Maratona dles Dolomites 2001-2015

 

 

000 testa sportograf-39868317Con l’occasione del passaggio del giro d’Italia sulle strade della Maratona delle Dolomiti (MdD) ho ripensato alle mie quattordici edizioni portate a termine, iniziando nell’ormai lontano 2001 e finendo l’anno scorso. Di  tutte serbo un ricordo particolare. Il 2001, la prima partecipazione, l’emozione del debutto, la prima volta in bicicletta senza autoveicoli attorno, le viste ed i paesaggi meravigliosi. Il 2006, il lungo viaggio del sabato da Pisa fino a Corvara partendo dopo mezzogiorno per arrivare prima di cena. Il 2009 la primaMdD2013venerdì volta di Alice che aveva solo due mesi. Il 2013, la grande nevicata del giovedì notte. Il venerdì mattina ci svegliammo e Corvara era completamente imbiancata dalla neve. Fortunatamente le previsioni erano buone per i giorni successivi, ma le temperature restarono invernali per tutto il fine settimana. Partii vestito ‘a cipolla’ con intimo invernale sotto alla maglia mezza manica, manicotti e gambali, anti vento smanicato, anti vento lungo, anti pioggia termonastrato, guantini e sopra guanti estensibili, scaldacollo e copriscarpa leggeri. Nonostante tutto, il freddo in partenza (4°C) si fece sentire e tutte le discese furono quasi più dure, per il fisico, delle salite. Arrivato al cancello di Cernadoi la tentazione di rinunciare al percorso lungo per evitare ulteriore gelo fu forte. Poi pensai: “Ma quando mi ricapita di salire il Giau in mezzo alla neve?” la decisione fu immediata: si fa il lungo! Così feci ed i paesaggi innevati mi ricompensarono di tutto il freddo che mi tirai addosso in quelle discese e salite, già perché a mezzogiorno sul Giau la temperatura dell’aria non arrivava ancora a 10°C.

Ma di tutte le edizioni ce ne sono due che mi hanno dato emozioni incredibilmente meravigliose. Sono le edizioni del 2003 e del 2011.

Nel 2003 affrontavo la Maratona per la terza volta e dopo aver concluso il percorso medio le due volte precedenti ambivo a portare a termine per la prima volta il lungo (138km, 4230m), tuttavia l’allenamento non era molto differente da quello dei due anni precedenti. Il primo grande scoglio da superare era quello di arrivare al cancello di Cernadoi prima della chiusura. Per me che partivo in ultima griglia venticinque minuti dopo i primi e che non avevo una gran gamba non era per nulla scontato, anzi l’anno prima ero arrivato al bivio proprio mentre stavano chiudendo e dirottavano tutti i ciclisti sul percorso medio. Questa volta arrivo con una decina di minuti di anticipo e posso passare, via in un modo o nell’altro bisogna arrivare. Scavallo il colle di S.Lucia con andatura guardinga cercando di risparmiare più energie possibili. Inizio l’ascesa al passo Giau: dieci chilometri di salita costantemente con pendenze intorno al 10% mai un attimo di respiro. A metà salita le gambe sono già durissime ed il rischio crampi è costantemente dietro l’angolo. A due chilometri dalla cima, vedo l’ambulanza del ‘fine corsa’ il tornante sotto di me e dietro di lei la fila delle automobili: alle 13.00 il passo Giau si aprirà al traffico. Ad un chilometro il ‘fine corsa’ mi supera e passo gli ultimi mille metri in mezzo allo smog delle auto. Scollino, c’è il ristoro, bevo, mangio, riposo gli occhi un minuto, riparto. Scendo lentamente incolonnato tra le auto, non mi fido a superare quelle scatolette di metallo: i loro abitanti sembrano tori inferociti dal disguido che li ha tenuti fermi per alcune ore alle porte di Selva di Cadore, ed io sono troppo poco lucido  per poter rischiare il sorpasso. Arrivo a Pocol gli autoveicoli girano a destra verso Cortina d’Ampezzo, io salgo a sinistra verso il passo Falzarego, la salita è lunga, ma non ha mai pendenze impossibili anzi ha anche un lungo tratto in falsopiano che lascia rifiatare. Arrivo al passo e mi fermo all’ultimo ristoro, bevo, mangio, riposo gli occhi, davanti a me l’ultimo chilometro che porta al passo  Valparola: un lungo ‘drittone’ che non scende mai sotto al 10%. E’ l’ultima vera fatica di questa Maratona, lentamente e mestamente lo percorro, le energie muscolari sono azzerate, sono solo quelle nervose che mi consentono di proseguire. Scollino e inizio la discesa molto prudentemente: la testa è ormai poco reattiva. Arrivo a La Villa. Fine della discesa, adesso gli ultimi cinque chilometri in leggera salita: sì all’andata erano in leggera salita, ora anche con il 34×26 (perché io già nel 2003 usavo il 50/34!) sembrano una parete verticale. Giungo al traguardo, sono passate poco più di nove ore di corsa, ma non conta. Subito dopo il traguardo la consegna dei chip e poi davanti a me: Marina. Ho MdD2003Campolongogli occhi lucidi, anzi no, sto proprio singhiozzando. Marina mi guarda e chiede un poco preoccupata: “stai bene?” – “Sì, Mari l’ho finita ho finito il lungo!”. Ci abbracciamo, l’emozione è devastante: felicità, spossatezza, amore, disorientamento, infinita gioia questo è quello che mi ha donato il primo lungo.

