
Nonostante la mia risaputa avversione per i percorsi pianeggianti c’è un itinerario che da alcuni anni mi intriga, ma che per svariate coincidenze non sono mai riuscito a realizzare.
È il giro delle strade bianche dei Colli Storici. Si tratta di un grande anfiteatro morenico, ovvero un ambiente formato da cerchie collinari con interposte piccole aree pianeggianti, originatesi dai detriti rocciosi trasportati dal grande ghiacciaio del Garda due milioni di anni fa (per info: https://collinemoreniche.it/ ). Siamo ai primi di marzo, quest’anno la tanta neve scesa ha ricoperto abbondantemente le Alpi anche a quote basse ed i versanti a nord sono ancora poco accessibili al ciclismo. Inoltre fervono i preparativi per le “Strade bianche” dei Pro e Komoot ha lanciato un #stradekomoot per invitare tutti gli utenti a creare percorsi ghiaiosi nelle loro zone da percorrere in quel fine settimana. Io, con la velocità di un bradipo-missile, mi sveglio in ritardo, ma so di avere vicino a casa il territorio giusto per creare una traccia degna di essere soprannominata #fakeTuscany. Un po’ prendo ispirazione da un giro di Niccolò (https://www.strava.com/activities/4900937300), per il resto studio attentamente la mappa komoot e individuo quelle che sembrano le strade migliori per la mia AliMat cercando di non sconfinare troppo in single-track estremi. C’è un però, infatti le restrizioni covid, che fortunatamente ci lasciano uscire dal comune per rientrarvi, non ci lasciano uscire di regione. Quindi niente Borghetto sul Mincio, la mia traccia si dovrà accontentare di lambire il fiume Mincio dal versante mantovano osservando l’ameno paesetto da lontano. Sabato 13 marzo, ore 6.10 del mattino parto per la mia Toscana. Il tempo di uscire dall’urbe ed il termometro è già a 0°C, ma poco importa tra Rezzato e Castenedolo la prima soddisfazione di giornata, il sorgere del sole dalla campagna reso ancor più rosso dalla foschia mattutina.
Le nuvole stratificate in cielo non promettono certo una giornata spettacolare, ma le previsioni dicono che nell’arco della mattinata il meteo dovrebbe migliorare. Proseguo in direzione sud-ovest, raggiungo e oltrepasso Calcinato, non sono strade nuove, ma le percorro veramente di rado, forse l’ultima volta era la BresciaGravel del 2018. Nella frazione di Bossotti (1*) la prima sezione di sterrato, poco meno di un chilometro di campo che accorcia la strada asfaltata. In totale saranno 15 settori di sterrato per un totale di 32,5km. In base alla personale sensazione di difficoltà ed alla lunghezza li ho codificati da 1 a 5 asterischi. Come riportato dalla tabella dei segmenti Strava qui sotto

