, così la chiama Giorgio, ci fermiamo in un bar sulla grande rotonda del lungomare. Caffè e focaccia all’aperto, il termometro segna 25°C.
Un rapido giro ai servizi per indossare l’intimo asciutto e la maglia manica corta che mi ero portato nella preziosa borsa sottosella da 2l e sono pronto per ripartire. Rick ha ancora fame, ci suggerisce di aspettarlo in piazza facendo fotografie mentre cerca un panificio aperto per acquistare dell’altra focaccia ligure. Si chiama ottimizzazione dei tempi! Noi, ubbidienti, eseguiamo; la piazza è molto bella ed il sole dietro ai campanili della chiesa di Santa Margherita le dona una lucentezza ed un calore estivo.
Ritorna Rick, ci abbuffiamo, ripartiamo, prossima meta Chiavari, da dove abbandoneremo il mar ligure per inoltrarci nuovamente nei boschi appenninici. Per farlo dobbiamo superare la dolce salita di Monte Cucco che parte nei pressi delle scogliere di Zoagli, sono solo 3,4km con un pendenza media costantemente tra 4% e 5%.
Non sarebbe impegnativa, se non fosse che la digestione delle focacce liguri necessita di tempo ed energia dedicata allo stomaco. Scolliniamo, davanti a noi una discesa pressoché diritta che porta a Chiavari, ci fermiamo un’istante ad ammirare la riviera; malgrado la foschia si distinguono chiaramente anche Lavagna e più ad est Sestri Levante con il caratteristico promontorio detto “l’isola”.

Giungiamo in picchiata in città, seguiamo Giorgio mentre si districa nelle vie centrali come fossero quelle di casa sua. Abbandoniamo il mare, ci dirigiamo a nord, nella valle Sturla. Fino a Borzonasca la strada è pressoché piatta, in 17km guadagnamo soltanto 150m. Io inizio ad accusare il colpo. No, non è una crisi di fame, ho mangiato zuccheri ad ogni ora, neanche di sete tre borracce da 750ml in meno di sei ore. In realtà questa notte ho dormito poco e male a causa di Matteo, ma si sa essere padri ha qualche contro indicazione. Ho sonno, il mio cuore ha sonno, vuole riposarsi, a nulla valgono i miei tentativi di sollecitarlo. Non il presupposto migliore per affrontare la salita del passo della Forcella. Fortunatamente l’ascesa è di quelle facili, 16km con pendenze molto regolari attorno a 4-6%. Subito fuori dall’abitato di Borzonasca ci attende un lungo rettilineo con la roccia grigiastra esposta a sud, qui il caldo si fa sentire, leggerò poi sul gps che sarà la temperatura più alta di giornata 27°C. Io arranco, nonostante la pendenza ridicola non raggiungo i 15 km/h. Gli altri due, a maggior ragione stavolta, si sono già involati verso il passo.
Il paesaggio è meraviglioso, dopo il primo tratto tra i campi collinari, si entra nuovamente nel castagneto, sembra di stare in una galleria tutta gialla. Cerco di vincere il sonno guardandomi intorno; convincendomi che questa lentezza nel procedere mi da più tempo per fissare nella mente il ricordo di questi luoghi, ma sbadiglio ad ogni minuto. Provo a bere caffè liquido (zuccheri a rilascio graduale con aggiunta di caffeina), la situazione non migliora, a metà salita ingurgito un’energia rapida, l’effetto è scarso. Guardo i battiti, sono tra 110 e 120! È vero che sono bradicardico, ma, sotto lo sforzo di una salita, queste pulsazioni sono veramente poche. La salita sembra non finire mai e dentro di me si crea un po’ di rabbia al pensiero di poter rovinare questa splendida giornata. Penso sicuramente Rick dovrà guidare al ritorno, ma ora bisogna arrivare in vetta. Mi trascino, tra uno sbadiglio e l’altro, fino alla Forcella da cui la vista è splendida. Super-selfie di rito per l’intrepido trio.
Prima di ripartire, faccio presente che ho assoluto bisogno di bere, ho esaurito entrambe le borracce che avevamo rabboccato a Santa. Giorgio ci rassicura in sei chilometri saremo a Cabanne, borgo della val d’Aveto, se non avremo ancora incontrato una fontana ci fermeremo ad un bar. Così avviene, entriamo nel bar, un bicchiere di coca alla spina per me e Rick, la sorseggio lentamente quasi fosse una medicina. Rabbocchiamo le borracce, un ultimo caffè liquido e siamo pronti per l’ultima erta di giornata. Passo del Fregarolo, 6km con pendenza media 6%, ma i primi 1,5km sono pressoché piatti, questo significa che nei restanti 4,5km saremo spesso con pendenza tra 9% e 11%.
