Punta Veleno

Sono le 5.15 del mattino di sabato 28 luglio quando parto da Polpenazze per affrontare una tra le salite più “arrabbiate” d’Italia: la temibile punta Veleno in località Prada Alta, un piccolo altopiano a mille metri di quota sopra la sponda veronese del lago di Garda. Da alcuni anni, ormai, la tengo sott’occhio, ma per un motivo o per l’altro durante i miei soggiorni estivi lacustri non sono ancora riuscito a trovare il momento giusto. Oggi lo è! La giornata inizia con gli ultimi scorci dell’eclissi totale di luna, alla partenza una rapida istantanea al nostro satellite è un tributo dovuto.

Rapido scendo a Salò, mentre il sole inizia a rischiarare il cielo dietro al monte Baldo. Le luci ancora accese sul lungolago e nelle vie danno un sapore magico al mio golfo. Qualche fotografia e si riparte, il primo obiettivo è di risalire tutto il lago fino a Riva d/G nel minor tempo possibile, ma senza affaticare troppo la gamba.

E’ così che prima delle 7.30 sono nella cittadina trentina senza avere subito il traffico estivo della gardesana. La giornata è piuttosto afosa, l’orizzonte non è limpido, guardando il basso lago si vede già molta foschia. Mi fermo in piazza dell’imbarcadero, dove sono ancora ormeggiati metà della flotta dei battelli di Navigarda (l’altra metà è a Desenzano e Peschiera). C’è l’Italia, il battello a pale dei primi del novecento, il mio preferito, quello che mi porta alla mia adolescenza. Inevitabile un reportage fotografico a lui dedicato.

Faccio la mia colazione e riparto, attraversando le vie del centro, giungo a Torbole. La quantità di negozi e noleggi di biciclette in questa zona è incredibile e molti sono già aperti a quest’ora. All’uscita del paese mi fermo su un pontile per qualche scatto verso la magnifica strada del Ponale e verso monte Brione che separa i due comuni del Garda trentino.

Issate le vele riparto verso sud con un notevole vento a favore, senza nessuno sforzo spesso supero i 30km/h a volte raggiungo i 40km/h. Proprio quello che  mi ci vuole per arrivare a Castello di Brenzone con la gamba calda, ma ancora piuttosto riposata. Sono le 8.10 ho già percorso 81km ad un media per me inusuale di 27km/h, per forza, ho solo 500m di dislivello nelle gambe, ma ora si recupera! Seguendo pedissequamente le indicazioni del mio Xplova X5 salgo a Castello dalla peggiore delle strade, il muro di via del Dosso, una cementata di trecento metri tutta sopra il 20%! Giusto per preparare la gamba a ciò che sta per arrivare (ndr scartabellando su Strava solo 153 rincitrulliti sono passati di lì ed io sono 14imo!). Altri cinquecento metri nell’abitato di Castello e con svolta secca a sinistra parte punta Veleno, annunciata da un grande e dettagliato cartello.

Si trovano scritti il tracciato altimetrico, le pendenze medie di ogni mezzo chilometro, il totale della salita per giungere a Prada Alta, 8km, la quota di partenza 164m, la quota di arrivo 1.156m e la pendenza media dei primi 6km “solo” il 15,3%, ma soprattutto quattro fotografie di ciclisti di cui una con un amatore che mestamente sale a piedi. Insomma “lasciate ogni speranza voi che entrate”. La catena sale immanentemente sul pignone da 32 denti e credo che lì starà per un bel po’. Il primo chilometro in realtà non sembra così terribile, qualche rampa intorno al 12% si alterna a pendenze normali di 8% e 10%, io procedo con circospezione. Dopo cinquecento metri il primo tornante, il 20°, la numerazione è decrescente come è giusto che sia per dare l’idea di quanto manchi all’arrivo. Alla fine del primo chilometro il tornante 18°, davanti a me un bel rettilineo con pendenza tra il 15% e il 18%.