Termino il primo segmento attraversando la provinciale e proseguo verso la frazione di Esenta. Giunto nel borgo tengo la sinistra verso il monte Malocco, qui inizia il secondo tratto (3*), quasi 2km in uno splendido boschetto. La strada è ampia, una vera strada bianca a due corsie in leggera salita che immette nelle colline moreniche. Ho già percorso trenta chilometri, ma a voler essere puristi la traccia più corretta dovrebbe partire da questa zona (c/c “Il Leone” ampio parcheggio). Oltrepasso la provinciale che collega Desenzano a Castiglione e mi infilo in una via secondaria in direzione cascina Navicella. Ammetto che senza traccia sul gps sarei in difficoltà a tenere il percorso prestabilito. Inizia il terzo settore (5*) sarà il più lungo in assoluto, quasi 6km di strada bianca, attraverso colline sinuose di campi appena arati, frutteti appena fioriti e vigneti pronti a gemmare. Il tutto si svolge zigzagando attorno al monte Peloso.
Una meraviglia! Da qui inizia il vero festival del #fakeTuscany: splendidi viali bianchi contornati da cipressi, ampie curve in contropendenza, distese di terra arata che alla luce del sole albeggiante si colorano di rosso come la creta. Esco dallo sterrato per svoltare a destra sulla strada asfaltata che conduce al Santuario della Madonna della Scoperta, meta assai frequentata dai ciclisti di zona. Mi fermo per un piccolo shooting fotografico con un pizzico di civetteria vanitosa.
Mangio anche qualcosa, riparto, potrei andare rapido a Solferino sulla strada asfaltata, in questa zona il traffico è comunque ridotto di suo, in più siamo in allerta covid, ma preferisco inserire il quarto segmento (5*) di 3km. Il terreno stavolta è perlopiù quello da campo, quindi molto più mosso e fortunatamente asciutto. Rientro sull’asfalto a Staffolo, località di Solferino, qui proseguo per l’Ossario. Fermata d’obbligo, è ancora chiuso. Ritorno sui miei passi e salgo fino alla torre di avvistamento.
Il nome Colli Storici viene proprio dal fatto che queste zone furono teatro della cruente battaglia di San Martino e Solferino durante la II guerra d’indipendenza che vide opposti gli eserciti Piemontese e Francese a quello Asburgico. La battaglia lasciò così tanti morti e feriti sul campo che lo svizzero evangelico Henry Dunant giunse da Brescia il giorno seguente. Egli si unì, a Castiglione delle Stiviere, ai soccorsi prodigati dalla popolazione locale a tutti i sopravvissuti senza distinzione riguardo alla divisa indossata. Da questa carneficina ebbe l’idea per la fondazione della Croce Rossa. Finisco il giro attorno alla torre e scendo verso il paese. Tracciando avevo visto una strada bianca che attraversava la campagna in direzione Cavriana costeggiando un piccolo laghetto, la prendo. Mi fermo proprio di fronte allo specchio d’acqua, meraviglioso! Mi immagino Jean-Baptiste Camille Corot che apre il suo cavalletto ed inizia a dipingere uno dei suoi celebri paesaggi che lo resero famoso come antesignano della pittura “en plein air” degli impressionisti.


Riparto, la strada è una vera traccia di campagna, molto sconnessa in leggera salita, fortunatamente poco meno di un chilometro (Laghetto 3*), rientro sulla provinciale e seguo a destra per Cavriana, l’asfalto dura poco, un’altra deviazione su strada di campagna mi attende e mi conduce alla frazione di Scamadore (3*), anche questa piuttosto sconnessa, ad un certo punto più simile ad un single-track che separa due campi adiacenti. Nonostante non piova da mesi, riesco a trovare addirittura una decina di metri di fango. Rientro sull’asfalto percorro il centro storico di Cavriana da ovest verso est e dirigo verso il Santuario della Madonna della Pieve posto in posizione rialzata con splendida vista verso la pianura padana. Con grandissima sorpresa mi trovo davanti ad una splendida costruzione, interamente in cotto, in perfetto stile romanico dell’XI secolo e per giunta ottimamente conservata (peccato sia chiusa). Le fa da corollario un viale di cipressi che la rende perfetta per il #fakeTuscany e mi porta alla memoria la più celebre delle Abbazie romaniche quella di S.Antimo.



