Giro dei tre laghi con Rick (Garda, Ledro, Idro)

È venerdì 15 luglio io e Rick siamo al telefono per decidere il giro del giorno seguente. Alla fine ognuno concede qualcosa all’altro e si definisce il percorso sarà: Tignalga, Ponale e Valdegagna. Come un Lego Creator 3 in 1: tre giri in un solo giorno. L’indomani il ritrovo è a Salò alle 7.00 entrambi puntualissimi: io parto da Polpenazze in bici, Rick arriva in auto da Brescia. Partiamo con qualche minuto di anticipo, ovviamente, ci concediamo di percorrere tutto il lungolago prima di infilarci nella ss45bis Gardesana occidentale. Anche oggi il clima è eccezionale, aria fresca che scende da nord, vento forte e teso che agita il lago per il piacere dei velisti e rende il cielo terso e limpido, sole caldo e piacevole.

Risaliamo verso Gargnano e ci accorgiamo che il vento così forte ci rallIMG-20160717-WA0012enta alquanto nel nostro movimento verso l’alto lago, ma poco importa noi siamo cicloturisti: la giornata è tutta dedicata alla bicicletta. Prima di giungere a Gargnano deviamo per la frazione di Villa, porticciolo incredibile, passaggio obbligato, per noi. Proseguiamo verso la vecchia gardesana, ora pista ciclabile (spesso chiusa), in modo da evitare la prima lunga galleria. Nell’iniziare a prendere quota ci accorgiamo subito che oggi potremo godere di panorami mozzafiato o, come dico io, da sindrome di Stendhal! A metà ci fermiamo a fare qualche fotografia: impossibile resistere!

Rientrati sulla gardesana attraversiamo una galleria e prendiamo a sinistra la strada per Tignale, man mano che saliamo i paesaggi si fanno ancor più belli, giunti al Belvedere, sul tornante poco prima del centro di Tignale, ci fermiamo per altre istantanee e chiediamo gentilmente ad un turista di farci una fotografia.

Alla ripartenza Rick mi racconta della suo passato da surfista, di come sia stato tra i pionieri del windsurf sul Garda alla fine degli anni settanta. Oggi sul lago spira un vento meraviglioso e scorgo un po’ di compiaciuta malinconia nelle descrizioni della sua adolescenza, mentre pensa a quanto ci si potrebbe divertire là in mezzo al lago. Dopo avere attraversato la frazione di Oldesio lasciamo il lago per addentrarci nella valle del torrente San Michele, il paesaggio cambia come ho già descritto ampiamente nell’articolo sulla Tignalga (Tignalga in solitaria). Come sempre nei miei giri in compagnia il silenzio non è contemplato, la conversazione è continua e lo si nota anche dai tempi un poco più alti del solito, ma va bene così: godere di questi meravigliosi paesaggi confrontando le nostre storie passate è per entrambi motivo di grande gioia. La strada si fa più impegnativa le pendenze ora sono sempre in doppia cifra: noi rallentiamo, ma zitti certo non stiamo! Finalmente siamo saliti sull’altopiano di Tremosine, ci fermiamo per rifornirci di acqua e mangiare qualcosa e ne approfittiamo per fotografare il monte Tremalzo.

Proseguiamo verso Pregasio,  da dove si riprende la vista del lago, il panorama si fa ancor più spettacolare: di fronte a noi il monte Baldo, su di esso si distinguono chiaramente i tagli a zig zag della salita a Prada Alta (punta veleno) e noi fantastichiamo su un futuro giro che includa quella salita.

Ci dirigiamo verso la frazione di Pieve da dove si gode una meravigliosa vista a strapiombo sul lago: la terrazza del brivido. Sono le 9.30 ed un cappuccio con brioches ci sta proprio tutto, ma non prima di esserci fotografati insieme in questo luogo meraviglioso e le battute a doppio senso tra di noi si sprecano.

Dopo esserci rifocillati ripartiamo alla volta della frazione di Vesio da dove devieremo a destra verso la ripida discesa verso Limone. Qualche chilometro di salita, mai impegnativa, ma spesso panoramica e ci tuffiamo verso il lago. Poche centinaia di metri e urlo a Rick di fermarsi: ho visto un luogo dove scattare fotografie incantevoli.