La velocità ha del ridicolo tra i 4,5km/h ed i 5km/h la cadenza di pedalata tra le 36 e 42 battute al minuto. Scopro così, dopo anni, che il mio Joule gps sotto i 5km/h non aggiorna la pendenza istantanea. Poco male ho imparato a conoscermi ed ho una personale tabella; fino al 14% posso salire seduto in posizione arretrata per utilizzare anche i muscoli posteriori, sopra al 14% la ruota anteriore inizia ad impennare e devo, forzatamente, mettermi in punta di sella con la schiena bassa e la testa davanti all’attacco manubrio. La posizione in fuori sella è da escludere, a quella velocità diventa più un esercizio di equilibrismo poco ergonomico, alzare la cadenza e la potenza significherebbe scoppiare dopo massimo un chilometro e non vedere la cima. Proseguo, passano i tornanti, il terzo chilometro è un rettilineo unico e non mi sposto mai dalla posizione in punta di sella, i reni stanno scoppiando, la schiena fa più male delle gambe, ma con caparbietà e sempre al minimo insisto.

Dal quarto chilometro ricominciano i tornanti, almeno lì per qualche secondo riesco a rilassare la schiena. Prima del quinto chilometro al tornante 9° si apre la vista sull’orrido della valle di Trovai o Berton. Niente da fare, complice il fatto che sul tornante la strada spiana e mi consentirà un’agevole ripartenza, devo fermarmi a scattare un paio di fotografie. Sto fermo il minimo indispensabile, durante queste ascese è sempre una brutta idea interrompere il ritmo della pedalata.

Riparto, fortunatamente tra i 5,5km e i 6,5km la pendenza è leggermente più dolce, riesco a portarmi in posizione arretrata più di una volta. Arrivo ai primi alpeggi, sono ormai sopra quota 900m, il più è fatto. Ancora pendenze cattive fino a poco oltre il settimo chilometro, poi finalmente si comincia a rifiatare, distendo la schiena, inserisco anche il 28 per un breve tratto e mi godo il bosco di Prada Alta.

La strada è quasi piatta, o così sembra, dopo questa salita verticale. Ecco! Vedo finalmente la fine della valle di Trovai, quella che crea l’orrido verticale sul lago. Attraverso un ponticello e mi porto sull’altro versante, da qui una vista suggestiva sulla nuda montagna che sovrasta verticalmente la strada per gettarsi a capofitto verso il lago. Ovviamente mi fermo e fotografo, peccato per la foschia sul lago, ma come dice Giorgio #nevalsemprelapena!

Questo era il mio premio per la fatica, questo passaggio da solo vale il viaggio! Ora ancora qualche centinaio di metri e mi trovo su un bel prato erboso da cui si erge il cartello di “fine salita” di Punta Veleno. Questa volta mi fermo ed il selfie è obbligatorio, come lo è l’istantanea pubblicazione su Instagram.

Mangio e me la godo un poco. Riparto, venti chilometri di lunga discesa, su ampia carreggiata, mi condurranno sino a Torri del Benaco. Scendendo, scopro che San Zeno in Montagna (500m s.l.m.) è una località turistica viva e densamente affollata al pari delle più rinomate cittadine a bordo lago. La vista su gran parte del basso Garda è incantevole e la temperatura leggermente più fresca e sicuramente meno umida la fanno sicuramente apprezzare agli amanti delle vacanze un poco più tranquille.

Arrivato sul lungolago di Torri scopro che il traghetto sta già arrivando, quindi niente fotografie e lesto verso la biglietteria; 8€ il costo per una bicicletta sul traghetto per Maderno. Oggi per me li vale tutti perché questo mi consentirà di evitare il giro del basso lago affollatissimo in questo primo fine settimana di ferie per le grandi aziende. Salito sul battello, mi rilasso, mangio e scatto altre istantanee dal lago.

Sbarco a Maderno alle 11.20, pochi chilometri di gardesana trafficata ed al bivio per il Vittoriale non ci penso  troppo, svolto a destra e salgo a San Michele. La gamba è buona, si è riposata nel trasferimento. Tutto sommato, per eccesso di prudenza, non si è mai affaticata troppo neanche salendo a punta veleno, quella che stava urlando di dolore in effetti era la schiena. Spingo sui pedali, ne vien fuori addirittura un buon tempo con 205w di media, anche perché avevo avvisato casa che ero, stranamente, in anticipo e sarei riuscito ad arrivare per le 12.30 a pranzo. Scendo rapido a Salò e prendo la via che reputo più veloce per giungere a Polpenazze. Ore 12.35 apro il cancello, missione compiuta!

