Sabato 14 aprile alle 6.38, prima che sorga il sole, parto direzione Coste e passo Cavallino della Fobbia da Vobarno. Luci accese quasi fossi un albero di Natale. Le previsioni sembrano essere buone, ma questo 2018 ci ha già riservato parecchie sorprese dalla neve in pianura di Marzo alle ultime copiose piogge. La temperatura è ancora di quelle invernali, 6°C in partenza. Passo Cavallino ed il mio pensiero inizia il suo “stream of consciousness” ancor prima che io inizi a pedalare. Era il 25 aprile del 1997 quando lo scalai per la prima volta e fu subito sofferenza ed amore. All’epoca si calcolava ancora il chilometraggio con il compasso sulla cartina del TCI ed il dislivello per differenza tra la sommità dei passi e le quote dei paesi di fondo valle. Per capire le pendenze ci si affidava al simbolo “>” una freccia meno di 6%, “>>” fino a 11%, “>>>” più di 12% di pendenza, ma quelle della Fobbia non erano indicate, stradina secondaria e poco rilevante. Così, al mio terzo anno ciclistico, dopo aver scalato Lodrino mi trovo davanti la salita dal versante di Vestone; magnifica, ma capii subito che sarebbe stata dura e indimenticabile. Dopo Treviso Bresciano, all’altezza del Santuario della Madonna delle Pertiche, vidi Lei, tutti gli Angeli, gli Arcangeli e i Santi del Paradiso! La mia più colossale crisi di fame, mi fermai, mangiai tutte le merendine che avevo e stetti seduto a riposare sotto il portico della chiesa sperando che gli zuccheri entrassero in circolo per più di venti minuti. Da allora il versante di Vestone ha il mio perenne rispetto. Fu, però, amore immediato, tanto affascinante, varia, spettacolare era quell’erta. Sono già a Nave, tempus fugit, il rimembrar emozioni passate fa scorrere l’orologio a doppia velocità. Codesto è il motivo principale per cui la Fobbia è in assoluto tra le mie salite preferite. Inoltre rappresenta, ogni anno, la prima vera scalata alpina oltre i 1.000m di quota e con lunghezza di gran lunga sopra i dieci chilometri da entrambi i versanti. Scollino le Coste di Sant’Eusebio con tranquillità e mi dirigo verso Vallio, attraverso alcuni tratti della ciclabile ed alle 8.15 in centro a Vobarno svolto a destra in direzione Valdegagna. Inizia finalmente il
Cavallino della Fobbia (13,7km al 6,1%), il fondo valle si distende in direzione nord-est lasciandomi all’ombra per i primi quattro chilometri, la temperatura scende fino a 3°C.

Finalmente dopo l’abitato di Degagna il sole inizia a fare capolino da dietro le montagne. Il cielo si rasserena sempre più, guardando verso nord è completamente terso, presagio di una splendida giornata. Dopo sei chilometri si inizia a fare sul serio, due tornanti secchi e ravvicinati, un cavatappi, con pendenza sopra il 12% mi ricordano che l’erta è di quelle toste. Cinquecento metri per rifiatare e si inizia a salire con decisione, da qui la pendenza sarà costantemente in doppia cifra per quasi sette chilometri. Contemporaneamente lo spettacolo della Valdegagna cresce ad ogni metro di altitudine guadagnato. Ormai l’ultimo borgo è vicino, all’ottavo chilometro oltrepasso Eno, da qui fino alla vetta la strada si snoda sul versante occidentale e soleggiato della valle.
Ho superato i 600m di quota la vegetazione iniza a cambiare, i pascoli si alternano ai primi boschi di pini cembri, il sole mi sta scaldando, la temperatura è salita fino a 10°C, ma, confesso, mi sembrano molti di più, l’aria è asciutta, il clima ideale. Dopo il bivio per la scorciatoia per Treviso B. mi devo fermare per scattare alcune foto, il panorama è stupendo e me lo voglio godere appieno.
Continuo a salire e c’è spazio anche per un poco di narcisismo con un paio di autoscatti “on action”, a volte mi piace far finta di essere “uno di quelli forti”.