Fantastico! Ora c’è proprio tutto, campi, cipressi, argilla, abbazie romaniche, filari di cipressi, alla faccia delle restrizioni da “zona rossa” oggi sono ufficialmente in vacanza in val d’Elsa! Riparto, lo confesso, dentro di me sto gongolando dalla soddisfazione, la traccia che ho creato è incredibilmente bella, sia ciclisticamente, sia culturalmente e questo mi esalta ancor di più. La discesa dalla Madonna della Pieve è su sterrata, poche centinaia di metri e sono sulla provinciale. Qui un imprevisto, dalle mappe ci doveva essere una strada bianca che attraversa un campo in direzione nord per scavalcare il monte Scuro dal lato est. Purtroppo si rivela essere un “single-track” nel campo che sparisce nel bosco. Ricontrollo le mappe e trovo un’alternativa più agevole che lo scavalca dal lato ovest, sfruttando dapprima le strade asfaltate alla periferia della cittadina. Dal crinale, quasi a 200m slm, si dovrebbe vedere il lago, ma la giornata fosca e dal cielo particolarmente sbiancato non rende proprio giustizia del panorama.
Mi infilo nel bosco percorrendo uno sterrato credo molto usato dai biker. Infatti, di lì a poco, una comitiva di oltre venti ciclisti (molti elettrificati) mi incrocia. Quasi 2km (Monte Bosco Scuro 5*) di sterrato nel bosco e nei campi, segmento piuttosto tecnico, ma con incredibili passaggi. Rientro sull’asfalto, anche se resto su strade secondarie di campagna. Poco più di un chilometro, attraverso la Strada Cavallara (SP15) e riprendo una strada agricola che si fa subito sterrata. Quello che nomino segmento “Monte Tondo” (5*) è uno dei più lunghi, oltre 4km, una lunga ed aggrovigliata “S” che si insinua nei campi e nei frutteti più nascosti, impossibile vedere queste campagne dalle provinciali asfaltate esterne.
Un luogo magico, a tratti molto impegnativo, in alcuni punti la strada bianca entra nel bosco e prosegue tramite sentieri. In un punto sono costretto a scendere e scavalcare un piccolo dosso di una decina di metri a piedi a causa del fondo troppo ripido e sconnesso. Finito il bosco, si riapre la vista sui campi, inizio ad intravedere la piana paludosa del laghetto di Castellaro. Mi collego finalmente alla strada bianca che ne segue il profilo. Cerco di andare il più vicino possibile allo specchio d’acqua tramite una deviazione segnalata, ma il terreno si fa dapprima fangoso ed in seguito paludoso. Desisto, ma decido di fermarmi qui per mangiare qualcosa e rilassarmi.


Riparto, Castellaro Lagusello è lì che mi aspetta, stranamente non sono mai riuscito a visitarlo neanche in automobile. Oggi è il giorno! La strada ritorna asfaltata, entro in paese dallo splendido portone fortificato. La tristezza pervade il mio animo, vedere uno dei “borghi più belli d’Italia”, senza nessun tipo di turismo, con tutte le locande chiuse a causa della pandemia è un colpo al cuore. Solo alcuni abitanti locali si intrattengono davanti alla tabaccheria. Io proseguo nel mio giro all’interno delle mura, l’unico lato positivo è la tranquillità del luogo.


Esco e mi dirigo verso il confine con la provincia di Verona, purtroppo, non volendo infrangere le restrizioni il passaggio a Borghetto di Valeggio sul Mincio mi è precluso. Nel creare la traccia ho cercato di raggiungere il punto più orientale in modo da poter percorrere almeno un tratto della ciclabile a fianco del “Canale Virgilio” (3*) prima di entrare nell’abitato di Monzambano ed invertire la rotta verso casa. L’idea si rivela buona ed il passaggio a fianco del canale è suggestivo.


Lascio la strada bianca, risalgo sull’asfalto ed entro in paese da sud. Riconosco la strada, la percorsi il giorno di Ferragosto dello scorso anno di rientro dal Pian delle Fugazze, erano quasi le nove di sera, il sole ormai tramontato lasciava spazio al crepuscolo. Nonostante questo il ricordo è fresco nella mia mente: “Si svolta a sinistra e poi si tiene la destra, un chilometro più avanti la chiesetta di San Pietro.” Infatti, ivi giunto, mi fermo per una sosta ristoratrice, ma, soprattutto, per togliere l’intimo invernale che mi aveva salvato dalle temperature vicino allo 0°C delle prime ore. Da qui la strada è parzialmente nota anche se la traccia contiene ancora delle varianti che spero impreziosiscano il giro. Attraverso il centro di Pozzolengo poco prima di mezzogiorno, un rapido saluto al G-Bike di Alessio, e dirigo verso la torre di San Martino. Dopo essere passato per l’ossario e la torre difensiva di Solferino è d’obbligo la fermata al monumento commemorativo e celebrativo dedicato a Vittorio Emmanuele futuro Re d’Italia.