Pensavo che quella sarebbe stata l’emozione più grande che la Maratona delle Dolomiti avrebbe potuto darmi. Mi sbagliavo. Mi sbagliavo molto perché nel 2011 successe qualcosa che mi ribaltò nei sentimenti più profondi. Da due anni era nata Alice, l’anno precedente per colpa di un’influenza mi dovetti accontentare del percorso corto. Poi un lungo periodo di crisi  apprensive nei confronti della crescita della mia bambina mi avevano tolto tempo all’allenamento. Comunque arrivai a luglio in buone condizioni, non con l’allenamento per il lungo, ma con una buona gamba per cercare il mio personale sul medio. MdD2011Alice Parto con convinzione, ormai sono alcuni anni che ho diritto alla penultima griglia, quindi passo sotto lo striscione della partenza solo dieci minuti dopo i primi. Percorro il primo giro (Sella ronda) ad un passo discreto senza mai eccedere. Come da alcuni anni la mia famiglia mi aspetta sul rettilineo di Corvara davanti ai Carabinieri (è l’unico punto che per ovvi motivi non ha transenne). Arrivo, cambio di borraccie, tolgo manicotti e gambali, un bacio a Marina e… Quello che non hai preventivato succede: Alice mi chiama per darmi un bacio e mi porge un braccialetto (elastico) di quelli con cui gioca. Marina mi spiega che sarà il mio portafortuna! Lo infilo al polso e riparto. Da sotto gli occhialoni non si scorge nulla, ma gli occhi sono giMdD2011Corvaraà lucidi. Passo sotto al traguardo (per chi fa il corto) per me che faccio il medio è solo il primo passaggio e gli occhi sono lucidi, inizio la prima rampa del Campolongo (vedi foto) e gli occhi sono ancora lucidi, scollino in vetta al Campolongo e… gli occhi sono lucidi! Non solo, ho la pelle d’oca! Non ricordo nulla di quei venticinque minuti abbondanti se non che avevo le lacrime agli occhi e la pelle d’oca. Inizio la discesa ed ho ancora gli occhi lucidi cerco di concentrarmi sulla ‘gara’ per sbarazzarmi dalle emozioni, ma non serve a nulla, periodicamente ritorneranno lungo tutto il percorso fino all’arrivo, quando abbraccerò nuovamente Marina ed Alice. Per la cronaca fecì il mio personale sul medio, ma credo che il merito sia più di Alice che mio. Ora so per certo che, presto o tardi, ci sarà un altra Maratona dles Dolomites che saprà stupirmi ancora di più.

Matteo ora tocca a te!!!

Cicloturisti! . . . lo siamo sempre stati!!!