Adoro la fotografia che mi ha scattato Rick mentre, di spalle, ero intento nell’immortalare il panorama; la trovo simbolica del mio modo di interpretare il ciclismo. Inforchiamo le nostre specialissime un paio di chilometri in discesa e mi fermo ancora, non senza essere apostrofato con un “Mog tu sei pericoloso, quando fai così!” in effetti non avevo dato molto preavviso della mia fermata.WP_20160716_10_06_56_Rich Giunti nuovamente sulla gardesana non possiamo che osservare il bellissimo golfo che racchiude l’abitato di Limone. Chiedo di fermarmi ancora, Rick sbuffa un po’, sostiene che sono fotografie banali da cartolina, ma io ribatto che servono per documentare la fantastica giornata che abbiamo trovato e quindi è corretto che siano didascaliche.

Iniziamo a percorrere il tratto di strada che il giorno prima aveva suscitato qualche perplessità da parte mia: le gallerie che conducono a Riva del Garda. Colpevoli sicuramente i miei ricordi di infanzia, ho sempre evitato le gallerie dalla gardesana. Debbo dire, invece, che le nuove gallerie che conducono a Riva sono tutte luminose o ben illuminate ed anche abbastanza larghe. Inoltre il traffico sostenuto fa si che gli autoveicoli spesso siano più lenti di noi e questo li rende ancor meno pericolosi. Giungiamo finalmente a Riva ed usciti dall’ultima galleria svoltiamo bruscamente a sinistra per aggredire la Ponale. La prima e unica volta che la feci fu in discesa e mi dissi: mai più! Gli ultimi due chilometri sterrati, tranne che nelle gallerie, furono piuttosto fastidiosi con le ruote che andavano dove volevano loro e il rischio di tagliare il copertone sempre presente. In realtà, devo dare atto a Rick che aveva ragione, in salita lo sterrato è decisamente più gestibile. Infatti il problema più grande si è rivelato essere l’eccessivo traffico di mtb e trekking che ci costringevano a ritmi poco consoni ai nostri rapporti da  bici da corsa. A metà dello sterrato ci fermiamo per immortalare ancora questo paesaggio, questa giornata clamorosa e questa strada letteralmente intagliata nella roccia.

Ripartiamo, non senza difficoltà visto il terreno sdrucciolevole, finalmente ritorniamo sull’asfalto con mio grande sollievo. Dopo un paio di tornanti è il momento di fare ancora un paio di scatti prima di abbandonare definitivamente la vista del lago di Garda.

Lasciamo l’antica via Ponale e ci immettiamo sulla strada che conduce al lago di Ledro, Rick ricorda come questi sei chilometri di salita, quasi sempre dritta in mezzo al verde dei prati, siano piuttosto noiosi e gli siano apparsi interminabili l’ultima volta che li percorse. Finalmente giungiamo al lago di Ledro, il secondo del nostro giro, optiamo per il lato alla nostra sinistra, la strada è più panoramica e scarsamente trafficata.

Dopo aver costeggiato il lago con i suoi innumerevoli piccoli saliscendi ci fermiamo ad un chiosco per un panino ristoratore, d’altro canto è ormai mezzogiorno e siamo decisamente stanchi di ‘fruttini’ e barrette.

Dopo questo fantastico panino con salame e formaggio di monte ripartiamo alla volta del Passo d’Ampola. In realtà, essendo noi già sull’altopiano del lago di Ledro, abbiamo da percorre una strada solo in leggera salita e, per una volta, anche con il vento a favore. Prima di scollinare guardiamo alla nostra sinistra la strada che conduce al passo Tremalzo, realizziamo che solo qualche ora prima eravamo esattamente dal lato opposto di questa montagna e questo ci fa sorridere.IMG-20160717-WA0008 Inizia la discesa verso Storo ora il vento e contro e sarà così fino alla fine. Mentre scendiamo guardiamo aprirsi davanti a noi le valli Giudicarie, giunti sulla statale del Caffaro svoltiamo a sinistra per rientrare in provincia di Brescia ed andare a costeggiare per intero il terzo lago del nostro giro: il lago d’Idro. Grazie anche all’ora di pranzo la strada è completamente libera ed arriviamo ad Idro incrociando pochissime autovetture. Durante questo tratto di strada lancio a Rick una proposta, ciclisticamente, indecente: perché non farlo diventare il giro dei quattro laghi salendo da Capovalle e scendendo lungo il lago di Valvestino? No, il giro è stato creato così, si sale a Treviso Bresciano (Cavallino Fobbia accorciato) e si scende in Valdegagna per arrivare a Vobarno come da programma. Eppoi c’è Agnoli che aspetta Rick in spiaggia a Salò, mica possiamo farla aspettare troppo? Inizia la salita per Treviso: è tosta e lo sappiamo entrambi, la conosciamo bene, le pendenze sono sempre in doppia cifra e percorrerla dopo più di 120km e con 2.000m di dislivello nelle gambe non è propriamente quella che si suol dire ‘una passeggiata’. Dopo circa tre chilometri di salita prima di abbandonare il lago d’Idro c’è un punto panoramico con una panchina dove più volte mi sono fermato a fare una fotografia al lago, ma credo di non essere mai riuscito a trovare  un cielo così limpido ed una vista così profonda verso le montagne del Brenta.