Come sempre fotografia in pieno controluce e sfondo sbiancato, riparto mi attendono i dolci clivi dei vigneti di Lugana che mi portano nuovamente nei pressi del centro commerciale “Leone” attraversando Montonale e Centenaro. Qui finisce il percorso dei Colli Storici. Volendo si potrebbe arrivare in auto a Lonato e seguire questi 68km ad anello, giro moderatamente facile, adatto a tutti e ricco di bellezze artistiche e paesaggistiche. Io, invece, ho ancora un po’ di chilometri per tornare a Brescia, ma soprattutto ancora alcune chicche da vedere. Oltrepasso la superstrada per Mantova tramite un cavalcavia e l’autostrada A4 tramite un sottopasso, sono al confine tra i comuni di Desenzano e Lonato, lascio la strada asfaltata che conduce diritta al lago per svoltare a sinistra in via San Cipriano.
È il dodicesimo segmento sterrato che ho codificato “S.Cipriano” (4*), una breve salita immersa tra campi e boschetti fioriti meravigliosi, non ero mai passato di qui, ennesima riconferma che saper tracciare anche in luoghi familiari consente sempre nuove scoperte. Mi ritrovo in vetta ad una collinetta cosparsa da splendide villette di vacanza con vista lago, scendo, attraverso la vecchia Padana superiore e dirigo verso la Valtenesi, già perché anche qui di sterrate ne abbiamo. Arrivo alla ferrovia Milano-Venezia, la fermata è d’obbligo. Sento il rumore dei fili e dei binari, sta per sopraggiungere un treno. Aspetto, come Renato Pozzetto nel film “Il ragazzo di campagna”, perché in fondo: “Il treno è sempre il treno!”


Riparto, tramite un nuovo breve segmento sterrato “Monte Recciago” (3*) mi ritrovo nei pressi dell’Abbazia di Maguzzano, salgo sul sagrato e foto di rito, visto l’orario non provo neanche a vedere se è aperta. Ora mi attende un pezzo della splendida ciclabile che collega Desenzano/Lonato a Salò attraversando tutto il crinale della Valtenesi. Sarà perché questi luoghi li conosco bene, sarà per l’ora tarda, ma dimentico di fotografare, oltrepasso i Barcuzzi e proseguo per Padenghe salvo poi deviare a sinistra poco prima di incrociare la provinciale per salire ai Calvino. Oltrepassata l’azienda agricola dico “Ciao!” al mio lago e scendo su splendida sterrata “Cappuccini” (4*) verso il castello di Drugolo, ora la vista sui campi e sui pascoli mi rapisce e mi ricordo di fotografare.


Sullo sfondo il castello, davanti un pascolo di bovini che fossero stati di razza Chianina mi avrebbero riportato sicuramente in Toscana, ma anche così le somiglianze ci sono. Mangio qualcosa prima di ripartire, bevo e rimonto in sella. Passo alla sinistra del complesso di Drugolo, ne seguo il perimetro per un tratto e trovatomi nella posizione ideale scatto la fotografia didascalica che mancava.

Terminato questo lungo tratto ghiaioso (2,7km) attraverso la provinciale per Padenghe e dirigo verso il prestigioso Golf club Arzaga (2*). Qui mi attende l’ultimo tratto sterrato, un chilometro circa, che dal piazzale d’ingresso mi porta, attraversando un boschetto, all’innesto con la provinciale che da Soiano ritorna verso la città. Svolto a sinistra verso Carzago ove mi fermo per riempire le borracce ormai vuote. Attraversando strade secondarie ben note oltrepasso Bedizzole e dirigo verso località Pontenove. Qui l’antico ottocentesco ponte permette di attraversare il fiume Chiese su una splendida pavimentazione di ciottoli degno sigillo finale del giro (vedi video). Sono praticamente le 14.00 ed io per accelerare i tempi percorro gli ultimi 13km sulla strada maestra sfruttando il fatto che tra “zona rossa” e “orario di pranzo” il traffico è pressoché nullo. Alla fine sono quasi 145km e oltre 1.100m di dislivello (solamente collinari!) con ben 32km di strade bianche. Un giro, no meglio dire un itinerario storico-culturale oltre che paesaggistico che mi ha saputo regalare emozioni e soddisfazioni grandissime. Oggi più che mai mi sento Mog (Master of Gps) per aver creato una traccia così intensa.
Dettagli tecnici su STRAVA: https://www.strava.com/activities/4939279204
Dettagli tecnici su KOMOOT: https://www.komoot.it/tour/329733885























