Non esattamente la salita che vorrei scalare per raggiungere l’automobile in queste condizioni. Giunto al primo tornante il clivo si fa aspro, mi alzo sui pedali e spingo. Sto, nuovamente, entrando in un bosco di castagni. L’ora è ormai tarda. Sono le quattro, il sole basso sull’orizzonte dona ancor più colore alle foglie autunnali. La montagna si accende di rosso, arancione, giallo anche il verde delle conifere è più intenso. Un chilometro più avanti Giorgio mi aspetta per fotografarmi ed incitarmi.
Poco più avanti, troviamo Rick che si è fermato a raccogliere un grosso e corto bastone da una fascina e lo tiene di traverso sul manubrio. È più di un chilometro che un grosso cane lo insegue abbaiando. Dice Rick: “Proteggerà anche la sua proprietà, ma, per non sbagliare, io mi attrezzo”, fortunatamente ancora qualche centinaio di metri e ci abbandona, abbiamo lasciato il suo podere. Rick mi rassicura: “Nessun problema, se non stai bene vado io all’auto e torno a prenderti”. Ribatto: “In un modo o nell’altro in cima arrivo in bici!”. “Brao Mog!” chiosa infine lui. Continuiamo a chiacchierare. Passa forse un minuto, penso al mio sonno, è somparso, non che sia in splendida forma, ma non sbadiglio più. Mi alzo sui pedali il cuore sale! Urlo: “Mi è passato il sonno!”. Girogio: “Ce ne siamo accorti!” Rick chiosa: “Il Mog o sta in silenzio totale o chiacchiera a manetta, non so cosa è meglio”. Sono un essere semplice modalità ON/OFF, praticamente un sistema binario! Ce la ridiamo e giungiamo al passo quasi senza fatica. In assoluto la salita più bella affrontata oggi, forse perché il sole che si appresta a tramontare ha reso i colori ancor più vivi.
Ultimo selfie di giornata, un’occhiata al gps ed esclamo: “Passati i 3.000m di dislivello!”. Ci gettiamo in discesa ed in breve tempo siamo a Loco, dove ci innestiamo sulla statale ss45 in direzione Ottone. Mancano poco più di 11km, Giorgio è davanti, si abbassa sul manubrio ed inizia a ‘stantuffare’, 40km/h, poi 45km/h, in poco più di un quarto d’ora siamo ad Ottone. Avevo guardato la mia velocità media a fine discesa 20,2km/h ora segna 21 km/h. Grazie Giorgio! Prima di scendere dalle bici ci complimentiamo tutti e tre. Forse il più felice di tutti oggi sono io; quando passi una crisi, che sia di sonno, fame o sete, quello che viene dopo ha sempre un sapore di grande conquista. Alla fine guido io! Durante il tragitto ripercorriamo ogni istante di questa splendida gita: 160km e 3.085m di dislivello in ottobre inoltrato, roba da giro estivo!
Grazie Giorgio che ci hai fatto da Cicerone, ma soprattutto grazie Moglie ed Agnoli che anche stavolta avete deciso di non divorziare!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturisti!@CaffèAPortofino
Videogallery: coming soon…
Photogallery:

o partiamo in autovettura alla volta di Bobbio. Siamo io, Rick e Max. Alle 8.30 iniziamo a pedalare, non prima di un caffè ristoratore in centro a Bobbio. La strada si presenta subito in salita, prima attraverso dolci prati collinari e vigneti, poi addentrandosi nel bosco. Sono dodici chilometri circa, la pendenza non è mai estrema spesso tra 6% e 9%, tre corti falsopiani spezzano il ritmo della salita (
Proseguiamo diritti e rientriamo nel bosco attraverso una strada che si presenta subito con pendenza severa intorno a 10%. Per giungere a cima Colletta (1.490m) ci vogliono quasi cinque chilometri al 8% tutti in un bellissimo bosco di larici, abeti, pini, castagni, dalle mutevoli colorazioni gialle, arancio, rosse e verdi.