Dopo la sosta riprendiamo la salita, prima attraversiamo le due frazioni di Treviso B. e poi ci inerpichiamo sul tratto più duro: un paio di chilometri con pendenze spesso al 15%. Arriviamo al bivio e prendiamo a destra per Eno, ci fermiamo ad una gelida fontanella a rinfrescarci: ormai le ore di bici sono quasi otto ed il caldo delle due del pomeriggio comincia a farsi sentire. Corroborati iniziamo la discesa: il primo tratto molto ripido, sdrucciolevole e con qualche buca di troppo, dopo Eno decisamente meglio. Siamo a Vobarno in Valsabbia, ma, si sa, a me le statali proprio non piacciono ed allora attraversiamo il fiume Chiese, prendiamo la strada per Pompegnino , poi per Roè, scendiamo a Volciano e ci ritroviamo a Salò senza avere fatto un metro di strade trafficate. Anche Rick è soddisfatto, apprezza molto la mia ricerca di strade alternative per stare nel traffico automobilistico il meno possibile e per poter godere dei paesaggi nella più assoluta tranquillità. Ormai siamo vicini alla spiaggia della conca d’oro, anche stavolta il giro è stato entusiasmante, anzi forse qualcosa di più: la fortuna di una giornata dal meteo incredibile, il percorso lungo ed impegnativo (per me da Polpenazze saranno 164km e 3.065m disl.), le innumerevoli storie che ci siamo raccontati, i numerosi ‘colpi di Stendhal’, hanno reso questa una gita indimenticabile, densa di emozioni che ci rimarranno per sempre nell’animo. Saluto Rick, Agnoli lo sta aspettando, proseguo per le Zette, io ho ancora un piccolo dislivello da percorrere prima di arrivare, ma ho anche un’ultima fotografia da scattare quella della mia Salò in una giornata così clamorosamente spettacolare.WP_20160716_15_12_47_Rich  Grazie Rick!

Per i dettagli tecnici: @Cicloturisti: Il giro dei Tre Laghi con variazioni ovvero Tignalga – Ponale – P.so d’Ampola – Valdegagna.

 

 

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Colle dei Cuori (S.Giuseppe)

Oggi, come a volte accade in estate, uscita di un’ora in bici in pausa pranzo. Uno dei miei giri preferiti è quello che comprende l’ascesa al colle S.Giuseppe dal versante di Mompiano. Quella salita sotto casa che, come già detto, mi ha fatto nascere la passione per la bicicletta. Ciò che mi piace di questo giro attraverso Costalunga e Mompiano è che mi consente di fare una ventina di chilometri fuori dal traffico automobilistico, senza uscire dalla città. Inoltre Mompiano è il luogo dove ho vissuto per trent’anni. Per me pedalare nelle stradine che  ero solito percorrere da bambino, sulla mia fantastica bici cross con il sellone lungo (e chi negli anni’80 non ne aveva una?!?), ha sempre un fascino particolare, a volte anche un po’ melanconico, ma sempre piacevolissimo. PercorreWP_20160722_13_26_40_Pro le vie e rivedere le fontanelle ancora là, al loro posto, come allora. Già perché da piccoli, nelle torride estati, sotto l’incessante frinire di cicale, il ‘giro delle fontanelle’ era immancabile e imprescindibile!

Dopo avere percorso la strada della valle di Mompiano, compreso lo sterrato che riporta al villaggio Montini (d’altro canto Cicloturista sono), passo a fianco della vecchia parrocchia, la chiesa di S.Antonino dove mi sono sposato. Nel voltare a destra per iniziare la salita del S.GiuseppWP_20160722_13_25_45_Proe noto, dipinti di bianco sull’asfalto una serie di quattro cuori. Che piacevole sorpresa, penso che probabilmente nel fine settimana, appena trascorso, qualcuno si è sposato ed ha deciso di fare un omaggio alla sua amata fuori dalla chiesa. Proseguo nella salita e poco dopo intravedo un’altra serie di quattro cuori giusto su un bivio prima del ‘tornantone’ a 360°. Qui gatta ci cova!