Qui, dopo aver oltrepassato il Crocevia, alla rotonda successiva svolto per il centro e la valle omonima. Questa strada, meno nota, mi consentirà di arrivare a Gazzolo di Lumezzane senza passare dal terrificante e infinito rettilineo che attraversa le frazioni basse di Termine e Valle. Quella è la strada principale che porta a Lume, una lunghissima fila di capannoni lunghi e bigi che testimoniano l’infinita operosità del popolo valgobbino, ma che sinceramente sono piuttosto deturpanti del paesaggio circostante. La valle di Sarezzo invece sala dritta in mezzo ai quartieri residenziali con pendenza a volte più sostenuta, ma sempre pedalabile. Il confine tra i due comuni è segnato da una corta e leggera discesa su una stretta strada a senso unico alternato (interdetta ai veicoli oltre i 3.5t). Ecco palesato il perché non venga percorsa normalmente dal traffico automobilistico, se non locale. La traccia che ho elaborato alcuni mesi or sono mi conduce tra le vie di Gazzolo fino ad una piccola piazzetta dove la chiesa di Sant’Antonio da Padova la fa da padrona. Rimango relativamente stupito da questo angolo di antichità che, sotto le prime luci dell’aurora e dei lampioni comunali, denota una certa bellezza e contrasta fortemente con tutta l’urbanizzazione che gli sta attorno.
Inevitabile la sosta fotografica, riparto, le vie di Lumezzane sono caratterizzate da improvvise rampe di collegamento tra le strade principali che rasentano o superano per brevi tratti il 20% di pendenza. Odo un rumore di fucina, sono le 6.40 del mattino, in una fabbrichetta la luce è accesa, anche i macchinari sono accesi. Qui si lavora anche il giorno di Pasqua e di buon ora! Zigzagando arrivo all’imbocco della cementata per il Sonclino. Come d’incanto il paesaggio cambia radicalmente, davanti a me solo il bosco, dietro il cemento.
Bastano pochi metri per capire che oltre al panorama è cambiata radicalmente anche la pendenza, un bel rettilineo sinuoso con pendenza oltre il 17% mi accoglie.
L’aurora sta facendo spazio all’alba, anche se da qui, tra le montagne, non si potrà godere del sorgere del sole. La luce inizia ad illuminare il paesaggio e riconosco sotto di me la valle di Sarezzo e la bassa val Trompia. Dopo questo primo assaggio di 500m impegnativi la situazione pendenza migliora relativamente, ma sempre restando sopra il 10%. Io mi guardo intorno, per me è una visuale nuova sulla val Trompia.
La salita si inerpica a stretti tornanti sul versante sud-ovest della montagna. Dopo circa 3km si oltrepassa l’eremo di San Bernardo, da qui la strada diventa una consortile privata, la sbarra è alzata, la caccia è ormai chiusa, ma meglio non avventurarsi in queste zone all’alba durante la stagione venatoria. Proseguo ancora un paio di chilometri ed i tornanti si fanno più tosti, la pendenza torna abbondantemente sopra il 15%, la vegetazione cambia, al bosco si sostituiscono arbusti fioriti di erica,
sono ormai attorno a 1.000m di altitudine, la temperatura continua a scendere ed ormai è vicina allo 0°C. Ora la vista dai tornati si è spostata verso nord-ovest. Intravedo una chiesa sulla montagna di fronte a me, è il celebre Santuario di Sant’Emiliano che sorge poco sotto la vetta dell’omonimo monte, anch’esso meta ciclistica di biker, vi si arriva tramite una terribile ascesa che prima o poi ho in mente di fare.
Sono ormai in vista del crinale, Lumezzane appare piccolo laggiù in basso.
Il Bivio per la Corna di Sonclino ed il Dosso dei quattro comuni segna la fine della salita (8,6km al 9,1%) e l’inizio del falsopiano. Uno splendido balcone a 1.300m che guarda verso mezzogiorno, fortunatamente il meteo sta migliorando ed almeno verso sud il cielo è sgombro da nuvole. Non pensavo ci fossero così tante baite di vacanza in questo luogo, ma devo dire che sono splendidamente incastonate nella montagna in una posizione invidiabile. Qualcuno sta costruendo sopra delle macerie e la mia passione per le ruspe mi obbliga ad uno shooting fotografico.