Mi sono risparmiato fino a qui e adesso do tutto per salire come quelli veri (




rapidamente. Scarichiamo le biciclette e alle 9.10 siamo pronti per partire. La temperatura è attorno ai 13°C ed il sole inizia a riscaldare, io e Max optiamo per la giacca Mossa. Sono leggermente influenzato e un po’ preoccupato per il giro. Dopo pochi chilometri lasciamo la statale svoltando a destra su una strada laterale che pare quasi un accesso carraio. Oggi il nostro Caronte è Rick che è sceso in perlustrazione l’estate scorsa ed ha creato quest’escursione. Entriamo nella campagna prima e nel bosco poi. La strada ci porta a Ponzanello, un abitato minuscolo arroccato su un crinale a metà della salita verso la località Foce.
abbondantemente sopra il 10% per un chilometro, poi si prosegue a strappi fino alla vetta. Scolliniamo e proseguiamo sul crinale della montagna, da qui si dovrebbe vedere già il mare, ma la giornata è molto fosca e lo si intravede appena. Ora ci attendono una decina di chilometri su e giù per il crinale in attesa di arrivare al bivio per la nostra salita di giornata. Eccolo il cartello che indica Campo Cecina a sinistra. Svoltiamo e ci addentriamo nel bosco. Sin da subito ci rendiamo conto che Rick aveva pienamente ragione, sarà una bellissima scalata. Dieci chilometri scarsi di salita con pendenza media al 6%, molto regolari con alcuni tratti in falsopiano e mai sopra al 10%. L’ideale per godersi il panorama mentre si pedala.
La caratteristica più originale, che notiamo fin da subito, è lo snodarsi della strada sul crinale dei monti spostandosi continuamente dal versante sud-ovest, soleggiato e tiepido, al versante nord-est, ombroso e fresco. Ne consegue che anche il panorama è talvolta sulle colline dell’entroterra, talaltra sulla foschia marina e sulle prime cave di marmo.
fronte alla nostra seconda meta. La salita che porta ad Ameglia e successivamente prosegue fino a Montemarcello è anch’essa di modesta difficoltà circa 5km con pendenze mai sopra il 7%. Dopo poco più di due chilometri entriamo in Ameglia. Un cartello indica il centro e il punto panoramico a sinistra, ma solo per i pedoni. Lo seguiamo, ci ritroviamo in stretti viottoli che conducono alla piccola piazzetta in cui sorge la chiesa parrocchiale di San Vincenzo.

![CC020[9402][1]](https://ilmog.blog/wp-content/uploads/2017/04/cc02094021.jpg?w=1200)

iato prevede di affrontare, subito, a gambe fredde, la salita a Passo Daone da Preore, lo stesso versante scalato dal giro d’Italia nel 2015 (
Una bellissima sorpresa, nonostante la strada sia un poco rovinata, il percorso all’interno della pineta è meraviglioso ed anche impegnativo con strappi oltre il 10%. Sono passate due ore e mezza dalla partenza e ci troviamo a Sant’Antonio avendo incontrato pochissime automobili. Si prosegue sulla statale, la musica cambia subito, colonne di veicoli ci sorpassano costantemente e sarà così fino a Campiglio. Fortunatamente le nuvole dell’alba hanno lasciato spazio ad un sole limpido che ci riscalda lungo l’ascesa e ci dona dei bellissimi controluce del gruppo di Brenta (
Fortunatamente la discesa ci regala nuovi panorami incantevoli. Terminata la discesa prendiamo la strada che sale all’altopiano della Paganella attraverso il paese di Cavedago, dovrebbe essere meno trafficata della statale che sale da Fai, ciononostante troviamo un buon numero di autoveicoli e pullman che ci superano lungo la salita. La scalata non è troppo impegnativa, ma la mia inattività vacanziera di dieci giorni inizia a farsi sentire. Sono passati da poco i cento chilometri e i metri di dislivello sono già più di duemila.
I 12 km che ci separano dall’altopiano hanno pendenze costanti tra 6% e 8%, all’ottavo chilometro un falsopiano di 2 km che conduce al borgo di Cavedago mi lascia riposare. Dopo il paese la strada riprende a salire con regolarità, le nuvole stanno ricoprendo nuovamente le cime di Brenta. Sono previsti temporali pomeridiani. Vorrei poter accelerare, ma proprio non riesco a cambiare passo, Rick con pazienza rallenta e mi aspetta. All’imbocco dell’altopiano mi fermo e scatto un’ultima istantanea a tutta la val di Non, da qui sembra immensa.