Vuoi vedere che, non solo si sono sposati a S.Antonino, ma sono anche andati a festeggiare al ristorante del Castello Malvezzi, tra i più famosi di Brescia, sia per la cucina sia per lo splendido parco e panorama?

Continuo nella salita e trovo numerose altre serie di quattro cuori intervallate da cuori solitari dipinti sull’asfalto. Il tutto fino proprio alla sommità del colle dove è ubicato il ristornate. Io penso a mia moglie, al giorno del nostro matrimonio, ad Alice e Matteo che sono nati dal nostro amore e  questo mi rende ancor più piacevole l’ascesa alla mia salita di casa.

S.Giuseppe da oggi ribattezzato Colle dei cuori anche stavolta hai saputo stupirmi!

 

Maratona dles Dolomites 30°edizione …ed io ne ho fatte la metà!

Siamo arrivati alla trentesima edizione della Maratona dles Dolomites (MdD) ed io sono iscritto; concludendola, per me, sarà la quindicesima: tre lustri di MdD.

Da quando è nata Alice questo evento è divenuto una scusa per una piccola vacanza in montagna per la famiglia “allargata”. E’ giovedì mattina, tutto è pronto per la partenza, io e Marina un po’ meno, abbiamo un raffreddore pazzesco. Si va in stazione, si recuperano zia Manuela e zio Francesco che arrivano da Milano e si parte per la val Badia. Siamo un poco abitudinari, prima tappa pranzo ad Ortisei al meravigliosoWP_20160630_13_57_26_Rich ristorante Tubladel, consigliatomi dall’amico Carlo (quello del giro Gavia, Mortirolo): cucina eccellente e raffinata, ed anche oggi non si smentisce! Ripartiamo, cumulonembi neri e minacciosi si distendono sopra al passo Gardena: le previsioni per questo fine settimana non sono delle migliori, continui temporali tipici dell’alta montagna. Mentre attraversiamo Selva inizia a grandinare, per fortuna dopo il passo Gardena il tempo migliora un poco. Arriviamo in hotel, al Marmolada, sono alcuni anni che veniamo in questo albergo gestito splendidamente dai titolari e la loro accoglienza è sempre impeccabile. Io sono distrutto ho qualche linea di febbre ed un po’ d’influenza, ma il riposo e buone dosi di propoli sono il rimedio giusto. L’indomani mattina ci alziamo ed il sole fa capolino tra nubi ad alta quota: le previsioni dicono che fino alle due il bel tempo dovrebbe reggere. Decidiamo di prendere la cabinovia e di salire al rifugio Boé (2.200m). Arrivati il panorama è di quelli mozzafiato, io ed Alice ci scateniamo con le fotografie.

Alice adora fotografare i fiori ed allora anche io mi metto in competizione con lei.

Decidiamo di affrontare un breve sentiero che ci porterà al lago Boé, il segnale indica quindici minuti di camminata. Sì per le persone normali, ma a noi piacciono le cose difficili: Francesco è cieco sin da quando era ragazzo ed anche la sorella di Marina è diventata ormai tale, Matteo è ancora piccolino e non si sa quando deciderà che sarà stanco. Salire sul ghiaione del sentiero, incunearsi tra le rocce per scendere al lago risulta quindi un’impresa non da poco, ma ci arriviamo perché: volere è potere! Mi piace che i miei figli crescano osservando e giocando con Francesco e Manuela, due menti sopraffine, che sanno far capire quanto i nostri limiti possano essere anche solo aggirati se non superati. Il loro desiderio di voler vedere il lago è incredibilmente bello ed educativo. Sì, perché hanno ‘visto’ il profumo dei fiori, lo scricchiolare della ghiaia sotto i piedi trasformarsi in un morbido tappeto erboso per  poi divenire uno spigoloso passaggio di rocce ed infine lasciar spazio alla sabbia ghiaiosa del lago, hanno udito l’eco della conca naturale, in cui il lago si forma, e ne hanno delimitato il perimetro. Tutto questo lo comunicano ad Alice e Matteo con estrema semplicità ed affetto. Manuela e Francesco si siedono sulle rocce, mentre io porto i bimbi a toccare un lastrone di neve che, all’ombra del sole, resiste a questa timida estate.