Riparto, ma solo per trovare il punto migliore per la didascalia panoramica. Uno spettacolo! Di fronte a me il monte Conche e il monte Palosso entrambi a 1.100m circa, tra di loro si vede perfettamente la parte sud della città e l’altissimo camino del termovalorizzatore, più lontano compaiono vagamente le sagome degli appennini.
Sotto di me l’intera città di Lumezzane si sviluppa allungata all’interno della val Gobbia. Vista da quassù non sembra neanche quell’assembramento di cemento e ferro qual è. Sono quasi alla fine del crinale, vedo un bellissimo prato con una staccionata nuova vi appoggio la bici e mangio una barretta, osservo meglio, da sotto, spuntano le cime di un semicerchio di alberi, pare proprio essere un casotto interrato, anzi a me da proprio l’idea di una “ Casotto spa” magari li sotto c’è anche una sauna.
Inizio la discesa, ripidissima, cementata, tortuosa, ma con veduta spettacolare sui monti scoscesi.
Prima di ricongiungermi con la provinciale del passo del Cavallo una grande cancellata gialla chiude completamente la strada e segna la fine della consortile. Un passaggio a gradini incorporato alla sinistra del cancello consente il transito ai pedoni. Bici in spalla e passo.
L’aria resta frizzante, costantemente tra 2°C e 4°C durante tutta la discesa, nonostante il sole sia ormai alto. Sono sulla provinciale, meno di un chilometro al passo del Cavallo. Ritorno alla civiltà, guardo l’ora: quasi le 9.00, fortunatamente il traffico è ancora modesto. Inizio la discesa verso Agnosine, oltrepasso le gallerie, non mi sono mai piaciute queste gallerie, lunghe dritte con poco traffico, si rischia sempre il “fenomeno” che crede di essere in pista e sfreccia a 150km/h. All’uscita dalla seconda, in località Casale, svolto a destra su una sterrata. Questa deviazione mi consentirà di arrivare a Binzago nuovamente in mezzo alla natura.
La strada per me è nuova all’inizio lo sterrato è bello e pianeggiante. Dopo circa 800m oltrepasso il torrente Vaso Bondaglio e le cose si complicano com’era giusto che fosse. Dai cartelli gialli e neri scopro che questa sterrata fa parte del percorso permanente della Conca d’Oro bike. Lo sterrato si fa più smosso e la pendenza inizia a crescere, sono già oltre il 10% ancora qualche centinaio di metri e davanti mi ritrovo letteralmente un muro di circa 100m. Scendo lo percorro a piedi, la pendenza oltrepassa anche il 30% in alcuni punti.
Sono in cima, il cartello recita Passo del Viglio 742m, da questo incrocio parte anche un ampio sentiero che scende in val Bertone per congiungersi direttamente al paese di Caino. Io, invece, tengo la carrareccia principale che sale ancora per qualche centinaio di metri, la strada ora è ben battuta, segno che viene sfruttata anche per il traffico veicolare dei contadini e dei cacciatori.
Mi fermo per una fotografia, riparto ora la via diventa cementata, la pendenza in discesa si fa più pronunciata. Un paio di chilometri e sono a Binzago, remota frazione del comune di Agnosine, mi fermo per la solita fotografia dal sottoportico.
Sono sempre stato incuriosito dal fatto che non esista una strada asfaltata che congiunga il borgo al suo comune, ma solamente una cementata che si tramuta in sterrata per un tratto del bosco, mentre l’unica strada asfaltata scende fino ad immettersi sulla salita delle Coste nel comune di Odolo. Riparto, subito dopo Binzago una minuscola frazione raccoglie un piccolo gioiello, è il santuario di San Lino, pregevole chiesetta romanica del XI secolo.
Sosta fotografica, sono quasi le dieci del mattino, la parte interessante del giro è pressoché terminata, non mi resta che affrontare le Coste di S.Eusebio, ultima dolce asperità di giornata e tuffarmi in discesa verso casa. Poco dopo le 10.30 sono ddi rientro per spacchettare le uova pasquali con Alice e Matteo. Pochi chilometri, solo 66km con 1.500m di dislivello, ma grande entusiasmo per il nuovo itinerario affrontato e felice per la splendida mattinata che mi ha consentito di osservare panorami mozzafiato.






