Oggi il grazie me lo tengo tutto per me, ma soprattutto per le mie gambe e per i miei reni!

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@PoisonEdge😱 (Punta Veleno)

Videogallery: video (5’09”)

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Ciclopista del Garda a Limone s/G

Oggi domenica 15 luglio apre ufficialmente al pubblico la ciclopista del Garda. Ecco che contrariamente alle mie abitudini decido di percorrere tutta la gardesana per raggiungere Limone e poter essere tra i primi a far scivolare le ruote della mia bicicletta sul suo percorso. Sono le 5.38 di mattina quando parto da Polpenazze con piglio deciso. Vorrei arrivare prima di 7.30 nel paese delle limonaie. Attraverso senza soste tutti i borghi della sponda bresciana del lago: Salò, Gardone Riviera, Toscolano-Maderno, Bogliaco, Gargnano. Qui, al solito, per evitare la lunga e stretta galleria, prendo la vecchia gardesana trasformata in ciclabile anni fa, ma chiusa al traffico per frane subito dopo. Arrivo al Prà della Fam già ricolmo di surfisti pronti a sfidare le onde sollevate dal forte vento di Peler. Passo oltre, mi infilo nella galleria di Campione di Tremosine, quella con lo svincolo per il paese proprio al suo interno, la supero. Ecco, sulla sinistra, l’incrocio per la famosissima ‘Strada della Forra’ , ma oggi non fa parte dei miei progetti. Sono le 7.20 quando scendo i due tornanti che portano sul lungolago di Limone.

Ci siamo, sono in orario, la cittadina incomincia ora a svegliarsi, posso tranquillamente attraversare il centro del paese senza arrecare disturbo ai pochi passanti. Inizio a vedere i primi cartelli che segnalano il percorso per arrivare all’inizio della ciclopista. In effetti un paio di chilometri separano il centro dalla ciclovia. Questa stretta e suggestiva strada che vi conduce è la via del Sole che percorsi già nel  mio Periplo del lago di Garda (con dedica)

Oggi è già popolata da pedoni che hanno scelto, come me, di scoprire la pista di buon mattino nella speranza di una maggior tranquillità. Due bruschi tornanti in salita mi riconducono sulla gardesana proprio alla partenza della “Ciclopista del Garda”. Inizia il divertimento!

Fin da subito mi accorgo che la pavimentazione, contrariamente a quello che facevano supporre i rendering, non è assolutamente di legno, ma di cemento stampato e zigrinato come fossero assi di legno.

Tutto questo a vantaggio della sicurezza in caso di pioggia e gelo. Le balaustre sono alte, forse 1.30m o 1.40m, impossibile essere sbalzati oltre anche in caso di strane cadute. Al di sotto dei due grossi corrimano si trova una rete in sottile acciaio che lascia libero il campo visivo, ma che impedirebbe la caduta accidentale anche di un uccellino.

Direi che per quel che riguarda la sicurezza le cose sono state fatte a dovere. Il primo chilometro si snoda a fianco della statale sospesa su ponti tra un terrapieno e l’altro, la sensazione è ancora simile ad un normale lungolago a bordo strada. Quando, però, la gardesana inizia a forare la roccia per entrare in corte gallerie, la ciclovia inizia a restare esterna aggrappata alla roccia dando veramente la sensazione di essere su una via ferrata di alta montagna a strapiombo sul lago.

L’apice lo si raggiunge a capo Reamol, la pista ruota a sinistra dietro di esso e si ha la reale sensazione di pedalare verso il centro del lago avendo davanti a sé Riva del Garda e Torbole separati dal monte Brione.

Girato l’angolo, sono completamente scoperto ed il Peler mi fa sentire tutta la sua forza. Per fortuna che il limite di velocità imposto dal sindaco sulla pista è di 10 km/h ed a questa andatura avere il vento contro poco importa. Ormai sono quasi alla fine, i due chilometri sono già passati. La ciclabile finisce in un piccolo slargo con una sorta di tornello a zig zag per immetersi sulla statale ed impedire che altri veicoli a due ruote entrino in ciclabile. Due punti panoramici sovrastano, con alcuni gradini, questa piazzetta. Io salgo sul primo e scatto alcune foto commemorative, mangio una barretta e riparto.