Matteo torna con la mamma a ‘campo base’ mentre io e la ‘scalatrice’ Alice completiamo il periplo del lago scalando la montagna ed infilandoci in anfratti reconditi.

“Papà, papà! Guarda quell’animaletto, che bello, guarda che blu! Gli fai la foto tu, che io l’ho lasciata alla mamma.”

Come non fare una foto ad un bellissimo coleottero blu cobalto ed anche alle nuvole, che si specchiano nella acque cristalline del lago come fossero dipinte dalla sapiente mano di Claude Monet. E’ giunto il momento di tornare verso il rifugio, anche perché Matteo sta ancora aspettando di poter giocare al parchetto delle altalene che aveva visto appena sceso dalla cabinovia. Scendiamo da un altro sentiero, effettivamente, questo è un poco più agevole del precedente. Arrivati, i bimbi vanno a giocare e noi cerchiamo di gustarci l’ultimo sole prima del temporale. Mentre mangiamo inizia a piovere come previsto. Scendiamo all’hotel: i grandi in sauna per un salutare bagno di vapore (io non prima di essere andato a ritirare il pacco gara!), i piccoli in sala giochi a divertirsi. Dopo cena ennesimo acquazzone e di conseguenza niente passeggiata.

E’ sabato, anche per oggi è prevista mattinata soleggiata e pomeriggio bagnato. Decidiamo, come peraltro ogni anno, di andare a piedi a Colfosco attraverso il bosco: una passeggiata pressoché piatta ed agevole. Arrivati a Colfosco i bimbi chiedono insistentemente di poter entrare al parco avventura e fare il percorso più facile, quale motivo potremmo avere per non accontentarli? Così eccoli con casco ben allacciato in testa iniziare il giro, ne faranno almeno venti prima di stancarsi!

Si riparte, è già mezzogiorno, e naso all’insù il cielo non promette nulla di buono, ci infiliamo nel solito ristorante (Black hill) e mangiamo pacificamente mentre fuori si scatena un’altro temporale. Tempo di finire di banchettare che spiove, ritorniamo a Corvara; io mi fermo con i bimbi al parco giochi dove per più di due ore sarà: altalena, carrucola sul filo e, finalmente, palla per Matteo. Gli altri in sauna. Dopo cena io ed i bambini a letto, mentre gli altri restano a guardare l’Italia del calcio al bar dell’albergo. Il mio raffreddore è migliorato grazie anche ai bagni di vapore aromatici, direi che sto piuttosto bene e sono fiducioso per la corsa dell’indomani, peraltro dicono che dovrebbe essere asciutta. La sveglia è puntata per le cinque, a me non piace proprio stare in griglia fermo al fresco del mattino. Non suonerà, alle 4.55 mi sveglio da solo, faccio colazione mi vesto ed esco dall’albergo sono le 5.44 non mi era mai capitato di partire così presto! Ma non è servito a nulla! Con poca sorpresa scopro che il piazzale della terza griglia è già praticamente pieno, poco male io sono cicloturista e sono qui per godermela questa MdD. Quello che mi preoccupa di più infatti è il meteo: le nuvole sono bassissime e delle incantevoli montagne che ci circondano purtroppo si vede molto poco.

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Michil Costa, patron della MdD, alla partenza

Nonostante tutto passo sotto allo striscione di partenza alle 6.45: pensavo peggio. Finalmente si parte il lungo serpentone di biciclette si sta muovendo verso il Campolongo, anzi i primi stanno quasi per scollinare, noi invece iniziamo lentamente, come fossimo in processione, un paio di volte il piede tocca terra per non perdere l’equilibrio, d101 Campo‘altro canto siamo quasi nove mila non si può pretendere di avere strada libera. Mentre saliamo verso il Campolongo ci immergiamo nelle nuvole, scolliniamo e iniziamo la discesa verso Arabba ancora tutti uniti, allineati e coperti come si diceva da militari, non c’è molto da cercare di superare gli altri. Inizio la salita del Pordoi quest’anno  cronometrata anch’essa. Siamo ancora in tanti e fatico a tenere il mio passo, vorrei andare leggermente più forte di chi mi sta intorno, ma non ho voglia di chiedere spazio, ci sono già quelli dell’ultima griglia che vanno veramente più forte di me, che vogliono passare, che sicuramente faranno un tempo di gran lunga migliore del mio, per cui, me ne sto tranquillo.