MdD2002001Sabato scorso il giro d’Italia è transitato sulle Dolomiti ricalcando per intero  il percorso della più blasonata granfondo italiana: Maratona dles Dolomites! Mentre commentavo la tappa con Marina il pensiero è andato alle numerose edizioni a cui ho partecipato. Una in particolare mi ha ricordato che Cicloturisti lo siamo sempre stati e fortunatamente continuiamo ad esserlo.

Era il 2002, il mondo delle granfondo iniziava a fare proseliti, l’obiettivo della maggior parte dei cicloamatori dell’epoca era semplicemente riuscire a portare a termine il percorso lungo (138km, 4.230m), non c’era il sorteggio, bastava iscriversi qualche mese prima per avere garantito un posto. Fu così che cinque amici scanzonati decisero di vivere un’avventura, per alcuni di noi era già la seconda, qualcuno ambiva a terminare il lungo, io non ancora. Siamo (da sinistra a destra) io, Giovanni (John), Leonardo (il Leo), Francesco e Marco (dietro). All’epoca Leonardo (cugino di Marco e Francesco) era spesso della partita e quanto a gamba ci bastonava tutti alla grande, ma la grande forza di Leo era l’assurda verve comica. Un’uscita in biciclettMdD2002IlLeoa con il trio Aperti al completo poteva massacrarti nel morale come farti sbellicare dal ridere: dipendeva solo da te. Con loro non esisteva finire una frase di senso compiuto senza essere stati massacrati con sarcastica ironia almeno dieci volte! A confronto tre toscanacci sarebbero sembrati dilettanti. Ed in quella edizione della Maratona non si smentirono certo. Partiti tutti insieme nelle retrovie della gara a metà del passo Gardena, proprio poco prima di questa fotografia, si raggiunse l’apice della goliardia. Il Leo decise che era il momento di raccontare una barzelletta. Ci schierammo in fila occupando tutta la carreggiata in modo che nessuno potesse passare: “Fermi tutti, il Leo deve raccontare la barza!”, “Tanto siamo in fondo, un minuto in più o in meno che differenza fa, ma di qui non si passa!” …e nessuno passò!

Altri tempi!

Se ci provassimo ora  a fare uno scherzo del genere molto probabilmente verremo insultati anche dagli ultimi sul percorso. Le granfondo sono cambiate, NOI NO! Siamo ancora i dementi scanzonati che si prendono per i fondelli come  quindici anni fa.

CICLOTURISTI ed orgogliosi di esserlo!

I luoghi della memoria

E’ il 7 settembre 2014, da poco ho acquistato un nuovo telefono con cui poter scattare fotografie durante le mie escursioni. Quest’anno l’estate è stata molto poco gentile meteorologicamente parlando. Sono stati più i giorni piovosi di quelli soleggiati, anche questo fine settimana non fa eccezione e le previsioni non sono positive. Mi viene, allora, l’idea di non allontanarmi troppo e di fotografare i luoghi della mia infanzia. Decido di attraversare Polpenazze e Puegnago per arrivare a Salò dalla discesa delle Zette. E’ ancora mattino presto e scelgo di percorrere in bicicletta la parte più recente del lungolago, che sarebbe riservata soltanto ai pedoni.WP_20140907_07_31_43_Pro

A quest’ora il mio passaggio non arreca disturbo ai rarissimi passanti ed io posso godere della vista del golfo dal ciglio della spiaggia. Quando ero piccolo tutta questa parte di lungolago, che collega il vecchio mulino vicino al cimitero alla “fossa”, non c’era. La passeggiata in riva al lago terminava proprio lì in piazza Vittorio Emmanuele II, quella piazza che, per tutti i salodiani, è semplicemente la “fossa”. WP_20140907_07_34_26_ProSuccessivamente, con difficoltà, il comune riuscì a far cadere i privilegi della Canottieri Salò ed a far passare il lungolago davanti al loro porticciolo, dando vita a quella che è diventata una delle più lunghe e suggestive passeggiate in riva al lago. Proseguo, oltrepasso l’imbarcadero abbandono il lago ed entro nella via che conduce di fronte al duomo e qui iniziano ad accavallarsi nella mia mente molteplici ricordi della mia infanzia. Nato qui, battezzato proprio in questa chiesa e spesso, la domenica mattina, venivo a messa proprio qui, prima del pranzo dai nonni: faraona ripiena, polenta e patate al forno.