Il ritorno sulla medesima via, mi serve per scattare ulteriori fotografie e video in favore di luce. A quest’ora del mattino sono ancora poche le persone che la attraversano e riesco anche a fare qualche scatto senza nessun passante nell’inquadratura.

Prima delle otto sono già sceso dalla ciclabile, il ritorno verso Limone decido di farlo sulla statale per evitare la strettissima via del Sole. Questo mi consente ancora un paio di fotografie al comune più a nord del Garda bresciano.

Sono già passati più di 50 km dalla partenza ed il mio desiderio di salita inizia ad essere irrefrenabile, così decido di salire direttamente a Passo Nota (1.208m) (vedi La strada della Forra, passo Nota e la Grande Guerra) attraverso gli abitati di Voltino e Vesio di Tremosine, ma questa è un’altra storia…

“Ciclopista del Garda” indubbiamente spettacolare e ben fatta, sicuramente, a meno di affrontarla all’alba, meglio percorrerla a piedi per godersela al meglio.

Dettagli tecnici su Strava: Cicloturistiforever!@ Why my lake is the most beautiful lake all over the world? Take a look at the pics!

Videogallery: video “Ciclopista” (2’55”)

video di Via del Sole (dal centro di Limone 1’31”)

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Maratona dles Dolomites 2018

Anche quest’anno siamo giunti al fine settimana della Maratona dles Dolomites, come da tradizione (Maratona dles Dolomites 2017 (#mdd31), Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!) il giovedì si parte per una mini vacanza con famiglia allargata a Manuela e Francesco. Dopo due anni di tempo piuttosto incerto e freddo, soprattutto per quel che riguarda il giorno della gara, questa volta sembra esserci qualche speranza per un meteo migliore. Così è, venerdì e sabato sono meravigliose giornate di sole in cui ci dedichiamo ai consueti divertimenti montani: escursioni, camminate, parco avventura per i bimbi.

È domenica mattina, la sveglia non fa in tempo a suonare, alle 4.45 sono già sveglio, merito dei miei abituali “early morning” e della vecchiaia che mi fa dormire non più di sei ore consecutive. Faccio colazione in camera con una tisana ai frutti di bosco, biscotti secchi e qualche plumcake. Incredibilmente alle 5.30 esco dall’hotel Marmolada e mi avvio verso la partenza di La Villa. Entro nel piazzale della terza griglia alle 5.50, mai ero arrivato così presto. A qualcosa serve, sono solo 300 circa le persone che ho davanti alla fine il parcheggio ne conterrà quasi 3.000.

Non fa neanche tanto freddo ci sono 12°C, per precauzione ho indossato comunque le ginocchiere e tengo l’anti-pioggia intanto che aspetto lo start delle 6.30. Mangio ancora qualche biscotto secco per passare il tempo. Per la prima volta il cannone spara con due minuti di ritardo, tolgo la mantellina, la piego e la ripongo nella tasca centrale dello smanicato antivento. Alle 6.46, così recita il real-time, passo sotto l’arco di partenza, risalgo, silenzioso come gli altri fino a Corvara, la via centrale è già affollata da parenti e amici dei corridori che incitano tutti indistintamente, sarà così lungo tutti i tornanti che conducono al passo di Campolongo. Il sole è già alto inizia a scaldare i monti ed i corridori, il cielo è limpidissimo, la giornata si preannuncia spettacolare. Incrocio le dita dopo due anni di freddo e nuvoloni bassi ho proprio voglia delle mie Dolomiti!

Essere così avanti in griglia ha sortito un vantaggio, niente piede a terra sulla prima salita, scollino, chiudo lo smanicato, mangio una barretta e via in discesa, tranquillo, c’è ancora molto traffico. Pochi minuti e sono ad Arabba da dove inizia il Pordoi, salgo con ritmo regolare seguendo un poco l’andatura di questo serpentone a due ruote infinitamente lungo. Dopo alcuni chilometri di salita iniziano ad arrivare da dietro i forti amatori che non avendo uno storico alla MDD sono partiti in ultima griglia. Cercano di passare, ma senza arrecare troppo disturbo, io intanto mi guardo in giro e noto come il gruppo del Sella sotto le prime luci della mattina sia ancor più incantevole.