A metà salita del Pordoi, solitamente vengo rapito dalla vista del gruppo del Sella: oggi no! dov’è il Sella? chi mi ha rubato il mio Sella? Il Sella c’è, ma è circondato dalle nuvole solo sopra al valico del Pordoi si intravede uno spiraglio di azzurro. Scollino il cronometro non è dei migliori, ma non fa nulla; inizio la discesa, non fa neanche troppo freddo, ma l’umidità altissima non da speranza che il mio copioso sudore si possa dissolvere, resterò fradicio come uno straccio per tutta la gara. Inizia la salita del passo Sella è corta,ma impegnativa, le pendenze qui sforano il 10% in molti punti, dopo i primi due chilometri sembra che il sole possa sconfiggere finalmente le nuvole, ma sarà solo un illusione. Scollino mangio una barretta chiudo l’antivento e via.

Inizio la discesa più pericolosa della gara, sì perché dopo un paio di chilometri e prima del grande ghiaione dove possono atterrare anche gli elicotteri ci sono un paio di curve a chiudere molto insidiose. Gli organizzatori le segnalano benissimo, ci sono uomini che sventolano la bandiera rossa  nei punti critici, eppure anche quest’anno sull’ultima curva a sinistra mi trovo di fronte lo spettacolo che nessun ciclista vorrebbe mai vedere: barella ancora sull’asfalto ciclista completamente imbragato e coperto, casco ancora allacciato al capo e occhi chiusi, tutto il personale paramedico era tranquillo e questo mi ha rincuorato, ma per i chilometri successivi rifletti molto sul senso e sulla precarietà della vita.

Inizia la salita del Gardena poco più di due chilometri e sono a pian de Gralba dove è posizionato il ristoro più succulento della MdD, non mi fermo, io ho il mio ristoro personale a C401 Gardeorvara davanti alla stazione dei Carabinieri: è meno ricco di vivande, ma molto più di a408 Gardemore! Passo oltre e mi infilo nel lungo falsopiano del Plan de Frea. Sono tornato in mezzo alle nuvole, su in cima al passo Gardena si intravede il chiaro, ma sia a destra sia a sinistra il cielo è piuttosto grigio e minaccioso, non pi415 Gardeoverà per tutta la gara, ma l’asfalto fin’ora è sempre stato umido ed in alcuni punti anche bagnato. Proseguo nella salita verso il passo bevo e mangio qualcosa prima di scollinare chiudo l’antivento ed inizio la discesa del Gardena, lunga e veloce, il traffico ora è un poco calato e saltuariamente si possono impostare le curve come si deve. Arrivo a Corvara, dove mi attende la famiglia al completo, c’è finalmente il sole in val Badia, ma tutto intorno permangono nuvoloni bassi che oscurano la vista delle magnifiche Dolomiti. Matteo ha in mano la borraccia ed è impaziente di darmela, la prendo e lo ringrazio, tolgo le ginocchiere e lascio l’antipioggia che ho usato in griglia per non prendere freddo a Marina, intasco qualche barretta e con grande sorpresa di tutti dichiaro che farò il medio. “Ma non stai bene?” mi chiedono. “No è tutto a posto, ma non mi sto divertendo, tiro il Campolongo e poi porto a casa il medio”. Do un ultimo bacio e via, questa volta si apre il gas, cerco di spingere forte anche se non a tutta, in fondo poi ci sono ancora dodici chilometri di salita del Falzarego-Valparola da fare. Alla fine viene il mio miglior tempo sulla salita del Campolongo e questo mi basta, sarà un caso, ma lungo tutta la salita c’è sempre stato il sole e le temperature erano un poco più calde. Anche la discesa, stavolta senza traffico, è molto più divertente, mi sto quasi pentendo della mia scelta, poi guardo verso i monti della Marmolda e vedo ancora e solo nuvole, al bivio di Cernadoi guardo oltre il bosco in direzione del Giau e vedo ancora nuvoloni grigi, prendo la strada per il passo Falzarego: avevo visto giusto, oggi purtroppo lo spettacolo delle Dolomiti è negato a noi ciclisti, ogni tanto qua e là qualcosa si lascia intravedere, ma poca cosa rispetto alla fatica che facciamo. Per me che il lungo lo ho già fatto nove vol600 Falzate, senza la vista di queste meraviglie, sarebbe solo una fatica inutile: in fondo sono proprio un Cicloturista nel bene e nel male. Inizio la salita, nei primi chilometri c’è ancora il sole e i verdi pascoli, che circondano la striscia di asfalto, pullulano di meravigliosi fiori di montagna: penso ad Alice quante fotografie avrebbe scattato lungo questa strada! Arrivo ai piani di Falzarego di fronte a me i tornanti scavati nella dolomia guardo insù e nuovamente i nuvoloni grigi coprono le Dolomiti, inizio i tornanti, con gli occhi cerco il Valparola e lo ved702 Valpao coperto da una massa grigio scura sembra proprio pioggia. Proseguo nella scalata del Falzarego ormai sono vicino allo scollinamento e la visuale si apre sulla piana del passo: “Ma dove sono il Lagazuoi, la Croda Negra, l’Averau e le Tofane?” Sempre avvolti dalle nuvole ed ogni tanto fanno capolino come giocassero a nascondino. Resta ancora l’ultimo chilometro del Valparola da percorre ed è quello più antipatico pendenza sempre sopra il 10% e niente tornanti per rifiatare.