paese di montagna in tipico stile trentino; ci dirigiamo verso Molveno, la vista del lago dall’alto ci suggerisce una fugace fermata per l’ennesima fotografia. Complice la strada in discesa anche Molveno viene oltrepassato senza soste. Il cielo è ormai grigio e vogliamo uscire dall’altopiano prima possibile per evitare la pioggia, almeno in discesa. A metà lago non resistiamo e ci fermiamo rapidamente per qualche istantanea commemorativa.
e quanto possa essere suggestivo con la calda luce solare. Arriviamo a Tavodo, l’ultima deviazione anti traffico; risaliamo verso Sclemo una corta salita di 3,2 km con pendenze tra 5% e 8% per 2,5 km e un finale quasi in falsopiano lungo l’abitato. La scelta è vincente per la viabilità, ci evita la statale di Ponte Arche e la sua lunga galleria, ma temiamo possa rivelarsi deleteria per il meteo; qualche goccia di pioggia inizia a scendere. Fortunatamente smette subito, restando a mezza costa possiamo godere, alla nostra sinistra, dello splendido panorama sull’altopiano di Fiavè, il monte Altissimo, il passo del Ballino; il cielo verso sud è ancora parzialmente sereno e così scatta automatica la fermata fotografia.
di Rio Bianco. Un ultimo cadeau per il nostro meraviglioso giro ed anche Rick è costretto ad immortalare l’acqua che scende. Ripartiamo, questa volta si punta dritti all’auto senza ulteriori esitazioni. Ripassiamo davanti a Preore da dove, nove ore prima, eravamo saliti al passo Daone; ci guardiamo, sorridiamo, facciamo un altro giro? No meglio di no! Ancora due chilometri e siamo arrivati al parcheggio; sono 151km totali per 3.275m di dislivello così recita il mio gps. La media, ridicola 19,8 Km/h, ma si sa siamo cicloturisti. Ci siamo divertiti, abbiamo goduto di panorami incredibili e nonostante il sabato di Ferragosto (da bollino nero) siamo riusciti a restare realmente per poco tempo nel traffico automobilistico. Grande Rick!
enta alquanto nel nostro movimento verso l’alto lago, ma poco importa noi siamo cicloturisti: la giornata è tutta dedicata alla bicicletta. Prima di giungere a Gargnano deviamo per la frazione di Villa, porticciolo incredibile, passaggio obbligato, per noi. Proseguiamo verso la vecchia gardesana, ora pista ciclabile (spesso chiusa), in modo da evitare la prima lunga galleria. Nell’iniziare a prendere quota ci accorgiamo subito che oggi potremo godere di panorami mozzafiato o, come dico io, da sindrome di Stendhal! A metà ci fermiamo a fare qualche fotografia: impossibile resistere!
Giunti nuovamente sulla gardesana non possiamo che osservare il bellissimo golfo che racchiude l’abitato di Limone. Chiedo di fermarmi ancora, Rick sbuffa un po’, sostiene che sono fotografie banali da cartolina, ma io ribatto che servono per documentare la fantastica giornata che abbiamo trovato e quindi è corretto che siano didascaliche.
Inizia la discesa verso Storo ora il vento e contro e sarà così fino alla fine. Mentre scendiamo guardiamo aprirsi davanti a noi le valli Giudicarie, giunti sulla statale del Caffaro svoltiamo a sinistra per rientrare in provincia di Brescia ed andare a costeggiare per intero il terzo lago del nostro giro: il lago d’Idro. Grazie anche all’ora di pranzo la strada è completamente libera ed arriviamo ad Idro incrociando pochissime autovetture. Durante questo tratto di strada lancio a Rick una proposta, ciclisticamente, indecente: perché non farlo diventare il giro dei quattro laghi salendo da Capovalle e scendendo lungo il lago di Valvestino? No, il giro è stato creato così, si sale a Treviso Bresciano (Cavallino Fobbia accorciato) e si scende in Valdegagna per arrivare a Vobarno come da programma. Eppoi c’è Agnoli che aspetta Rick in spiaggia a Salò, mica possiamo farla aspettare troppo? Inizia la salita per Treviso: è tosta e lo sappiamo entrambi, la conosciamo bene, le pendenze sono sempre in doppia cifra e percorrerla dopo più di 120km e con 2.000m di dislivello nelle gambe non è propriamente quella che si suol dire ‘una passeggiata’. Dopo circa tre chilometri di salita prima di abbandonare il lago d’Idro c’è un punto panoramico con una panchina dove più volte mi sono fermato a fare una fotografia al lago, ma credo di non essere mai riuscito a trovare un cielo così limpido ed una vista così profonda verso le montagne del Brenta.
Grazie Rick!