Mi distraggo, questa limpidezza è imbarazzante, comincio a pensare alle sedici edizioni che ho già concluso e non riesco a ricordare una giornata così. Passano cinquanta minuti ed io sono in vetta al Pordoi, non me ne sono quasi accorto talmente ero assorto nell’osservare ogni singolo dettaglio di ciò che mi circonda.

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Passo Pordoi 2.239m

Ormai è deciso, oggi va così, ci si guarda intorno cercando di fissare nella memoria questo splendore. Inizio la discesa, in ombra ed ancora fresca (circa 12°C), il nuovo gilet anti-vento e anti-pioggia traspirante della GSG fa egregiamente il suo dovere! Dopo cinque chilometri si riparte, giù il 34 sulla guarnitura e su il 28 sulla cassetta posteriore, preferisco essere agile nelle ripartenze a freddo. Qui è sempre il punto più gelido di tutta la MDD, oggi ci sono ben 8°C e non si sta poi così male. Passo il ristoro senza fermarmi, passo i malgari che tutti gli anni ci incitano con i loro campanacci assordanti. Proseguo alla ricerca del sole che qualche chilometro più avanti tornerà a baciare le nostre fronti. Ad un chilometro dalla vetta una piccola sorpresa, una grossa frana si è portata via metà della carreggiata e l’imbuto ha già creato una coda di un centinaio di metri, sganciamo il pedale e proseguiamo a piedi per alcuni minuti, qualcuno bici a spalle fa un po’ di ciclocross salendo al tornante successivo passando per un sentiero.

Sono in vetta, passo Sella 2.242m, cima Coppi della MDD, chiudo la zip e riparto per la discesa più pericolosa. All’inizio la strada è ampia e si gode di una vista straordinaria che spazia dal Sasso lungo fino al gruppo del Sella passando per il gruppo del Cir e per le Odle.

Dopo un paio di chilometri un addetto dell’organizzazione, fischietto in bocca, sventola forte una bandiera arancio per segnalare una insidiosa curva a destra con raggio a chiudere, come tutti gli anni si sbraccia e si sgola, come tutti gli anni trecento metri più avanti alla seconda curva a chiudere a sinistra un atleta è dolorante riverso a terra contro il guard-rail, solo cinquanta metri più avanti un’altra ambulanza è già pronta per partire con un secondo ciclista con tutta la testa fasciata da garze. Errare è umano, perseverare diabolico! Proseguo, finisco la discesa ed inizio la più facile di tutte le scalate, il passo Gardena preso da pian de Gralba è corto e intramezzato da un lungo falsopiano che corre a fianco del ghiaione del Sella. Dopo un chilometro il più famoso ristoro della MDD, ricolmo di ogni ben di Dio. Io non mi fermo ho il mio personale ristoro che mi aspetta a Corvara, molto meno fornito, ma carico di amore incondizionato. Finito il falsopiano riprende la salita regolare e con continui tornanti che spostano continuamente la vista tra il Sella, il Cir ed il passo.

In vetta chiudo nuovamente la zip del gilet e mi getto in discesa, per me la più bella, pedalabile, tornanti ampi, lunghi rettilinei, vista magnifica su tutta la val Badia fino all’abitato di Colfosco. Arrivo in fondo alla discesa, mi sposto sulla sinistra alzando il braccio, a cento metri dalla caserma dei Carabinieri sgancio il pedale sinistro ed allargo la gamba, segno inequivocabile che sto per fermarmi, non vorrei mai qualcuno da dietro mi venisse addosso. Cinquanta metri esco dalla carreggiata, tiro i freni, punto Alice e Matteo che impassibili mi aspettano, mi fermo a pochi centimetri da loro mentre Marina mi apostrofa con un “Piano! Sei Matto!”. Un bacio ai piccoli, loro sono impazienti, Alice ha la busta dei ciucciotti, Matteo la borraccia piena. Prima tolgo ginocchiere, manicotti e lascio l’anti-pioggia che avevo usato prima della partenza, poi prendo le barrette, le borracce nuove. Un secondo bacio a Matteo ed Alice, uno anche a Moglie, un saluto a Francesco e Manuela. Alla domanda di Marina sull’orario di arrivo rispondo: “Sicuramente più di sette ore e mezza, questa giornata me la voglio godere tutta!”. Annuisce, oggi è la scelta giusta ormai sono un ciclo-fotografo a tutti effetti! Riparto il secondo Campolongo viene sempre piuttosto bene, la gamba si è riscaldata in queste prime tre ore e non è ancora stanca, la temperatura è ideale intorno ai 20°C, in poco tempo sono nuovamente al passo.