Mi alzo sui pedali e spingo con regolarità, scollino, bevo e mangio qualcosa. Mi alzo lo scaldacollo sulla bocca, sento che l’aria è tornata fredda (11°C) e inizio la discesa più lunga della MdD. Siamo in pochi in strada in questo momento e si può scendere in tutta tranquillità, dopo pochi chilometri di discesa si abbandona il Veneto per rientrare in val Badia e magicamente torna anche il sole.


Prima dell’arrivo resta un ultimo scoglio (un sapelòt) il Mür dl Giat (300m di ram802 Giatpa in centro a La Villa), già in cima al Valparola avevo sentito che il mio adduttore destro era arrivato al capolinea, dunque che il crampo era in agguato. Con circospezione riprendo a pedalare agile una volta finita la discesa e mi alzo sui pedali per affrontare il gatto. Va tutto bene, niente crampi, riparto, mancano solo tre chilometri ed anche se il crampo è li che spinge ormai sono all’arrivo. Per la prima volta in quindici anni sono i miei famigliari che mi vedono per primi sul rettilineo di arrivo (merito della maglia Cicloturisti!), nel frattempo è arrivata anche Laura (mia sorella) con Marco e il piccolo Riccardo che soggiornavano a Selva. Taglio il traguardo espleto le formalità di fine corsa e mi godo gli sguardi felici e gli abbracci di tutti quanti.

Un’altra Maratona è finita, non è brillata certo per la bellezza dei panorami, ma è pur sempre la MARATONA DLES DOLOMITES. Per noi la vacanza, fortunatamente, non è ancora conclusa e, soprattutto, mi deve riservare ancora una piccola sorpresa. Dopo l’arrivo, un bel bagno caldo ed il pranzo al bar, siamo andati con i bambini  prima a giocare ai gonfiabili e poi nuovamente al parchetto. Alle cinque siamo riusciti a portarli in camera, anche loro svegli dalle sette del mattino erano stremati, anche se avrebbero voluto continuare a giocare. Convinco Matteo a sdraiarsi nel suo letto per riposarsi con la promessa di stare lì con lui a fare la coccola. Mentre mi sdraio gli sussurro: ” Sei stato bravo ad ascoltarmi.” Matteo mi risponde: ” Tu sei bravissimo, papà! Perché hai fatto la gara.” Poi si addormenta.
La mattina di lunedì è giorno di partenza, si chiudono i bagagli, ci si dirige ad Ortisei dove abbiamo appuntamento con mia sorella per un pranzo tutti insieme prima di seWP_20160704_12_54_32_Richpararci per tornare ognuno alla sua quotidianità. Marco e Laura ci propongono un ristorante dove loro sono stati più volte proprio in centro ad Ortisei: Mauriz keller. Devo ammettere che lo stinco di  maialino al forno era sublime come anche il gelato con lamponi caldi alla fiamma! Resta ancora il tempo per un ultima passeggiata sopra le scale mobili verso il parco giochi ed una foto di gruppo della nuova generazione di piccoli Contarelli/Anselmi!WP_20160704_14_51_13_Rich
Alice, Matteo e Riccardo siete il nostro futuro!

Dettagli sul percorso medio: Maratona dles Dolomites (medio)