Mentre scatto le istantanee scorgo un aliscafo solcare le acque del lago, lesto mi volto e lo immortalo in un file digitale. Il pensiero va, prontamente, a quei pomeriggi meravigliosi passati sulla minuscola spiaggia lì vicino ad aspettare che arrivassero loro, i battelli, ma soprattutto gli aliscafi che planavano sull’acqua in vicinanza dell’imbarcadero. Conoscevo tutti i loro nomi: il Trento, era lo 003 il più vecchio tra i battelli ad elica, e poi il Verona, il Brescia, il Solferino, il San Martino, il San Marco, il Mantova e gli aliscafi, la regina del Garda e gli altri. Infine c’erano loro: i due piroscafi a pale, Italia e Zanardelli, entrambi dei primi del novecento e da poco restaurati. Si vedevano molto di rado, venivano utilizzati solo per le gite turistiche di un giorno, non come mezzo di trasporto lacustre. Ricordo la mia gioia quando mi dissero che avevamo deciso di fare quella gita sul lago proprio per farmi salire sull’Italia. Rimasi una decina di minuti davanti alle pale in movimento a guardare l’acqua che saliva e scendeva. Risalgo in bici, ma percorro solo pochi metri a fianco del duomo c’è il vicolo del campanile, da cui si vede in tutta la sua altezza la torre campanaria del duomo. Lì, all’inizio del vicolo sulla sinistra, c’è una feritoia in una palazzina, fino a pochi anni fa c’era una finestra ad un metro e mezzo di altezza.WP_20140907_07_44_13_Pro Era la finestra da cui mia nonna, chiusa in castigo in camera, saltava in strada per andare a giocare sulla spiaggia di ciottoli di fronte al duomo. Mia nonna Lina, da piccola, era una vera peste e non perse mai occasione per raccontarmi tutte le sue malefatte, ed io adoravo stare ad ascoltare tutti quei racconti quasi fossero delle fiabe. D’improvviso il mio animo si intristisce, sono passati ormai dodici anni dalla loro morte (mio nonno si spense qualche mese dopo di lei, quasi avesse fretta di raggiungerla) eppure mi sembra ieri che stavo con loro a chiacchierare e la loro voce risuona ancora viva nella mia mente. Percorro il vicolo e mi ritrovo in ‘Calchera’ la via delle margherite. Giusto il tempo di scattare un’altra fotografia, di passare davanti alla panetteria ed i ricordi del tempo passato tornano alla carica. Il profumo della ‘treccina’, un dolce con un impasto simile al krapfen, senza crema ed a forma di treccia, si fa reale sul mio palato: tutti i pomeriggi delle mie vacanze estive, dopo le quattro del pomeriggio, si scendeva da casa, si passava ad acquistare la treccina e ci si fermava a mangiarla seduti sulla panchina daWP_20140907_07_46_41_Provanti al lago in attesa di vedere i battelli. Percorro tutta la via fino alla porta del Carmine e mi accingo a salire verso via San Bartolomeo, la via in cui volevo camminare tutte le volteWP_20140907_07_51_05_Pro che ritornavamo a casa dal lago. Ho sempre adorato la vista di quel piccolo palazzo che mi ricordava le costruzioni medioevali e io mi immaginavo un cavaliere che ritornava al suo castello attraversando il borgo. Infatti girato l’angolo il frontale di una vecchia costruzione è indubbiamente simile alla facciata di un piccolo castello con tanto di torretta e merletti. In realtà, ancor prima che essere un castelletto, per me, quella era la casa della ‘mumù’. Spesso quando si passava di là sentivo il verso delle mucche, sì perché al suo interno non c’era una reggia, ma una stalla con tre belle vacche da lWP_20140907_07_55_00_Proatte. Mio nonno per alcuni anni si era anche fatto dare la concessione per tenere una parte del grande orto che stava dietro il castello ed io talvolta andavo ad aiutarlo a curare le piante di pomodori e di zucchine. Come tutti i bambini somatizzavo ed alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevo “Il contadino”. Poi la vita mi a portato a tutt’altre esperienze lavorative, ma questa è un’altra storia. Risalgo ancora un poco la collina, in quella zona che i salodiani chiamano ‘el guast’ perché territorio particolarmente franoso, e giungo davanti ad WP_20140907_07_58_17_Prouna palazzina del tutto normale non fosse altro che è stata l’abitazione dei miei nonni, quella dove ho passato le mie più belle vacanze infantili, quella da cui scorgevo il lago tra i tetti, quella sul cui lungo balcone perdevo la cognizione del tempo giocando con la palla o con le automobiline. Via, prima di essere schiacciato  dall’enorme macigno dei ricordi.