Ancora discesa verso Arabba, questa volta senza traffico e la velocità aumenta. da qui un lungo traverso mi conduce verso il fondo valle attraversando l’abitato di Pieve di Livinallongo e salendo alla frazione di Cernadoi bivio tra percorso lungo e medio.

Svolto a destra, oggi non ci sono mai stati dubbi sul fatto di fare il lungo, sarebbe un delitto imperdonabile rinunciare ai meravigliosi panorami del Giau! Se il vantaggio della vecchiaia è l’aver bisogno di dormire meno ore la notte, lo svantaggio è che la signora prostata inizia a fare i capricci. Quindi, anche a me, tocca di fermarmi lungo la discesa nella pineta dietro una fascina per espletare il mio bisognino. Riparto, finisce la discesa e prima del Giau il colle di Santa Lucia. Due chilometri circa di scalata che normalmente sarebbero considerati come una vera e propria salita, ma qua alla MDD, con tutti questi passi, vengono assimilati ad un cavalcavia. Poco prima dello scollinamento è posizionato il ristoro, dove mi fermo per riempire le borracce ormai quasi vuote e mangiare un poco di frutta disitratata. Riparto, ormai ci siamo, dopo tre anni è di nuovo passo Giau, a questo punto della gara dopo quasi cinque ore di bicicletta, questa scalata di 10km al 10% di pendenza media non è per nulla banale, qualsiasi sia la velocità alla quale la si vuole affrontare. Inizio con un ritmo costante, quando la pendenza sale sopra 11% mi alzo sui pedali e sfrutto la forza di gravità del mio corpo per “danzare” sulla mia specialissima; non appena la pendenza cala mi risiedo e proseguo con watt regolari. Salgo, faccio fatica, arrivo alla galleria, mi alzo sui pedali, sembra di non andare avanti, guardo il gps, sono sopra il 10%. Ritorno alla luce il panorama sta cambiando, più guadagno quota, più la vista si apre verso le vette delle Dolomiti circostanti. Qua e là si ode qualche fischio di marmotta, il vento soffia teso, talvolta alle mie spalle e mi aiuta nella scalata, talaltra in fronte a me e mi rallenta. Il sole è alto nel cielo, mezzogiorno è appena passato, il caldo inizia a farsi sentire, ma per me è una piacevolissima sensazione. Negli ultimi chilometri sale la preoccupazione che il mio tallone d’Achille, l’adduttore destro possa rovinarmi la festa. Inizio a sentirlo fremere quando aumento la potenza da seduto. Rallento ancora un poco la pedalata, oggi fretta non ne ho. Non mi è difficile distogliere l’attenzione dalla mia gamba, mi basta guardare in alto ed osservare le montagne che mi circondano. Fatico a credere a quello che vedono i miei occhi, i contorni ben definiti delle creste, i pini che sembrano dipinti con un sottilissimo pennino a china, il cielo profondamente blu, i contorni ben definiti dei cumulonembi che volano velocemente sopra la mia testa. Questa realtà, oggi sembra una fotografia già passata sotto l’algoritmo di Photoshop, perché sì, è sempre vero il detto: “La realtà supera la fantasia”. Io guardo, osservo, memorizzo, oggi ho deciso di non fermarmi a fare troppe fotografie, voglio vivere il momento, metabolizzarlo dentro di me e crearne una memoria duratura nel mio animo.

Arrivo all’ultimo chilometro, gli ultimi tornanti, seppur faticosi, sono una goduria per gli occhi. Ultimo rettilineo mi alzo sui pedali, il pericolo crampo per ora è scampato, arrivo al ristoro, nuovamente riempio le borracce ormai quasi vuote, mangio due pezzi di crostata e mezza banana. Guardo l’orologio un’ora ed un quarto per scalare il Giau, sei minuti più del mio solito tempo, ma quanta soddisfazione nell’avere ammirato con più calma tutto quanto.