Sono felice, quasi non sento la fatica, sono così immerso nello splendore di questa giornata finalmente baciata da un caldo sole dopo un interminabile inverno che mi ha dato tanto “ciclisticamente” parlando. Arrivo al passo Cavallino (1.090m), ma non mi fermo, proseguo lungo il “traverso”, un chilometro circa che volgendo a nord collega il valico alla cima Fobbia (1.120m). Solo tre settimane fa l’asfalto era coperto di neve e con l’amico Giorgio ci siamo improvvisati piccoli Omar Di Felice che danzavano sulla neve.
Già perché quest’anno, nel primo sabato (24 marzo) dopo l’equinozio scalammo il passo dal versante di Vestone in una giornata che di primaverile aveva solo il calendario. Temperatura costantemente sotto i 6°C e minima a 0°C lungo tutto il tratto innevato e per il primo tratto di discesa verso Vobarno. Fu un’emozione ed un giro fantastico anche se gelido e ne serbo un vivido ricordo. Passare nuovamente qui, dopo sole tre settimane, in una clamorosa giornata di sole e cielo limpido mi sta regalando grande gioia e divertimento.
Raggiungo la vetta, mi fermo per il consueto e meritato ristoro e scatto alcune didascalie di questo incredibile paesaggio in cui le cime dei monti, ancora abbondantemente innevate, fanno da contrasto ai boschi sottostanti che germogliano verdi e rigogliosi.
È ora di ripartire, ci sono 14°C sono quasi le 11.00 ed il sole irradia calore, decido di scendere senza indossare l’antivento per asciugare più rapidamente la maglia. Scendo piano, mi godo il paesaggio degli alpeggi e delle vallate, mi asciugo e non sento freddo.
Passato Treviso Bresciano opto per la discesa verso Idro, leggermente più lunga di quella per Vestone, ma decisamente più veloce e soprattutto più panoramica. Sapevo che uno dei miei posti preferiti per guardare l’orizzonte oggi non mi avrebbe tradito e ivi giunto mi siedo e mi fermo a meditare un’attimo.
A malavoglia riparto, discesa con sede stradale ampia, ma tortuosa, che invita a pieghe esagerate anche chi, come me, “discesita” non è! Arrivo ad Idro, scatto un paio di istantanee, a pelo d’acqua, a questo meraviglioso specchio azzurro circondato dalle prime vette alpine e chiuso all’orizzonte dal gruppo dolomitico del Brenta.

Riparto, sono le 11.20 circa, mi mancano una quarantina di chilometri per giungere a casa attraversando la val Sabbia e risalendo nuovamente le Coste. La spettacolare giornata mi ha distratto e nell’osservare luoghi e paesaggi ho perso la cognizione del tempo, rimanendo colpevolmente in ritardo sulla mia tabella di marcia. Ci provo, spingo sui pedali e nonostante le salite arrivo per le 13.00, sinceramente non ci speravo. Sono 105km per quasi 2.000m di dislivello a 22,6km/h di media. Per essere una delle prime uscite lunghe neanche male, ma quello che più importa è che anche oggi il Cavallino della Fobbia si è confermata come una delle erte più belle e difficili da scalare. Una salita che, da vent’anni, mi dona ricordi importanti e che quest’anno per la prima volta si è vestita a festa prima di immacolato bianco candore nevoso e subito dopo di lucente, caldo e rigoglioso verde primaverile.
Passo Cavallino della Fobbia mon amour!
Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!Coste,P.soCavallinoFobbia(Vobarno),Coste🏞️🌺🌷🌱🌲🌳🏵️🌼💐🌻 – Cicloturistiforever!@Lodrino,PassoCavallinoFobbia,Coste❄️❄️❄️

Videogallery: Video innevato (3’33”) — Video primaverile (3’17”)
Photogallery:

ere del sole, alle 5.45 sono già in sella e attraversando la Valtenesi mi dirigo verso Salò da dove proseguirò lungo la gardesana occidentale. Giunto in prossimità di Maderno non posso che fermarmi ad immortalare il sole mentre gioca a nascondino con il monte Baldo. Proseguo, giungo a Gargnano, svolto a sinistra per Navazzo, sono solo le 7:15 quando entro nel borgo e decido di non fermarmi a riempire la prima borraccia già vuota. L
e riempirò entrambe più avanti. Arrivato all’omonima diga inizio a scattare le prime fotografie; ne avrò decine e decine, ma non riesco a farne a meno, ogni volta credo di aver trovato un’angolazione diversa, una luce differente. Oggi è una giornata abbastanza limpida e calda (23°C e sono solo le 7:15) il lago è intensamente dipinto di verde ed io inizio ad osservare compiaciuto uno dei miei panorami preferiti. Circa al quindicesimo chilometro della strada provinciale mi fermo, sono arrivato in uno dei miei ‘luoghi della memoria’. Ora mi sovviene che non l’ho mai fotografata e così prontamente colmo quest
a lacuna. È l’acqua del Bolà! Una delle fontanelle migliori del bresciano, forse la migliore per freschezza; gelida anche nelle più torride giornate estive. Una fontanella da ’10’ come dice Gino il papà di Francesco e Marco. L’emozione sale mentre rimembro la mia prima salita a Valvestino nell’ormai lontano 1995 proprio con papà Gino e Francesco. Fu il mio battesimo sulle grandi salite, la mia prima volta al Passo San Rocco di Capovalle, insomma un giro vero! Gino e Francesco amano dare un voto a tutte le fontane che si incontravano in bicicletta e quella del Bolà è in assoluto la migliore di tutte! Riparto, non sono passate ancora due ore dall’inizio e sono già sopraffatto dai miei meravigliosi e nostalgici ricordi. Al bivio di Molino di Bollone tra le due salite scelgo quella di destra che porta a Turano, Moerna. È la mia preferita, sia per le pendenze arcigne che ne fanno una salita impegnativa (come piace a me), sia per i paesaggi incantevoli che la circondano. Prima delle ripide rampe, sotto all’abitato di Turano, si trova un piccolo pianoro perennemente in ombra, che grazie alle insistenti piogge di questa primavera si è trasformato in un’amena palude (disturbata solo dalla voracità delle sue zanzare). Mi fermo, fotografo, mi godo quella che sicuramente sarà l’ultima frescura di giornata, ora la temperatura è scesa a 15°C; mi domando quanto freddo ci possa essere in pieno inverno in questa conca (lo scoprirò a gennaio!
r l’erta di Monte Stino. Poco meno di quattro chilometri con una pendenza media del 12% e punte vicino al 20%. La salita si presenta subito con un primo rettilineo costantemente sopra l’11%. Il fondo stradale lascia subito spazio al cemento e gli scoli trasversali per l’acqua piovana spezzano ritmo e gambe
. Insomma salita di quelle vere! I primi due chilometri sono abbastanza riparati dal bosco, mentre la parte finale è completamente esposta al sole, le pendenze, comunque, non accennano ad addolcirsi se non in prossimità del rifugio omonimo. Giunto in vetta (1.400m s.l.m.) la vista si apre sulle Alpi bresciane, sulle cime del Baremone e del Dosso Alto. Sotto di me il lago d’Idro, ma l’afa estiva rende fosco lo sguardo verso il basso, il cielo sopra di me invece è di un blu intenso a metà tra il freddo cobalto ed il caldo turchese. Oggi va così, la giornata è splendida, ma l’aria non cristallina non consente una profondità di panorama; per cui, memore dell’ultima gara di fotografia con mia figlia Alice mi dedico alla botanica fotografando fiori, sono proprio un buontempone!
i che passa sotto ad una chiesetta, il santuario della Madonna di Riosecco. Come tutti i santuari che si rispettino per raggiungerlo bisogna prima passare dall’infernale rampa di trecento metri al 16% di media con una punta del 21%. In tutto la salita che porta al Cavallino misura 3,7km con tre strappi ben oltre il 14% di pendenza, ed un paio