E’ ora di metabolizzare tutte queste emozioni nel tratto di gardesana che raggiunge Gardone Riviera, da dove parte la salita per la frazione di San Michele. Una delle salite più amate dai ciclisti bresciani che la percorrono sia in estate, sia in inverno, grazie al clima temperato del lago, alle dolci pendenze del suo percorso ed alle stupende vedute che dai suoi tornati si possono ammirare. Inoltre lungo la sua salita si costeggia anche un luogo rilevante della recente storia italiana.

Il Vittoriale degli italiani si trova proprio lungo questa salita e rappresenta una parte significativa della nostra cultura in quanto residenza del ‘Vate’ Gabriele D’Annunzio, ed ora anche suo cimitero. La sua tomba è là, svetta in mezzo ad un cerchio di tombe di marmo bianco in cui trovano riposo i suoi fedelissimi. Grande poeta, WP_20140907_08_23_10_Proeccentrico, narciso e vanitoso trasformò questa magnifica dimora lacustre nel suo mausoleo. Un sorriso fa capolino sulle mie labbra: anche il Vittoriale è un luogo della mia memoria. Il custode della villa di D’Annunzio era il cognato di mio nonno Battista. Io non lo conobbi, ma ebbi il piacere di conoscere Ada la sorella di mio nonno (sua moglie). Ero molto piccolo, l’immagine della zia è piuttosto vaga, ma il ricordo di essere entrato al Vittoriale attraverso la casa del custode, dove lei abitava ancora, è scolpito nella mia mente, come sono vivide le parole di mia madre che mi raccontava delle tante volte che girava per i vialetti del parco da adolescente quando andava a trovare la zia. Proseguo nella salita verso San Michele, oggi il tempo è grigio, le splendide vedute dai tornanti sono incupite dai bassi nuvoloni, ma non importa il mio pensiero è altrove. Scollino, attraverso il borgo, proseguo lungo il falsopiano che porta a Serniga di Salò. Qui, prima di scendere, faccio una deviazione a San Bartolomeo, l’abitato più alto del comune di Salò (450m s.l.m.), da dove si può godere della vista di tutto il golfo. San Bartolomeo è stata una mia riscoperta in tempi recenti grazie proprio alla bicicletta. Dai nonni ne sentivo talvolta parlare come un luogo lontano in cima al monte, ma non ci andavamo mai.

Tutte le volte che si saliva verso Serniga si svoltava verso San Michele per uno spiedo o per cercare funghi in val de sür. Recentemente ho iniziato ad apprezzare questo strappo, di poco più di un chilometro, con pendenze che arrivano al 18% e che porta ad un luogo solitario ed ameno. Mi fermo un attimo, godo di questo silenzio rotto solo dal fruscio della foglie esposte al vento. Lascio sedimentare tutti i miei ricordi e riparto verso la discesa che mi ricondurrà in paese. Giunto in centro non mi resta che risalire i tornanti delle Zette per ritrovarmi in Valtenesi e proseguire verso Polpenazze. Il giro è stato corto, solo 55km, con quasi 1.000m di dislivello, ma le circa tre ore che ho impiegato sono state tra le più lunghe della mia vita piene di piacevole nostalgia per un tempo passato, ma che è stato vissuto pienamente.

Grazie, ma proprio GRAZIE nonna Lina e Battista!