La discesa del Giau è molto lunga e forse per un eccesso di prudenza rimetto il gilet anti-vento. Parto la vista spazia nuovamente a 180° dall’Averau, passando per le Tofane, il Cristallo fino alla vicina Ponta Lastoi del Formin e all’Ambrizzola. I primi chilometri li passo frenando per poter ammirare meglio questo inebriante spettacolo.

Quando arrivo in prossimità della pineta, lascio andare la bicicletta ed anch’io, che sono timoroso, raggiungo i 70km/h. Oltrepasso la pineta ed al bivio di Pocol svolto a sinistra, inizia il Falzarego dieci chilometri e mezzo di salita a cui va aggiunto il chilometro finale che conduce al Valparola. Nuovamente riparto agile quasi venti minuti di discesa hanno intorpidito un poco la muscolatura ed il mio adduttore dopo tutte queste ore è sempre in agguato. Risalgo il Falzarego ad una velocità ridicola non so se più per paura del crampo o più perché continuo a stare con il naso all’insù. Oggi proprio non riesco a concentrarmi sul percorso, sono troppo distratto da ciò che vedo e che nelle ultime due edizioni mi è stato negato.

Arrivo al bivio del passo Falzarego e mi fermo per regalarmi un selfie con il Lagazuoi.

Riparto, mi aspetta l’impegnativo rettilineo del Valparola, mi alzo sui pedali e danzo fino al passo, osservo i monti e guardo il grande masso a sinistra della strada avvicinarsi sempre più. Quella grande roccia è il punto di riferimento, da lì la strada sarà tutta in discesa fino a quell’ultimo scherzetto del Mür dl Giat.

Inizio la discesa, niente gilet anti-vento, ma alzo lo scaldacollo comunque, forse come gesto scaramantico per proteggere le orecchie dal vento e dai tappi barometrici.

Scendo tranquillo, quasi volessi rallentare questo avvicinarmi al traguardo, so che tra poco sarà tutto finito e nonostante questa sia una gara oggi per me non lo è più. Oggi è la più bella MDD tra le diciassette che ho fatto. Arrivo a San Cassiano prima e a La Villa poi. Con un colpo deciso torno sul 34 anteriore, con un altro salgo fino al 32 con il posteriore e sono pronto per il Gatto. Mi alzo sui pedali e salgo regolare a metà il gatto inizia ad arrabbiarsi sul serio e si sale al 19%, ma io non mollo, il crampo, quello mai arrivato, ormai è nel dimenticatoio, sono in cima.

Ora quattro chilometri mi separano da Corvara, inizio a spingere forte, non c’è più nulla da contemplare e d’istinto sfogo quelle poche energie rimaste in maniera furibonda sui pedali, ultimo chilometro, ultima curva, mi alzo come volessi fare una volata con me stesso, cento metri al traguardo, guardo a destra vedo i cappellini Cicloturisti! Alice è arrampicata sulla transenna ed anche Matteo, Marina con il telefono e le braccia protese verso l’asfalto, dietro Manuela e Francesco. Alzo il braccio ed urlo a squarciagola “Ciaooo!”. Mi rispondono con voce squillante i bambini e Marina. Cosa chiedere di più a questa Maratona? Taglio il traguardo. La miss mi infila la medaglia al collo e dopo più di otto ore di gara trovo Michil Costa (il patron) in mezzo alla strada che si complimenta con ognuno di noi, cicloamatori da quattro soldi, per aver concluso la nostra gara. Perché solo chi sta sul campo di battaglia fino alla fine sa come organizzare un grande evento come questo.

Non resta che restituire il chip e ricongiungermi ai miei cari, i primi ad arrivare anche quest’anno sono i due piccolini, oramai non molto piccolini, Alice e Matteo che mi abbracciano come se avessi vinto e guardano la medaglia come fosse quella del primo arrivato.

Anche quest’anno le emozioni più grandi arrivano per ultime, quando ti accorgi di quanto tu sia fortunato ad avere una famiglia che ti ama così, nonostante tutti i tuoi difetti e tutti i tuoi capricci; quando vedi nel loro sorriso la felicità nel condividere la tua gioia per questa passione sportiva.

Grazie Dolomiti!

Dettagli tecnici su Strava: Maratona dles Dolomites 2018 Percorso lungo

Videogallery: Maratona dles Dolomites 2018 (10’02”)

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